di Francesca Del Boca
Corriere della Sera, 29 luglio 2021
Arriva il procedimento di revoca dell'incarico nei confronti di Elisabetta Palmieri, direttrice del carcere di Santa Maria Capua Vetere, per "anomala condotta". Aveva consentito al compagno di accompagnare una senatrice negli incontri con i detenuti.
Anomala condotta. È questa l'accusa che viene rivolta a Elisabetta Palmieri, direttrice della Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere "Francesco Uccella", il carcere dove nei mesi scorsi sono state accertate numerose violenze ai danni dei detenuti. Ma non è questa la motivazione della revoca alla direttrice: secondo fonti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, a esserle imputata è un'"anomala condotta" per aver consentito al compagno, soggetto estraneo e autorizzato a frequentare esclusivamente il laboratorio di pasticceria all'interno del carcere per finalità rieducative, di presenziare alla visita in istituto della senatrice Cinzia Leone (M5S) e di accompagnarla negli incontri con i detenuti. Il provvedimento è stato emesso dopo la valutazione da parte del Dap di atti dell'istituto penitenziario e della magistratura di sorveglianza.
La senatrice: "Grave stortura" - Intanto è arrivato prontamente anche il commento della senatrice Cinzia Leone. "Durante la mia visita il compagno della direttrice Palmieri, senza autorizzazione specifica, mi aveva guidato nella struttura penitenziaria e nei diversi padiglioni. Una vicenda incredibile, in quello che dovrebbe essere il carcere più attenzionato d'Italia dopo il violento e immotivato pestaggio a danno dei detenuti avvenuto nell'aprile del 2020 e scoperto solo recentemente. Una grave stortura, mi auguro che sia il primo concreto passo per il ripristino della legalità".
Confermati i domiciliari - Il Tribunale del Riesame di Napoli hapoi confermato gli arresti domiciliari per gli ufficiali della Polizia penitenziaria Gaetano Manganelli e Pasquale Colucci, accusati di essere tra gli organizzatori della perquisizione straordinaria al carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Manganelli era allora comandante degli agenti nell'istituto casertano, mentre Colucci era a capo della polizia penitenziaria nel carcere napoletano di Secondigliano e soprattutto comandante del "Gruppo di Supporto agli Interventi", una sorta di "squadra speciale" istituita durante la pandemia dall'allora Provveditore regionale alle carceri Antonio Fullone (indagato e sospeso dal servizio) e inviata alla casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere per una retata. Una spedizione punitiva.
La vicenda - Il 6 aprile del 2020 l'Italia si trova in lockdown, provata dalla pandemia e da misure sempre più restrittive. Quel giorno circa 300 persone, tra agenti ed esterni, secondo la magistratura organizzarono "perquisizioni arbitrarie e abusi di autorità" nei confronti di alcuni detenuti che avevano protestato per chiedere più tutele contro il rischio contagio: in carcere, dove da mesi si verifica una rivolta al giorno, si è verificato un caso di positività al Covid. Fu una mattanza, con decine di detenuti picchiati e sottoposti a vere e proprie torture, testimoniata dalle telecamere di sorveglianza interne all'istituto. Pugni, calci, schiaffi, insulti e umiliazioni di ogni genere come camminare sulle ginocchia o strisciare.
Confermate le altre misure cautelari - I giudici hanno inoltre confermato le misure cautelari emesse dal Gip Sergio Enea il 28 giugno scorso anche per tutti i ventisei funzionari della penitenziaria e sottoufficiali presenti quel giorno.
di Filippo Grandi*
Corriere della Sera, 29 luglio 2021
Se la Convenzione del 1951 non verrà difesa saranno milioni a pagarne il prezzo. Sono 82,4 milioni le persone strappare alle proprie case, Dobbiamo ribadire il nostro impegno. La Convenzione del 1951 sui rifugiati, fondamentale strumento giuridico internazionale a difesa di chi fugge da persecuzioni, discriminazione, guerra e violenza, e chiede asilo in un altro Paese, ha salvato innumerevoli vite. Oggi la Convenzione compie 70 anni. I critici sostengono che sia uno strumento vecchio e superato, il lascito di un'era passata. Invece è vero il contrario: se non verrà difeso e onorato, saranno milioni a pagarne il prezzo. È ormai quasi impossibile trovare un luogo al mondo che, negli ultimi settant'anni, non abbia dovuto far fronte ad almeno una crisi di rifugiati. Alla fine dell'anno scorso, il numero di persone strappate alle proprie case, rifugiati nel senso proprio del termine o "sfollati" nei propri Paesi, è arrivato a 82,4 milioni, una cifra che è più che raddoppiata nell'arco dell'ultimo decennio.
Le cause e le dinamiche degli esodi sono in costante mutamento, ma l'applicazione della Convenzione sui rifugiati si è evoluta anch'essa, riflettendo questi cambiamenti. Moderna incarnazione del principio di asilo, negli ultimi 70 anni inoltre la Convenzione è stata integrata da numerosi altri strumenti legali molto importanti, intesi rafforzare i diritti di donne, bambini, persone disabili, membri della comunità Lgbtiq+ e molti altri. Alcuni governi, talvolta subendo e altre volte purtroppo incoraggiando la spinta di un populismo gretto e spesso disinformato, hanno tentato di respingere i principi che stanno alla base della Convenzione. Ma il problema non risiede certamente negli ideali o nel linguaggio espressi dalla Convenzione quanto piuttosto nell'assicurare che gli Stati, ovunque nel mondo, riflettano i suoi contenuti nella pratica.
Quando, nel 1956, 200.000 ungheresi furono costretti a fuggire dopo l'invasione sovietica, quasi tutti furono accolti come rifugiati da altri Paesi nel giro di pochi mesi. Quando ho cominciato a lavorare come volontario con i rifugiati cambogiani in Thailandia, nei primi anni 80, stava per cominciare la colossale operazione di reinsediamento che avrebbe permesso a centinaia di migliaia di rifugiati indocinesi di ricostruire le proprie vite in diversi Paesi del mondo. Oggi, risposte di tale portata sono sempre più rare. Centinaia di rifugiati continuano a intraprendere ogni giorno viaggi pericolosi e talvolta fatali, attraverso deserti, mari e montagne, ma la comunità internazionale fa fatica a unire le proprie forze per risolvere i drammi di queste persone disperate.
Ancor peggio, stiamo addirittura assistendo - in alcuni Paesi - alla negazione del diritto di asilo, passando attraverso una "esternalizzazione" (per così dire) delle responsabilità dello Stato in materia di protezione di rifugiati, e delegandole ad altri Paesi. Non solo questo è legalmente e moralmente sbagliato: è anche un precedente pericoloso. Non dimentichiamo che quasi il 90% di tutti i rifugiati del mondo chiede asilo in Paesi in via di sviluppo o in quelli meno sviluppati. Sono loro che accolgono la maggioranza delle persone in fuga. E se Stati ricchi e bene organizzati rispondono a chi bussa alla propria porta erigendo muri, chiudendo le frontiere e respingendo le persone in arrivo per mare, perché altri Paesi, con meno risorse, non dovrebbero fare altrettanto?
Se succedesse, sarebbe la fine del diritto d'asilo cosi come lo concepisce la Convenzione del 1951 - uno dei diritti basilari del moderno sistema giuridico internazionale. Esistono invece numerosi modi per affrontare questo problema e ridurre in maniera ordinata e legale il fenomeno delle migrazioni forzate: agire con più unità e determinazione per porre fine ai conflitti, per esempio; incoraggiare pratiche di governo democratiche, trasparenti ed efficaci; difendere e onorare i diritti umani; rispondere all'emergenza climatica.
I muri e i respingimenti sono risposte superficiali che mascherano in realtà l'incapacità (o la mancanza di volontà politica) di perseguire veramente le cause profonde e reali dei movimenti di rifugiati. E così le guerre non finiscono mai, o covano sotto la cenere, o si infiammano nuovi conflitti, come vediamo in questi giorni in Afghanistan. Cambiamenti climatici e catastrofi ambientali si sommano oggi agli altri fattori che scatenano esodi forzati; e tuttavia gli Stati faticano a concordare azioni congiunte per limitare l'aumento delle temperature.
Nel corso di quest'estate, il Nord America è stato devastato da ondate di caldo e roghi immensi, l'Europa centrale e la Cina sono state colpite da violente inondazioni. Le conseguenze di queste condizioni climatiche estreme, che interessano aree sempre più estese del pianeta, avranno inevitabilmente anch'esse un impatto sulle migrazioni degli esseri umani. Neppure chi è abbastanza fortunato da vivere in condizioni di relativa prosperità e stabilità sfugge ormai alle sfide globali; il trauma causato dal Covid-19 lo ha reso evidente. E anche chi pensa che la Convenzione sui Rifugiati sia irrilevante, o una seccatura, un giorno potrebbe trovarsi nella situazione di avere bisogno delle sue tutele. Certo, il quadro non è solamente negativo.
Gli Stati firmatari della Convenzione sono 149, rendendola uno dei trattati internazionali più sottoscritti. La Convenzione, come numerosi altri strumenti di diritto internazionale, riflette e istituzionalizza valori universali e condivisi di altruismo, compassione e solidarietà. Questi sono i valori espressi concretamente da tutte le persone che, con sbalorditiva generosità, e ogni giorno, accolgono persone in fuga nelle proprie comunità, nei propri quartieri, nei propri villaggi: una realtà che ho toccato con mano in moltissimi Paesi del mondo. Difendere appassionatamente un trattato delle Nazioni Unite può apparire strano. Ma la Convenzione ci ricorda un fatto basilare - che la protezione dei rifugiati salva le vite di esseri umani, ed è una pietra miliare nella costruzione di un mondo più libero e giusto. La ricorrenza del suo 70° anniversario rappresenta l'occasione di ribadire il nostro impegno a conseguire quest'ideale. Rinnoviamo questa promessa. Non veniamole meno.
*Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati
di Carlo Bonini
La Repubblica, 29 luglio 2021
Sono bruciati vivi come torce, mentre provavano a riscaldarsi. Annegati come animali stremati dalla sete, precipitando nei pozzi su cui si erano sporti nella speranza di trovare acqua. Sono stramazzati in terra, all'improvviso, come frutti maturi di un albero incolto, uccisi dalla fatica. Ad alcuni, il cuore è esploso, perché infartuato da eroina e antidepressivi somministrati come anestetico alla fatica.
Vivono accanto a noi. Nelle campagne del Piemonte, nelle vigne del Veneto. Nelle industrie lombarde. Nelle campagne a pochi chilometri da Roma. Nelle terre d'oro della Puglia. Quelle, ad esempio, di cui, qualche giorno fa, Chiara Ferragni ha postato una foto sui suoi social, mostrando un vassoio di panzerotti in mano. Non lontano da lì, Camara, 27 anni, era morto di troppo lavoro.
Li chiamano "lavoratori stagionali dell'agricoltura". Sono donne e uomini italiani e stranieri. Hanno dai 18 ai 60 anni. Sono diversi tra loro. Eppure, tutti uguali. Con il loro lavoro ci danno da mangiare. E noi non riusciamo neppure a dargli da bere. Li paghiamo anche due euro per ogni ora di lavoro, con 40 gradi all'ombra, con la testa piegata verso terra dall'alba al tramonto. Ingrassano i guadagni della grande distribuzione. Di etichette di primo livello dell'agroalimentare. Di loro si sente spesso parlare in tavoli tecnici, protocolli. Accade che, ciclicamente, guadagnino un po' di indignazione. Eppure, in questi anni, è cambiato poco. Quasi niente. Loro restano dei dannati.
Numeri - C'è un documento di 36 pagine, approvato il 12 maggio scorso dalle commissioni Lavoro e Agricoltura della Camera dei deputati alla fine di tre anni di inchiesta sul "caporalato in agricoltura", i cui numeri e sostanza non richiedono aggettivi. In Italia - le stime sono della Flai, la Federazione dei lavoratori agricoli della Cgil - ci sono 200mila "vulnerabili" in agricoltura. Che non significa "lavoratori irregolari". Ma uomini e donne sottoposti a regimi di semi schiavitù: non liberi, cioè, di prendere decisioni autonome sul luogo di lavoro. E vessati, fisicamente e psicologicamente, dai loro padroni. Guadagnano dai 25 ai 30 euro al giorno, per giornate che possono arrivare anche a 12 ore di lavoro consecutive, se si considera il trasporto. Il che significa, per alcuni, due euro l'ora. Il costo non è però soltanto degli sfruttati. Ma anche della comunità. "Si stima - si legge nel documento - che l'economia sommersa in agricoltura abbia raggiunto il 12,3 per cento dell'economia totale". Il che significa che il volume complessivo d'affari delle agromafie raggiungerebbe 24,5 miliardi". 24,5 miliardi. "Biggie" non sa nemmeno come si scrive 24,5 miliardi.
Terra - A Biggie hanno spento la luce. A sinistra. Ma non sono riusciti a spegnergli il cuore. D'altronde non deve essere facile. Perché Biggie - il suo nome è Sinayayogo Boubakarè e ha 29 anni - ha un cuore che ha vissuto molte cose. Un viaggio dal Mali all'Italia. A piedi, prima. Su un bus sgangherato, poi. E quindi su un barcone, che per due volte ha rischiato di affondare. Salvato da una barca di brava gente e portato, dopo aver aspettato qualche giorno al largo, fino al porto di Catania. Biggie oggi ha la maglietta rossa. Rossa come il suo occhio sinistro, pieno di sangue, che con fatica riesce ad aprire. Che cura ogni giorno con pazienza e speranza. Anche se i medici gli hanno detto che sarà difficile, forse impossibile, restituire quel pezzo di luce alla vita di Biggie. Quello che gli è stato tolto alla fine dello scorso aprile.
Biggie è un grande e grosso ragazzo del Mali che da qualche anno vive in Italia. Prima in Campania, poi in provincia di Foggia. È arrivato inseguendo il sogno di una vita migliore. E ha trovato quella che qui nessuno vuole fare: lavoratore stagionale nelle campagne, appunto. "Prima i negri" è scritto su un cartello a due chilometri dall'ingresso di Torretta Antonacci, uno dei ghetti del Gran Tavoliere delle Puglie. Ed è una cinica verità. Seppur non esatta. Perché in questi campi, non vengono soltanto prima i neri. Ci sono anche i bianchi, bulgari e rumeni. I disperati italiani. Ecco, qui vengono prima gli ultimi. Bisognerebbe cambiare il cartello. Biggie campa da tre anni con la schiena piegata verso il basso. E quando la alza lo fa per caricare cassette pesantissime su qualche mezzo a motore. Raccoglie tutto quello che c'è da raccogliere: pomodori, soprattutto. Asparagi. Uva no, perché le sue mani sono troppo grandi per gli acini. "Posso fare il vino". Ride.
Biggie è un lavoratore regolare. È in attesa di permesso di soggiorno e, nel frattempo, lavora con un contratto per un'azienda agricola di Foggia. Lo descrivono tutti come "un buono". A dispetto di quella sue mole che incute rispetto fisico. Di sicuro, parla poco ma in modo chiaro. E così quando ha cominciato a lavorare ha pensato di aggiungere anche un surplus di impegno alla fatica del campo. Proteggere i più deboli. Biggie, insomma, è anche un sindacalista. Lavora con la Cgil. E dicono che sia anche molto bravo.
Come tanti, tantissimi, vive in uno dei ghetti tra Foggia e San Severo. Posti strani. E non solo e non tanto per le condizioni di vita a cui sono costretti migliaia di persone (fino a cinquemila, nelle campagne del foggiano). Strani perché luoghi dai diritti sospesi. Perché ufficialmente non esistono, o non dovrebbero esistere. E invece non solo sono lì, ma somigliano per numeri ed estensione a città vere. Degli enormi Lego del degrado: al posto dei mattoni le lamiere, invece dei pozzi e delle cisterne, fusti sporchi di olio. Eppure ci sono bar, il parrucchiere, persino night. Vivono in case che somigliano alle loro la vite: ci sono, ma non esistono.
Ebbene, cosa sarebbe accaduto in una qualsiasi città italiana se le case improvvisamente si fossero incendiate, e gli abitanti fossero morti? Ecco, negli ultimi due anni, nel ghetto di Foggia, sono morte sei persone. Bruciate vive. Uccise dalle esalazioni delle fiamme. Ne avrebbero dovuto parlare tutti. E invece mai nessun silenzio è stato così forte.
Biggie in quella sera di fine dell'aprile scorso, era andato a fare una visita al Gran Ghetto, pochi chilometri dalla sua baracca. Aveva incontrato degli amici. Bevuto un bicchiere. Era in auto. E stava rientrando, con altre tre persone, a casa. "Ho sentito un rumore: boom!". A Biggie avevano sparato.
Chi erano? Delinquenti ha stabilito la procura di Foggia. Che sono fuggiti. Dunque, delinquenti ignoti. Non cercavano Biggie ma cercavano i neri da punire. E il perché va cercato in quello che era accaduto la sera precedente. Tre malviventi avevano provato a rubare il gasolio che serve ad alimentare l'impianto di illuminazione del centro di accoglienza. Erano stati scoperti. Ed era stata chiamata la polizia.
Uno dei ladri era stato fermato, gli altri erano fuggiti. I malviventi erano italiani. I denuncianti, migranti stranieri (e pensate quanto sarebbe stata diversa la storia se i passaporti fossero stati invertiti). In ogni caso: il giorno dopo, i ladri hanno deciso che i conti dovevano essere regolati. E così sono andati fuori dal ghetto. E hanno deciso di sparare al primo che passava. Biggie si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La pallottola ha mandato in frantumi il lunotto posteriore dell'auto, a bordo della quale viaggiava. Schegge di vetro sono finite nel suo occhio sinistro. E, nonostante lo straordinario lavoro dei medici, ci sono al momento pochissime possibilità che quell'occhio torni a vedere.
"Io spero che accada. Ma quei vetri non possono aver cambiato niente. I miei amici hanno fatto benissimo a denunciare. Lo farei ancora oggi. L'Italia è il paese che mi ha accolto con le braccia aperte. Vorrei restare qui. Vorrei che non mi cacciasse nessuno. Voglio lavorare in campagna, mi piace. Con i miei diritti. Voglio non avere più paura del mio futuro. Dopo tutto quello che è stata la mia vita, non possono farmi paura dei pezzi di vetro".
Già, "Che vuoi fa'?" A parlare, intercettato dai carabinieri del Nas, è un medico di Sabaudia, Sandro Cuccurullo, arrestato due mesi fa con l'accusa di aver prescritto centinaia di farmaci ad azione dopante ai sikh che si rompono la schiena nelle aziende agricole all'ombra del promontorio del Circeo. Dietro questa conversazione c'è però la prova di un vecchio sospetto: i lavoratori dei campi si drogano per sopportare meglio la fatica. E alla fine capita che qualcuno di loro ci resti.
L'inchiesta, che i carabinieri hanno chiamato "No Pain", ha portato per la prima volta la Procura di Latina ad accusare anche un camice bianco di favorire il doping tra i cittadini di nazionalità indiana presenti nell'agro pontino. Quei lavoratori, che compongono larga parte della comunità indiana presente in terra pontina, la seconda più numerosa d'Italia, da tempo del resto fanno uso di farmaci e droghe per cercare di sopportare la fatica nelle campagne. Le centinaia di aziende agricole presenti tra Aprilia e il sud pontino, la maggior parte concentrate tra Sabaudia, San Felice Circeo e Pontinia, vanno avanti grazie a quegli uomini che, partiti dal Punjab alla ricerca di un lavoro per sostenere le loro famiglie, si sono trasformati in nuovi schiavi.
Costretti a lavorare anche 12 ore al giorno nei campi, tutti i giorni, in cambio di circa 4,55 euro l'ora, mentre il contratto ne prevede 9 per lavorare la metà del tempo, i sikh hanno iniziato a utilizzare oppio, eroina, metanfetamine e antispastici. Il sistema di sfruttamento a sud di Roma è tale che i nordafricani da tempo hanno mollato e al loro posto, alla fine degli anni '80, sono arrivati gli indiani, cresciuti di numero negli anni '90 e fino a circa otto anni fa, quando gli arrivi dall'India sono diminuiti e quella comunità è ulteriormente aumentata soltanto per via delle nascite e dei ricongiungimenti familiari. Attualmente, i dati ufficiali parlano di circa 15mila persone ma, aggiungendo quanti sono privi di permesso di soggiorno e i bengalesi e i pakistani, che lavorano sempre nelle aziende agricole della zona, si arriva a 25-30mila persone.
"Nella totale indifferenza dei possibili effetti delle sue stesse condotte delittuose, ha continuato a prescrivere in assenza di presupposti terapeutici e sanitari, il farmaco stupefacente Depalgos 20 mg compresse in favore di numerosissimi pazienti indiani, al solo fine di agevolarli nella faticosa attività lavorativa nei campi agricoli", ha scritto il gip del Tribunale di Latina, Giuseppe Molfese, nell'ordinanza con cui ha fatto mettere in carcere il medico di base Cuccurullo e con cui ha sospeso per un anno dalla professione pure la farmacista Clorinda Camporeale. Gli investigatori, in un anno di indagini, hanno monitorato mille ricette del farmaco ad azione stupefacente fatte a 222 pazienti di nazionalità indiana. Droghe dirette in particolare ai sikh che vivono a Bella Farnia, frazione di Sabaudia, dove nei mesi scorsi era scattata la zona rossa per i troppi casi di Covid tra i braccianti di nazionalità indiana.
Un'indagine quella appena conclusa dal procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dal sostituto Giorgia Orlando che rappresenta una conferma, con il coinvolgimento questa volta anche di professionisti della sanità, della piaga del doping tra i sikh. Era il 2014, infatti, quando, con la coop In Migrazione, Marco Omizzolo, attualmente sociologo dell'Eurispes, realizzò il dossier "Doparsi per lavorare come schiavi", raccogliendo testimonianze sull'uso di droghe e farmaci da parte dei braccianti al fine di sopportare la fatica. Eccone alcune.
"Io lavoro 12-15 ore a raccogliere zucchine o cocomeri o con trattore per piantare altre piantine. Tutti i giorni anche la domenica. Io non credo giusto così. Troppa fatica e pochi soldi. Perché italiani non lavorano così? Dopo un po' io e anche altri indiani troppo male a schiena, male mani, collo, anche agli occhi perché hai terra, sudore, chimici. Sempre tosse, mattina dolore troppo a schiena. Tu capisci? Ma io devo lavorare e allora prego Signore e vado ancora tutti i giorni a lavorare in campagna da padrone. Ma io uomo di carne no di ferro. Allora dopo sei-sette anni di vita così, che fare? No lavoro più? Io e amici prendiamo piccola sostanza per non sentire dolore. Prendiamo una o due volte quando pausa da lavoro. Poi andiamo a lavorare nei campi senza dolore. Io prendo per non sentire fatica e lavorare e poi prendere soldi fine mese. Altrimenti per me impossibile lavorare così tanto in campagna. Tu capisci? Troppo lavoro, troppo dolore a mani", riferì uno dei testimoni a Omizzolo. E così altri: "Io e amici qualche volta prendiamo sostanze per lavorare. Io so che non è giusto. Ma senza sostanza io mattina no lavoro o faccio troppa fatica. Se io no lavoro, padrone no paga me e io come faccio vivere mia famiglia? Come pago affitto casa? Io voglio cambiare lavoro ma crisi e o lavori così in campagna o no lavori".
Gli stessi investigatori, iniziando a sequestrare a cittadini di nazionalità indiana carichi di oppio, inizialmente scartarono l'ipotesi che i sikh si drogassero, acquistando la sostanza stupefacente da connazionali diventati spacciatori, per riuscire a resistere allo sfruttamento. Poi però quello che era un sospetto è stato accertato dagli stessi inquirenti.
I braccianti fanno ormai ricorso all'oppio, ad altre droghe e a numerosi farmaci. "Il fenomeno - assicura Omizzolo, da lungo tempo in prima linea per i diritti della comunità indiana - è esteso in tutta la provincia di Latina. A Bella Farnia, lungo le strade, si trovano pacchetti contenenti fumo o pasticche per sopportare la fatica. Sono pasticche di varia natura, alcune vere e proprie bombe chimiche, che a volte vengono portate direttamente dall'India". Del resto, nonostante le nuove norme contro il caporalato, all'ombra del Circeo è un dramma. C'è chi è stato sorpreso a girare armato all'interno dell'azienda, sparando in aria per spingere i sikh a lavorare di più e senza sosta. Ci sono stati due imprenditori agricoli di Terracina, ora rinviati a giudizio, accusati di aver massacrato di botte un lavoratore indiano soltanto perché chiedeva mascherine e guanti con cui proteggersi dal Covid. E chi, come emerso in un'altra indagine dei carabinieri del Nas, culminata in sette arresti ad aprile, senza protezioni viene mandato a spargere nelle coltivazioni fitofarmaci pericolosi. "Gli stranieri - hanno dichiarato gli investigatori della squadra mobile tre anni fa, dopo un blitz in un'azienda di Borgo Le Ferriere, tra Latina e Nettuno - utilizzano l'oppio per la preparazione di infusi e bevande che utilizzano prima e durante i pesanti turni di lavoro nei campi per vincere la fatica ed il senso di spossamento".
La piaga del doping è iniziata circa dieci anni fa e sta andando sempre peggio. Nel 2014, sono stati arrestati i primi cittadini di nazionalità indiana trovati con valigie piene di oppio e due anni dopo sono iniziate anche le prime morti per overdose da eroina. Senza contare i suicidi. Disperati, ben 14 braccianti sikh si sono tolti la vita, alcuni impiccandosi anche nelle serre. E vi sono state nell'agro pontino anche altre 15 morti ritenute sospette, in cui si teme che alcuni giovani siano stati uccisi da un mix micidiale fatto di sfruttamento e uso di sostanze proibite. A spacciare oppio, importato direttamente dall'Asia, sono esclusivamente indiani e pakistani. Gli stessi che vendono poi metanfetamine, provenienti a quanto pare da laboratori clandestini gestiti in Campania dalla criminalità organizzata, e antispastici, ricettati da italiani che li rapinano nelle farmacie o assaltando furgoni di medicinali, soprattutto nel Centro-Sud. A far paura però è soprattutto la dimensione del fenomeno. "In base alla mia esperienza - rivela Omizzolo - a doparsi è almeno il 35-40% dei braccianti sikh. La mia è una stima, fatta però alla luce dei miei colloqui e dei miei studi e considerando che solo agli incontri che tengo con i lavoratori di nazionalità indiana solitamente su 10 braccianti 3-4 mi fanno capire che fanno uso di sostanze dopanti". Già, "Che vuoi fa?"
Fuoco - Non ha mai smesso di voler fare, Stefano Arcuri. Sono passati sei anni - era il 13 giugno del 2015 - da quando sua moglie, Paola Clemente, è crollata per terra. Morta di fatica. Mentre raccoglieva uva nelle campagne di Andria, a più di duecento chilometri da casa, San Giorgio Jonico, dove era partita all'alba. Paola lavorava per otto ore al giorno, partendo di casa alle 2 di notte e tornando non prima delle 15, per 27 euro al giorno. Poco più di 3 euro all'ora. Una schiava, o giù di lì. Sono passati sei anni e il processo al titolare dell'azienda per la quale Paola lavorava non è ancora cominciato. Nel frattempo, sono successe delle cose. La legge 199 del 2016, per esempio, la nuova legge sul caporalato è nata anche sulla spinta emotiva della morte di Paola. Ed è stato bello e importante che la storia, il nome di una bracciante di San Giorio Jonico, arrivasse fino nelle stanze del Parlamento. E contribuisse a una piccola rivoluzione.
Ma, evidentemente, non basta. Non è bastato. Hanno sparato a Biggie. Sono bruciati a Rignano. Sono morti dopati i sikh di Latina. Hanno picchiato i pachistani che stampavano i libri, anche quelli in loro difesa, nella tipografia Grafica Veneta di Padova. A fine giugno, è morto Camara Fantamadi, in Salento, a pochi chilometri da dove viveva Paola. Ed è morto come Paola. Stramazzato al suolo per la fatica, mentre provava a tornare a casa in bicicletta dopo aver lavorato per ore.
Stefano Arcuri non si è mai stancato: "Continuo a chiedere giustizia per mia moglie e per tutte le persone che hanno perso la vita in condizioni disumane. In questi anni è cambiato molto poco. È vero, c'è una legge contro il caporalato, come anche le ordinanze che vietano il lavoro nelle ore più calde. Ma servono i controlli, altrimenti resta tutto sulla carta".
Già, i controlli. Lo scorso anno sono state effettate dall'Ispettorato del Lavoro 3.992 controlli ad aziende agricole. 2.314 non erano in regola. Il 57.97 per cento. Più della metà. "E sono poche - dice Giovanni Mininni, segretario generale della Flasi Cgil - Sono poche perché purtroppo ancora pochi sono i controlli: la nomina del magistrato Bruno Giordano, avvenuta nei giorni scorsi, come direttore dell'Ispettorato è una notizia importante che però arriva dopo mesi di nostre denunce sul ritardo inspiegabile nella nomina. Il problema da affrontare immediatamente è che, a fronte di un aumento di reati, calano i controlli. E questo accade perché non ci sono risorse". Nella relazione della Camera, in realtà una luce, sullo sfondo, si intravede: "Il programma nazionale di ripresa e resilienza - si legge - prevede l'assunzione di circa duemila nuovi ispettori del lavoro su un organico di circa 4.500". Ma non basta. Dice il marito di Paola: "Servono telecamere e droni. Serve cuore e tecnologia. Perché davanti agli schiavi non si fa tutto quello che lo Stato può fare?".
"La mia battaglia non è una questione personale o familiare. È una battaglia che ci riguarda. Perché è la nostra Costituzione che ci chiede e ci obbliga a tutela re i lavoratori. Mia moglie non si sentiva bene già durante il viaggio in bus. Ed è morta perché ha avuto paura di dire che stava male. E ha avuto paura perché qualche giorno prima, non si era presentata al lavoro. Perché il fisico non reggeva. La lasciarono a casa, per punizione, per due settimane. E noi avevamo bisogno di lavorare. Lo Stato deve rompere questa legge della strada: o stati zitto e accetti quello che ti danno, oppure c'è un'altra persona in difficoltà pronta ad accettare quel lavoro per portare il pane a casa. Non è possibile".
Il marito di Paola racconta poi un altro pezzo di storia. Cruciale, per capire come funzionano le cose nei campi. "Mia moglie era assunta. Eppure lavorava a nero. Questo perché le giornate erano retribuite solo sulla carta. La pagavano per 10-15 giorni quando invece le giornate effettive erano il doppio. Ma in questo modo, in caso di controllo, tutto sarebbe stato regolare".
"La questione è fondamentale" spiega Raffaele Falcone, della Flai di Foggia, "perché in questi ultimi anni abbiamo assistito a questo fenomeno di schiavitù legale. Le giornate di lavoro vengono dichiarate alla fine del mese: le aziende, o per lo meno quelle che vogliono vivere nell'illegalità, fanno firmare regolari contratti ai dipendenti, in modo da essere tranquilli con i controlli. Ma poi dichiarano molto meno delle ore effettivamente lavorate. Così è impossibile scoprire se barano.
È tutto affidato alle denunce dei lavoratori. A cui si chiede fatica. E anche coraggio". E i datori di lavoro che fanno? È di metà luglio la notizia dell'ennesimo protocollo sottoscritto questa volta al Viminale in materia di caporalato: c'erano la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, quello del lavoro, Andrea Orlando, e dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli. Per l'ennesima volta si è chiesto aiuto alle imprese: da tempo è stata infatti creata la Rete del lavoro agricolo di qualità, con l'attivazione di misure premianti per le imprese agricole. Un elenco di imprese agricole, in sostanza, gestito dall'Inps che rispettando regole e legislazione sociale, può godere di una serie di privilegi. Bene: su 200mila aziende agricole in Italia, se ne sono iscritte 5mila. Il 2,5 per cento.
Acqua - Mentre al Viminale sottoscrivevano il protocollo, succedevano alcune cose. Una delle aziende che aveva aderito - ed esibito - alla filiera No Cap, che sta per No Caporalato, veniva beccata con gli schiavi al lavoro. Nella grande moschea di Sibi, in Mali, c'erano oltre 500 persone per l'ultimo saluto a Camara Fantamadi, morto nel giugno scorso a Cerignola (Foggia). Grazie a una sottoscrizione, erano stati raccolti i fondi per farlo tornare a casa, almeno da morto. Sulla sua bara la bandiera dell'Italia con il logo dell'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani d'Italia. Nella località 'Tre titoli', nelle campagne di Cerignola, il corpo di un ragazzo di colore galleggiava sul fondo di una cisterna irrigua. Si era chinato per cercare di riempire d'acqua un secchio. È scivolato. Le agenzie hanno battuto così la notizia.
"Un cittadino del Togo di 29 anni è morto annegato sabato pomeriggio in un vascone irriguo in località 'Tre Titoli' nelle campagne di Cerignola, nel Foggiano. Stando ad una prima ricostruzione dell'accaduto lo straniero, che viveva in un casolare della zona con altri migranti, probabilmente è scivolato, e poi annegato, mentre tentava di riempire un secchio d'acqua nel vascone. Per recuperare il cadavere dal fondo del piccolo invaso artificiale sono intervenuti i sommozzatori dei vigili del Fuoco". Nessuno, dopo, ne ha più parlato. Nessuno ha gridato. Nessuno ha chiesto scusa. Nessuna ha chiesto nemmeno il nome del "cittadino del Togo". Si chiamava Bassiru Djumma. Raccoglieva pomodori. E aveva sete.
di Davide Maria De Luca
Il Domani, 29 luglio 2021
Il governo ha ribadito ancora una volta la sua assoluta volontà di non utilizzare la didattica a distanza dopo la ripresa delle lezioni. Ma il mondo della scuola accusa: mancano gli investimenti in sicurezza e non c'è chiarezza sulle regole di sicurezza. Cosa dovranno fare gli studenti vaccinati se sarà individuato un contagiato nella propria classe? Come devo regolarsi i presidi per trovare nuovi spazi che assicurino il distanziamento? Come sarà gestito il problema dell'affollamento dei mezzi pubblici negli orari di ingresso e uscita?
Per intervenire su molti di questi aspetti è ormai troppo tardi, ma per alcuni il governo dovrebbe affrettarsi a prendere una decisione, dicono presidi e sindacati degli insegnanti. Altrimenti, si rischia una "terza ondata di dad", come ha detto ieri Mario Rusconi, segretario del sindacato dei presidi romani Anp. Nel frattempo, il governo ha deciso di rimandare a data da destinarsi la decisione sull'obbligo di vaccino per il personale scolastico. L'obbligo è stato richiesto da presidi e da una parte della maggioranza, ma è visto con scetticismo dai sindacati e contestato dalla Lega.
Caos dad - La priorità politica del governo, ribadita da tutti i componenti della maggioranza è evitare la didattica a distanza ad ogni costo. "Il nostro obiettivo è la riapertura in presenza a settembre", ha ripetuto ieri il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, durante l'incontro con i sindacati della scuola e poi in un video appello pubblicato sulle pagine social del ministro. Ma i sindacati sono delusi dagli interventi del governo. Ieri la Flc-Cgil, il sindacato docenti della Cgil, ha ricordato che mentre l'anno scorso erano stati stanziati 1.850 milioni di euro per assumere personale aggiuntivo (in particolare i collaboratori scolastici necessari a gestire i protocolli di sicurezza) sono stati ridotti a 350 milioni.
Piano scuola - Ma i punti dolenti denunciati da presidi e docenti sono tanti. L'assenza di pianificazione centrale per aiutare gli istituti scolastici a trovare nuovi spazi che permettano di mantenere il distanziamento. Il mancato potenziamento del trasporto pubblico. La mancanza di investimenti in impianti di condizionamento, che avrebbero ridotto molto il rischio di contagio in classe tramite aerosol. Infine, l'assenza di regole chiare su come comportarsi in caso di contagi in classe: gli studenti vaccinati dovranno andare in quarantena come tutti gli altri? Parte delle risposte a queste domande dovrebbe essere contenuta nel piano sicurezza sulla scuola, discusso in questi giorni con i sindacati e che domani dovrebbe essere approvato dalla conferenza stato regioni. Il piano, però, almeno al momento, si limita a fotografare l'attuale situazione e punta ad evitare la dad ad ogni costo. Ad esempio, per quelle scuole dove non si riesce a mantenere il distanziamento, il piano stabilisce che non sarà più necessario ricorrere alla didattica a distanza.
Vaccinazioni - Senza risorse, né tempo per far gli investimenti richiesti dai sindacati, il governo, una parte dei presidi e delle forze di maggioranza insistono sulla vaccinazione obbligatoria al personale scolastico, o almeno una qualche forma di green pass, per ridurre i rischi di focolai nelle scuole. Ma di fronte alla contrarietà della Lega (ieri Matteo Salvini si è incontrato con il presidente del Consiglio Mario Draghi), l'irrigidimento delle posizioni del Movimento 5 Stelle e lo scetticismo dei sindacati, il governo ha deciso di rimandare la decisione, forse a dopo il 20 agosto, quando si spera che le regioni saranno in grado di fornire il numero reale di insegnanti vaccinati. Le statistiche utilizzate in questi giorni, 85 per cento del personale scolastico vaccinato, sono infatti ferme allo scorso aprile, quando per decisione del governo è stata soppressa la corsia preferenziale a loro dedicata.
Da allora, insegnanti e altro personale si sono vaccinati in base all'età e nessuno ha pensato che sarebbe stato utile trovare un modo di continuare a monitorare il loro tasso di vaccinazione. Resta aperta invece la questione delle vaccinazioni agli studenti. Tra i 12 e i 19 anni solo il 30 per cento dei circa 4,5 milioni di studenti è stato vaccinato. Il ritmo delle somministrazioni in questa fascia d'età è leggermente cresciuto negli ultimi giorni (siamo a più di 45mila dosi in 24 ore). Di questo passo sembra possibile raggiungibile l'obiettivo annunciato dal commissario all'emergenza Covid-19 Francesco Figliuolo di vaccinare il 60 per cento degli studenti entro i primi dieci giorni di settembre. Molto dipenderà dalle ferie e se gli attuali ritmi di vaccinazione saranno mantenuti per oltre un mese. Anche così, però, gran parte degli studenti avrà ricevuto solo la prima dose e resteranno comunque quasi metà di ragazzi non vaccinati.
La Francia - Per una coincidenza, ieri il governo francese ha presentato il suo piano scuola e il confronto con la situazione italiana è piuttosto impietoso. Il ministero guidato da Jean-Michel Blanquer ha già stabilito che i vaccinati non dovranno andare in quarantena, ha riservato 600mila tamponi a settimana per la popolazione studentesca e prevede di portare a circa 7mila il numero di centri vaccinali nei pressi di scuole medie e superiori, per facilitare la vaccinazione degli studenti. Il tasso di vaccinazione degli studenti francesi è simile a quello italiano, circa 30 per cento. Mentre sembra piuttosto inferiore quello degli insegnanti, 80 per cento. Per il momento, nel paese non si discute di obbligo vaccinale per il personale scolastico.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 29 luglio 2021
La denuncia. Dopo la visita di una delegazione composta dai senatori Gregorio De Falco (gruppo misto) e Simona Nocerino (5 Stelle) con esperti della rete "Mai più lager-No ai Cpr". Nello schermo della videosorveglianza interna un uomo in un cortile si fa dei tagli su tronco e braccia, mentre in un corridoio vicino agenti anti-sommossa si preparano a intervenire. La sequenza è avvenuta nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Milano, ma riflette la quotidianità anche degli altri Cpr. Ne abbiamo notizia solo perché è stata vista dalla delegazione composta dai senatori Gregorio De Falco (gruppo misto) e Simona Nocerino (5 Stelle) che, con esperti della rete "Mai più lager-No ai Cpr", è entrata nella struttura il 5 e 6 giugno scorsi. Quei fotogrammi aprono il rapporto Delle pene senza delitti. Istantanea del Cpr di Milano, reso pubblico ieri contestualmente alla presentazione di due esposti presso la Procura del capoluogo lombardo.
Il primo ipotizza il reato di lesioni e tortura aggravata in concorso per dei pestaggi che, secondo le testimonianze dei reclusi, sarebbero avvenuti nel centro il 25 maggio 2021. Una "smazzoliata" nelle parole di un dipendente dell'ente gestore. Il secondo verte sul rifiuto di atti d'ufficio e chiede il sequestro preventivo del centro per l'indisponibilità di accesso alle cure sanitarie specialistiche. Le ragioni di accuse così gravi sono contenute nelle 90 pagine del rapporto, che disegnano i contorni di una struttura degna di un film horror.
Nel Cpr i reclusi abusano di psicofarmaci, ingeriscono cibo avariato, possono chiamare gli operatori solo prendendo a calci una porta, tentano il suicidio o si infliggono continuamente dei danni fisici. Una "struttura inutile e costosa" che nella metà dei casi fallisce perfino nel suo obiettivo di rimpatriare le persone (nel 2020: 2.232 rimpatri su 4.387 detenzioni in tutti i Cpr). "La questione da porsi è se una società civile possa tollerare un prezzo così alto, in termini di lesioni di diritti e dignità della persona, ma anche economico, per un'azione che in definitiva ha più un fine politico-simbolico che concretamente operativo", chiede il rapporto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 luglio 2021
Protocollo tra Prefettura, Comune di Milano e Ministero per l'utilizzo dei reclusi del carcere di Opera. Qualche giorno fa c'è stato un protocollo di intesa tra la Prefettura, il comune di Milano e ministero della Giustizia per l'utilizzo di persone detenute, del carcere di Opera, nell'attività di cura e manutenzione del boschetto di Rogoredo. Un protocollo che proviene dall'iniziativa "mi riscatto per" ideata dall'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e poi man mano estesa in diversi comuni d'Italia.
Ma la Cgil di Milano, assieme all'Osservatorio carcere, non ci sta, perché appunto si parla di attività svolte da detenuti volontari e che questi verranno impiegati come manutentori del verde per pulire il parco. In sostanza si lascia intendere che l'attività di cura e manutenzione verrà svolta attraverso il lavoro volontario.
Ma il protocollo, in virtù anche di un confronto con la Cgil e l'Osservatorio carcere e territorio, dice qualcosa di diverso: "L'obiettivo del progetto è realizzare un percorso formativo e di orientamento al lavoro volto a sviluppare le competenze che sono necessarie per poter svolgere la mansione di operatore del verde. Il percorso si svolgerà attraverso una parte di formazione teorica e una successiva parte di formazione on the job. I detenuti che supereranno una prova di apprendimento teorico e pratico svolgeranno un periodo di tirocinio o di borsa lavoro".
Spiega la Cgil tramite un comunicato: "Si parla quindi di formazione e orientamento al lavoro, attraverso l'utilizzo dei tirocini, e un ruolo chiave dell'amministrazione nella definizione delle modalità di questi due percorsi. Non si parla di volontariato. Siamo d'accordo con il Sindaco Sala quando, citando la Costituzione, dice che la detenzione deve essere rieducazione e reinserimento. Siamo altrettanto convinti che il lavoro volontario non vada in questa direzione. Riteniamo infatti che questo sia figlio di una visione e di un pensiero che deve essere superato e che vede nel lavoro penitenziario un carattere espiatorio e risarcitorio".
I sindacalisti della Cgil, sottolineano che sono d'accordo con la Presidente del Tribunale di Sorveglianza Di Rosa quando dice che l'obiettivo del protocollo deve essere quello di restituire dignità ai detenuti attraverso il lavoro. "Il lavoro che restituisce dignità - sottolinea la Cgil - è quello riconosciuto, tutelato, retribuito.
Da Milano siamo convinti debba partire un messaggio chiaro. Un messaggio che dica a tutto il paese che sul lavoro penitenziario è necessario investire, che è fondamentale garantire percorsi di orientamento al lavoro e di formazione a tutti i detenuti, che bisogna dare piena attuazione alla Legge Smuraglia, che serve un grande lavoro culturale che racconti di come i percorsi lavorativi che garantiscono dignità, diritti e autonomia sono un valore per la persona detenuta e hanno un valore per tutta la collettività".
Per questo motivo, come osserva sempre il sindacato, il ruolo dell'amministrazione comunale è centrale nel garantire percorsi formativi di qualità e nel favorire processi che portino alla creazione di posti di lavoro, sia valorizzando la collaborazione con la cooperazione sociale, sia sfruttando la futura presa in carico della gestione del verde pubblico. "Per queste ragioni nei prossimi mesi saremo parte attiva per monitorare la realizzazione del protocollo tra Comune e ministero della Giustizia, affinché questo metta realmente al centro la dignità della formazione e del lavoro delle persone", conclude la Cgil.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 luglio 2021
Anche in Italia c'è il fenomeno dei minori vittime di tratta e sfruttamento. Parliamo dei "piccoli schiavi invisibili", che non a caso è anche il titolo del rapporto diffuso da Save the Children in vista della Giornata Internazionale Contro la Tratta di Esseri Umani.
I numeri snocciolati dall'organizzazione umanitaria sono chiari. In Italia, nel 2020 risultano in carico del sistema anti- tratta 2.040 vittime. Donne e ragazze si confermano la componente maggioritaria (1.668 vittime, pari al 81,8%), ma risultano in aumento rispetto al 2019 sia la componente maschile (330 uomini e ragazzi, pari al 16,2%) sia le persone transgender (42 vittime, pari al 2,1%). I minori sono 105, il 5,1% del totale delle persone assistite nel 2020. Sono 716, invece, le sole nuove prese in carico nel 2020, di cui 531 donne e ragazze (74,2%), 150 uomini e ragazzi (20,9%) e 35 persone transgender (4,9%). Tra le nuove prese in carico i minori rappresentano l'1% del totale, con 7 nuovi ragazzi e ragazze nel 2020, a fronte di 39 valutazioni effettuate.
Rispetto alle nazionalità, la Nigeria si conferma il principale Paese di provenienza tra le vittime - adulti e minori - complessivamente assistite nel 2020 (1.475 pari al 72,3%), anche se in leggero calo rispetto al 2019 quando le vittime nigeriane prese in carico erano 1.597 (78,6%).
Seguono i gruppi nazionali di Costa d'Avorio, Pakistan, Gambia e Marocco, ciascuno con 40 vittime assistite nel 2020, pari al 2% del totale. Sostanzialmente invariato rispetto al 2019 il numero di vittime assistite provenienti dalla Costa d'Avorio: una tendenza che, nonostante l'aumento dei flussi di ingresso provenienti dal Paese, si spiega con il fatto che per la maggior parte dei cittadini ivoriani, e in particolare donne e minori, l'Italia rappresenta un Paese di transito verso la Francia, cosa che non facilita la loro identificazione ed emersione. Risultano in aumento le vittime pakistane, salite da 25 (1,2%) del 2019 a 40 (2%) del 2020. Le vittime di origine romena prese in carico sono diminuite, passando dal rappresentare il 2,2% delle persone assistite nel 2019 all'1,3% del 2020.
Secondo il rapporto di Save the Children, per quanto concerne le tipologie di sfruttamento, il 78,4% (1.599 persone) del totale delle vittime in carico al sistema anti- tratta nel 2020 sono state sfruttate a scopo sessuale. Lo sfruttamento lavorativo ha riguardato il 13,8% (281 vittime) del totale delle persone in carico al sistema, in aumento rispetto al 2019 quando le vittime assistite erano l'11,6% (160 in totale). Il restante 7,8% delle vittime assistite è coinvolto in altre forme di sfruttamento, tra cui l'1% delle vittime assistite è stato coinvolto in economie illegali e lo 0,6% nell'accattonaggio. Dal rapporto emerge con chiarezza anche la tragedia delle ragazze vittime di tratta e sfruttamento insieme ai loro figli: bambine e bambini generalmente molto piccoli, spesso nati proprio dagli abusi subiti dalle madri, che non solo assistono a quelle violenze ma rischiano loro stessi di finire nelle mani di sfruttatori e trafficanti, oppure di essere usati come oggetto di ricatto nei confronti delle mamme. Gravi conseguenze per madri e bambini arrivano anche dallo sfruttamento lavorativo nel settore agricolo, negli insediamenti informali isolati dai centri urbani e dai servizi.
Ma la pandemia ha anche reso lo sfruttamento della prostituzione ancora più invisibile. Parliamo dello sfruttamento indoor, ovvero nei luoghi al chiuso. Ma l'indoor si interseca con l'on line. Infatti, come evidenzia Save the Children, il cyberspazio si configura sempre più anche come luogo stesso dello sfruttamento vero e proprio - in particolare di giovani donne e minori - ad esempio attraverso le live chat, replicabili innumerevoli volte e strumento, dunque, di massimizzazione dei profitti, o la condivisione di materiale foto/video.
di Rodolfo di Giammarco
La Repubblica, 29 luglio 2021
Con ritardo causa pandemia, i detenuti-attori presentano "Naturae - La valle dell'annientamento". E intanto matura l'ipotesi di un teatro stabile. Sessantotto detenuti attori, più sei performer esterni (4 donne e due uomini), più Armando Punzo presentissimo regista e drammaturgo, stanno mettendo in scena in questi giorni ancora una volta una fuga di massa dalla Fortezza Medicea / Carcere di Volterra. Una fuga mentale, artistica, poetica. Mentre le case di reclusione italiane possono persino rivelarsi luoghi di tortura, da anni la Compagnia della Fortezza ideata e diretta da Punzo a Volterra col contributo liberatorio di chi sconta pene detentive, garantisce con la scena la creazione di un altro mondo, una ricerca almeno progettuale della felicità.
Adesso, con ritardo dovuto alla pandemia, è in programma fino all'1 il terzo quadro di Naturae - La valle dell'annientamento cui assistiamo dalle afose ore 3 del pomeriggio in poi nell'abbacinante cortile del carcere, bianco come una salina. L'utilizzo diffuso e sempre più elaborato di poliedri, di parallelepipedi di varie dimensioni, suggerisce fin dall'inizio un regime scenografico dell'esistenza che ha un qualche dna in comune con Escher, con Mondrian, o col modularismo di Sol LeWitt, ma non sfugge che tutti questi monoliti cavi, quando non diventano librerie alla Borges, sono anche elementi che incapsulano, che racchiudono esseri umani. Sagome che, quando non destinate a recitare la parte di atletici macchinisti, sono figure internate, ingabbiate e però lentamente col compito di sporgersi, e guadagnare l'esterno, non senza un significato di affrancazione umana e simbolica da uno status.
Sfornano una letteratura dei sensi, i corpi gessati, sudati, voluminosi e genettiani di tutta la folta troupe, indossanti fedelmente costumi d'altri tempi e d'altri spettacoli di Punzo e della Compagnia, chi con gorgiera, chi con modanature statuarie, chi con valigia, chi con copricapi o aste d'alto fusto, spesso con un vaiolo rosso sangue che può ricordare il Teatro dell'Orgia e del Mistero di Hermann Nitsch. Il lavoro testimoniato fin qui parrebbe un manifesto di stupori trasmessi da un'architettura in moto, da infiniti mutamenti di visioni, un repertorio di transito perché al prossimo incontro il ciclo si chiuda, senonché per buona parte del tempo si scioglie nell'aria (o con riconoscibili interventi di singoli) un profondo e riflessivo distillato verbale, un poema misterico da rinviarsi a un processo di pensieri di Punzo. Slanci tesi a decostruire, a sottrarsi, a espandersi, con impulso verso cose che 'non avvennero mai ma sono sempre', alla ricerca di una nuova mitologia, ridisegnando spazio, linee, lontananze.
Si resta avvinti, calmi, privi di emozioni teatrali tradizionali, davanti a questo rito sospeso, col dignitoso sfilare di stranieri in patria, di persone che battono insistentemente porte fissate nel vuoto, con volto magrittiano fasciato, con specchi in cui noi pubblico siamo costretti a rifletterci. E Punzo dirige quest'orchestra umana con agili bracciate, e tutti sono seri e necessari, e forse matura l'ipotesi d'uno Stabile a Volterra, chissà.
molfettalive.it, 29 luglio 2021
"Senza sbarre: tra tutela delle vittime e giustizia riparativa" è il titolo del secondo evento annuale della Fondazione Guglielmo Minervini a cinque anni dalla scomparsa di Guglielmo Minervini. Siamo tutti chiamati alla sbarra, domenica 1 agosto alle ore 20:00, ad interrogarci sul sistema penale carcero-centrico italiano. Per la Fondazione non è stato l'ennesimo fatto di cronaca, verificatosi in una delle tante carceri d'Italia, a dettare il tema di quest'anno per l'evento dell'estate.
L'idea del grido - senza sbarre - viene da lontano, come lontane sono le risposte a tante domande che la Politica stenta ad articolare. Una vera riforma della Giustizia passa obbligatoriamente da un nuovo modello di sistema di detenzione coerente con l'articolo 27 della Costituzione, la pena come rieducazione del condannato, non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
Siamo tutti disorientati e frastornati delle tante voci sul tema: - le vittime hanno perso la vita, va buttata via la chiave della cella; - la vivibilità in carcere registra condizioni di emergenza ora più che mai acutizzata dal Covid-19; - la prigione la patiscono in molti, detenuti, poliziotti, magistrati, famiglie, società; - il discredito sulle effettive possibilità di abbassare i tassi di recidiva; - lo scetticismo tangibile sui successi derivanti dal lavoro intracarcerario - extracarcerario. In questa complessità affronteremo il tema di quest'anno con i protagonisti dentro e fuori la realtà carceraria ma anche dentro e fuori la Comunità di Accoglienza presso la Masseria di San Vittore. Don Riccardo Agresti, insieme ad Angela Covelli presenteranno il libro - una vita a metà, con le riflessioni a più voci del dott. Renato Nitti, Procuratore della Repubblica di Trani, di Maria Turtur, Fondazione Guglielmo Minervini, e del dott. Gigi Cazzato, protagonista movimento dell'Ulivo-Puglia. Introdurrà la serata Lino Renna. Il gruppo di musica popolare dei Soballera animerà la Festa dell'Estate.
di Leonardo Becchetti
Avvenire, 29 luglio 2021
Nel corso degli ultimi mesi un ruolo decisivo per curare e attenuare le ferite della pandemia stato giocato nel nostro Paese dal Terzo settore - ovvero da quell'insieme di enti e organizzazioni che si pone uno scopo socialmente meritorio e opera in settori come quelli di salute, assistenza, mense dei poveri, riduzione dello spreco, formazione permanente, parità di genere, cultura, sport, cooperazione internazionale attraverso modalità organizzative sempre nuove che oggi includono tra le molteplici forme organizzative le fondazioni comunità, le cooperative di comunità e le cooperative sociali. L'importanza dell'operato del Terzo settore non è forse ancora compresa appieno dall'opinione pubblica. Nel corso degli ultimi decenni è invece progressivamente cresciuto e si è consolidato il consenso tra gli economisti sul ruolo fondamentale del 'capitale sociale' come collante e precondizione per lo sviluppo e la coesione sociale.
Studi e ricerche hanno 'identificato' la capacità di dare e ricevere fiducia, la reciprocità, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici come le sue componenti chiave e si sono domandati se e in che modo fosse possibile 'produrre' o accrescere questa risorsa fondamentale. Questo dibattito ci aiuta a comprendere da una prospettiva nuova il ruolo e il valore di tali organizzazioni.
Gli enti di Terzo settore infatti non sono soltanto la risposta più prossima e celere ai bisogni emergenti della società, ma - nel loro operare attraverso il tempo e le energie donate da dipendenti e volontari - alimentano e costruiscono quel capitale sociale che è prerequisito fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. La complementarietà tra lavoro del Terzo settore e dinamiche sociali e produttive italiane può essere verificata da molteplici esempi. Per farne solo uno, la ricca e variegata schiera di organizzazioni volontarie che si propongono di valorizzare attrattori culturali e paesaggistici dei diversi territori producono un beneficio indiretto per tutto il settore produttivo (turistico, agroalimentare, della ristorazione, alberghiero, dei trasporti) i cui profitti dipendono dall'attrattività del territorio stesso. Le parole chiave per lo sviluppo futuro del settore e per la creazione di una partnership creativa con le istituzioni e con le imprese profit sono generatività, impatto, ibridazione e co-progettazione.
L'innovazione del Terzo settore punta infatti a una crescita di capacità di creare impatto sociale e ambientale combinandola con la creazione di valore economico e mettendo al centro della propria azione la promozione della dignità della persona. Anche una recente sentenza della Corte Costituzionale sostiene la rivoluzione della coprogettazione. Gli enti di Terzo settore non sono solo potenziali vincitori di bandi costruiti dalla pubblica amministrazione ma per le loro competenze, conoscenza dei problemi del territorio e sensibilità sociale possono concorrere con l'amministrazione alla definizione delle politiche sociali.
Nella motivazione della sentenza, la Corte Costituzionale giustifica questa scelta affermando che "gli enti di Terzo settore, in quanto rappresentativi della 'società solidale', del resto, spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell'ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un'importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della 'società del bisogno'".
Next Generation Eu riconosce questo valore e destina 11,17 miliardi a infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore. Le parole chiave del piano sono deistituzionalizzazione, domiciliarità, progetti personalizzati. Si sarebbe potuto investire meglio e di più sostenendo con incentivi l'innovazione sociale e la costruzione di reti e partenariati che moltiplicano capacità e qualità d'intervento del Terzo settore. Si deve puntare con lucidità ed efficacia su realtà che è una grande risorsa per l'Italia.
Anche e soprattutto nello scenario attuale non può essere persa l'occasione di puntare in modo sempre più efficace al grande traguardo di promuovere dignità e sviluppo della persona mettendo al centro la relazione di cura che è il vero motore dell'energia necessaria a ogni vera ripresa e della ricchezza di senso del vivere.
- Firenze. Oggi un webinar in memoria di Alessandro Margara
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