di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 28 dicembre 2021
Protagonisti i giovani detenuti dell'Istituto Penale per i Minorenni Meucci. Si chiama "One Man Jail: le prigioni della mente" ed è lo spettacolo che utilizza le nuove risorse digitali per un progetto di teatro in carcere, in scena in prima assoluta sabato 8 e domenica 9 gennaio, ore 21, al Teatro Cantiere Florida. Proposto e prodotto da Compagnia Interazioni Elementari, diretta da Claudio Suzzi, lo spettacolo, grazie alla diretta streaming, materializzerà sul palco in tempo reale i giovani attori detenuti dell'Istituto Penale per i Minorenni Meucci.
La storia è quella di Frank Petroletti - interpretato dall'attore Filippo Frittelli - comico che, all'apice del successo, viene arrestato e incarcerato. All'interno della prigione, di fronte a un pubblico di detenuti ostili e disinteressati, si prepara a esibirsi nella sua ultima performance. Lo show, caustico e strampalato, lo porterà ad affrontare le proprie paure e i pensieri che lo tengono realmente prigioniero, a liberarsi dai personaggi che affollano la sua mente, per raggiungere un "altrove" forse meno rassicurante di quello che gli si vorrebbe far credere.
Lo spettacolo si inserisce all'interno del progetto "Streaming theater: un ponte tra carcere e città", percorso di educazione ai mestieri dello spettacolo e della performance tramite l'utilizzo di tecnologie digitali, che vuole andare a colmare due bisogni fondamentali di chi abita l'istituto di detenzione minorile: stabilire un collegamento con la comunità esterna e ottenere una formazione lavorativa, in grado di aprire prospettive future per i giovani detenuti, già a partire dal periodo di permanenza in carcere.
L'obiettivo principale non è solo coinvolgere i giovani detenuti del Meucci, ma anche e soprattutto sensibilizzare la comunità fuori. "Lavoriamo perché i ragazzi vengano scritturati come attori - spiega il regista Claudio Suzzi - remunerati come lavoratori dello spettacolo. Per questo sarà fondamentale distribuire lo spettacolo "One Man Jail: le prigioni della mente" in modo da farlo circuitare il più possibile nei teatri della Regione Toscana e del circuito nazionale, obiettivo ora possibile grazie alla nuova modalità di collegamento in diretta live sulla quale si base la produzione".
di Gianfranco Marcelli
Avvenire, 28 dicembre 2021
L'accordo annunciato fra i governi della Danimarca e del Kosovo, che consentirà allo Stato scandinavo di trasferire 300 detenuti dalle proprie carceri a quelle del Paese balcanico in cambio di 210 milioni di euro, ha comprensibilmente destato scalpore. È la prima volta, a memoria europea, che nel Vecchio Continente si verifica un evento del genere. C'è chi ha parlato di deportazione, chi si è spinto fino a scherzare su un nuovo modello di "delocalizzazione", chi ha gridato allo scandalo per il rischio di violazione dei diritti umani, considerando che la situazione carceraria a Pristina e dintorni non è certamente paragonabile a quella del Nord Europa.
Da Copenaghen si è giustificata l'iniziativa con la necessità di ridurre il sovraffollamento delle prigioni locali, che però, secondo le statistiche europee in materia, non sembra così drammatico. In base agli ultimi dati disponibili, in Danimarca non si supera la soglia del 100 per cento della capienza, a differenza di quanto avviene in Italia (120 per cento il tasso di occupazione) o a Cipro (135). A fine 2019, inoltre, si contavano circa 64 detenuti nei reclusori danesi ogni 100mila abitanti, contro una media europea di 112, con punte di 227 in Lituania e 203 in Repubblica Ceca (l'Italia era a quota 100).
Molto più convincente è la giustificazione di voler tagliare la presenza di immigrati, visto che nei penitenziari danesi circa il 30 per cento degli "ospiti" è straniero, a fronte di una media europea del 20. Anche se si registrano tassi ben maggiori, fino oltre il 50 per cento, in Austria e Grecia. Del resto il ministro competente ha parlato esplicitamente di un "segnale" destinato agli immigrati, perché non si illudano di poter delinquere a piacere in terra danese, sperando di potervi scontare la pena e poi rimanervi.
Il caso di "export" penitenziario potrebbe almeno contribuire a ridestare l'attenzione sulla situazione delle prigioni dell'Unione, al termine di un biennio terribile di emergenza sanitaria, che a quanti l'hanno vissuta dietro le sbarre ha senza dubbio inflitto un aggravio di sofferenza. In Italia ne abbiamo avuto un doloroso riscontro nella primavera dell'anno scorso, con la rivolta e la successiva repressione in alcune case di pena, costate anche diverse vite umane.
Purtroppo le ultime notizie dal fronte Covid non promettono certo miglioramenti a breve termine. Ma non si registrano neppure, da parte dei vertici di Bruxelles e dalle sedi parlamentari Ue, particolare interesse o speciali indicazioni destinate al mezzo milione di detenuti nei 27 Paesi membri. La loro gestione è lasciata alle amministrazioni nazionali, che dallo scoppio della pandemia in poi si sono mosse in ordine sparso. La stessa comunicazione di dati su contagi, ricoveri e decessi, così minuziosa e martellante per altre fette di popolazione, è risultata scarsa o episodica per i penitenziari.
Nei giorni scorsi è stata diffusa anche una ricerca dell'"European Data Journalism Network", sulla gestione della pandemia nelle carceri europee. Ne è emersa la conferma di provvedimenti in stretta chiave emergenziale - sospensione delle visite, regimi di isolamento rafforzati, cancellazione di ogni attività di istruzione e ricreativa - a fronte di scarsa attenzione a misure di prevenzione specifiche. Se resta valido il monito di Voltaire, secondo cui il grado di civiltà di un popolo si misura dalle sue prigioni, c'è in abbondanza di che riflettere.
di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2021
Il dossier: "Campi e respingimenti, questa la vera strategia Ue". L'Italia ha finanziato con un milione e mezzo di euro il Temporary reception Centre sul confine tra Bosnia e Croazia. Il nuovo rapporto della rete RiVolti ai Balcani spiega perché non c'è niente di veramente temporaneo e svela il volto di un'Europa che parla di quote di redistribuzione e solidarietà mentre investe sui respingimenti costruendo luoghi dove le persone sono dimenticate e i diritti fondamentali sospesi.
Non è facile dire oggi quale sia la strategia europea per i migranti, o anche solo se ne esista una ufficiale. Sul tavolo c'è la nuova proposta della Commissione europea per superare gli Accordi di Dublino e "ricostruire la fiducia tra gli Stati membri".
Ma solo a parole. Perché la solidale Europa che vorrebbe la redistribuzione dei richiedenti asilo in tutti gli stati mette subito le mani avanti e parla di "obbligo flessibile", come lo definisce la stessa Commissione. E il paese che non vuole migranti può finanziare le espulsioni operate da un altro stato membro o addirittura la "gestione dei flussi" da parte di paesi terzi. Ed è proprio quest'ultima opzione che meglio di altre si adatta a ciò che è già in atto lungo i confini esterni dell'Europa, come quelli attraversati dalla cosiddetta rotta balcanica. Il tema è al centro del nuovo dossier di RiVolti ai Balcani, rete alla quale aderiscono decine di realtà, da Amnesty International Italia alla rivista indipendente Altreconomia che ha collaborato alla stesura del rapporto, disponibile da oggi 27 dicembre (scarica).
"Lipa, il campo dove fallisce l'Europa", è il titolo del lavoro che sarà presentato oggi alle 18:30 in una conferenza online (segui la diretta) alla quale parteciperanno anche gli europarlamentari Elisabetta Gualmini e Pietro Bartolo. Il dossier analizza la strategia dietro al nuovo Temporary reception Centre (Trc) di Lipa, sull'altopiano nella municipalità di Bihać in Bosnia ed Erzegovina, al confine con la Croazia. Perché si tratta di un centro finanziato con fondi dell'Unione e di alcuni Stati membri, tra cui l'Italia. "Soldi coi quali appaltiamo al di fuori dei confini europei il compito di fermare e confinare le persone in arrivo, ben sapendo che hanno bisogno di protezione e quindi negando ciò che il diritto europeo e internazionale riconosce loro", spiega Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (Ics), che dal 1998 tutela rifugiati e richiedenti asilo nel Friuli Venezia Giulia, e autore del report insieme a Anna Clementi, Diego Saccora e al direttore di Altreconomia, Duccio Facchini.
L'articolo 33 della Convenzione di Ginevra che vieta il respingimento di richiedenti asilo verso un paese non sicuro è poco più d'un fastidio per un'Europa dove lo scorso ottobre dodici paesi hanno scritto alla Commissione europea per chiedere il finanziamento di barriere fisiche lungo i confini esterni. Perché se i muri targati Ue ancora non si vedono, già paghiamo perché in un paese confinante si costruiscano centri dove confinare i rifugiati ai quali si impedisce di chiedere asilo in Europa. Accade sul confine nord occidentale tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia, tuttora il principale snodo della rotta balcanica per l'ingresso in Europa. Ma soprattutto teatro di respingimenti, violenze e torture da parte della polizia croata, già oggetto di denunce al Consiglio d'Europa e costate a Zagabria una condanna da parte della Corte europea per i diritti umani dopo la morte di una donna respinta.
Nonostante i rischi, all'ormai noto "The Game", il passaggio della frontiera attraverso i boschi, non c'è alternativa. Perché la Bosnia non offre nulla se non la sospensione della vita e dei propri diritti. Basti pensare che negli ultimi quattro anni il paese ha riconosciuto lo status di rifugiato ad appena sette persone. Mentre sono del tutto inesistenti i programmi di integrazione sociale per gli sporadici beneficiari di protezione sussidiaria. Sarebbero circa quattromila le persone bloccate in questo limbo, comprese alcune centinaia di bambini, per lo più afghani. Numeri e fatti riportati nel dossier di RiVolti ai Balcani, "che si inquadrano nel crollo generale del sistema giuridico europeo di tutela dei diritti umani", scrivono gli autori.
E siccome le immagini delle violenze e quelle delle condizioni in cui vivono migliaia di migranti in Bosnia hanno fatto il giro del mondo, col rischio che l'opinione pubblica internazionale chieda all'Europa un esame di coscienza, l'Unione europea ha pensato bene di investire per dare al confinamento dei migranti in terra bosniaca una dignità almeno apparente. L'esperimento riguarda il nuovo campo di Lipa, già inaugurato nell'aprile 2020, chiuso per gli standard inadeguati e definitivamente bruciato in un incendio che ha distrutto le tende e lasciato all'addiaccio 1200 persone. Eventi che però non hanno impedito di continuare a considerare l'area, priva di ogni servizio e a 24 chilometri dal primo centro abitato, il posto ideale dove mettere centinaia di persone, compresi tanti minori non accompagnati.
E infatti il 19 novembre scorso è stato inaugurato il nuovo campo, il Temporary reception centre che di temporaneo ha ben poco, se non l'intenzione dei migranti di lasciarlo e tentare la sorte con la polizia croata, che tra luglio e novembre avrebbe respinto "più di 6mila persone", secondo il rapporto di sette organizzazioni presenti nel territorio. Il centro è gestito dal Servizio per gli affari esteri bosniaco in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, le agenzie delle Nazioni Unite e una serie di altri partner come Unicef e Croce Rossa. Mentre i soldi li mette l'Europa. L'Ue al 50 percento e poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l'Italia, con 1,5 milioni di euro dei quali 80mila euro per dotare il campo di acqua ed elettricità, 422mila euro per costi operativi nell'arco di 16 mesi e un milione per "raccolta dati, monitoraggio e analisi dei flussi delle persone in transito nel Paese", si legge nel rapporto.
Soldi europei e italiani per un luogo la cui collocazione isolata già basta a ledere una serie di diritti, soprattutto quando si tratta di minori ai quali non sono garantiti nemmeno i principi sanciti dalla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, come quello che tutela il loro "sviluppo fisico, mentale spirituale, morale e sociale", per non parlare del diritto all'istruzione. Quanto alla "temporaneità", secondo RiVolti ai Balcani si tratta di un falso. "Se le persone non rischiano il Game possono restare nel campo per un tempo indefinito e senza che nulla sul piano giuridico e umano si evolva", spiega Gianfranco Schiavone, ricordando ancora una volta come in Bosnia le istanze di asilo accolte si contino sulle dita delle mani e la totale assenza di programmi di reinsediamento verso l'Ue o altri paesi, anche nei casi più vulnerabili.
"L'unica strategia è quella di nascondere le persone in questi centri, dove la vita è sospesa e ben isolata da un qualsiasi contesto sociale", continua Schiavone. E poi: "Mi sembra ci sia una gran voglia di considerare la Bosnia, paese dilaniato e sull'orlo dell'implosione, un "paese sicuro" dove poter respingere i migranti per confinarli nelle condizioni descritte nel rapporto". Tornando alla strategia europea, il dossier chiarisce perché quella dei respingimenti e dei campi come Lipa "sembra divenuta la principale risposta che l'Unione europea voglia fornire in relazione alla gestione dei flussi migratori ai suoi confini".
E ancora: "Lipa non è né un centro di prima accoglienza, né un centro per coloro che chiedono asilo", ma un luogo dove la situazione dei presenti "può evolvere solo con la sparizione della persona che riesce a "passare" il confine a prezzo di sofferenze indicibili o con la sua decisione di modificare la rotta".
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 28 dicembre 2021
Solo quest'anno più di 32mila persone sono state riconsegnate alla cosiddetta guardia costiera libica e poi affidate agli stessi aguzzini dai quali fuggivano. La strage nel Mediterraneo non si ferma. Ancora decine di cadaveri che il mare restituisce impietoso, sulle spiagge della Libia come su quella della Grecia qualche giorno fa, davanti agli occhi di un mondo distratto: una strage evitabile, quella di chi fugge dall'inferno libico, pervicacemente consentita dai governi.
La comunità internazionale, l'Ue e l'Italia in prima fila, continua ad occuparsi di una guerra senza fine, quella libica, non per promuovere un processo di pace difficile, ma per una stabilità che serva ad impedire a chi fugge dalle galere e dai campi di concentramento di mettersi in salvo, affidandoli alle stesse milizie che si contendono il controllo del territorio e i nostri finanziamenti.
Il nostro malinteso interesse nazionale ha prevalso sui diritti umani delle persone coinvolte: più naufraghi abbiamo bloccato o riportato indietro, maggiore è stata la soddisfazione dei ministri e dei governi che si sono succeduti in questi anni, anche quelli di centro sinistra purtroppo; meno ne arrivano sulle nostre coste più ne rimangono nelle carceri libiche a subire torture, stupri, ad essere venduti come schiavi, a morire. Non c'è nulla di cui essere soddisfatti. Respingimenti illegali delegati a milizie senza scrupoli che fingono di intervenire per salvare quelli che dovrebbero essere naufraghi e che sono invece prede, materia di scambio e di ricatto.
Dal 2017, anno della firma del famoso memorandum Italia-Libia, promosso dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti, sono state riportate indietro più di 82 mila persone che fuggivano dalla violenza e dalla morte. Solo quest'anno più di 32 mila persone sono state riconsegnate alla cosiddetta guardia costiera libica e poi affidate agli stessi aguzzini dai quali fuggivano.
Un tragico gioco dell'oca dove chi fugge torna alla casella iniziale, un vero lager, con la complicità della comunità internazionale, dei governi europei, dopo un lungo e pericoloso viaggio, che spesso ha un epilogo ancor più tragico, come ci dimostrano i cadaveri affiorati sulle coste libiche nelle ultime ore.
L'Onu, numerose istituzioni internazionali e organizzazioni indipendenti, oltre che diversi tribunali italiani, hanno più volte denunciato le violazioni dei diritti umani in Libia; eppure il nostro Parlamento, con poche ma onorevoli eccezioni, ha votato senza indugio il rifinanziamento di quelli che tutti riconoscono essere crimini contro l'umanità. Una contraddizione che, davanti all'ennesima strage, speriamo possa indurre almeno le forze democratiche a cancellare questa pagina vergognosa della nostra storia politica recente.
Dopo la scelta scellerata con la quale l'Italia è riuscita a far riconoscere la Libia come Paese capace di garantire interventi di ricerca e salvataggio in un ampio specchio di mare davanti alle sue coste, l'assenza di interventi adeguati ha aumentato la pericolosità di quello che continua a essere il mare più mortifero del pianeta.
Sempre prendendo come riferimento il 2017, 11 mila persone sono morte da allora nel tentativo di arrivare in Europa, quasi 2 mila solo in questo 2021 che sta per finire. Intanto l'Ue si organizza, con il Patto Europeo per l'immigrazione e l'asilo, per rendere legali politiche oggi vietate e per le quali i governi sono stati più volte condannati da tribunali nazionali e internazionali. È un cinismo davvero impressionate: anziché ricercare soluzioni giuste e praticabili, canali d'accesso legali e sicuri, si scrivono norme con l'obiettivo esplicito di rendere legittimi comportamenti oggi illegali, come respingimenti e rimpatri verso Paesi in conflitto.
Fermare la strage è possibile, ma bisogna invertire decisamente la rotta: oggi nella gestione delle politiche per l'immigrazione e l'asilo prevale l'ideologia delle destre xenofobe. L'auspicio è che nel 2022 le forze democratiche lascino la subalternità alla strada del razzismo e delle discriminazioni e imbocchino quella dei diritti e dell'uguaglianza.
di Sara Gandolfi
Corriere della Sera, 28 dicembre 2021
Adunni vive in un villaggio e viene ceduta dal padre a un marito vecchio: comincia così il romanzo d'esordio della scrittrice nigeriana: "Ho voluto che parlasse un inglese sgrammaticato, in lei si riflette ancora la storia di tante ragazze del mio Paese".
All'improvviso succede. A un certo punto del libro, non vedi l'ora di sapere come va a finire e al contempo vorresti che quelle pagine non finissero mai. È il privilegio di incontrare un'ottima scrittura (e un'eccezionale traduzione) ma anche la sorpresa di calarsi in un linguaggio sapientemente sgrammaticato che ti colpisce come un risveglio improvviso. Leggere "La ladra di parole", di Abi Daré (casa editrice Nord, 368 pagine, 18 euro) significa scoprire un'altra umanità che ignoriamo, o forse solo fingiamo di non conoscerne l'esistenza. Fin da pagina 43 quando la protagonista, la nigeriana Adunni, viene "venduta" ad un vecchio marito dal suo stesso padre, che dice: "Da oggi e per sempre, questa è tua moglie, ti appartiene. Fanne ciò che vuoi. Usala finché non sarà inutilizzabile. E tutti ridevano".
Il romanzo parla di spose bambine, di poligamia, di violenza e stupri legittimati dalle nozze, di istruzione negata alle femmine, di schiavitù e, finalmente, di riscatto. Il testo è una scossa emotiva, anche per gli strafalcioni che accompagnano la lotta quotidiana di Adunni, dal villaggio di Ikati, nel cuore della Nigeria, fino alla caotica Lagos. La sua ricerca di una voce, della sua voce, cresce a mano a mano che migliorano la sua abilità linguistica e la sua forza interiore.
Le "tradizioni" che danneggiano le donne - Ma di cosa hanno più bisogno le donne in Africa oggi? La domanda a bruciapelo sorprende Abi Daré, nigeriana di nascita e britannica d'adozione, esponente di spicco di quella nuova ondata di scrittrici africane che sta conquistando le classifiche letterarie mondiali. "Cominciamo dalle ragazze", risponde.
"Non devono lavorare, non devono essere costrette ad abbandonare gli studi per procurare denaro alla famiglia. Non dovrebbero essere rapite quando vanno a scuola come le 500 ragazze di Chibok (prese in ostaggio da Boko Haram nel 2014, ndr). L'educazione non dovrebbe essere vista come un'arma per fare fuori gli uomini, ma come uno strumento per trasformare le ragazze in donne indipendenti, restituire ricchezza all'economia nazionale e dare impulso alla crescita.
E ovviamente le ragazze dovrebbero raggiungere una giusta età prima di contrarre matrimonio, e mai essere obbligate a sposarsi. Per quanto riguarda le donne adulte, è necessario dare loro l'opportunità di parlare, di dimostrare quanto valgono". Abbiamo incontrato Abi Daré durante la sua recente visita in Italia. Una donna bella e fiera. La ladra di parole è il suo primo libro, un successo globale a cui lei, trapiantata a Londra appena diciottenne, non era preparata: "È nato durante un master di scrittura: dovevo raccontare una storia per l'esame finale, poi la protagonista Adunni ha cominciato ad avere vita propria".
Nuovo linguaggio - Un romanzo pieno di humor e di un inglese "meticcio" che ne è la vera grande forza. "Parla una ragazza cui è stato negato il diritto all'educazione. Ho pensato ad alcune giovani che avevo conosciuto quando vivevo in Nigeria, domestiche che venivano dai villaggi rurali, come Adunni. Tutte avevano un modo personalissimo di navigare in un linguaggio che non era il loro. Ho preso in prestito qualcosa, così come ho "rubato" molte parole dalla traduzione letterale inglese della mia lingua madre, lo yoruba (ad esempio, mal di testa diventa "la mia testa mi sta rompendo") o frasi che diceva mia figlia di due anni".
Così "niente" diventa "gnente", "neanche" è "nenanche". Altre volte è l'intera frase che si sovverte e diventa sovversiva in un inglese contaminato sia a livello grammaticale che sintattico. Metti insieme tutte queste fonti e ne esce il linguaggio di Adunni, che vuole a tutti i costi imparare l'inglese per sentirsi grande. Finché scopre che padroneggiare quella lingua "ufficiale" non la trasforma in un'adulta di successo. A mano a mano che la storia si srotola, l'ex sposa bambina diventata domestica-schiava si rende conto che un sacco di gente nella grande città parla un inglese perfetto eppure fa scelte di vita orribili. Soprattutto, apprende che tutte le donne soffrono, almeno finché non trovano "la voce".
È un pezzo di storia contemporanea. Molte ragazze in Nigeria e in tanti altri Paesi dell'Africa sono costrette a lavorare come domestiche nelle case dei ricchi e spesso vengono abusate. Molte ragazze vengono costrette a lasciare la scuola per sposarsi subito dopo il menarca. Molte sono costrette a condividere il marito e a subirne i soprusi. Come Adunni. In Nigeria dal 2003 esiste una legge nazionale che vieta il matrimonio infantile ma i singoli stati devono farla propria e tanti non si sono ancora adeguati.
Le spose bambine - "Si stima che il 17 per cento delle ragazze, soprattutto nel Nord del Paese, si sposi prima dei 15 anni", assicura Abi Daré. Anche la poligamia è di fatto accettata: per legge un uomo può sposare davanti ad un giudice solo una moglie, ma può contrarre matrimonio tradizionalmente con altre. "Perché in Nigeria c'è il sistema legale, il sistema tradizionale e anche la Chiesa. Il che rende tutto molto complesso".
Il tema centrale resta l'educazione. Come se un buon libro fosse il nuovo principe per le Cenerentole contemporanee. "Un piccolo aiuto come una borsa di studio può fare una grande differenza nella vita di una ragazza. Se il governo di Abuja o le aziende dei combustibili fossili presenti in Nigeria facessero un piccolo sforzo in questo senso potrebbero davvero cambiare le cose a moltissime giovani". È un'Africa che cambia, lentamente.
"Le nuove generazioni hanno meno paura di esprimere le proprie opinioni, mentre quando io ero ragazza non si mettevano mai in discussione gli adulti, né si facevano domande scomode", assicura Abi Daré. I giovani sono cresciuti con Internet e i modelli occidentali, spesso hanno cercato fortuna altrove, però amano e rilanciano l'africanness.
Tema che ritroviamo nelle treccine di Ifemelu, la protagonista del pluripremiato Americanah di Chiamamanda Ngozi Adichie (Einaudi, 466 pp., 21 euro) o nella forza di Yejide, protagonista del bellissimo Resta con me di Ayobami Adebayo (La nave di Teseo editore, 324 pag., 18 euro). Storia di una donna nigeriana e del suo uomo, e di tutto quello che gira loro intorno. La suocera, la seconda moglie di facciata, la fatica di avere ad ogni costo un figlio.
Nuovi orizzonti - "Conoscevo diverse donne che, come Yejide, non avevano figli nei primi anni dopo le nozze. Alcuni di quei matrimoni si sono conclusi con il divorzio, molti altri sono diventati poligami, solo uno ha superato un decennio. Volevo esplorare come l'infertilità potesse avere un impatto così drastico su un matrimonio, anche quando la coppia è davvero innamorata" ci ha detto in un'intervista Ayobami Adebayo. "Volevo testimoniare la vita di chi, come Yejide, resiste e sopravvive". È così difficile essere donna in Nigeria? le abbiamo chiesto.
"Penso che sia ancora difficile essere una donna nella maggior parte del mondo. Le manifestazioni di misoginia possono differire da continente a continente, ma le idee fondamentali che motivano atteggiamenti e comportamenti prevenuti nei confronti delle donne persistono ovunque", ha risposto Ayobami Adebayo. La scrittrice nigeriana, però, ha preferito non rispondere alla domanda sulla poligamia tradizionale che ancora resiste in Nigeria, e in altre parti del mondo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 28 dicembre 2021
Emozionante. Profondo. Drammatico. "Non siete stati ancora sconfitti", il diario dei pochi momenti di libertà e di lunghi periodi di carcere di Alaa Abd el-Fattah, può essere descritto con molti aggettivi. Ma "potente", quello che ha usato Wired Italia, è il più adatto.
La potenza del libro del più noto dissidente egiziano, tra i promotori della rivoluzione del 2011, sta nel dettaglio degli eventi di cui l'autore è stato non solo testimone ma anche protagonista; nella spietata analisi del sistema repressivo che l'ha spesso intrappolato; nella lucidità delle proposte per favorire un cambiamento, non solo nella situazione dei diritti umani ma nel quadro politico e sociale dell'Egitto. Dopo la condanna a cinque anni inflittagli il 20 dicembre da un tribunale d'emergenza, è ancora più urgente leggere il pensiero di Alaa Abd el-Fattah. Questo pomeriggio, alle 17.30, sul canale You Tube di Hopefulmonster, l'editore italiano, si svolgerà una presentazione online. Tra le prossime, auspicabilmente in presenza, segnaliamo già l'appuntamento del 25 gennaio a Bologna, presso il Centro Studi Amilcar Cabral.
di Stefano Liburdi
Il Tempo, 28 dicembre 2021
Due diversi tipi di prigionia, un incontro e un linguaggio universale: la musica. Corpi e menti si lasciano andare e sono finalmente liberi, almeno per qualche istante. Questo è quello che è accaduto nella Casa di reclusione di Paliano, in provincia di Frosinone, durante l'evento "Musica dentro... e fuori", dove i detenuti, prigionieri di quattro mura, e gli ospiti della struttura di riabilitazione psichiatrica Johnny & Mary, prigionieri di confini diversi, hanno suonato e cantato insieme.
Il carcere di Paliano è un istituto particolare innanzitutto perché l'edificio è una vecchia fortezza dal grande valore artistico del XVI secolo, che da un colle alle pendici dei Monti Prenestini ed Ernici domina il paese e l'intera Valle del Sacco e poi perché al suo interno sono reclusi i collaboratori di giustizia che stanno compiendo il loro difficile percorso che li porterà, una volta scontata la pena, a una vita diversa, per molti con una nuova identità.
Da due anni all'interno del penitenziario si svolge Musica Dentro, un laboratorio di musicoterapia condotto dalla musicoterapeuta e musicista Silvia Riccio che vanta un'importante esperienza nel carcere romano di Regina Coeli. "La musicoterapia è una disciplina che utilizza l'elemento sonoro-musicale per favorire la comunicazione e la relazione. In ambiente carcerario facilita il raccontarsi, favorisce la libera espressione di stati d'animo, emozioni e sentimenti", ci spiega la Riccio che aggiunge: "La musica è un codice universale che permette di andare oltre la parola. Il linguaggio musicale insegna ai detenuti nuove modalità di relazioni favorendo un clima non ostile e competitivo ma empatico".
Silvia poi spiega come nasce l'idea di questo evento per festeggiare e rendere così emozionante il Natale: "La riabilitazione può essere maggiormente favorita se prevede scambi e connessioni anche con comunità e realtà esterne alle mura carcerarie. Così da qualche mese il laboratorio, per volontà della Direttrice della casa circondariale dott.ssa Anna Angeletti, ha accolto un piccolo gruppo del centro di riabilitazione psichiatrica Johnny & Mary del territorio, accompagnato dall'attentissimo amministratore Vincenzo Prisco e suo figlio Diego, batterista".
I pochi e fortunati spettatori ammessi, sono accompagnati e fatti accomodare, nel pieno rispetto delle regole anti-Covid, in uno dei due lati lunghi di un'antica sala, fatta di mura spesse e bianche. Sul soffitto un affresco impreziosisce l'ambiente. Seduti sul lato opposto, a guardare dritto negli occhi, una ventina tra detenuti e ragazzi in cura, tutti con un cappello da Babbo Natale e uno strumento di percussioni accanto. A sinistra alcuni detenuti pronti ad assistere allo spettacolo e a destra un piccolo palco con batteria, chitarra elettrica e acustica, tastiera e basso. Unici ornamenti una stella di Natale davanti alla tastiera e delle cornici sulle pareti con all'interno le stampe di alcuni articoli della Costituzione.
Tutto pronto per iniziare, mancano solo due attesi spettatori che però sono rimasti prigionieri (anche loro) del traffico natalizio sull'autostrada. Si tratta di aspettarli facendo passare una decina di minuti, massimo un quarto d'ora. Allora viene chiamato a gran voce il nome di un detenuto. Lui sorride, attende qualche secondo, si alza e comincia a recitare barzellette con una mimica facciale e un'ironia che in un istante catturano il pubblico. Anche i suoi compagni ridono di gusto a quelle battute che chissà quante volte hanno già ascoltato in quei lunghi giorni sempre uguali.
L'attesa è volata e adesso è tutto pronto per iniziare. Silvia Riccio dà le ultime indicazioni e la Marcia di Radetzky di Johann Strauss segna il via all'incontro. Mani sbattute tra loro e sul corpo, piedi che picchiano sul pavimento, creano un'unica musica capace di far entrare subito lo spettatore nell'atmosfera voluta. Poi è la volta di un brano composto da un partecipante al corso e gli applausi sono lunghi e sinceri. La musica si fa sempre più corale e avvolgente così come le emozioni dominano i presenti. Finito lo spettacolo sono sorrisi, complimenti per tutti e uno scambio di doni.
"Credo nell'incontro tra persone - dice emozionata la direttrice Angeletti - alla loro connessione. Quando questo avviene, rende la mia vita piena di significato". Poi aggiunge: "Questa è una goccia nell'oceano, ma se questa goccia non ci fosse, cosa sarebbe l'oceano?". Per Vincenzo Prisco "questa è una casa che incontra un'altra casa qui dentro. I ragazzi hanno navigato in acque tempestose, adesso si ritrovano in acque più tranquille, ma ora bisogna costruire degli approdi, altrimenti tutto questo lavoro sarà inutile".
Concetto espresso anche dal Garante Regionale dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia: "Dovremo vivere insieme fuori da qui. Occorre quindi costruire un legame per una vita migliore".
I detenuti e i ragazzi della comunità ringraziano Silvia e chi ha permesso tutto questo e salutano, ma il pubblico vuole prolungare un momento che rimarrà dentro ognuno di loro e chiede il bis. La Marcia di Radetzky risuona nella sala. Questa volta però a creare musica sono tutti i presenti nella sala che si muovono e battono mani e piedi rilasciando un unico suono, uniti come se fossero tutti una sola cosa.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2021
Nella parte del mondo di cui si occupa questo mio blog, dal Marocco fino all'Iran passando per Egitto e Israele, migliaia di prigionieri che mai avrebbero dovuto entrare in un carcere vi termineranno il 2021. Le loro storie sono state raccontate in questi anni ma, nell'ultimo post di quello che sta finendo, voglio ricordarne alcune.
In Iran, lo scienziato Ahmadreza Djalali è ancora nel braccio della morte e rischia l'esecuzione. Il 14 gennaio compirà 50 anni. Gli ultimi quattro compleanni li ha trascorsi lontano da sua moglie e dai suoi due figli.
Di anni in prigione ne ha trascorsi ormai quasi dieci il blogger saudita Raif Badawi. È quasi giunto alla fine della condanna e si spera possa tornare libero il prossimo anno. Chi non uscirà dalla prigione, se non interverranno con un provvedimento di grazia le autorità del suo paese, è Abdulhadi Al-Khawaja, il più importante difensore dei diritti umani del Bahrein, che sta scontando un ergastolo inflittogli per aver denunciato la repressione delle proteste del 2011.
Nelle prigioni del Medio Oriente e dell'Africa del Nord sono molti i giornalisti in carcere. Uno di loro è l'egiziano Ismael Alexandrani, "colpevole" di aver indagato sul conflitto che nella penisola del Sinai oppone gruppi armati islamisti e forze di sicurezza del Cairo. In Marocco c'è Omar Radi, la cui storia è diventata nota nel contesto dello "scandalo Pegasus", il software prodotto dall'azienda israeliana NSO Group utilizzato per spiare dissidenti, attivisti e per l'appunto operatori dell'informazione.
Sempre spiato da Pegasus è stato l'attivista emiratino Ahmed Mansoor, che sta scontando una condanna a 10 anni solo per esserci occupato di diritti umani. Chiudo questa amara rassegna della repressione con la storia di Entesar al-Hammadi, la modella dello Yemen che si è presa cinque anni di carcere per aver sfidato norme e costumi del gruppo armato huthi, che controlla parte di un paese ridotto a pezzi da sei anni e mezzo di guerra.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Mihaela Iordache
balcanicaucaso.org, 28 dicembre 2021
Sono oltre 21mila i detenuti nelle carceri romene alloggiati in un totale di 45 strutture. Quali sono le condizioni di detenzione? E quanto ha influito la pandemia sulla situazione carceraria in Romania? Lo abbiamo chiesto a Georgiana Gheorghe, direttrice esecutiva dell'Associazione per la Difesa dei Diritti dell'Uomo in Romania - Comitato Helsinki.
Da quando APADOR-CH si occupa dei penitenziari in Romania?
Abbiamo alle spalle 31 anni di attività. Da 26 monitoriamo le condizioni delle carceri in Romania.
Quanti detenuti vi sono in Romania e quanti penitenziari?
Sono 21.459 detenuti e 35 penitenziari. A questi si aggiungono gli ospedali e i centri di detenzione per minorenni di Craiova e Tichilesti. Quindi, alla fine, parliamo di un totale di 45 strutture.
Come effettua APADOR-CH questo monitoraggio delle condizioni di detenzione in Romania e con quali difficoltà?
Di solito andiamo a monitorare con dettaglio e sul campo le condizioni di detenzione in cui vivono i detenuti. Purtroppo l'ultima volta che abbiamo effettuato questo monitoraggio in presenza è stato nel giugno del 2019: dall'inizio della pandemia gli incontri si sono infatti svolti solo online. Vorremmo poter tornare agli incontri in presenza anche tenendo conto che molti detenuti sono vaccinati (circa il 70% secondo i dati dell'Autorità Nazionale dei Penitenziari). Sino ad ora nella nostra attività non abbiamo incontrato mai difficoltà. L'Autorità Nazionale dei Penitenziari (ANP) è sempre stata aperta alle nostre visite sia prima che durante la pandemia. Prima della pandemia potevamo andare in qualsiasi momento, le nostre visite venivano effettuate senza preavviso. Ora, quando monitoriamo online, dobbiamo prima notificare, per ragioni tecniche: le connessioni video dei penitenziari sono utilizzate anche ad altri scopi oltre che alle conversazioni con APADOR-CH.
Quanti incontri online avete avuto con i detenuti?
In questo momento stiamo lavorando ad un ampio progetto, finanziato dalla Commissione europea, tramite il quale ci siamo proposti di intervistare 1000 detenuti in tutto il paese, da 25 penitenziari differenti. Abbiamo già fatto quasi metà di queste interviste. È un progetto in collaborazione anche con altre organizzazioni europee da Bulgaria, Grecia e Belgio. Questo progetto non è solo collegato alle condizioni di detenzione, ma riguarda anche i diritti processuali e il modo in cui sono stati rispettati i diritti dei detenuti prima di essere condannati.
Come è stata gestita la pandemia nei penitenziari della Romania?
I primi casi di Covid 19 sono stati individuati a settembre dello scorso anno, cioè dopo qualche mese dalla comparsa della pandemia in Romania. Appena sono state allentate le restrizioni e le misure contenitive, dal maggio 2020, i detenuti in regime aperto e semiaperto sono potuti tornare al lavoro e in seguito al contatto con l'esterno sono aumentati anche i casi di infezioni di Sars-Cov 2. Sono 5 ad oggi i detenuti deceduti a causa del virus.
Come ha inciso la pandemia sul diritto del lavoro dei detenuti?
Durante le restrizioni causate dalla pandemia, i detenuti non hanno più potuto esercitare il diritto al lavoro. Questa situazione ha limitato di conseguenza la possibilità di libertà condizionata dato che i detenuti ottengono crediti per il fatto di lavorare e hanno la possibilità di presentarsi prima davanti alla Commissione per la libertà condizionata. In questo periodo infatti nessuno offriva più posti di lavoro e la situazione si protrae tutt'ora. La mancanza di posti di lavoro ha avuto un impatto negativo anche per la salute mentale dei detenuti.
Quali sono i principali problemi con i quali si confrontano i detenuti? La Romania è uno dei paesi con la maggior parte delle condanne della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) in merito alle condizioni nelle carceri...
Durante le interviste online i detenuti hanno sollevato spesso il problema della mancanza di posti di lavoro. Generalmente sollevano problematiche che esistevano già anche prima della pandemia, ma ora si sono aggravate. Tra le principali il sovraffollamento delle carceri.
Quanto sono sovraffollate le carceri in Romania? Ci sono ancora situazioni di detenuti che dormono nello stesso letto?
Non ci sono più queste situazioni. Ci sono però ancora letti a castello su tre livelli. Il grado di sovraffollamento è del 124,38% per uno standard di 4 mq a testa, richiesto dal Comitato per la prevenzione della tortura. La Corte Europea per i Diritti dell'Uomo ha invece stabilito un minimo più basso, di 3 mq. Alcuni penitenziari sono più affollati di altri. Ad esempio, a Iasi, l'indice di occupazione è del 184%, a Deva del 60%. Anche all'interno di uno stesso penitenziario non vi è spesso omogeneità.
Avete notato progressi per quanto riguarda il sovraffollamento nei penitenziari romeni?
Rispetto a 2017 e anche prima, si sono fatti progressi. Tuttavia non posso non sottolineare che da quando è iniziata la pandemia si nota una lieve ma costante controtendenza per quanto riguarda l'indice di sovraffollamento. Ad esempio, se nel 2019 vi era un indice di sovraffollamento del 111%, ora parliamo del 124%. Ci sono penitenziari dove ho notato miglioramenti visibili, alcuni sono stati interamente ricostruiti, ma ci sono anche penitenziari dove il problema del sovraffollamento non è stato risolto. Ci sono tanti detenuti che si trovano costretti in venti in una stanza e dove non viene rispettato il minimo dei 3 mq. Anche i cortili per le passeggiate sono spesso piccoli. Alcuni detenuti si lamentano di non avere accesso a programmi di formazione. I detenuti denunciano spesso cimici in camera e che l'acqua calda non è sufficiente. Generalmente vengono concesse due ore al giorno di acqua calda che non sono sufficienti per una stanza di venti detenuti. Vi sono poi penitenziari dove mancano i medici. Oltre il 50% dei posti per i medici disponibili sono effettivamente occupati nelle carceri. Per tutti i penitenziari romeni vi sono solo 11 psichiatri.
Possiamo affermare che la Romania ha le peggiori condizioni carcerarie tra tutti i paesi dell'UE?
Non potrei fare questa affermazione perché non conoscono i dettagli che riguardano gli altri penitenziari dell'UE. Posso però dire che in Romania si sono fatti progressi significativi ma allo stesso tempo c'è ancora molto lavoro da fare. In termini generali l'Autorità Nazionale mostra interesse in questo senso. Questa cosa la dicono anche i detenuti con cui ho parlato in questo periodo.
Quali fondi sono destinati ai detenuti in Romania?
È un calcolo complicato ed è una cifra che ha più componenti. Posso però dire che queste considerazioni economiche spesso non vengono utilizzate correttamente nel dibattito pubblico. Occorre considerare che le risorse allocate sono in fin dei conti destinate alla riabilitazione dei detenuti ed è interesse di tutti investire su come il detenuto sarà in grado di reintegrarsi quando tornerà in società.
Ci sono state polemiche nello spazio pubblico su questo tema?
Il discorso legato alle condizioni di detenzione non è molto popolare in Romania. Ma va sottolineato che i detenuti scontano la loro pena con la reclusione nei penitenziari - questo lo sancisce anche la Convenzione Europea dei diritti dell'uomo - e non dobbiamo punirli ulteriormente, sottoponendoli a condizioni umilianti e degradanti.
In quale misura possiamo parlare di riabilitazione dei detenuti?
Difficile misurare... Riabilitazione significa avere accesso alla formazione ecc. Di recente ho parlato con detenuti che dicevano di essere felici di avere l'opportunità di continuare i loro studi.
La Romania è stata condannata dalla CEDU nel caso Flaminzeanu per aver violato il diritto all'istruzione. Lo stato romeno è stato obbligato a pagare danni morali un valore di 2000 euro...
Sì, al signor Flamanzeanu è stato violato il diritto all'istruzione. Abbiamo ancora molto lavoro per quanto riguarda il sistema di riabilitazione, sono molte le cose da migliorare per quanto riguarda l'istruzione, per quanto riguarda le attività socio-educative, l'accesso al lavoro... Ci sono paesi, come la Norvegia, che puntano molto sulla riabilitazione. Ma parliamo di una società con molte risorse che si permette di avere condizioni di detenzione che forse noi, spesso, non abbiamo neanche nelle case private.
Vi è una riforma in corso del settore?
I primi segnali di riforma si sono avuti nel 2012 ma soprattutto dal 2017, da quando si è avuta la sentenza pilota della CEDU "Rezmives e c.": lo stato romeno ha posto più attenzione per risolvere i problemi nei penitenziari. Esiste un piano di azione per il periodo 2021-2025. È articolato e ben fatto. Se riuscissimo a fare le cose che vi sono previste sarebbe ottimo. Sembra che ci sia la volontà da parte dell'Autorità Nazionale per i Penitenziari di migliorare la situazione.
Si verificano frequentemente abusi nelle prigioni della Romania?
In genere no. Vi sono eccezioni, ma generalmente questo tipo di problemi sono stati risolti. E il ruolo di alcune istituzioni, come l'Avvocato del Popolo - sotto il quale funziona il Meccanismo Nazionale per la prevenzione della tortura - sono serviti in tal senso. Riceviamo anche delle visite del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, ma è anche la società civile a monitorare e segnalare questo tipo di abusi. I detenuti inoltre possono fare segnalazioni, possono scrivere e rivolgersi alle istituzioni e alle associazioni. Ci sono quindi meccanismi tramite i quali questi abusi possono essere evitati. Non siamo più nel periodo comunista quando i detenuti erano torturati e l'ambiente penitenziario era un ambiente sigillato verso l'esterno. Ci sono ancora però casi in cui la polizia penitenziaria utilizza una forza eccessiva e altri in cui i detenuti si aggrediscono tra di loro. La mia impressione è che se questi fatti esistono, ma sono eccezioni non la regola.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 28 dicembre 2021
Pena aumentata rispetto alla sentenza del 2020. L'uomo quasi 66 enne ha dedicato metà della sua vita a documentare la repressione staliniana. Guidava l'ufficio in Carelia di Memorial, la storica ong che questa settimana rischia lo scioglimento. L'accusa: "violenza sessuale su una minore". Familiari e ong: "Processo montato ad arte".
Continua l'odissea giudiziaria dello storico dei Gulag Jurij Dmitriev. Il capo dell'ong Memorial in Carelia, noto per aver individuato a Sandormokh le fosse comuni dove furono sepolte 9mila vittime di Stalin e per aver stilato una lista di 40mila persone giustiziate o deportate in Carelia, è stato condannato a 15 anni di carcere per "violenza sessuale nei confronti di un minore", due anni in più rispetto alla sentenza emessa nel 2020 nell'ambito dello stesso caso. Un processo montato ad arte, secondo familiari e ong, per impedirgli di indagare sulle repressioni di Stalin e dare un nome alle vittime.
L'udienza di oggi lunedì presso un tribunale di Petrozavodsk in Carelia, regione nel Nord della Russia, è solo la prima di tre udienze che vede sul banco degli imputati Memorial, la storica ong per i diritti umani e la memoria delle vittime del Grande Terrore, fondata tra gli altri dal premio Nobel per la pace Andrej Sakharov. Domani martedì e dopodomani mercoledì si terranno due distinti processi che ne chiedono lo scioglimento. Processi che vengono considerati il culmine di un anno che ha visto una repressione senza precedenti con attivisti incarcerati o costretti all'esilio e media e ong silenziati.
"La vicenda di Dmitriev è la più eclatante delle azioni messe in atto contro vari operatori della memoria delle repressioni sovietiche in Russia negli ultimi anni e che ha portato alla recente richiesta di liquidazione di Memorial Internazionale. Le accuse nei confronti di Dmitriev sono state smontate da avvocati ed esperti in due processi precedenti, processi cancellati ogni volta e fatti ripartire", commenta a Repubblica Andrea Gullotta, presidente di Memorial Italia. "Dmitriev viene condannato per accuse dalle quali è stato assolto due volte: è evidente l'accanimento nei confronti di una voce indipendente, capace di recuperare dall'oblio i nomi e le biografie di migliaia di vittime innocenti dello stalinismo. Il segnale in arrivo oggi da Petrozavodsk è chiaro: voci come la sua, libere e basate su una valutazione oggettiva dei documenti storici, non possono avere più spazio nella Russia odierna".
Dopo aver scavato negli archivi per metà della sua vita, nel 1997 Dmitriev era riuscito ad individuare le fosse comuni dove tra il 1937 e il 1938 vennero sepolte oltre 9.500 vittime di Stalin. Da allora ha cercato di documentare ogni singola storia. Finché nel 2016 non è stato arrestato perché il suo computer conteneva foto della figlia adottiva allora undicenne nuda. Dmitriev aveva assicurato che le foto avevano il solo scopo di seguire la crescita della ragazza e di difenderlo da eventuali accuse di maltrattamenti. Era stato assolto nel 2018, ma dopo diversi processi, era stato condannato a 13 anni di carcere, pena aumentata a 15 anni oggi lunedì.
Secondo colleghi e attivisti, l'obiettivo del processo è infangare Dmitriev per distogliere l'attenzione dalle sue ricerche sulla repressione stalinista, una pagina di storia che il Cremlino cerca di nascondere perché contraddice la narrativa del Cremlino sull'Urss. Il presidente russo Vladimir Putin, ex agente del Kgb, ne celebra i traguardi, come la sconfitta del nazismo, per promuovere l'orgoglio nazionale. Ricordarne i crimini non è ben visto. Sotto la sua presidenza, l'accesso agli archivi di stato è stato drasticamente limitato e le identità degli esecutori delle purghe sono state classificate come segrete.









