di Rossella Grasso
Il Riformista, 28 luglio 2021
"Vincenzo morto suicida, ci aveva già provato ma lo hanno lasciato solo", la denuncia disperata dei fratelli. Vincenzo Sigigliano, originario di Secondigliano, Napoli, aveva 49 anni ed è l'ennesima vittima del carcere. Ha deciso di porre fine alla sua vita impiccandosi ad un lenzuolo attaccato alle grate della sua cella a Sanremo.
"Da mesi ci diceva di continuo al telefono 'non ce la faccio più, non sto bene'. A Sanremo ci stava da 5 mesi e 4 giorni fa aveva già tentato il suicidio. La penitenziaria si è limitata a spostarlo di padiglione e lo ha messo in quello dei 'sex offender'. Lui era in carcere per truffe, faceva il 'pacco del sale'. Perché lo avevano messo lì? Ma soprattutto perché quando si è impiccato non era piantonato?". A denunciare questa situazione sono i fratelli di Vincenzo, Salvatore e Antonio Sigigliano.
Vincenzo lascia due figli piccoli, altri tre più grandi e un nipotino appena nato. Aveva una pena breve: 7 anni di cui due già scontati. I due fratelli hanno denunciato l'accaduto ai carabinieri di Secondigliano. "Intendo presentare tale denuncia per eventuali responsabilità penali nei confronti del personale della Penitenziaria effettivo nella casa di reclusione di Sanremo per i fatti che L'Autorità giudiziaria competente intenderà ravvisare in merito - recita la denuncia sporta da Salvatore - Ho il fondato motivo di ritenere che lo stesso non sia stato piantonato da terze persone per scongiurare il terribile evento".
"Lo stesso nel corso di colloqui telefonici avvenuti negli ultimi giorni con i nostri familiari manifestava un grande senso di insofferenza ripetendoci spesso la frase 'non ce la faccio più' non sto bene'. Oltre al fatto che lo stesso presumibilmente ha tentato il suicidio già altre volte negli ultimi giorni, appare a mio avviso impossibile che il personale preposto alla sua vigilanza non abbia predisposto un servizio di osservazione nei confronti di Vincenzo per evitare il suo suicidio - continua la denuncia - Inoltre trovo assurdo che abbiano recluso mio fratello a 900 km da Napoli non permettendoci di effettuare i colloqui con lui, circostanze che avrebbero sicuramente aiutato la sua situazione psicofisica, e trovo altrettanto grave il fatto che Vincenzo, che era recluso per reati contro il patrimonio era di stanza nel padiglione riservato ai sex offender di quella casa di reclusione". E chiedono all'Autorità di Imperia di fare luce sulla vicenda.
I due fratelli al Riformista raccontano però anche dell'altro, non riportato nella denuncia. "Vincenzo soffriva per questa condanna relativa a reati di 20 anni fa - racconta Salvatore - Fu arrestato in Messico due anni fa e portato a Rebibbia. Durante una visita medica evase. Fu ripreso e da quel momento per lui non c'è stata pace: doveva pagare per quella evasione".
I due fratelli raccontano che è stato trasferito prima a Monza, poi a Opera e infine a Sanremo. "Chiedeva di continuo di essere avvicinato a Napoli per poter rivedere la sua famiglia, soprattutto nostra mamma. Ma niente, veniva solo trasferito in altri carceri - continua Vincenzo - Negli ultimi giorni sarebbe dovuta arrivare anche l'istanza di trasferimento a Civitavecchia dove è detenuto anche nostro padre. C'era quasi ma non gli hanno detto niente e lui si è suicidato".
"Abbiamo il sospetto che le guardie non lo trattassero bene - continua il racconto Vincenzo - da quando era evaso ci diceva sempre che si sentiva maltrattato. Se lui non stava già bene, tanto che ha tentato il suicidio per cui lo avrebbero trasferito di padiglione, perché non ci hanno chiamato? Perché non lo hanno fatto tranquillizzare dalla sua famiglia? Gli avranno solo dato medicine che lo avranno buttato ancora più giù. A questo si aggiunge che ci ha raccontato che lui chiedeva aiuto alle guardie ma loro non rispondevano".
"Quando è entrato in carcere stava bene, era lucido, mai avuto problemi - dice con rabbia Antonio, l'altro fratello - Poi è andato tutto sempre peggio finché lo hanno spostato nel padiglione dei sex offender dove non sarebbe mai dovuto stare. Questo ha ulteriormente aggravato la sua sofferenza". Antonio racconta che si trovava in carcere a Opera quando ci sono state le rivolte allo scoppiare della pandemia.
"Lui non volle partecipare perché aveva una pena piccola da scontare e non voleva avere altri problemi - continua Vincenzo - e questo gli altri detenuti glielo fecero pagare dandogli filo da torcere. In questa situazione le guardie non hanno mai provato a tutelarlo allontanandolo dagli altri detenuti coinvolti. Addirittura quando lo hanno trasferito in un altro carcere con lui c'era anche uno dei detenuti che lo accusava di non aver partecipato alle rivolte: così avrebbe potuto avvisare anche i nuovi compagni di cella di quello che Vincenzo non aveva voluto fare insieme agli altri".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 luglio 2021
La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha bacchettato il governo italiano per l'utilizzo sproporzionato delle intercettazioni e perquisizioni nei confronti dell'ex 007 Bruno Contrada, nonostante non fosse indagato. Una comunicazione, da parte della Cedu, giunta in merito al ricorso presentato nel 2019 da Contrada, assistito dagli avvocati Stefano Giordano e Marina Silvia Mori. Il ricorso trae origine dalle plurime perquisizioni e intercettazioni poste in essere dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria e dalla Procura Generale di Palermo nei confronti di Contrada a partire dal 2017, senza peraltro che egli fosse formalmente sottoposto a indagini preliminari.
La Corte Europea ha chiesto al governo italiano di fornire risposta ad alcuni specifici quesiti, riguardanti la chiarezza e la precisione della legge italiana in materia di perquisizioni e intercettazioni; la necessità e la proporzionalità delle attività investigative svolte nel caso concreto; nonché la sussistenza nell'ordinamento interno di strumenti processuali idonei a contestare quelle attività.
"Per la prima volta - dichiara l'avvocato. Stefano Giordano - la Corte Europea punta il dito contro quello che - non a torto - è stato definito come abuso delle intercettazioni e degli "atti a sorpresa" da parte dell'Autorità giudiziaria". L'avvocato Giordano, sottolinea che nel nostro ordinamento, infatti, visto il sistema legislativo assolutamente lacunoso, chiunque può essere sottoposto a intercettazioni e a perquisizioni, anche se non è mai stato lontanamente sospettato di avere commesso un reato.
"Ci auguriamo pertanto che la Corte, ultimo presidio di legalità internazionale, possa contribuire ad aprire una pagina nuova su alcuni istituti che, così come di fatto applicati dall'Autorità giudiziaria, rappresentano la forma più inquietante dell'autoritarismo statale", spiega sempre l'avvocato Giordano. Nello stesso tempo, ci tiene a sottolineare che questa battaglia "non è solo a tutela di Contrada, uomo di Stato che ha subìto pesanti vessazioni da parte di quello stesso Stato che ha servito; ma è a tutela della legalità e delle libertà individuali di tutti".
Ricordiamo che tre sono state le perquisizioni effettuate nel giro di breve tempo a Bruno Contrada. L'ultima, risolta con l'ennesimo nulla di fatto, risale al 29 giugno del 2018. Documenti sequestrati? Un album fotografico con foto della Polizia di Stato, alcuni atti processuali pubblici, degli appunti per una bozza di lettera da inviare al magistrato Nino Di Matteo per alcuni chiarimenti. La perquisizione era stata disposta dalla Procura generale di Palermo.
Le altre due precedenti, avvenute nel giro di pochi giorni, erano state disposte dalla Procura antimafia di Reggio Calabria nel quadro di indagini su fatti di mafia e di ' ndrangheta risalenti agli anni Novanta. In particolare, su un presunto rapporto di Contrada con Giovanni Aiello, risalente a circa 40 anni fa, quando dirigeva la squadra Mobile di Palermo, dal 1973 al 1976. Un rapporto, di fatto, mai dimostrato.
L'ex agente Giovanni Aiello, meglio conosciuto come "faccia da mostro" è morto di crepacuore qualche anno fa, era considerato una sorta di "anima nera" che, a parere dei magistrati - o meglio secondo un teorema però rimasto senza prove - sarebbe stato dietro a ogni strage di mafia degli ultimi decenni. Eppure non è mai stato inquisito, ogni indagine è stata puntualmente archiviata. Ma "faccia da mostro" rimane. Guai a dire il contrario nonostante l'evidenza delle indagini, altrimenti si viene tacciati di "depistaggio". Uno Stato di Diritto calpestato.
Il decreto della Procura generale di Palermo - titolari il Pg Roberto Scarpinato e i sostituti Domenico Gozzo e Umberto De Giglio - aveva disposto la perquisizione non solo della attuale abitazione di Contrada, ma anche di altri due immobili, perché - scriveva la Procura - "esiste fondato motivo di ritenere, sempre sulla base di elementi acquisiti in questo procedimento, che Contrada abbia ancora la disponibilità di documenti". L'ordinanza è legata all'indagine - i pm palermitani avevano chiesto l'archiviazione, respinta dal gip, e subito dopo la procura generale di Palermo aveva avocato l'inchiesta - relativa al duplice omicidio dell'agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, conclusasi con una recente sentenza di condanna all'ergastolo nei confronti del boss Nino Madonia.
"Contrada - aveva denunciato l'avvocato Giordano - continua a essere periodicamente sottoposto ad atti invasivi della sua vita personale e del suo domicilio (perquisizioni, intercettazioni), senza che a suo carico risulti essere pendente alcun procedimento penale". Per questo motivo è stato introdotto un nuovo ricorso avanti la Cedu per denunciare l'illegittimità sul piano convenzionale di una normativa (come quella italiana) che consente alla Pubblica Autorità di sottoporre indiscriminatamente ad atti invasivi della vita personale e del domicilio (quali perquisizioni, sequestri e intercettazioni) soggetti che non siano parte (né in veste di indagato, né in quella di persona offesa) di un procedimento penale e che si trovano per di più privati, in tal modo, delle garanzie che le norme interne e convenzionali pongono a tutela di chi sia formalmente accusato di un reato. Ricorso accolto e ora la Cedu ha chiesto spiegazioni al governo attraverso diversi quesiti.
Corriere del Veneto, 28 luglio 2021
Sciopero al carcere di Baldenich. Ad incrociare le braccia, ieri, sono stati gli agenti di polizia penitenziaria, raccolti sotto le sigle sindacali Cisl Fns, Fsa Cnpp, Cgil Fppp, Sappe, Uspp e Osapp. Due le questioni che hanno spinto alla mobilitazione. Ad iniziare dalla mancata chiusura della sezione psichiatrica del carcere, così come previsto da una delibera di Giunta regionale che nel giugno 2019 ne aveva disposto lo spostamento. La sezione, spiegano i sindacati, "è caratterizzata da una forte carenza strutturale e deve anche scontare la mancanza di risorse da parte dell'Usl Dolomiti (in carcere a Belluno, infatti, presta servizio uno psichiatra in libera professione)". "Tutto ciò proseguono i sindacati - comporta gravi difficoltà nella gestione dei pazienti e consente il verificarsi di numerosi eventi critici che mettono a repentaglio l'incolumità psicofisica del personale di Polizia Penitenziaria, di tutte le figure che operano all'interno della sezione psichiatrica e degli stessi "pazienti detenuti". L'ultimo spiacevole episodio, capitato qualche settimana fa, è sfociato nell'aggressione ai danni di un medico di continuità assistenziale che ha dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso".
C'è poi il tema, annoso, della mancanza di personale. Che per i sindacati non è stata mitigata con le nuove assunzioni, con conseguenti ripercussioni sui turni degli operatori, sempre più massacranti. Solidale il senatore Luca De Carlo, che parla di "protesta fondata": "Da anni denunciamo una situazione insostenibile ma ad oggi non si è ancora visto niente". Per ottenere risposte De Carlo ha chiesto di incontrare il nuovo Provveditore delle carceri del Triveneto.
di Domenico Palmiotti
Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2021
Avrebbe agevolato un detenuto, Michele Cicala, esponente di spicco della criminalità tarantina. Per questo la direttrice del carcere di Taranto, Stefania Baldassarri, è stata sospesa dall'incarico dal direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, sulla base di una informativa della Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Il Dap contesterebbe a Baldassarri condotte irregolari che avrebbero però riguardato - a quanto si apprende - la famiglia di Cicala più che direttamente quest'ultimo.
Stefania Baldassarri si sarebbe presentata in almeno due occasioni in un bar gestito dai familiari di Michele Cicala, esponente di spicco della criminalità di Taranto, attualmente ai domiciliari. Lo scrive la Guardia di Finanza nell'informativa. Baldassarri avrebbe dato alla moglie di Cicala notizie sul marito, assicurandola circa le sue condizioni di salute, dicendogli che stava bene, e invitandola a chiamarlo per "esprimergli conforto". Il bar dove si è recata la direttrice del carcere é sotto sequestro. Nel rapporto degli investigatori si parla di "singolare e di particolare premura l'attenzione riservata dalla direttrice della Casa Circondariale di Taranto verso il detenuto Michele Cicala". Cicala, attualmente, non è più recluso ma ai domiciliari. Il Tribunale del riesame di Lecce ha fatto cadere nei suoi confronti l'accusa di associazione mafiosa su istanza dei legali. Sul punto, però, la Procura di Lecce ha fatto ricorso in Corte di Cassazione.
L'ultimo arresto di Michele Cicala - che ha già scontato una condanna per il blitz "Mediterraneo" di anni addietro, riferito ad estorsioni aggravate col metodo mafioso - risale al 12 aprile scorso quando fu coinvolto in un'operazione delle Dda di Lecce e Potenza, nonché della Guardia di Finanza e dei Carabinieri. Operazione che ha svelato una frode sui carburanti.
In quell'occasione furono 26 le persone condotte in carcere, 11 sottoposte agli arresti domiciliari e altre 6 destinatarie di divieto di dimora. Nella vicenda specifica il clan Cicala, secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, era alleato a quello dei Diana-Casalesi in Campania. In particolare, Cicala aveva creato una nuova compagine con legami con le componenti del clan tarantino Catapano-Leone. Questo gruppo - rilevò l'indagine - reimpiegava risorse economiche in molte attività anche commerciali, attraverso una fitta rete di prestanome, ed era aggressivo dal punto di vista militare. Cicala - emerse dal lavoro investigativo - aveva puntato particolarmente sul settore della distribuzione degli idrocarburi, perché estremamente lucroso, accordandosi con il gruppo Diana, attivo nel Vallo di Diano tra Basilicata e Campania, e sviluppando così l'attività di contrabbando. Di conseguenza, venivano vendute ingenti quantità di carburante per uso agricolo, che beneficia di agevolazioni fiscali, a persone che poi lo immettevano nel mercato normale dell'autotrazione. In base all'indagine, i proventi del traffico carburanti erano stati riciclati nell'acquisizione di bar e ristoranti.
In quanto alla figura di Michele Cicala, così la descrisse la Guardia di Finanza: "Cicala in carcere ha studiato, si è migliorato, ha capito che la strada della violenza non era la più produttiva. Ha così intessuto relazioni con personaggi leciti e illeciti nel tentativo di darsi una immagine da imprenditore". "Da tutte le attività imprenditoriali, Cicala - disse ancora la GdF lo scorso aprile - ha previsto che una parte profitti vadano alle famiglie i cui esponenti sono in carcere. Ha persino creato delle cooperative per aiutare giovani disagiati, che servivano a entrare nelle gare per gli appalti pubblici".
In quanto a Baldassarri, si è candidata a sindaco di Taranto nel 2017 per una coalizione di forze civiche e di centrodestra. Arrivò in testa al primo turno elettorale ma perse poi il ballottaggio nel confronto dello sfidante di centrosinistra Rinaldo Melucci, poi eletto sindaco di Taranto. Baldassarri è attualmente consigliere comunale di opposizione.
La reazione - "No, assolutamente, mi aspettavo un provvedimento del genere, sono ancora incredula, smarrita, sgomenta". Così Baldassarri commenta la sospensione del Dap. Leggendo le motivazioni - ha detto - non riesco proprio a comprendere quale sarebbe il disvalore in questo caso disciplinare. Tengo a precisare che non sono indagata e non ho ricevuto alcun avviso di garanzia". "Avrei essenzialmente manifestato - ha detto Baldassarri - a chi me ne ha fatto richiesta, ovvero i ragazzi che lavorano in un bar.
Mi è stato chiesto se fossi il direttore del carcere, ho risposto di sì, mi é stato chiesto come stava i detenuti Romano, Buscicchio e Cicala, ho detto che stavano come possono stare i detenuti in custodia cautelare. Mi è stato chiesto cosa facessero tutto il giorno, ho detto quello che solitamente fanno in genere tutti i detenuti".
"Mi è stato chiesto - ha aggiunto Baldassarri - se potevo portare loro i saluti, ho detto che purtroppo in direttore si occupa di altro che portare i saluti. Mi è stato chiesto cosa potessero fare e ho detto che il modo per manifestare la loro vicinanza era quello di scrivere". "Il bar è stato riaperto, perché dissequestrato, non comprendo i motivi perché mortificare l'aspettativa di gente che stava lavorando e che nulla aveva a che fare col procedimento penale" ha detto la direttrice del carcere di Taranto.
anconatoday.it, 28 luglio 2021
Consegnata la verdura per le famiglie povere del capoluogo. Prima consegna al Mercato Dorico di Campagna Amica quando la direttrice della struttura carceraria Manuela Ceresani ha incontrato la presidente di Coldiretti Marche, Maria Letizia Gardoni, e l'assessore comunale ai Servizi Sociali, Emma Capogrossi
Il reinserimento sociale del detenuto passa anche attraverso qualcosa di tangibile che viene restituito alla comunità. In gergo si chiama "giustizia riparativa" e ad Ancona si traduce ora con le donazioni di cibo e prodotti dell'orto coltivati dai detenuti del carcere di Barcaglione, destinati alle famiglie in difficoltà. Ieri la prima consegna al Mercato Dorico di Campagna Amica quando la direttrice della struttura carceraria Manuela Ceresani ha incontrato la presidente di Coldiretti Marche, Maria Letizia Gardoni, e l'assessore comunale ai Servizi Sociali, Emma Capogrossi, facendo scaricare sul posto mezzo quintale di ortofrutta. Qualità a chilometro zero e dall'alto valore sociale. "Mi sono avvicinato a questa attività - racconta un detenuto 35enne - e mi è piaciuta da subito perché mi permette anche di imparare un lavoro. Il prossimo febbraio finirò di scontare la mia pena e mi piacerebbe trovare un lavoro in agricoltura".
Nel carcere di Barcaglione sono circa 60 i detenuti che si occupano, in forma volontaria, dell'orto sociale. Il primo passo verso l'azienda agricola vera e propria dove si producono olio extravergine di oliva dall'oliveto, miele dalle arnie e, ultimamente, anche formaggi e latte con un gregge di 20 pecore e il caseificio interno. Ora parte del raccolto dell'orto sociale andrà alle famiglie in difficoltà. "L'orto sociale - spiega la direttrice Ceresani - è un'attività dell'istituto che con Coldiretti ha trovato una prima connessione con l'esterno. Adesso c'è questo ulteriore sviluppo di condivisione con i cittadini di Ancona. Un "restituire" del detenuto riconosciuto colpevole che con il suo lavoro rende qualcosa alla comunità".
Un progetto che Coldiretti, già impegnata nella solidarietà per dare una mano alle persone in difficoltà economiche, soprattutto nel corso della crisi pandemica (consegnati nella sola provincia di Ancona oltre 11mila chili di prodotti alimentari Made in Italy, a chilometro zero e di altissima qualità), ha subito sposato attraverso il tutor dell'orto Antonio Carletti, presidente di Federpensionati Coldiretti Ancona, che collabora con Sandro Marozzi, l'agronomo di Barcaglione.
"Un progetto che è diventato un modello di riferimento per tutta la regione - ha spiegato la presidente Gardoni - la solidarietà è un aspetto sul quale continueremo a concentrarci perché l'agricoltura e il cibo sano possono essere elementi di appiglio e di fiducia per tante persone che oggi chiedono aiuto". Plaude all'iniziativa l'assessore Capogrossi. "Nel corso della pandemia - ha detto - Coldiretti ha dimostrato attenzione e sensibilità verso le famiglie più fragili già seguite dal Comune e quello di oggi è un ulteriore tassello nella vicinanza a persone in difficoltà".
La Stampa, 28 luglio 2021
"Il nuovo Garante dei detenuti di Cuneo, Alberto Valmaggia, si troverà a svolgere un compito delicato in una fase non semplice. I garanti sanno che la tutela dei detenuti e di chi lavora in carcere è sia un precetto costituzionale sia un interesse concreto di tutti i cittadini, consapevoli che anche il carcere è un "servizio pubblico" che deve essere efficiente e trasparente, nei costi e nei risultati". Lo dice il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, che a Cuneo ha incontrato il nuovo garante cittadino, Valmaggia, nominato da pochi giorni.
Ancora Mellano: "Avere come garante un ex sindaco di un capoluogo ed un ex assessore regionale è un ottimo segnale. Inoltre Valmaggia conosce il carcere anche come professore: si era occupato delle serre, che ora devono ritornare a essere usate. La scuola dentro agli istituti penitenziari consente di raggiungere risultati importanti".
Alla Casa circondariale Cerialdo di Cuneo ci sono attualmente 234 detenuti 234, di cui 42 in regime di "41bis". Gli agenti della polizia penitenziaria sono 160, a cui si aggiungono 32 operatori del Gom (gruppo operativo mobile, si occupa soltanto dei detenuti in 41bis). A inizio agosto i due garanti, cittadino e regionale, effettueranno una visita congiunta al carcere Cerialdo, insieme al direttore Francesco Frontirrè che è a capo anche del carcere di Imperia.
frosinonetoday.it, 28 luglio 2021
Lo spettacolo si è svolto lo scorso 23 luglio grazie al laboratorio teatrale promosso dalla compagnia teatrale Errare Persona, direzione artistica Damiana Leone.
Grande successo per il Macbeth dei detenuti-attori del Carcere di Frosinone Non uno spettacolo ma un momento di grande riscatto nella nuova sala teatro Si conclude con un grande successo la messa in scena del Macbeth realizzato lo scorso 23 luglio, dai detenuti-attori del carcere di Frosinone sezione Alta Sicurezza al termine di un percorso laboratoriale di teatro sociale con la compagnia Errare Persona diretta da Damiana Leone.
Presenti allo spettacolo, oltre alla Direttrice del Carcere Dott.ssa Teresa Mascolo, agli operatori, gli educatori e i poliziotti, anche alcuni ospiti tra cui la Magistrata di Sorveglianza Dott.ssa Carmela Campaiola e le associazioni che contribuiscono ai lavori e ai laboratori in carcere. Di grande importanza la presenza della Regione Lazio, tramite il dirigente Daniele Tasca, che ha contribuito con i propri fondi alla realizzazione della sala teatro dove si è svolta la rappresentazione.
"L'ultima battuta alla fine di questo spettacolo parla di ritrovare l'armonia, ecco confido che attività come questa, del teatro sociale in carcere, possano portare armonia anche tra i singoli, tra di voi" - commenta proprio Tasca, il primo ad intervenire alla fine dello spettacolo - "Oggi avete dato il meglio di voi agli altri, a chi assisteva a questo spettacolo. Il mio augurio è quello di guardarvi allo specchio e di ritrovarvi come esseri umani. Tutti noi, voi compresi, abbiamo bisogno di riempire i nostri animi e di essere educati, a questo serve un'attività come il teatro in carcere. Oggi tutti voi detenuti meritate il mio e il nostro rispetto".
Parole di grande ringraziamento per i detenuti come per la compagnia anche dalla Direttrice del Carcere Dott.ssa Teresa Mascolo: "Io continuo a pensare che il teatro siano davvero una forma di riscatto dentro il carcere. Grazie, sono davvero riconoscente a Damiana, alla compagnia, agli educatori e ai poliziotti che hanno permesso questi laboratori e questa bellissima rappresentazione. Speriamo che ci possano essere tante repliche e tante altre attività di questo tipo. Sono convinta che laboratori come questi debbano proseguire nel tempo".
Per la compagnia Errare Persona è un risultato importante raggiunto grazie al grande lavoro di squadra non solo del team artistico-teatrale ma anche di educatori e poliziotti del carcere che hanno tutti accolto molto positivamente il progetto "Korinem - Invisibili Teatro". Un clima che ha favorito anche i lavori per la sala teatro che è stata inaugurata in occasione del Macbeth.
"Mi unisco ai ringraziamenti della Direttrice perché abbiamo trovato un gruppo capace di accoglierci e di averci fatto realizzare questo importante progetto" - afferma Damiana Leone della compagnia Errare Persona - "Il lavoro è stato duro ma credo che lo spettacolo di oggi sia la più grande soddisfazione per tutti noi, per tutta questa comunità. Non vediamo l'ora di poter fare delle repliche e di metterci di nuovo al lavoro. A questo aggiungo anche la mia più grande felicitazione perché oggi con questo spettacolo abbiamo inaugurato una nuova sala teatro in una provincia dove i luoghi della cultura sono sempre meno. Farlo in un carcere e con dei detenuti che sono troppo spesso considerati outsider della vita culturale del Paese credo sia un fattore in più a testimonianza che laboratori come questo devono proseguire ed espandersi".
A chiudere questa importante giornata sono stati proprio loro, i detenuti-attori che, senza nascondere felicità ed emozione, hanno letto una lettera in cui si sono augurati "che questo sia solo un arrivederci a presto alle prossime iniziative, grazie davvero a Damiana e Anna che speriamo di ritrovare per continuare questo laboratorio teatrale anche nei prossimi mesi". Per la realizzazione dello spettacolo si segnala e ringrazia la regia e direzione artistica di Damiana Leone, con la collaborazione di Anna Mingarelli, allestimento e luci Luigi Di Tofano (che ha anche coordinato i lavori per la preparazione della sala teatro insieme ai detenuti), assistente e riprese Giuseppe Treppiedi.
di Ivana Zuliani
Corriere Fiorentino, 28 luglio 2021
Inaugurazione del tesoro della Compagnia teatrale di Punzo, aperto agli studiosi. Fin dal primo giorno del suo laboratorio teatrale con i detenuti della Casa di reclusione di Volterra, Armando Punzo ha registrato e documentato espressioni, gesti, dialoghi ed emozioni. Era il 1988, il teatro in carcere era un'esperienza pilota per spiriti audaci e visionari.
Trentatré anni dopo la Compagnia della Fortezza è la principale esperienza teatrale realizzata in ambito carcerario in Italia e nel mondo, riconosciuta a livello internazionale. La sua storia è raccontata in scatti, locandine, appunti e video raccolti nel corso degli anni e conservati nell'Archivio Storico della Compagnia della Fortezza, che da oggi prenderà ufficialmente casa (inaugurazione alle ore 18.30) nella biblioteca comunale Guarnacci di Volterra. L'archivio è dedicato ad Augusto Bianchi Rizzi, intellettuale e amico storico della Fortezza, scomparso di recente. Raccoglie quaderni di lavoro manoscritti, copioni, registrazioni sonore e video, fotografie, locandine, manifesti e programmi di sala, rassegne stampa, documenti amministrativi, che vanno dal primo laboratorio al più recente spettacolo, Naturae - la valle dell'annientamento III quadro, fino all'1 agosto alla Fortezza Medicea del Carcere di Volterra: un patrimonio di materiali su diversi supporti che costituisce una testimonianza dell'attività della Compagnia, nata come laboratorio teatrale nell'agosto del 1988, a cura dell'associazione Carte Blanche e con la direzione di Armando Punzo.
Carte Blanche, con il Comune di Volterra, l'Università di Bologna e le Soprintendenze Archivistiche di Emilia Romagna e Toscana, ha avviato nel 2013 il progetto di Archivio Storico della Compagnia della Fortezza, che nel 2014 è stato dichiarato dalla Soprintendenza bene di interesse storico archivistico di particolare importanza (sottoposto quindi a tutela).
L'archivio ha trovato così sede in un salone della biblioteca e sarà aperto al pubblico, a studiosi, studenti e ricercatori. Nella biblioteca volterrana verrà conservato l'archivio fisico, mentre quello in formato digitale sarà presso il Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna (dove è stato trasferito e avviato alla digitalizzazione). Alla Guarnacci saranno allestite due postazioni informatiche attraverso le quali sarà possibile collegarsi con accesso diretto all'archivio digitale. Per l'inaugurazione, sarà presentata Dentro la storia video installazione fotografica di Stefano Vaja, che racconta in centinaia di immagini di scena, dietro le quinte e di vita vissuta, l'avventura di una delle più sorprendenti compagnie teatrali al mondo.
di Nathalie Tocci
La Stampa, 28 luglio 2021
Crisi di crescita democratica o recrudescenza autoritaria in Tunisia? Il presidente Kais Saied rimuove il primo ministro Hichem Mechichi, sospende i lavori del Parlamento e revoca l'immunità dei deputati, appellandosi all'articolo 80 della Costituzione che prevede "misure eccezionali" in caso di "pericolo imminente". Rachid Gannouchi, presidente del Parlamento e leader del partito islamista Ennahda grida al golpe, evocando implicitamente il colpo di Stato egiziano del 2013, che chiuse drammaticamente l'esperimento di governo islamista facendo precipitare il Paese in un nuovo e lungo inverno. Non solo Saied avrebbe interpretato in modo eccessivamente espansivo la Carta, ma soprattutto spetterebbe alla Corte costituzionale farlo. Peccato che la Corte esiste solo sulla carta, in stallo dal 2014 sulla nomina del suo presidente. Alimentando l'apparente contraddizione, le piazze, violando il coprifuoco, festeggiano. Anche l'Unione generale tunisina dei lavoratori non prende posizione netta contro il presidente.
Cosa accade in Tunisia? Quel che è certo è che il vaso, colmo di scontri, fragilità, paralisi e malgoverno, è traboccato. La crisi istituzionale tra presidenza e Parlamento - il cui capo, eletto a grande maggioranza, non trovava canali per incidere sull'esecutivo - cercava una via d'uscita da mesi. La paralisi istituzionale si è evoluta di pari passo con la crisi economica, aggravata negli ultimi 18 mesi dalla pandemia. È da tempo che la Tunisia, unico baluardo rimasto dell'oramai defunta Primavera araba, inizia a perdere la speranza. Non a caso è già dal 2018 che il flusso di migranti tunisini, organizzati per lo più spontaneamente e non attraverso reti criminali come in Libia, è in costante aumento. Nel 2017 rappresentavano il 5% degli sbarchi in Italia; nel 2020 il 38%. Tanto più si oscura il cielo sul Paese quanto più i suoi giovani cercano una via di fuga.
La diffusione spaventosa della pandemia negli ultimi mesi in Tunisia e la gestione catastrofica del governo Mechichi hanno paradossalmente generato la proverbiale opportunità per sbloccare una crisi strutturale. Un solo dato per rendere l'idea: su una popolazione di appena 12 milioni, 4,5 sono stati ufficialmente i contagiati nell'ultimo anno e mezzo. In un Paese in cui scarseggiano i dispositivi protettivi, ventilatori, personale medico, posti in terapia intensiva, per non parlare di vaccini, lo stallo politico e istituzionale palesemente non poteva andare avanti.
Ma il dado sul futuro del Paese non è tratto. Il presidente Saied potrebbe usare la crisi per riaffermare la figura dell'uomo forte al potere. Sarebbe ingenuo escludere che la Tunisia smetta di essere quell'eccezione democratica che conferma la regola dell'autoritarismo in Nord Africa e Medio Oriente. Il Paese è già terra di rivalità regionale nell'ormai familiare scontro all'interno del mondo sunnita, tra Arabia Saudita e Emirati da un lato, e Turchia e Qatar dall'altro. Ma è altrettanto sbagliato dare per scontato che questo accada. Non solo perché è riduttivo leggere lo scontro politico e istituzionale tunisino come un conflitto tra laici e islamisti, ma anche e soprattutto perché la paralisi politica e istituzionale andava smossa, e gli eventi a cui stiamo assistendo potrebbero rappresentare una tumultuosa crisi di crescita di una fragile democrazia.
La direzione che prenderà la Tunisia dipenderà non solo, ma anche da noi. Il vaso è traboccato nel Paese per via di una profonda crisi interna, acuita da tensioni regionali. Ma parte della responsabilità è nostra. L'Europa, che a voce reclama l'importanza della Tunisia come unica democrazia in Nord Africa, è stata in questo anno e mezzo di pandemia drammaticamente assente, lenta e poco reattiva. Ha lasciato che il Paese sprofondasse in una crisi profonda che non poteva prima o poi che cercare uno sbocco. E si è occupata di Tunisia quasi esclusivamente in chiave migratoria. Soffermandoci su un sintomo e ciechi rispetto alle cause, la nostra passività è involontariamente diventata parte del problema. Oggi guardiamo la Tunisia e la lente è rimasta la stessa. Finché non la cambiamo e ci occupiamo del Paese in quanto tale e non del nostro terrore dei suoi migranti, quelle migrazioni continueranno a essere una profezia annunciata.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 28 luglio 2021
Salta l'incontro tra Draghi e Lamorgese con il premier tunisino. A rischio l'accordo con l'Ue per gestire i flussi e il piano di rimpatri. La Tunisia da due giorni è sull'orlo del baratro, con un Parlamento e un governo esautorati dal Presidente della Repubblica. L'esercito presidia le strade e la sera vige il coprifuoco. Si moltiplicano intanto gli appelli della comunità internazionale alla stabilità, a cominciare dai massimi vertici dell'Unione europea. Già, perché se frana anche la Tunisia, si rischia un effetto domino su tutto il Nord Africa. E si teme il più facile dei contraccolpi: un fiume di persone in fuga verso la Sicilia.
Al ministero dell'Interno, si osservano i fatti tunisini con particolare apprensione e si sta con il fiato sospeso. Secondo alcune stime, potrebbero essere 15mila i tunisini pronti a lasciare il loro Paese. Ma chissà, potrebbero essere anche cinque volte tanto, come accadde nel 2011 quando Roberto Maroni era ministro dell'Interno. E comunque i trend parlano chiaro: le partenze dalla Tunisia sono in crescita da mesi; ora però si rischia il boom.
Il primo effetto delle scosse telluriche tunisine, s'è visto subito: a Rom oggi era previsto un bilaterale tra il premier Hichem Mechichi e Mario Draghi, a cui avrebbe fatto seguito un incontro con la ministra Luciana Lamorgese (in quanto Mechichi aveva l'interim all'Interno). Appuntamento saltato. E ora traballano le discussioni intavolate dai due governi. Lamorgese ci contava moltissimo, su questo incontro di luglio, in quanto Mechichi le era apparso finora un interlocutore ben disposto. I due si erano incontrati un paio di volte a primavera. L'ultimo incontro era stato il 20 maggio scorso; e quella volta la ministra italiana era accompagnata dalla commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson. Al termine, le due sprizzavano ottimismo. "Sono state gettate le basi di un accordo complessivo di partenariato strategico tra l'Unione europea e la Tunisia".
A questo punto, invece, al Viminale si teme che si cancellino d'un colpo tutte le promesse di un maggior impegno della Guardia costiera tunisina nel frenare le partenze illegali. Oppure che torni nel cassetto il piano di raddoppiare i voli charter per il rimpatrio dei migranti tunisini che non hanno diritto a protezione internazionale. Attualmente la Tunisia accetta al massimo 80 rimpatri a settimana. E se venisse prorogato lo stato di emergenza, forse neanche questo si farà.
Peggio di tutto: il governo Mechici, soltanto un mese fa aveva accettato l'aiuto italiano nel monitoraggio elettronico delle partenze clandestine. Un progetto a cui gli italiani tenevano particolarmente, perché era l'unico modo di intervenire, senza violare alcuna sovranità. Si era parlato all'epoca di una "linea diretta dedicata" per lo scambio di informazioni sui natanti partiti dalla Tunisia tra le due polizie. Ed era stata, quella, una grossa apertura di credito da parte di Mechichi, a dispetto dell'orgoglio nazionale.
Proprio questa disponibilità a fermare i flussi di migranti illegali, che Mechichi aveva concesso in cambio di un sostanzioso aiuto economico dell'Unione europea, aveva però accentuato le spaccature in sede del governo e di opinione pubblica. Esiste infatti un pezzo di società, a cui dà molto ascolto il Capo dello Stato, Kais Saied, che ritiene inaccettabile ogni limite all'emigrazione. E ora, con la mossa di defenestrare i ministri più disponibili verso l'Occidente, oltre Mechichi quello della Difesa, si giocano i destini nazionali, ma anche quelli del dialogo con gli europei.
Il Covid e la conseguente crisi sanitaria ed economica hanno fatto il resto. Sicuramente a moltissimi tunisini è apparso di avere un governo di inetti. E sono quelli stessi che esultano per il decisionismo del Capo dello Stato. L'Italia è tra chi ha più da perdere se la Tunisia precipitasse nel caos. Per questo ieri la Farnesina ha fatto di tutto perché scattasse un coordinamento europeo "con gli altri Paesi Ue più interessati" come la Francia, la Germania e la Spagna. "È importante che questa situazione sia trattata con la massima attenzione a livello europeo", ha spiegato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
Si sono moltiplicate le telefonate attraverso le due sponde del Mediterraneo. Tra gli altri, si è fatto sentire l'Alto rappresentante dell'Ue Josep Borrel. Ricordando "il sostegno considerevole dell'Unione Europea e dei suoi Stati membri alla Tunisia, nel contesto di una crisi pandemica ed economica grave", ha affermato che "preservare la democrazia e la stabilità del Paese sono delle priorità".
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