di Domenico Quirico
La Stampa, 27 luglio 2021
Il veleno della tirannia estinta nel 2011 ha cercato di prosciugare anche il cuore della nuova fragile democrazia. Sì, è vero. C'è sempre una Tunisia da amare, piccolo tenace Paese stretto tra colossi dove ancora una volta la Storia tartaglia. Ma c'è da temere che la Tunisia da noi amata, quella dei gelsomini, della rivoluzione, di Mohamed Bouazizi, il martire con la sua carriola di verdura e di dolori, finisca con lo scomparire. Ogni anno, dieci sono armai scivolati via quasi tutti tetri, pesanti, da quei giorni memorabili, sembra portarsene via un po'. Nasce, l'altra, nei triboli, nei moti per la fame, nei colpi di mano dei politicanti: l'ultimo quello di un presidente Kaid Saied che non ha mai nascosto azzardose simpatie per la "democrazia diretta" come la chiama lui; che è, mediocremente, la vecchia cancrena araba del "raissismo", della guida suprema, che segue l'imperativo categorico "il popolo vuole". Che coincide con quello che vuole lui.
Condizioni immutate - Sta nascendo una non so quale Tunisia ove non riusciamo a trovare il posto di ciò che abbiamo amato. Ho viaggiato da poco nelle regioni interne che nessun padre della patria o dittatore ha mai aiutato a divincolarsi dalla miseria e dall'abbandono. Dove non ti assalgono certo le turibolate di profumo dei gelsomini. Con disperazione ho scoperto che era identica a quella attraversata nella primavera di dieci anni fa. C'erano esplicite, sfrontate, tutte le condizioni che resero quasi automatica la rivoluzione, come se i gestori di quella meravigliosa eredità l'avessero conservate in serra. Le strade, qui, si infilano come cicatrici di asfalto in terre di sublime tristezza, brulicanti di rabbia delusione disincanto, popolate di poveri. E ho urtato la domanda tremenda, formulata con voce insieme aspra e stanca, a cui non so rispondere: a che serve la democrazia se ha prodotto tutto questo? Forse non è davvero fatta per noi.
Una rivoluzione che non sa più far sognare, uccisa da una vana primavera, che ha prodotto uno Stato di fatto fallito e tenuto in piedi artificiosamente dagli elemosinieri internazionali non è forse una rivoluzione morta? Vien voglia di risponder sì, di rovesciare la delusione per il tradimento in una condanna senza appello, in astio e veleno. Forse è un errore.
La prima cosa che dovremmo fare, subito, noi dall'altra parte del mare, è gettar via gli occhiali con cui abbiamo fatto finta di guardare, sapendo che fornivano una immagine deformata, la Tunisia in questi dieci anni: le primavere arabe son morte... e poi un sospiro, meno male che c'è la Tunisia con i diritti delle donne, la costituzione, gli islamisti illuminati, le elezioni... ci serviva per far gli occhi dolci a governanti sciagurati che venivano utili per le solite sgangherate e efferate collaborazioni anti-migranti.
Di nuovo in mare - Dopo dieci anni guardate: i soldati di nuovo nelle strade, e i migranti, tunisini, che salpano sulle vecchie carriole, 13 mila solo nel 2020; parlamento e ministri cacciati, sospesi, da un infastidito tratto di penna del Palazzo di Cartagine, come ai tempi di Ben Ali e della parrucchiera. E poi il contrabbando che per i poveracci ha preso il posto della economia; e la solita burocrazia dei pascià, sterminata, incapace, accidiosa che si è gonfiata per tener buona la rabbia sociale; e un parlamento fatto di risse manesche, chiacchiere infinite, complotti ridicolmente bizantini. E "Ennadha", il partito di ex terroristi islamici con in testa l'infido manovratore Ghannouci che si travestono da ipocriti difensori della democrazia contro il "golpe" presidenziale. Loro che molto hanno fatto per ucciderla in culla e screditarla, la democrazia, costruendo un potere di clientele e affarismo e contemporaneamente, occulto, un contro-Stato negli apparati di sicurezza pronto a gettare la maschera al momento opportuno. Attorno a questi ipocriti una miriade di partitini e camarille che sono poco più di un supporto di clientelismi e traffici nauseabondi. Ultimo arrivato l'esplicito populismo controrivoluzionario di Abir Moussi, antico caudatario di Ben Ali, che abbaia il vecchio motto del "quando c'era lui...". Il tragico è che gli hanno dato motivo di sembrare convincente. Di non diversa stoffa il populismo del tele-milionario Nabil Karoui, il solito antipolitico che viene fuori, sotto tutte le latitudini, nel naufragio delle democrazie dei compari.
Il veleno della tirannia - Come il sale un tempo sparso sul terreno delle città sconfitte perché nulla germogliasse più, il veleno della tirannia estinta nel 2011 ha cercato di prosciugare anche il cuore della nuova fragile democrazia. Sì, la democrazia nascondeva un vizio, una imperfezione che nessuno ha rimediato: gli uomini che avevano il compito di farne buon governo quotidiano non erano all'altezza. E qui forse sta la speranza: le rivoluzioni hanno corsi sotterranei, andamenti silenziosi e imprevedibili; spariscono e noi con poca fede le diamo per defunte. Dieci anni gettati via, forse, sembrano troppi. Irrimediabili. Ma se fossero, mai domati, caparbi, la premessa di un nuovo capitolo? Avenue Bourghiba è lì, come dieci anni fa: da riconquistare
di Liana Milella
La Repubblica, 26 luglio 2021
Dal governo disponibilità sulla proposta del leader del Movimento 5S. Sarà eliminato il termine di prescrizione sui delitti dei clan e dei terroristi. Si può fare. I processi di mafia e terrorismo potranno durare tutto il tempo che serve. Per la Guardasigilli Marta Cartabia e per il premier Mario Draghi questo è possibile. I reati di mafia, come chiede il presidente di M5S Giuseppe Conte, possono uscire dalla gabbia della improcedibilità.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 26 luglio 2021
Com'era prevedibile, il progetto di riforma della ministra Cartabia ha provocato una rapsodia di critiche di una parte della magistratura, che ha agitato lo spettro dell'impunità di terroristi e mafiosi. La sesta commissione del Csm, a maggioranza, ha sparato a zero sulla improcedibilità dei giudizi troppo lunghi, ed è stata giustamente bacchettata da Mattarella che l'ha considerata quantomeno intempestiva. Gli avvocati, dal canto loro, hanno accusato il progetto di eccessiva timidezza. Senofane diceva che ognuno si dipinge gli dei a propria immagine, e che se un triangolo potesse pensare descriverebbe Dio fatto a triangolo. I pm e i difensori vedono la realtà giudiziaria attraverso la lente deformante dei propri pregiudizi.
di Davide Varì
Il Dubbio, 26 luglio 2021
Non sarà la riforma della giustizia a mettere a rischio il governo. A scandagliare fonti parlamentari del Movimento 5 Stelle emerge, questo sì, un diffuso malpancismo sui punti che riguardano la prescrizione, ma anche la consapevolezza che non ci sono le condizioni per lanciare "aut aut". D'altra parte anche la ministra delle Politiche Giovanili, Fabiana Dadone, ha aggiustato la mira rispetto alle dichiarazioni in cui parlava esplicitamente di dimissioni dei ministri M5s dal governo, se non si fosse trovata la quadra nella maggioranza. "Sono stata fraintesa, non è nel mio stile minacciare alcunché", ha dichiarato.
Il punto è che l'autorizzazione a porre la fiducia sulla riforma, chiesta e ottenuta dal premier Draghi al Consiglio dei ministri, ha ribaltato il tavolo delle trattative, mettendo in difficoltà gli eletti Cinque Stelle. Che continuano, nella stragrande maggioranza a dirsi contrari alle nuove norme sulla prescrizione, ma fra i quali sono pochi quelli che arriverebbero all'estrema ratio di sfiduciare il governo. "Non si vedono barricate in allestimento", spiega una fonte parlamentare M5s bene informata: "Sono dieci, forse 15 gli eletti che non voterebbero la fiducia. Non di più". A riportare i Cinque Stelle a più miti consigli sarebbe stata la mossa di Draghi sulla fiducia, dunque. Ma non solo. Ha pesato, spiegano ancora fonti parlamentari Cinque Stelle, anche la posizione del Partito Democratico. "La riforma della Giustizia è fondamentale per riuscire a finalizzare bene tutti i fondi europei del Pnrr", dice il segretario del Pd Enrico Letta: "Noi abbiamo fatto in queste ore il lavoro necessario, e lo continueremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni, per trovare i necessari aggiustamenti per arrivare a un'intesa la più larga possibile. Dopodiché il governo credo che metterà la fiducia perché è importante che questo provvedimento arrivi a un'approvazione della Camera prima della pausa estiva. È fondamentale perché noi dobbiamo dare all'Europa, che ci ha dato tantissimi soldi, la dimostrazione che siamo seri nel fare le riforme. Se non facessimo una riforma della Giustizia, credo che sarebbe una mancanza di serietà assoluta. Dobbiamo impegnarci in questa direzione".
In ogni caso, Letta si mostra tranquillo, dice che "il governo non scricchiola" e sottolinea che "di fronte a passaggi complicati" come quello della riforma della giustizia, "è naturale che ci siano delle discussioni". Il Partito democratico plaude, quindi, a una riforma "coraggiosa e innovativa" che "affronta questioni irrisolte da tempo", dice la capogruppo alla Camera. Non ci si nasconde, certo, che sul tema della improcedibilità "serve un intervento", ma da qui a evocare dimissioni di massa ce ne passa: "Credo che in questa fase ci voglia calma ma anche la consapevolezza che siamo a uno snodo epocale".
Il terzo e, forse, decisivo elemento ad aver raffreddato gli animi dei Cinque Stelle è stato quello del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in una lettera inviata al vicepresidente del Csm, David Ermini, ha invitato a rallentare e ripensare l'iter del parere-stroncatura sulla riforma, il cui approdo al plenum del Csm era previsto per la prossima settimana. Per il Capo dello Stato, il Consiglio deve pronunciarsi sull'impianto complessivo della riforma Cartabia e non sulla sola improcedibilità. Nonostante questo, pronosticano fonti parlamentari del Pd, i malumori e le fibrillazioni nella maggioranza non finiranno con il voto sulla riforma: la tesi è che alla base delle dure prese di posizione dei Cinque Stelle - ma anche della Lega e d'Italia Viva - ci siano le imminenti elezioni d'autunno nei comuni. Non si spiegherebbe altrimenti perché mai "dopo aver taciuto in Consiglio dei Ministri sull'autorizzazione a porre la questione di fiducia" sulla riforma della Giustizia, "il Movimento arrivi a parlare d'ipotesi dimissioni".
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 26 luglio 2021
Le posizioni dei 5 Stelle sui procedimenti giudiziari e della destra sull'immunizzazione: al fondo un'identica avversione per le condizioni che consentono a una società di essere libera. Apparentemente non hanno nulla in comune la volontà dei 5 Stelle, affiancati da certi settori della magistratura, di difendere l'imprescrittibilità dei procedimenti giudiziari e la campagna della destra contro l'obbligatorietà dei vaccini. Eppure, al fondo, si scopre un'identica ostilità per le condizioni che consentono a una società di essere libera, un'identica incomprensione di come si possa alimentare un regime di libertà. Non è solo colpa dei politici suddetti, sia chiaro. È, indubbiamente, un effetto del meccanismo democratico: quei politici rappresentano (al peggio o al meglio, giudicate voi) settori della società che nutrono la stessa ostilità e la stessa incomprensione.
di Giorgio Meletti
Il Domani, 26 luglio 2021
Messa alla prova del quotidiano esercizio del potere, Marta Cartabia, ministra della Giustizia dal 13 febbraio scorso, si è infilata in un tale dedalo di contraddizioni e balbettii da incarnare il fallimento di un audace esperimento: partita ciellina, non è riuscita a diventare gesuita per meglio servire le sue ambizioni politiche.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 26 luglio 2021
Per la riforma in Aula si annunzia il voto di fiducia, ma si teme che qualcosa non funzioni. Caro direttore, nel Consiglio dei ministri del 22 luglio si è discussa la riforma della giustizia (in aula il 30 luglio). Si annunzia il voto di fiducia, ma si teme che qualcosa non funzioni, per cui si apre a miglioramenti di carattere tecnico; sul nuovo testo si chiederà una nuova fiducia. Significa ammettere che nel progetto di riforma vi sono delle falle; e che sono seri gli allarmi, prima snobbati, sui tanti processi che possono andare in fumo, anche importanti, anche di mafia.
di Antonella Rampino
Il Dubbio, 26 luglio 2021
Ma cosa penserà Mattarella del Csm che ha appena espresso contrarietà alle linee-guida della riforma Cartabia? Cosa ne penserà chi svolge tra l'altro la funzione di presidente del Csm, e oltretutto notoriamente nutre stima e pratica il dialogo con l'attuale Guardasigilli, sin da quando sedevano nel medesimo Collegio di giudici costituzionali?
La domanda sorge per così dire spontanea, esattamente come parte non piccola della pubblica opinione si attendeva un monito dal presidente del Consiglio che stigmatizzasse i no-vax che si annidano e fan proselitismo anti-vaccinale proprio dai banchi del governo. Ma nel caso del Quirinale tutto è più complesso, per il ruolo di equilibrio istituzionale insito in quella funzione, oltre che per la delicatezza della materia. In poche parole, se è possibile e anzi altamente probabile che Sergio Mattarella faccia comprendere il suo pensiero circa l'indifferibilità di una riforma della giustizia cui del resto l'Europa ha condizionato l'erogazione dei vitali fondi Recovery, non ci si può invece attendere una esplicita presa di posizione a caldo.
Soprattutto, non su un pronunciamento di una Commissione dell'organo di autogoverno della magistratura. L'occasione per capire - o meglio: provare a decifrare - gli orientamenti del Quirinale è del resto dietro l'angolo: mercoledì prossimo è in agenda la "cerimonia del Ventaglio", l'annuale incontro con i rappresentanti dell'Associazione Stampa Parlamentare. Si tratta di uno dei due discorsi eminentemente e strettamente politici che il Capo dello Stato rivolge alla nazione e alla comunità delle istituzioni e dei partiti. Il motivo per il quale non è prevedibile - e nemmeno auspicabile che il Quirinale commenti, nemmeno in via informale, un pronunciamento del Csm risiede nel fatto che il capo dello Stato ha anche la funzione di presidente del Csm proprio perché fossero garantite al massimo livello possibile l'indipendenza e l'autonomia (che non son sinonimi) della magistratura dagli altri poteri, e cioè dal Parlamento e dal Governo.
Sergio Mattarella dunque, anche nei panni di presidente del Csm, svolge un ruolo ed adempie un dovere cardine dell'alta carica che ricopre: punto di equilibrio tra i poteri istituzionali. E, d'altro canto, non solo la "bocciatura" della riforma Cartabia è stata l'altro giorno operata non dal plenum del Csm (che il Capo dello Stato presiede, quando non delega a farlo il suo vice), ma è stata espressa per 4 voti su 6 dalla Sesta Commissione. Quella che ha come materie di competenza il contrasto alle organizzazioni mafiose e terroristiche, e che ha evidentemente raccolto e fatte proprie le obiezioni sollevate solo ventiquattr'ore prima - in audizione parlamentare- dal procuratore nazionale Antimafia e dal procuratore in prima linea contro la 'ndrangheta.
Se si considera poi che tra le funzioni costituzionalmente attribuite al Csm vi è proprio l'esprimere pareri sui disegni di legge governativi che riguardano l'amministrazione e io funzionamento della giustizia, è facile comprendere che quel pronunciamento della Sesta commissione, visto dal Quirinale, è solo una delle molteplici crune d'ago dalle quali la riforma Cartabia dovrà passare. E forse, si valuta dal Colle, dati i rapporti di forza in Parlamento dove il partito di maggioranza relativa è notoriamente sugli spalti, nemmeno la più perigliosa.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 26 luglio 2021
Tempo ed energia del legale, del pm, del giudice, dei testimoni, dei cancellieri. Tutto per i fiori che un padre ha portato sulle macerie che hanno sepolto e ucciso suo figlio.
Un fascicolo penale, un decreto penale di condanna per 4.550 euro, l'opposizione al decreto, il processo davanti al giudice, il pubblico ministero che mette assieme "documentazione varia", la lista dei testimoni da sentire da una parte e dall'altra, la sentenza di assoluzione e - adesso - le motivazioni del verdetto: "Non doversi procedere per particolare tenuità del fatto". Tempo ed energia del legale, del pm, del giudice, dei testimoni, dei cancellieri... Tutto questo - tenetevi forte - per i fiori che un padre ha portato sulle macerie che hanno sepolto e ucciso suo figlio. È stato il 21 maggio del 2018 e quelle macerie erano sotto sequestro perché scena di un crimine. Erano i resti dell'hotel Rigopiano, raso al suolo da una valanga il 18 gennaio del 2017: 29 morti e fra loro anche Stefano Feniello, 28 anni, figlio adorato di Alessio e Maria. Il giorno di Pasquetta del 2018 Alessio e Maria vedono in tivù e sui social gruppi di escursionisti che oltrepassano i sigilli ed entrano laddove a loro è sempre stato negato. Selfie, pallone, picnic, oggetti portati via come souvenir... "Allora siamo andati lassù a portare i fiori come gesto di risarcimento verso i morti per la vergogna di quella Pasquetta", dice Alessio. Che però quel giorno trovò i carabinieri a vigilare davanti ai sigilli.
Il brigadiere provò a fermarli ma "l'imputato si oppose con veemenza e la sua reazione - dice il militare al giudice - in quel frangente era comprensibile. Ho accompagnato la moglie a portare i fiori sulle macerie e l'ho riaccompagnata fuori con l'imputato che nel frattempo si era tranquillizzato". Domanda: era proprio necessario mandare avanti un procedimento del genere? La procura di Pescara ha chiesto e ottenuto per lei l'archiviazione per la tenuità del fatto.
Non poteva fare lo stesso anche per lui invece di imbastire un processo e chiedere tre mesi di reclusione e 100 euro di multa? La giudice, Marina Valente, l'ha assolto spiegando che sì, è vero, si sarà pur trattato "astrattamente" di violazione dei sigilli, ma il reato è stato generato da un "da profonda prostrazione e rabbia conseguente alla morte del figlio" e "l'azione non appare certo sintomatica di una particolare pericolosità". Lui voleva solo "vedere il luogo in cui ha perso la vita il figlio e sistemare un fiore sulla sua "tomba". Ecco. Come dice il brigadiere: comprensibile. Purtroppo non a tutti.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 26 luglio 2021
Il costituzionalista avverte: "Va tolta al Csm la funzione disciplinare, serve un organo terzo". Alla fine, a decidere sul putiferio in corso nel palazzo di giustizia di Milano sarà il Consiglio superiore della magistratura: giudici che giudicano se stessi, una sezione disciplinare dove spesso sembrano contare più le appartenenze di correnti che i torti e le ragioni. Ma è venuto il momento di togliere al Csm la funzione disciplinare: sarebbe una svolta epocale, e a proporla è Sabino Cassese, uno dei più importanti costituzionalisti italiani. Che intanto avverte i Procuratori: attenzione, il tetto vi sta per crollare sulla testa.
Professore, a Milano più di metà di una procura insorge in difesa di un pm di cui il capo della stessa Procura ha chiesto l'allontanamento. È un caso senza precedenti. Fin dove si possono spingere i poteri del capo di un ufficio inquirente? I pm non sono liberi per legge?
"L'articolo 107 della Costituzione dispone che il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull'ordinamento giudiziario. Questo vuol dire che le garanzie del pubblico ministero non sono direttamente stabilite dalla Costituzione ma vengono stabilite dalla legge. In secondo luogo, le garanzie di indipendenza necessarie per gli organi giudicanti non sono simili a quelle necessarie per gli organi dell'accusa, le cui decisioni sono comunque sottoposte al giudizio della magistratura giudicante. Le implicazioni di queste due premesse mi paiono chiare".
Storari ha consegnato i verbali di Amara a Davigo sostenendo che di fatto gli veniva impedito di indagare. Ma in base alla Costituzione l'azione penale non sarebbe obbligatoria?
"Non conosco gli atti e ho una conoscenza sommaria dei fatti, come noti attraverso la stampa. I verbali erano atti riservati della procura e non dovevano circolare.
A giudicare Storari, di cui il pg della Cassazione ha chiesto il trasferimento cautelare da Milano e dalle funzioni, sarà lo stesso Consiglio superiore della magistratura di cui fanno parte consiglieri il cui nome compare negli stessi verbali di Amara. Come si esce da questo cortocircuito?
"In casi di questo tipo, i principi del diritto richiedono un obbligo di astensione di tutte le persone che abbiano conflitti di interessi".
Non sarebbe il momento di portare la funzione disciplinare fuori dal Consiglio della magistratura, in modo da impedire che a giudicare siano a volte i colleghi di corrente degli accusati?
"La funzione disciplinare dovrebbe essere comunque rimessa ad un organismo terzo, per assicurare indipendenza e imparzialità non solo rispetto al poter esecutivo, ma anche nei confronti del corpo della magistratura. Al di là di ciascuno dei singoli passaggi di questa vicenda, due considerazioni generali vanno fatte. La prima è che la declinazione dell'indipendenza in termini di autogoverno è stata errata fin dall'inizio (e duole dire che fu Lodovico Mortara a parlarne per primo, ancor prima della Costituzione). La seconda è che sarebbe consigliabile un maggior self-restraint del corpo dei procuratori, per salvaguardare l'ordine giudiziario, che altrimenti corre il rischio di vedersi precipitare il tetto addosso".
Davigo aveva il diritto di ricevere quei verbali informalmente?
"Non so se si possa parlare di un diritto di ricevere, mentre mi sembra abbastanza chiaro che vi era un obbligo di riservatezza di colui che ha consegnato".
- Antonio Balsamo: "Buona riforma, in Canada ha funzionato. Ma servono soldi e magistrati"
- Caiazza: "Sui processi per mafia si fa il gioco delle tre carte. Imputati sempre detenuti"
- Napoli. Aurelio ha il cancro e fa chemioterapia, per lo Stato deve morire in carcere
- Firenze. Nuove attrezzature per la palestra del carcere di Sollicciano
- Gorgona (Li). Un'isola-carcere ancora attiva











