di Marco Staglianò
orticalab.it, 24 dicembre 2021
Mercoledì mattina abbiamo avuto il grande onore di assistere, tra le spesse mura del carcere di Ariano, alla proiezione del film "Gelsomina Verde", vittima innocente della prima faida di Scampia, torturata, uccisa e poi data alle fiamme nella sua macchina, a soli 21 anni, per la sola colpa di aver frequentato, probabilmente amato, il ragazzo sbagliato.
Abbiamo avuto il grande onore di condividere questa esperienza con un folto gruppo di detenuti, alla presenza del regista, Massimiliano Pacifico, e di Davide Iodice, pluripremiato regista napoletano teatrale, cointerprete, insieme a Margherita Laterza, Francesco Verde, Giuseppe D'Ambrosio, Francesco Lattarulo, Maddalena Stornaiuolo e Pietro Casella.
Solo il primo di una lunga serie di cineforum a cui, a partire dalle prossime settimane, i detenuti, seppur a rotazione, potranno partecipare condividendo emozioni e pensieri con registi, attori e sceneggiatori. Un'iniziativa di straordinario valore, resa possibile dalla tenacia della direttrice Maria Rosaria Casaburo, dalle donne e dagli uomini della polizia penitenziaria che operano all'interno della casa circondariale arianese, dal Dirigente Scolastico del "De Gruttola" di Ariano, Pietro Petrosino, dalla tenacia della professoressa Michela Notaro, da Michela Mancusi e dallo Zia Lidia Social Club, con il sostengo economico del Gruppo Miele.
Abbiamo assistito ad un'opera di straordinaria intensità, nella quale linguaggio teatrale e cinematografico si fondono perfettamente, un'opera che non suggerisce giudizi ma dubbi, interrogativi che difficilmente potrebbero trovare risposte più esaustive di quelle che gli sguardi di quegli uomini, di quei ragazzi, ci hanno restituito.
Ed è proprio a loro che ci rivolgiamo con parole di infinita gratitudine per la lezione di dignità che ci hanno offerto, per averci ricordato, nel lungo confronto seguito alla proiezione, di quanto sia comodo l'alibi del giudizio e della semplificazione, di quanta responsabilità gravi sulle spalle di ognuno di noi per ognuna di quelle vite compromesse, di quanto sia ipocrita la pretesa di distinguere la responsabilità individuale da quella sociale e collettiva, di quanto sia illusoria e misera la tentazione di ricondurre tutto al libero arbitrio. E di quanto sia perverso, soprattutto, considerare quelle vite perse.
Non abbiamo ascoltato parole di vittimismo, ma siamo stati travolti dall'entusiasmo di condividere una verità più profonda e complessa di quella nella quale noi, qua fuori, ci rifugiamo. Siamo stati travolti dall'ansia famelica di trovare nei nostri sguardi la certezza di poter "stare" ancora in questo mondo, senza rabbia, senza scappare e senza vergogna, anche solo con le parole, amarissime parole che tuttavia tradivano la profonda gioia di condividere, il disperato tentativo di farsi comprendere, l'irrefrenabile tentazione di fare un passo oltre l'ombra del giudizio.
E' stato facilissimo non cedere alla compassione, difficilissimo, invece, sostenere il peso di quelle parole, di quei racconti, di quegli sguardi e di quelle domande che tradivano la necessità di credere in un altro Stato. Non lo Stato latitante, forte con i deboli e debole con i forti, lo Stato colpevole di non esserci stato, di non aver nemmeno incrociato quelle vite quando potevano e dovevano essere curate, se non con il volto dell'abbandono e della repressione.
Domande mosse della certezza che no, noi non potremo mai comprendere fino in fondo cosa vuol dire nascere in certi luoghi, in taluni contesti, dove a 21 anni si può morire per aver amato, dalla certezza che quelli come noi non potranno mai accogliere fino in fondo quella sofferenza. E ciò ci rende colpevoli, molto più colpevoli di loro. Buon Natale, ragazzi.
di Maurizio Patriciello
Avvenire, 24 dicembre 2021
Un giorno, per caso, senti parlare di loro. Inorridisci. Hanno commesso reati di difficile comprensione. Poi, lentamente, precipitano nell'oblio. Solo qualche nome rimane nella memoria collettiva, gli altri escono per sempre dalla scena. Sono persone problematiche da un punto di vista psichico, bisognosi di attenzioni e cure accurate, e che non sempre ci sono state. E così si sono smarrite dietro i loro fantasmi. Dove sono adesso? Che fine hanno fatto?
Nel carcere di Napoli-Secondigliano, in un reparto dedicato, sono detenuti queste persone, quasi tutti giovani, con problemi psichiatrici e con alle spalle reati più o meno gravi. Ognuno di loro si porta dentro la sua storia, non sempre di facile interpretazione. L'uomo è e resta un mistero, guai a ridurlo a ciò che mangia o considerarlo solo un prodotto dell'ambiente in cui vive. Venerdì 17 dicembre, dal caro amico Samuele Ciambriello, garante campano dei diritti dei detenuti, ricevo l'invito - accolto con gioia - a partecipare al pranzo nella sezione occupata da questi fratelli. Nel varcare la soglia, mentre i controlli vengono effettuati, ricordo che "visitare i carcerati" non è, per un cristiano, facoltativo, ma un dovere. Tra i giusti che Gesù proclama c'è chi ha portato loro un poco di conforto.
Comprendo - sia chiaro - il dolore, lo smarrimento, le difficoltà di chi da essi è stato colpito; non mi permetto di giudicare nessuno. Certo, è più facile vestire una bambina infreddolita, dar da mangiare a una famiglia povera, che abbracciare un uomo rinchiuso perché pericoloso. Tutte le regole, dovute al luogo e alla pandemia, vengono rispettate. Nei corridoi c'è un via vai di detenuti, guardie carcerarie, personale medico e paramedico, dirigenti. Poi, ci sono loro: i volontari, giovani e meno giovani. Aria di festa. Si mangia, si parla, si canta, si balla. Sguardo e conversazioni rivolti al futuro, a quando i cancelli si apriranno e la vita riprenderà a scorrere normalmente. Il pranzo è ottimo, i detenuti hanno cucinato non senza difficoltà, dovendo servirsi solo di piccoli fornelli.
Faccio fatica a mantenere i pensieri in ordine. Vagano, scappano, volano per conto proprio. Fisso il crocifisso, nudo, umile, povero, sulla parte di fronte a me. Gli rivolgo mille domande, poi, senza attendere risposta, parlo e rido con il fratello calabrese che mi siede accanto e che, con gentilezza, continua a riempiermi il bicchiere di aranciata. Non ne ho mai bevuta tanta. Certe canzoni napoletane sembrano scritte apposta per creare buonumore, armonia, allegria, e anche un pizzico di nostalgia. Cantiamo a squarciagola.
Tutti figli dello stesso Padre che "fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi"; tutti bisognosi di amore e di perdono. È una bella giornata, dalla finestra spalancata, il sole irrompe nella sala senza tenere conto delle sbarre. Entra per tutti, bacia tutti, riscalda tutti. Quei raggi luminosi e caldi mi ricordano la speranza, senza la quale nessun essere umano potrebbe continuare a vivere. Virtù sulla quale troppo poco abbiamo meditato. Come il sole, infatti, s' intrufola dappertutto, non tiene conto degli ostacoli, dei pericoli, dell'età, della miseria, la speranza. Ed è proprio lei la protagonista di questo stupendo e singolare pranzo di Natale.
Insieme ai detenuti di Secondigliano, vogliamo abbracciare tutti i fratelli e le sorelle - in modo particolare i minorenni - che stanno scontando una pena. Buon Natale! Devono sapere che ci sono cari. Se la società civile, nei loro confronti, si è vista costretta a prendere questa dolorosa decisione è perché le hanno procurato dolore e sconcerto. Ma non ha mai perso la speranza di poterli, prima o poi, rivedere liberi e recuperati, impegnati a rendere più bello il mondo. Forza! Nessuno si lasci cascare le braccia. Il Bambino che giace nella mangiatoia è nato per tutti, anche e, forse soprattutto, per loro.
Un grazie a coloro che rendono un servizio in questi luoghi. Ai volontari e alle volontarie, veri profeti dei nostri tempi, che, senza nulla chiedere o pretendere, con semplicità, portano la gioia dove difficilmente riesce a penetrare, un grazie del tutto particolare. Buon Natale. E a presto.
di Bernardo Basilici Menini
La Stampa, 24 dicembre 2021
L'analisi dell'ufficio comunale. E la Città si costituirà per la prima volta parte civile nel processo contro i pestaggi in carcere. Meno del 20% delle persone detenute all'interno del Cpr di Torino viene rimpatriata nel proprio paese di provenienza. Numeri che fanno parlare gli addetti ai lavori di "un fallimento del sistema di detenzione amministrativa".
Nei giorni in cui i carabinieri del Nas hanno effettuato una nuova perquisizione, nell'ambito dell'inchiesta aperta dopo il suicidio di Moussa Balde, lo scorso maggio, non si placano i dubbi intorno al Centro di permanenza e rimpatrio. A intervenire sulla questione è l'Ufficio garante dei detenuti del Comune, che da tempo ha messo sotto la lente la struttura: "Dall'inizio dell'anno a fine novembre su 601 persone trattenute solo 111 sono state rimpatriate. I dati mostrano con evidenza il fallimento del sistema, che oltre a essere inefficiente produce inestimabile sofferenza", la severa relazione della struttura guidata da Monica Cristina Gallo.
Insomma, se il Cpr è un posto dove le persone si fermano il tempo necessario al rimpatrio, questa funzione sembra essere tale solo sulla carta. E mentre sono dentro "continuano i tentativi di autolesionismo, che negli ultimi mesi hanno raggiunto cifre paurose: circa 100 eventi critici negli ultimi due mesi". Pochi giorni fa, peraltro, a seguito di un sopralluogo di esponenti di Luv e Sinistra Ecologista era emerso come per gli ospiti della struttura fosse impossibile vaccinarsi. Una circostanza a cui l'Asl di Torino ha smentito.
Ma la vicenda del Cpr non è l'unico argomento a tenere banco nel lavoro dell'Ufficio del garante. Che ieri, durante la conferenza stampa di fine anno del Consiglio comunale, ha ufficializzato "l'atto di costituzione di parte civile" nell'ambito dell'inchiesta per maltrattamenti aperta dalla procura di Torino su 23 agenti di polizia penitenziaria del carcere cittadino Lorusso-Cutugno. Una decisione formalizzata lo scorso 18 dicembre durante l'udienza preliminare, che "ha visto il sostegno della giunta comunale", che a metà del mese in corso ha deciso di sostenere quell'iniziativa per le vie istituzionali. D'altronde la situazione di prigioni e Cpr dalla pandemia è ulteriormente peggiorata. Tanto che il Garante spiega come "nel 2021 è notevolmente aumentato il numero di interventi in materia di diritto alla salute e l'Ufficio ha realizzato innumerevoli attività volte ad umanizzare le condizioni detentive". In questo quadro il Covid "ha amplificato le falle di un sistema e i suoi numerosi limiti, come la carenza di attività trattamentali negli istituti di pena, gli spazi ridotti e occupati oltre la loro capienza regolamentare, la scarsa salubrità degli ambienti, spesso degradati, soprattutto quelli destinati alla cura e al trattamento sanitario".
di Paola Pioppi
Il Giorno, 24 dicembre 2021
Nella Casa circondariale ha preso il via in questi giorni un corso per apprendere tutti i segreti dell'arte di ferrare cavalli e bovini. È partito, all'interno del Bassone, il primo corso di formazione per tecnico di mascalcia, l'arte della ferratura degli zoccoli di cavalli e bovini, e più in generale la professione che fa capo alla bottega del maniscalco.
Il corso professionale è stato organizzato da Egea, Ente Nazionale Guide Equestri Ambientali, e al momento ha raccolto l'adesione di venti detenuti. Sono stati coinvolti in una vera e propria formazione professionale, e al termine del percorso conseguiranno un brevetto, che equivale al titolo sportivo riconosciuto dal Coni, e consente di esercitare la professione. Si tratta di un primo corso, mentre lo svolgimento del secondo corso è previsto il prossimo anno, nel 2022.
"Questa significativa iniziativa - spiega Fabrizio Rinaldi, direttore della casa circondariale - finanziata dall'Amministrazione Penitenziaria vuole promuovere lo sviluppo della formazione professionale e del lavoro dei detenuti. Si è resa possibile grazie alla disponibilità dei Egea, e alla preziosa collaborazione del personale dell'Area Educativa e di Polizia Penitenziaria dell'Istituto comasco". Si tratta di una delle prime iniziative organizzate dopo lo stop forzato delle attività, educative e professionali, imposto dal Covid.
di Giorgia De Cupertinis
Il Resto del Carlino, 24 dicembre 2021
Dentro il carcere bolognese della Dozza il progetto di sartoria con "Gomito a gomito". Formazione, lavoro e reinserimento sociale i tessuti sono donati dalle case di moda, vendite online e ai mercati. Ci sono luci che non si limitano a brillare sull'albero di Natale, ma riescono a filtrare anche il buio delle strutture detentive.
Era il 2010 quando il laboratorio sartoriale "Gomito a Gomito", gestito dalla cooperativa "Siamo Qua", ha trasformato l'arte della sartoria in uno strumento capace di restituire dignità ai detenuti del carcere della Dozza, per offrire loro un mestiere distinto e retribuito.
Se scommettere sul lavoro in carcere significa "promuovere la funzione rieducativa della pena", come sottolineato da Enrica Morandi, coordinatrice del progetto, i detenuti stringono così tra le mani la possibilità di una 'seconda chance' da ridisegnare con ago e filo. Un auspicio che, anche sotto Natale, gonfia i cuori di chi trascorrerà le feste lontano da casa.
"Gomito a gomito" è un progetto che fa della creatività e della formazione degli strumenti efficaci per volgere lo sguardo delle detenute al futuro. In cosa consiste?
"Undici anni fa abbiamo sperimentato la possibilità di avviare un laboratorio sartoriale all'interno del carcere. Attraverso la donazione di tessuti da parte di case di moda, aziende o associazioni, le detenute creano prodotti unici e artigianali, che vengono poi venduti via e-commerce o attraverso mercatini, compresi quelli natalizi. Operiamo sia nella struttura detentiva con chi deve scontare la pena all'interno, sia in una sede in via Jacopo della Quercia, per coloro che risiedono in strutture esterne: pensare ad una prospettiva futura rappresenta uno stimolo fondamentale per riprendere realmente in mano la propria 'seconda' vita e reintegrarsi, una volta uscite, nella società. È un aspetto significativo anche dal punto di vista relazionale: far parte di un progetto di sartoria si traduce in uno status, che consente loro di produrre e avere un ruolo".
Durante le festività, la solitudine dei detenuti tende ad accentuarsi. Qual è la giusta chiave per affiancarli in questa realtà?
"Il nostro è un progetto di condivisione, che si traduce in un lavoro quotidiano capace di far riacquistare fiducia in sé stessi e dove fin dall'inizio abbiamo preso a cuore la formazione delle ragazze. La realtà del carcere non è semplice e il giorno di Natale si rivela quasi sempre come un momento duro da sopportare: durante le feste natalizie, così come nel mese di agosto, si percepisce come le detenute sentano nostalgia delle attività ludiche e ricreative. La passione e l'impegno che investono in questo progetto è tangibile, tanto che quest'anno ci hanno chiesto di abbreviare il periodo di chiusura festiva e così faremo, ricominciando in anticipo: il motto "finalmente è lunedì" si traduce, in questo senso, nella loro voglia di continuare a stare in contatto con chi viene dall'esterno, che sia la sarta o chiunque prenda parte al progetto, per riprendere rapidamente l'attività".
La consapevolezza di appartenere a un progetto aiuta quindi ad accorciare le distanze dalla società circostante...
"Il Natale per i detenuti continua a essere un momento che si condivide prevalentemente con sé stessi, soprattutto in un periodo ancora segnato dalla pandemia. Nonostante si cerchi di trascorrere del tempo insieme alle compagne o prendendosi cura di sé, i pensieri continuano a essere pesanti e il periodo festivo, certamente, non aiuta. Così, sentirsi parte di un progetto può essere d'aiuto: ci sono detenute che lavorano con noi da anni".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 24 dicembre 2021
Una buona notizia dal carcere di Poggioreale. Da quello che spesso viene descritto come un inferno, arriva una speranza di cura per quattro detenuti, due dei quali erano già reclusi nel grande penitenziario cittadino e altri due in arrivo dall'istituto di Secondigliano. La speranza è legata alla possibilità di sottoporsi regolarmente sedute di dialisi, quindi a vedersi riconosciuto un diritto alla salute che in passato talvolta era stato sacrificato, a causa della mancanza di risorse e personale sufficienti a garantire i trasferimenti dei reclusi nei centri medici specializzati.
La speranza è possibile grazie all'attivazione del nuovo servizio di emodialisi domiciliare, promosso dall'Asl Napoli 1 Centro e dalla direzione del carcere di Poggioreale guidata dal direttore Carlo Berdini, con la partecipazione della cooperativa sociale Era e del consorzio di cooperative sociali Gesco. L'inaugurazione del centro si è tenuta nei giorni scorsi. Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello è stato invitato dal primario dell'ospedale Pellegrini Raffaele Genualdo e dal direttore sanitario del carcere di Poggioreale Vincenzo Irollo a visitare l'area dedicata al servizio emodialisi domiciliare, organizzata appositamente per i detenuti in cura presso il reparto di dialisi dell'ospedale Pellegrini.
"Questo servizio di emodialisi domiciliare - ha spiegato il garante - rappresenta il risultato di un'attenta collaborazione tra l'ospedale e la direzione del carcere. Una delle poche esperienze in Italia che permette di ridurre lo stress derivante dal trasporto del detenuto, oltre che diminuire il rischio di infezioni durante la degenza in ospedale e il viavai con il carcere e risparmiare l'impiego di tre agenti, per tre volte alla settimana, per accompagnare in ospedale ogni singolo detenuto". Per l'Osapp, il sindacato della polizia penitenziaria, la sinergia tra amministrazione penitenziaria e la sanità "deve essere un connubio strategico nell'interesse della sicurezza di tutti, mettendo al primo posto la salute dei reclusi".
di Associazione Diritti Utenti e Consumatori
imgpress.it, 24 dicembre 2021
La notizia lascia quantomeno perplessi: "Danimarca. Il Governo trasferisce 300 detenuti in Kosovo". Il pensiero, oltre ai detenuti Usa di oggi a Guantánamo, torna alle tradotte che nei secoli scorsi i vari Paesi europei (Francia e Regno Unito in testa) facevano verso i loro territori coloniali. Secoli scorsi su cui storia e civiltà avevano posto la parola "fine": ma sembra che non sia così.
La versione 2021 è moderna. Un tempo erano territori conquistati con il colonialismo: militari, sacerdoti, imprenditori avventurieri che vi si trasferivano. Oggi denaro, business. Carceri all'epoca e carceri oggi. La differenza: un tempo le popolazioni inermi venivano sottomesse più o meno con violenza e non potevano dire nulla sulle colonie penali che venivano costruite sui loro territori, oggi i governi (democraticamente eletti come in Kosovo) di queste popolazioni aprono le porte delle loro carceri. Dato comune: la miseria di chi "accoglie" questi detenuti, colonie a suo tempo, Kosovo (sic!) oggi. Avevamo creduto che la miseria umana fosse stata superata, ma evidentemente quella economica ha il potere di farla tornare.
Perché il dato umano è terrificante. Non conosciamo le carceri del Kosovo, ma crediamo che non siano rinomate come quelle danesi (e scandinave in generale) per la loro umanità/civiltà nel trattare la popolazione detenuta... civiltà che però ci viene detto, nel caso danese, avere due serie, la A e la Z. Siccome il presupposto per essere nella categoria "Z" è di dover essere espulsi dalla Danimarca dopo aver scontato la pena, va da sé che il detenuto in categoria "A" è un privilegiato. Quindi il nostro regno scandinavo discrimina (razzismo?) rispetto alla cittadinanza dei detenuti.
Crediamo che in Danimarca esistano anche i diritti dei detenuti che - ovviamente rispetto alla pena da scontare - hanno uno standard al di sotto del quale le leggi non dovrebbero consentire di andare. Non ci addentriamo nel sistema giuridico e carcerario danese, non ne abbiamo competenze e, sostanzialmente, ci interessa poco in questo caso.
Siamo però interessati ai diritti umani stabiliti dagli accordi internazionali, anche per i detenuti, e ci domandiamo: i detenuti sono merci o esseri umani? Può la Danimarca trasferirli al pari di merci senza considerare i loro diritti comunque acquisiti in quanto giudicati su un territorio di un paese che fa parte dell'Unione Europea, e che ha sottoscritto tutti gli accordi possibili ed immaginabili contro le tratte degli esseri umani e i loro trattamenti in carcere? Cercheremo risposte nelle sedi opportune. Intanto prendiamo atto, con dolore, che nel XXI secolo, l'evoluzione dei diritti e delle pene sta comportando il ritorno ai secoli passati.
di Dacia Maraini
La Stampa, 24 dicembre 2021
Carola Rackete "ha agito nell'adempimento del dovere di salvataggio previsto dal diritto nazionale e internazionale del mare". È con questa motivazione che l'inchiesta a carico della comandante della Sea Watch tedesca, poco più che trentenne, è stata archiviata dal gip del tribunale di Agrigento, Micaela Raimondo.
Tutto è iniziato nell'estate del 2019, quando Rackete è entrata nelle acque italiane ed è arrivata a Lampedusa portando in salvo decine di naufraghi, dopo due settimane in mare e continue richieste di autorizzazione allo sbarco che il Viminale, allora guidato da Matteo Salvini, aveva ignorato. Era stata poi arrestata, accusata di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, insultata in orridi modi sui social, anche da alcuni politici, e infine indagata. Fino a ieri, il suo destino giudiziario era incerto e, insieme a esso, era incerta la tenuta di alcuni cardini della nostra civiltà, decisamente i più importanti. L'archiviazione ha evitato questo tremendo colpo.
La regola del mare impone di salvare le persone quando sono in pericolo. Deve valere in mare e ovunque, è un principio universale e che un principio universale sia stato rispettato è una buona, ottima cosa, ma il fatto che faccia notizia significa che i princìpi universali non sono scontati. Dobbiamo, anzi, difenderli.
Davanti all'altro che è in pericolo, in mare o altrove, il dovere di ciascuno di noi è soccorrerlo, fare di tutto per salvarlo. È un dovere umano ed è una legge umanitaria inderogabile: chi è testimone di una tragedia deve anche essere soccorritore delle sue vittime. Nei paesi più sordi ai diritti umani, dove esistono regimi totalitari o democrazie esclusivamente formali, niente di tutto questo viene perseguito. Tuttavia, anche da noi, che pure siamo democrazie non solamente di facciata, questi princìpi così limpidi e netti vengono contraddetti con una frequenza preoccupante.
La vita, propria e degli altri, viene prima di tutto. È questo che fonda l'universo e, quindi, anche le comunità che lo popolano. In questo universo fatto di minerali e altri mondi di cui non sappiamo niente, in questo spazio di cui non conosciamo se non quello che vediamo e che non ci dice dove andremo e da dove veniamo, la sola certezza che abbiamo, e che è anche la più poetica, è proprio che la vita vale sopra ogni cosa.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 24 dicembre 2021
Anche le ultime accuse contro Carola Rackete sono state archiviate. La Giudice per le indagini preliminari (Gip) Micaela Raimondo ha accolto ieri la richiesta avanzata il 29 ottobre scorso dai pubblici ministeri Salvatore Vella e Cecilia Baravelli. La comandante della Sea Watch 3 ha agito, recita l'ordinanza, "nell'adempimento del dovere di salvataggio previsto dal diritto, nazionale e internazionale, del mare" e non ha dunque commesso il reato di immigrazione clandestina. Nel pieno rispetto delle norme sono stati sia il salvataggio dei 53 migranti in pericolo realizzato l'11 giugno del 2019, sia il rifiuto di farli sbarcare nel porto di Tripoli. Che non può essere considerato "sicuro". Corretta anche la decisione di non andare in Tunisia o a Malta.
L'ordinanza della giudice dichiara poi illegittimo il decreto interministeriale con cui gli ex ministri Matteo Salvini (Interno), Elisabetta Trenta (Difesa) e Danilo Toninelli (Infrastrutture) tentarono di impedire in extremis l'ingresso della nave umanitaria nelle acque italiane. Fu firmato sulla scorta del decreto sicurezza bis approvato poche ore prima, mentre la Sea-Watch 3 navigava verso Lampedusa. Il provvedimento "nel vietare l'ingresso, il transito e la sosta dell'imbarcazione nel mare territoriale italiano non faceva riferimento a specifiche e individualizzanti situazioni di ordine e di sicurezza pubblica che avrebbero potuto far ritenere pericoloso lo sbarco in Italia dei naufraghi", argomenta la giudice. Il "passaggio non inoffensivo" che avrebbe potuto giustificare la misura, infatti, non può desumersi "sul solo presupposto che i naufraghi fossero tutti stranieri senza documento".
Si conclude così la vicenda del soccorso più mediatizzato degli ultimi anni, in cui per 18 giorni si sono contrapposti il titolare del Viminale Salvini e la comandante Rackete. Dopo un braccio di ferro che aveva estenuato i naufraghi e l'equipaggio e tenuto col fiato sospeso il paese, il 29 giugno Rackete decise di entrare nel porto di Lampedusa. Attraccò al molo commerciale nonostante i tentativi di interposizione fisica della motovedetta V. 808 della Guardia di finanza. Per questo fu arrestata in flagranza con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e a nave da guerra. Il teorema accusatorio iniziò a cadere già due giorni dopo, quando il Gip di Agrigento non convalidò l'arresto sostenendo che entrambi i reati erano stati commessi nell'adempimento del dovere di soccorso. Decisione poi confermata dalla Cassazione. Quel procedimento è stato archiviato il 14 aprile scorso.
Con l'ordinanza firmata dalla Gip Raimondi si chiudono tutte le indagini penali nei confronti di membri dell'equipaggio della Ong Sea-Watch. "Quest'ennesima archiviazione abbatte il pretestuoso muro legislativo eretto da Salvini e, nelle sue motivazioni, conferma quanto già stabilito dalla Corte di Cassazione: soccorrere chi si trova in pericolo in mare e condurlo in un luogo sicuro è un dovere sancito dal diritto internazionale", ha commentato l'organizzazione tedesca. "Se non avessi infranto pubblicamente quella legge ingiusta per combatterla in tribunale - ha scritto invece Rackete - sarebbe potuta essere ancora in vigore e molte persone ne avrebbero subito l'ingiustizia. Il messaggio più importante è che se affrontiamo l'ingiustizia, perfino e specialmente quando compiuta dallo Stato, possiamo vincere".
Prevedibilmente la decisione non è andata giù a Salvini che ha twittato: "Quindi, se capisco bene la sentenza, speronare una motovedetta militare italiana con uomini a bordo non è reato. Torniamo ai tempi dei pirati... No comment". Di segno opposto le reazioni dei parlamentari Nicola Fratoianni e Riccardo Magi, che durante i giorni di blocco salirono a bordo della Sea-Watch 3. "Noi eravamo già sicuri di stare dalla parte giusta e rivendico di essere stato sulla nave al fianco di Rackete", ha dichiarato il segretario di Sinistra Italiana.
Per il presidente di +Europa: "Salvini in persona non è più al governo ma quelle politiche contrarie al diritto e al senso di umanità continuano ad andare per la maggiore in Italia e in Europa". Poche ore prima della notizia dell'archiviazione di Rackete la Sea-Watch 3 ha mollato gli ormeggi dal porto di Trapani per iniziare una nuova missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale.
laprovinciaonline.info, 24 dicembre 2021
Da detenuti ad artisti per un giorno guidati dall'architetto writer di Castelvolturno, Alessandro Ciambrone. Accade nel carcere di Secondigliano: il 23 e il 24 dicembre, con il sostegno dell'associazione onlus 'Il carcere possibile', presieduta da Anna Maria Ziccardi, Ciambrone realizzerà gratuitamente due murales.
Al suo fianco alcuni detenuti che si cimenteranno in acrilici e pennelli. L'idea della direttrice Giulia Russo è di portare arte e bellezza nei luoghi di sofferenza e di pena con l'obiettivo etico di risvegliare nelle coscienze dei detenuti e nella loro sensibilità, l'amore per la vita, la possibilità di riscatto sociale, di un futuro di riabilitazione nella e per la collettività. La volontà è di estendere il progetto artistico pilota di Secondigliano a tutti gli istituti penitenziari della Campania.
"Le festività natalizie - dice la Ziccardi - che per noi rappresentano un momento di estrema felicità per il ricongiungimento con gli affetti più cari, per i detenuti sono il periodo più brutto dell'anno, quello che porta il carico di sofferenza più insopportabile perché le persone care sono fuori e l'amarezza, il pentimento ed il rimpianto riaffiorano con maggiore enfasi nelle coscienze delle persone ristrette. È per questo che l'associazione, che presiedo da diversi anni, cerca di mettere in campo tutte le iniziative affinché sia data ai detenuti la possibilità di esprimersi, di lavorare, di sperare, di provare a riconnettersi con il mondo da cui le sbarre e le mura di cinta degli istituti di pena li separano".
Inevitabile, pertanto, che l'idea di Alessandro Ciambrone di portare la sua arte nel carcere di Secondigliano venisse accolta con grande entusiasmo anche dalla direttrice del carcere Giulia Russo. "L'incontro con il maestro Ciambrone - dice - dà la possibilità ad un luogo solitamente considerato buio di tingersi di mille colori. Colori ed arte che consentiranno ai nostri detenuti di avvicinarsi sempre di più al bello e di cogliere al volo un'occasione mancata che è quella di vedere e vivere il mondo in un modo diverso soprattutto propositivo. Ringrazio il maestro inoltre per la disponibilità della realizzazione delle sue opere assieme ai detenuti concessa in un periodo tra l'altro, quale quello del Natale, che ci consentirà di condividere forti e splendide emozioni".
Le opere che Ciambrone realizzerà sono due, una esterna, l'altra interna. Il murale esterno, all'ingresso dell'Istituto penitenziario, rappresenta luoghi iconici di Napoli: il Vesuvio, il lungomare, Castel dell'Ovo, la Certosa di San Martino, Castel Sant'Elmo, piazza del Gesù. Il murale interno rappresenta Spaccanapoli con San Gennaro, Maradona e Gesù avvolto dalla luce.
Alessandro Ciambrone, 48 anni, pittore per caso da 6, non è nuovo a esperienze votate al volontariato. Nell'ultimo anno e mezzo ha dipinto la hall dell'Istituto dei tumori di Napoli donando due quadri e realizzando 3 murales. Per l'ex giunta comunale ha dipinto l'ingresso del centro antiviolenza donne e bambini della polizia municipale in via Alessandro Poerio e tre murales al Polifunzionale di Soccavo. Numerose le vendite di beneficienza per la Fondazione Airc, la Fondazione Aism e la Fondazione Santobono Pausillipon.
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