di Vitalba Azzollini
Il Domani, 30 dicembre 2021
L'ultimo decreto flussi ha raddoppiato il numero di lavoratori stranieri che possono fare ingresso in Italia. Ma le politiche in tema di immigrazione continuano a essere carenti e improntate a burocrazia. Va rivalutata una proposta di legge del 2017: permessi temporanei per attesa occupazione, il sistema dello sponsor (legge Turco-Napolitano), la regolarizzazione individuale di stranieri che lavorano o hanno legami familiari. Vi sono esempi di "burocrazia discriminatoria" nella legge e in procedimenti per la concessione della cittadinanza. La logica dei decreti Sicurezza non è ancora stata superata. Qualche giorno fa, il governo ha deliberato il cosiddetto decreto flussi, vale a dire il provvedimento che determina quanti lavoratori stranieri possono fare ingresso in Italia in un determinato anno. Può essere utile valutare come questo decreto concorra alle politiche nazionali in tema di immigrazione e segnalare alcune distorsioni.
Decreto flussi 2022 - Il decreto ha disposto per il 2022 l'entrata di un numero massimo di 69.700 persone non comunitarie per lavoro subordinato (stagionale e non stagionale) e per lavoro autonomo. Nell'àmbito di questo ammontare, ci saranno 42mila ingressi per motivi di lavoro subordinato stagionale, nei settori agricolo e turistico-alberghiero; 27.700 ingressi, invece, per motivi di lavoro subordinato non stagionale e di lavoro autonomo, nei settori dell'autotrasporto merci per conto terzi, dell'edilizia e turistico-alberghiero.
Ma non tutti saranno nuovi ingressi. Infatti, una quota di permessi è destinata alle conversioni da permesso per studio (2mila), per lavoro stagionale (4.400) e per altre causali, quindi riguarderà persone che già si trovano in Italia.
Il decreto flussi nel tempo è andato perdendo consistenza, arrivando ad autorizzare - come nel 2020 - circa la metà dei lavoratori rispetto a quest'anno, e per gran parte stagionali o già presenti in quanto titolari di altri permessi di soggiorno. Il potenziamento di quest'anno è quanto mai opportuno. Infatti, "quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina - come riportato da Tito Boeri nella relazione Inps del 2018.
A fronte di una riduzione del 10 per cento dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5 per cento". Tuttavia, questo strumento è stato usato talora in modo improprio, per legittimare l'entrata "formale" di chi fosse già presente in Italia e lavorasse in modo irregolare. Del resto, il decreto flussi consente l'assunzione di stranieri appena arrivati, probabilmente non formati e che forse hanno anche difficoltà con l'italiano. Questo è il principale limite del decreto, nonché il motivo per cui si è prestato a usi distorti. Resta comunque valido il principio per cui, al fine di ridurre l'arrivo di stranieri irregolari, serva l'ampliamento di canali regolari. E il decreto flussi non basta.
Una proposta alternativa - Servirebbe rivalutare la proposta di legge di iniziativa popolare del 2017 avanzata nell'àmbito della campagna "Ero straniero". Innanzitutto, un permesso di soggiorno temporaneo (12 mesi) da rilasciare a lavoratori stranieri per facilitare l'incontro con i datori di lavoro italiani, anche attraverso intermediari. In secondo luogo, il sistema dello sponsor, originariamente previsto dalla legge Turco-Napolitano, per l'inserimento nel mercato del lavoro di persone straniere con la garanzia di risorse finanziarie e di un alloggio, agevolando quanti abbiano già lavorato in Italia oppure frequentato corsi di lingua italiana o di formazione professionale. In terzo luogo, la regolarizzazione individuale di stranieri in situazione irregolare, quando sia dimostrabile - tra le altre cose - che lavorano o hanno legami familiari. Favorire l'entrata di stranieri irregolari non è "buonismo".
Il nostro sistema previdenziale regge fin quando i contributi pagati dai lavoratori in un certo anno riescono a finanziare la spesa per le pensioni nel medesimo anno. Il crollo della natalità rende necessario reperire altre fonti di finanziamento: l'entrata di immigrati regolari - generalmente giovani o, comunque, nelle fasce attive - permetterebbe di aumentare il numero dei contribuenti.
L'ultima sanatoria di stranieri irregolari, prevista dal governo nel maggio 2020, è stata un fallimento. Essa avrebbe dovuto consentire, tra le altre cose, di colmare immediatamente la mancanza di lavoratori nel settore agricolo. I ritardi hanno inficiato l'intento.
Alla fine di ottobre scorso - secondo i dati divulgati da "Ero straniero" - su 230mila domande presentate, solo poco più di un terzo era stato finalizzato e appena 38mila permessi di soggiorno erano stati rilasciati. La gestione delle pratiche da parte del Viminale è stata non solo inefficiente, ma anche improntata alla burocrazia più deleteria.
Domande di regolarizzazione sono state rigettate con la motivazione che gli instanti non avevano risposto alla richiesta di documenti integrativi da parte del Viminale o alla convocazione da parte dello Sportello unico del lavoro. Nessuna richiesta o convocazione era pervenuta, ma gli interessati non potevano ovviamente dimostrarlo, trattandosi di una prova impossibile da fornire (la cosiddetta "probatio diabolica"). E così le relative istanze sono naufragate.
La burocrazia a volte assume connotati "discriminatori". È il caso della norma, ancora vigente, del primo decreto legge Sicurezza voluto da Matteo Salvini (n. 113/2018), ai sensi della quale, "per il rilascio degli estratti e dei certificati di stato civile occorrenti ai fini del riconoscimento della cittadinanza italiana" si prevede un termine di sei mesi dalla presentazione della richiesta da parte degli stranieri. Si tratta di documenti che gli italiani normalmente ottengono a vista.
Una sorta di burocrazia discriminatoria è anche quella che si riscontra in tema di cittadinanza italiana. Il primo decreto Sicurezza aveva raddoppiato i termini già previsti per l'acquisizione, portandoli da 24 a 48 mesi, e con efficacia retroattiva. Nell'ottobre 2020, un nuovo decreto (n. 130) ha abrogato la norma precedente, fissando a 36 mesi il termine di durata massima del procedimento.
È palese che, venuta meno la norma retroattiva che stabiliva i 48 mesi, alle domande di cittadinanza presentate prima del decreto Sicurezza si tornasse ad applicare il termine di 24 mesi sancito della disciplina previgente. Ma il Viminale è di diverso avviso, e così le prefetture si adeguano e prolungano i termini del procedimento per la cittadinanza. Insomma, la logica dei decreti Salvini non è ancora stata superata. Si "gioca" sulla successione delle leggi nel tempo, ma di fatto si "gioca" con la vita delle persone. Quanti se ne rendono conto, ora che Salvini non è più al ministero dell'Interno?
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 30 dicembre 2021
Le bande dedite ai rapimenti sono state molto attive nel 2021 ad Haiti catturando, dall'1 gennaio al 27 dicembre, 1.002persone. A scriverlo è il quotidiano Le Nouvelliste di Port au Prince che cita una ricerca del Centro di analisi e ricerca sui diritti umani (Cardh).
Il giornale ha precisato che nessun settore sociale è stato risparmiato, compresi i cittadini stranieri, 81 dei quali di sei Nazioni sono finiti nelle mani dei rapitori, che per rilasciarli hanno chiesto ingenti somme di denaro.
Il dato del 2021, ha indicato peraltro il Cardh, è allarmante perché rappresenta un forte aumento rispetto al 2020, quando i sequestri di persona erano stati 796. Uno dei gruppi più importanti di sequestrati, si è infine appreso, è stato quello dei religiosi. Almeno 40 membri di varie chiese sono finiti nelle mani di gente senza scrupoli, che ha ricattato le organizzazioni e gli Stati di appartenenza, nonché i famigliari, con l'obiettivo di ottenere la maggior quantità di denaro possibile. Il caso più clamoroso è stato il sequestro a metà ottobre di 17 missionari, e dei loro famigliari, di nazionalità statunitense e uno canadese. Per la loro liberazione, avvenuta due settimane fa, la banda "400 Mawozo" è giunta a chiedere fino a un milione di dollari per ciascun ostaggio. Tutti gli ostaggi sono tornati in libertà a metà dicembre.
di Alessio Sgherza
La Repubblica, 30 dicembre 2021
Nasce dall'università di Trento in collaborazione con l'Oms un database aperto con sentenze giudiziarie di tutto il mondo riguardanti le misure adottate dai governi per combattere la pandemia. Perché con il coronavirus "tutto il mondo è paese". Racconta la coordinatrice del progetto: "Colpisce come le corti di sistemi diversi arrivino a bilanciamenti molto simili tra i diritti".
In Austria, il tampone rapido agli studenti e l'obbligo di mascherina non violano il diritto allo studio anche se può costringere parte degli studenti alla dad. In Australia, la limitazione agli assembramenti è lecita anche se impatta sulle celebrazioni religiose. In Zambia, il governo può limitare i comizi in campagna elettorale, ma non può usare il covid come scusa per limitare la par condicio in radio e tv.
Dire "tutto il mondo è paese" non è mai stato così vero come durante la pandemia di Covid-19. Governi, cittadini e giudici dalla Nuova Zelanda al Canada si sono trovati tutti ad affrontare - seppure all'interno di sistemi sociali, politici e giuridici differenti - la stessa emergenza. Con misure simili e sfide simili ai diritti. Tutti abbiamo rinunciato a porzioni della nostra libertà, che sia di movimento o di autodeterminazione nei provvedimenti sanitari o ancora nel diritto allo studio (fare la dad non è come andare a scuola, non c'è niente da fare).
Nasce da questa consapevolezza il progetto Covid-19 litigation, un database ad accesso libero che raccoglie tutte le sentenze e decisioni degli organi giudiziari di tutto il mondo. Nato per volontà dell'università di Trento e con la collaborazione dell'Oms, il progetto è coordinato dalla professoressa Paola Iamiceli, docente di Diritto privato all'ateneo trentino.
I casi sono identificati attraverso una rete internazionale di giudici e studiosi costruita ad hoc, con il supporto di banche dati pubbliche e ricerche media trasversali ed estensive. È stato inoltre attivato uno strumento di crowd sourcing, che permette un coinvolgimento più ampio della comunità. "Stiamo lavorando da oltre un anno a questo progetto - racconta Iamiceli - e abbiamo coinvolto moltissime persone". La banca dati sarà continuamente aggiornata per riflettere gli sviluppi del diritto di ogni giurisdizione. Una ricerca interattiva è resa disponibile in modo che gli utenti possano anche fornire suggerimenti per l'integrazione del database, la sua fruizione e utilità.
"In questi due anni - continua Iamiceli - ci siamo abituati a rinunciare a qualcosa dei nostri diritti. La pandemia ci mette di fronte a questa necessità, con un'intensità e una forza che non avevamo conosciuto. In ogni Paese legislatori e giudici stanno mettendo di fronte salute pubblica e diritti.
Rispetto al pre pandemia, ragiona la professoressa, sembra quasi che i diritti 'minacciati' dall'emergenza siano tornati di moda. "Perché i diritti non possono essere dimenticati nel medio e nel lungo periodo, è un bene vedere i cittadini che si fanno avanti per difenderli". Ma attenzione: non stiamo parlando di no-vax o di chi nega l'esistenza dell'emergenza. Ma di una rinvigorita attenzione verso quelle che sono le nostre libertà fondamentali. "Questa pandemia ci ha anche ricordato l'esistenza di tanti diritti, l'importanza di alcune libertà, per la libertà religiosa, il diritto all'istruzione, alla privacy. Solo ora riusciamo ad apprezzarle".
Non ci si può nascondere che molte delle tematiche no-vax si basano proprio su questa difesa della libertà. "dimensione individuale della salute e una dimensione collettiva. E secondo le norme e le costituzioni, la prima può essere limitata per la salute pubblica. Serve trovare un equilibrio tra libertà e solidarietà. E in tutte le decisioni analizzate dal database la solidarietà è preponderante".
Eppure sembra strano che Paesi così diversi possano imparare l'uno dall'altro. L'India è molto diversa dagli Stati Uniti, che sono molto diversi dall'Italia. Continua Iamiceli: "Serve consapevolezza della diversità dei sistemi. Ma quello che si vede studiando le decisioni presenti nel database è che gli Stati e i giudici hanno usato principi diversi per affrontare problemi molto simili e alla fine hanno definito bilanciamenti molto simili. E in altri Paesi, ad esempio alcuni in Sud America, dove la consapevolezza dell'importanza di misure emergenziali era più bassa, sono proprio i giudici con le loro decisioni ad aver stimolato i governi ad affrontare i problemi, e adottare certe misure. Dove c'è stata più lentezza a volte sono state proprio le corti a contribuire. Anche in India ci sono molti esempi".
L'obiettivo di questo progetto è fornire uno strumento di guida e di confronto per chi deve prendere decisioni, ma si rivolge indirettamente anche ai policy makers, che devono adottare questi provvedimenti. "E vedrete che inizieranno a crescere le richieste di risarcimento da parte di individui o gruppi per i danni subiti dalla limitazione delle proprie libertà. Con questo database vogliamo fornire strumenti anche a coloro che devono prendere decisioni per capire come le scelte sono valutate dai giudici e fornirgli elementi di riflessione".
C'è stato un tempo, in cui il diritto romano era considerato una fonte unica, valida e sovranazionale. Per secoli l'Europa e non solo si è affidata alle norme di Roma come base delle decisioni giudiziali. La pandemia ci riporta lì. "O almeno ci stiamo provando", chiosa ridendo Iamiceli.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
Il nuovo decreto, approvato il 23 dicembre dal Cdm per fermare la risalita dei contagi da Covid- 19 nel nostro Paese, introduce nuove norme e restrizioni. Una su tutte, l'obbligo di mascherina Ffp2 (quelle più performanti in termini di protezione dal coronavirus) per chiunque - vaccinati compresi, ovviamente - nei luoghi a rischio assembramento o dove comunque è prevista un'altra concentrazione di persone. Ebbene, tra i luoghi chiusi e sovraffollati, non compare il carcere.
di Angela Stella
Il Riformista, 29 dicembre 2021
Tra le proposte, detrazioni di pena più alte, permessi più lunghi. Basta parti in prigione, numeri identificativi e trasparenza nelle perquisizioni per evitare altre S.M. Capua Vetere. E poi pc, strumenti tecnologici, servizi.
"La pena, quale che sia la forma dell'espiazione, deve tendere a restaurare e a ricostruire quel legame sociale che si è interrotto con la commissione del reato. Deve avere l'obiettivo di re-includere, di avviare un processo potenzialmente in grado di ridurre il rischio di ricaduta nel reato". È questa la premessa culturale alla base della relazione della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario, presieduta dal professor Marco Ruotolo, Ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università Roma Tre.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 29 dicembre 2021
Favorire un processo di autodeterminazione che possa condurre il detenuto a riappropriarsi della vita, riducendo il rischio di ricaduta nel reato. Con quest'obiettivo creare condizioni di sistema in grado di responsabilizzare per il futuro, più che a porre rimedio per il passato.
E in 226 pagine la Commissione istituita dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia indica una mole assai significativa di interventi sul sistema penitenziario. Del resto Cartabia, rivolgendosi lunedì ai vertici dei 190 istituti penitenziari del Paese, ha promesso un "percorso di rinnovamento che giovi all'intera comunità penitenziaria". E così a venire formalizzato dalla commissione presieduta dal costituzionalista Marco Ruotolo è un pacchetto di proposte che inevitabilmente si intreccia con la redazione, in corso, dei decreti delegati per la modifica del sistema sanzionatorio penale e per la disciplina organica della giustizia riparativa.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
L'Assessora capitolina alle Politiche sociali e alla salute, Barbara Funari, il giorno di Santo Stefano ha visitato Rebibbia insieme al consigliere regionale e capogruppo di Demos, Paolo Ciani, e ai volontari della Comunità di Sant'Egidio. Per Ciani "è importante che rappresentanti delle istituzioni frequentino il carcere, perché è a tutti gli effetti una parte della nostra città. Importante rompere l'isolamento - acuito dalla pandemia - e la dimenticanza di questi luoghi anche in questi giorni di festa. Il carcere è un piccolo mondo, una parte di città abitata da cittadini che hanno compiuto dei reati, ma che rimangono persone e cittadini. Con loro tutte le persone che si occupano per lavoro di questi luoghi, dalla polizia penitenziaria, a chi lavora nell'amministrazione penitenziaria, ai servizi sociali, gli infermieri, i medici, i volontari. È sciocco pensare al carcere come a qualcosa di estraneo alla città e alla vita comune".
di Elisabetta Burla*
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
Sono trascorsi due anni dall'inizio della proclamata pandemia e, ancora, non sono stati adottati provvedimenti decisivi ed effettivamente tutelanti per la salute delle persone, delle persone detenute, in particolare. Attualmente, all'interno della Casa Circondariale di Trieste vi sono alcuni casi di positività, la maggior parte delle persone positive sono vaccinate ma il virus non fa eccezioni. Del resto il carcere, anche quello di Trieste, non può garantire spazi adeguati, non può - per certo garantire la misura del distanziamento sociale e, i numeri delle persone detenute sono nuovamente saliti: su una capienza regolamentare di 139 persone ne sono ristrette più di 200.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 29 dicembre 2021
Sale ancora il numero dei detenuti positivi al Covid-19 all'interno degli istituti penitenziari, anche se i soggetti sintomatici risultano essere meno del 2% dei contagiati. L'ultimo monitoraggio del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, aggiornato a ieri, registra 510 detenuti positivi (+166 rispetto alla scorsa settimana), su una popolazione reclusa di 52.569 unità effettivamente presenti in carcere. Soltanto tre sono sintomatici, mentre sei risultano attualmente ricoverati in una struttura ospedaliera.
Anche fra gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria continua a crescere il numero dei positivi, che sono ora 527 (+132 rispetto alla scorsa rilevazione), pressoché tutti al proprio domicilio, con due soli ricoverati in ospedale. Sono 37, infine, i contagiati fra il personale amministrativo e dirigenziale dell'Amministrazione (+3 rispetto a sette giorni fa), con quattro ricoverati. Cresce anche il numero delle vaccinazioni fatte ai detenuti: secondo i dati forniti dall'Anagrafe Nazionale Vaccini del Ministero della Salute, alla popolazione reclusa sono state somministrate in totale 94.738 dosi di vaccino anti-Covid-19 (+2.194 nell'ultima settimana).
Dal 15 dicembre scorso, infine, tutto il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria (ovunque presti servizio) e quello appartenente alle Funzioni Centrali che lavora negli istituti penitenziari deve essere in possesso del cosiddetto green-pass rafforzato, come previsto dal decreto-legge 26 novembre 2021, n.172. Alla data di ieri, sono 40 i poliziotti penitenziari e 13 le unità di personale amministrativo e dirigenziale dell'Amministrazione che risultano assenti ingiustificati ai sensi della suddetta normativa.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 29 dicembre 2021
Abbiamo visto e dimenticato. Abbiamo conosciuto storie e statistiche di quello che accade nelle carceri italiane e non è servito, ancora, a molto. Abbiamo osservato la scorsa estate, perfino troppo attraverso quei filmati che hanno fatto il giro del mondo, le violenze di massa che sono state messe a segno un anno prima, nell'aprile del 2020, nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, e non sappiamo se basterà davvero. Il durissimo biennio che si chiude consegna la foto più completa e impietosa del nostro sistema penitenziario.
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