di Luigi Pagano*
Corriere della Sera, 27 luglio 2021
E sempre più studiosi sposano la tesi "No prison": il "castigo" da solo non serve. Un argomento come il carcere meriterebbe di essere affrontato in seduta permanente da parte del Parlamento sino a che non si trovasse una soluzione al problema. Perché di problema si tratta e anche scottante, come sottolineò l'allora presidente Giorgio Napolitano quando l'Italia venne condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per trattamento inumano e degradante.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 luglio 2021
Se il carcere valesse la pena. Ogni detenuto "costa" allo Stato 154 euro al giorno, di cui solo 6 per mantenerlo. E appena 35 cent vengono usati per la "rieducazione" prevista dalla Costituzione. (In)efficacia del sistema nel libro degli economisti Giordano-Salvato-Sangiovanni.
Tutti ormai diventati esperti di vaccini, tutti a confrontare l'efficacia dell'uno o dell'altro soppesando la copertura rispetto alla recidiva variante Covid di turno. Giusto. Eppure lo stesso razionale approccio chissà perché non viene naturale applicarlo all'evidenza statistica del mondo delle carceri, dove lascia totalmente indifferenti il fatto che chi espia la pena tutta e solo in carcere torni a delinquere nel 68 per cento dei casi, contro il 19 per cento di chi invece la sconta in parte in misure alternative al carcere.
di Liana Milella
La Repubblica, 27 luglio 2021
La ministra porta al premier una bozza della norma chiesta dai 5Stelle per garantire la conclusione di tutti i processi di mafia. Fi insiste per inserire modifiche su abuso d'ufficio e corruzione. Il team Draghi-Cartabia scandisce le mosse sulla giustizia per portare a casa la riforma del processo penale. Da oggi a venerdì, quando è previsto l'approdo in aula alla Camera, il percorso sarà irto di ostacoli. Non se lo nascondo il premier e la ministra della Giustizia negli oltre 60 minuti di colloquio a palazzo Chigi. Entrambi hanno "trattato" per tutta la giornata con i grillini di Giuseppe Conte da una parte, ma anche con Forza Italia dall'altra.
Perché i fronti aperti sulla giustizia non solo più uno solo, le aperte contrarietà di M5S sulla riforma, ma due. Si è aggiunta la fortissima pressione del partito di Berlusconi che vuole cambiare le regole dell'abuso d'ufficio, "per tutelare i sindaci e gli amministratori pubblici" come dice il coordinatore Antonio Tajani. Ma anche per modificare le figure del pubblico ufficiale e dell'incaricato di pubblico servizio, con un'immediata ricaduta su tutti i reati di corruzione. Al punto che, alla Camera, si è aperta la "caccia a quale processo" (magari dello stesso leader di Fi Berlusconi) potrebbe essere favorito da una modifica del codice penale che si applicherebbe ai dibattimenti in corso.
Cartabia mette sul tavolo preoccupazioni e passi avanti. La Guardasigilli porta la prima bozza del possibile emendamento da presentare al neo leader di M5S. Se Giuseppe Conte chiede di garantire la conclusione del processo per tutti i reati di mafia, la via è quella di cambiare il comma 8 dell'articolo 14 della riforma, laddove è indicato che i reati da ergastolo non rientrano tra quelli che devono rispettare le regole dell'improcedibilità. Ecco l'emendamento che assegnerebbe una vittoria a Conte. In quel comma, spiega Cartabia, rientrano i reati di mafia, dall'estorsione al voto di scambio, ma anche altri reati gravi che verrebbero graziati. È un lavoro difficile, su cui si stanno misurando i tecnici della Giustizia e di palazzo Chigi. Cartabia sa che da M5S arrivano altre richieste, spostare la data da cui parte il conteggio per i processi d'Appello, nonché quella dell'entrata in vigore per i reati gravi. Oggi Conte incontra i deputati M5S, e sul tavolo ci sarà se l'accordo è una vittoria o una sconfitta. Fiducia compresa.
Draghi e Cartabia sanno bene però che nel centrodestra c'è allarme per le modifiche. Ritenute una concessione eccessiva e immotivata. Di mattina sbuffa Maria Elena Boschi, ma a sera Renzi dice che Iv voterà la fiducia su "tutto ciò che ci porta lontano dalla riforma Bonafede". Ma Enrico Costa di Azione twitta che "non è credibile il ritorno al fine processo mai", mentre Giulia Bongiorno, la plenipotenziaria di Salvini, dice "vogliamo leggere ogni minima modifica, non firmiamo nulla a occhi chiusi". Forza Italia è in subbuglio.
Ma un Draghi dialogante ripete a Cartabia che la riforma va chiusa i primi di agosto. La fiducia è a disposizione. La proposta del Pd sull'entrata in vigore - il lodo Serracchiani - è accettabile. Il Csm, come annuncia il vice presidente David Ermini, darà il suo parere prima del voto. Ma adesso a Draghi e Cartabia sono giunti i segnali di "guerra" su abuso d'ufficio e corruzione. Il fronte aperto a sorpresa da Fi che unisce centrodestra e renziani.
Il protagonista della battaglia è Pierantonio Zanettin, avvocato, ex laico del Csm, capogruppo in commissione Giustizia, e pure cognato del noto avvocato Franco Coppi. È sua Zanettin la mina sulla riforma. Tre emendamenti riscrivono le regole dell'abuso d'ufficio, non esiste se il fatto commesso è "tenue", ma soprattutto la definizione di pubblico ufficiale e di incaricato di pubblico servizio, le figure chiave per tutti i reati di corruzione. Martedì 20 luglio Zanettin li presenta.
Il presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni di M5S venerdì li dichiara inammissibili. Lui rincorre al presidente della Camera Roberto Fico. Il plico arriva ieri. Oggi la decisione. Zanettin chiede che il "perimetro" della riforma si allarghi a questi reati. Cartabia condivide con Draghi il timore che ciò blocchi la legge. Fico deciderà oggi se il ricorso di Zanettin è ammissibile. Ieri sera ha detto: "Sulla riforma, dialogando, si può trovare un punto di caduta".
di Daniela Preziosi e Lisa Di Giuseppe
Il Domani, 27 luglio 2021
La trattativa governo-Cinque stelle sulla riforma dei tempi della giustizia penale fa passi avanti. Si tratta e non è detto che vada tutto liscio. Ieri la ministra Marta Cartabia ha incontrato il presidente Mario Draghi a palazzo Chigi. Martedì mattina Giuseppe Conte dovrebbe essere alla Camera a rassicurare i suoi. Lunedì pomeriggio fonti pentastellate di Montecitorio facevano sapere che l'apertura della ministra alla modifica dei tempi dell'improcedibilità per reati di mafia e terrorismo è stata molto apprezzata.
"Si sta trattando, speriamo che vada bene", viene spiegato. Da una parte Roberto Garofoli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e i funzionari della ministra. Dall'altra l'ex premier alla sua prima vera prova da leader e da capo dei gruppi parlamentari del M5s. Ieri ha ricevuto l'aiutino del ministro Luigi Di Maio: "Sostengo il lavoro che sta portando avanti Conte e sono certo che troverà una soluzione all'altezza delle nostre aspirazioni". Poche parole, ma indispensabili a calmare i parlamentari.
Però nella maggioranza resta maretta: Forza Italia e la Lega sono sempre più irritate da quello che considerano un cedimento al populismo giudiziario dei grillini da parte della ministra. In realtà non è così, o non precisamente. Gli emendamenti, approvati in consiglio dei ministri sul nuovo sistema di prescrizione e di improcedibilità già prevedevano un trattamento particolare per i reati puniti con l'ergastolo, quindi non soggetti al regime di improcedibilità. Non solo, processi di questo tipo vengono trattati con priorità già dall'ordinamento. Ma alcune voci dall'interno del ministero della Giustizia ammettono che la riforma "innovativa" e che ha subito trovato buona stampa, conteneva, ed è un eufemismo, qualche "sbavatura". La ministra se ne è accorta ascoltando l'ampio spettro delle critiche provenienti dal mondo della magistratura. Qualche indispensabile correzione sarebbe attesa anche dal Colle.
Il lodo Conte - Il nuovo testo che dovrebbe essere approvato dalla commissione entro la settimana, per poi andare in aula ed essere licenziato con un voto di fiducia, troverà il modo tenere fuori dall'improcedibilità, probabilmente grazie a una norma transitoria, anche altri processi "pesanti". Tra gli emendamenti proposti dal Pd (il lodo Serracchiani, ovvero l'"atterraggio morbido" della riforma, "l'appello allungato di tre anni anziché due per tutti i reati permettere agli investimenti sul sistema-giustizia di produrre effetti") e quelli di Leu (il lodo proposto da Federico Conte di Leu, ovvero nella fase di appello, in caso di condanna in primo grado la proroga del termine per reati di grave allarme sociale, inclusi quelli di corruzione con concussione, raddoppiata due anni in più, più altri due se necessario) una soluzione viene considerata a portata di mano.
Ma in realtà ieri in commissione Giustizia della Camera tutto si è rimesso in movimento. Nell'ufficio di presidenza, chi teme un fallimento dell'approvazione della riforma prima dell'estate - che è quasi sinonimo del fallimento tout court, visto che si tratta di una riforma indispensabile per il Pnrr - racconta della sensazione di svuotare il mare con una conchiglia.
Da una parte si fa un passo avanti, e la valanga di emendamenti presentati, in gran parte dei grillini, diventano circa 400 "segnalati" (quelli considerati importanti dalle forze politiche). Dall'altra però arriva un altro stop. Fratelli d'Italia, che si è vista respingere dal presidente della commissione gli emendamenti sul ridimensionamento del reato dell'abuso d'ufficio, fa ricorso al presidente della Camera Roberto Fico. E Forza Italia, di concerto, chiede l'allargamento del perimetro degli emendamenti.
Forza Italia minaccia - Attaccano divisi, colpiscono uniti. Per il Pd è solo "fuffa": il reato di abuso di ufficio è già stato svuotato, e soprattutto la riforma riguarda i tempi della giustizia. Fico promette "una valutazione squisitamente tecnica". L'ufficio di presidenza della commissione è aggiornato a stamattina. Ma se gli emendamenti fossero di nuovo respinti Forza Italia, FdI e anche Lega, con toni più sfumati, avvertono che non voteranno la riforma.
Del resto l'allargamento del perimetro del testo si vota in commissione, dove i due schieramenti sono sul filo. Ma se passasse, significherebbe ricominciare daccapo: istruttoria, audizioni, emendamenti. "L'ampliamento del perimetro è una boiata perché così si va a settembre. Lega e FI si assumeranno la responsabilità di andare contro il governo", sbotta Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione. "Così non si rispetta l'impegno posto dal presidente Draghi di chiudere entro l'estate".
C'è anche una guerra nella guerra. Quella di Pd contro Iv, e viceversa. Bazoli se la prende anche con la poca chiarezza di Italia viva, che a sua volta si scatena contro l'ostruzionismo dei Cinque stelle e l'accondiscendenza dei dem. Forza Italia, dinanzi all'eventualità che i grillini possano sbandierare la vittoria di un emendamento firmato dall'ex ministro Bonafede, quello su cui è andato a casa il governo Conte, minacciano sfracelli. Le opposte bandierine rischiano di mandare tutto all'aria.
Ma se le destre non sanno come uscire dall'angolo, anche per i Cinque stelle non sarà un pranzo di gala. La settimana durissima di Conte è cominciata ieri. Il futuro presidente del Movimento, che dovrebbe essere incoronato nel voto del 2-3 agosto, resta stretto fra la linea dura di Draghi, la necessità di segnare una presenza nella maggioranza, i malumori nei gruppi parlamentari e anche quello degli elettori. La sfida sulla riforma Cartabia ha già effetti nefasti sugli eletti: mentre lui e i membri della commissione Giustizia cercano di trovare un accordo, i gruppi sono percorsi da continue tensioni.
Da settimane, dopo il voto di fiducia dato obtorto collo al decreto Sostegni bis, una buona parte dei deputati grillini si è sentita tradita e quindi guarda con un certo malumore al nuovo corso del Movimento. "La semplificazione delle norme ambientali contenuta in quel testo andava contro i nostri principi", dice Giovanni Vianello, tarantino, che ha detto no al provvedimento e poi si è anche rifiutato di votare la fiducia immediatamente successiva. "Ormai siamo una replica della Dc, con la differenza che i democristiani queste cose le sapevano fare ed erano radicati sul territorio. Noi neanche quello".
Ma il grosso guaio è sulla riforma Cartabia: nei giorni scorsi in quasi trenta si sono detti pronti a negare la fiducia se il provvedimento non cambia in profondità. Le aperture del governo non sono ancora considerate abbastanza: anche le voci più moderate nel Movimento avvertono che limitarsi a un'eccezione per quei reati significherebbe non contemplare per esempio tutte le varianti aggravate che hanno dato origine a numerosi maxiprocessi in corso in tutto il paese. È complicato anche solo immaginare un punto di caduta che non apra crepe.
Tra oggi e giovedì Conte riceverà i parlamentari, divisi per commissione, per discutere incombenze, linee di programma e, naturalmente, la riforma della giustizia. Il fatto che nel pomeriggio di ieri sia sceso in campo anche un nome di rilievo come Di Maio, che raramente si espone su questioni interne del Movimento, dà la misura di quanto forte sia lo scontento. Di qui la necessità di una rassicurazione: "Serve unità interna, perché stiamo giocando tutti la stessa partita e stiamo remando tutti verso la stessa direzione. Scontri interni rischiano solo di allontanarci dai problemi del paese e indeboliscono il Movimento, dunque lavoriamo insieme, dialoghiamo e pensiamo a trovare soluzioni"
Resta il sospetto che alla fine quel che porterà a casa Conte dalla sua mediazione, qualunque cosa sia, possa bastare. Nelle ultime settimane i Cinque stelle sono andati troppo vicino a uno scontro interno insanabile tra i leader e il fondatore. Che infatti ha evitato di entrare nel dibattito per non creare ulteriori tensioni. Il ricordo dello scontro con Grillo, con il conseguente pericolo "fine di mondo" è ancora molto vicino, nessuno vuole tornare in quella situazione. Comunque vada, gli eletti si preparano a celebrare il successo del loro nuovo leader alla sua prima crociata, e poi a dare il via libera al testo.
di Nello Trocchia
Il Domani, 27 luglio 2021
Nella serie di errori e omissioni della direttrice se ne aggiunge un altro che imbarazza anche i vertici dell'amministrazione penitenziaria. Ha fatto accompagnare Cinzia Leone, una senatrice della repubblica, in visita al carcere, da Armando Schiavo, ex agente della guardia penitenziaria, presentato come suo compagno ed erroneamente identificato alla fine del tour conoscitivo come "autista della senatrice". Perché la direttrice, non indagata e non presente il giorno 6 aprile, ma che ha creduto alla tesi dei depistatori e ha detto che Lamine Hakimi era morto perché "strafatto", è rimasta al suo posto? A questa domanda la ministra Cartabia non ha mai risposto.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2021
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha compiuto ottant'anni. Unanimi sono stati, nei messaggi augurali, i convinti apprezzamenti per la sua figura e la sua opera. Parole ricorrenti: equilibrio, saggezza, autorevolezza, tutela incessante dei principi costituzionali, senso dello Stato e profilo morale alti. In sostanza, una guida forte riconosciuta come tale ben al di là delle formule di circostanza.
Questo Mattarella è lo stesso che il 23 maggio scorso nell'aula bunker del tribunale di Palermo ha pronunziato un intervento non rituale articolato su due principali passaggi. Primo: "La mafia esiste tutt'ora, non è stata definitivamente eliminata", nonostante "i grandi successi ottenuti" sul piano repressivo e su quello della diffusione di una coscienza non più succube dei disvalori mafiosi. Secondo: "O si sta contro la mafia o si è complici dei mafiosi".
Parole lucide e ferme, che devono valere come riferimento sicuro e imprescindibile. Sempre. Proiettandole anche sul dibattito in corso in tema di riforma della giustizia. In particolare sull'allarme circa i rischi che la nuova disciplina della prescrizione (alias improcedibilità) potrebbe comportare per la cancellazione di migliaia di processi relativi a delitti di mafia. Allarmi che ben si possono definire certezze se si considera che provengono anche da magistrati come Cafiero de Raho e Gratteri, la cui competenza e affidabilità sono di tutta evidenza.
E allora: per semplice dovere di coerenza con la valutazione di guida forte del paese da tutti espressa nei confronti del presidente Mattarella, che per favore si tenga concretamente conto delle sue indicazioni in tema di mafia nel discutere se introdurre aggiustamenti "tecnici" alla riforma Cartabia. Tanto più che le entusiastiche e sacrosante parole augurali sopra ricordate sono tratte dal messaggio del premier Draghi.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 27 luglio 2021
Giustizia. Ma rimangono molti ostacoli. "Colloquio preliminare" tra premier e guardasigilli a palazzo Chigi. La commissione screma gli emendamenti azzurri portandoli da 2 mila a 400. Il percorso della riforma della giustizia parte nel caos e si arresta subito.
Colpa di Fi che, spalleggiata dalla Lega, insiste per allargare il campo d'azione all'abuso d'ufficio, anche se con la giustizia penale di cui qui si parla non c'entra niente, trattandosi di diritto sostanziale. Dunque gli emendamenti azzurri in materia vengono dichiarati inammissibili dal presidente 5S della commissione Giustizia Perantoni ma i forzisti non ci stanno. Con una mano presentano ricorso contro l'inammissibilità al presidente Fico con l'altra chiedono di votare un "ampliamento" della materia trattata.
Se Fico, come è probabile, confermerà l'inammissibilità, si dovrà votare sull'ampliamento e la posizione di Iv è incerta. Ma il punto è che comunque il governo non potrebbe ignorare il problema posto da un partito della maggioranza e c'è chi paventa uno slittamento dei tempi dell'approvazione sino a settembre. La riunione dell'Ufficio di presidenza della commissione fa appena in tempo a scremare i circa 2 mila emendamenti portandoli a 400, poi si aggiorna a stamattina mentre premier e guardasigilli si incontrano per fare il punto sulla situazione in quello che palazzo Chigi definisce "un colloquio preliminare".
Sin qui la scena. Dietro le apparenze però la situazione è più complessa. Per tutto il giorno si moltiplicano voci su una trattativa serrata di Conte con Draghi e Cartabia che sarebbe a un centimetro dalla conclusione positiva. A sbloccare la situazione sarebbe la proposta dell'ex premier di escludere dal rischio di improcedibilità i reati di mafia. Mossa azzardata che dovrebbe poi passare sotto le forche caudine della Consulta, senza alcuna garanzia di passarle. Ma intanto la trattativa politica sarebbe sbloccata. Di Maio si espone: "Sostengo Conte. Bisogna lavorare per evitare che i responsabili di reati gravi come quelli di mafia restino impuniti". Nell'entourage dell'ex premier si allargano di più: "Stiamo aspettando di vedere il testo del governo".
Il Governo, cioè palazzo Chigi, smentisce. Nega ogni trattativa separata. Esclude che arrivi un testo prima della fine dei lavori della commissione e dell'approdo in aula, venerdì prossimo. Non significa che i colloqui, più o meno diretti, non ci siano. Ma nella situazione delicatissima che si è creata ammettere una trattativa specifica con i 5S significherebbe far saltare tutto. L'offensiva di Fi infatti risponde a due esigenze diverse: quella di mettere anche la propria firma in una riforma nella quale sin qui gli azzurri hanno avuto poca voce in capitolo ma anche e anzi soprattutto quella di "riequilibrare" il peso di Conte, ricordando a Draghi che in campo non ci sono solo i 5S. Anche Iv, del resto, rimane al coperto perché aspetta di capire quale sia il punto di caduta a cui mira il governo. Cioè, fuor di metafora, quanto Draghi e Cartabia intendano concedere a Conte e al suo Movimento.
L'equilibrio tra le opposte tendenze interne alla maggioranza è una delle incognite che andranno chiarite e sciolte nei prossimi giorni. L'altra è cosa voglia davvero il Movimento. La Spazza-corrotti aveva equiparato i reati contro la Pa e quelli di mafia, e proprio questo è il non detto del tentativo di mediazione. I 5S parlano di mafia ma probabilmente alludono anche alla corruzione. Il governo, l'ala destra della maggioranza e neppure il Pd sono però disposti a un arretramento che significherebbe rimangiarsi l'improcedibilità. Il Pd insiste comunque sulla propria proposta di norma transitoria per allungare i tempi sino a tutto il 2024. In ogni caso il governo non ha intenzione di arrivare oltre la pausa estiva. Se lo scontro tra le due anime della maggioranza o l'irrigidimento dei 5S sulla corruzione bloccheranno tutto, Draghi procederà d'autorità con la fiducia.
Il voto comunque arriverà prima del parere del Csm sul complesso della riforma. Dopo la richiesta di Mattarella di posticipare la riunione per discutere dell'intero testo e non solo della prescrizione, sul quale si era già espressa in modo molto critico la sesta commissione del Consiglio, il plenum è stato convocato per il 5 agosto. A quel punto, con l'accordo o con la forzatura di una fiducia al buio, la partita a Montecitorio dovrebbe essersi conclusa.
di Nicoletta Tempera
La Nazione, 27 luglio 2021
La Cassazione ha respinto il ricorso della brigatista, all'ergastolo per l'omicidio di Marco Biagi: "Può riallacciare rapporti con militanti". La pericolosità di Nadia Desdemona Lioce non è venuta meno in 18 anni di carcere. E non è per questo plausibile, per la brigatista assassina di Marco Biagi, un regime diverso dal 41 bis, in quanto è "attuale e concreta" la possibilità che la leader delle Nuove Br riallacci legami "con l'ambiente malavitoso". Una possibilità "che non potrebbe essere adeguatamente fronteggiata con il regime carcerario ordinario".
La Cassazione motiva così il rigetto del ricorso presentato dall'avvocato Carla Serra, legale della brigatista, contro la sentenza del tribunale di Sorveglianza di Roma che a novembre 2020 aveva avallato il provvedimento ministeriale per la proroga della detenzione della Lioce in regime di massima sicurezza al carcere dell'Aquila, dove sta scontando l'ergastolo per gli omicidi del giuslavorista Marco Biagi, ammazzato in via Valdonica, sotto casa sua, la sera del 19 marzo 2002, del consulente del ministero del Lavoro Massimo D'Antona e dell'agente della Polfer Emanuele Petri, ucciso in treno per sottrarsi a un controllo dei documenti. Quell'omicidio, il 2 marzo 2003, segnerà la fine della latitanza della Lioce e l'inizio della sua vita dietro le sbarre.
La Cassazione, in merito alla posizione della sessantunenne foggiana, al suo ruolo di "irriducibile" leader delle Nuove Br - Partito Comunista Combattente, elenca nel dettaglio, e fa propri, i motivi che hanno spinto il Tribunale di Sorveglianza a mantenere per la detenuta il regime di 41 bis. Un regime che "mira a contenere la pericolosità di singoli detenuti, proiettata anche all'esterno del carcere, in particolare impedendo i collegamenti dei detenuti appartenenti alle organizzazioni criminali anche di tipo terroristico tra loro e con i membri di queste che si trovino in libertà", spiega la Cassazione che sottolinea come "la motivazione adottata" dal Tribunale romano, "ha congruamente illustrato la posizione apicale assunta dalla ricorrente quale capo carismatico dell'organizzazione 'Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente' (...) secondo quanto già giudizialmente accertato nonché la sua posizione di 'irriducibile', mantenuta ferma in costanza del lungo periodo di detenzione, anche sottoscrivendo comunicati che ribadiscono l'attualità della lotta armata apprezzati dai militanti sia fuori che all'interno delle carceri". Rendendo concreto, in questo modo, "il rischio che la detenuta, in caso di ammissione al regime penitenziario ordinario e del conseguenziale allentamento dei controlli, riallacci, sfruttando il prestigio criminale acquisito, i rapporti con i militanti in stato di libertà, (peraltro riproponendo una condotta già tenuta in passato)".
Conclusioni a cui la Suprema Corte arriva in considerazione delle condotte poste in essere in questi anni di detenzione dalla Lioce e dalle risultanze investigative, sottolineando, ad esempio, "il trattenimento di missive scambiate con il Morandi (Roberto, uomo di fiducia della Lioce attivo su Firenze, complice nel delitto Biagi, ndr) ed altri brigatisti contenenti espliciti riferimenti alla riorganizzazione del gruppo terroristico e al supporto di altre organizzazione internazionali nella radicata convinzione della necessità di portare avanti la lotta armata contro le istituzioni dello Stato, pur nel mutato contesto sociale". E poi elencando le manifestazioni "di sostegno e di supporto alle Brigate Rosse da parte degli ambienti più oltranzisti e di fiancheggiatori del terrorismo armato", rivolte in questi anni alla Lioce e da lei apprezzate. La Cassazione, rigettando il ricorso, ha anche condannato la brigatista al pagamento delle spese legali e di un'ammenda da 3mila euro.
di Carlo Galli
La Repubblica, 27 luglio 2021
La giustizia "fai da te" sembra ammiccare alle paure diffuse nella società ma in fondo è una resa davanti alla sfida di ricostruire le strutture pubbliche di una vita associata civile e democratica. "La difesa è sempre legittima". Sembra che non ci sia nulla di più ovvio di questo principio, enunciato da Salvini a commento e giustificazione della vicenda di Voghera, che ha visto un extracomunitario ucciso da un assessore leghista, che ne era stato aggredito. E invece, anche al di là della valutazione dell'evento specifico, che spetta evidentemente alla magistratura, alcune considerazioni possono fare comprendere quanti problemi politici siano impliciti in quelle parole.
Al di là del fatto che la difesa può comportare un eccesso, proprio in quanto è affidata a una valutazione soggettiva, il punto è che il modello politico italiano ed europeo si fonda precisamente sul disarmo dei cittadini, sulla pacificazione dei conflitti e sull'attribuzione allo Stato del monopolio della violenza legittima: all'interno affidata alle forze di polizia, all'esterno alle forze armate. È nella dimensione pubblica, impersonale, formale, giuridica, oggettiva, che vengono tutelati i diritti individuali, le ragioni soggettive. Lo Stato moderno fonda la propria legittimità originaria sullo scambio fra protezione pubblica (della vita, della proprietà) e ubbidienza privata, sulla base delle leggi.
In quest'ottica, il possesso di armi da parte dei privati o è segno di grave disobbedienza, ossia di criminalità, o è visto come un'eccezione, che richiede giustificazioni speciali e permessi particolari, controllati e concessi dallo Stato. Non è certo un diritto, quindi. Il diritto, in quest'ambito, sta dalla parte dello Stato, non del cittadino. E l'autodifesa armata è in ogni caso un evento raro, da indagare con sospetto. Se fosse qualcosa di ovvio, di quotidiano, di normale, ciò significherebbe che l'efficienza e la legittimità dello Stato sono in crisi: che la società sta regredendo verso la giungla in cui ognuno è giudice di se stesso, che sta ritornando a quello stato di natura per fuggire il quale si è creato lo Stato.
E in tal caso sarebbe compito di una forza politica responsabile, all'altezza di un ruolo di governo, non certo accentuare il fenomeno, aggravandolo col legittimare l'autodifesa, come una pratica naturale. Al contrario, si tratterebbe di restaurare l'imperio della legge, di affermare non la sconfitta dello Stato ma la sua autorevolezza, di ristabilire le condizioni di una ragionevole sicurezza - che, tra l'altro, vanno ben al di là dell'ordine pubblico, e che si estendono anche alla sicurezza sociale e lavorativa (oltre che sanitaria) -. E ciò è tanto più vero nel caso di una forza politica di destra, il cui programma di "legge e ordine" non dovrebbe potersi rovesciare in "arbitrio e disordine", in una tutt'altro che rassicurante incertezza e in una diffusa insicurezza.
Si dirà che in quest'ambito, come in altri, la Lega interpreta la propria natura di destra secondo un modello americano, nel quale si mescolano Trump e National Rifle Association, la potente associazione dei produttori di armi da fuoco, ovviamente più che favorevole alla detenzione privata delle medesime. Ma proprio qui sta il problema. La Costituzione degli Stati Uniti protegge, con il secondo emendamento, il diritto dei singoli di portare armi; un diritto che anche di recente la Corte suprema ha affermato essere di pari rango rispetto alla libertà di religione e di parola. La politica, negli Usa, non disarma i cittadini. Il modello politico a cui si ispira è quello repubblicano del popolo in armi, un popolo in grado di difendere in prima persona la propria esistenza e la propria libertà - la guerra di indipendenza ha segnato profondamente la concezione americana della politica.
Un modello, quello americano, davvero affascinante, al quale, nonostante i molti gravi problemi cui dà origine, gli Usa non intendono rinunciare - al più, è realistico pensare che quel diritto possa essere ulteriormente regolamentato, non certo abolito. Un modello politico del tutto peculiare, quindi, e perciò inapplicabile in Europa, dove la politica con le sue istituzioni è stata pensata e organizzata come strumento per superare le guerre civili. Importarlo nel nostro contesto costituzionale, nella nostra civiltà giuridica, significa non avere la percezione storica e intellettuale della genesi e delle esigenze della nostra politica. E significa quindi collocarsi al di sotto delle esigenze di uno Stato democratico, i cui problemi non possono certo essere risolti con una populistica e privatistica giustizia "fai da te", che sembra ammiccare alle paure diffuse nella società ma che in fondo è una resa davanti alla sfida di ricostruire le strutture pubbliche di una vita associata civile e democratica. In cui i cittadini abbiano il diritto di vivere sicuri senza portare le armi.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2021
Pubblicata la Relazione della Commissione Castelli. La Ministra della Giustizia Cartabia effettuerà le sue valutazioni e una sua sintesi. Pronta la Relazione finale sulla magistratura onoraria. Presieduta da Claudio Castelli, Presidente della Corte d'Appello di Brescia, la Commissione è stata costituita presso il Ministero della Giustizia con Dm del 23 aprile 2021, mentre i lavori sono iniziati il 7 maggio e si sono conclusi dopo 40 riunioni. Le conclusioni sono ora al vaglio della Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che effettuerà "le sue valutazioni e una sua sintesi".
La scelta di prendere come base il Dlgs n.116/2017, spiega la Relazione, deriva dal fatto che tale normativa "è stato il primo tentativo organico di dare una disciplina alla magistratura onoraria". Mentre è addirittura "superfluo" rappresentare "l'estrema difficoltà di intervenire" in una materia su cui oltre alle "oscillazioni normative" (dal giudice della terza età al magistrato semiprofessionale), si è creato un "forte contenzioso sia sindacale che giudiziario", fino alla recentissima messa in mora dell'Italia nella procedura di infrazione Europea del 15 luglio scorso che ha "inevitabilmente costretto la Commissione ad una rivisitazione del contenuto degli elaborati".
La scelta è quella di abbandonare il cottimo che "se può avere avuto elementi positivi sotto il profilo della produttività, ha anche facilitato distorsioni". Nel futuro, poi, la magistratura onoraria deve restare a termine e investire soltanto una parte del tempo di lavoro del professionista (9 gg al mese). Ma l'elemento "più complesso da affrontare", secondo la Relazione, è la "distinzione di status" tra magistrati di nuovo reclutamento e magistrati già in servizio, una distinzione che è stata "ulteriormente accentuata".
È infatti emerso che l'età media di un magistrato onorario è di 55 anni (59 per i giudici di pace, 55 per i g.o.t., 53 per i v.p.o., 58 per i giudici ausiliari in Appello). Non solo, ancor più rilevante è il dato della durata delle funzioni onorarie: poco più di 15 anni in media (19 anni per i giudici di pace, 15 per i v.p.o. e 12 per i g.o.t.). La riforma dovrà dunque muoversi in due diverse direzioni: tener conto di chi è già in servizio; e regolare l'assetto della magistratura onoraria del futuro favorendo l'accesso delle professionalità più giovani ma vietando la reiterazione dei contratti. La funzione di giudice onorario dovrà essere sempre di più un passaggio nella carriera del professionista legale.
Magistrati in servizio - La Relazione delinea un nuovo trattamento dei magistrati in servizio da più quadrienni per assicurare loro la conservazione dell'incarico in corso sino al conseguimento dell'età pensionabile (sino al limite massimo anagrafico incrementato da sessantotto a settanta anni, uniformandolo a quello dei magistrati professionali). E nell'intento di giungere a un regime di compenso "unitario e adeguato", la Commissione ha ritenuto "appropriato" un importo dell'indennità "non inferiore a 2.200 euro mensili netti (per 12 mensilità) per i magistrati onorari in servizio che abbiano scelto la fascia di maggiore impegno".
"Tale valore - spiega la Relazione - è stato ricavato facendo una comparazione con gli stipendi netti e lordi di alcune figure di responsabilità e prestigio dell'Amministrazione giudiziaria e con quello del magistrato di prima nomina". "È sicuramente vero - prosegue - che tutte le professioni comparate (funzionario, direttore, magistrato in tirocinio) riguardano attività esclusive ed a tempo pieno, ma oltre ad avere le maggiori garanzie del rapporto di lavoro pubblico e concernente l'attività dei magistrati onorari attività giurisdizionale e non amministrativa, va chiaramente detto che l'attuale trattamento che si propone tiene conto del lavoro pregresso prestato e che tale regime favorevole vuole essere anche a compensazione di esso".
Previdenza - Molto delicata poi la questione della tutela previdenziale. Data per pacifica, salvo che per i lavoratori dipendenti e per gli avvocati, l'iscrizione alla Gestione Separata INPS, per la Commissione, occorrerà verificare se tale iscrizione deve avvenire con le modalità di versamento della contribuzione previste per i lavoratori autonomi, e quindi con una contribuzione (allo stato del 25,98%) interamente a carico dell'iscritto o con le modalità previste a carico dei collaboratori che prevedono una contribuzione del 34,23 % di cui 2/3 vengono pagati dal committente e 1/3 dal collaboratore. Ciò non vale, peraltro, per i giudici onorari iscritti all'albo degli avvocati, che restano iscritti alla Cassa forense, e per i quali, quindi, i compensi percepiti come giudici onorari vanno a confluire nel coacervo dei compensi professionali, sui quali è commisurato il 15% di contributo soggettivo che gli avvocati sono tenuti a versare, in aggiunta al contributo integrativo del 4% riversato sui committenti.
Reclutamento - Una prima scelta, prosegue la Relazione, è già effettuata dal legislatore con l'art.11 Dl 9 giugno 2021 n. 80: privilegiare per la magistratura onoraria i giovani che avranno compiuto l'esperienza del funzionariato come addetti all'ufficio per il processo. A questa categoria in via gradata seguono quelle già delineate dal Dlgs n.116/2017, ovvero avvocati o notai con almeno due anni di professione o coloro che hanno concluso i tirocini formativi. Altro titolo di preferenza che viene aggiunto, peraltro in fondo, è l'aver riportato il Diploma delle scuole di specializzazione per le professioni legali che valorizza sempre i giovani che abbiano riportato una preparazione particolarmente qualificata. L'unico titolo di preferenza che è stato eliminato è l'esercizio pregresso di funzioni giudiziarie onorarie. Tale esclusione si fonda sulla necessità di evitare che si ricreino forme di precariato
Bandi - L'articolo 6 già prevede che il CSM debba provvedere ad individuare e pubblicare i posti ad anni alterni anche sulla base delle vacanze previste nei 12 mesi successivi. Il bando verrebbe emanato direttamente dal CSM e gestito dallo stesso fino alla redazione della graduatoria e all'ammissione al tirocinio.
L'indennità - La proposta di un'indennità fissa onnicomprensiva poi "pare quella che può dare migliori risultati, sempre se accompagnata da adeguate verifiche continuative". La somma indicata nel Dlgs n. 116/2017, € 16.140,00, tuttavia, "anche qualora venisse aumentata della parte variabile originariamente prevista ovvero del 15 o del 30%, arriverebbe a somme comunque molto limitate (€ 18.561,00 o € 20.982) e scarsamente appetibili per giovani laureati qualificati o per giovani avvocati che vogliono intraprendere questa esperienza professionale". Si tratterebbe di fatto di una indennità netta di € 1.100,00 al mese (per dodici mensilità). L'opinione della Commissione è che se si vogliono coinvolgere persone di qualità sia necessario riqualificare tale somma.
Assegnazione dei procedimenti civili e penali ai giudici onorari di pace nei tribunali - La Commissione ha affrontato poi il tema dell'utilizzo dei g.o.p. nei Tribunali. Il fil rouge lungo il quale si sono svolti i lavori è stato quello di garantire l'efficientamento degli uffici giudiziari che, così come per i magistrati onorari già in servizio, richiede la presenza anche della componente onoraria di nuova nomina nel settore penale. Le persistenti criticità evidenziate dai Presidenti di Tribunale e legate alle periodiche vacanze di organico ed ai carichi giudiziari, hanno consigliato di eliminare le preclusioni rigide di cui all'art. 11, autentica "norma capestro" che rende sostanzialmente quasi impossibile il ricorso al g.o.p., anche perché ancorate a valori statistici medi di difficile acquisizione.
- La tipica tolleranza italiana per i crimini commessi dalla classe dirigente
- Perugia. Si spara in carcere, in fin di vita agente della penitenziaria
- Sanremo (Im). Detenuto di 49 anni si suicida in cella
- Grosseto. Il carcere di via Saffi non è sovraffollato
- Rovigo. "Nessun sovraffollamento dietro le sbarre"











