di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 31 dicembre 2021
"Non si possono scaricare le falle di un sistema solo sulle spalle della magistratura". Chi parla non è una di quelle toghe firme abituali del Fatto, di quelle che difendono la corporazione a prescindere, ma un magistrato moderato e in genere ragionevole come Fabio Roia, vicepresidente vicario del tribunale di Milano, ex membro del Csm e che fu segretario di una corrente di centro della magistratura, Unicost.
Parla dalle colonne della Stampa, intervistato dallo stesso giornalista, Paolo Colonnello, che il giorno precedente aveva dialogato, con ben altro risultato, con Giuliano Pisapia, avvocato e parlamentare europeo. È un vero peccato che non si possa individuare una sia pur flebile voce di magistrato che, dopo la tragedia che ha visto suicida l'ex consigliere e assessore regionale del Piemonte Angelo Burzi, sappia discostarsi dal formale "doveroso rispetto" per chi non c'è più, per capirne invece le ragioni esplicite e trasparenti messe nero su bianco nelle lettere d'addio. Un'occasione persa. Quasi come se l'intera magistratura avesse delegato una sorta di pensiero unico di casta al procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo. Il quale, nelle due pagine di autodifesa dalle critiche per la conduzione della procura di Torino nei diversi gradi di giudizio che hanno visto alla sbarra come imputati una serie di consiglieri regionali piemontesi, aveva ipotizzato il reato di vilipendio dell'intera magistratura a carico di chi avesse osato avanzare certe critiche.
Eppure non c'è bisogno di conoscere i processi, di aver letto le carte, per tentare qualche ragionamento elementare. Basta la conoscenza della Costituzione. Come fa Giuliano Pisapia, che ricorda prima di tutto come già il processo, soprattutto se prolungato negli anni, sia una sofferenza per l'imputato. Cui immediatamente il Presidente Roia replica che anche le vittime e le parti civili soffrono. Il che è più di un'ovvietà, è un modo astuto di mettere le cose a posto nel mondo dei puri e degli impuri. Anche se innocenti secondo la Costituzione. Ma è proprio la legge delle leggi che impone anche la ragionevole durata del processo. Quindi, restare otto o dieci anni, o anche più, in attesa di un verdetto è o no una violazione di legge, oltre che sofferenza atroce, anche quando non ci siano vittime sul selciato?
Il secondo dettato costituzionale evocato da Giuliano Pisapia è che per poter condannare, occorre la ragionevole certezza della colpevolezza. Se un imputato è ritenuto innocente "oltre ogni ragionevole dubbio", su quali basi un pubblico ministero chiede di ricominciare daccapo, di fare un altro processo? Voglia di vincere a tutti i costi? E ancora: sulla base di quali nuove prove, di quali elementi, di quali testimonianze, in processi come quello che ha riguardato Angelo Burzi, la corte d'appello ha riformato la sentenza di primo grado e ha condannato? Oltre a tutto c'è un dubbio di fondo, in queste vicende di scontrini e rimborsi, e riguarda lo stesso intervento dello strumento penale. "Se si ritiene - è il ragionamento di Pisapia - che certi comportamenti di amministratori pubblici, magari in buona fede, creino dei danni erariali, la sede non è quella penale".
È questo il punto cruciale di un discorso generale, di un momento della storia in cui ci sta precipitando addosso come una valanga un eccesso di giurisdizione, in cui tutto pare diventare reato. Come se i nostri comportamenti, anche i più banali, fossero spiati da qualcuno che cerca i reati, che li costruisce per noi. Per decenni i gruppi regionali, come quelli parlamentari, hanno distribuito i fondi destinati ai rimborsi delle spese per la propria attività politica e di rappresentanza ai singoli esponenti politici con controlli basati sull'autocertificazione. I famosi scontrini. Non c'erano elenchi rigorosi e specifici sulla tipologia di spese rimborsabili. Spettava a ogni capogruppo ammettere o respingere ogni documentazione, e in genere vigeva una certa flessibilità. C'è stato qualcuno che si è allargato? Sì, ma sono stati pochi, e quei pochi hanno riempito i titoloni dei giornali.
Le inchieste penali su "Rimborsopoli" sono iniziate quando la situazione politica lo sollecitava (onestà, onestà), proprio come nel 1992 era scoppiata "Tangentopoli". Ma trent'anni fa si parlava di mazzette e di finanziamento illecito ai partiti di milioni di lire. Non di scontrini per spese di qualche migliaio di euro per cene elettorali o piccole consulenze. Non è un caso se ci sono state sentenze a macchia di leopardo in tutta Italia. Perché la verità è quella di Pisapia (e ci saremmo aspettati la condivisione di un magistrato come Roia): che cosa c'entrano il codice penale e il peculato? Ci sono stati giudici che hanno condiviso questo dubbio di fondo e lo hanno scritto, mentre assolvevano gli imputati "perché il fatto non sussiste", come la presidente della prima sezione penale di Torino Silvia Begano Bergey.
Oggi ne possiamo citare un altro - come ha ricordato sul Foglio Carmelo Palma, giornalista ed ex consigliere regionale piemontese-, il gip bolognese Letizio Magliaro. Il quale si rammaricava del fatto che certi comportamenti politici autopromozionali eccessivi non avessero trovato altra forma di sanzione fuori delle aule di giustizia. E così concludeva: "L'amara constatazione che ciò normalmente non accade non può però indurre a una impropria sostituzione della responsabilità penale a quella politica; su ciò di cui il giudice penale non può parlare, occorre tacere". Bologna, sentenza 2191/15. Da incorniciare.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 31 dicembre 2021
Sulla notizia di ogni scandalo giudiziario, di ogni caso di malversazione togata, di ogni gratuito rastrellamento antimafia, di ogni soverchieria inquisitoria, di ogni vita rovinata dall'abuso di giustizia, ci costringiamo alle solite precisazioni: e cioè che lo scandalo riguarda una parte minoritaria per quanto potente del potere giudiziario, mentre la gran parte dei magistrati è specchiata; che la malversazione è in una subdola nicchia, ma non coinvolge i tanti che adempiono con cura ai doveri del proprio ufficio; che la giustizia "a strascico", con la militarizzazione di intere regioni trasformate nel giocattolo del PM rivoluzionario, costituisce pratica preoccupante, ma alla quale non si abbandonano i molti che al contrario fanno uso più cauto del proprio armamentario; che la noncuranza cinica con cui si assiste alla distruzione della vita altrui per effetto del proprio errore, del proprio abuso, della propria brama di affermazione, è caratteristica di pochi, non dei tanti che invece risentono intimamente e con cruccio di poter far tanto male a un proprio simile.
Ma rischia ormai di essere ipocrita questo affrettarsi a tanto precisare. Rischia di accantonare una verità che ormai si è piantata al centro della faccenda: e cioè che proprio la sanità del grosso della magistratura, proprio la preponderanza, tra i magistrati, di gente che lavora coscienziosamente per l'applicazione della legge uguale per tutti e non partecipa al trafficare dell'eversione giudiziaria né si lascia andare alla strafottenza con cui le star della magistratura televisiva e giornalistica ridacchiano delle proprie vittime, proprio insomma l'estraneità di tanti al malcostume impunitamente esibito da pochi, è ciò che dovrebbe spingere quella maggioranza a farsi sentire, a costituirsi parte interessata nel processo di riordino e riconduzione a legalità dell'azione giudiziaria di cui da tempo, ma ormai improrogabilmente, ha bisogno il nostro ordinamento democratico. Altrimenti l'essere inerte "parte buona" di quel sistema diventa, da condizione assolutoria, motivo di condanna.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 31 dicembre 2021
La riforma Cartabia fa discutere per i criteri di accesso al secondo grado. Oltre alla prescrizione, per la quale è stato scelto un sistema a tre vie, la riforma Cartabia fa ampiamente discutere anche in ordine al tentativo di restringere le maglie criteriali di accesso al secondo grado di giudizio.
Già la riforma Orlando - con l'introduzione della locuzione "specificità dei motivi" in seno all'art. 581 c. p. p. - aveva limitato le impugnazioni dei provvedimenti emessi all'esito del primo grado di giudizio ed ora l'attuale Legge Delega, ancora in discussione, sta tentando di introdurre un secondo ed ulteriore criterio che richiede la "puntuale enunciazione dei motivi" in seno all'atto di ricorso. Sul tema, il Presidente dell'Unione delle Camere Penali, il collega Gian Domenico Caiazza, ha recentemente manifestato la propria preoccupazione, sottoscritta dallo scrivente, che la riformulazione dell'art. 581 c. p. p. - con l'introduzione di ulteriori avverbi ed aggettivi - rischi di tradursi in un restringimento delle maglie di accesso al secondo grado di giudizio, offrendo alla magistratura uno strumento con il quale dichiarare inammissibili i ricorsi.
Tali censure sono tutt'altro che infondate. Come noto, è desiderio espresso da tempo dalla magistratura quello di limitare l'accesso al secondo grado di giudizio e, non a caso, la riforma Cartabia - così come licenziata in prima battuta dalla Commissione Lattanzi - rischiava di trasformare il secondo grado di giudizio in un gravame a critica vincolata. Già in passato chi scrive aveva espresso preoccupazioni in tal senso, evidenziando come le modifiche proposte dalla Commissione Lattanzi, in ordine all'istituto dell'Appello, rischiassero di creare un "terremoto" in seno all'Ordinamento giudiziario, che vive oramai di anni e anni di stratificazioni di articoli ed interpretazioni, nei quali il secondo grado di giudizio è istituto ampiamente accessibile e vanto di un sistema garantista come quello nostrano.
Oltre tutto è anche nota la volontà estremamente deflattiva della riforma in commento, che ha l'ambizioso e quanto mai difficile scopo di ridurre i tempi della giustizia, dal momento che l'ottenimento degli interi fondi Europei destinati all'Italia (che si ricorda ammontano a circa 191 mld!) è vincolato al successo della riforma stessa.
Nel perseguire tale scopo, il legislatore ha, tuttavia, talvolta voluto o dovuto sacrificare i diritti processuali delle parti, come nel caso di specie dove vi è l'ennesimo tentativo di restringere le maglie di accesso all'appello, sul quale, come anticipato, era già intervenuta la riforma Orlando, introducendo un nuovo criterio di ammissibilità che già soddisfa ampiamente la necessità che l'atto di impugnazione sia strettamente ancorato al provvedimento impugnato, esponendo le proprie ragioni con specificità.
Di parere opposto, il primo Presidente Emerito della Corte Suprema di Cassazione, Giovanni Canzio, il quale rassicura che il tentativo di modifica è solo e puramente volto a rendere l'atto di appello specifico, pena l'inammissibilità, ricordando come sia contrario alla natura del nostro ordinamento e alle finalità dell'appello rendere quest'ultimo un gravame a critica vincolata.
Il Presidente Emerito continua affermando che l'intervento riformista si limita a positivizzare quanto già sostenuto dalla stessa Suprema Corte nella sentenza Galtelli del 2016. È pacificamente accettabile quanto sostenuto dal presidente Canzio sulla natura dell'atto di appello e sulla necessaria specificità dei motivi; tuttavia, chi scrive, condividendo quanto sostenuto anche dal collega Domenico Caiazza, ritiene che il principio di specificità abbia già trovato piena concretizzazione ed esplicazione con gli emendamenti introdotti dalla riforma Orlando.
Pertanto, l'attuale modifica oggetto di discussione rischia solamente di trasformarsi in un cavallo di Troia dotato di ampia discrezionalità, a mezzo del quale far passare nuovi e più stringenti criteri di valutazione dell'impugnazione. Il rischio è quello di aumentare vertiginosamente l'inammissibilità dei ricorsi, i quali risultano già ampiamente vagliabili sotto la lente dell'art. 581 c. p. p.
È importante lo sforzo dell'Unione delle Camere Penali: in rappresentanza dei penalisti tutti, fa passare chiaramente il messaggio che i diritti delle singole posizioni processuali non sono sacrificabili in virtù di una ragione deflattiva. Questa finalità - come chi scrive ha ampiamente sostenuto in più sedi, anche istituzionali - va ricercata in investimenti strutturali dell'intero sistema giustizia, in particolare apportando nuovi fondi e, soprattutto, organico, come la riforma ha tentato di effettuare in maniera claudicante con l'istituzione dell'Ufficio del processo, sulla cui efficacia vi sono dubbi non indifferenti. Ad ogni modo, sarà certamente interessante tornare sul tema prossimamente, quando i lavori nelle commissioni si saranno sviluppati ulteriormente, auspicando che il presidente Caiazza riesca a far valere le autorevoli voci di tutti gli avvocati penalisti.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 dicembre 2021
Parla il difensore di Rassoul Bissoultanov, uno dei due ceceni accusati dell'omicidio di Niccolò Ciatti, il 22enne fiorentino pestato a morte nell'agosto 2017 in Spagna. La risposta alle polemiche sulla scarcerazione di Rassoul Bissoultanov, uno dei due ceceni accusati dell'omicidio di Niccolò Ciatti, il 22enne fiorentino pestato a morte l'11 agosto 2017 in una discoteca di Llorret de Mar in Spagna, sta tutta nell'articolo 10 del codice penale (Delitto Comune dello straniero all'estero). Ce lo spiega nel dettaglio il suo avvocato Francesco Gianzi in questa intervista. In pratica il nostro Paese, nel caso di un cittadino straniero che commette un reato contro un cittadino italiano all'estero, può richiedere l'arresto solo se lo straniero è presente in Italia nel momento in cui viene emessa l'ordinanza.
Avvocato ci spiega bene tecnicamente da dove deriva questa scarcerazione?
È stata fatta una richiesta di revoca della misura cautelare che si basava su diversi punti, tra cui l'improcedibilità dell'azione penale e quindi dell'arresto. La Corte di Assise di Roma ha ritenuto assorbente il primo punto e quindi ha accolto la nostra istanza condividendo l'impostazione difensiva per cui la misura della custodia cautelare in carcere non poteva essere emessa mancando la condizione di procedibilità ex art. 10 c.p., relativa alla presenza dello straniero nel territorio dello Stato, atteso che Bissoultanov, al momento dell'emissione dell'ordinanza di misura cautelare in carcere non si trovava in Italia, essendo sul territorio dello Stato solamente successivamente all'emissione dell'ordinanza e cioè in sede di consegna in esecuzione del mandato di arresto europeo da parte dell'Autorità Giudiziaria tedesca, dove era detenuto a tal fine. In sostanza è stato trasferito in Italia e posto in custodia cautelare in carcere sulla base di una violazione di legge.
Il processo comunque inizierà il 18 gennaio...
Il processo si potrà comunque celebrare, salvo questioni di giurisdizione. Bisognerà capire se la giurisdizione è quella italiana o quella spagnola. Questo è un problema che verrà affrontato alla prima udienza dibattimentale. Noi riteniamo che la giurisdizione sia dello Stato spagnolo, e già i giudici spagnoli hanno fatto ricorso in sede europea perché è stata sottratta loro, con questa iniziativa dell'arresto da parte del nostro Paese, la giurisdizione in quanto mentre in Italia il processo in absentia è possibile, in Spagna invece no. Che problema ci sarebbe a processarlo in Spagna piuttosto che in Italia, considerato che il reato che viene contestato, ossia l'omicidio volontario, è lo stesso e che in caso di condanna la pena edittale massima prevista è sempre quella dell'ergastolo? Voglio però ricordare una cosa.
Prego...
Bissoultanov è stato detenuto oltre quattro anni in custodia cautelare preventiva in Spagna in attesa di giudizio e per oltre quattro mesi dagli arresti in Germania fino alla revoca della misura. Tuttora si è in attesa di celebrare il processo, che doveva iniziare in Spagna nel mese di novembre, ed è stato sospeso invece proprio in conseguenza del provvedimento emesso dall'Autorità Giudiziaria in Italia. Questo arresto ha provocato a mio avviso diversi danni: al ragazzo che ha subìto una ingiusta carcerazione in Italia e alla famiglia della vittima perché così si è ritardato l'inizio del processo in Spagna. Ora quindi ci saranno ulteriori ritardi finché non si deciderà in merito alla giurisdizione. Lamentiamoci pertanto del fatto che il processo non sia ancora iniziato e non della scarcerazione del mio assistito.
Sono state molte le polemiche per questa scarcerazione sintetizzate dalla formula "un assassino è libero per un cavillo. Vergogna!". Come si può rendere accettabile socialmente questa decisione?
Non si tratta di un cavillo, ma di rispettare le regole. Il ragazzo è stato arrestato in violazione della normativa italiana vigente. Per di più questo provvedimento italiano interviene a quattro anni dal fatto. Può sembrare scandalosa la scarcerazione, ma prima di pronunciarsi bisogna conoscere tutta la storia dall'inizio. A proposito di polemiche, vorrei chiarire un altro aspetto.
Dica...
Terminata la carcerazione preventiva in Spagna, gli è stato imposto l'obbligo di dimora lì. Ho letto su diverse testate che poi sarebbe fuggito. Non è così: gli è stato concesso un permesso di pochi giorni da un giudice spagnolo per andare a trovare i suoi genitori in Francia, a Strasburgo. Mentre si spostava nell'area metropolitana della città per arrivare a Kehl per mangiare una pizza, città che, seppur tedesca, fa parte dell'area metropolitana di Strasburgo, è stato preso in consegna dalla polizia tedesca. Ammanettato mani e piedi, è stato trattenuto lì due mesi prima di essere estradato in Italia. In sostanza, il mio assistito in attesa di un processo ha scontato quattro anni e mezzo di carcerazione preventiva. Capisco le ragioni dei genitori della vittima, ma anche trascorrere tutto questo tempo in prigione in attesa di essere processato mi sembra eccessivo.
Avvocato, un altro elemento della storia che ha suscitato critiche è che forse il suo assistito potrebbe non partecipare al processo.
Non vedo nulla di strano che un processo si possa celebrare con l'imputato a piede libero. Cosa cambia per la parte offesa? Non sarebbe questo il primo caso. Anche qualora fosse stato detenuto, si sarebbe comunque potuto rifiutare di partecipare alle udienze. Dopo di che un uomo libero decide di stare dove ritiene più opportuno: in Italia, Francia, Germania, dove vuole insomma in attesa della conclusione del processo.
Però mi pare che il vero problema è che Bissoultanov possa lasciare l'Italia, se non lo ha già fatto, e sottrarsi alle sue eventuali responsabilità, in caso di condanna...
Non so se sia rimasto in Italia ma non mi stupirei se fosse altrove perché non ha mai vissuto qui. Nel caso in cui venisse condannato e qualora si rendesse irreperibile scatterebbe il mandato di arresto europeo e la richiesta di estradizione. Comunque chi può dire come andrà a finire il processo se ancora non è neanche iniziato? Al momento è innocente, come prevede la nostra Costituzione.
Il padre della vittima ha scritto al Presidente della Repubblica Mattarella. Che ne pensa?
Rispetto tutte le scelte difensive e soprattutto quelle personali di un padre che ha perso un figlio. Qui però nessuno può violare le leggi vigenti. Noi abbiamo richiesto semplicemente che venissero rispettate le norme del codice penale.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 31 dicembre 2021
Lascia perplessi l'accordo, tra l'Ufficio Gip e la Procura, di attribuire a un unico fascicolo e affidare a un solo magistrato tutte le posizioni riconducibili alla vicenda. "Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge": il principio menzionato trova il proprio fondamento nell'art. 25 della Costituzione ed è uno degli strumenti di cui l'ordinamento si avvale al fine di perseguire l'ideale dell'Organo Giudicante, terzo e imparziale, e che, concretamente, trova attuazione nelle norme relative alla competenza e alle linee guida dettate dal Consiglio Superiore della Magistratura in ordine ai criteri di attribuzione dei fascicoli, il cosiddetto sistema tabellare.
Tale sistema trova compimento con il R. D. 30 gennaio 1941, n. 12 e ha lo scopo di dettare criteri oggettivi e predeterminati al fine di individuare il Magistrato competente per la specifica controversia, sì da evitare che tali attribuzioni restino governate dalla discrezionalità dei singoli.
L'art. 7 bis del succitato Regio Decreto precisa che le tabelle vengono costituite dai singoli uffici, sulla base del decreto emanato ogni triennio dal ministro della Giustizia, in conformità delle deliberazioni del Consiglio Superiore della Magistratura, assunte sulle proposte dei presidenti delle Corti di appello e sentiti i Consigli giudiziari. L'art. 7 ter determina, invece, le regole di assegnazione ai singoli uffici, secondo criteri "oggettivi e predeterminati".
L'ultima circolare emessa con delibera di plenum in data 23 luglio 2020 - per il triennio 2020/ 2022, eventualmente prorogabile ai sensi dell'art. 7 bis R. D. 30 gennaio 1941, n. 12 - al capo V, art. 157, dispone, altresì, che l'articolazione dei criteri di assegnazione degli affari spetta al Dirigente dell'ufficio, sotto sorveglianza del Presidente di sezione o del Magistrato che dirige ai sensi dell'art. 47 quater, R. D. 12/ 1941, per poi ribadire, al successivo articolo, che tali assegnazioni alle singole sezioni, Collegi e Giudici, debbano avvenire secondo criteri oggettivi e predeterminati.
Il compendio sull'attività di assegnazione degli affari agli Organi Giudicanti posto in premessa è doveroso e funzionale - tanto per chi scrive, quanto per il lettore - al fine di approcciarsi all'interessante intervista rilasciata su queste stesse pagine dal giudice Guido Salvini, Gip presso il Tribunale di Milano. Il dottor Salvini, in particolare, ripercorre l'assai nota vicenda che aveva interessato l'Ufficio Gip nel caotico periodo di inizio anni 90, allorquando il Paese attraversava i violenti scandali originati dai fatti riconducibili agli episodi corruttivi che avevano interessato tutto il mondo politico: inchiesta "Mani pulite". Il dottor Salvini ricorda come l'allora Ufficio Gip e la Procura si accordarono per far sì che ogni singola vicenda legata a fatti di corruzione nella Pubblica Amministrazione fosse riconducibile al medesimo procedimento, rispondente al numero di registro 8655/1992. A quel fascicolo, pertanto, venivano ricollegate le vicende giudiziarie più disparate, anche senza che vi fosse alcun collegamento soggettivo e/ o oggettivo.
L'obiettivo perseguito era quello di affidare ad un singolo Magistrato, il dottor Italo Ghitti, tutte le posizioni processuali anche solo potenzialmente riconducibili alla più larga vicenda Mani pulite, sì da agevolare, come ovvio, l'attività della Procura. Meno Sezioni e Giudici differenti dell'Ufficio Gip conoscevano la vicenda e meno probabile era il rischio che vi fosse una disparità delle decisioni assunte.
In altre parole, il meccanismo ideato dalla Procura e dal pool, che allora seguì la vicenda, era quella di accentrare tutti gli affari su una singola figura, già nota all'Ufficio di Procura, nonché in un unico fascicolo, estendibile a piacere, al punto che, allora, l'Ufficio Gip del Tribunale di Milano si vide assegnare fascicoli su cui non poteva vantare nemmeno la competenza territoriale. Alla luce dell'allora normativa - non troppo dissimile dall'attuale - non può non evidenziarsi come venne posta in essere una complessa violazione del principio posto in apertura del presente articolo.
Pur comprendendo le ragioni del pool operante alle indagini - le vicende che allora investirono il Paese richiesero uno sforzo immenso della macchina giudiziaria - non si può non rilevare come i criteri dettati dal R. D. 21 del 1942, in attuazione del principio ex art. 25 Cost., vennero completamente e sistematicamente disapplicati dall'Ufficio Gip del Tribunale di Milano, forse per un più alto scopo. Risulta quasi superfluo, a parere di chi scrive, evidenziare come un accordo tacito tra la Magistratura Inquirente e Giudicante, sia lesivo del principio di imparzialità e terzietà del Giudice, così come lesivo appare l'aggiudicazione di ogni singolo fascicolo non sulla base di criteri predeterminati ed oggettivi, ma per una mera questione di comodo.
Con ciò non si vuol certo dire che il dottor Ghitti allora non svolse un lavoro che, si è di questo certi, avvenne nel massimo rispetto del dettato costituzionale e della Legge; tuttavia, non si può certamente sottacere come meccanismi procedurali posti a tutela del principio di imparzialità e terzietà vennero adattati alla necessità. Proprio su questa necessità è il caso di riflettere se fosse proprio indispensabile o, quantomeno, perfettibile con correttivi quali quelli di individuare una squadra di magistrati da applicare ai noti fatti.
di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 31 dicembre 2021
Era in carcere dove perse oltre 25 chili. "Antonio ha scritto molte lettere in cui chiedeva aiuto. Nei colloqui mi diceva: "Non ce la faccio più". Vogliamo che venga fuori la verità, perché cose del genere non capitino più a nessuno". A parlare sono i genitori di Antonio Raddi.
"Portatemi via, qua dentro ci muoio". Antonio Raddi, 28 anni, lo ripeteva in continuazione ai propri genitori quando lo andavano a trovare in carcere. E lo scriveva nelle decine di lettere che tra l'aprile e il dicembre 2019 ha inviato alla famiglia. "Non ho ammazzato nessuno, perché mi trattano così?" si domandava mentre il suo fisico lo abbandonava. Un deperimento progressivo e veloce, che ha minato il suo corpo. Ma anche il coraggio e la voglia di resistere.
Nelle lettere descrive con calligrafia sempre più incerta il disagio e la malattia che stavano prendendo il sopravvento. Racconta di come non riuscisse più a mangiare. "Bevo caffè e fumo", confessava nei colloqui. Per poi rivelare come il cibo che i genitori gli portavano lo distribuiva ai compagni di sezione perché tanto lui "non riusciva a mangiare". E mentre soffriva ogni giorno di più, dal carcere Lorusso e Cutugno rispondevano alle note della garante dei detenuti che lui "stava simulando".
Quando è entrato in carcere Antonio pesava 80 chili. Quando è morto, il 30 dicembre 2019, ne pesava poco più di 50. E ieri nel giorno del secondo anniversario della sua scomparsa i genitori, papà Mario e mamma Rosalia, hanno rinnovato il loro appello affinché l'inchiesta per omicidio colposo - nella quale sono indagati 4 sanitari dell'istituto penitenziario - non venga archiviata: "Lo hanno ricoverato il 13 dicembre perché era collassato. I suoi organi interni erano compressi, il primario di rianimazione ci disse che in 40 anni di lavoro non aveva mai visto una cosa del genere. A uccidere nostro figlio sono stati l'indifferenza e il pregiudizio.
Di testimoni ce ne sono tanti e l'omertà in questi casi dovrebbe essere messa da parte: le persone dovrebbero dire come sono andate le cose e non raccontare falsità. Non è vero che nostro figlio ha rifiutato il ricovero. E non ha mai fatto lo sciopero della fame". La sola a raccogliere il grido di aiuto di Antonio è stata la garante per i detenuti Monica Gallo: "Quali autorità hanno effettivamente visitato quel ragazzo? Domanda alla quale ancora oggi non ho risposta".
Agli atti dell'inchiesta c'è anche un diario realizzato dalla garante, nel quale sono scandite le date e le tante segnalazioni inviate all'asl e alla direzione del carcere perché venissero presi provvedimenti. Segnalazioni cadute nel vuoto. "Non ci sono particolari criticità" rispondeva il 20 agosto l'asl a una nota di Gallo. E ancora, il 19 novembre di fronte a un'ulteriore sollecitazione i medici replicavano: "Pare essere strumentale, ma programmato ricovero".
Ma il 3 dicembre Antonio non era stato ancora ricoverato. "Il sistema carcere ha fallito - commenta l'avvocato Gianluca Vitale, che insieme al collega Massimo Pastore assiste la famiglia Raddi. Adesso speriamo che anche la giustizia non debba ammettere il proprio fallimento".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 31 dicembre 2021
Ciambriello: "Di questo passo non ci saranno più celle per isolamento sanitario". Il Covid fa paura anche in carcere. L'emergenza sanitaria che è fuori dalle mura penitenziarie si ripresenta con le stesse allarmanti proporzioni anche all'interno. In Campania la situazione è critica negli istituti di Poggioreale, Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Ariano Irpino, Salerno e Sant'Angelo dei Lombardi. Si registrano 86 detenuti contagiati, di cui uno solo ricoverato in ospedale, più 45 agenti di polizia penitenziaria.
"E c'è il rischio concreto che in alcune carceri a breve non ci saranno più le celle per l'isolamento sanitario dei contagiati e per l'isolamento precauzionale di chi ha avuto contatti con i contagiati", spiegano il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, quello napoletano Pietro Ioia, di Caserta Emanuela Belcuore e di Avellino Carlo Mele, lanciando una raccomandazione e una serie di proposte operative. "Pur non essendoci l'obbligo di esibire il Green pass e l'esito dei tamponi sia per i familiari che per gli avvocati, raccomandiamo agli stessi una vigilanza, un'attenzione e il rispetto della funzione di prevenzione che è fondamentale per evitare il dilagare del Covid in quanto il diritto alla salute dei detenuti va considerato prioritario".
La richiesta, dunque, è di dare una stretta alle misure di prevenzione senza che queste gravino solo sui detenuti, ma estendendole a chi da fuori accede all'interno dei locali penitenziari. "Ci auguriamo - aggiungono i garanti - che all'interno degli istituti vengano adoperate misure di prevenzione sociosanitarie e da parte delle Asl sia intensificata la disponibilità a somministrare in tempo utile e ragionevole i tamponi oltre che i vaccini per i detenuti".
Non sono fuori da questo discorso politica e magistratura. I garanti hanno ricordato i numeri esigui dei detenuti che durante la pandemia hanno ottenuto misure alternative, e quindi lo scarso effetto delle misure emergenziali sul grave problema del sovraffollamento carcerario. Anche per questo i garanti hanno rivolto un appello anche a politici e magistrati: "In questo periodo speciale vanno intensificate le misure alternative al carcere, così come il numero delle scarcerazioni da Covid che per il momento è stato molto contenuto e ci auguriamo che sia detenuti in attesa di giudizio sia i detenuti definitivi con particolari situazioni sanitarie, con patologie oncologiche, cardiologiche o mentali, possano ricevere arresti domiciliari o detenzione domiciliare. Perché il carcere - affermano in una nota congiunta - non può essere una discarica sociale né una vendetta. E ci auguriamo che tutti i soggetti istituzionali, a partire dalla politica, evitino immobilismi delle norme. È ora di pensare a un decreto di ristoro per i detenuti e ad atti di clemenza".
giornaledibrescia.it, 31 dicembre 2021
Si conferma critica la situazione del sovraffollamento a Canton Mombello, il carcere di Brescia dove la percentuale sfiora quota 200%, anche alla luce dell'emergenza Covid-19 e della mancanza di restrizioni ufficiali per il contenimento dei contagi. La situazione emergenziale aveva causato, nei mesi scorsi, diverse proteste da parte dei detenuti. Nelle carceri italiane, infatti, non è istituzionalmente previsto l'obbligo di Green pass per utenti e visitatori, né l'utilizzo di mascherina Ffp2, come invece è prescritto in altre situazioni di assembramento.
L'attenzione resta alta anche al Nero Fischione, ma fonti interne al carcere bresciano assicurano che non ci sono al momento situazioni di allarme. Ogni persona che fa ingresso in carcere, come da protocollo, è sottoposta a tampone. In caso di positività, il detenuto viene trasferito nel carcere milanese di San Vittore.
Fabio Pagani, segretario della Uilpa Polizia penitenziaria, nelle scorse ore ha reso noto che a causa dell'aumento costante di detenuti positivi nel carcere della Spezia è stato istituito un "piano detentivo Covid-19", sottolineando un vuoto normativo che potrebbe avere preoccupanti conseguenze. "A fronte del dilagare dei contagi da Covid-19 nel Paese, come sempre accade, e della consequenziale crescita sostenuta dei casi di positività nelle carceri, luogo chiuso e sovraffollato e nel quale gli assembramenti sono istituzionalizzati, non è previsto Green Pass per utenza e visitatori, niente mascherine Ffp2 obbligatorie, insomma, niente di niente".
"È inaccettabile - prosegue Pagani: la Polizia penitenziaria, per la quale neppure la legge di bilancio che sta per essere definitivamente varata dalla Camera prevede alcunché di significativo e specifico, non può essere considerata carne da macello". Desta particolare apprensione infatti la costante crescita del sovraffollamento nelle case circondariali in tutta Italia, "raggiungendo punte del 194% a Brescia Canton Mombello, del 187% a Brindisi e del 165% a Busto Arsizio, solo per fornire alcuni dati. A far le spese di tutto questo - conclude Pagani - sono gli appartenenti del corpo di Polizia penitenziaria e gli altri operatori che, se vorranno proteggersi dal contagio, dovranno acquistare in proprio le mascherine Ffp2 vanificando gli effetti dei rinnovi contrattuali appena ottenuti e togliendo altro all'esiguo stipendio".
La Stampa, 31 dicembre 2021
Il Covid è entrato in carcere ad Asti. Al momento sono una cinquantina i positivi tra detenuti e personale della polizia penitenziaria. Il dato è emerso durante la presentazione del sesto dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi, fatto dal garante regionale dei detenuti Bruno Mellano.
I contagi non riguardano solo il carcere di alta sicurezza di Asti ma anche altri istituti piemontesi. Ad Asti tutti detenuti e una parte dei lavoratori sono stati sottoposti a tampone dall'Asl. È scattato il piano di emergenza Covid e sono state attuate le direttive del Sisp e del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. In questo modo i positivi sono stati isolati. Pesa la questione del Green Pass. Mentre è obbligatorio per i poliziotti e i volontari che operano in carcere non lo è per i parenti dei detenuti e gli avvocati. E questo in un momento in cui i contagi sono in crescita può essere un altro veicolo di contagi.
Paola Ferlauto, garante comunale dei detenuti, spiega: "Il carcere è un luogo che deve essere protetto. È vero che si applica una normativa ministeriale, ma ritengo sia necessaria una riflessione e prevedere il Green Pass anche per i parenti dei detenuti. Generalmente arrivano da lontano e con la possibilità di venire in contatto con tante persone". Intanto i colloqui di presenza sono stati sospesi da alcuni giorni come anche i permessi premio. Al posto dei colloqui sono state garantite le videochiamate.
Il problema Covid va influire pesantemente sul problema degli organici e del sovraffollamento carcerario. Oltre al Covid ci sono altre questioni che attanagliano il carcere di Quarto. Sono elencate nel dossier regionale. Tra queste la necessità di potenziare la rete informatica e telematica per poter intensificare i colloqui a distanza e garantire da remoto le attività scolastiche. Inoltre i medici chiedono di realizzare un nuovo ambulatorio nel corridoio di servizio e collegamento tra i vari percorsi.
Sull'annunciata e contrastata costruzione di un secondo padiglione carcerario ci sarà un aggiornamento martedì 4 gennaio in Comune. Rita Monica Russo, provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, i garanti Bruno Mellano (regionale) e Paola Ferlauto (comunale) spiegheranno al sindaco Rasero e all'assessore Cotto, gli sviluppi della vicenda.
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 31 dicembre 2021
Appello di Garante dei detenuti e avvocato per un rapper di 27 anni con turbe psichiche che aggredì il padre: "Si sta lasciando andare, dopo 10 giorni in ospedale è stato riportato in carcere ma il suo posto è un istituto". Una situazione così critica da somigliare a quella di Antonio Raddi, la stessa apparente indifferenza alle condizioni di estrema vulnerabilità, un'analoga richiesta di aiuto che al momento è inascoltata.
"Ma dobbiamo salvarlo, non può accadere di nuovo" è l'allarme della garante dei detenuti Monica Gallo e dell'avvocato Alessandro Dimauro che si stanno muovendo con segnalazioni su segnalazioni per evitare che a Francesco G., 27 anni, accada la stessa sorte del detenuto morto per setticemia due anni fa dopo essere dimagrito di 30 chili.
"La situazione è davvero critica: lui è uno zombie, attualmente è da poco stato dimesso dal repartino ed è tornato in carcere - racconta l'avvocato Dimauro - ho mandato comunicazioni ovunque senza avere riscontro". Il suo assistito è Francesco, giovane rapper affetto da gravi problemi mentali. Una schizofrenia, una vita difficile, voci nella testa che, a suo dire, l'hanno portato a tentare di uccidere suo papà, a Santhià, a settembre. Un padre disabile che lui ha cercato di accoltellare dopo un litigio. Per questo è stato arrestato e portato in carcere, prima a Vercelli, dove ha anche aggredito alcune guardie, e poi a Torino. Reparto Sestante.
Ed è qui che inizia l'incubo di Francesco. Non mangia più con regolarità, inizia a deperire sempre più: dimagrisce a vista d'occhio. Lo sguardo sempre più spento, si trasforma nel fantasma di se stesso. "Andavo in carcere per incontrarlo e non parlava più. Muto, solo ogni tanto qualche gesto - spiega il difensore - i suoi problemi psichiatrici sono evidenti. Eppure c'è chi ha continuato a pensare che fosse un atteggiamento per ottenere per avere dei benefici o uscire. La verità è che non può stare in quelle condizioni lì dentro". Francesco non si lava per tre mesi, mangia quello che trova per terra. E non ha nemmeno la forza di andare in bagno. Viene ricoverato nel repartino delle Molinette dove resta dieci giorni. Per poi tornare alle Vallette, e ripiombare nell'incubo.
Francesco nella sua vita ne ha viste di tutti i colori. Ha un fratello anch'egli affetto da problemi psichiatrici, il padre che ha cercato di uccidere è in carrozzina. Ha un legame forte con la madre che è convinta che abbia bisogno di un esorcismo, tanto da aver persino chiesto al giudice di farglielo fare. Il suo avvocato si è limitato, in questo caso, a chiedere per lui un'assistenza spirituale. Ma dal punto di vista formale il legale ha già tentato ogni strada: conosce da anni quel ragazzo, da quando era stato selvaggiamente picchiato per strada da un gruppo di sette balordi che avevano insultato suo fratello. "Senza motivo" continuava a ripetere Francesco, tanto da farne anche una canzone diventata per certi versi famosa.
Di lui si erano interessate trasmissioni televisive, tra cui anche "Chi l'ha visto?". Eppure, quattro anni dopo, la sua condizione di fragilità sembra non suscitare allarme tra chi potrebbe cambiare le sue sorti. "Il suo posto è chiaramente una struttura sanitaria - spiega l'avvocato - L'istanza che ho presentato ha visto come risposta il diniego, con la spiegazione che non era stata indicata una clinica. Nelle Rems non c'è posto. Ma in carcere sta morendo: bisogna agire prima che sia troppo tardi".
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