di Pietro Veronese
La Repubblica, 26 dicembre 2021
Aveva 90 anni e aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1984. Addio a un'icona della lotta contro l'apartheid. È morto a 90 anni l'arcivescovo anglicano del Sudafrica Desmond Tutu. A dare la notizia è stato il presidente, Cyril Ramaphosa. "La scomparsa dell'arcivescovo emerito Desmond Tutu è un altro capitolo di lutto nell'addio della nostra nazione a una generazione di eccezionali sudafricani che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica liberato", ha detto.
Tutu aveva ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1984 per la sua campagna di opposizione non violenta al governo della minoranza bianca in Sudafrica. È stato il primo arcivescovo nero di Città del Capo. Ed ebbe un ruolo importante anche nel facilitare l'uscita del Paese dal regime dell'apartheid. Guidò la commissione per la verità e la riconciliazione del Paese. L'ultimo ad andarsene dei giganti che hanno forgiato il nuovo Sudafrica di Nelson Mandela dopo la sconfitta dell'apartheid.
Non era un militante, bensì un uomo di Chiesa, di preghiera, che avrebbe voluto essere un medico e, non potendo, piuttosto un insegnante, e scelse infine la carriera ecclesiastica motivato dalla fede. Ma il principio, l'ideale, era lo stesso: quello che afferma che gli uomini sono tutti uguali. E comune la lotta e la voglia di combatterla, anche se essendo un uomo di Dio respinse sempre ogni forma di violenza (a differenza del politico Mandela) e rifiutò con fermezza il comunismo (anche su questo punto diversamente da Mandela).
Tuttavia dal pulpito, dall'alto della sua statura gerarchica e morale - primo arcivescovo anglicano con la pelle nera del Sudafrica - tuonò sempre contro l'apartheid, senza compromessi né paure, paragonandolo spesso nei suoi discorsi e sermoni al nazismo. Non fu mai un militante, eppure è stato all'interno del Paese il più potente alleato dell'African National Congress nella sua guerra contro il regime della segregazione razziale. Un uomo libero, cui il rango consentiva di essere chiamato con l'appellativo "Vostra Grazia" ma che tutti conoscevano familiarmente come The Arch, abbreviazione di Archbishop, l'arcivescovo.
Le armi che ha usato nel ruolo di grande attivista dei diritti umani, un ruolo svolto per l'intera sua vita, sono state tre. In primo luogo il coraggio, che ne ha fatto sempre un capofila, un portavoce, mai in secondo piano dietro a qualcun altro, e ha reso sempre cristalline le sue prese di posizione, con grande soddisfazione dei media interni e internazionali. Secondo, la parola: Desmond Tutu è stato un oratore impareggiabile, capace di tenere in pugno audience di decine di migliaia di persone, non importa quanto ignoranti o quanto arrabbiate, così come di affascinare smaliziate platee di accademici nelle più prestigiose università americane.
Alla cerimonia funebre per Nelson Mandela, martedì 10 dicembre 2013 nel grande stadio di Johannesburg, la situazione stava sfuggendo di mano. La folla sugli spalti era irrequieta, interrompeva spesso l'ordine degli interventi con canti, balli e slogan, aveva sonoramente fischiato il presidente Zuma al suo ingresso nello stadio e poi di nuovo in seguito, di fronte a un pubblico di vip universali: capi di Stato (Obama tra gli altri), primi ministri, monarchi, star di tutto il mondo. Alla fine fu data la parola all'Arch che disse: "Non voglio sentire cadere uno spillo". E lo stadio ammutolì. Aveva salvato ancora una volta la situazione, motivo in più perché i nuovi potenti del Sudafrica lo detestassero.
La terza arma è stato lo humour, con il quale era capace di sciogliere una situazione di tensione in grandi risate collettive e di impartire lezioni morali deliziando chi aveva la fortuna di ascoltarlo dall'altare o dal palco. Un impareggiabile intrattenitore, che avesse davanti una chiesa gremita di fedeli, un corteo di manifestanti o una foresta di telecamere. Celebre, per ricordare un solo esempio, questo suo riassunto della storia africana: "Quando l'uomo bianco venne qui, noi avevamo la terra, loro avevano la Bibbia. Adesso noi abbiamo la Bibbia, e loro la terra".
Desmond Tutu era nato il 7 ottobre del 1931 in quello che allora si chiamava il Transvaal, l'altopiano del nord. Suo padre era un insegnante, la mamma faceva la cuoca in un istituto per ciechi. A 24 anni sposò Leah, una prof, l'amore di tutta una vita, dalla quale ebbe quattro figli, un maschio e tre femmine. A 30 fu ordinato prete anglicano. Nel '75 la famiglia si trasferì nel quartiere di Orlando West a Soweto, stessa Vilakazi Street dove c'era la casa di Mandela, detta "la via dei due premi Nobel per la Pace" - Tutu ebbe il suo nel 1984 - e oggi battutissima meta turistica. Negli anni 80 assurse a fama mondiale come capofila della campagna contro l'apartheid.
Dieci anni dopo presiedette la Commissione Verità e Riconciliazione, capolavoro di Mandela e suo per riappacificare con il suo passato di sopraffazioni e di violenze la "nazione arcobaleno" (slogan da lui inventato per esaltare la società multirazziale sudafricana). Col nuovo secolo si era progressivamente ritirato dalla vita pubblica, senza rinunciare a prendere posizione su tutti i temi del giorno, dai matrimoni gay (a favore) all'invasione israeliana di Gaza (contro). Adesso tace per sempre, ma finché ha avuto fiato non ha mai avuto paura di dire la sua.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 dicembre 2021
La pandemia ha aggravato i disagi di chi vive in cella. Un detenuto su quattro fa uso di psicofarmaci e terapie farmacologiche. La fragilità diffusa tra i detenuti, e accentuata sicuramente dagli effetti di questa pandemia, è figlia di un sistema che fa sempre più fatica a trovare una dimensione di umanità dietro le sbarre e dare un senso alla pena che non sia soltanto quello finalizzato alla punizione.
di Matteo Bonetti
Il Domani, 25 dicembre 2021
La riforma è una delle più attese dagli operatori giuridici e il principale strumento pensato è quello di rendere più veloci le procedure civile passando nella fase di merito già dalla prima udienza. La riforma prevede l'incentivazione, anche fiscale, a intraprendere procedimenti di mediazione. E attenzione al nuovo pignoramento presso terzi.
di Rosario Russo*
Il Dubbio, 25 dicembre 2021
È davvero encomiabile che, dopo l'esplosione del caso Palamara che ha documentato l'adozione del sistema spartitorio all'interno del Consiglio Superiore della Magistratura, la Riforma da lei autorevolmente proposta preveda la totale pubblicità delle procedure di nomina.
di Claudia Franchesin
triesteallnews.it, 25 dicembre 2021
Una situazione sempre più complessa quella delle carceri, anche a Trieste. Dall'inizio dello stato d'emergenza le case circondariali si trovano a fare i conti con sovraffollamenti e quarantene obbligatorie per i nuovi ingressi, focolai e proteste della popolazione carceraria. A novembre il carcere Coroneo ha superato i 200 detenuti. Durante l'arco dello scorso anno, il numero è rimasto a 177; la capienza regolamentare è comunque di 139 persone.
di Bruno Volpe
quotidianodibari.it, 25 dicembre 2021
Nel carcere di Bari si vive una situazione drammatica, nell' indifferenza della città e delle stesse istituzioni. Il grido di allarme lanciato ieri dall'arcivescovo di Bari-Bitonto Monsignor Giuseppe Satriano nel corso della conferenza stampa di auguri natalizi in Curia. L' ordinario diocesano ha illustrato i passi salienti del messaggio natalizio, il primo della sua gestione.
Ma andiamo con ordine e lasciamo parlare lui. La parola chiave del testo è "Silenzio".
di Denise Frigerio
linkiesta.it, 25 dicembre 2021
Le detenute del carcere di Milano e la Cooperativa sociale Alice ci insegnano l'opportunità etica del lavoro con un progetto che dà nuovo significato al fashion e al design, senza prescindere dal bilancio. Dietro a ogni oggetto c'è un essere umano. Anzi "behind every object, therès a human". Perché la moda parla un linguaggio internazionale e l'etica pure.
È così che inizia il racconto che lega a doppio filo Sartoria San Vittore di Milano e la Cooperativa sociale Alice, un progetto finalizzato a costruire una società inclusiva per restituire centralità alla persona e sostenere lo sviluppo attraverso l'artigianalità del made in Italy e le filiere etiche, riqualificando a livello professionale i detenuti delle carceri di San Vittore, Bollate e Monza.
Ma chi si immagina una realtà di borsine di canapa e gadget low cost si sbaglia di grosso. Sartoria San Vittore è un'impresa a tutti gli effetti che parla un linguaggio sostenibile ed è certificata Fair Trade, che ne garantisce la filiera etica. Ha quattro laboratori, due di sartoria all'interno delle carceri di San Vittore e di Bollate, uno esterno in via Barilli a Milano, e uno di pelletteria a Monza, che producono conto terzi manufatti per aziende del calibro di Porro, Cappellini, Chloè, Alberta e Marrionnaud Paris.
Attiva dal 1992 Alice ha aiutato più di 750 donne emarginate a raggiungere l'indipendenza economica donando loro una nuova opportunità attraverso il lavoro. Con all'attivo più di 11.230 ore di formazione e un dato molto interessante: è dimostrato come l'efficacia dello strumento "lavoro" abbassi la recidiva al crimine fino al 18%. "Delle 750 donne che sono passate di qui nel corso degli anni, solo 3 sono tornate in carcere. Le altre si sono reinventate, alcune hanno addirittura aperto il loro laboratorio. Siamo una realtà lavorativa a tutti gli effetti" spiega Caterina Micolano, presidente di Alice "attualmente siamo in 13 e stiamo formando altre 7 persone che saranno operative dal prossimo anno. Chi lavora qui è regolarmente assunto, ha i contributi, la malattia, ha diritto alle ferie e anche alla cassa integrazione".
L'approccio nuovo di Sartoria San Vittore è avere una missione e compierla con concretezza, una sorta di business is business, ma che non perde di vista il contorno sociale. E a chi storce il naso al connubio moda-etica, Micolano risponde: "La moda è un potentissimo linguaggio non scritto e ci permette di dare un messaggio. La moda è tutt'altro che vuota, siamo noi a riempirla di significato, e il binomio "moda speculazione - noi etica" non funziona, bisogna andare al di là dei soliti cliché e fare meno green washing, da entrambe le parti".
Alice compirà 30 anni nel 2022 e in questo trentennio ha dovuto - di necessità - cambiare radicalmente il proprio approccio, come radicalmente è cambiata la società, il quadro culturale ed economico: "Occorre essere più impresa" continua Micolano "conquistare il mercato con un prodotto che non faccia rinunciare alla qualità finale in nome della sostenibilità. Come possiamo fare? Solo con i fatti, lavorando sul prodotto e sulle persone. Perché abbiamo davanti delle persone "comuni", con normali capacità lavorative, ma che spesso provengono da culture - anche lavorative - diverse (il 67% delle detenute ha origini straniere, ndr). Noi facciamo in modo che si rendano consapevoli di essere "capaci" di creare qualcosa, spostando l'attenzione dal reato commesso a un nuovo modo di essere. All'interno del laboratorio ci sono persone che hanno estinto la loro pena 15 anni fa, persone che la stanno ancora scontando, ma questo non è il tema: non è cosa hai fatto, ma cosa vuoi fare".
Da Sartoria San Vittore l'oggetto è sì "prodotto" ma altresì un mezzo di comunicazione "e il nostro modo di essere impresa è generare una società più inclusiva, dare significato al made in Italy. In questi giorni stiamo realizzando un pupazzo per Cappellini, su disegno di Elena Salmistraro: mi piace pensare che quell'oggetto finirà su un divano e diventerà un topic di conversazione, e che il fatto che sia stato cucito dalla sartoria del carcere dia un valore aggiunto, alimenti il cambiamento" sottolinea il presidente di Alice. "Il nostro è un lavoro vero, che produce fatturato, che dona opportunità lavorative. Le aziende con cui ci interfacciamo cominciano a chiederci i nominativi delle nostre ragazze da inserire nei loro laboratori interni e questa è la conquista più grande: il riconoscimento del valore della persona e di quello che sa fare".
La selezione avviene in primis all'interno del carcere, e la scelta di solito ricade su detenute con una pena di almeno 4/5 anni per permettere l'adeguata formazione e l'inserimento nel mondo del lavoro. A una prima selezione seguono dei colloqui da parte della cooperativa e viene testata anche la propensione allo studio e alla manualità: "è un lavoro duro questo, si deve imparare non solo un mestiere, ma a stare seduti al banco, a essere puntali, seri, capaci. Noi non vogliamo insegnare a fare oggetti di basso costo, insegniamo il made in Italy con le aspettative che questo comporta, ma anche con le enormi possibilità che regala, alle detenute e alle altre associazioni con cui facciamo rete, come è successo con la sartoria Fiori all'occhiello (associazione La Rotonda di Baranzate) o con l'atelier Le Nespole (associazione il Laboratorio di Quarto Oggiaro). Il terzo settore deve crescere su attività di questo tipo e deve farlo con un modello economico possibile, la formula "conto terzi" ci consente di avere rischi minori, di investire il ricavato nella formazione e nel supporto alle detenute, con l'obiettivo di vivere di ciò che facciamo. Insomma, dal bilancio non si prescinde". E, sì, anche questa è etica.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 25 dicembre 2021
Parla il cappellano dell'istituto minorile. È Natale. Le lucine sbrilluccicano nel buio da fine ottobre e si riflettono sullo specchio d'acqua che abbraccia la città, e su uno scoglio, in un piccolo pezzo di terra in mezzo al mare sorge il carcere di Nisida. È Natale anche lì, per i ragazzi che vivono dietro le sbarre dell'istituto minorile. In questi giorni si fa un gran parlare delle feste di chi vive fuori, la paura dei contagi, vietati abbracci, cenoni e brindisi, ma c'è un altro Natale quello degli ultimi, dei dimenticati.
"Qui a Nisida il Natale è sempre particolarmente strano, ma per questo più evangelico - racconta Don Gennaro Pagano, cappellano dell'istituto minorile - permette di comprendere meglio le sensazioni di quella notte in cui Gesù venne al mondo, una notte fatta di esclusione e di mancanza di posti per questo bambino, ecco forse il Natale di Nisida è un Natale nel quale tutti i ragazzi sognano un posto nel quale sentirsi al sicuro, lontano dalle strade di morte che hanno percorso fino a questo momento". Ma mettere chi ha sbagliato nella condizione di trovare il suo posto in questa società e di lasciare quindi il carcere dopo aver concluso un percorso rieducativo è compito della politica, che a Natale e negli altri giorni dell'anno pare non interessarsi a chi vive in cella. "L'assenza dei politici e la scarsa attenzione verso le strutture carcerarie pesa moltissimo - afferma Don Gennaro - perché spesso non si comprende che il carcere va ripensato, deve essere cambiato profondamente, cercando di conciliare le esigenze di giustizia. Non basta scaricare di volta in volta la colpa sull'amministrazione penitenziaria - continua - occorre ripensare il carcere, spendere i fondi per riqualificare gli istituti, perché la vera sicurezza si ottiene se si interviene sulla prevenzione e sul recupero di coloro che hanno sbagliato. Un carcere che restituisce alla società un membro più deviante rispetto al suo ingresso in carcere è un carcere che ha fallito ed è una società che ha fallito, che non ha avuto giustizia ma solo vendetta".
La Chiesa, invece, cerca di essere vicino agli ultimi, oggi il vescovo metropolita Don Mimmo Battaglia sarà a Poggioreale per incontrare i detenuti, Don Gennaro trascorrerà la giornata con i suoi ragazzi, in carcere. "In questi giorni di festa penso soprattutto a quei ragazzi che in questo momento hanno saputo di essere diventati padri o a quella ragazza che passerà il Natale qui in cella lontana dal suo bambino - racconta.
Proprio qualche giorno fa dicevo loro che devono imparare a prendersi cura di se stessi e della propria vita per far sì che ai loro figli non tocchi la stessa condanna che hanno ricevuto loro. Molti dei detenuti sono cresciuti senza genitori o li avevano, ma in carcere. Il regalo più bello che possono fare ai loro figli è distaccarsi da quell'ambiente di morte nel quale hanno sempre vissuto". Ciò che dovrebbero fare le istituzioni, invece, è ricordarsi che una società che non pensa agli ultimi è una società che non ha futuro.
di Edoardo Corasaniti
lanuovacalabria.it, 25 dicembre 2021
Scatta la solidarietà: "È repressione". Per la Questura è una misura idonea a garantire l'ordine e la sicurezza pubblica, per gli attivisti "repressione". Le parole segnano la cifra dello scontro verbale che si manifesta a Cosenza: pochi giorni fa la Questura ha chiesto al Tribunale di Catanzaro l'applicazione dell'obbligo di soggiorno nel Comune di residenza nei confronti di due attivisti di "Prendocasa", un movimento della città bruzia attivo per la rivendicazione dei diritti per la casa. Documento che fa da coda con quanto già richiesto nei mesi scorsi ad un altro attivista cosentino.
Tecnicamente il nome della misura è Sorveglianza speciale, "idonea a limitare i suoi spostamenti e a contenere il suo carattere eversivo e ribelle consentendo alle forze dell'ordine un adeguato controllo e prevenire così ulteriori condotte illecite in danno dell'ordine e la sicurezza pubblica ed il suo quieto vivere della collettività", scrive l'autorità. Dentro il burocratese, le storie di Jessica Cosenza (25 anni), Simone Guglielmelli (26 anni), studenti universitari dell'Unical: al primo è chiesta una limitazione della libertà per 5 anni, per la seconda si fa riferimento a un non precisato tempo congruo. Tre pagine in totale racchiudono la proposta. Tre pagine in cui vengono tratteggiati i tratti "ribelli alle regole democratiche" ed "eversivi" di Cosenza e Guglielmelli.
Seppur senza indicare un preciso evento che avrebbe fatto preoccupare la Polizia o la commissione di un reato scatenante, le carte evidenziano la necessità di frenare "soggetti pericolosi" per l'ordine pubblico, "colpevoli" di aver fatto parte di alcuni movimenti per la rivendicazione della casa ma in modo eclatante: occupazioni di stabili di proprietà pubblica e contestando per le vie della città. Lo scopo della misura, si legge tra le note finali della proposta, è quello di arrivare "ad un serio riscatto sociale" visto che altre misure afflittive (come la messa alla prova) non hanno funzionato: basta la carota, ora è il momento del bastone.
In più, a pesare nel fascicolo dei due attivisti, c'è anche il rinvio a giudizio incassato a novembre del 2020, quando il Gup di Cosenza manda a processo 16 imputati tra cui Cosenza e Guglielmelli. Accusati, insieme ad altri tre, di essersi associati "allo scopo di commettere più delitti e segnatamente occupazioni abusive di singoli appartamenti e di interi stabili di proprietà pubblica, il furto di risorse energetiche e violenza privata": responsabilità respinte da Prendocasa che ha sempre parlato di "un castello di sabbia ordito dalla Procura della Repubblica di Cosenza" indirizzato ad indebolire "le istanze degli ultimi e a lottare per il riconoscimento dei diritti di tutti e tutte. Come abbiamo sempre ribadito, non sarà l'azione giudiziaria ad intimorirci, fermarci o isolarci".
Oggi la lettura dei due attivisti è che "si vuole ridurre al silenzio un'esperienza politica al di là delle singole biografie. Vogliono smantellare le nostre realtà sociali. Noi crediamo che ne arriveranno anche altre. Il clima è quello, crediamo che il disegno sia questo: ridurre al silenzio. Lo si fa con una misura che richiama altro tipo di criminalità", afferma Guglielmelli a dinamopress.it; mentre per Cosenza "sicuramente la vicenda che ci vede coinvolti non è solo un attacco ai singoli, ma anche e soprattutto un attacco al pensiero democratico e alla storia di questa città, specie se si tiene in considerazione che le persone che si vogliono punire, con misure solitamente volte ad affiliati di 'ndrangheta, non sono due pericolosi criminali ma due studenti da sempre impegnati in attività sociali", dice a La Nuova Calabria.
Ad ogni modo, le istanze saranno discusse nei mesi di gennaio e febbraio, giorni in cui i tre potranno replicare tramite la voce e le argomentazioni difensive degli avvocati Giuseppe Lanzino e Maurizio Nucci.
Che cos'è la Sorveglianza speciale - La sorveglianza speciale è una misura di prevenzione che può essere applicata anche solo su indizi e senza nessuna prova a carico. Se all'Avviso orale i soggetti non rispettano le indicazioni a cambiare condotta, l'autorità può richiedere al Tribunale la disposizione della misura. Se riceve l'ok dei giudici, la sorveglianza prevede delle prescrizioni relative (anche) agli orari, ai luoghi ed alle frequentazioni che il sorvegliato deve rispettare.
Ma può prevedere il ritiro della patente, il ritiro del passaporto, il divieto di partecipazione a manifestazioni pubbliche, il divieto di frequentare altri pregiudicati, l'impossibilità di aprire attività commerciali, come ad esempio la Partita Iva. Il provvedimento è contestabile in Appello e poi in Cassazione. In più occasioni è stato sollevato il dubbio di costituzionalità sulla legislazione che regola la sorveglianza speciale, in quanto parrebbe anteporre la repressione di un soggetto rispetto alla commissione o accertamento di un reato. Il trionfo della cultura del sospetto.
L'incontro nel Salone della Provincia di Cosenza - Intanto la richiesta della Questura ha fatto suonare la sveglia del movimentismo di sinistra, pronto a denunciare ad alta voce una misura che ha la veste di sicurezza ma che all'interno si colora di "una misura repressiva e fortemente antidemocratica come questa (nient'altro che un residuo del regime fascista)", si legge nella nota firmata da Aula studio liberata, Fronte della Gioventù Comunista - Unical, Progetto Azadi.
In altri tempi si sarebbe detto la Sinistra antagonista, oggi basta ricordare che si tratta di energie che, al di fuori del cerchiobottismo dei partiti, stanno nelle piazze, tra gli studenti, con i lavoratori. Ma la vicinanza è arrivata anche da Cgil, il dipartimento di Scienze Sociali dell'Università della Calabria, il sindaco, il Pd, Luigi de Magistris, parlamentari ed europarlamentari dei 5 stelle, il presidente della provincia di Cosenza, consiglieri regionali, Fem.In.
Per ora montano le barricate al grido di "Giù le mani dalle coscienze critiche di questa terra!" e "nessuno può rimanere in silenzio!", in più dal giorno della notifica dell'atto manifestano solidarietà e complicità per i tre attivisti. La città di Cosenza è inoltre spettatrice di un'altra misura che ha fatto discutere: il decreto penale di condanna ricevuto da altri te attivisti per una passeggiata di denuncia tra i palazzi crollati del centro storico che voleva far luce sull'abbandono della parte antica della città.
Sabato scorso invece è stato il giorno del flash mob con le maschere, perché "Dietro quelle maschere non c'era nessuno, c'eravamo tutti e tutte: un'intera generazione e un'intera popolazione". L'eco ha risuonato anche nel "Salone degli specchi del Palazzo della provincia (di Cosenza, ndr)". Sala piena e nessun passo indietro: la lotta non si processa.
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 25 dicembre 2021
Anna, Matteo e gli altri: le storie e i volti di chi vive grazie ai centri che assistono i poveri nell'hinterland del capoluogo lombardo. Un mese fa Anna ha comprato un paio di stivali. Ne aveva bisogno perché è arrivato il freddo e quelli che aveva erano troppo consumati. L'ultima volta che ha acquistato una cosa per sé è stato prima della pandemia, due anni fa. Anna ha trentadue anni, i capelli scompigliati nascosti tra la giacca e la sciarpa, un sorriso da bambina. Si morde il labbro inferiore quando parla delle difficoltà che vive. Lo morde piu' forte quando parla delle aspettative che aveva e che oggi hanno trovato dimora là dove vivono i desideri destinati a non realizzarsi.
La sua famiglia è arrivata al nord da Sarno nel 1998, dopo l'alluvione, in cerca di lavoro. Anna è cresciuta in mezzo ai sacrifici, avrebbe voluto fare la parrucchiera ma i soldi a casa erano pochi e a 14 anni ha preso la licenza media e ha cominciato a lavorare. Quello che poteva: badante, lavapiatti, finché ha trovato lavoro in una cooperativa per fare le pulizie. Il lavoro era sempre poco, lo stipendio mai piu' alto di 300, 400 euro al mese. Con queste entrate ha messo su famiglia con un ragazzo anche lui addetto alle pulizie. Hanno chiesto un alloggio popolare all'Aler e cinque anni fa hanno avuto un bambino, Matteo, sperando che le cose sarebbero migliorate. All'inizio del 2020, quando è iniziata l'epidemia, Anna, suo marito e il bambino vivevano con 600 euro al mese. Oggi, quasi due anni dopo, lavorano solo qualche ora a settimana e vivono con la metà dei soldi: 300 euro al mese, a cui sottraggono 170 euro di affitto e qualche decina di euro per le bollette.
Si scaldano poco, usano la corrente elettrica solo se è necessario e per mangiare bussano alla porta de La Speranza, l'associazione di Corsico, in provincia di Milano, che da tanti anni si prende cura dei piu' vulnerabili. All'esterno dell'associazione c'è una piccola piazza, a terra ancora i resti della neve e il ghiaccio della notte che si scioglie, sul lato destro della strada le case dell'Aler, anche casa di Anna è lì. Entra a La Speranza parlando al telefono con gli assistenti sociali, chiede come fare per avere i buoni pasto, e come e se può ricevere gli aiuti per le bollette. Non perde mai il tono gioviale, non abbassa la voce per nascondere le sue preoccupazioni. Il suo sorriso, le parole con cui chiede informazioni sui sussidi, raccontano un'abitudine all'aiuto.
È con questa familiarità al sostegno che Anna saluta Pina Andrello, la presidente dell'associazione. Pina è una donna minuta, capelli corti e rossi, le mani segnate dal freddo. Mani esperte di fatica e di cura. Conosce tutti a Corsico e tutti la conoscono, perché fa questo da sempre: aiuta chi ha bisogno. Intorno a lei, pochi giorni prima di Natale, tanti pacchi di pasta, biscotti, omogeneizzati, pannolini, carne in scatola, assorbenti. Servono per riempire i pacchi delle feste per i beneficiari. Parla con tutti quelli che entrano anche solo a salutare e poi, prima che si congedino li porta in fondo alla stanza per qualche minuto. Nessuno esce a mani vuote. Pina è così: dona sempre. Dona anche a chi non chiede. E non ama la parola povero. "Le mie sono famiglie in difficoltà che cerco di aiutare in tutti i modi. La parola povero rischia di fissare la tua identità e ti porta a pensare che la situazione sia definitiva", invece Pina pensa che le persone che aiuta stiano camminando su una strada disseminata di ostacoli che prima o poi supereranno.
Ha una pila di quotidiani sulla scrivania, tra i moduli delle richieste al Banco Alimentare, i documenti Isee dei beneficiari e le bollette dell'associazione. Però nelle notizie ottimistiche sulla crescita dell'economia, nei virgoletti riportati sui giornali, Pina, non riconosce la sua realtà: "Tra reddito di cittadinanza, buoni spesa, aiuti sull'affitto e i sussidi che promettono qui non dovrebbe esserci la fila, invece ultimamente abbiamo inserito altre trenta, quaranta famiglie". Poi esita, come chi sa che le statistiche non equivalgono alla cognizione delle cose e dice: "trenta famiglie sono cento persone, eh, cento persone che o pagano la luce e il gas o danno da mangiare ai figli". Le spiega così le cose, Pina. O, o. O ti illumini o mangi. O accendi lo scaldabagno o mangia tuo figlio. O, o. Così vive anche Anna, che per raccontarsi dice di non aver bisogno di tanto - "ho la mia famiglia, mi basta quello" - Anna che a Babbo Natale, che lavora nella dimora dei sogni, chiederebbe un lavoro "così magari riesco a sistemarmi un po'".
Oggi le famiglie aiutate da Pina sono circa 300, 1200 persone. La sua associazione è una delle quattro al centro del recente rapporto di Action Aid Italia, La fame non raccontata, decine di interviste effettuate nel territorio metropolitano di Milano tra Corsico, Cinisello Balsamo, Baranzate, Rozzano un rapporto che prova a leggere e interpretare i numeri delle loro richieste di aiuto, aumentate del 95 per cento nell'ultimo anno e mezzo. Nelle associazioni coinvolte le famiglie che hanno bisogno di supporto alimentare sono passato da 670 a inizio 2020 a quasi 4 mila oggi: "I dati ci dicono che c'è un aumento strutturale delle richieste.
È vero che in molti sono tornati a lavorare ma è altrettanto vero che diverse famiglie sono cadute nella spirale della povertà, cioè in una condizione strutturale di bisogno". A parlare è Roberto Sensi, il responsabile del programma povertà alimentare di ActionAid Italia. Sensi sostiene che la povertà alimentare vada ripensata per decodificare altre povertà e non essere considerata solo un'emergenza: "In Italia manca una vera strategia di contrasto perché si considera la povertà alimentare una mera manifestazione di un bisogno materiale, e al bisogno si risponde con l'assistenza. Il tema di fondo, il tema politico, è che al di là dell'assistenza d'emergenza non esiste né una politica preventiva, né studi che tengano problemi sempre collegati tra loro: l'alloggio, il lavoro, l'accesso all'istruzione. Le infrastrutture di aiuto sono fondamentali ma dovrebbero essere l'ultimo approdo invece solo la sola risposta concreta che le persone hanno ai loro bisogni".
Nel lungo periodo questa risposta risulta inefficace perché agisce sul sintomo e non sulla patologia. E Lo dimostra il fatto che le richieste di pacchi alimentari siano aumentate nonostante l'ingente stanziamento di fondi: 500 milioni del Fead, il fondo di aiuti europei agli indigenti, che l'Italia negli ultimi sei anni ha quasi interamente speso in derrate alimentari, la legge Gadda che facilita la redistribuzione delle eccedenze di cibo, 1 miliardo 300 milioni di buoni spesa per l'emergenza. Sono risorse ingenti, ma nei fatti, come racconta Pina Andrello e come spiega Roberto Sensi, non incidono sul fenomeno.
Soddisfano il bisogno, tamponano, e in ultima analisi, deresponsabilizzano le istituzioni che dovrebbero avere una visione di lungo termine e di prospettiva. Invece non l'hanno. Quindi aiutano chi aiuta, come Pina e La Speranza, pensando che basti. Invece non basta. Perché gli studi mappano quelli che si rivolgono ai centri di assistenza, ma non si chiedono quanti ne siano rimasti fuori, quanti preferiscono rivolgersi alle reti familiari perché si vergognano: "dovremmo sostituire la lente del bisogno con quella del diritto, in modo da capire che queste richieste di aiuto sono, innanzitutto, una domanda di giustizia sociale" continua Roberto Sensi.
È qui, in posti come Corsico, impoveriti prima dalla crisi economica e poi dal Covid che striscia un malcontento che diventa prima frustrazione e poi ostilità verso l'altro. Il migrante con cui dividere la graduatoria delle case popolari, il cittadino di origine straniera con cui dividi i posti all'asilo nido. O il pacco alimentare. È in posto come questo che le persone litigano perché la torta è piccola. Però la torta non dovrebbe essere divisa in pezzi più piccoli per far mangiare tutti. Dovrebbe esserci, al contrario, una torta più grande. Più alloggi popolari, più asili, più aiuti alimentari. Un po' di più, distribuito più equamente. La fame non raccontata, che dà il titolo al rapporto di Action Aid, è una fame che parla con voce di donna. Le donne, a cui è richiesta la cura, a cui è richiesto di dare una risposta alla mancanza di cibo in casa, le donne che hanno risposto sacrificando, togliendosi, come recita il detto, il pane dalla bocca.
Martedì scorso a La Speranza c'era anche Cristina. Quarant'anni, due figlie. Un padre anziano, un fratello con problemi psichiatrici e un ex marito che ha usato la sua busta paga per chiedere prestiti che non ha ripagato. Così oggi, tolti i pignoramenti, la cessione del quinto, di quella busta paga da operatrice in un centro diurno per persone con disabilità, a Cristina restano 600 euro. Troppo pochi per vivere, troppi per chiedere il reddito di cittadinanza. "La gente ti guarda sorridere e pensa: tutto a posto, ha una vita serena. Invece no, l'epidemia ci ha rovinato ancora di piu' e io, negli ultimi quattro mesi, sono crollata". La gente pensa che sia tutto a posto, invece il sorriso di Cristina, che dice di sé di essere una guerriera, è un'armatura. Anche lei, abituata da anni a prendere il pacco alimentare da Pina, quando anche le associazioni caritatevoli hanno chiuso durante i lockdown, si è tolta il pane dai denti.
Lo spiega dicendo solo: "non avevo più le scorticine di cibo, avevo finito tutto". Significa aprire la dispensa, vederla vuota e domandarsi prima: cosa faccio adesso? e poi: perché a me? E poi farsi forza e spiegare alle figlie che chiedono "Cosa mangiamo?" che si mangiano di nuovo spaghetti con l'olio, perché "la situazione è così e mamma non ce la fa".
C'è questo dietro l'armatura di Cristina, che sorride e prega che un giorno le cose cambieranno, "perché ci sono anche io". C'è anche lei, che vuole vivere senza bisogno di armature, anche lei, un numero sulle statistiche di fine anno che vuole diventare una voce. Che a volerla ascoltare dice: aiutate chi ha bisogno.
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