di Giada Drocker
La Repubblica, 29 dicembre 2021
Nel penitenziario c'è anche chi produce formaggi e chi il miele dalle arnie. "Ce la posso fare, stavolta è diverso. Prima quando uscivo dal carcere mi sentivo a disagio, ora no: so fare qualcosa e posso farcela". Parla Bruno Monti, 45 anni, 25 di questi in cella con piccole pause a casa, tra una condanna e l'altra. Cura l'orto al carcere di contrada Pendente a Ragusa. Sorride, sempre, anche nei momenti difficili. La sua famiglia a casa lo aspetta. Da poco è diventato nonno. Crede che coltivare la terra sia il modo per dare futuro alla sua famiglia e chi lo ha aiutato ad imparare dentro al carcere è pronto a dargli una mano pure fuori. Cos'è il futuro per lei? "La terra! Voglio stare con le mie figlie, vedere crescere mia nipote. Sono orgoglioso della forza di mia moglie, per quanto ha fatto". Bruno da poco è solo a prendersi cura dei terreni, l'altro detenuto ammesso al programma di "semilibertà" è stato trasferito e ha perso i benefici.
L'idea dell'orto è partita da un dono che si trasformato in progetto: "Libere tenerezze", abbracciato dall'Enciclica di papa Francesco sulla Cura del Creato. Alcuni detenuti ammessi al lavoro esterno, hanno ridato vita ai terreni incolti interni al carcere arrivando ad una produzione stagionale venduta anche all'esterno, i cui proventi servono a rifinanziare ciò che all'orto serve e a dare sostanza alle altre iniziative interne al carcere. "È cominciato tutto con la pandemia - spiegano Fabio Ferrito e Alessandro Vitrano dell'associazione di clown dottori "Ci ridiamo su" di Ragusa che cura il progetto - Abbiamo coinvolto il carcere per la produzione di mascherine che scarseggiavano. I detenuti hanno confezionato un migliaio di mascherine poi consegnate ad associazioni, case di riposo e a chi ne aveva bisogno. Per ringraziare, abbiamo pensato di consegnare loro dei semi di zucchine lunghe e Bruno ha chiesto all'amministrazione penitenziaria se era possibile piantarli. Da lì è iniziato tutto".
Finocchi, lattughe, sedano, carciofi, cavolfiori e da poco anche gli avocado. Sei i detenuti ammessi al lavoro esterno (2 all'orto), sono famiglia. Chi aiutava Bruno era lo "chef" del gruppo: cucinava di tutto, pur non avendo un forno. Aveva creato un contenitore per le lasagne, suo orgoglio. Un grande lavoro interno al carcere, direzione, area trattamentale e sicurezza, in team per affrontare criticità e risolverle. Il risultato? Oltre il 50% dei 180 detenuti sono impegnati in attività: corsi di alfabetizzazione, scuola (24 seguono l'Alberghiero), 50 si occupano della preparazione dei pasti, delle pulizie e delle manutenzioni. Vengono retribuiti, e l'impiego è a rotazione. Nessuno viene lasciato solo. Si lavora su recupero, risocializzazione, consapevolezza, dignità. E uno degli indicatori del clima interno al carcere, dove la privazione della libertà personale è dura da accettare con la colpa da metabolizzare, è la quasi assenza di atti autolesionistici. La direttrice Giovanna Maltese, assieme al comandante della polizia penitenziaria, Chiara Morales e alla responsabile area trattamentale Rosetta Noto racconta la fatica, ma anche l'entusiasmo di un impegno volto al recupero. Nel carcere un laboratorio di prodotti caseari, la coop "Sprigioniamo sapori" che produce e vende dolciumi e conserve utilizzando materie prime di eccellenza del territorio. Tutto fatto a piccoli passi, in equilibrio tra sicurezza e recupero, insegnamento e inventiva personale. I detenuti imparano un mestiere, progettano futuro. "Valorizzare tutto il buono che c'è, potenziarlo per evitare che una volta uscito dal carcere, il detenuto torni a delinquere" dice la direttrice. Bruno nell'orto rinasce, impara; quando uscirà vuole coltivare un terreno, fare impresa. A novembre ha visitato un'azienda che coltiva piante tropicali.
"Mi hanno insegnato trucchi utili; qui abbiamo costruito una serra per gli avocado e ora so cosa serve alle piante e come mi devo comportare per farle crescere sane e bene". Al suo fianco, un agronomo, Alessandro Scrofani. Dai suoi insegnamenti ha imparato ad osservare, leggere le piante, riconoscere gli insetti buoni e cattivi perché l'orto "parla". Bioagricoltura. Compost autoprodotto con gli scarti dell'orto. E la rigenerazione delle persone passa dalla rigenerazione degli spazi. I semi dell'orto generano altro: "Ali per volare", una batteria di arnie per la produzione del miele e un piccolo prefabbricato per le galline. Bruno è grato: "In tanti qui hanno creduto in me; prima un corso di operaio edile, poi ho curato il giardino, ora l'orto. So fare tanto - dice - Non mi spaventa più uscire fuori. Libertà, responsabilità, confronto, crescita, fiducia: io mi sento cresciuto e pronto".
di Nuccio Anselmo
Gazzetta del Sud, 29 dicembre 2021
A cinque mesi dal suo insediamento dialoghiamo con la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Francesca Arrigo, per un settore della giustizia poco conosciuto.
Quali sono oggi i problemi più gravi che oggi ostacolano il lavoro dei Tribunali di sorveglianza?
"Svolgo le funzioni di magistrato di Sorveglianza dal 2010 e non ho mai avuto la percezione di gravi problemi che impediscono il lavoro del mio Ufficio; abbiamo, a fasi alterne, registrato ritardi nell'acquisizione delle relazioni richieste, ma niente di così grave da ostacolare in modo significativo il nostro lavoro per la trattazione dei procedimenti pendenti. Se poi invece il riferimento è alla effettiva rieducazione del condannato, che però non rientra tra le competenze del Tribunale, ma è obiettivo in generale della pena, anche nelle forme della misura alternativa, questa è legata, oltre che alle caratteristiche personologiche, alle risorse familiari e agli strumenti forniti dai Servizi sul territorio".
Come avete gestito le domande di scarcerazione legate all'emergenza Covid?
"Con la massima serenità, procedendo alle scarcerazioni per ragioni di salute solo in casi davvero critici, nei quali la permanenza in istituto avrebbe potuto arrecare un pregiudizio davvero irreparabile. Si è trattato di scarcerazioni relative a detenuti affetti da gravi patologie, in relazione ai quali sono stati gli stessi sanitari in servizio presso la struttura detentiva ad evidenziare che l'eventuale affezione da Covid sarebbe stata con esito infausto".
Sul giudice di sorveglianza in periodo di pandemia c'è stato, o c'è, secondo lei un peso psicologico maggiore? E le decisioni che riguardano i detenuti con patologie pregresse, quelli più esposti al virus?
"Devo dire che non ho avvertito né in me né nelle colleghe un peso psicologico particolare, abbiamo certo preso atto della situazione, ma è stata gestita con serenità e comunque il numero delle scarcerazioni da "Covid" è stato contenuto nei numeri. Sì, come ho già detto, le scarcerazioni hanno riguardato soggetti con patologie gravi e pregresse".
In Italia i detenuti sono grosso modo il doppio dei posti disponibili, nelle carceri della nostra provincia com'è la situazione?
"Allo stato attuale non registriamo sovraffollamento".
Il carcere oggi è veramente la nostra "extrema ratio" o no?
"Mi sembra di assistere in effetti ad un progressivo ampliamento delle misure alternative e della loro portata applicativa. A titolo estremamente esemplificativo basti pensare alla stabilizzazione della misura di cui alla legge 199/2010, all'innalzamento del limite edittale di pena per fruire del beneficio dell'affidamento in prova e ancora alla eliminazione di alcune preclusioni previste a pena di inammissibilità".
L'immagine italiana del carcere cosa ci dice, e in particolare quelli di Messina e Barcellona cosa ci dicono?
"Il carcere di Messina non registra particolari criticità; è dotato di Sai (è il cosiddetto Servizio assistenza intensificata, n.d.r.) e questo comporta la gestione di detenuti di spessore criminale diverso e maggiore di quelli che dovrebbero invece essere allocati in una casa di reclusione. Il passaggio della medicina penitenziaria all'Asp ha fatto registrare qualche iniziale disservizio, ma vedo una seria volontà di risolvere i problemi, quantomeno a livello locale... quanto al carcere di Barcellona, nel quale insiste una articolazione per la tutela della salute mentale, vi sono analoghi problemi, anche qui in via di risoluzione. Entrambe le strutture sono dirette da persone che hanno cura di offrire attività trattamentale. È noto il progetto teatrale, esistente presso il carcere di Messina-Gazzi e che si sta avviando anche presso il carcere di Barcellona. Vi sono anche altri progetti formativi, bloccati a lungo a causa della pandemia, ma che a breve dovrebbero essere attuali. Sia io che le colleghe frequentiamo personalmente le strutture detentive, certo il carcere non è un luogo ameno... vedo però una comunità in cui i ruoli sono "attenuati" dalla umanità delle persone. Faccio riferimento alla Polizia penitenziaria che nel distretto di Messina, per il quale posso riferire, mi pare nella gran parte collaborativa e soprattutto comunicativa... mi è capitato spesso che i detenuti delle due diverse strutture abbiano speso parole di elogio per il personale di Polizia penitenziaria".
Il carcere è diventato soltanto una "vendetta" della società oggi?
"Non credo che il carcere possa definirsi una vendetta, ci sono persone davvero socialmente pericolose, che hanno bisogno di contenimento e soprattutto di potersi confrontare per comprendere il disvalore delle loro condotte. Non bisogna dimenticare che molti autori di delitto vengono da contesti nei quali il reato non è neanche percepito quale disvalore".
La sua opinione sul tema dell'ergastolo ostativo?
"Penso che tutto ciò che viene cristallizzato e non consente di valutare la situazione concreta non possa dirsi confacente alla prescrizione secondo cui la pena debba avere anche un effetto
rieducativo".
Le norme di cui si discute oggi sono un favore ai boss mafiosi?
"La tendenza è di evitare gli immobilismi delle norme che pongono preclusioni a pena di inammissibilità".
Tre temi cardine dal punto di vista tecnico-giuridico: la discrezionalità della magistratura di sorveglianza, e poi i suoi rapporti con l'amministrazione penitenziaria e la magistratura di merito. Oggi secondo lei si esplicano in maniera corretta oppure no?
"Quanto al profilo della discrezionalità, bisogna intendersi correttamente. La nostra è una discrezionalità "vincolata", nel senso che la valutazione è comunque rigidamente ancorata all'esito dei dati acquisiti, e sul punto evidenzio che cerchiamo di avere informazioni complete e dettagliate. Quanto ai rapporti con l'Amministrazione penitenziaria, sono sempre stati improntati a correttezza, nel rispetto dei ruoli, che vedono certamente la magistratura di sorveglianza con funzioni di controllo. Considerato l'ulteriore profilo, io posso parlare anche alla luce della mia variegata esperienza personale, che è quella di giudice della esecuzione ora e di giudice della cognizione nel passato... non ritengo che si possa parlare di interferenze tra la magistratura che si occupa della cognizione e quella che si occupa della esecuzione, si tratta di fasi diverse temporalmente e nelle quali vengono in valutazione elementi diversi. Il giudice della cognizione deve valutare il fatto di reato, il magistrato di sorveglianza deve invece partire dal fatto, anzi dai diversi fatti di reato per valutare la persona del reo, il suo vissuto e tutti quegli elementi che possono essere utili per comprendere se il soggetto possa o meno fruire di benefici penitenziari".
È soltanto un luogo comune ormai, secondo lei, il concetto che il giudice di sorveglianza "demolisce" le sentenze dei colleghi, oppure ci sono delle correnti di pensiero che ragionano ancora in questo modo?
"In verità non ho mai avuto questa percezione, esiste la previsione legislativa delle misure alternative e in generale dei benefici penitenziari, che devono quindi trovare applicazione. Non mi pare ci sia spazio per parlare di "demolizione" delle sentenze, come ho già detto la magistratura di sorveglianza parte dalla valutazione della sentenza, ma deve tenere conto di tanti altri elementi... forse questo all'occhio del profano della materia può apparire una demolizione".
La figura dell'esperto del Tribunale di sorveglianza secondo lei ha bisogno dei correttivi anche dal punto di vista legislativo oppure va bene così com'è stata delineata? Nella pratica quotidiana viene applicata la previsione legislativa?
"Se la domanda significa se gli esperti hanno un peso nelle decisioni, la risposta è certamente sì... chiaramente nella valutazione del settore di competenza, anzi evidenzio l'importanza del ruolo degli esperti, che con la loro esperienza professionale, di medici, psicologi, assistenti sociali, ci fanno meglio comprendere appunto la persona, che come ho evidenziato è l'entità in valutazione".
La sottile linea di demarcazione tra il fine rieducativo e il fine vessatorio del carcere, e lo sbilanciamento evidente oggi verso il secondo profilo secondo lei come si risolve? Insomma quando il detenuto deve essere rimesso in libertà?
"Quando ha dimostrato di avere avviato, sia pure a livello embrionale, un percorso di revisione critica del vissuto criminale, chiaramente poi la valutazione sarà più rigorosa in relazione anche alla entità della pena espianda e soprattutto al profilo di pericolosità sociale che viene in valutazione...".
Il tema dell'accesso al lavoro è centrale, cosa si deve fare per questo ambito? Cosa pensa dell'accesso al volontariato?
"Certamente una prospettiva lavorativa ha un valore prognostico importante, ma non tutti i condannati ne hanno la possibilità. L'espletamento di attività di volontariato è certamente una valida alternativa, nella misura in cui venga portata avanti con serietà e impegno. Cerchiamo di stare attenti alle attività di volontariato o alle attività lavorative di "facciata", acquisendo informazioni di Ps prima della concessione dei benefici e relazioni Uepe quanto all'effettivo svolgimento delle attività".
Uno dei principali problemi secondo molti addetti ai lavori è la tempistica delle decisioni, cosa si può fare per rendere più celeri le vostre decisioni, è solo una questione di organici?
"Non ho mai pensato alla tempistica delle decisioni come un problema del mio ufficio, è successo che certamente nel periodo dell'emergenza Covid la gran parte dei procedimenti ha subito rinvii d'ufficio, ma non per disservizi, bensì per previsione legislativa volta ad evitare il diffondersi del contagio... i procedimenti pendenti presso il mio ufficio allo stato sono tutti fissati e contenuti nel tempo. È poi possibile che il singolo procedimento possa subire rinvii per la necessità di acquisire relazioni che tardano ad arrivare, ma si tratta di variabili esterne al mio Tribunale. Ho recentemente sottoscritto un protocollo con l'Uepe di Messina proprio per evitare inutili udienze e ottimizzare le risorse in atto esistenti".
Le è mai accaduto di aver preso decisioni di cui poi si è pentita?
"No".
tenews.it, 29 dicembre 2021
Verranno organizzati, inoltre, momenti di sensibilizzazione sulle tematiche carcerarie, in collaborazione con altre realtà e con il coinvolgimento delle scuole. "La situazione sanitaria non può fermare l'azione dei volontari. E all'interno delle normative anti-contagio sarà possibile continuare le attività educative e di assistenza".
Con queste parole Licia Baldi, presidente di Dialogo l'associazione elbana di volontariato di giustizia, esprime soddisfazione a conclusione dell'incontro avuto nei giorni scorsi presso la Casa di reclusione di Porto Azzurro, con il Direttore dott. Francesco D'Anselmo, con le educatrici Giuseppina Canu e Sara Aiosi e con la vice comandante Ruggiero della polizia penitenziaria.
"È stato un incontro - continua Baldi - caratterizzato da reciproco ascolto e autentico confronto, necessari perché la vicinanza e la condivisione da parte dell'istituzione penitenziaria sono elemento essenziale per la realizzazione di qualsiasi programma e progetto che il volontariato si prefigga di attuare".
I volontari hanno presentato il programma di attività che si svolgeranno sia all'interno che all'esterno del carcere. Una parte di primo piano spetta ai colloqui personali con i detenuti, a cui, per il momento, si dedicano due persone, in attesa dell'autorizzazione per un terzo volontario. Sul versante formativo, strumento primario di crescita personale, l'Associazione cerca di offrire occasioni culturali attraverso la scuola, il teatro e la biblioteca. Continua quindi l'attività di supporto scolastico agli stranieri (alfabetizzazione) e quello agli universitari (progetto UniversAzzurro). L'organizzazione e la fruizione della biblioteca, per la quale si auspica una più adeguata collocazione, rivestono una grande importanza per la riflessione e la conoscenza.
Un contributo alla comunicazione e socializzazione viene dal progetto Teatro, un'esperienza consolidata che vede il coinvolgimento di studenti di Piombino (alternanza scuola lavoro) e di ospiti della cooperativa Altamarea di Portoferraio. Il progetto si inserisce nel più ampio progetto regionale e nazionale di teatro in carcere. Un altro progetto è "Il verde tra le mura", con attività teorico-pratiche di orticultura e giardinaggio. Un modo per favorire la crescita personale è la meditazione, attraverso un corso che pone attenzione alla creatività e alla conoscenza di sé. Nel 2022 prenderanno il via due nuovi progetti: "Scacchi al Forte" e il corso di Inglese.
Continua l'attività di reperimento e distribuzione del vestiario e dei prodotti per l'igiene personale, in modo da venire incontro a chi si trova in situazione di bisogno. Vale la pena ricordare che la metà della popolazione detenuta è di origine straniera. Inoltre, Dialogo cercherà di sostenere le persone che si dedicano all'artigianato, con l'obiettivo di poter organizzare una mostra, come avvenuto più volte in passato. Per quanto riguarda le attività esterne, nella casa di via Bechi a Portoferraio i volontari continueranno ad occuparsi di accoglienza e ospitalità sia per i familiari che accedono ai colloqui che per i detenuti che fruiscono di permesso premio.
Verranno organizzati, inoltre, momenti di sensibilizzazione sulle tematiche carcerarie, in collaborazione con altre realtà e con il coinvolgimento delle scuole. "Tutto questo - dichiara la presidente Licia Baldi - lo intendiamo come il nostro contributo di cittadini per l'attuazione della Costituzione Italiana, nello specifico dell'art.27 che mette al centro la dignità della persona condannata e, quindi, l'aspetto rieducativo e riabilitativo". L'associazione Dialogo, come si vede, è impegnata in diverse attività e lancia un appello: c'è spazio per altre persone, giovani e meno giovani, che vogliano impegnarsi anche solo un'ora a settimana. Sicuramente un'occasione di crescita che verrà favorita attraverso momenti formativi basati soprattutto sulla condivisione delle esperienze. Per contatti: scrivere a
di Devis Rosso
La Stampa, 29 dicembre 2021
Ieri mattina il presidente della Caritas di Saluzzo, Carlo Rubiolo, assieme ad alcuni volontari, ha raggiunto il carcere cittadino a bordo di un furgone. Lì ha trovato ad attenderlo gli educatori della struttura e ha potuto caricare il mezzo con centinaia di chilogrammi di generi alimentari.
I detenuti della Casa di reclusione "Morandi" di Saluzzo hanno deciso, in accordo con la direzione e con la collaborazione del personale interno, di donare alla mensa della Caritas cittadina il cibo a cui rinunciano per due settimane, nel periodo delle feste di Natale e fine anno. Non si tratta di cibo avanzato, ma di prodotti destinati alla mensa carceraria a cui, preventivamente, grazie ad un accordo interno tra detenuti e direzione, i detenuti rinunciano per regalarli alla Caritas.
"È un gesto - sottolinea Rubiolo - che dimostra la sensibilità di persone che, pur vivendo una delle condizioni più emarginanti, vogliono essere vicine a chi si trova a vivere un'altra situazione di emarginazione, quella della povertà". Non è la prima volta che i detenuti scelgono la Caritas per donare parte di ciò che spetta a loro, ma farlo nel periodo del Natale ha un significato speciale. Don Massimo Rigoni, cappellano dell'istituto di reclusione, spiega: "I reclusi hanno scelto di rinunciare a parte del loro "carrello" perché comprendono il senso di privazione e di sofferenza di chi è emarginato. Sanno quanto la città di Saluzzo faccia per il Morandi attraverso le associazioni e gli enti, e vogliono sentirsi parte di questo territorio, contribuendo ad aiutare chi è in difficoltà".
Alla Caritas sono così arrivate verdure e frutta fresca, decine di chilogrammi di pasta, dolci natalizi, carne, caffè. Andranno alla dispensa della mensa di corso Piemonte, che ogni giorno, grazie all'impegno della Caritas, di frate Andrea Nico Grossi e dei volontari, prepara e serve decine di pasti ai poveri e agli indigenti della città. "L'impegno dei detenuti - continua Rubiolo - avrà una durata di due settimane. Lunedì prossimo faremo un secondo carico in carcere per gli ultimi alimenti". E conclude: "Ai reclusi e a tutti quelli che all'interno del carcere rendono possibile questa donazione va la gratitudine della Caritas diocesana. Il loro gesto è un esempio per tutti e spero che possa essere da stimolo per spingere altre realtà locali ad un dono, durante il periodo natalizio, verso chi è sofferente".
di Raffaella Galamini
intoscana.it, 29 dicembre 2021
Al Florida lo spettacolo "One man jail", primo in Italia a utilizzare le risorse digitali: i giovani detenuti del Meucci di Firenze materializzati in scena in tempo reale. Rompere le barriere, seppur virtualmente, per avvicinare i carcerati al mondo fuori. Materializzando sul palco i giovani attori detenuti nell'istituto penale per i minorenni Meucci. È la sfida ambiziosa dello spettacolo "One Man Jail: le prigioni della mente".
Parte da Firenze l'unico show in Italia ad utilizzare lo streaming per un progetto "alternativo" di teatro in carcere. La prima assoluta è in cartellone sabato 8 gennaio con replica domenica 9 gennaio 2022, alle ore 21, al Teatro Cantiere Florida.
Lo spettacolo si inserisce all'interno del progetto "Streaming: un ponte tra carcere e città", percorso di educazione ai mestieri dello spettacolo e della performance tramite l'utilizzo di tecnologie digitali: si propone di mettere in contatto i giovani detenuti con la comunità esterna e al tempo stesso offrire una formazione lavorativa per il dopo. Per questo è finanziato dal bando "Giovani al centro" e rientra nell'ambito di Giovanisì, il progetto della Regione Toscana per l'autonomia degli under 40.
La produzione dello spettacolo è affidata alla Compagnia Interazioni Elementari, il regista è Claudio Suzzi che lavora nell'ambito del carcere dal 2002. Dopo un'esperienza condotta a Parigi, nel 2017 ha lanciato Interazioni Elementari, che vede la fusione di arti teatrali e performative giocando sul rapporto tra ricerca artistica e società. Organizza il Festival Spiragli- Teatri dietro le quinte, nell'ambito del programma dell'Estate Fiorentina. Interazioni Elementari tiene laboratori teatrali all'interno del Meucci. "One Man Jail: le prigioni della mente" è una delle tappe fondamentali di questa attività.
"Uno degli obiettivi è quello di lavorare perché i ragazzi possono essere scritturati come attori venendo pagati per questa attività" sottolinea il regista Claudio Suzzi, fondatore di Interazioni Elementari e ideatore di Streaming theather. Il regista si augura che lo spettacolo "One Man Jail: le prigioni della mente" possa girare il più possibile nei teatri della Regione Toscana e del circuito nazionale sfruttando le potenzialità offerte dalla tecnologia. "In un processo di incontro tra il carcere e le città, vogliamo coinvolgere un pubblico più ampio puntando, grazie al teatro che così diventa un'agorà, ad un maggiore sviluppo della cittadinanza attiva e alla partecipazione delle comunità locali, in modo da creare una maggiore inclusione sociale" sottolinea.
"Attraverso l'uso dello streaming - continua Suzzi - con lo spettacolo "One Man Jail: le prigioni della mente" proviamo a capovolgere le prospettive. Per cominciare le modalità di fruizione del teatro in carcere: con il collegamento live rendiamo la possibilità di incontro tra città e carcere molto più semplice e replicabile. Si punta poi a trasformare un'attività educativa, il teatro, in una possibilità di lavoro vera e propria. Altro ribaltamento è quello relativo alla trama dello spettacolo: il teatro diventa un carcere, il pubblico si trasforma in un gruppo di detenuti, mentre la prigione, da cui realmente trasmettiamo, simboleggia la mente del protagonista".
La storia portata in scena è quella di Frank Petroletti - interpretato dall'attore Filippo Frittelli- comico che, all'apice del successo, viene arrestato e incarcerato. Dietro le sbarre, di fronte a un pubblico di detenuti ostili e disinteressati, si prepara alla sua ultima performance. "Entreremo nella mente di questo personaggio e scopriremo che un po' tutti noi siamo prigionieri della nostra mente, dei nostri personaggi, dei nostri dubbi - conclude Suzzi - La domanda è: solo i carcerati sono prigionieri o tutti siamo prigionieri di noi stessi? Riusciremo a liberarci da noi stessi? Ognuno di noi ha un lato oscuro da curare".
L'obiettivo finale è di continuare questo percorso anche dopo il ritorno in libertà dei protagonisti: "Al momento è impossibile per mancanza di uno spazio dedicato, una sede a Firenze, senza la quale la Compagnia Interazioni Elementari non potrà continuare a lungo il suo lavoro. Abbiamo bisogno di un luogo dove far mettere radici al progetto e alla Compagnia, e per questo confidiamo nella sensibilità, nell'ascolto e nel sostegno delle autorità locali toscane e fiorentine".
quotidianomolise.com, 29 dicembre 2021
Si è concluso ieri con la presentazione della brochure, il progetto realizzato presso la Casa Circondariale e di reclusione di Larino, "Viaggio nel Molise". Un progetto nato grazie all'idea del regista Giandomenico Sale, all'interno del lavoro del Teatro in Carcere che da quattro anni Frentania Teatri APS svolge presso la Casa Circondariale e di Reclusione di Larino. Sono stati coinvolti i detenuti a regime di alta sicurezza presenti presso la struttura frentana: Angelo C., Giuseppe G., Paolo I., Giuseppe M., Vincenzo M., Domenico M., Emanuele P., Alessandro R., Umberto R., Nunzio T., Alfonso V., Leonardo V., che si sono prestati per posare nelle fotografie e per prestare la loro interpretazione nella lettura dei testi di Jovine.
Tutto questo materiale lo ritroviamo negli opuscoli "Viaggio nel Molise - itinerari turistico-culturali sulle orme di Francesco Jovine attraverso il teatro in carcere". Una guida turistica divisa in tre itinerari che ripercorrono il viaggio descritto da Jovine in Viaggio nel Molise: Venafro - Isernia - Agnone, Bojano - Campobasso, Casacalenda - Guardialfiera - Larino. Partendo dalla Casa Circondariale e di Reclusione di Larino si è voluto riproporre questo viaggio per alcuni versi fisico e per altri metafisico.
E quanti vorranno svolgere questi itinerari dovranno prepararsi ad una sorta di rituale: osservare, nelle fotografie, immagini intrise di simbologia e richiami alle tradizioni e l'arcaicità dei luoghi; nel mentre si osservano le immagini, passeggiando lungo il percorso proposto, con la scansione dei QR code presenti nell'opuscolo, si è pronti a lasciarsi trasportare dalle parole di Francesco Jovine, attraverso la voce dei detenuti che hanno interpretato i testi, e dar vita in questo modo, ad un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio, nella splendida cornice del territorio molisano. Si ringraziano il direttore e il funzionario giuridico pedagogico della Casa Circondariale di Larino. La brochure è stata realizzata grazie ai fondi "Turismo è cultura 2021 - eventi" e sostenuto con i fondi "Otto per Mille della Chiesa Valdese".
La guida turistica verrà distribuita in tutto il Molise, permettendo ai turisti e agli stessi molisani, di scoprire gli itinerari scelti da Francesco Jovine ottant'anni fa. Il percorso per realizzare questo progetto, supera la valenza turistica - culturale e si completa con la valenza sociale presente in essa. Questo perché, oltre a fornire uno strumento utile a quanti visiteranno il Molise, ha permesso ai detenuti di aprirsi agli altri, per sentirsi pronti a sopportare il confronto con la società e sentirsi più sicuri e pronti al reinserimento nella società.
La ricchezza di "Viaggio nel Molise" è nel proporre un modo inclusivo di fare turismo e di conoscere uno dei molisani più illustri: Francesco Jovine. Scrittore, giornalista e saggista nato a Guardialfiera, Jovine ispirò al Molise le sue opere più significative. Narratore verista, nelle sue opere sono presenti i conflitti tra padroni e contadini e le voci dell'antifascismo e delle lotte sociali del dopoguerra. Viaggio nel Molise nasce grazie agli articoli scritti per il "Giornale d'Italia" da Francesco Jovine nel 1941 e raccolti nel 1967, sotto questo titolo, in un'unica pubblicazione, dall'editore Lino Battista.
In "Molise da vivere", lo storico Franco Valente ci presenta il libro spiegando che, nella regione: "Una serie di accidenti della storia avevano ridotto le sue popolazioni in una condizione di estremo degrado anche urbanistico. I suoi centri abitati apparivano come luoghi desolati in cui anche le condizioni igieniche erano particolarmente arretrate. Jovine vi ritornava da giornalista durante la temperie del secondo conflitto mondiale. Ad esso l'Italia partecipava per aver sottoscritto un paio di anni prima, come si disse allora, un patto d'acciaio con la Germania. Jovine ripercorse i paesi ormai abbandonati da giovani che spesso, non solo per la guerra, avevano preso la via di un'emigrazione senza ritorno. I segni fisici dei suoi paesaggi, le antiche architetture, i nomi di personaggi storici che riappaiono dai meandri della sua memoria furono l'occasione per definire il carattere particolare di una regione che, nonostante tutto, conservava strutturalmente i suoi legami con il resto dell'Europa.
Dai tempi del viaggio di Jovine tanta acqua è passata sotto i ponti. Tanta se n'è pure fermata a formare quel lago che egli non ha mai visto sotto la sua Guardialfiera. Il suo modo per niente incantato di vedere la realtà di quell'epoca è oggi una fotografia trasparente che, a noi che non abbiamo vissuta la guerra, permette di valutare le differenze. Di capire cosa sia accaduto. Di comprendere cosa significhi cambiamento. Il Molise di oggi è soprattutto ciò che non c'è più. Senza rimpianti per chi ha continuato a viverci. Luogo di ricordi ormai destinati a svanire per chi, invece, vi ritorna occasionalmente. Eppure i segni del passato sono duri a morire. Nonostante l'ineluttabilità della storia."
di Giancarlo Visitilli
Corriere del Mezzogiorno, 29 dicembre 2021
Un progetto realizzato nel carcere di Trani "per dare la possibilità a chi è detenuto di esprimersi e creare attraverso la musica". È entrata in carcere che "non sapevo leggere e scrivere". Fra qualche mese sarà dottoressa in Filosofia. A cosa ti servirà la laurea, se ti sei beccata trent'anni, le chiedo, "è l'unica motivazione per cui mi sveglio la mattina". E poi il detenuto che mi chiede di andare nel suo paese, non ci va da quindici anni, non potrà andarci per i prossimi quindici: "vatti a fare 'na passeggiata al frantoio di papà. Io, qui, sento ancora l'odore di questo periodo in cui facevo l'olio con lui". E piange, perché si ricorda del gran lavoro che gli manca, "soprattutto quello di stare insieme agli altri, a parlare di vita onesta".
Sono le donne e gli uomini detenuti e condannati in via definitiva nelle carceri di Trani, ma potrebbero essere quelle e quelli di qualsiasi altro carcere italiano. Perché vivono tutti nelle stesse pessime condizioni. E allora tocca al Terzo Settore, come sempre accade, in un paese che, rispetto alle politiche dei detenuti lascia troppo, e da molto tempo, a desiderare. Il sistema carcerario funge da discarica sociale. I dati forniti dal Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria al 31 ottobre 2021, confermano che la popolazione carceraria ha basso livello di scolarizzazione e le prigioni sono affollate da migranti e fasce sociali ed economiche deboli. Un detenuto su 4 è tossicodipendente; un detenuto su 3 è immigrato; tra i minori di 24 anni la percentuale di stranieri sale addirittura al 45%. Le situazioni sono di vera e propria emergenza, oggetto di attenzione e richiami da parte della Corte Europea per i Diritti dell'Uomo di Strasburgo che ha più volte denunciato condizioni di detenzione intollerabili. L'emergenza sanitaria ha acuito i problemi.
Però c'è chi si impegna, al modo di Piero Rossi, Garante Regionale per i diritti dei Detenuti della Puglia, che ha fortemente voluto un progetto gestito dalla Cooperativa Sociale I bambini di Truffaut. Un laboratorio, "Rock Oltre Le Sbarre", condotto da operatori, anche parte di una band, Behind Bars. Il chitarrista Bob Cillo, la cantante polistrumentista italoamericana Livia Monteleone e il batterista JJ Springfield, utilizzano la forma espressiva a loro più congeniale. Fanno musica per portare solidarietà a chi vive l'isolamento della prigionia nelle carceri, nell'indifferenza della società. "Dunque Behind Bars è una 'concept band' - spiega Cillo - in cui l'aspetto musicale si integra con l'impegno civico, l'umanità e l'emotività". Quella che passa attraverso il fare la musica che muove dentro.
"Un programma di attività per dare ai detenuti la possibilità di esprimersi attraverso la musica - spiega Livia Monteleone Il carcere di Trani ci ha aperto le sue porte". La proposta non è il solito laboratorio musicale, ma nella specificità del blues e del rock, espressioni nate nel sud del mondo tra terreno, sofferenza e sudore. "Gli Afro-americani suonavano il blues nelle famigerate farms, i campi di prigionia per i lavori forzati - spiega Cillo - Oggi ci sembra giusto riportare il blues lì, nella dimensione in cui è nato; crediamo che possa funzionare".
Ed è evidente quello che accade col detenuto condannato per omicidio, notare l'esigenza di dire la sua voglia di liberarsi dal tormento dell'errore, attraverso la musica, che sulle corde e sulle pelli delle percussioni diventa un levare, più che un battere. Nel tentativo di elevarsi dal peso grave della leggerezza che non conoscono più. "Piuttosto vado a rubare, ma io i miei figli dagli assistenti sociali non ce li mando". Parte di questi racconti sta trovando il loro strumento di amplificazione, attraverso le chitarre, gli amplificatori, le percussioni. Far rumore è l'unica possibilità che le donne e gli uomini reclusi avrebbero per darsi voce. E che produca un'eco.
Il Mattino, 29 dicembre 2021
Il garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, oggi, si è recato in visita alla casa di reclusione di Carinola. Durante la mattinata, ha assistito ad una rappresentazione teatrale, tenutasi all' interno del penitenziario, organizzata dalla compagnia amatoriale napoletana Terapia d'urto con la regia di Tiziana Laltrelli. Varie le tematiche abilmente portate in scena, tra cui la famiglia, l'amore, l'avidità, la diversità e il pentimento di un uomo e il suo desiderio di ritornare sui propri passi.
"Queste lodevoli iniziative offrono sicuramente un'occasione di riflessione, di meditazione per ciascuno di noi e soprattutto per coloro che, in quanto ristrettì, non devono mai abbandonare l'idea e la fattività di una ripartenza diversa da quella originaria. Dopo il verbo amare, il verbo ricominciare, ripartire, è fondamentale", ha detto il garante a termine della manifestazione teatrale. La casa di reclusione di Carinola ospita attualmente 380 detenuti e, fortunatamente, nessuno di loro è affetto da Covid. Il garante ha effettuato diversi colloqui con i ristrettì medesimi. È rimasto, peraltro, a pranzo nella struttura carceraria e ha avuto modo di rilevare che, a tutt' oggi, è in atto un'astensione del personale di polizia penitenziaria dalla mensa obbligatoria di servizio.
"Una forma di protesta per la grave carenza di personale; sono, infatti, attualmente in servizio 156 unità, mentre dovrebbero essere impiegate, in base a quanto rilevato dall'ultima commissione, che si è occupata della revisione delle piante organiche, 290 unità. È auspicabile, quindi, per la funzionalità della struttura, che i competenti uffici operino le necessarie verifiche e adottino i conseguenti provvedimenti, prima che accadono fatti incresciosi o eccezionali", ha concluso Ciambriello.
di Stefano Vecchio*
Il Manifesto, 29 dicembre 2021
Dopo una lunga fase di dibattito preliminare e una tre giorni, non priva di contraddizioni, in plenaria a Genova presso il palazzo Ducale, la Ministra Dadone, che ha la delega alle politiche sulle droghe, il 29 novembre ha concluso la Conferenza Nazionale sulle Droghe, indetta dopo dodici anni di latitanza.
Diversi gli impegni assunti che prevedrebbero, se fossero mantenuti, un cambio sostanziale delle politiche attuali sulle droghe. La Rete italiana per la Riforma delle politiche sulle droghe, ha aperto da subito un dialogo critico con la Ministra accettando di partecipare ai tavoli preparatori della Conferenza, negoziando uno spazio specifico per la Riduzione del Danno e la partecipazione attiva delle Persone che Usano Droghe.
Pur valutando positivamente queste aperture e la disponibilità al dialogo da parte della Ministra, abbiamo espresso le nostre critiche per la scelta di rimandare al dopo conferenza il confronto con la politica. Abbiamo organizzato, allora, un "FuoriConferenza" in cui abbiamo indicato gli indirizzi culturali e politici per cambiare l'impianto penale repressivo della legge seguendo una prospettiva alternativa basata sul governo e la regolazione sociale del fenomeno.
La Ministra ha partecipato con interesse al dibattito condividendo alcune delle nostre proposte. Le conclusioni importanti della Conferenza sono anche il risultato di questo lavoro 'dentro e fuori', che ci ha visti critici e collaborativi allo stesso tempo.
L'impegno più importante: la modifica della legge attuale. Gli approcci possibili sono diversi ma la prospettiva si gioca tutta dentro lo svincolo dal Codice penale delle politiche rivolte alle persone che usano droghe, restituendo loro diritti civili e di cura. Va in questa direzione il riconoscimento pieno della prospettiva della Riduzione del Danno, Livello Essenziale di Assistenza dal 2017. La Riduzione del Danno è considerata, nelle strategie europee, un pilastro delle politiche sulle droghe che si fonda sulla tutela e promozione della salute delle persone che usano droghe e sul sostegno e la valorizzazione delle loro competenze sui rischi e i danni. Per dare esigibilità a questo diritto è necessario approvare un Atto di Indirizzo della Conferenza Stato-Regioni seguendo un percorso partecipativo con gli operatori e la società civile.
Questi sostanzialmente gli assi sui quali si richiederà l'impegno post Conferenza al Governo per attivare un percorso politico-istituzionale che dovrà individuare una serie di obiettivi intermedi di cambiamento progressivo e elaborare il primo vero Piano Nazionale sulle Droghe in Italia, partecipato, realmente attuabile e uniforme tra le Regioni, lanciare la sperimentazione delle stanze del consumo, garantire l'analisi delle sostanze (drug checking), rendere residuale la carcerazione ampliando le misure alternative, definire un vincolo di spesa non inferiore al 1,5% per le politiche sulle droghe.
Accenno appena alla partecipazione inconsistente, in alcuni casi al limite della propaganda politica, del Governo e, a parte la dichiarazione isolata del Ministro Orlando che ha criticato il modello penale e il timido riconoscimento della Ministra Cartabia sulla efficacia delle misure alternative alla detenzione, ha spiccato l'incomprensibile assenza del Ministro della Salute Speranza. Noi della Rete saremo impegnati e mobilitati affinché governo e forze politiche garantiscano l'attuazione delle indicazioni della Conferenza Nazionale.
In attesa dei tempi istituzionali necessari per un cambio organico della legge, come segnalato dal Procuratore Generale Antimafia, va approvata la proposta di legge Magi sulla lieve entità mentre accogliamo positivamente la neutralità del Governo sul giudizio di ammissibilità del Referendum sulla cannabis annunciata dal Presidente Draghi.
*Presidente Forum Droghe
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 29 dicembre 2021
Democrazia digitale. Il punto dell'associazione Luca Coscioni. "Che fine ha fatto l'invasione di referendum che avrebbe devastato l'Italia del 2022 con l'introduzione della firma digitale?". Alla campagna antireferendaria di cattolici e centrodestra che prosegue senza soluzione di continuità, l'Associazione Luca Coscioni risponde facendo il punto su quella che "i più fini analisti politici prevedevano sarebbe stata peggio dell'invasione delle cavallette per l'antico Egitto".
Se ne prevedevano 12, ricorda Marco Cappato, "c'erano già parlamentari che volevano alzare la soglia delle firme (Ceccanti, Pd), intellettuali terrorizzati dai referendum che avrebbe potuto allegramente convocare Chiara Ferragni (Massimo Cacciari), e comunque grande apprensione e pensosa preoccupazione, oltre alla maledetta nostalgia per i referendum di una volta". Era l'alba del 20 luglio quando le commissioni Affari costituzionali e Ambiente approvarono all'unanimità l'emendamento di Riccardo Magi (+Europa) al Dl Semplificazioni. Panico. E ora? A che punto è l'invasione?
Il referendum di abrogazione del reddito di cittadinanza annunciato da Renzi e dibattuto "per giorni come se fosse di imminente votazione" non è stato "mai nemmeno depositato in Cassazione". Il referendum di abrogazione del Green Pass è stato depositato in Cassazione, con le firme raccolte anche in digitale, ma "certamente non le 500.000 necessarie", afferma Cappato. I 6 referendum per la giustizia giusta del Partito Radicale e della Lega sono stati presentati da 9 Consigli regionali a guida centrodestra malgrado le "oltre 700.000 firme raccolte, anche digitali" annunciate, che però non sono mai state depositate. I due referendum di abrogazione della caccia sono naufragati. Solo uno dei due "ha annunciato il deposito delle 500.000 firme, anche digitali" che però non sono state tutte confermate in Cassazione.
Dunque a cinque mesi dall'introduzione della firma digitale, solo due quesiti referendari hanno raggiunto il numero di firme necessarie: quello per la legalizzazione dell'eutanasia (1.240.000 firme di cui 350.000 digitali, già verificate dalla Cassazione) e quello sulla cannabis (oltre 600.000 firme raccolte in una settimana, quasi tutte digitali, in attesa della verifica definitiva della Cassazione). Ora però, conclude Cappato, l'importante è "che ci lascino votare".
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