di Livio Pepino
gruppoabele.org, 3 agosto 2021
Il tormentone continua. Da anni. Il funzionamento della giustizia penale è insoddisfacente, il carcere scoppia (sia pure con presenze variabili), la funzione rieducativa della pena è un'illusione. Ma il dibattito pubblico al riguardo è, salvo poche eccezioni, deludente ed elusivo. A volte pare che tutto si riduca alla disciplina della prescrizione, su cui si contrappongono due opposte tifoserie (entrambe poco interessate al funzionamento e alla razionalità del sistema complessivamente inteso).
contropiano.org, 3 agosto 2021
La notizia dell'istituzione di una Commissione d'indagine da parte del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, su impulso della Ministra della Giustizia Cartabia, non può che essere accolta favorevolmente. Occorre far luce su una delle pagine più buie del nostro Paese dall'introduzione della Legge 26 luglio 1975 n. 354: un bilancio di tredici morti è una ragione più che sufficiente per sollecitare l'accertamento di eventuali responsabilità relative alla gestione dell'ordine e della sicurezza all'interno dei 27 istituti coinvolti nelle rivolte dei giorni 7,8,9 marzo 2020.
agenparl.eu, 3 agosto 2021
"L'8 marzo 2020 è scoppiata una grave rivolta nella casa circondariale Sant'Anna di Modena nella quale sono morti nove detenuti, direttamente nell'istituto penitenziario o mentre, in condizioni d'emergenza senza che però nessuno li ritenesse in pericolo di vita, venivano trasportati verso altri istituti. Su ciò che accadde in quelle circa 60 ore sono state svolte indagini contro ignoti, con le ipotesi di reato di omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto.
di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 3 agosto 2021
La confusione tra certezza della pena e certezza del carcere, annebbia tutti i riferimenti alle alternative al carcere, e non è buttando via tutto che si ha il meglio: riflessioni e proposte operative.
La Riforma della Giustizia arriva oggi, lunedì 2 agosto, in Parlamento. Due voti di fiducia sulla riforma della giustizia sono previsti oggi alla Camera a partire dalle 22.30. Le due "chiame" inizieranno dopo le 24 ore previste dal regolamento, intorno alle 22.30. Le dichiarazioni di voto avranno inizio alle 20.45. Martedì si voteranno gli ordini del giorno a partire dalle 9. Quindi il voto finale sul provvedimento, che poi dovrà passare all'esame del Senato.
Attualmente, nel dibattito sulla riforma Cartabia-Lattanzi, ci si interroga su come sarà il domani della Giustizia e quello della politica della esecuzione della restrizione della libertà personale, sia detentiva che non detentiva. A mio parere, prima di parlare di nuove riforme, bisogna che si attui quello che non è stato attuato con l'ordinamento, perché sulla base della confusione tra certezza della pena e certezza del carcere, si stanno annebbiando tutti i riferimenti alle alternative al carcere, e non è buttando via tutto che si ha il meglio.
Si tratta anche solo di impostare un diverso modo di pensare e di agire, nella consapevolezza che il dare speranza è un dovere, non una possibilità; vorrei soffermarmi pertanto, sull'esecuzione della pena attraverso il carcere, la Polizia Penitenziaria ed il territorio, esecuzione che resta sotterranea e segreta, a differenza della tanto celebrata esecuzione pubblica del processo, mentre in passato lo era l'esecuzione della pena in forma pubblica e teatrale.
La nostra cultura giudiziaria intende la pena assolutamente detentiva, dopo, in carcere, potranno essere promosse attività lavorative per il futuro reinserimento sociale dei condannati; quelli che non abbiano reati ostativi, che non si comportino male, che abbiano risorse familiari e sociali significative e la fortuna di trovarsi in un istituto e in un territorio che offrano opportunità di lavoro e di reinserimento sociale, magari riusciranno a terminare la loro pena fuori dal carcere.
Si tratta di ricette antiche, secondo cui la pena detentiva è di per sé rieducativa e le alternative sono benefici straordinari. Ricette che hanno dimostrato nel tempo la loro inefficacia sotto i due profili costituzionalmente rilevanti del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e della prospettiva di reinserimento sociale dei condannati.
L'istituzione della "messa alla prova" ha confuso il rito penale, rendendo ancora più incerto il processo, salvo che davanti a condanna certa può esserci una liberazione condizionale certa; con le stesse modalità dettate per le misure di sicurezza non detentive, con un avvio ad un progetto di risocializzazione formulato dall'Ufficio di servizio sociale Giustizia e da quello territoriale e privato sociale, consapevoli che il buttare fuori dal carcere non significa reinserire ma solo buttare fuori.
Oggi questo progetto verrebbe annullato dalla presenza della Polizia Penitenziaria negli UEPE, uffici di servizio sociale del Ministero della Giustizia istituiti per i compiti di aiuto e controllo di chi è in esecuzione pena non in carcere.
In effetti l'impossibilità di attuare il reinserimento, in parte è dovuto da come è stata configurata la presenza del nucleo della polizia penitenziaria: gli appartenenti a questo gruppo, come si identificano al momento che si recano al domicilio o al lavoro del condannato, vanno per verificare, aiutare o per denunciare, considerando che sono ufficiali di Polizia Giudiziaria? Vanno o meno, a facilitare l'inserimento della persona in esecuzione pena non carceraria o, invece, annullano lo sforzo fatto per attuare il reinserimento?
Credo che gli Uffici di servizio sociale della Giustizia, nati come fiore all'occhiello della amministrazione penitenziaria, non hanno ancora ottenuto da questa, quella dovuta considerazione di essere l'altro braccio operativo nell'eseguire una pena.
Oggi mi appaiono più dei commissariati di polizia, e scusate il termine di chi non sa come chiamare un aggrumolato di poliziotti, con a capo un dirigente di polizia penitenziaria a livello alto, peraltro antonomo alla direzione dell'ufficio, in quanto previsto in modo piramidale. L'Unione europea, ha già espresso il suo parere negativo sulla situazione di personale militare in presenza ed a contatto con detenuti in carcere; come si può pensare accetti che personale di Polizia possa rimanere a contatti con persone che con molta fatica cercano di attuare il loro reinserimento sul territorio? Peraltro questa pratica della Polizia negli Uffici di servizio sociale non ha preso piede in Europa, conferma che deriva dai miei 10 anni di rappresentanza per l'Italia, nel Comité Européen de Probation (CEP) che favoriva un confronto tra le varie realtà europee che si occupavano di esecuzione penale nel territorio.
È bene che l'esecuzione della pena in toto ritorni al Magistrato di Sorveglianza, un Magistrato che creda nella rieducazione e nel reinserimento, senza che chiuda dietro le mura di una prigione o le sbarre di una cella, ma scommetta sulle alternative al carcere sin dall'irrogazione della pena o, per i reati più gravi, nel corso della sua esecuzione. Seguire e accompagnare in un diverso progetto di vita, riconoscendo la distinzione tra la persona e il fatto per cui è stato condannato: è questo il primo, vero cambiamento di cui l'esecuzione penale ha bisogno.
Il mondo politico dovrebbe concepire che, per aiutare il carcere ad essere un luogo diverso e di vera Probation, sia necessaria una struttura parallela ad esso, che accolga tutte quelle persone che non possono ottenere i benefici di legge, per mancanza di supporti esterni: la struttura parallela c'è già e sarebbe il Servizio Sociale Giustizia UEPE, ora distaccato dal Pianeta carcere!
Se si vuole dare un supporto al lavoro del Servizio Sociale Giustizia UEPE, si guardi alla Germania; presso i suoi uffici di servizio sociale della Giustizia, vengono assunti dei collaboratori appositamente preparati per collaborare principalmente con il Servizio Sociale Giustizia, come parte integrante del reinserimento e non come soggetti avulsi dal progetto ed agenti della denuncia, come sta avvenendo in Italia con la polizia Penitenziaria!
Va bene che molti poliziotti penitenziari, almeno quelli preposti alla esecuzione pena non detentiva, passino al ruolo civile, ma solo se la premessa e l'impegno del personale trasferito è che diventi parte attiva al progetto di reinserimento, come corpo unico con e degli gli uffici di servizio sociale della Giustizia, con una presenza nel territorio sulle 24 ore, con protocolli locali con le FF. OO. al fine di evitare duplicazioni. Il passaggio da personale addetto del carcere a personale della esecuzione pena non detentiva, avvenga per istanza personale e per scrutinio e colloquio. La commissione di valutazione sia a livello regionale, composta da dirigenti di servizio sociale Giustizia e presieduta dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di quel territorio.
L'elemento fortemente innovativo sta che il personale proveniente da questa selezione e quello di servizio sociale andranno a costituire, secondo specifiche competenze, unitamente, il Polo forte e nuovo dell'esecuzione penale non detentiva.
La messa alla prova, diventi solo una misura eccezionale, in cui il giudice giudicante fissi i termini minimi della esecuzione dietro presentazione di un programma di trattamento fatto da assistente sociale e utente, come fosse un contratto tra parti non avverse ma comuni, per arrivare al buon completamento della pratica che è l'inserimento.
Il giudicante fissi la pena massima qualora la misura non vada a buon fine, così che il soggetto arrestato riprenderà il procedimento normale previsto dall'Ordinamento penitenziario.
La gestione passi alla Magistratura di Sorveglianza, in quanto esperta nel processo di reinserimento che comprende anche servizi del territorio e del privato sociale, specie per quanto attiene l'attività risarcitoria, per essere questa un servizio non di penalizzazione ma risarcimento consapevole del danno arrecato col reato.
Agli Enti locali, rileggere le circolari del 1976 e 1977 in cui si chiedeva loro la più ampia disponibilità nel collaborare attivamente, per definire e creare contenitori di passaggio tra reclusione e libertà, sistemazioni non carcerarie, nuovi contenitori, dove il contenitore famiglia fosse inesistente o improprio per attuare il reinserimento.
Diverse strutture pubbliche potrebbero diventare questi contenitori, strutture di accoglienza intermedia tra carcere e libertà piena, strutture recuperate alla malavita e ospedali o caserme dismesse. Non è dare vita a nuove strutture per emarginare nuovamente, ma è togliere da una struttura totale come il carcere dei lavoratori temporaneamente detenuti, per proporgli di diventare lavoratori che attuano ogni sforzo per essere parte al principio del lavoro, fondate la nostra Repubblica. Credo, sia necessario che ogni corso trovi il suo alveolo e si ritorni a quanto pensato e voluto dai Padri fondatori dell'Ordinamento Penitenziario (Canepa, Zappa, Margara Minale o Magistrati amministrativi come Altavista e Minervini ucciso dalle BR). Forse così si può dipanare la nebbia dentro e fuori dal carcere.
*Antonio Nastasio è un ex dirigente superiore dell'Amministrazione penitenziaria, in quiescenza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 agosto 2021
Il quotidiano "Domani" ha sostenuto falsamente che le nuove garantirebbero l'impunità degli agenti accusati degli episodi di violenza a Santa Maria Capua Vetere. Recentemente il quotidiano Domani ha pubblicato un editoriale per spiegarci che la riforma Cartabia garantirebbe l'impunità degli agenti che hanno pestato i detenuti del carcere Santa Maria Capua Vetere. Niente di più falso. Purtroppo non è l'unico. Alcuni magistrati - non paghi dell'utilizzo della carta mafiosa - hanno spiegato in tv che con la riforma della giustizia, casi come quelli di Stefano Cucchi non avrebbero giustizia.
Un uso deplorevole della carta emozionale sulla pelle dei detenuti - È deplorevole utilizzare questa argomentazione per due motivi fondamentali. Il primo. Si usa la carta emozionale, ancora una volta sulla pelle dei detenuti, per far credere che la riforma sia stata fatta per difendere gli imputati accusati di reati gravi, come quelli appunto di tortura.
Non è vero che i tempi del processo sarebbero stretti - In pratica, i tempi sarebbero troppo stretti, soprattutto come nel caso di Santa Maria Capua Vetere dove sono coinvolti un centinaio di imputati. Tutto questo non è vero. Di base, la riforma non è radicale. Sostanzialmente non cambia nulla, se non mettere in soffitta la disastrosa riforma precedente dell'allora guardasigilli Bonafede che abolì, di fatto, la prescrizione. Serviva più coraggio, ma il m5s ha ancora i numeri in Parlamento che costringono alla mediazione.
Ma veniamo ai tempi. Il processo di primo grado non viene toccato e i magistrati hanno tutto il tempo che vogliono. Rimane esattamente come prima. I limiti temporali sono stabiliti per i gradi successivi. Due anni per il giudizio d'Appello. Un anno per il giudizio in Cassazione. Ma attenzione. I primi tre anni, entro il 31 dicembre 2024, i termini saranno più estesi per tutti i processi (tre anni in appello, un anno e sei mesi in Cassazione). Non solo. La riforma dà la possibilità di ottenere una proroga: ovvero fino a quattro anni in appello (cioè tre anni e uno di proroga) e fino a due anni in Cassazione (un anno e sei mesi, oltre sei mesi di proroga) per tutti i processi in via ordinaria.
Il processo sui fatti di Santa Maria Capua Vetere ha la possibilità di durare 10 anni - Se pensiamo all'eventuale processo per i pestaggi su Santa Maria Capua Vetere, con la riforma ha la possibilità di durare più di 10 anni. Sono pochi? Non bastano? Credo che i detenuti, vittime del pestaggio, non debbano aspettare così tanti anni per ottenere giustizia. Così come gli imputati (tra di loro ci sarà qualche innocente, no?) non devono essere ostaggio a vita dei processi. Vale per tutti. Quindi usare la carta dei pestaggi come grimaldello contro la riforma Cartabia, è di una disonestà intellettuale disarmante. I tempi rimarranno sostanzialmente lunghi. Non eterni (ed è già qualcosa), ma qualche flebile paletto c'è.
Chi ipocritamente si dice dalla parte dei detenuti poi critica la riforma che punta a meno carcerazione possibile - Passiamo al secondo motivo che riguarda la deplorevole argomentazione usata contro la riforma. Tolti i dubbi sulla presunta impunità degli agenti torturatori, passiamo al focus fondamentale: il sistema penitenziario. Si usa la carta emozionale dei pestaggi sui detenuti, per poi però sputare sulla riforma Cartabia che prevede anche nuove vie per evitare il processo mediante le restituzioni e le riparazioni da parte dell'imputato, maggior cura per gli interessi delle parti offese, più larghe possibilità di patteggiamento della pena, nuove possibilità di giustizia riparativa. In una parola, meno carcerazione possibile. Questo è importante anche per evitare quel degrado che crea violenza e sofferenza all'interno delle carceri.
di Federico Capurso
La Stampa, 3 agosto 2021
Mario Draghi vuole far correre la riforma della Giustizia, per evitare il rischio di vederla scivolare oltre la pausa estiva. E così, dopo una seduta domenicale, la fiducia sui due maxi-emendamenti del governo è stata votata in piena notte alla Camera: il primo è passato con 462 sì, 55 no e un astenuto. Il secondo con 458 sì, 46 contrari e un astenuto.
L'accordo è blindato e resterà tale anche al passaggio finale in Senato, a settembre. Ma si va avanti un passo alla volta e il passaggio a Montecitorio, senza scossoni, è un segnale positivo anche per chi osserva il governo da Bruxelles. Qualche voce preoccupata si era sollevata dopo le tante assenze registrate domenica dai grillini, all'arrivo del testo in Aula. Ma Giuseppe Conte, in mattinata, ha modo di offrire le sue rassicurazioni direttamente alla Guardasigilli Marta Cartabia, che incrocia per pochi secondi a Bologna, dove sono entrambi presenti all'anniversario della strage del 1980. "Ho seguito le tue dichiarazioni", gli dice la ministra della Giustizia - "Oggi andrà tutto bene", risponde l'ex premier - "Andiamo avanti così", chiude lei. Ma in nottata, al momento della fiducia, si contano 13 assenze M5S.
Andare avanti fino alla fine con la stessa compattezza - come auspica Cartabia - potrebbe però essere complicato. Sulla fiducia nessuno temeva defezioni. "Non ci saranno problemi", pronosticava nel pomeriggio anche la ministra forzista Gelmini. Ma al momento del voto finale sul provvedimento, che andrà in scena oggi, qualche dubbio in più resta. Tra le file grilline sono in tanti a dirsi in "difficoltà all'idea di votare questa riforma".
Lo dicevano ieri e non hanno cambiato idea, nonostante il pressing dai vertici. Proprio Conte, rientrando da Bologna, avrebbe contattato diversi malpancisti indicati dai suoi colonnelli alla Camera. La lente d'ingrandimento si è posata soprattutto sui membri della commissione Ambiente, preoccupati che la tagliola dell'improcedibilità possa mandare in fumo gli eco-reati. Tanto da spingerli a presentare degli ordini del giorno, oggi, con cui chiedere al governo che si faccia carico di un monitoraggio assiduo sui processi per reati ambientali, evitando che vadano in fumo.
In serata, prima del voto, gli ex M5S ora riuniti nella componente L'alternativa c'è, solleticano i malumori dei loro vecchi colleghi di partito e proseguono le proteste plateali contro la riforma, con urla e cartelli con su scritto "impunità di gregge". Ma altri addii al Movimento, per ora, non sono all'orizzonte. Di una sanzione nei confronti di chi non dovesse votare a favore della riforma, invece, si sta ancora ragionando. Nonostante Conte sia stato chiaro sulla necessità di "essere compatti", in pochi chiedono di punire i dissidenti. Specie su un provvedimento faticoso, per i 5S, come quello che archivia il blocco della prescrizione di Bonafede.
di Gian Giacomo Migone
Il Manifesto, 3 agosto 2021
Non funziona l'alibi "lo vuole l'Europa", visto che una parte delle tensioni con Varsavia e Budapest derivano dal sopruso di quei governi sui poteri delle loro magistrature. Salvo ripensamenti dell'ultima ora, la riforma Draghi-Cartabia conferisce al Parlamento poteri d'indirizzo sulle priorità dell'azione giudiziaria, in violazione del sacrosanto principio della separazione dei poteri che ispira la nostra Costituzione e, potenzialmente, dell'indipendenza della magistratura.
In tal modo, si realizza un obiettivo perseguito da anni con tenacia da un variegato schieramento partitico non privo di propaggini, se non diramazioni, all'interno della sinistra, ma soprattutto da quegli interessi privati e pubblici che s'intrecciano a vario titolo, non di rado illegalmente, con l'esercizio del governo.
Né il governo di oggi, con la maggioranza che lo sostiene, potrà accampare il solito alibi di un'imposizione di Bruxelles; che, anzi, potrebbe anche riservarci qualche sorpresa positiva, visto che una parte importante delle tensioni con Varsavia e Budapest derivano proprio dalle manomissioni da parte di quei governi dei poteri delle loro rispettive magistrature.
Un poco di storia - con un'impronta personale, difficile da evitare da parte di chi è stato partecipe, oggi testimone - può servire a chiarire l'entità della posta in gioco. La parte offesa non è soltanto Montesquieu perché, peggiorandoli con la nuova riforma, si entra nel nerbo dell'intreccio di poteri che segnano il nostro passato e presente. Questa storia non inizia con Tangentopoli, ma con la caduta del Muro di Berlino che la rese possibile. Anche se questa opinione mi costò un civile diverbio con Antonio Di Pietro, di fronte ad un attonito pubblico svedese, poiché egli attribuiva tutto il merito di quanto stava accadendo - perché di merito si trattava, su questo eravamo entrambi d'accordo - alla procura di Milano.
In realtà, se la guerra fredda non avesse avuto termine, quei poteri indipendenti che la Costituzione conferisce ai magistrati non si sarebbero esplicati nelle forme variegate e massicce, tipiche di Tangentopoli, colpendo bersagli altrimenti protetti da una ragion di stato votata a non favorire una forza politica che era e restava esclusa dal governo del Paese. Non a caso quei magistrati che non sottostavano a questa regola non scritta venivano bollati come "pretori d'assalto" (il copyright spettava a Flaminio Piccoli).
Purtroppo la partita riguardante l'indipendenza dei poteri della magistratura non era finita. Il così detto patto della crostata, consumata a casa di Gianni Letta, diede vita ad una nuova Commissione Bicamerale per la riforma della Costituzione, sotto la presidenza di Massimo d'Alema (allora segretario del Pds, per i suoi gusti insufficientemente occupato, essendo riuscito a portare Romano Prodi al governo del paese). Ricordo, come fosse ieri, il commento di uno dei partecipanti, Cesare Salvi, mio capogruppo al Senato, ad un tempo divertito e sconvolto: "L'unica cosa che a loro - Berlusconi e soci - interessa, è una riforma che consenta un controllo politico della magistratura che li garantisca in sede giudiziaria".
Per ragioni ovvie. Infatti, nei mesi successivi il capitolo dedicato alla giustizia divenne il cuore del negoziato. Mentre il plenum della Commissione si cimentava su altri temi, in realtà dominava la scena politica la successione delle riscritture - se non sbaglio, si arrivò alla nona stesura - dedicate al capitolo della giustizia da parte del relatore Marco Boato.
A questo punto alcuni senatori, senza compromettere il loro capogruppo, si misero al lavoro per stilare un documento che raccolse ben 85 firme (quasi un terzo del Senato) prima di essere consegnato alle agenzie. Intento di Carlo Smuraglia, Raffaele Bertoni, Corrado Stajano, Rocco Larizza ed altri (tra cui il sottoscritto) era quello di dichiarare che non avrebbero votato alcuna riforma che condizionasse in alcun modo l'indipendenza della magistratura come garantita della Costituzione in vigore.
È possibile che concorsero altre ragioni. Sta di fatto che quell'iniziativa, dopo il fallimento di un'assemblea congiunta dei gruppi Pds della Camera e del Senato convocata allo scopo di richiamare all'ordine i firmatari del documento, segnò la fine della Bicamerale. Era diventato evidente a tutti, soprattutto a Berlusconi, che Massimo D'Alema, se anche lo avesse voluto, non sarebbe stato in grado di consegnargli ciò che egli esigeva: un controllo politico della magistratura che lo salvaguardasse dalle sue incombenze giudiziarie.
Infatti, negli anni successivi furono seguite altre strade consentite da maggioranze più o meno fluttuanti di centro-destra, dalle leggi ad personam a risoluzioni parlamentari ad hoc. Oggi, una maggioranza comprendente Pd e M5S, fino a qualche mese fa maggioranza di governo di diverso orientamento, reintroduce quella menomazione dell'indipendenza della magistratura e della separazione dei poteri che la Bicamerale aveva fallito attraverso una riforma costituzionale. Se non dovesse provvedere la Consulta, sarebbe necessario ricorrere ad un referendum abrogativo che troverebbe una maggioranza probabile, oltre che auspicabile, nel paese. Una maggioranza diversa da una, politica che oggi si riduce ad interesse collusivo e corporativo.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 3 agosto 2021
Il leader 5 Stelle prima del voto in Aula: "Significativi miglioramenti". Critiche alla ministra dall'opposizione. Oggi il via libera di Montecitorio. Dopo contrasti, scontri, mediazioni, e appelli alla compattezza, alla fine, la fiducia sulla riforma Cartabia ieri notte è arrivata: 462 sì, 55 no e un astenuto al primo articolo; 458 sì e 46 no al secondo.
Non è stata facile per nessuno, a dispetto dell'ottimismo dello stesso presidente del Consiglio Mario Draghi. Ma soprattutto dal suo predecessore Giuseppe Conte, alle prese con i malumori del suo Movimento. Molti domenica avevano disertato la votazione sulle pregiudiziali di costituzionalità. E non è stato agevole per Conte il tentativo di ricomporre quel disagio. Alla fine 13 sono risultati gli M5S assenti, ma solo una parte riconducibili alla fronda. Recuperato invece Alessandro Melicchio, che aveva votato con l'opposizione per l'incostituzionalità della norma ("Continuo a tenere un giudizio negativo sul provvedimento, ma riconosco il lavoro fatto per cambiarlo in modo sostanziale", ha detto il dissidente).
Già in mattinata l'ex premier si era mostrato sicuro. "Crediamo di aver raggiunto e aggiunto dei significativi miglioramenti, quindi i parlamentari del M5S daranno il loro voto ed esprimeremo compattezza", aveva detto a margine della commemorazione della strage di Bologna, presieduta dalla ministra Cartabia, che per questo impegno aveva sacrificato la sua presenza in Aula domenica. Non è stata semplice neanche per lei che ieri, stavolta sul banco del governo, ha subito attacchi sia per quell'assenza sia per i contenuti della riforma da lei stessa così definita: "Non è la mia riforma, è la riforma di tutti".
Dure le critiche di FdI che l'ha accusata di "mancanza di rispetto per la sacralità del Parlamento". "Non ce lo saremmo aspettato da una ex presidente della Corte costituzionale", ha denunciato Ciro Maschio. Durissime quelle degli ex M5S ora in Alternativa C'è: "Lei disse che i processi di mafia non erano affatto in pericolo, poi però, in fretta e furia ha convocato un Cdm, messo una pezza, e detto che ora i processi di mafia erano salvi. Mentivate prima e mentite ora", l'ha attaccata Francesco Forciniti di Ac definendo il testo "una corsa a ostacoli per i giudici d'Appello che dovranno motivare la "particolare" complessità del processo, contro cui i mafiosi potranno fare ricorso in Cassazione". Mentre cartelli titolavano: "Impunità di gregge" e "Cartabianca per i ladri".
Ma non è stato facile soprattutto per i Cinque Stelle che hanno difeso la fedeltà al governo. "Il nostro è stato un atteggiamento critico, ma sempre costruttivo", ha rimarcato Eugenio Saitta. Rivendicando le audizioni dei magistrati in commissione alla base dei miglioramenti del testo: "Se non avessimo chiesto una norma transitoria avremmo lasciato la tagliola ai processi di mafia".
Mariastella Gelmini festeggia: "È un nostro merito se oggi non siamo più soli a difendere il garantismo, è grazie a 25 anni di battaglie. La Lega è arrivata sulle nostre posizioni. Lo stesso accadrà anche con FdI". Ma il sottosegretario di Forza Italia Sisto ammette: "Nessuna riforma può essere definita perfetta". La Lega si congratula con se stessa per "aver evitato che venissero trattati allo stesso modo i mafiosi e i ladri di galline". E reclamando il merito delle proroghe per reati di violenza sessuale e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.
Il Pd con Walter Verini è soddisfatto di "aver contribuito a superare estremismi e rigidità di chi etichettava la riforma come una schifezza e chi non voleva cambiarne una virgola". E aggiunge: "Abbiamo ascoltato anche le critiche, arrivate da istituzioni. Orma si può voltare pagina". Oggi l'ultimo atto: la votazione finale alle 19 in diretta tv. Poi il testo andrà al Senato per l'approvazione definitiva.
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 agosto 2021
L'ex senatore calabrese parla dopo l'assoluzione dall'accusa di associazione mafiosa. "Con la 'ndrangheta io non c'entro. I miei colleghi mi hanno mandato in carcere senza nemmeno leggere perché lo stavano facendo". Diciotto mesi in carcere e poi l'assoluzione. Antonio Caridi, ex senatore di Forza Italia, incassa la pronuncia del Tribunale di Reggio Calabria come un ritorno alla vita, dopo cinque anni in cui ogni cosa è rimasta in sospeso. Accusato di associazione mafiosa, l'ex politico respinge ogni accusa cacciando vie le ombre dal suo curriculum: con la 'ndrangheta, assicura, non c'entra nulla. E ora che tutto è finito, insieme alla gioia non nega di provare anche amarezza, soprattutto nei confronti di quella politica dalla quale si sente tradito. Tant'è che non ne vuole più sapere nulla: "Per me la politica è finita il 4 agosto 2016. Farò il medico e basta, che poi è la cosa più bella del mondo", racconta al Dubbio.
Dottore, cos'ha provato dopo l'assoluzione?
Gioia. Mi sono riappropriato della mia vita, che mi era stata rubata. Sono sereno, perché vedo la mia famiglia finalmente tranquilla. Mio padre, ad 85 anni, non era sicuro di poter vedere la fine di questa storia. Voglio ringraziare loro e i miei avvocati, dopo un incubo durato cinque anni e 18 mesi passati in carcere in alta sicurezza. È un obbligo non soltanto morale: lo devo alla grande professionalità e umanità di Valerio Spigarelli e Carlo Morace. Ma è stato anche un momento di grande riflessione: io credevo tanto nella mia innocenza, ma i giornali, che mi hanno dipinto come il mostro da mettere dentro subito, oggi sono assenti. Solo qualche articoletto. E questo mi fa molto male.
Ce l'ha con la stampa?
Dopo la richiesta di arresto, i tg nazionali mostravano la mia foto ripetendo tutte le cose che venivano contestate. Oggi vedere che nessuno dica che una persona che cinque anni prima è stata mortificata e umiliata è stata assolta fa rabbia. Io mi sono difeso dal primo giorno e inviterei i giornalisti a riguardare il dibattito in Senato sulla mia difesa e, soprattutto, gli attacchi che ho subito dalle parti politiche che hanno votato il mio arresto senza nemmeno leggere le carte. Quella sera, prima di consegnarmi, ho guardato mia moglie e mia sorella negli occhi con la coscienza a posto, non so se i miei colleghi - e non so se posso chiamarli così - hanno potuto farlo. E non so se possono farlo tuttora.
Chi l'ha ferita di più tra i suoi colleghi?
Quelli del Pd, eccetto il senatore Luigi Manconi, che ha dichiarato in aula il suo voto contrario, perché è stato l'unico a leggere le carte. Poi i 5 Stelle. Molte persone di quella stessa parte politica, mentre io parlavo, giocavano con il telefonino o l'iPad. Qualche individuo, non lo chiamerei senatore, ha detto delle frasi che di notte mi capita ancora di risentire. Sono sempre dentro di me, perché non mi ci riconoscevo. La verità è che si è trattato di un attacco politico, ma soprattutto hanno mortificato un essere umano. Molti si professano cattolici e dovrebbero avere rispetto per le altre persone, ma se mandano in carcere la gente con questa facilità non so quale attività possano svolgere dentro le Camere di appartenenza.
Qualcuno si è fatto vivo, oggi?
Mi hanno chiamato quelle persone che mi sono sempre state vicine. Ma parlo di rapporti personali, non di politica, perché quella per me è una parentesi chiusa.
Non si ricandiderà?
No. Per me la politica è finita il 4 agosto 2016. Non la sento più mia e non la farei con lo stesso animo di prima. Ho cose più importanti a cui dedicarmi, come la mia famiglia e il mio lavoro. Devo recuperare 18 mesi di carcere, anche se non è possibile, perché è un segno che mi porterò sempre dentro e che vedrò anche in chi mi vuole bene.
Ha paura che possa ricapitarle qualcosa del genere?
Paura no. Sa come si dice? Male non fare, paura non avere. Ma non lo farei più come prima e non potrei più dare risposte ad una terra, la Calabria, che è mortificata quotidianamente. E non vado nemmeno a votare, dal 2016: la paura è che qualcuno possa sempre dire "chissà".
Non lo farà più?
Esistono anche le vacanze nella vita.
Come sono stati quei 18 mesi in carcere?
Il carcere rappresenta la civiltà di un Paese. E siamo un Paese incivile. Vivevo con cinque persone dentro cinque metri quadrati, con il bagno turco e senza docce. Ventidue ore al giorno chiuso in cella. Subito dopo essere uscito dal Senato ed essermi consegnato mi sono ritrovato in isolamento, in una cella due metri per due, senza prendere aria e con cibo inesistente. E questo per otto giorni. La mia forza stava nella volontà di superare quel momento sapendo che ero innocente e quindi dovevo e potevo difendermi. Ho pensato a me, alla mia famiglia, alla loro sofferenza e a quella dei miei amici, quelli vicini, perché in questi momenti scappano tutti. In 18 mesi ho sentito la mia famiglia due volte al mese e l'ho incontrata quattro ore al mese. Questo è il carcere, un posto dove non hai i servizi igienici e i riscaldamenti. E fuori è uguale: quando si manda in carcere una persona senza una prova per la stampa si è subito colpevoli. Vieni trattato come un criminale. La politica deve avere il coraggio di riflettere su questo, ma ho qualche dubbio, sinceramente.
Dopo i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere qualcosa potrebbe cambiare, non crede?
Ci sarà stata un po' di indignazione, ma tanti hanno anche pensato "hanno fatto bene, perché sono dei delinquenti". E ciò pur senza sapere se sono colpevoli o innocenti. Per la gente si tratta di delinquenti solo perché sono in carcere. Toccherebbe alla politica far riflettere su questi temi, ma la politica oggi non c'è.
Cosa ha portato fuori dal carcere con sé?
Sofferenza. Ne provo ancora. E penso a quella che ho visto negli altri. Si può essere anche colpevoli, ma la dignità dell'uomo non può essere calpestata. Ma lì dentro si viene trattati come animali, da chiudere in un canile 22 ore al giorno. Senza potersi fare una doccia se ci si sporca, con gli orari stabiliti per andare in bagno. Costretti a rimanere chiusi in cella anche durante un terremoto, con la paura che crolli tutto e si rimanga uccisi. E tutto questo senza mai essere stato condannato e, all'epoca, con due Cassazioni favorevoli. Il Senato ha votato l'arresto prima che si pronunciasse il Tribunale della Libertà, quindi mi ha giudicato prima la politica e poi la giustizia. Ma prima di mandare in carcere qualcuno bisogna avere delle prove. Senza prove o senza necessità enormi bisognerebbe fare attenzione prima di privare qualcuno della libertà. È la cosa peggiore al mondo.
Per la Dda lei è stato sempre eletto con i voti delle cosche. Per ben tredici anni, sin dalla prima candidatura e fino al Senato. Come si difende da queste accuse?
Non voglio entrare nei particolari: il processo è durato cinque anni, mi sono difeso con i denti e soprattutto lo hanno fatto i miei avvocati. Ma la Cassazione è stata chiarissima: non c'era nessun riscontro in atti sul piano della gravità indiziaria. Con la 'ndrangheta io non c'entro nulla. E voglio dire solo una cosa: nell'ordinanza si parla di me come di un quasi sconosciuto che è stato scelto dalla mafia. Ma io non ero uno sconosciuto: mio padre è stato vicesindaco di Reggio Calabria, su 20 familiari stretti 18 sono medici. Mia madre era direttrice dell'ufficio di collocamento. Non sono stato "portato" da nessuno, mi ha votato la gente comune, che mi ha sempre voluto bene e continua a volermene. In ogni caso, sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Non dobbiamo spiegare niente a nessuno, non devo dare, ancora oggi, conto a nessuno. Sono innocente, come lo sono sempre stato. La sentenza parla chiaro. Quello che vorrei fare è invitare la politica a riflettere. È anche bello ammettere di aver sbagliato e io, se sbaglio, chiedo scusa. Ma non ho ricevuto nemmeno una telefonata da chi quel giorno ha votato il mio arresto.
Si aspettava che qualcuno si facesse vivo?
Non me l'aspettavo e non me l'aspetto, perché ho visto l'isolamento da parte della politica in quei 18 mesi. C'erano solo la mia famiglia e i miei avvocati e solo tre colleghi sono venuti a trovarmi: Pietro Iurlaro, Fabrizio Di Stefano e Luca D'Alessandro.
Di Maio, recentemente, ha chiesto scusa all'ex sindaco di Lodi. Qualcosa sta cambiando?
L'ex sindaco di Lodi è del Pd. La maggioranza, oggi, è quella e l'interesse di Di Maio sta tutto lì. Si difendono tra loro. Lo hanno fatto sempre e lo faranno sempre.
Quel 4 agosto è stato anticipato l'ordine del giorno per votare il suo arresto. Cos'ha pensato?
Era un modo per dimostrare al Paese di aver preso con le mani nel sacco un senatore. Ma cosa dovevano dimostrare? Ho ancora in testa quello che qualcuno dei 5 Stelle ha gridato contro di me in aula e qualche giorno dopo per strada a Reggio Calabria. La invito a fare una cosa: confrontare le presenze dei senatori in aula tra quel 4 agosto e quello degli anni precedenti, quando si parlava di provvedimenti che erano utili al Paese. Erano tutti schierati. Questo è l'interesse che la politica ha nei confronti del suo Paese.
Tecnicamente l'interesse era evitare la reiterazione del reato...
Un mese dopo la Cassazione ha sostenuto che non c'erano motivi per arrestarmi. Dal 16 luglio al 4 agosto sarei potuto scappare, invece sono andato in aula e li ho affrontati, perché il mio animo era tranquillo e sereno, ho spiegato le mie ragioni e sono rimasto al mio posto. E poi sono andato a consegnarmi, perché in quel momento ero un senatore della Repubblica e dovevo dimostrare responsabilità verso il Paese. E in quel caso i miei colleghi o chi ha disposto il mio arresto ha mortificato la democrazia in Italia, perché ha mortificato una parte di elettorato. Potevo affrontare il processo da uomo libero. E non ho mai piegato la mia azione politica all'interesse di alcuno.
Si aspettava l'assoluzione dopo una richiesta di condanna a 20 anni?
La mia innocenza l'ho sempre gridata. Io ho un grande senso dello Stato e credevo fino in fondo alle parole che ho detto quel giorno in Senato. Ma avevo paura. Una paura che mi accompagnava 24 ore al giorno, senza fare distinzione tra giorno e notte. Ho dimenticato cosa volesse dire dormire la notte e ho pensato seriamente di poter essere condannato. D'altronde nella vita ho pensato di tutto, tranne di poter finire in carcere. A quel punto ogni cosa era possibile.
di Giulia Merlo
Il Domani, 3 agosto 2021
Tutta l'attenzione è stata catalizzata dalla riscrittura della norma sulla prescrizione, ma il disegno di legge di delega al governo per la riforma del processo penale che lo renda compatibile con i tempi europei contiene molto altro. In particolare, misure che puntano a ridurre la burocrazia processuale che determina lungaggini ingiustificate e modifiche che dovrebbero favorire il decongestionamento del rito ordinario in favore dei procedimenti speciali, più celeri.
Questo pacchetto di misure, frutto del lavoro di sintesi operato dal Ministero della Giustizia a partire dalla relazione della commissione di esperti presieduta da Giorgio Lattanzi, è la vera scommessa della guardasigilli Marta Cartabia. A chiunque le contestasse il compromesso sulla prescrizione prima sostanziale e poi processuale, con annessi rischi anche di costituzionalità, la ministra ha sempre opposto questo: "La riforma va letta nel suo complesso". Tradotto: la prescrizione deve essere una patologia processuale che incorre in più raramente possibile, grazie agli interventi di velocizzazione complessiva della macchina della giustizia penale. Quanto questi interventi saranno risolutivi si vedrà. Anzi, come ha quasi amaramente constatato la ministra davanti alla platea di avvocati del Congresso nazionale forense, "forse se ne gioverà il prossimo ministro della giustizia".
Il ddl incide in tre direzioni, per eliminare alcune lungaggini burocratiche. La prima riguarda il potenziamento del processo penale telematico, con la previsione che atti e documenti possano essere formati, conservati, depositati e notificati in via telematica, che avverrà in modo graduale per coordinare il sistema vigente con le nuove norme, soprattutto alla luce dei molti malfunzionamenti dei server in uso dal ministero, che spesso vanno in tilt lasciando senza piattaforma magistrati e avvocati. Inoltre, è previsto lo svolgimento dell'udienza da remoto, con l'accordo delle parti.
La seconda riguarda le notificazioni: l'imputato non detenuto avrà l'obbligo di indicare recapiti telefonici, ma anche recapiti telematici per ricevere le notifiche. Tuttavia (e questa previsione è stata molto avversata dagli avvocati, che così hanno più oneri), tutte le notificazioni successive alla citazione in giudizio avverranno presso il difensore, così da evitare tutti i casi in cui gli imputati si rendano irreperibili.
È prevista anche una ridefinizione dei casi in cui l'imputato si debba ritenere presente o assente e il giudice può procedere anche in assenza, se valuta che l'imputato sia al corrente del processo. Cambieranno anche i casi in cui si riconosce la latitanza. Infine, per ridurre il numero di impugnazioni, in appello il difensore di imputato assente può procedere solo se provvisto di un mandato specifico. Infine, sono previste la registrazione audiovisiva di interrogatori, prove dichiarative e anche l'audio-registrazione dell'assunzione di informazioni di persone informate sui fatti. Nel caso di mutamento del giudice, queste prove non devono venire riassunte se non in caso di specifiche esigenze.
La riforma stabilisce tempi fissi soprattutto per la fase delle indagini preliminari, durante le quali oggi si prescrive più del 30 per cento dei reati. Vengono modificati i termini di durata, a seconda dei reati: 6 mesi dall'iscrizione nel registro delle notizie di reato per le contravvenzioni; un anno e 6 mesi per i delitti più gravi (per cui ora sono previsti 2 anni) e un anno per tutti gli altri. La proroga è possibile una sola volta, per un massimo di 6 mesi, giustificata dalla complessità delle indagini. Decorsi i termini, il pm deve esercitare l'azione penale o chiedere l'archiviazione, che va richiesta anche "quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non consentono una ragionevole previsione di condanna" (norma non gradita ai magistrati). Infine, vengono aumentati i poteri di intervento del gip, nel caso di inerzia nell'azione del pm e di stasi del procedimento.
Altra norma poco gradita ai magistrati e criticata anche dal Consiglio superiore della magistratura prevede che sia il parlamento con legge a indicare i "criteri generali di priorità, trasparenti e predeterminati, da indicare nei progetti organizzativi delle procure, per selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza, tenendo conto anche di numero di affari da trattare e dell'utilizzo risorse disponibili".
Vengono poi estesi i reati di competenza del tribunale monocratico, si prevede la sentenza di non luogo a procedere quanto gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna e criteri più stringenti per l'adozione del decreto di riapertura delle indagini. La prima udienza del processo diventa il luogo in cui le parti devono illustrare le rispettive richieste di prova e in cui il giudice deve fissare il calendario delle udienze. Infine, vengono previsti criteri più stringenti sui motivi di appello.
Giustizia riparativa - L'ipotesi di disporre una pena pecuniaria viene rafforzata e i criteri vengono rivisti per renderla effettiva e rapida. Vengono ridisegnate anche le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, come la semilibertà, la detenzione domiciliare e il lavoro di pubblica utilità, ai fini della rieducazione del condannato. A disporle, inoltre, sarà il giudice della cognizione all'interno della sentenza di condanna, quando ritiene di poter sostituire la pena detentiva entro i 4 anni con altre misure. Si rafforza anche la giustizia riparativa, con l'introduzione di nuovi criteri per l'accesso e maggiori garanzie sia per le vittime che per gli imputati.
Si ridisegna anche l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, richiamando i principi europei e dando rilievo alla condotta successiva al reato. A livello organizzativo, infine, la riforma prevede l'introduzione dell'ufficio del processo, ovvero di un nucleo di lavoro composto da tirocinanti, magistrati onorari e funzionari che coadiuvino i giudici anche nello smaltimento dell'arretrato.
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