di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 21 dicembre 2021
Siamo arrivati quasi a fine anno, ma nonostante le buone intenzioni non c'è stato ancora nessun decreto ad hoc per risolvere le criticità delle carceri. A tal proposito, in questi giorni è in corso l'iniziativa non violenta promossa dalle detenute del carcere torinese delle Vallette, che da venerdì scorso e fino al 23 dicembre, sono in "sciopero del carrello" (il vitto offerto dall'amministrazione penitenziaria), per chiedere un concreto segno di attenzione alla loro condizione di persone private della libertà nella emergenza pandemica, attraverso l'approvazione di un provvedimento di liberazione anticipata speciale simile a quello vigente all'indomani della condanna europea per il sovraffollamento delle carceri e ora riproposto in Parlamento per iniziativa dell'onorevole Roberto Giachetti.
Le detenute hanno anche scritto a Il Dubbio, chiedendo di dar voce alla loro mobilitazione pacifica. "I cittadini devono sapere che ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno, di cui solo 6 euro per il suo mantenimento e solo 35 centesimi per il percorso rieducativo. Chi non investe nella rieducazione incrementa la recidiva. Questo semplice ragionamento che evidenzia l'incoerenza della classe politica, si siedono infatti allo stesso tavolo, i partiti che sventolano le bandiere dell'inclusione sociale e quelli che invece vorrebbero muri e filo spinato". L'associazione yairaiha rende noto che anche dal carcere di Oristano, i detenuti hanno aderito allo sciopero del carrello e doneranno il cibo rifiutato alle mense dei poveri.
Un importante sostegno all'iniziativa del carcere torinese proviene dai Garanti territoriali delle persone private della libertà. "Oggi, come a marzo 2020, di fronte alla nuova diffusione del Covid- 19, che sta nuovamente ingessando le carceri, prive di sufficienti spazi di isolamento e quarantena dei positivi e dei loro contatti, sarebbe utile un minimo ma generale provvedimento di clemenza, anche solo di un anno, che oggi come allora consentirebbe una più efficace e ordinata gestione delle situazioni di rischio in carcere".
Così il Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, nonché Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa. "Se oggi come allora - prosegue Anastasìa - il Parlamento non ha il coraggio della ragione, la richiesta di una liberazione anticipata speciale che possa aumentare lo sconto di pena per le detenute e i detenuti che abbiano dato prova di partecipazione all'opera di rieducazione è il minimo provvedimento da adottare subito, che può valere anche da risarcimento delle condizioni di detenzione subite durante la pandemia, certamente più gravi di quelle ordinarie e di quelle vissute nella società libera, con effetti pesantissimi sull'equilibrio psico-fisico e sulle relazioni familiari di tante detenute e detenuti".
Le detenute, già ad agosto lanciarono lo sciopero del carrello, trovando adesioni nelle carceri di tutta Italia, e prima ancora nella popolazione maschile del carcere. Furono in centinaia a rifiutare il vitto per denunciare la quotidianità difficile negli istituti, "perché alla retorica delle "buone intenzioni" - scrivono nell'appello rivolto alla ministra della giustizia Marta Cartabia - il governo risponda con fatti concreti anche per noi cittadini reclusi".
Tra le criticità segnalate, ci sono il sovraffollamento (a Torino sono ospitati circa 1.350 i detenuti su 1.098 posti), la mancata qualità dei prodotti dei pasti - il 'Carrello' - ma anche la mancanza di percorsi formativi e quindi riabilitativi e rieducativi. In solidarietà alle detenute c'è stato un presidio di "Mamme in piazza per la libertà di dissenso", con l'obiettivo di concludere la raccolta fondi proprio a sostegno dell'iniziativa non violenta.
"Se il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni come sostenevano Beccaria e Dostoevskij - proseguono le detenute, allegando decine e decine di firme alla lettera inviata oltre alla ministra anche al direttore del Dap nazionale e ai vertici locali - a distanza di secoli in Italia il senso di umanità, legittimità e legalità, sembrano essersi fermati lontano dalle sbarre. La pandemia ha acuito antiche problematiche, ma neppure l'attuale Governo ha preso una posizione netta per portare nelle prigioni dignità e buonsenso oltre che i diritti fondamentali sanciti dalle costituzioni italiana e europea".
ansa.it, 21 dicembre 2021
Offre molteplici vantaggi per il detenuto ma anche per la direzione l'ambulatorio per le emodialisi allestito all'Interno del Centro Clinico SAI San Paolo del carcere di Napoli-Poggioreale grazie al quale, d'ora in poi, il carcerato eviterà per tre volte alla settimana il trasferimento in ospedale con in risparmio consistente di risorse da impiegare per garantire la salute.
Nella struttura, ieri, è stata praticata la prima seduta emodialitica, in un ambiente climatizzato e con TV. Per l'Osapp, la sinergia tra Amministrazione Penitenziaria e la Sanità "deve essere un connubio strategico nell'interesse della sicurezza di tutti, mettendo al primo posto la salute dei ristretti", dice il vice segretario regionale Luigi Castaldo che si augura altre iniziative sul solco di quella avviata ieri. "Grazie al lavoro svolto dal direttore Carlo Berdini e dal dirigente sanitario Vincenzo Irollo - dice ancora Castaldo - si è riusciti a realizzare una stanza per l'emodialisi completa degli opportuni confort per i ristretti affetti da gravi patologie renali, evitando la traduzione di questi presso strutture pubbliche esterne con relativi rischi connessi in questo periodo epidemiologico".
"Ben vengano investimenti tesi a migliorare le condizioni strutturali dei penitenziari di tutto il territorio - commenta il segretario generale Leo Beneduci - e in particolar modo dell'istituto partenopeo tra i più grandi d'Europa che oggi versa in precarie condizioni strutturali mettendo in seria discussione sia la sicurezza del personale di Polizia Penitenziaria che lo stesso benessere, visto il critico sovraffollamento di detenuti per oltre il 40% della capacità prevista e la critica carenza di personale di Polizia Penitenziaria che compromette i diritti soggettivi di quest'ultimi messi in forte stress psicofisico".
dire.it, 21 dicembre 2021
Migliorare l'assistenza dei pazienti negli Istituti di pena attraverso televisite, teleconsulti, telerefertazione e telemonitoraggio tra il medico interno al penitenziario e uno specialista di un reparto ospedaliero. È lo scopo del progetto "Liberi@mo la salute: Telemedicina negli Istituti Penitenziari", presentato questa mattina dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il progetto "Liberi@mo la salute: Telemedicina negli Istituti Penitenziari".
L'evento si è svolto presso il Teatro del Polo Penitenziario di Rebibbia, a Roma, alla presenza della ministra alla Giustizia, Marta Cartabia. All'evento hanno partecipato Rosella Santoro, Direttore della Casa Circondariale Rebibbia N.C. "Raffaele Cinotti", Giorgio Casati, Direttore Generale Asl Roma 2, Roberto Tartaglia Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Gabbrielli, Direttore del Centro Nazionale per la Telemedicina dell'Iss, Carmelo Cantone, Provveditore Amministrazione Penitenziaria, Francesco Rocco Pugliese, Direttore Sanitario Asl Roma 2, Stefano Anastasìa Garante dei diritti dei detenuti Regione Lazio e Maria Antonia Vertaldi, Presidente del tribunale di Sorveglianza di Roma.
"Abbiamo bisogno più che mai di interventi concreti, che affrontino gli sterminati bisogni della vita quotidiana in carcere, a cominciare da quello della salute, il più impellente in questo tempo di pandemia - ha detto la Ministra della Giustizia, Marta Cartabia.
Concretezza e valori costituzionali: questa è la cifra del progetto di telemedicina, che da questo punto di vista anticipa lo stile del lavoro svolto dalla Commissione ministeriale per l'innovazione del sistema penitenziario, che sta terminando i suoi lavori. La condizione di detenzione rende, di fatto, la tutela della salute assai difficoltosa. La telemedicina- aggiunge la Guardasigilli- diventa così preziosa, nel realizzare i dettami dell'art. 3 della Costituzione che prevede come compito della Repubblica di 'rimuovere gli ostacoli' che di fatto impediscono la piena realizzazione dei valori costituzionali. Curare il corpo e la mente di chi vive in carcere è la condizione, perché la detenzione assolva alla sua funzione di rieducazione".
"Oggi diamo l'avvio a un modello nuovo di sanità- ha dichiarato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti- Dal Polo penitenziario di Rebibbia, il più grande d'Italia e uno dei più grandi d'Europa, parte un progetto innovativo che avrà impatti positivi da subito nella gestione dei problemi di salute dei pazienti detenuti e che sarà possibile replicare nelle altre strutture detentive del Lazio. Con la Asl Roma 2- prosegue Zingaretti- facciamo partire percorsi di cura individuali per i pazienti detenuti, attraverso televisite, teleconsulti, telerefertazioni e telemonitoraggio superando le criticità logistico-organizzative che caratterizzano da sempre l'assistenza sanitaria in questi luoghi. È bello e importante che proprio qui a Rebibbia nasca un pezzo della sanità del futuro e un nuovo modello di garanzia del diritto alla salute delle persone.
Ringrazio molto - conclude il Presidente Zingaretti - l'Asl Roma 2, l'istituto penitenziario di Rebibbia e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per questo nuovo passo in avanti nel rispetto dei diritti civili e del diritto alla salute di chi è privato della libertà personale".
La telemedicina è oggi uno strumento utilissimo che consente di collegare telematicamente due postazioni sanitarie, uno strumento che garantisce la presenza anche a distanza di un medico specialista che riceve in tempo reale dati sanitari strumentali. Grazie all'introduzione in carcere dei dispositivi di telemonitoraggio e della piattaforma software per i servizi di teleassistenza, teleconsulto e telecooperazione sanitaria, è possibile realizzare esami diagnostici a distanza, realizzare percorsi di monitoraggio personalizzati dei pazienti e gestione dei piani di cura, riducendo i tempi di attesa, migliorando le prestazioni e abbattendo i costi dei trasferimenti all'esterno, nonché del personale di scorta e di piantonamento. La Asl Roma 2, insieme agli Istituti Penitenziari di Rebibbia, ha ritenuto fondamentalmente sfruttare le opportunità offerte dalle più moderne tecnologie informatiche che consentono la gestione di una parte delle attività sanitarie, attualmente erogate in telemedicina. Il nuovo servizio andrà ad affiancare i servizi già presenti nella Casa circondariale dove è assicurata la presenza medica e infermieristica con un'articolazione delle attività sanitarie dalle 12 ore e fino alle 24 ore per 365 giorni l'anno.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 dicembre 2021
Nel carcere di Opera il congresso dell'organizzazione. Il IX Congresso di Nessuno tocchi Caino- Spes contra spem, tenuto nella Casa di Reclusione di Opera (Milano) il 17 e 18 dicembre 2021, sostiene l'azione nonviolenta di Rita Bernardini, condotta insieme a centinaia di detenuti, a partire dalle donne recluse nel Carcere Le Vallette di Torino contro le condizioni inumane e degradanti in cui versano le carceri del nostro Paese.
L'obiettivo è quello di ridurre la popolazione detenuta per portarla al numero di posti effettivamente disponibili nei 189 istituti penitenziari. In particolare, si chiede l'approvazione della proposta di legge presentata dall'On. Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata speciale che aggiunge allo sconto di pena già previsto ogni semestre (45 giorni) altri 30 giorni, per arrivare così a 75 giorni per tutti i detenuti.
Nessuno tocchi Caino saluta l'ordinanza della Corte Costituzionale che considera l'ergastolo ostativo contrario alla Carta e alla Convenzione europea sui diritti dell'uomo. Tale decisione, che si pone nel solco tracciato prima dalla Corte europea con la sentenza Viola contro Italia e poi dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza Cannizzaro-Pavone, stabilisce la fine della collaborazione con la giustizia come unico criterio per valutare il ravvedimento del condannato e ribadisce dunque.
L'associazione considera contrarie allo spirito e alla lettera della Ordinanza della Corte le soluzioni fin qui emerse in Parlamento sulla riforma dell'ergastolo ostativo, "a partire dalla proposizione ' more solito' dell'armamentario terribile di leggi speciali e misure di emergenza, di pene senza fine e regimi penitenziari mortiferi". Nessuno tocchi Caino ringrazia il Tribunale di Sorveglianza di Milano per quella straordinaria ordinanza che ha disposto nel caso di Ambrogio Crespi il differimento della pena in attesa della grazia creando un precedente che ora "deve diventare legge per tutti coloro per i quali il carcere non solo è inutile, è anche dannoso e la pretesa punitiva e rieducativa dello stato è inesigibile e/ o impossibile". Ringrazia inoltre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver temperato con il provvedimento di grazia gli effetti della condanna nei confronti di una persona non solo diversa da quella del reato imputatogli, ma anche estranea al delitto, e ringrazia la Ministra della Giustizia Marta Cartabia per avere "raccomandato atti di clemenza quali esempi concreti di una giustizia che non punisce e separa ma riconcilia e ripara".
Ribadendo la necessità del superamento non solo della pena di morte nel mondo e la pena fino alla morte, ma anche "la morte per pena e lo stesso istituto della pena, il carcere, diventato un luogo di tortura e patimenti, di afflizione e trattamenti inumani e degradanti, un "campo di concentramento" di tutto ciò che nel corso della storia abbiamo abolito perché contrario al senso di umanità: dalla tortura alla pena di morte, dai lazzaretti ai manicomi".
di Davide Varì
Il Dubbio, 21 dicembre 2021
Il nostro Damiano Aliprandi è alla sbarra per la sua inchiesta antimafia e qualche giudice protesta perché diamo voce all'avvocatura e al diritto di difesa umiliato. C'è un pezzo di magistratura - un pezzo minoritario per la verità - che ha ancora qualche problemino con la libertà di stampa, che urla al bavaglio se viene approvata una legge a tutela della presunzione di innocenza degli indagati, ma non si fa scrupoli a portare alla sbarra giornalisti che fanno il proprio dovere: ovvero il pelo e contropelo al potere, a tutto il potere, anche a quello giudiziario.
Noi del Dubbio in queste ore siamo finiti al centro delle attenzioni di chi non tollera critiche o un presunto "eccesso di libertà". Niente di drammatico per la verità: di certo non consideriamo intimidatorio un comunicato di una sezione dell'Anm che si è mobilitata perché la nostra Valentina Stella ha osato dar voce ad avvocati che denunciano "censure" da parte di alcuni giudici; né ci spaventa il processo che sta subendo il nostro Damiano Aliprandi, il quale, in questi anni, ha provato a far luce su uno degli eventi più drammatici della storia del nostro paese: parliamo delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, dove persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E qui occorre la massima chiarezza, perché se è vero che non siamo intimiditi, è altrettanto vero che la questione è terribilmente seria.
Il processo ad Aliprandi, infatti, non riguarda soltanto lui e il nostro giornale: sul banco degli imputati c'è infatti il giornalismo italiano e in gioco c'è la credibilità del nostro sistema giudiziario. Chi legge il Dubbio conoscerà di certo la storia: Aliprandi - forse il più preparato e scrupoloso giornalista antimafia - è stato querelato da due magistrati che si sono sentiti denigrati da una inchiesta a puntate sulla vicenda del dossier "Mafia e appalti". Cos'è "Mafia e appalti"? Probabilmente è il buco nero dell'antimafia italiana, una vicenda che potrebbe aver giocato un ruolo determinante nelle morti di Falcone e Borsellino. Riassumiamo in due parole: Giovanni Falcone e il colonnello Mario Mori - sì, proprio lui, il servitore dello Stato trattato come un criminale - indagavano da anni sui legami tra Cosa nostra e un pezzo di economia italiana. Il 23 maggio del '92 Falcone viene trucidato a Capaci e, poche settimane dopo cominciavano a redigere la richiesta di archiviazione, tanto che l'allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco - e parliamo di colui che venne accusato da un magistrato limpido come Caponnetto di aver emarginato, umiliato e isolato Falcone - ecco quel Giammanco avrebbe avuto uno scontro in procura con lo stesso Borsellino sulla "gestione" di "Mafia e appalti". E qui abbiamo la testimonianza di Domenico Gozzo, uno dei magistrati presenti a quella riunione, che parla esplicitamente di "contrasto più che latente".
Qualche giorno dopo lo stesso Borsellino strappa la promessa di poter proseguire l'indagine, ma di lì a poco viene trucidato con la sua scorta a via d'Amelio. Quante coincidenze. Solo molti anni dopo la storia viene ripresa da Damiano Aliprandi, il quale, grazie a un lavoro certosino e allo studio incrociato di migliaia e migliaia di atti giudiziari, ne coglie la straordinaria e sinistra importanza. Insomma, capite bene che questa inchiesta non solo fa emergere un filone dimenticato che potrebbe far luce sulle reali ragioni per le quali Falcone e Borsellino vennero uccisi, ma conferma ancora una volta l'inconsistenza del teorema Trattativa Stato-mafia, una indagine che del resto è già stata demolita dalla recente sentenza con cui sono stati assolti Mori, De Donno e Subranni.
Noi del Dubbio siamo certi che il nostro Damiano Aliprandi verrà assolto - troppo evidente la forza della sua inchiesta - eppure non possiamo non constatare il fragoroso silenzio della stampa italiana. Un silenzio assenso che rischia di assecondare un'azione giudiziaria capace - stavolta sì - di "imbavagliare" un'operazione giornalistica che ha l'ambizione di districare quel groviglio opaco di poteri e interessi che si sono mossi dietro la morte di Falcone e Borsellino. Ma quali sono i motivi di tanta inquietudine nei confronti di un lavoro giornalistico così rigoroso e trasparente? Il problema è dato dal fatto che l'inchiesta di Aliprandi riscrive il racconto ufficiale di quella vicenda e chi si discosta e contesta la Bibbia dell'antimafia diventa nemico, addirittura complice. Ed evidentemente non basta che quel "testo sacro" stia crollando anche nelle aule dei tribunali; né bastano gli appelli alla "continenza" da parte di magistrati più illuminati.
Una prova? I nuovi apostoli dell'antimafia di Stato se ne fottono anche di personalità cristalline come il procuratore De Raho che appena qualche giorno fa ha ricordato come sia dannoso per la credibilità della giustizia continuare ad alimentare "il protagonismo di alcuni magistrati attraverso la partecipazione ad alcuni circoli mediatici che tendono alla costruzione di verità alternative mediante la propalazione di elementi non sottoposti a valutazioni".
Più chiaro di così. Ma è evidente che qui la lotta alla mafia c'entra poco: chi difende quel racconto - e non parliamo solo di magistrati - in realtà difende se stesso, la propria immagine pubblica, la propria posizione di potere. Insomma, siamo di fronte a una vicenda incandescente e non vorremmo che fossimo gli unici a dover ricordare, soprattutto all'ordine dei giornalisti, che in ballo non c'è solo il Dubbio ma l'articolo 21 della nostra Costituzione: "La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure". Avete presente?
piacenzasera.it, 21 dicembre 2021
"Percorso inclusivo, che porta alla riscoperta delle proprie capacità". Un lungo viaggio in mare, metafora della vita stessa, la grotta di Polifemo, le tante difficoltà di un peregrinare verso una meta, misurandosi con sé stessi e con gli altri. È legato ad uno degli episodi più noti dell'Odissea il progetto di Teatro in carcere curato da Mino Manni, sostenuto per la seconda volta dal Rotary Piacenza e rivolto ai detenuti della Casa Circondariale di Piacenza, in collaborazione e con il prezioso supporto di Maria Gabriella Lusi, direttrice del carcere piacentino. Dopo l'esperienza con Iliade, lo scorso anno, il progetto di teatro è stato dunque incentrato sulla figura di Ulisse, sull'attualità dei contenuti che ne tracciano la storia, sulla forza dei tanti significati che il poema epico per eccellenza, ancora esprime. Il corso di teatro si è sviluppato in tre mesi, con incontri settimanali della durata di 4 ore ciascuno per 11 partecipanti e con una rappresentazione finale dal vivo che si svolgerà lunedì 20 dicembre nella Sala Teatro del penitenziario. Un'esperienza basata su improvvisazione, musica, recitazione.
Ma soprattutto, ci spiega Mino Manni, attore, regista e direttore artistico del Teatro Verdi di Fiorenzuola, sulla scelta della storia. "E' fondamentale, deve appassionare, coinvolgere, ma anche trasmettere contenuti che accendano la speranza di libertà e amore - ha detto -. Una funzione catartica per chi recita e per chi assiste allo spettacolo, ma anche un ruolo sociale, civile e di valore culturale che è tale per tutte le forme di teatro, non solo per quello che si fa in carcere". Già, il carcere. Un luogo particolare dove parlare di libertà significa spingersi in profondità, in ambiti delicati e sensibili. "Lavorare in carcere per me è stata un'esperienza unica e meravigliosa - rimarca Manni - qualcuno è arrivato a dirmi che le ore del corso erano le sole in cui si sentiva davvero vivo e tutti si sono impegnati moltissimo. Il lunedì arrivavano alla lezione sempre motivati, preparati, coinvolti dalla storia, pronti a mettersi in gioco. Non serviva avere precedenti esperienze di recitazione, ovviamente - prosegue Manni - a chi ha partecipato al corso ho chiesto solo di tirare fuori quello che aveva dentro. Sono partito dall'ascolto, come faccio sempre quando metto in scena un testo, una storia, e ho lavorato nel segno della collaborazione e della condivisione continua". Per il carcere di Piacenza un'esperienza che torna per la terza volta consecutiva e che non si è fermata nemmeno durante la pandemia, confermando la validità della sua portata.
"Il teatro è cultura, arte e bellezza - sottolinea Maria Gabriella Lusi, direttrice della Casa Circondariale di Piacenza - ma in carcere aggiunge qualcosa di particolare: un percorso inclusivo che porta alla riscoperta del sé e delle proprie capacità. Una doppia sfida, personale e organizzativa; uno sforzo che vale la pena affrontare, occasione per un ulteriore collegamento con la città e sinergia importante con alcune delle sue realtà; un progetto che non a caso raccoglie anche l'approvazione del Prefetto Daniela Lupo e del sindaco Patrizia Barbieri e che il 20 dicembre, in occasione della rappresentazione finale, vorrà essere un augurio alla città nel segno della serenità. Il mio grazie - conclude la direttrice Lusi - va dunque a Mino Manni, che anche questa volta ha dimostrato grande attenzione e sensibilità, al personale di Polizia Penitenziaria, all'Istituto Raineri Marcora che si occuperà di allestire il buffet per i partecipanti alla serata e soprattutto al Rotary Piacenza che ha creduto e sostenuto ancora questo progetto". Ed è il Presidente del Rotary Piacenza Augusto Pagani a ribadire il valore dell'iniziativa, spiegando l'impegno del club piacentino nel dare continuità "Abbiamo deciso di replicare questo service perché rappresenta una occasione di crescita e di impegno per il gruppo di detenuti che hanno aderito alla iniziativa. Confidiamo che il percorso seguito sotto la regia di Mino Manni possa essere per questi uomini un punto di partenza positivo per una vita migliore. A loro ed a tutti i detenuti del carcere di Piacenza auguriamo un 2022 più felice e più sereno".
La Repubblica, 21 dicembre 2021
Maggiore tutela dei diritti dei detenuti stranieri in carcere grazie alla collaborazione della direzione del carcere, l'Unione delle comunità islamiche in Italia, Garante dei detenuti e presidente del Consiglio comunale. È questo, informa una nota, l'esito di un proficuo incontro che si è svolto nei giorni scorsi. Le istituzioni hanno condiviso la necessità di avviare un confronto e collaborazione con i rappresentanti nazionali del culto islamico finalizzata al miglioramento delle condizioni di detenzione dei reclusi di fede musulmana.
La collaborazione si è avviata con la reciproca conoscenza degli strumenti in possesso dell'Amministrazione penitenziaria e quelli dell'Ucoii, da sempre molto sensibile a questo settore di cittadini stranieri che hanno compiuto reati. L'intesa è stata raggiunta con il coinvolgimento dei referenti istituzionali dell'ambito penale: il direttore dell'istituto penitenziario, Valerio Pappalardo, il Garante comunale dei diritti dei detenuti, Roberto Cavalieri, il presidente del Consiglio comunale, Alessandro Tassi Carboni i quali hanno coinvolto il presidente dell'Ucoii, Yassine Lafram, e il referente Ucoii per gli istituti penitenziari, Hamdan Zaqri.
Nel carcere di Parma sono presenti 200 detenuti stranieri, pari a circa al 50% dei detenuti del reparto media sicurezza e al 30% del totale della popolazione detenuta. In gran parte di fede islamica, età media di circa 30 anni, molto spesso con problemi di recidiva. Il direttore del carcere ha salutato con soddisfazione l'impegno della Comunità islamica del territorio, fatto che rafforza gli obiettivi e le sperimentazioni fatte a livello nazionale dall'Amministrazione penitenziaria. I rappresentanti dell'Ucoii si sono detti "soddisfatti dell'accordo raggiunto che apre la possibilità per i detenuti di pregare anche in gruppo all'interno del carcere".
Secondo il Garante dei detenuti le intese "porteranno a un allentamento della tensione spesso manifestata dai detenuti stranieri" e "il coinvolgimento della Comunità islamica apre le porte a un volontariato penitenziario più diversificato e, speriamo, più significativo sotto il profilo dei numero". Per Alessandro Tassi Carboni questo va considerato come "un evento che aggiunge un altro tassello all'impegno della amministrazione comunale nel rispetto dei diritti delle diverse componenti della comunità parmigiana".
L'Ucoii ha nominato ministro di culto musulmano (murshida) Mounia El Fasi che da diversi anni frequenta il carcere nel ruolo di mediatrice linguistico culturale, membro dell'associazione Donne di qua e di là e della comunità islamica di Parma e Provincia. Anche lei presente ha manifestato grande soddisfazione comunicando che "la Comunità islamica di Parma è pronta a dare il suo contributo per supportare l'Amministrazione penitenziaria nell'ampliamento delle opportunità trattamentali dei detenuti stranieri e a potenziare la presenza di servizi per i detenuti musulmani".
culturmedia.legacoop.coop, 21 dicembre 2021
Nell'ambito di Per Aspera ad Astra III edizione presentazione mercoledì 22 dicembre 2021 ore 19.30 all'ITC Teatro di San Lazzaro del documentario e del cortometraggio "In assenza. Storie di teatro in carcere ai tempi della pandemia" a cura del Teatro dell'Argine, coordinamento artistico Micaela Casalboni, laboratori a cura di Giacomo Armaroli, Nicola Bruschi, Mattia De Luca, Paolo Fronticelli, videomaker Marco Bifulco | Blue Frame Movies, con i detenuti della Casa Circondariale "Rocco D'Amato" di Bologna e con i partner della rete Per Aspera ad Astra. "Il teatro è il luogo per eccellenza della presenza o, per meglio dire, della compresenza. Per un grande uomo di teatro, Peter Brook, per dare inizio a un'azione teatrale sono sufficienti un uomo che attraversa lo spazio (non per forza un palcoscenico) e un altro che lo osserva. Bene. Ma come si fa a ricreare questa condizione minima, questo minimo comune denominatore dell'essenza teatrale quando una pandemia globale ti impedisce di condividere quello spazio dove far incontrare attore e spettatore?" (Il Teatro dell'Argine).
Questa serata è dedicata a due creazioni che potevano non esserci. Che hanno rischiato fino all'ultimo di non esserci. E che rappresentano il desiderio, lo sforzo, il lavoro che ha fatto sì che invece ci fossero e fossero - se pure diversissime dal piano iniziale - molto più intense, vissute, volute di sempre.
Sono un cortometraggio e un documentario realizzati nell'ambito del progetto Per Aspera Ad Astra, che in tutta Italia, e anche a Bologna, sostiene il lavoro di compagnie teatrali all'interno delle carceri, un lavoro fatto di formazione, di creazione artistica, di scambio. I mesi che vanno da febbraio 2019 a settembre 2021 hanno completamente rivoluzionato questo lavoro e questo progetto, soprattutto in alcune zone d'Italia, tantissimo a Bologna, nel lavoro del Teatro dell'Argine all'interno della Casa Circondariale "Rocco D'Amato" di Bologna, la Dozza. Il documentario racconta quei mesi "in assenza" dei corpi degli attori, degli artisti, di tutti e tutte. Il cortometraggio traspone in una breve opera cinematografica quella che fino a poco tempo fa sembrava un'utopia: quella di voci e corpi che si ritrovano e accendono di nuovo una luce e un senso nel fare, nel fare insieme.
Per tutto questo un grazie enorme va a Per Aspera Ad Astra, a chi lo ha ispirato e voluto (Carteblanche e Compagnia della Fortezza), a chi lo sostiene (ACRI e le varie Fondazioni, tra cui la Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna), a chi lo consente, dentro e fuori dalle carceri, alla squadra, dentro e fuori, del Teatro dell'Argine (nella quale stanno anche Nicola Bruschi, scenografo e insegnante, e Marco Bifulco, che ha portato il cinema a noi teatranti) e ai nostri attori vecchi e nuovi. Dentro e fuori. Grazie.
Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza - Progetto ideato e capitanato da Compagnia della Fortezza, promosso da Acri e sostenuto da Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Con il Sud, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione di Sardegna.
Le carceri e le compagnie teatrali coinvolte nell'edizione 2020/2021 sono Casa di Reclusione di Volterra (Pi) - Carte Blanche / Compagnia della Fortezza, Casa di Reclusione Milano Opera - Opera Liquida, Casa Circondariale di Torino "Lorusso e Cutugno" - Teatro e Società, Casa Circondariale di Palermo "Pagliarelli" - Associazione Baccanica, Casa di Reclusione di Vigevano (Pv) - FormAttArt, Casa di Reclusione di Padova - Teatro Stabile del Veneto, Casa Circondariale di La Spezia - Associazione Gli Scarti, Casa Circondariale di Cagliari Uta - Cada Die Teatro, Casa Circondariale di Perugia Capanne - Teatro Stabile dell'Umbria, Casa Circondariale di Bologna "Dozza" - Teatro dell'Argine, Casa di Reclusione di Saluzzo (CN) - Voci Erranti, Casa Circondariale di Genova Marassi - Teatro Necessario.
di Filippo Merli
Italia Oggi, 21 dicembre 2021
Secondo Rsf, su un totale di 65 cronisti detenuti nel mondo, ben 44 si trovano a Damasco. Rischiano la vita con un computer portatile e una macchina fotografica al collo. Oppure, con i loro pezzi di giornale, sfidano quotidianamente dittature e censure in regimi totalitari. Oggi, per i giornalisti, l'area geografica più rischiosa è il Medio Oriente, dove sono tenuti in ostaggio 64 dei 65 cronisti detenuti in tutto il mondo.
Secondo un'indagine di Reporters sans frontières, la Ong fondata nel 1985 in Francia che promuove e difende la libertà d'informazione, attualmente sono 65 i giornalisti ancora in ostaggio, di cui 64 divisi tra Siria (44), Iraq (11) e Yemen (9), oltre al giornalista francese Olivier Dubois, che da aprile è prigioniero in Africa. In Siria la più grande minaccia attuale proviene da Hayat Tahrir al-Sham, un gruppo militante che controlla l'area settentrionale di Idlib e che tiene in ostaggio sette reporter. Nel 2021 la stessa organizzazione ha rapito altri quattro giornalisti.
Il rapporto di Rsf diffuso lo scorso giovedì evidenzia che oggi ci sono 488 professionisti dei media imprigionati in tutto il mondo, il numero più alto da quando l'organizzazione non governativa per la libertà di stampa ha iniziato a divulgare il dossier. Al contrario, il numero delle vittime di quest'anno, 46, è stato il più basso proprio a causa della relativa stabilizzazione dei conflitti mediorientali. Secondo l'Ong francese, il calo del numero di morti dal picco del 2016 riflette le mutevoli dinamiche in Siria, Iraq e Yemen, dove la riduzione delle guerre interne ha spinto un minor numero di giornalisti a recarsi sul posto. Il 65% delle vittime, si legge nel documento di Rsf, è stato "deliberatamente preso di mira ed eliminato". Una vera e propria esecuzione.
Tra i casi più eclatanti in Medio Oriente evidenziati da Reporters sans frontières c'è la condanna congiunta più lunga di quest'anno inflitta a un cronista: si tratta di Ali Aboluhom, un reporter di origine yemenita che è stato condannato a 15 anni di carcere in Arabia Saudita per alcuni tweet che, secondo le autorità saudite, sono stati utilizzati per diffondere "idee di apostasia, ateismo e blasfemia".
Uno dei due giornalisti più anziani detenuti è Kayvan Samimi Behbahani, 72 anni, tenuto in ostaggio in Iran. Caporedattore del mensile Iran Farda e presidente dell'Associazione per la difesa della libertà di stampa, Behbahani, nel dicembre del 2020, è stato condannato a tre anni di carcere con l'accusa di "propaganda antigovernativa".
Una sorta di tribunale del popolo per ottenere giustizia per i giornalisti assassinati è stato aperto all'Aia il mese scorso per difendere la libertà dei media in un'epoca di crescente autoritarismo e populismo. Il tribunale è stato organizzato da Free press unlimited, Committee to protect journalists e dalla stessa Rsf. Le udienze, della durata di sei mesi, si concentreranno sui casi irrisolti di tre giornalisti assassinati in Messico, Sri Lanka e Siria. Sebbene non abbia poteri legali per infliggere condanne, il tribunale mira a sensibilizzare, fare pressione sui governi e raccogliere prove attraverso quella che chiama la sua "forma di giustizia di base".
di Mario Giro
Il Domani, 21 dicembre 2021
La nostra doveva essere l'età dell'accesso ma aree sempre più ampie del mondo diventano inaccessibili e pericolose. Nei paesi emergenti si fa strada l'appello a tornare al passato, a negare la storia e a rintanarsi nelle tradizioni più chiuse. Nativismo, localismo, isolazionismo esistono a ogni latitudine. Troppa libertà e mescolanza spaventano molti ed è qui che si innesta l'eversione jihadista che, pur con le sue diversità e divergenze teologiche, sembra puntare a impedire l'accesso a spazi sempre più grandi, iniziando con l'allontanare gli occidentali.
Insensibilmente sta cambiando la geografia mondiale. La nostra doveva essere l'età dell'accesso ma aree sempre più ampie del mondo diventano inaccessibili e pericolose. I siti dei ministeri degli Esteri occidentali (ad esempio viaggiaresicuri.it) sono pieni di allarmi e divieti che escludono ai viaggiatori un numero di paesi sempre più grande. Anni fa saggi, articoli e innumerevoli convegni sono stati fatti sulle caratteristiche di apertura della globalizzazione.
L'idea era che tutti hanno accesso a tutto e a tutti, almeno così avrebbe dovuto essere. Il simbolo era lo smartphone: chi lo possiede può collegarsi quasi senza costi con tutto il mondo, ricevendo informazioni ma soprattutto connettendosi per scambiare con chiunque. Una vera rivoluzione per avvicinare gli esseri umani, restringere le distanze e creare un immaginario globale fatto di valori ma soprattutto di consumi, gusti, scelte di vita, tendenze e mode comuni.
Il mondo del facile accesso - Si trattava di un ibrido con l'ambizione di andare bene a tutti o quasi. Fin dall'inizio la parte del leone l'ha fatta l'occidente con i suoi modelli e le sue proposte ma pian piano si sono fatti strada anche altri, mescolandosi e contaminando lo spazio virtuale comune. In effetti (malgrado le restrizioni dovute alla pandemia) viviamo in un mondo dal facile accesso, principalmente in termini economico-commerciali ma anche con una continua produzione di comunità (virtuali o reali) "senza frontiere", sia nella cultura che nelle scelte esistenziali e nelle credenze, mediante una permanente e infinita successione di imitazioni e riproduzioni. Tale processo è in atto, è potente e sta proseguendo la sua tumultuosa corsa. Eppure, malgrado la sua vitalità, incontra opposizioni sempre più forti. Innanzitutto le trova nell'occidente stesso, laddove tutto il processo è iniziato. Tradizionalisti e nostalgici di una old America o vecchia Europa sono spaventati dalle conseguenze di queste evoluzioni, dalle libertà che innescano e dalle vicinanze che producono. Molti preferiscono un mondo separato in cui i valori siano gerarchizzati, le esistenze dissociate, lo spazio segregato.
Ritorno al passato - Pare a loro più rassicurante il mondo di ieri ma non tengono conto di quanto altri popoli abbiano sognato il libero accesso (a iniziare dall'indipendenza contro il colonialismo) e di quanta acredine la sua negazione abbia provocato e stia ancora provocando solo se pensiamo alle migrazioni. Tuttavia, anche nei paesi emergenti si fa strada l'appello a tornare al passato, a negare la storia e a rintanarsi nelle tradizioni più chiuse. Nativismo, localismo, isolazionismo esistono a ogni latitudine. Troppa libertà e mescolanza spaventano molti ed è qui che si innesta l'eversione jihadista. Cosa vogliono realmente i jihadisti, a qualunque sigla appartengano? Hanno in programma il "negare l'accesso" agli altri, alle altrui culture, ai diversi stili di vita e così via. Sono i veri rappresentanti dell'odierna dottrina della segregazione. Guardando ciò che accade si ha l'impressione che la strategia militare del jihadismo internazionale, pur con le sue diversità e divergenze teologiche, punti precisamente ad impedire l'accesso a spazi sempre più grandi, iniziando con l'allontanare gli occidentali.
La tattica del terrorismo è dunque rendere impossibile e insicura l'entrata o il passaggio in aree territoriali sempre più ampie. Non c'è solo il pericolo della pandemia: davanti a una mappa geografica ci si rende conto del progressivo restringersi della possibilità di attraversare interi territori ormai considerai a rischio.
Dal Sahel jihadista all'Africa centrale e dei grandi laghi pieni di milizie, al Corno d'Africa in fiamme fino al Mozambico settentrionale attaccato dai jihadisti, all'Asia centrale sempre più insicura (si pensi all'Afghanistan ma anche ai paesi suoi frontalieri) e ora anche a Siria, Yemen, Libano, Tunisia, Libia e gran parte del medio oriente fino al Caucaso. In estremo oriente si possono indicare come pericolose zone delle Filippine meridionali, una parte delle isole indonesiane e così via. Ci sono paesi, come le Maldive, in cui i turisti stranieri vengono tenuti strettamente separati dalla popolazione, senza poter andare se non nelle aree assegnate loro.
Ribellioni vecchio stampo - Non è solo il jihadismo a negare l'accesso: vi sono anche ribellioni vecchio stampo sia in Africa che in America Latina, legate a una rabbia contro il nord ricco del mondo che non ha saputo fare giustizia né produrre uguaglianza. Il rischio è che siano riutilizzate e manipolate dai jihadisti che utilizzano i loro slogan. Fa impressione, ad esempio, come nelle propagande di tutte le rivolte che in un modo o nell'altro si oppongono all'interconnessione della globalizzazione e alla libertà di accesso, spunti sempre il medesimo antico slogan anti imperialista. In generale si considera il radicalismo islamico come una dottrina passatista e retrograda ma è proprio questa la sua forza: rappresentare la sicurezza del mondo di ieri con le sue regole e delimitazioni, rifiutando quello di oggi così confuso, aperto e complesso.
Il jihadismo è il simbolo di chi non si adatta alla postmodernità della globalizzazione: è questo il suo messaggio e la sua forza. In un mondo di spaesati che non riconoscono più il tempo in cui vivono, si apprezzano tali valori tradizionali dalle solide certezze. Ciò può attecchire tra i nostalgici di tutto il mondo. Più avanza la globalizzazione dei costumi e delle idee, più sale una sorda collera tra chi crede di essere stato tradito, lasciato indietro o abbandonato. Costoro possono opporsi in vari modi al processo globalizzante in atto: con la violenza, la rabbia o la rivolta. Ma uno dei modi più efficaci pare diventare la silenziosa ostilità che separa, impedisce ogni contatto e scambio e alla fine vieta il libero accesso. Tale sorda contrarietà crea inimicizia, inibisce il dialogo e allontana le genti. Davanti a tali fenomeni si può reagire con rassegnazione, iniziando a credere che il disordinato ma fecondo convivere non valga per tutti.
Sarebbe un errore capitale far crescere tali pregiudizi complici dell'inerzia e della mancanza di visione politica. Ecco perché ogni dialogo è utile e vitale in sé stesso: impedisce il radicarsi di tali convinzioni e apre ognuno allo stupore dell'incontro.
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