di Piero Sansonetti
Il Riformista, 22 dicembre 2021
L'Anm è in rivolta contro la legge sulla presunzione di innocenza. L'Ordine dei giornalisti la segue a ruota. La Corte di Cassazione frena un po', perché probabilmente è formata, almeno ai suoi vertici, da persone più acculturate, ma nella sostanza segue il fiume vorticoso e impartisce istruzioni che servono comunque ad aggirare la legge.
Il principio sacrosanto della non colpevolezza in assenza di condanna è considerato dal mondo giornalistico-giudiziario una specie di abominio. Perché smantella il principio opposto, quello sul quale ha funzionato la giustizia negli ultimi trent'anni, e cioè l'idea che un fondato sospetto sia sufficiente per procedere contro una persona, punirla attraverso la gogna mediatica, e il carcere, e i sequestri, e la messa in pubblico di tutta la sua vita privata e intima, perché poi, alla fin fine, questo è il solo modo di amministrare la giustizia senza impigliarsi nelle maglie "levantine" delle difese che, di solito, sono complici dei "rei". Nessuna legge avrebbe mai potuto fare così male al potere giornalistico-giudiziario quanto questa legge sulla presunzione di innocenza, imposta dalla Costituzione e voluta dall'Europa, e che ristabilisce alcuni punti fermi dello Stato di diritto.
Per questo il potere giornalistico-giudiziario ha reagito con il gruppo di testa del suo partito (l'Anm) e poi con la manovalanza (l'Ordine dei giornalisti), il quale si è rivolto direttamente al Csm e alla Cassazione chiedendo di intervenire per spezzare le reni a questa legge. La Cassazione ha risposto ieri con un comunicato della procura generale, che certamente riafferma alcuni dei principi della legge, respingendo i toni eversivi dell'Ordine dei giornalisti, riconosce i diritti degli imputati, chiede la fine dei processi mediatici, ma poi stabilisce che ogni procuratore, se vuole, può superare la legge con conferenze stampa e quant'altro, a condizione che ritenga che questo valga a garantire l'interesse generale dell'essere informati. E in questo modo, anche la Procura generale della Cassazione, indica la via per gabbare la legge e lo santo.
Giornalisti che chiedono aiuto alle toghe per poter continuare a violare insieme, in combutta, la Costituzione. Che cosa può essere, se non una proposta di continuare nella complicità del mercato delle notizie e delle intercettazioni, la lettera inviata dall'Ordine dei giornalisti al vertice del Csm e al capo nazionale degli inquirenti? Un "pizzino", lo definirebbe sicuramente Marco Travaglio, se non facesse parte anche lui della combriccola. Sarà mica un caso, se il neo-eletto Presidente dell'Ordine, Carlo Bartoli, ha regalato proprio al suo quotidiano la prima intervista.
Contro la presunzione d'innocenza e a favore delle gogne mediatiche. Era solo l'antipasto, un atto dovuto, quasi a porre rimedio alla tirata d'orecchi che la categoria, sindacato compreso, aveva subìto da parte del Fatto per aver disertato le audizioni alla Commissione giustizia della Camera. Quelle in cui si erano invece esibiti i big delle Procure presenti e passate, tutti allineati con il Travaglio-pensiero. Tutti contro la Costituzione e il suo articolo 27. Tutti contro L'Europa e il suo sistema dei diritti. Tutti contro la ministra Cartabia e la sua legge sulla presunzione d'innocenza.
Dopo l'antipasto-intervista del Presidente alla testata "giusta", un vero autodafé su quell'assenza, ecco il timbro dell'ufficialità con un comunicato dell'Ordine dei giornalisti. Alla faccia della libertà di stampa, si chiede aiuto alla magistratura per poter continuare ancora insieme, stretti stretti, cronisti e pm, a violare le regole, a calpestare la Costituzione. Al Presidente del Csm David Ermini e al Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, la categoria chiede aiuto perché, in seguito all'applicazione della nuova legge sulla presunzione di innocenza, non "cali il silenzio su inchieste, magari proprio quelle su personaggi importanti". È abbastanza chiaro che cosa preoccupa la Casta dei cronisti giudiziari (da tempo veri grumi di comando nelle redazioni), che insieme a quella dei Pm costituisce un vero "combinato disposto" di complicità nell'uso di gogne mediatiche a fine politico.
Quel che preoccupa è la perdita di potere. Quello conquistato sulla pelle degli unici soggetti deboli, gli indagati, gli arrestati, gli imputati. Gli assolti e i condannati, gli innocenti e i colpevoli. La forza di poter distruggere le reputazioni, spesso le vite, degli odiati "poteri forti". I politici, gli imprenditori, i manager delle grandi aziende. Da Craxi a Berlusconi e Renzi, fino a Descalzi e Scaroni.
Della storia dei rapporti tra pubblici ministeri e cronisti giudiziari ha di recente fatto una sintesi molto veritiera Carlo Nordio, un magistrato che ha tra l'altro il merito di aver sempre rifiutato candidature al Parlamento e che ha svolto l'intera carriera, fino al vertice, come pubblico ministero a Venezia. Ha raccontato come fino al 1992 esistesse "Un rigorismo formale mitigato dalla convenienza pragmatica". Era proprio così, lo potrebbe confermare chiunque abbia frequentato i Palazzi di giustizia in quegli anni.
Il pm raccontava il succo dell'inchiesta ai cronisti giudiziari, in regime di par condicio di ogni testata, i giornalisti facevano domande, il magistrato rispondeva quel che poteva, nel rispetto del segreto istruttorio. Tutto è cambiato con Tangentopoli e con Mani Pulite. Lo sappiamo bene, ma è importante che ce lo dica un ex Procuratore. Uno che c'era, che aveva sempre rispettato il gentlemen's agreement. Ma poi alcuni pm hanno cominciato a scegliersi i cronisti, "quelli più disponibili, più utili, più acquiescenti".
In cambio "il patto scellerato prevedeva che la figura di queste toghe venisse esaltata e beatificata...magari aprendo la strada a una buona candidatura politica". Così è andata. Ma la degenerazione più grave ha riguardato "la selezione delle notizie". "Perché le redazioni ricevevano quel tanto che il sapiente divulgatore voleva che ricevessero, pilotando così il lettore verso un'interpretazione ingannevole". C'è bisogno di fare esempi? Li conosciamo uno per uno. È dunque questo Sistema, quello che l'Ordine dei giornalisti (che dovrebbe rappresentare anche noi) vuole mantenere, con la garanzia dei vertici della magistratura?
di Anna Maria Greco
Il Giornale, 22 dicembre 2021
Intervista a Ilaria Perinu, pm a Milano, eletta nel Direttivo dell'Associazione nazionale magistrati, la seconda più votata per Magistratura indipendente.
All'Anm vince la linea di Area, Unicost e A&I, "fermamente contraria" alla riforma elettorale del Csm proposta dalla Cartabia, ma per Mi questo "secco no" è un errore. Perché?
"Perché appare come un no al cambiamento, la volontà di mantenere lo status quo o per dirla come Tommasi di Lampedusa cambiare tutto per non cambiare niente. Il sistema proporzionale difeso da Area, Unicost e A&I, consente di mantenere una ripartizione dei seggi nel Csm corrispondenti alla forza delle singole correnti. Il maggioritario a turno unico, con più collegi binominali e nel rispetto della parità di genere, favorirebbe le candidature, anche indipendenti, di magistrati di elevata professionalità e qualità apprezzati nei loro distretti".
La sua collega Nicotra sulla mailing list dell'Anm ricorda che a luglio 2020 le correnti di sinistra descrivevano all'allora ministro Bonafede i vantaggi del sistema maggioritario, mentre ora lo bocciano. Come lo spiega?
"Credo che i recenti risultati elettorali, in cui Mi è diventata il gruppo di maggioranza relativa, abbiano indotto Area a contraddirsi. Evidentemente non si aspettavano il messaggio delle urne: fiducia e sostegno al gruppo che porta avanti proposte chiare, a tutela delle condizioni di lavoro dei magistrati, affrontando le responsabilità collettive derivanti dalla degenerazione correntizia senza ipocrisie".
Sembra però che malgrado gli scandali, Palamara in testa, non si voglia cambiare il sistema.
"C'è il rischio che passi questo messaggio, ecco perché Mi è a favore del cambiamento del sistema elettorale in senso maggioritario binominale con i correttivi (parità di genere e sorteggio per aumentare i candidati) ipotizzati nella riforma Cartabia. Ma il cambiamento dipenderà da meccanismi che incidano su possibili collateralismi con la politica, per questo vedo con favore l'introduzione, nel rispetto delle norme costituzionali, di ulteriori limiti al rientro in ruolo di magistrati che abbiano scelto di svolgere funzioni politiche".
L'Anm però si oppone alla chiusura delle porte girevoli tra magistratura e politica e anche alle nuove valutazioni professionali. Come la pensa?
"Il sistema di valutazioni professionali in discussione ricorda le pagelle scolastiche ed appare semplicistico se si considera che ogni 4 anni la professionalità del magistrato viene valutata su numerosi parametri poco inclini ad essere riassunti in formule di stile. Il passaggio più delicato però, riguarda il ruolo dell'avvocatura. Oggi gli avvocati partecipano ai Consigli giudiziari ma non vi sono meccanismi di incompatibilità rispetto allo svolgimento dell'attività professionale in quel distretto. Per questo non possono avere un diritto di voto sulle valutazioni del magistrato dinanzi al quale poi andranno in udienza".
La fiducia nella magistratura è ai minimi storici eppure l'Anm non teme di apparire troppo corporativa.
"Come ha più volte affermato il presidente Mattarella, la maggioranza dei magistrati è estranea alla modestia etica emersa dallo scandalo Palamara. Occorre restituire all'opinione pubblica l'immagine di questa magistratura, laboriosa ed efficiente come emerge dal Rapporto Cepej (che compara i dati degli Stati del Consiglio d'Europa), con iniziative come quelle dell'Anm a tutela della legalità nei singoli tribunali. Però, di fronte a singole responsabilità accertate, bisogna intervenire con severità verso coloro che sbagliano, senza ipocrisia e con trasparenza".
consiglio.regione.lazio.it, 22 dicembre 2021
Presentata anche la relazione annuale, per gli anni 2019 e 2020, così come prevede la legge istitutiva del Garante dei detenuti della Regione Lazio. Il Garante dei detenuti, Anastasìa, e l'assessora Corrado, durante la presentazione alla stampa dei dati 2021 sui luoghi di privazione della libertà nel Lazio.
Il Garante delle persone private della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, ha presentato i dati 2021 relativi alla popolazione ristretta negli istituti penitenziari del Lazio, nelle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria, e ha fatto il punto sulla diffusione del Coronavirus e sulla campagna vaccinale anti Covid-19 nelle carceri.
Nell'occasione, Anastasìa ha presentato anche la relazione annuale sull'attività svolta negli anni 2019 e 2020, così come previsto dall'articolo 7 della legge regionale n. 31/2003, istitutiva del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. "Un lavoro prezioso quello del Garante dei detenuti, Stefano Anastasìa, che con il suo impegno coglie ormai da anni lo spirito profondo della legge regionale 31/2003, istitutiva della figura", aveva dichiarato alla vigilia il presidente del Consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi. Alla conferenza stampa è intervenuta anche l'assessora agli Enti locali e alla sicurezza urbana, Valentina Corrado, la quale ha parlato degli stanziamenti della legge regionale 7/2007, "Interventi a sostegno dei diritti della popolazione detenuta della Regione Lazio".
I numeri e il sovraffollamento - Anastasìa ha spiegato che la popolazione detenuta nel Lazio è di 5.569 persone (al 30 novembre 2021), con una percentuale di condannati definitivi in carcere del 68,7 per cento, leggermente inferiore a quella nazionale che si attesta al 69,1 per cento, e una percentuale di detenuti in attesa di giudizio del 14,9 per cento, inferiore a quella nazionale del 16,2 per cento. La presenza di stranieri è del 37,7 per cento, superiore alla media nazionale del 31,7 per cento, e una presenza di donne pari al 7 per cento. "Quest'ultimo dato - ha spiegato Anastasia - è superiore alla media nazionale del 3,8 per cento, perché nel Lazio abbiamo il più grande istituito penitenziario femminile di Italia e Europa, Rebibbia femminile, quindi una parte consistente delle donne detenute in Italia è a Roma e questo spiega il dato".
"Sull'andamento delle presenze nelle carceri Lazio - ha detto Anastasìa - la situazione in termini generali sembra migliore di quella nazionale, perché non è in corso un incremento. C'è una presenza di 5.569 detenuti, superiore alla capienza regolamentare di 5.158 posti e quindi si tratta una situazione che sembra meno preoccupante di quella nazionale. Da luglio a oggi la popolazione detenuta è in costante crescita e questo ci preoccupa rispetto al futuro, perché il rischio di diffusione del Covid-19 in carcere è molto rilevante - ha aggiunto Anastasìa - È un sistema costantemente sovraffollato, con una capienza regolamentare di 50.809 posti e al 30 novembre il dato delle presenze era di 54.593".
Il sovraffollamento è al 118 per cento, a fronte del dato nazionale del 107 per cento. La situazione più preoccupante è da tempo quella di Latina, dove il tasso di affollamento è al 173 per cento. Anastasìa ha spiegato che nel carcere pontino, costituito per metà dalla sezione maschile e per metà dalla sezione femminile, il sovraffollamento è tutto concentrato nella sezione maschile. Latina è stata recentemente teatro di una protesta di detenuti che ha comportato l'intervento delle forze dell'ordine. Inoltre, "in una condizione di sovraffollamento superiore alla media regionale e nazionale ci sono anche Civitavecchia, 152 per cento, Roma Regina Coeli, 144 per cento, e Rebibbia femminile, al 134 per cento - ha continuato a tale proposito Anastasìa - Questo ci dice quanto sia difficile la situazione in questi istituti. In particolare, pesa sulla necessità di molti detenuti di potersi avvicinare ai propri luoghi di vita e ai familiari. Infatti, gli istituti penitenziari sono congelati dall'effetto Covid-19, perché in tanti istituti della nostra regione e non solo ci sono stati molti trasferimenti di diverse decine di detenuti da un luogo a un altro, spesso in altre regioni, e non riescono a tornare nella loro sede originaria. Perché ogni trasferimento va centellinato in quanto va garantita la quarantena all'ingresso in istituto e quant'altro: questo sta rendendo molto complicata la gestione della vita in carcere".
Coronavirus e campagna vaccinale - I casi di positività nelle carceri del Lazio sono molto contenuti e prossimi allo zero. "Dopo avere avuto situazioni di grande difficoltà a gennaio e aprile 2021, ora la situazione è relativamente sotto controllo - ha spiegato Anastasìa - All'ultima rilevazione di ieri risultavano quattro positivi nelle carceri del Lazio e tutti senza condizioni cliniche preoccupanti". Viceversa, in Italia "in queste settimane c'è un dato preoccupante di crescita di casi di positività al Covid-19 dentro gli istituti penitenziari. Al 13 dicembre erano 239, con pochi casi di ricovero: la curva ci parla di una ripresa della diffusione del virus, che si riproduce in carcere come nella società".
"Nel corso dell'anno hanno ricevuto le due dosi, in primavera e poi successivamente, 6.014 detenuti nel Lazio. Quindi, quelli che c'erano e quelli che sono entrati nel frattempo". Così Anastasìa in merito alla campagna vaccinale. "Al 16 dicembre - ha proseguito il Garante - possiamo dire che 2.483 detenuti, la metà di quelli presenti nel Lazio, hanno ricevuto la dose booster. Entro metà gennaio è prevedibile che tutti i detenuti che hanno acconsentito a vaccinarsi potranno avere la terza dose - ha concluso Anastasia - Questa condizione delle vaccinazioni ha consentito la riapertura dei colloqui con i familiari in presenza in condizione di maggiore umanità, quindi senza le pareti divisorie in plexiglass".
Le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza - "Il totale della capienza nelle Rems nel Lazio è di 106 posti: in questo anno è stata aperta una nuova struttura a Rieti, programmata per 15 posti. Ad oggi possiamo dire che in lista di attesa ci sono 34 persone, di cui sette donne. Lo scorso anno in lista attesa nel Lazio c'erano 73 persone di cui 10 donne. Quindi, nel 2021 la lista d'attesa è stata più che dimezzata". Lo ha detto Anastasìa, il quale, in merito alla Rems, ha aggiunto:
"Tema particolarmente spinoso è il trattenimento in carcere di alcune persone in attesa di ricovero in Rems che, in assenza di altro titolo di detenzione, si presenta come illegittimo e su cui sono pendenti ricorsi alla Corte europea dei diritti umani. Al momento nelle carceri del Lazio ci sono sei dei 34 pazienti in attesa di Rems, tra cui una donna. Poi ci sono in carcere 11 persone seminferme di mente. Inoltre, tre persone in attesa di Rems sono ospiti dei servizi psichiatrici. È una situazione abbastanza complicata ma in via di progressivo miglioramento".
"Il problema delle Rems non è di capienza: la Regione aveva 91 posti, ora ne ha 106, un dato superiore alla media nazionale - ha concluso Anastasia - C'è un eccesso di provvedimenti di misure di sicurezza residenziale protetta e poi c'è una difficoltà a rimettere sul territorio le persone che entrano nelle Rems: il risultato è che il sistema si ingessa".
Gli stanziamenti della legge 7 del 2007 - "Abbiamo stanziato 550 mila euro per migliorare, attraverso interventi strutturali, le condizioni carcerarie dei detenuti con interventi di sostegno alla genitorialità, alcuni che riqualificheranno gli spazi destinati ad aree verdi, ludoteche, spazi per accoglienza dei famigliari, altri sulle palestre sportive e risorse per il sostegno al benessere psicofisico. Inoltre, abbiamo stanziato 170 mila euro per la digitalizzazione e 180 alle università per favorire e ampliare l'offerta didattica". Così l'assessora regionale alla Sicurezza urbana, Valentina Corrado. "C'è un impegno e volontà di fare di più - ha proseguito Corrado -, perché il carcere non è altro rispetto alla società ma è parte integrante. Anche sul bilancio previsionale che ci accingiamo ad approvare in Aula, tra interventi finalizzati alla rieducazione e reinserimento sociale e interventi strutturali la legge 7 del 2007 è coperta con circa un milione di euro. Queste risorse ci consentiranno di aumentare gli interventi già previsti. L'obiettivo è fare sentire la presenza delle istituzioni alla popolazione detenuta nelle carceri e avvieremo un lavoro congiunto per premiare l'impegno di quei detenuti che dimostrano concretamente quella voglia di riscatto e rinascita anche attraverso lo studio per farsi trovare pronti al loro reinserimento".
Nel corso della conferenza stampa sui dati 2021 sui luoghi di privazione della libertà nel Lazio, Anastasìa ha risposto anche alle domande sul caso di Sharaf Hassan, giovane egiziano deceduto nel 2018 a seguito di un tentativo di suicidio nella sua cella nel carcere di Viterbo, e di Abdel Latif, 26 enne tunisino trattenuto nel Cpr di Ponte Galeria prima di essere trasferito all'ospedale Grassi di Ostia e poi al San Camillo dove è deceduto il 28 novembre scorso. Anastasìa ha infine illustrato le nuove funzionalità del sito www.garantedetenutilazio.it recentemente rinnovato con la pubblicazione delle schede relative all'attività di monitoraggio svolta dalla Struttura di supporto al Garante del Consiglio regionale del Lazio.
di Giampaolo Cassitta
sardegnablogger.it, 22 dicembre 2021
Quando la polvere mediatica si deposita si potrà riparlare di futuro all'interno di un contesto giuridico penale. Graziano Mesina è oggi un detenuto che deve scontare una pena divenuta definitiva per spaccio di sostanze stupefacenti. In questi giorni si è scritto e si è detto di tutto, soprattutto nei social: ci sono stati commenti di complottisti, di persone che butterebbero la chiave, quelli che sperano nella pena di morte, una nuova grazia perché è vecchio è malato, quelli disposti a barattarlo con qualche politico che merita l'ergastolo e anche quelli che lo ritengono - ancora - una sorta di Robin Hood con la berritta e quel profumo intenso di balentia difficile e soprattutto impossibile da accettare.
La realtà giuridica è, invece, piuttosto semplice: Graziano Mesina, Grazianeddu, l'antieroe, l'icona di qualcuno è, più semplicemente, Mesina Graziano detenuto in un carcere per scontare una pena divenuta definitiva attraverso una sentenza emessa in nome del popolo italiano.
Non c'è poesia, d'accordo. La giustizia, quella di uno Stato di diritto, non si disegna con le emozioni, con le invettive, con la voglia di vendetta o con un semplice passaggio di spugna su alcune sentenze piuttosto che su altre. L'unico concetto dal quale partire è legato al rispetto del detenuto come persona e nel provare, con lui, un percorso di rieducazione. Questo deve essere con forza sempre perseguito: è la garanzia primaria, il patto giuridico che da subito si deve instaurare con chi ha commesso un reato ed è stato privato della libertà.
Il caso giuridico di Mesina è solo parzialmente complesso e occorre sgombrare il campo da alcune considerazioni che in questi giorni sono state evidenziate da chi, evidentemente, non ha una buona dimestichezza con la pena e con le sentenze passate in giudicato.
Si è detto, per esempio, che il Presidente della Repubblica Mattarella potrebbe pensare ad una grazia nei confronti di un detenuto malato e vecchio. L'istituto della grazia è, di per sé, una materia piuttosto complessa e la prima concessione, ad opera del Presidente Ciampi, azzerò a suo tempo le pene che Mesina in quel momento stava scontando.
Il problema oggi è un altro. Se da una parte ciò che è era passato in giudicato è stato graziato, dall'altra non si può ovviamente conoscere quello che può succedere "dopo" la concessione e dei nuovi reati che il graziato può eventualmente compiere.
È ovvio che il Presidente della Repubblica può tenere conto anche del comportamento generale del detenuto in carcere, ma non è assolutamente necessario per la decisione finale che rimane sua e di nessun altro. Nessun Tribunale si può opporre, per esempio, alla grazia concessa dal Presidente della Repubblica. Nello stesso modo però non è possibile riproporre la grazia per la stessa persona che l'ha ottenuta perché si tratta di una condanna ex novo che non c'entra con le decisioni precedenti.
Mesina ha commesso un nuovo reato per il quale è stato giudicato e condannato.
Si deve ripartire da qui. Lui è però una persona anziana e malata. Anche in questo caso si può intervenire con la sospensione della pena qualora il Tribunale di Sorveglianza ritenga, dopo una dettagliata relazione sanitaria, che il detenuto non possa sopportare il carcere.
In questo momento, all'inizio della pena, non ci sono molte strade. Teoricamente il permesso premio potrebbe giungere dopo aver scontato almeno un quarto della pena e la semilibertà a metà pena seppure vi siano altri ostacoli giuridici difficili da riassumere in poche parole. Si tenga conto, per esempio, che tecnicamente Mesina si è reso irreperibile e questo passaggio sul processo rieducativo, almeno nella prima fase, pesa moltissimo.
Era importante evidenziare questi passaggi ed era importante ricordare che Graziano Mesina è un detenuto colpevole del reato ascritto. Ringraziamo le forze dell'ordine per averlo assicurato alla giustizia e lavoriamo con lui e per lui affinché abbia tutte le possibilità per poter rivedere la propria posizione. Dobbiamo pensare che possa riuscire nel percorso rieducativo.
Lo Stato non si vendica, lo Stato è disponibile a restituire le persone detenute al mondo libero. Mesina compreso.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 22 dicembre 2021
A leggere le 904 pagine delle motivazioni della sentenza di condanna nei confronti di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, e dei suoi soci e collaboratori, c'è da trasecolare. Il testo e la sua scrittura costituiscono un documento chiarificatore su come NON si dovrebbe giudicare e sanzionare all'interno di uno stato di diritto. Un esempio di letteratura processuale perversa, dove abbondano i giudizi morali e quelli moralistici, le considerazioni politiche, le riflessioni sociologiche, le analisi di natura generale (proprio quando entra in vigore il decreto legislativo sulla presunzione d'innocenza).
Mentre, così vogliono la Costituzione e la legge, una sentenza e le sue motivazioni dovrebbero fondarsi tutte sull'analisi delle prove e delle circostanze, destinate ad accertare la sussistenza di una fattispecie penale e individuarne il responsabile. Questo, al contrario, rappresenta una parte minore e, direi, poco significativa di quelle benedette 904 pagine.
Un simile orientamento, che qui si esprime attraverso le parole della magistratura giudicante, sembra interamente condiviso dalla magistratura inquirente che - tramite il procuratore di Locri - ha detto cose strabilianti, oscillanti tra l'eccentricità e il temerario. Come "sono progressista" e "la legalità è un valore di sinistra". (Immagino come saranno stati contenti tutti coloro che, magistrati compresi, per una ragione o per l'altra, non sono di sinistra).
D'altra parte, lo stesso procuratore ha spiegato che, a suo avviso, la mancata concessione delle attenuanti a Lucano si dovesse al suo "atteggiamento ostruzionistico", dal momento che egli si è rifiutato di farsi interrogare. Il che la dice lunga sul rispetto per le garanzie inviolabili dell'imputato (rafforzate appunto sul tema del diritto al silenzio dal d.lgs. 188 del 2021), che circola in quel di Locri.
Ma torniamo alle motivazioni della sentenza. Vi si trova, con grande evidenza, il riconoscimento del fatto che Lucano fosse mosso dalla "pura passione" per quel "mondo nuovo che lui ha saputo creare". Inoltre, l'esperienza di Riace ha costituito "giustamente un modello e un simbolo di integrazione per tutto il mondo". In ogni caso, l'ex sindaco è stato trovato "senza un euro in tasca", ma - attenzione! - "ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza, ignorando però l'esistenza di un quadro probatorio di elevata conducenza".
Fermiamoci un attimo. Non vi sembri un dettaglio e non maledite la vostra ignoranza: "conducenza" semplicemente non esiste nel nostro linguaggio e nei nostri vocabolari, ma la sua introduzione "creativa" in questo testo non è affatto innocente: rivela quale distanza vi sia tra chi ha redatto le motivazioni e la vita reale; e come l'arbitrarietà lessicale possa tradire l'approssimazione tortuosa della logica giuridica e dell'argomentazione dialettica (ne ha scritto ieri Alberto Leiss su il manifesto). In altre parole, Mimmo Lucano è onesto, ancor più: è integerrimo, ma è tutta una mossa, una ammoina, appunto "una apparenza".
Ne discende un'altra accusa ancora più insidiosa: Mimmo Lucano persegue finalità politiche! È motivato, pensate un po', da una "sfrenata sete di visibilità politica". Dopodiché, la Corte ritiene di aver acquisito un significativo "materiale probatorio" e, sulla base di questo, ha emesso la sua sentenza.
Impressiona, in ogni caso, il quadro, per così dire, ideologico e valoriale in cui vengono collocati i reati per i quali Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e 2 mesi di reclusione; per i quali gli sono state negate sia le attenuanti per il particolare valore sociale e morale, sia quelle generiche; per i quali gli è stata attribuita la responsabilità per reato associativo; per i quali gli è stata inflitta una sanzione pecuniaria che supera il milione di euro.
Non è questa la sede per esaminare ulteriormente, e nel dettaglio, le motivazioni della sentenza e le ragioni che hanno portato a raddoppiare l'entità della pena richiesta dall'accusa (7 anni e 11 mesi). Resta estremamente difficile, con tali premesse, non pensare che quella comminata a Lucano sia stata una condanna "esemplare". Ovvero iniqua. E ciò perché la condanna non deve mai servire da esempio ma misurare la responsabilità del singolo imputato, per lo specifico fatto ascrittogli.
di Dafne Roat
Corriere del Trentino, 22 dicembre 2021
La direzione del carcere di Spini di Gardolo ha attivato un piano di prevenzione contro i suicidi e gli atti di autolesionismo. "Dateci dei barattoli di vernice che tinteggiamo noi i muri, lo possono fare anche i detenuti". Lo dice sorridendo, ma non è uno scherzo. La comandante della polizia penitenziaria, Ilaria Lormartire, riflette su un problema noto della casa circondariale di Trento: struttura moderna, ampi spazi, ma asettica, fredda e spersonalizzante. E ricorda un progetto fatto nel carcere di Brindisi con il liceo artistico di Lecce: "Hanno progettato un allestimento della sala colloqui con pannelli che rappresentavano una storia".
Piccoli gesti, un esempio di solidarietà molto lontano dalla realtà quotidiana del carcere trentino. "Una cattedrale nel deserto", l'avevano definita qualche tempo fa gli avvocati della Camera penale di Trento, lanciando l'allarme sulla carenza del personale.
Problema mai risolto, ancora oggi nella struttura di Spini di Gardolo sono in servizio 148 agenti e si registra una carenza organica di quasi ottanta persone. Tutto questo a fronte di circa 297 detenuti ospiti del carcere di Trento (molti di più rispetto alla soglia di 240 fissata nell'accordo tra Provincia e Dipartimento all'apertura della struttura).
In realtà - ricorda Lomartire - "la capienza riconosciuta dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è di 400 detenuti". Quindi si è ancora sotto soglia, ma i problemi del carcere di Trento sono sotto gli occhi di tutti, basta analizzare alcuni numeri di ottobre. Negli ultimi sei mesi ci sono stati sette suicidi, fortunatamente tutti sventati, 29 atti di autolesionismo e 37 colluttazioni. Dati drammatici.
La direzione sta lavorando con in mente un unico obiettivo: "Rendere il carcere più umano e sereno per tutti", ha detto la direttrice Annarita Nuzzaci, a margine dell'incontro in tribunale per la consegna da parte del procuratore Sandro Raimondi dei panettoni prodotti dai detenuti dell'istituto penitenziario di Padova al personale della Procura. Un gesto simbolico importante, testimonianza della riabilitazione dei detenuti. "Anche da cose come questa passa il reinserimento di chi sta in carcere", ha spiegato Raimondi Il procuratore ha poi lanciato un appello al dirigente nazionale delle strutture di reclusione italiane, Bernardo Dino Petralìa, per avviare un progetto di collaborazione con la polizia penitenziaria, "due mondi - ha detto - che devono conoscersi e parlarsi di più".
Piccoli passi e gesti per abbattere muri e costruire un carcere più umano e riabilitativo. È questo il senso dell'iniziativa che vuole essere un modo anche per costruire nuove sinergie tra magistrati e l'amministrazione penitenziaria. Non si lavora solo all'esterno, ma anche dentro le mura. Qualcosa è stato fatto, ma la strada è ancora lunga.
"Abbiamo potenziato l'assistenza sanitaria che oggi è presente h24 e abbiamo attivato un piano di prevenzione delle condotte suicidarie e degli atti autolesionistici che vede coinvolti tutti gli attori del carcere - spiega la direttrice -, è un problema difficile che può essere risolto solo quando c'è una collaborazione di tutte le persone. Poi c'è stato il dramma della pandemia che ha depauperato le forze a disposizione, ma l'impegno è, se possibile, ancora maggiore". Il carcere ha invece retto molto bene l'impatto della pandemia. Attualmente non ci sono detenuti positivi. "Il picco massimo dei contagi lo abbiamo avuto all'inizio del 2021 - spiega la comandante Lomartire - con 34 detenuti contagiati, circa il 10% dell'intera popolazione. Il sistema è collaudato e la struttura ci agevola molto".
Dall'inizio dell'emergenza sanitaria a Spini di Gardolo hanno riorganizzato gli spazi con una sezione riservata ai nuovi ingressi. "Devono fare cinque giorni di isolamento e due tamponi", spiega Lomartire. Per quanto riguarda i colloqui vengono organizzati in base alle sezioni di appartenenza per circoscrivere possibili contagi. Poi ci sono le videochiamate: "L'amministrazione ci ha subito dotati di smartphone e credo che questa sarà una modalità che rimarrà anche dopo la pandemia, ha dato la possibilità a molti detenuti stranieri di avere un contatto con la famiglia che prima non avevano".
genova24.it, 22 dicembre 2021
"Da nominare al più presto, carceri liguri al collasso. Le forze di maggioranza non sono in grado di affrontare una discussione sugli organismi di garanzia, a partire dal difensore civico, in maniera coerente e di prospettiva".
"Mentre le condizioni delle carceri liguri sono sempre più precarie, sia per sovraffollamento che per mancanza di personale, la discussione sulla nomina del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, in consiglio regionale langue, in una Regione che non può più permettersi di non avere una figura di garanzia che tuteli sia chi viene detenuto sia chi lavora all'interno del settore", a dirlo il capogruppo di Linea Condivisa Gianni Pastorino.
E continua: "Le forze di maggioranza non sono in grado di affrontare una discussione sugli organismi di garanzia, a partire dal difensore civico, in maniera coerente e di prospettiva. Spiace constatare che la Liguria sia stata una delle ultime Regioni ad approvare la legge, e posso dire di essermi personalmente impegnato per cinque anni, per convincere il consiglio regionale ad adeguarsi alle normative delle altre Regioni, ma in realtà, da maggio 2020, in consiglio regionale non si è mosso nulla, mentre la vita delle donne e degli uomini carcerati e di chi lavora in carcere è sempre peggio".
Poi prosegue riportando all'attenzione il caso del carcere di Sanremo: "La casa circondariale di Sanremo continua dopo anni a presentare gli stessi problemi: mancanza di personale e sovraffollamento, che portano ad una inadeguata sorveglianza delle persone detenute e ad un carico di lavoro eccessivo per chi svolge le mansioni all'interno. Inoltre c'è da chiedersi se come era stato segnalato da Antigone, nel 2019, i problemi riguardanti il riscaldamento e l'acqua calda, siano stati risolti", spiega il consigliere regionale Gianni Pastorino.
Il Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale deve essere una figura indipendente, competente, che deve guardare a tutto tondo alla realtà carceraria, capace di analizzare le condizioni degli istituti penitenziari in Liguria, sia dal punto di vista delle strutture che da quello delle condizioni di vita delle persone detenute e degli operatori penitenziari. "Quanto accaduto a Sanremo rinsalda in me l'ulteriore necessità di nominare il Garante, perché quello a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi è un esempio di come la politica non voglia assumersi nessuna responsabilità, anche quando sono sotto gli occhi di tutti i disagi e i problemi che devono essere urgentemente affrontati - conclude il consigliere regionale Pastorino -. Quando finalmente sarà scelta la persona migliore per ricoprire questo ruolo, saremo una Regione più giusta e più civile".
newsinquota.it, 22 dicembre 2021
C'è un mondo nascosto a Baldenich. Fatto di storie complicate, ma anche di riabilitazione. Di passati burrascosi, ma anche di speranza e di lavoro. Soprattutto di lavoro. Nel carcere di Belluno infatti oltre il 70% dei detenuti ha un regolare contratto. E si conquista la riabilitazione pezzo dopo pezzo, ora dopo ora.
Non è una storia di Natale. E neanche la sceneggiatura di un film sulla libertà. È una realtà resa possibile dalla collaborazione tra l'istituto penitenziario e la cooperativa Sviluppo & Lavoro. La casa circondariale ultimamente fa quasi fatica a impiegare i detenuti nelle sue attività "canoniche", perché il lavoro è tantissimo. E l'impegno dei detenuti è encomiabile. Tutto con regolare contratto, orario di lavoro e stipendio.
Le persone impiegate dalla cooperativa si occupano di produrre astucci per occhiali per conto di importanti aziende del territorio. Più tutto il contorno, fatto di pezzette per occhiali e imbustamento spray per pulire le lenti. Manifattura di attenzione è quella che riguarda l'assemblaggio, altra categoria di lavoro presente a Baldenich, come ha potuto toccare con mano il presidente della Provincia, in visita alla struttura nei giorni scorsi.
"Attraverso il lavoro, viene garantito un impegno quotidiano e costante ai detenuti, con un orario di lavoro dal lunedì al sabato - spiega il presidente della cooperativa, Gianfranco Borgato. Vengono realizzati astucci e kit di pulizia degli occhiali per alcune importanti aziende del territorio bellunese. E anche assemblaggio di componenti plastici".
"Ho potuto vedere un clima sereno: il lavoro e la formazione rappresentano uno strumento straordinario di reinserimento in società" il commento del presidente della Provincia al termine della visita. "Il progetto avviato dalla cooperativa Sviluppo & Lavoro mi ha colpito molto e sono convinto abbia ulteriori potenzialità di sviluppo: è l'esempio di un'attività in grado di offrire ricadute positive sia a livello economico per le imprese del territorio, sia a livello sociale, perché attraverso il lavoro regolarmente retribuito è più semplice prevenire recidive da parte di chi oggi è detenuto e si appresta a tornare nella società. Ringrazio Gianfranco Borgato per l'idea a cui è riuscito a dare forma. E la direttrice del carcere, Tiziana Paolini. Da lei ho raccolto lo stimolo per un intervento di miglioramento dei due campetti sportivi all'interno della struttura: valuteremo se c'è la possibilità che la Provincia intervenga. Anche lo sport infatti è un mezzo potentissimo di promozione sociale e di riabilitazione".
milanotoday.it, 22 dicembre 2021
Sono settanta i positivi al Covid nel carcere milanese di San Vittore. Lo segnala Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria, facendo il punto dei contagi nella settimana dal 13 al 19 dicembre secondo i dati di fonte ministeriale nelle carceri del Paese.
Secondo il sindacalista, nelle carceri italiane i contagiati dal Covid, tra detenuti e personale penitenziario, sono raddoppiati in due settimane mentre, dal 13 al 19, si è registrato un aumento del quaranta per cento. I dati non arrivano in tempo reale e segnalano una tendenza che, probabilmente, oggi è ancora peggiore.
"La realtà segna un trend di contagi in forte aumento in queste festività e destinato ad avere conseguenze impattanti sulla gestione delle carceri", il commento di Di Giacomo: "In mancanza di misure urgenti" per bloccare la tendenza, "nel giro di poche settimane raggiungeremo un picco vicino a quello delle carceri del Sud America e della Tailandia, dove si registrano da giorni sanguinose rivolte".
Il sindacato di polizia penitenziaria rappresentato da Di Giacomo chiede quindi l'organizzazione immediata di open day per le vaccinazioni contro il Covid nelle carceri. "Si sta ripetendo lo stesso grave errore di sottovalutazione compiuto con l'avvio della prima fase di vaccinazione anti Covid: per la somministrazione della dose booster del vaccino - evidenzia il sindacalista - non c'è alcuna corsia preferenziale per il personale penitenziario e i detenuti".
Pnrr per il sistema della salute in carcere - "Gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sul tema del carcere sono in totale 132,9 milioni di euro, utilizzabili dal 2022 al 2026 per la 'costruzione e il miglioramento di padiglioni e spazi per le strutture'. Si cominci a spendere per rafforzare in strutture e personale il sistema di tutela della salute che registra carenze storiche ancor più allarmanti per la situazione Covid", conclude Di Giacomo.
triesteprima.it, 22 dicembre 2021
Torna il Covid all'interno del carcere di via Coroneo a Trieste e la temperatura inizia a scaldarsi. Nei giorni scorsi, dopo che più di una settimana fa si erano registrati i primi contagi, è scoppiato un altro focolaio ed un braccio del penitenziario è stato isolato, anche a causa del contatto di alcuni detenuti con altri risultati positivi. All'elemento epidemiologico si somma una situazione generale che non sembra essere delle più rosee. Nei giorni scorsi un detenuto ha tentato di suicidarsi (i motivi rimangono ignoti ndr) ed è stato trasportato in gravi condizioni all'ospedale di Cattinara dal personale del 118 intervenuto, assieme al personale del carcere, in maniera tempestiva.
Anche da fuori le cronache raccontano di una preoccupazione estesa anche e soprattutto ai famigliari dei detenuti. "Se dovessero bloccare le visite nuovamente - così una fonte di TriestePrima - rischiamo nuove rivolte. La situazione potrebbe tornare ad essere tragica". La memoria corre alle proteste e al blocco, insostenibile dal punto di vista emotivo per le famiglie già provate da una condizione di estremo disagio. Se la struttura cerca di limitare al massimo i disagi e di superare le criticità gettando acqua sul fuoco, all'interno alcuni incendi di piccole dimensioni sarebbero scoppiati comunque, con una tensione che avrebbe alzato il livello di allerta, soprattutto in un braccio del penitenziario "particolarmente complicato".
Tra le altre cose fa discutere infine la presenza di un sanitario che, secondo indiscrezioni tutte da confermare sia da parte della struttura che dall'assessorato regionale alla Sanità, sarebbe stato visto operare all'interno della struttura senza tuttavia essere vaccinato. Il sanitario sarebbe sfuggito ai controlli fatti da Asugi. Se così fosse, visto l'obbligo in vigore per la categoria, rischierebbe la sospensione. Proprio dall'interno si sono levate voci di insofferenza per questa situazione, con alcune segnalazioni che sarebbero arrivate fino ai vertici.
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