di Liana Milella
La Repubblica, 19 dicembre 2021
Per il governo il massimo possibile, per loro "una proposta umiliante e indecorosa". Nella manovra al Senato arriva la proposta per stabilizzare 4.770 giudici onorari. Per la ministra della Giustizia Marta Cartabia un passo in avanti, ma tutte le associazioni di categoria protestano.
Cinquemila anime in pena da vent'anni. Per la precisione, a oggi, 4.770. Dati aggiornati dal Csm. Sono i precari della giustizia, di cui Repubblica ha via via raccontato le vicissitudini, raccolto le testimonianze, come quella del giudice di Parma Livio Cancelliere che a luglio, a piedi, è venuto dalla Guardasigilli Marta Cartabia per descrivergli l'umiliazione del suo lavoro da precario della giustizia. Un piccolo esercito: 1.124 giudici di pace, 1.969 giudici onorari di tribunale (i Got), 1.677 vice procuratori onorari (i Vpo).
Sono il pilastro della giustizia in Italia. E non si occupano solo di tutte le cause minori. Vanno in aula e giudicano nei processi "normali". E sempre in aula sostengono la pubblica accusa. Quindi sono giudici a tutti gli effetti? Purtroppo no, non lo sono mai stati. Loro sono convinti di sì, sentono di esserlo. Ma lo Stato - che non ha i soldi per pagarli come dovrebbe e garantirgli le tutele che sono la regola per gli altri lavoratori - dice di no, e li mortifica da sempre. E per la legge italiana non saranno veri giudici, come quelli ordinari, neppure domani. Ma parificati al personale amministrativo. Anche se la Corte di giustizia del Lussemburgo ci ha bacchettato, e la Commissione Ue ha aperto una procedura d'infrazione che adesso ha costretto via Arenula ad affrontare il caso. Dunque siamo a uno snodo, che vede da una parte il governo e la ministra della Giustizia Marta Cartabia. E dall'altra loro, le toghe onorarie, per l'ennesima volta insoddisfatte e sul piede di guerra.
Perché? È presto detto. E le notizie sono freschissime. Giusto di ieri. Frutto di una lunga trattativa. Al Senato, nell'ambito della manovra, in commissione Bilancio, è giunto l'emendamento del governo con la piattaforma per stabilizzare la magistratura onoraria, che arriva direttamente dalle stanze di Cartabia. In via Arenula la considerano, dopo anni di cronica crisi, una soluzione possibile e accettabile, che accomuna la stabilizzazione e la disponibilità dei fondi. Un compromesso? Certo. L'unico possibile al momento? Parrebbe proprio di sì. Un accordo accettabile? La risposta è sì, vista dalle stanze di Marta Cartabia, la Guardasigilli.
Ma dall'altra parte, quella delle organizzazioni sindacali delle toghe onorarie il no è netto, anche drammatico, perfino sdegnato. Dice la Vpo di Milano Monica Cavassa, che fa parte della Consulta della magistratura onoraria: "Ancora una volta si è voluta umiliare la nostra categoria parametrandoci ai dipendenti amministrativi e ignorando volutamente il nostro ruolo negli uffici giudiziari. Sono orgogliosa di essere un servitore dello Stato, ma non sono orgogliosa di servire questo Stato da 22 anni". La giudice di pace di Napoli Olga Rossella Barone, presidente del Coordinamento Magistratura giustizia di pace, è altrettanto netta: "L'emendamento che il governo si accinge a emanare, contestato fermamente da tutte le associazioni, non è lesivo solo in termini economici e di demansionamento, per le incerte funzioni amministrative, ma lede la nostra dignità di lavoratori, così come riconosciuti anche dalle Corti europee e italiane, ponendoci in una situazione di vero e proprio ricatto che riteniamo inammissibile se applicate in un Paese come il nostro che dovrebbe essere orientato, ancora, al rispetto dei principi costituzionali".
Ma è la lettera che Giulia Bentley, vpo a Palermo da 20 anni, ha appena indirizzato alla ministra Cartabia a contenere toni drammatici. Come questo passaggio: "Un giorno mia figlia, dodici anni appena compiuti, mi ha chiesto perché, dato che stavo male, non rimanevo a casa a riposare invece di andare in udienza o in ufficio per il mio turno di servizio. Le ho risposto che andare al lavoro - io al contrario di quanto fa lo Stato italiano lo considero tale - mi faceva stare meglio. Non ho mentito..., ma ho omesso. Ho omesso di dire che se non fossi andata, a lungo andare avremmo avuto preoccupazioni economiche importanti. E mentre proseguivo la terapia chemioterapica ho continuato, per quanto le forze mi concedevano, a svolgere il mio ruolo di pubblico ministero di udienza, orgogliosamente e senza risparmiarmi. Sono tornata in aula subito dopo l'intervento ed entro i sei mesi...per non rischiare un provvedimento di decadenza dalle mie funzioni". Ecco, questo succede se eserciti la funzione di vice procuratore "onorario", un precario pagato a cottimo, che se sta male per sei mesi perde il posto, ma in aula ha il ruolo di vero pubblico ministero.
E adesso lo Stato che fa? Leggiamo assieme l'accordo che passerà nella manovra. Presentato ieri, verrà subemendato, ma con la fiducia passerà così com'è. La sintesi è questa: "Il governo si è proposto di riconoscere ai magistrati onorari in servizio al momento dell'entrata in vigore della legge Orlando (cioè il 15 agosto 2017) tutte le garanzie proprie di un lavoratore subordinato, comprese le tutele previdenziali rivendicate, prevedendo la possibilità di una permanenza in servizio fino a 70 anni, previa procedura valutativa di conferma nell'incarico". Quindi, dice il governo, tutte le garanzie di un dipendente pubblico (previdenza, malattia, maternità), oltre che stabilità del rapporto di lavoro, sono la risposta di un governo che si è fatto carico, con responsabilità, della necessità di intervenire sul tema in un momento storico di ripartenza del Paese".
In sintesi ecco i punti: i magistrati onorari in servizio ad agosto 2017, possono essere confermati a domanda sin quando compiono 70 anni. Chi non accede alla conferma "tanto nell'ipotesi di mancata presentazione della domanda, che nell'ipotesi di mancato superamento della procedura valutativa" avrà un'indennità parametrata agli anni di servizio prestati per un massimo di 50mila euro. E questo è uno dei punti di massimo scontro, perché la somma viene considerata un vero schiaffo in faccia dopo anni di pagamenti a sentenza. Il Csm bandirà tre procedure di valutazione che si svolgeranno tra il 2022 e il 2024. I magistrati onorari confermati potranno optare per l'esclusività dell'incarico oppure no. Chi opta per l'esclusività otterrà un trattamento economico, assistenziale e previdenziale parametrato a quello di "un funzionario amministrativo di terza area in relazione al numero degli anni di servizio prestati oltre l'indennità giudiziaria nella misura del doppio di quella spettante al personale amministrativo". E qui la collera delle toghe onorarie si fa enorme perché cade proprio la loro principale richiesta: essere a tutti gli effetti giudici come i colleghi ordinari. Verrà riconosciuto anche il buono pasto se l'attività di udienza supera le sei ore.
Punto per punto la proposta viene giudicata "umiliante". Perché, per i prossimi tre anni durante la cosiddetta fase di "stabilizzazione", ci sarà ancora molto cottimo, con il solo gettone di presenza, il cui valore non è mai stato modificato dal 2003.
Lo stipendio sarà parametrato ai dipendenti amministrativi, e non ai giudici. Nonostante l'Europa abbia detto "in modo cristallino" che i giudici onorari sono dei giudici a tutti gli effetti. Una follia aver scelto come data di partenza l'agosto 2017, "cristallizzando in quel momento l'anzianità di servizio, e quindi rubando altri 5-6 anni". Un affronto i 50mila euro per sanare il passato rinunciando per iscritto a tutti i diritti, dal godimento delle ferie ai contributi previdenziali. Continuerà il sistema dei "doppi lavoristi", anche in questo caso contro gli inviti dell'Europa. Alla fine, se sei un giudice stabilizzato con un lavoro esclusivo, anziché con una funzione promiscua che ti consente un'altra attività per due giorni a settimana, guadagni 300 euro al mese in più. Le valutazioni di professionalità si svolgeranno tra il 2022 e il 2024, quindi i più giovanni dovranno aspettare ancora 3 anni. Ma quanto sarà lo stipendio? Per 5 o addirittura 7 giorni 1.500 euro. Il commento delle toghe onorarie? Una "proposta del tutto indecorosa".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 19 dicembre 2021
Le motivazioni della sentenza che a settembre lo ha condannato alla pena di tredici anni e due mesi di reclusione. Non più "pasticcione ma buono": piuttosto, astuto predatore. Non più Robin Hood ma sceriffo di Nottingham travestito da ribelle. La sentenza di Locri contro Mimmo Lucano dice di peggio, nelle motivazioni, di quanto avesse detto a settembre nella pur pesante condanna a tredici anni e due mesi.
Perché non si limita a spiegare quello che a molti era apparso un verdetto di durezza smisurata: sfigura il mito che in questi anni una certa intellighenzia e tanta sinistra radicale a corto di simboli hanno edificato attorno all'ex sindaco di Riace e alla sua Città del Sole.
Quel mito si reggeva, al di là delle evidenze processuali, su un assunto: l'esibito disinteresse di Lucano per il danaro, col suo conto corrente da 800 euro. L'uomo poteva finanche aver sbagliato, però a fin di bene, incorrendo insomma in "reati di umanità". I giudici, cucendogli addosso l'abito di capo d'una combriccola volta a lucrare sull'accoglienza tramite carte false, spiegano che persino quell'ingenuo pauperismo era fasullo: poiché i complici del boss erano di fatto sue teste di legno, da cui attingere alla bisogna.
Siamo al primo grado: e dunque Lucano avrà modo e tempo di rovesciare l'immagine di spregiudicato narcisista della politica che si trova ora sulle spalle. Persino alcune sue (sconcertanti) intercettazioni potranno trovare una lettura meno indiziante e univoca. Ma ciò che resta senza appello è una certa idea d'accoglienza, da campeggio libero: l'illusione che per gestirla basti spalancare le braccia. I guai di Riace, col loro carico di menzogne e retorica, mostrano come certi abbracci possano nascondere zone d'ombra dove qualsiasi mala gestione è possibile; come all'accoglienza vera servano mente fredda e rendicontazione certa, se non si vuole dar fiato alla peggiore propaganda xenofoba.
Sicché una certa sinistra dovrebbe dedurne quanto sia meglio un bravo ragioniere che un presunto santo. E magari virare sul modello belga di Bart Somers, il sindaco di Mechelen capace di coniugare integrazione e legalità pur ospitando 128 nazionalità e 15 mila islamici su 87 mila residenti. Da liberale, non salutava a pugno chiuso dalla finestra; ma ha messo all'angolo un'estrema destra ipertrofica con una ricetta davvero rivoluzionaria: regole certe, per tutti, senza sconti.
di Marco Revelli
Il Manifesto, 19 dicembre 2021
Non ho mai condiviso il luogo comune secondo cui le sentenze non si commentano né si giudicano, almeno fino a che non se ne leggono le motivazioni. Ci sono sentenze che gridano vendetta al cospetto di dio fin dal dispositivo. Quella finale che ha chiuso il processo per la strage di piazza Fontana senza nessun colpevole, per esempio. O quella sulla strage ferroviaria di Viareggio. O ancora quella sull'eccidio infinito dell'Eternit di Casale.
La sentenza del tribunale di Locri contro Mimmo Lucano e il suo "modello Riace" aveva già fatto inorridire al momento del giudizio (condanne doppie rispetto alle richieste dello stesso Pubblico ministero). Ora, lette le motivazioni (904 pagine), la sensazione di trovarsi di fronte a uno scandalo giudiziario è rafforzata. Non solo un'ingiustizia, ma un capovolgimento kafkiano della realtà: della stessa realtà documentata negli atti processuali ampiamente riprodotti, come se i fatti, nel loro passaggio attraverso il labirinto mentale del giudice, mutassero senso e natura, in una metamorfosi mostruosa che rende i protagonisti irriconoscibili per chiunque li abbia conosciuti, da vicino o da lontano.
Così il grande sogno di fare di questo piccolo borgo semiabbandonato della Locride un luogo dell'accoglienza dei migranti e insieme di recupero del territorio (la trasformazione del migrante da problema in risorsa territoriale: questa l'idea geniale che stava dietro quel "modello") si rovescia, nella rappresentazione giudiziaria, in sordido esempio di "logica predatoria" in cui il denaro pubblico e i progetti ministeriali d'integrazione figurano come meri strumenti "asserviti agli appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica", di un sindaco criminale. Chiunque sia stato anche solo qualche giorno a Riace, e abbia visto quella comunità (ora distrutta) farsi giorno per giorno, e la vita ritornare tra le antiche pietre, sa quanto "pulito" fosse quel progetto. Evidentemente chi ha in mente solo la sporcizia della vita, vede tutto sotto questa forma.
E infatti i soliti giornali della peggior destra si sono riconosciuti immediatamente in quell'aberrazione giudiziaria, facendola propria. Libero, quello che a suo tempo aveva sparato in prima sui migranti che "Dopo la miseria portano malattie" ora titola: "La sentenza che inchioda Lucano e la sinistra". Gli fa eco il Tempo - che i migranti li butterebbe a mare - con "Lucano derubava i migranti". Spiace che al coro truculento si accodi sul Fatto anche Marco Travaglio con un tombale: "Accusati di essere troppo cattivi con Mimmo Lucano, dalle motivazioni della sua condanna scopriamo di essere stati troppo buoni".
Lucano - a differenza di molti difesi da Libero e dal Tempo e fustigati da Travaglio, non si è messo nemmeno un centesimo in tasca. Lo scrive lo stesso giudice che "l'ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca", anche se subito aggiunge che questo "nulla importa" perché lui sa bene che l'utile, il furbacchione (termine di Travaglio) lucrava comunque, in immagine, successo politico, investimento per la vecchiaia (l'estensore delle motivazioni immagina di entrare nella testa stessa dell'imputato, per leggervi le reali intenzioni, non suffragate da nulla). A ben guardare i crimini di Lucano si ridurrebbero a tre: l'aver trattenuto più a lungo dei 900 giorni permessi un certo numero di migranti (i cosiddetti "lungo permanenti", a cui sono dedicate decine e decine di pagine); l'aver investito alcune somme dei sussidi statali in migliorie del contesto (un frantoio, alcune case-albergo) per attrezzare il territorio ad una adeguata abitabilità; aver speso in concerti e spettacoli al fine di attrarre attenzione e turisti nel borgo.
Le cose che ogni buon sindaco dovrebbe fare, soprattutto in quelle aree interne a rischio di abbandono di cui tanto si parla e per cui tanto poco si fa. Il tutto con un certo numero di forzature e di violazioni amministrative (che sono indubbie, ma che non meritano certo sanzioni riservate neppure ai colpevoli di reati di mafia). Chi lavora in quei contesti sa benissimo che se non si consolida la permanenza nei luoghi, se non si radicano i nuovi abitanti a un tessuto vivo e capace di produrre reddito, le misure di accoglienza sono come acqua sulle pietre. Ma né i giudici di Locri né i virtuosi della penna al veleno lo sanno, e comunque non gli interessa. Conta lo spettacolo crudele della virtù infangata nella terra dei troppi vizi 'ndranghetisti.
E a proposito di vizi, si è accorto Travaglio, leggendo "le carte", del ruolo non certo secondario nella damnatio di Mimmo Lucano, svolto da un certo Michele Di Bari, al tempo prefetto di Reggio Calabria: l'uomo che tenne nel cassetto una relazione dei propri ispettori elogiativa per Riace e che innescò l'azione della Procura contro il suo sindaco? È lo stesso alto funzionario voluto da Matteo Salvini, quando era ministro dell'interno, al Viminale a occuparsi di contrasto ai migranti e costretto di recente alle dimissioni perché la moglie è indagata per una brutta storia di caporalato e di sfruttamento dei migranti. A ognuno i propri amici. E nemici.
avellinotoday.it, 19 dicembre 2021
"Il nostro desiderio è di poterci reinserire nella società". Nella giornata di oggi è stata presentata la mostra di articoli locali nelle carceri dell'avellinese presso la sala dell'Ordine dei giornalisti di Avellino. La mostra promossa dall'ufficio del Garante Regionale dei detenuti d'intesa con le direzioni delle carceri di Avellino, Ariano Irpino, Lauro e Sant'Angelo dei Lombardi si è svolta presso la Sala dell'Ordine dei giornalisti di Avellino con i prodotti realizzati dai detenuti e dalle detenute degli istituti di pena della provincia di Avellino. Sarà possibile visitarla nei giorni 18 dicembre dalle ore 10:30 alle ore 17:00 e 19 dicembre dalle ore 09:00 alle ore 14:00.
Sono state anche coinvolte Associazioni e Cooperative che entrano con progetti di inclusione sociale dentro questi istituti e che operano costantemente negli Istituti di pena della provincia di Avellino. Per il Garante campano Samuele Ciambriello: "Questo è uno stimolo per gli enti locali, per i singoli cittadini, per le Caritas, per le associazioni del terzo settore, partecipare a questi due giorni di mostra che serve anche a sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema del carcere che spesso e rimosso. Ringrazio il direttore del carcere di Avellino, così come la direttrice del carcere di Ariano Irpino. Qui ci sono dei piccoli miracoli. Ringrazio la magistratura per aver autorizzato alcuni detenuti a stare qui. Mentre altri cercano di costruire muri, il garante cerca di costruire ponti. Il carcere non può essere una discarica sociale. Il messaggio che dobbiamo dare oggi e anche in vista del Natale è uno soltanto: andiamo oltre le mura dell'indifferenza".
Alcuni dei prodotti esposti sono stati presentati da Alfonso, uno dei detenuti del carcere di Sant'Angelo dei Lombardi: "Siamo cinque detenuti e ci occupiamo di questa piccola azienda agricola presente nella casa circondariale. Io sono molto contento che oggi abbiamo avuto questa occasione. Ringraziamo la direttrice e gli operatori. Sicuramente è una giornata molto diversa dalle altre. Le carceri di oggi non somigliano per niente a quelle di qualche anno fa. Il nostro desiderio, ovviamente, è di poterci reinserire nella società".
La Nazione, 19 dicembre 2021
Si allarga l'iniziativa benefica 'Siamo tutti Babbo Natale', organizzata dal gruppo Terziario Donne di Confcommercio, da un'idea di Laura Porcile e Andrea Buondonno, con la collaborazione dell'associazione Vittoria, per raccogliere regali da distribuire ai bambini che si trovano a Gaggiola, ai figli dei detenuti e delle famiglie più fragili, al centro antiviolenza Irene e al centro antiviolenza 'Mai più sola', ai genitori in difficoltà, a chi accede alla mensa di Gaggiola per un pacco alimentare o di vestiario, ai detenuti del carcere di Villa Andreino e a chi è ospite in una comunità. "Nel carcere della nostra città - afferma Porcile - vi sono detenuti che versano in gravi difficoltà economiche, perché soli o lontani dalle famiglie, perché la loro posizione nella società è, fin da prima, ai margini. D'accordo con gli operatori di Villa Andreino raccoglieremo anche generi di prima necessità che di volta in volta consegneremo alla casa circondariale. Alimenti sigillati, scatole di pasta, pane, biscotti, merendine, riso. Formaggi, carne, salumi, sigillati sottovuoto. Niente liquidi e nulla con del vetro". Intanto i regali per i bambini stanno già sfiorando quota 100. Tutto può essere portato al De Terminal, dalla banchina Revel, o in Confcommercio, nella sede di via Fontevivo. Info: 347 9660922.
di Elena Loewenthal
La Stampa, 19 dicembre 2021
Quanto è crudele a volte il mondo, che al solo guardarlo fa orrore: succede ogni volta che muore un bambino. O due, come è successo ieri nel campo rom di Stornara, nel foggese: una bimba di quattro anni e un bimbo di due, cui vorremmo anche soltanto dare un nome perché un nome è la vita, e invece loro due sono morti bruciati sotto la loro baracca, dentro i loro lettini. Per colpa chissà se di un bidone d'olio adibito a braciere di fortuna o di una improvvisata stufa a legna.
Certo, dovremmo indignarci prima di tutto per come vivevano quei due bambini, prima di morire bruciati: in mezzo ad altre mille persone, quasi tutti cittadini bulgari, nello squallore, nell'abbandono, senza uno straccio servizi primari. Un luogo dove l'unica cosa che abbonda è la spazzatura - oltre all'amianto delle lamiere. Certo, dovremmo indignarci prima di tutto per tutto questo. Ed è quasi una tragica beffa del destino anzi un terribile presagio, il fatto che proprio nei giorni scorsi sia stato pubblicato su "Avvenire" un appello di professionisti e intellettuali, fra i quali Luigi Manconi, Edith Bruck, Domenico Starnone e tanti altri, contro la discriminazione delle persone rom, sinti e camminanti.
Però quando ci sono due bambini che muoiono, tutto il resto fa un passo indietro, sullo sfondo del mondo. Due bambini che muoiono a due e quattro anni gridano la rabbia, l'ingiustizia, l'impotenza, lo sgomento. L'assenza di parole. Che pena, che strazio, che scena inaccettabile. Quel fuoco che ha distrutto tre unità abitative, cioè tre baracche di Stornara, grida al mondo la cosa più brutta che possa mai succedere e che pure è successa milioni di volte. Perché la morte di un bambino nega tutto - ogni civiltà, ogni progresso, ogni umana ambizione. Perché la morte di un bambino è la cosa più intollerabile che ci sia. È la sconfitta più grande. Per chi lo ha messo al mondo, perché l'ha visto vivere, per chi l'ha visto morire. Per tutti.
E poi, una volta urlato tutto questo al cielo e alla terra di fronte a quei due fratellini morti nel letto per colpa di una lingua di fuoco, dell'incuria e dell'abbandono che erano tutto il loro mondo, l'unico che conoscevano, non possiamo non dirci che quel loro brutto mondo tutti noi ce l'avevamo e ce l'abbiamo sotto gli occhi. E allora, oltre a non sopportare la morte di due bambini perché ogni morte di bambino è insopportabile, bisogna imporsi di fare in modo che non accada più.
Giornale di Sicilia, 19 dicembre 2021
Un coro composto tutto da detenuti che ha cantato nel carcere di Piazza Armerina. Protagonisti di questo insolito spettacolo, un inedito gruppo corale, l'Infirmary and Prisoner gospel Band, diretto da Roberto Mistretta, in arte Cohiba, musicista e musico terapeuta, coadiuvato dalla psicologa Viviana Arangio, con il coordinamento degli educatori del carcere, Ivana La Rocca e Giovanni Giannone e con il coinvolgimento del medico di guardia Noemi Rinaldi e delle infermiere che prestano servizio in istituto. All'evento hanno partecipato, tra gli altri, il capo di gabinetto della Prefettura, Giuseppina Addelfio, il questore di Enna, Corrado Basile e Rosanna Provenzano, direttrice dell'ufficio esecuzione penale esterna di Caltanissetta. Al suono dei classici del Natale come "O Happy Day" ed "Hey man" e brani tipici quale "O when the saint go marching in", il coro ha emozionato tutti.
Il progetto "Battiti da dentro" - L'evento, dal titolo, "Voci da dentro", rappresenta il terzo momento di un'azione progettuale che ha coinvolto diversi detenuti dell'Istituto penitenziario di Piazza Armerina. Iniziata a gennaio 2021 con il progetto "Battiti da dentro" ha lavorato molto sui processi di consapevolezza, sull'esperienza di gruppo e sull'utilizzo di tecniche narrative e musico terapeutiche. Il gruppo, lo scorso 21 giugno, ha inoltre partecipato alla festa della musica eseguendo diversi brani con l'uso degli Jambè esibendosi nel cortile del carcere di Piazza Armerina.
Ci saranno anche i corsi di ceramica e pittura - "Grazie a tutti i presenti - ha detto Antonio Gelardi, direttore dell'istituto - Nonostante le limitazioni Covid ci siamo incontrati e questo mi permette di farvi gli auguri di persona. Poi, permettetemi di ringraziare tutto il personale delle aree sicurezza, educativa, segreteria, ragioneria, sanitaria, per tutto il lavoro fatto durante l'anno. E questo coro ne è una delle prove". Il direttore Gelardi ha, nell'occasione, presentato le attività di prossimo avvio all'interno della casa circondariale di Piazza Armerina, quali il corso di ceramica e pittura ed il progetto biblioteca proposto dall'Uepe di Caltanissetta.
Un'occasione per un Natale diverso - "Quello di oggi è un evento nato per regalare ai detenuti e, forse un poco, anche a noi stessi un Natale diverso, provando a dimenticare per un solo istante, una vita difficile, fatta di ostacoli e scandita dal rumore dei cancelli", ha detto il medico del carcere, Noemi Rinaldi. Tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione portata avanti fra la direzione del carcere e Giovanni Bevilacqua, dirigente scolastico del Cpia di Caltanissetta-Enna che hanno lavorato per offrire ai detenuti un nuovo progetto di vita che passa attraverso l'istruzione e la rieducazione sociale della detenzione.
"La musica, è un veicolo potentissimo di benessere e di interazione sociale che può aiutare ad abbattere il muro del pregiudizio e favorire un momento importante di integrazione e di speranza", dice il dirigente scolastico, Giovanni Bevilacqua. Una novità assoluta è stata così rappresentata dal collegamento in streaming con le diverse sedi di Caltanissetta ed Enna del Cpia (centro per l'educazione per adulti), un modo anch'esso per fare partecipare la comunità esterna ad un momento significativo della vita del carcere. L'esibizione si è chiusa con il bis e poi il tris del brano Feliz navidad e con spettatori, anche i più autorevoli, commossi e con gli occhi, lucidi.
di Laura Martellini
Corriere della Sera, 19 dicembre 2021
Il 2021 ha riportato gli spettatori nell' auditorium del carcere e nella sala Enrico Maria Salerno, dopo un anno sospeso, difficile, segnato dalla paura, dalle rivolte, dall'isolamento.
Si conclude il Rebibbia Festival, dopo lunghi mesi di laboratori di cinema e teatro, spettacoli, rassegne cinematografiche che hanno coinvolto centinaia di persone in uno stato di costrizione, e altrettante che varcano i cancelli per dialogare con loro partendo dal terreno comune dell'arte e della poesia. Il 2021 ha riportato gli spettatori nell'Auditorium del carcere e nella sala Enrico Maria Salerno, dopo un anno sospeso, difficile, segnato dalla paura, dalle rivolte, dall'isolamento.
"Rebibbia lockdown", il docufilm di Fabio Cavalli presentato alla Mostra del cinema di Venezia, prodotto da Clipper Media con Rai Cinema e Luiss Guido Carli, racconta quell'anno di svolta attraverso gli sguardi e le vite di agenti e detenuti. E l'ansia di libertà è al centro della performance teatrale più vista delle ultime stagioni: "Dante Alighieri latitante fiorentino", con i detenuti-attori del Teatro Libero di Rebibbia, nella speranza infine di "uscire a riveder le stelle...". Sono disponibili sulla pagina facebook @teatroliberodirebibbia i video, le foto, le gallerie virtuali delle opere dei detenuti-artisti che hanno contribuito anche quest'anno ad animare il Rebibbia Festival.
di Simona Arena
meridionews.it, 19 dicembre 2021
"Scatti testimoniano la condizione di anime sospese". Una mostra che è soprattutto un'esperienza non solo visiva, ma emozionale. A cominciare dagli autori delle foto fino ad arrivare al luogo dove verranno esposte. A restare incuriosito dalle immagini immortalate dai detenuti del carcere di Caltagirone - finito di recente al centro dell'attenzione anche per due omicidi avvenuti al suo interno - è stato l'architetto Giovanni Leone.
È lui che ha proposto all'Istituto per l'incremento ippico di allestire all'interno delle sue stalle l'esposizione che sarà inaugurata sabato 18 dicembre. "Il visitatore sarà costretto a stare in una cella così come gli autori delle foto - spiega a Meridionews. Quando però si girerà vedrà le immagini scattate da chi di solito è osservato e in quest'occasione è diventato osservatore".
Blocco 200 Anime sospese è il nome della mostra realizzata con la regia di Arianna Di Romano. "Una fotografa isolana, sarda di nascita e siciliana di elezione, che - continua Leone - dopo avere fatto numerose campagne fotografiche intorno (in giro per il mondo a fissare volti di persone e luoghi) ribalta il processo e va all'interno, della casa circondariale di Caltagirone e della testa dei detenuti, mettendo loro in mano la macchina fotografica e dando voce a immagini che regalano nuovi occhi all'osservatore - prosegue Leone -. La mostra collettiva è il risultato di un corso di fotografia per detenuti tenuto dalla maestra di fotografia. Gli autori degli scatti esposti sono la stessa fotografa e i detenuti che hanno seguito il corso ma non sono indicati nelle fotografie".
La mostra è stata esposta un mese fa al del centro equestre del Mediterraneo della Tenuta Ambelia "che ha una convenzione per l'inserimento lavorativo", spiega l'architetto. Da lì la proposta di portarla a Catania. "In questo modo facciamo conoscere anche il centro di via Vittorio Emanuele 508. È un'occasione per visitare l'istituto che ha un fascino tutto suo", va avanti Leone.
L'esposizione sarà visitabile il mercoledì e il sabato di mattina dalle 9 alle 12 fino all'11 febbraio. "Si potranno apprezzare foto interessanti, sguardi inediti che vanno osservate senza fretta per acquisire nuovi occhi e vedere cosa racchiudono immagini che fissano un istante di libertà - commenta - In una foto l'osservato è la guardia carceraria che sta al centro dell'inquadratura, figura sfocata perché rappresenta il ruolo non la persona, a fuoco sono invece le sbarre inutilmente permeabili a uno sguardo murato".
Nelle foto si vedono esposte alle finestre sbarrate scarpe di detenuti, un mazzo di chiavi in mano. "La foto che più di ogni altra racconta la condizione di anime sospese è quella con le due figure attraverso la finestra di una porta blindata che serve a sorvegliare ma in questo caso le persone stanno fuori e sono dentro, in una condizione di sospensione tra apparenza e realtà, sono senza volto, sagome di una trama di rete e sbarre che raccontano la negazione dell'individuo a vantaggio - conclude - dell'indistinto, rappresentano un'identità smarrita, sospesa".
ilreggino.it, 19 dicembre 2021
A Catanzaro il convegno organizzato dal Coordinamento delle Camere Minorili della Calabria: "La dimensione calabrese: umanità e avvocatura, un patto che si rinnova". Qual è la situazione della giustizia minorile in Calabria? A fornire alcuni dati ci ha pensato il Convegno organizzato dal Coordinamento delle Camere Minorili della Calabria: "La dimensione calabrese: umanità e avvocatura, un patto che si rinnova. Dall'avvocato in scarpe da tennis al compagno di cammino". L'evento organizzato all'interno delle celebrazioni per il ventennale della fondazione dell'UNCM, avvenuta proprio a Catanzaro il 15 dicembre 2001, ha voluto sottolineare la peculiarità della situazione della Calabria all'interno del territorio italiano, nel variegato mondo della giustizia minorile, ove sono evidenti le differenze tra regione e regione e spesso all'interno delle stesse esperienze regionali.
I lavori della mattina, aperti dall'avv. Raffaele Figliano con un intervento sull' operato del coordinamento delle camere minorili sui diversi territori Calabresi, hanno visto dopo i saluti istituzionali del presidente del Tribunale per i Minorenni di Catanzaro Teresa Chiodo e del procuratore presso il Tribunale dei Minorenni Maria Alessandra Ruperto e alcuni interventi programmati, lo svolgersi di una significativa tavola rotonda, coordinata dal responsabile scientifico del Coordinamento, avv. Pasquale Cananzi, che ha delineato gli scenari sociali, psicologici, antropologici e giuridici nei quali la felice intuizione fondativa dell'Unione oggi impegni gli avvocati e chiami a ulteriormente evolversi, partendo dalla interdisciplinarietà e specializzazione dell'esperto in materia minorile e familiare.
Protagonisti sono stati poi i ragazzi ospiti dell'IPM di Catanzaro e della Comunità di Reggio Calabria che con la loro partecipazione hanno reso evidente, quanto di buono viene messo in campo per il loro recupero e la loro integrazione nella società dei giovani attraverso percorsi virtuosi.
Nel pomeriggio c'è stato il collegamento con l'evento nazionale: Dentro il domani che, in occasione della ricorrenza, ha visto l'intervento del socio fondatore dell'UNCM, avv. Giuseppe Marino, il quale ha inteso sottolineare la unità e la condivisione con le quali svolgono la loro meritoria attività di formazione e supporto all'avvocatura ed ai TM, le Camere Minorili della Calabria che sono ben cinque per i distretti di Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria, Lamezia, Vibo Valentia e Palmi. L'occasione è stata utile per portare all'attenzione nazionale, le difficoltà del territorio calabrese, dove mancano servizi, strutture e soprattutto politiche giovanili adeguate.
Sono emerse comunque nelle conclusioni della giornata importati prospettive per una cultura dei diritti dei minori, una formazione unitaria interdisciplinare allargata ai diversi operatori del settore, per un linguaggio comune ed una unità di intenti, la possibilità di creare sempre maggiori sinergie con i Tribunali e le Procure minorili, attraverso formazione, protocolli ad hoc e prassi comuni su tutto il territorio regionale.
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