di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
Il nuovo decreto, approvato il 23 dicembre dal Cdm per fermare la risalita dei contagi da Covid- 19 nel nostro Paese, introduce nuove norme e restrizioni. Una su tutte, l'obbligo di mascherina Ffp2 (quelle più performanti in termini di protezione dal coronavirus) per chiunque - vaccinati compresi, ovviamente - nei luoghi a rischio assembramento o dove comunque è prevista un'altra concentrazione di persone. Ebbene, tra i luoghi chiusi e sovraffollati, non compare il carcere.
di Angela Stella
Il Riformista, 29 dicembre 2021
Tra le proposte, detrazioni di pena più alte, permessi più lunghi. Basta parti in prigione, numeri identificativi e trasparenza nelle perquisizioni per evitare altre S.M. Capua Vetere. E poi pc, strumenti tecnologici, servizi.
"La pena, quale che sia la forma dell'espiazione, deve tendere a restaurare e a ricostruire quel legame sociale che si è interrotto con la commissione del reato. Deve avere l'obiettivo di re-includere, di avviare un processo potenzialmente in grado di ridurre il rischio di ricaduta nel reato". È questa la premessa culturale alla base della relazione della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario, presieduta dal professor Marco Ruotolo, Ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università Roma Tre.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 29 dicembre 2021
Favorire un processo di autodeterminazione che possa condurre il detenuto a riappropriarsi della vita, riducendo il rischio di ricaduta nel reato. Con quest'obiettivo creare condizioni di sistema in grado di responsabilizzare per il futuro, più che a porre rimedio per il passato.
E in 226 pagine la Commissione istituita dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia indica una mole assai significativa di interventi sul sistema penitenziario. Del resto Cartabia, rivolgendosi lunedì ai vertici dei 190 istituti penitenziari del Paese, ha promesso un "percorso di rinnovamento che giovi all'intera comunità penitenziaria". E così a venire formalizzato dalla commissione presieduta dal costituzionalista Marco Ruotolo è un pacchetto di proposte che inevitabilmente si intreccia con la redazione, in corso, dei decreti delegati per la modifica del sistema sanzionatorio penale e per la disciplina organica della giustizia riparativa.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
L'Assessora capitolina alle Politiche sociali e alla salute, Barbara Funari, il giorno di Santo Stefano ha visitato Rebibbia insieme al consigliere regionale e capogruppo di Demos, Paolo Ciani, e ai volontari della Comunità di Sant'Egidio. Per Ciani "è importante che rappresentanti delle istituzioni frequentino il carcere, perché è a tutti gli effetti una parte della nostra città. Importante rompere l'isolamento - acuito dalla pandemia - e la dimenticanza di questi luoghi anche in questi giorni di festa. Il carcere è un piccolo mondo, una parte di città abitata da cittadini che hanno compiuto dei reati, ma che rimangono persone e cittadini. Con loro tutte le persone che si occupano per lavoro di questi luoghi, dalla polizia penitenziaria, a chi lavora nell'amministrazione penitenziaria, ai servizi sociali, gli infermieri, i medici, i volontari. È sciocco pensare al carcere come a qualcosa di estraneo alla città e alla vita comune".
di Elisabetta Burla*
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
Sono trascorsi due anni dall'inizio della proclamata pandemia e, ancora, non sono stati adottati provvedimenti decisivi ed effettivamente tutelanti per la salute delle persone, delle persone detenute, in particolare. Attualmente, all'interno della Casa Circondariale di Trieste vi sono alcuni casi di positività, la maggior parte delle persone positive sono vaccinate ma il virus non fa eccezioni. Del resto il carcere, anche quello di Trieste, non può garantire spazi adeguati, non può - per certo garantire la misura del distanziamento sociale e, i numeri delle persone detenute sono nuovamente saliti: su una capienza regolamentare di 139 persone ne sono ristrette più di 200.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 29 dicembre 2021
Sale ancora il numero dei detenuti positivi al Covid-19 all'interno degli istituti penitenziari, anche se i soggetti sintomatici risultano essere meno del 2% dei contagiati. L'ultimo monitoraggio del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, aggiornato a ieri, registra 510 detenuti positivi (+166 rispetto alla scorsa settimana), su una popolazione reclusa di 52.569 unità effettivamente presenti in carcere. Soltanto tre sono sintomatici, mentre sei risultano attualmente ricoverati in una struttura ospedaliera.
Anche fra gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria continua a crescere il numero dei positivi, che sono ora 527 (+132 rispetto alla scorsa rilevazione), pressoché tutti al proprio domicilio, con due soli ricoverati in ospedale. Sono 37, infine, i contagiati fra il personale amministrativo e dirigenziale dell'Amministrazione (+3 rispetto a sette giorni fa), con quattro ricoverati. Cresce anche il numero delle vaccinazioni fatte ai detenuti: secondo i dati forniti dall'Anagrafe Nazionale Vaccini del Ministero della Salute, alla popolazione reclusa sono state somministrate in totale 94.738 dosi di vaccino anti-Covid-19 (+2.194 nell'ultima settimana).
Dal 15 dicembre scorso, infine, tutto il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria (ovunque presti servizio) e quello appartenente alle Funzioni Centrali che lavora negli istituti penitenziari deve essere in possesso del cosiddetto green-pass rafforzato, come previsto dal decreto-legge 26 novembre 2021, n.172. Alla data di ieri, sono 40 i poliziotti penitenziari e 13 le unità di personale amministrativo e dirigenziale dell'Amministrazione che risultano assenti ingiustificati ai sensi della suddetta normativa.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 29 dicembre 2021
Abbiamo visto e dimenticato. Abbiamo conosciuto storie e statistiche di quello che accade nelle carceri italiane e non è servito, ancora, a molto. Abbiamo osservato la scorsa estate, perfino troppo attraverso quei filmati che hanno fatto il giro del mondo, le violenze di massa che sono state messe a segno un anno prima, nell'aprile del 2020, nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, e non sappiamo se basterà davvero. Il durissimo biennio che si chiude consegna la foto più completa e impietosa del nostro sistema penitenziario.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 29 dicembre 2021
"Un'orribile mattanza o il frutto di un'istituzione malata?". Questo interrogativo che don Franco Esposito, parroco della casa circondariale di Poggioreale, lancia dalla sua pagina Facebook ispira una riflessione a partire dai fatti del 6 aprile 2020, ovvero i pestaggi avvenuti all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il gip Sergio Enea quella vicenda la definì proprio "un'orribile mattanza". Che fosse un atto estemporaneo o l'epilogo operativo di un sistema distorto è quello che si cerca di capire. Anche in tribunale.
"Indignarsi per quello che è successo nel carcere di Santa Maria di Capua Vetere è poca cosa, ma credo che anche fare un processo e mandare in carcere un po' di persone serva a poco, se non addirittura ad aumentare il sentimento di vendetta da una parte e la rabbia dall'altra", sostiene don Franco che una posizione rispetto all'interrogativo la prende. "Quello che è successo è il frutto di un sistema, quello carcerario, che in sé è disumano e degradante".
Per il sacerdote "non sono tanto le azioni violente emerse grazie alle telecamere di sorveglianza a dover essere condannate, ma è un sistema violento che quotidianamente, anche senza violenze fisiche, contribuisce a creare rapporti di inimicizia alimentati da una realtà che è contro l'uomo". Una mattanza che ha generato ferite più nella dignità che nel corpo e che "non possono certo essere rimarginate con le condanne" che, a loro volta, "distruggeranno persone e famiglie di nuovi condannati e manterranno le ferite aperte e sanguinanti".
Nel 1971 il professor Philip George Zimbardo, con l'aiuto dei suoi assistenti, allestì nei sotterranei del campus di Stanford una finta prigione, reclutando una ventina di giovani studenti volontari perché la metà di loro diventasse per due settimane un gruppo di detenuti e l'altra metà un gruppo di guardie nell'improvvisata prigione di Stanford. Le guardie svolgevano regolari turni di otto ore e indossavano una divisa. L'esperimento dimostrò che comuni studenti, indossati i panni delle guardie, si trasformarono in aguzzini e i ragazzi detenuti, dopo qualche iniziale tentativo di resistenza, divennero passive vittime delle loro angherie. Cosa stava succedendo a quei soggetti sani, equilibrati, appartenenti alla classe media, acculturati e privi di qualsiasi comportamento deviante? Dopo appena due giorni i detenuti iniziarono a protestare per la loro condizione.
Le guardie, dalla loro, iniziarono a praticare nei loro confronti forme sempre più violente a livello fisico e psicologico. I carcerati furono costretti a cantare canzoncine, a defecare in secchi che non potevano svuotare, a pulire a mani nude le latrine. Zimbardo fu costretto a mettere fine al suo esperimento che, in principio, avrebbe dovuto durare quindici giorni dopo appena sei, perché iniziarono gli episodi di violenza. "Il bilancio di quell'esperimento - dice don Franco Esposito - è quello che accade quotidianamente nei penitenziari".
"Le attività rieducative ridotte all'osso per mancanza di fondi e di personale, e anche il lavoro con percentuali irrisorie diventano un alibi per giustificare un sistema fuorilegge che produce il 70% di recidiva. Mentre l'esperimento di Stanford fu interrotto, la pena del carcere in Italia rimane l'unica risposta che lo Stato sa dare davanti al male e alla violenza".
"Permettetemi ora di sognare - conclude - Cosa succederebbe se invece di processi e condanne per i fatti di Santa Maria si proponesse un progetto di riparazione dove le vittime e i colpevoli potessero scegliere, liberamente, di percorrere un serio cammino di consapevolezza di ciò che è veramente accaduto, per poi potersi incontrare, guardarsi negli occhi, ragionare sui danni provocati, sulle ferite inflitte, sulle conseguenze delle azioni compiute e subite, e poi aiutate da persone preparate, cercare il modo per riparare?".
di Mario Chiavario
Avvenire, 29 dicembre 2021
Tutu, un bimbo italiano e l'obiettivo di umanizzare la giustizia. Un novantenne sudafricano, vescovo anglicano, che muore. Un bambino italiano che ha ricevuto o riceverà dal padre il dono di un giocattolo. A prima vista, niente accomuna le due notizie, con quotidianità ed eccezionalità che nei primi dettagli ulteriori s'intrecciano, raddoppiando le differenze.
Desmond Tutu era uomo famoso in tutto il mondo da quando, nel 1984, era stato insignito del Nobel per la pace a causa della sua opposizione, non violenta ma intransigente, al regime dell'apartheid che allora teneva ancora il Sudafrica in una morsa mostruosa. Il destinatario del giocattolo è uno dell'immensa folla di piccoli che in questi giorni hanno avuto o avranno la gioia di trovarsi tra le mani uno o molti regali, e il suo nome e cognome non può, non deve dir nulla a nessuno: solo che qui il regalo verrà consegnato in carcere.
Niente di eccezionale, per il primo, il vescovo, quanto a tempo e modalità dell'evento che ha fatto la notizia, ma lo è certamente la personalità del defunto; al contrario, nel secondo caso, quello del bimbo, è invece singolare la vicenda venuta sui media: il luogo, infatti, è il carcere. Eppure, se si guarda un po' più a fondo, qualcosa di comune c'è. E non di poco conto. Tutu non fu unicamente un della sua gente contro il razzismo al potere. Caduto l'apartheid, è poi stato promotore, e presidente, di quella 'Commissione per la verità e la riconciliazione', con la quale si è tentato - e non invano - di evitare che un passato di oppressione e di violenze si frapponesse come macigno insormontabile e senza varchi a un futuro, pur sempre irto di difficoltà anche pesanti ma aperto a una collaborazione tra tutte le entità etniche del Sudafrica. E ciò ha potuto realizzarsi perché le pur comprensibili propensioni per un uso della giustizia come mezzo di rivalsa e di vendetta hanno ceduto il passo non all'oblio ma, appunto, alla ricerca rigorosa di una verità, per quanto scomoda: senza
privilegiare la severità di sanzioni, in larga parte condonate anche per i crimini più gravi a fronte di sincere ammissioni di colpe. Una giustizia 'umana', insomma, nel senso migliore della parola, e riparativa. Disarmata delle armi più usuali, benché non rinunciataria, né a senso unico a discrezione degli oppressi divenuti vincitori. Quanto al dono del giocattolo, deve aggiungersi che il carcere di cui si parla è uno di quelli che accolgono persone assoggettate al regime speciale dell'art. 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Di regola, a chi si trova in tale situazione, è vietato lo scambio personale di oggetti con l'esterno.
E il divieto è sicuramente giustificato, dato il pericolo che sotto spoglie innocenti si nascondano messaggi o anche qualcosa di più pericoloso.
La Corte di Cassazione ha tuttavia autorizzato, nella specie, che la consegna avvenisse personalmente, e non attraverso l'intermediazione di un agente penitenziario, come era stato indicato dagli uffici ministeriali. La soluzione, in nome dell'art. 30 della Costituzione e dell'art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani che tutelano l'infanzia, è stata trovata con riferimento a modalità che dovrebbero garantire anche dal punto di vista della sicurezza: sì, dunque, alla consegna personale, la più congrua per far cogliere al piccolo il significato affettivo del dono; ma con il pacco, sigillato e custodito con tutte le cautele fino a pochi istanti prima dal personale penitenziario, incaricato anche della successiva sorveglianza.
Normalità del tutto recuperata? No; non illudiamoci né cediamo a sentimentalismi. Il contesto resta drammaticamente inusuale; è la realtà di feroci sodalizi criminali che impone misure adeguate di contrasto. Però, ecco un esempio di come si possa evitare di trasformare il contrasto in qualcosa che impedisce, a dei bimbi, di godere anche solo per un momento, di un gesto di affetto nella sua dimensione più autentica. Insomma, anche qui, sia pure in una dimensione minuscola, una giustizia che si sforza di non essere disumana.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
L'allarme del deputato di Azione Enrico Costa: dove è finito il decreto attuativo annunciato dalla ministra Cartabia? "Nella legge di bilancio dello scorso anno fu approvata la mia proposta di rimborso delle spese legali agli assolti. Stanziati 8 mln di euro per il 2021. Il Governo (Giustizia e Mef) ha impiegato 1 anno (anziché 2 mesi) a fare decreto attuativo. E gli 8 mln stanno andando in fumo": è l'allarme lanciato dall'onorevole Enrico Costa, responsabile giustizia di Azione, dal suo account twitter.
Proprio un mese fa vi avevamo raccontato che la ministra Marta Cartabia aveva dato il via libera al decreto attuativo attraverso il quale si adottano i criteri e le modalità di erogazione dei rimborsi delle spese legali per gli assolti e che mancava solo l'avallo del ministro dell'Economia Daniele Franco. Questo ulteriore passo è stato compiuto ma poi si sono perse le tracce del decreto attuativo. Sarebbe stato inviato alla Corte dei conti per la sua registrazione, ma di sicuro e concreto non c'è nulla.
"Due giorni fa ho presentato in commissione giustizia un emendamento che prevedeva lo stanziamento di 16 milioni per il 2022", ci racconta Costa. Il Governo, con la sottosegretaria Anna Macina, ha espresso parere contrario e, come leggiamo dal resoconto di seduta, ha dichiarato "di non essere in grado di dare indicazioni puntuali sull'iter del decreto interministeriale, che ritiene in fase di completamento, essendo stato trasmesso alla Corte dei conti per la sua registrazione" e che "per quanto è nella sua conoscenza vi è l'impegno e l'interesse del Governo ad intervenire in tale materia, evidenziando come non vi siano ragioni per non esprimere un convinto parere favorevole su un eventuale ordine del giorno" che Costa dovrebbe presentare domani e dopo domani.
Un subemendamento simile era stato bocciato anche al Senato. "Ho apprezzato l'onestà della Macina ma sono preoccupato per questo posizioni del ministero della Giustizia - conclude Costa. Non possiamo essere ostaggi dei funzionari e dei rimpalli di responsabilità degli uffici. Il Parlamento ha approvato questa norma e il Governo, in quanto Esecutivo, non può permettersi di porre un freno ad un principio di civiltà approvato dal potere legislativo".
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