di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 dicembre 2021
La ministra della Giustizia firma il protocollo d'intesa: rinnovata per altri quattro anni la "Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti". Rinnovata per altri quattro anni la "Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti". Il protocollo d'intesa tra il ministero della Giustizia, l'Agia e Bambinisenzasbarre Onlus è stato firmato dalla ministra Marta Cartabia, dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza Carla Garlatti e dalla presidente dell'associazione Lia Sacerdote, nella sede del Dicastero di via Arenula.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 17 dicembre 2021
L'obiettivo: evitare il "bipolarismo forzato" tra i consiglieri. Il confronto con i partiti. Il prossimo Consiglio superiore della magistratura sarà più numeroso, 20 componenti togati e 10 laici com'era fino al 2002. È la scelta illustrata ieri dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia ai partiti di maggioranza, per superare le perplessità sulla sua precedente proposta e portare la riforma dell'organo di autogoverno dei giudici al prossimo Consiglio dei ministri, come richiesto a Palazzo Chigi. Poi la partita si sposterà in Parlamento, dove la ministra conta di "trovare punti di convergenza sulle questioni aperte" vista l'urgenza - sottolineata dal capo dello Stato Mattarella e condivisa dal premier Draghi - di varare le modifiche prima del rinnovo del Csm fissato a metà 2022.
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 17 dicembre 2021
Il ministro: "Lavoriamo per carceri, che aiutino a dare una seconda occasione". È stata rinnovata per altri quattro anni la "Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti". Il protocollo d'intesa tra il Ministero della Giustizia, l'Agia e Bambinisenzasbarre Onlus è stato firmato dalla Ministra Marta Cartabia, dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza Carla Garlatti e dalla presidente dell'associazione Lia Sacerdote, nella sede del Dicastero di via Arenula.
La 'Carta', prima nel suo genere in Italia e in Europa, riconosce il diritto dei minorenni alla continuità del legame affettivo con i genitori detenuti e mira a sostenerne il diritto alla genitorialità. Il protocollo prevede che le autorità giudiziarie siano sensibilizzate e invitate ad una serie di azioni a tutela dei diritti dei figli minorenni di persone detenute.
di Liana Milella
La Repubblica, 17 dicembre 2021
Aumentano i consiglieri laici e togati, ma la legge elettorale conterrà il sorteggio se i candidati sono pochi e 4 seggi, cioè il 20%, per i "migliori terzi" in lista. M5S verso il via libera perché viene confermato l'impianto dell'ex ministro Bonafede. Il Pd vuole garanzie sulla parità di genere. Bongiorno: "Non m'interessa il sistema elettorale, sorteggiamo chi si candida".
Ci siamo quasi. La riforma del Csm, come chiede Marta Cartabia, approderà a palazzo Chigi prima di Natale. Ed è proprio nel palazzo del governo che la ministra della Giustizia conclude una lunga giornata di incontri con la sua maggioranza. Politicamente, siamo alla soddisfazione del Pd sulla legge elettorale che dovrà garantire la parità di genere nel futuro Csm, ma anche al sostanziale via libera di M5S perché la stretta sui magistrati in politica, le cosiddette porte girevoli, sarà netta. E potrebbe consentire di attenuare la contrarietà di Lega e Forza Italia sull'assenza del sorteggio come futura legge elettorale del Csm. Per dirla con le parole di Giulia Bongiorno, la responsabile Giustizia della Lega, "il sorteggio dev'essere preliminare, perché m'interessa chi eleggi, non come lo eleggi, in quanto qualsiasi meccanismo, con le correnti di mezzo, non risolve nulla".
di Maurizio Patriciello
Avvenire, 17 dicembre 2021
Voleva riprendere in mano la sua vita, ritornare indietro, uscire dalla gabbia. Era stanco di nascondersi, fuggire alla vista delle forze dell'ordine e dei nemici. Aveva paura di essere ucciso o di finire in galera. Sapeva bene che i capi non glielo avrebbero permesso. Da quella trappola non te ne esci a cuor leggero: sai tante cose, conosci nomi, parentele, alleanze, situazioni, misteri che, tante volte, sfuggono agli stessi inquirenti. Sapeva tutto il povero pusher del rione Sanità, ma non ce l'ha fatta a continuare: "Ho sbagliato, mi pento, prometto che sto zitto, ma lasciatemi andare". Niente da fare, 'quelli' non perdonano. La camorra, con i suoi mille addentellati, è anche questo. Gli affiliati si chiamano 'famiglia', si baciano sulle labbra, si giurano fedeltà mentre tra essi regnano diffidenze, cinismo, invidie, tradimenti.
Tu sei solo una pedina e in quanto tale sarai gettata ai rovi quando non servi più. Una pedina guardata a vista quando ti fai venire gli scrupoli di coscienza, ti commuovi, t'intenerisci. Tu devi obbedire ai capi, e basta. Devi dare dimostrazione di essere all'altezza della situazione; devi pretendere il rispetto dagli amici, dal quartiere, dai parenti, dai nemici. Devi essere attento, guardingo, svelto, in grado di far fronte a eventuali agguati. Devi sapere, soprattutto, che, qualsiasi sia il tuo ruolo, fosse anche marginale, sei entrato a far parte di un sistema.
Che ti tiene in pugno. Ma lui, il povero pusher pentito, da quella gabbia voleva uscire a ogni costo. Si sentiva oppresso, schiacciato, condannato a morte. Voleva vivere. Magari fare la fame, ritornare a comprare scarpe e vestiti sulle bancarelle dei mercati rionali, abitare nei vecchi, umidi bassi, ma con dignità. Lo aveva chiesto ai capi, li aveva pregati, implorati. Ma loro, i capi, questo non potevano permetterlo. La sua uscita avrebbe procurato una falla che a tutti i costi non si doveva aprire. Era diventato pericoloso, il pusher trentunenne. E lo hanno punito. Colpirne uno, per terrorizzarli tutti. Gli hanno dato fuoco dopo averlo cosparso di benzina la sera del 6 dicembre scorso, nell'androne di un portone, nel popoloso quartiere Sanità. Disumani. Forse, chissà, sarà stato proprio uno di cui si fidava.
Uno che, però, pur volendo, non avrebbe potuto dire di no al capo. "Padre, ci credi che ti voglio bene?", mi chiese un giorno uno di questi figuri che ogni tanto passava a salutarmi. "Sì, ci credo che mi vuoi bene", gli risposi sorridendo e pensando di gettare tra noi un ponte di fiducia. E lui: "Eppure se 'quelli' mi ordinano di farlo, dovrò farlo... capisci? Non ti fidare di nessuno, padre, nemmeno di me...". E, con gli occhi bassi, si allontanò dalla chiesa. Lo guardai fin quando scomparve alla vista. Un brivido mi attraversò la schiena. Avevo capito. Gli ordini si eseguono. Il pusher, gravemente ustionato, è in ospedale. Questa storia maledetta dice molto più di quanto, a prima vista, si possa immaginare. Dice che, una volta cascato nelle grinfie della camorra è difficile, per chiunque, fare marcia indietro. Dice a noi, società civile, che non possiamo permetterci il lusso di prendercela con comodo, che bisogna fare in fretta, arrivare ai ragazzi prima di 'quelli'. Ci dice che occorre lanciare un potente salvagente a chi - e credo che non siano pochi - è pentito, vorrebbe mettersi in salvo, scappare via da una vita di finto benessere e di vero tormento, ma non osa, perché la paura di finire ammazzato lo pietrifica. Poveri ragazzi tra l'incudine e il martello. Occorre a tutti i costi gettare una rete di salvataggio a questi giovani pentiti, aiutarli a liberarsi dagli artigli dei loro aguzzini. E ridare loro la gioia di una vita finalmente normale e dignitosa.
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 dicembre 2021
Il ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario dovrebbe contenere una serie di previsioni per mettere fine a due aspetti controversi nella carriera dei magistrati: le porte girevoli con la politica e il meccansimo del collocamento fuori ruolo. Il più recente caso di magistrato prestato alla politica e poi ritornato a svolgere il suo ruolo, ma senza abbandonare la carica pubblica, è quello di Catello Maresca. La cosa è possibile secondo il testo unico sugli enti locali e il suo non è l'unico caso, ma la riforma dovrebbe renderlo impossibile. La questione del grande numero di fuori ruolo è stata recentemente sollevata con una interpellanza urgente al governo dal deputato di Azione, Enrico Costa, visti i dati sulla carenza di organico nei palazzi di giustizia e sulla mole di arretrato che appesantisce i tribunali.
Il testo scritto non esiste ancora ma dovrebbe venire presentato nei prossimi giorni. Tuttavia, il ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario dovrebbe contenere anche una serie di previsioni per mettere fine a due aspetti controversi nella carriera dei magistrati: la possibilità di candidarsi alle elezioni e di venire collocati fuori ruolo dalle funzioni requirenti o giudicanti per svolgere funzioni a uffici internazionali, oppure per diventare capi di gabinetto e funzionari nei ministeri. Entrambe queste possibilità sono previste dall'ordinamento ma le regole, considerate poco restrittive, hanno creato una zona grigia che ha generato eccessi e casi limite, con una commistione tra politica e magistratura che stride, in particolare dopo il caso Palamara.
I tanti casi Maresca - Il più recente caso di magistrato prestato alla politica e poi ritornato a svolgere il suo ruolo, ma senza abbandonare la carica pubblica, è quello di Catello Maresca. Il magistrato antimafia della corte d'appello di Napoli si è candidato come indipendente ma sostenuto dal centrodestra come sindaco della città, chiedendo d'aspettativa per svolgere la campagna elettorale. Già questa prima fase aveva generato polemiche: il suo nome è stato sui giornali come candidato per mesi, ma Maresca ha chiesto l'aspettativa solo con l'ufficializzazione della sua candidatura. Sconfitto dal candidato di centrosinistra, Gaetano Manfredi, Maresca è stato eletto in consiglio comunale e ha scelto di mantenere il suo seggio alla guida dell'opposizione a palazzo San Giacomo.
Contemporaneamente, però, ha anche chiesto e ottenuto di rientrare in magistratura e il Consiglio superiore della magistratura, che pure si è spaccato sulla decisione, lo ha designato come consigliere di corte d'appello civile a Campobasso.
A prevedere la possibilità che questo avvenga è il testo unico degli Enti locali del 2000, che prevede che un magistrato sia eleggibile a una carica amministrativa nel territorio in cui esercita la funzione solo se in aspettativa dal giorno prima della presentazione delle candidature. Una volta eletto, tuttavia, può chiedere di tornare in ruolo attivo e ricoprire entrambi i ruoli: quello di sindaco o di consigliere comunale e di magistrato.
L'unica limitazione riguarda la sede: una circolare del Csm prevede che debba essere assegnato "un posto vacante in un distretto vicino a quello dove esercita il mandato". Come nel caso di Maresca, a Campobasso. Davanti alla pioggia di critiche, soprattutto di una parte dei suoi colleghi magistrati, Maresca si è difeso dicendo di aver rispettato tutte le regole e che il suo non è certo l'unico caso di magistrato in ruolo prestato alla politica.
In passato, Gennaro Marasca è stato contemporaneamente assessore della giunta regionale campana di Antonio Bassolino dal 1994 al 1997 e consigliere di corte d'appello a Campobasso. La differenza rispetto a Maresca, però, è che all'epoca venne nominato assessore tecnico e non partecipò alla corsa elettorale.
Altro caso citato è quello di Nicola Graziano, che fu candidato sindaco e consigliere comunale ad Aversa nel 2005 e rimase in toga per un anno e mezzo dopo l'elezione facendo il giudice a Napoli. Lo stesso è avvenuto con Lorenzo Nicastro, che era pm a Bari e assessore all'Ambiente nella giunta regionale di Nichi Vendola. Giuseppe Adornato è stato pubblico ministero a Palmi e contemporaneamente assessore all'Urbanistica di Reggio Calabria nella giunta di centrodestra del 2003.
Elio Costa, che proprio con Adornato ha lavorato, è stato insieme sindaco di Vibo Valentia nel 2002 e sostituto procuratore generale alla corte d'Appello di Roma. Nicola Marrone è stato giudice a Torre Annunziata e assessore dal 2009 e sindaco dal 2013 nel vicino comune di Portici. Mariano Biranda è stato giudice a Sassari e candidato sindaco nella città per il centrosinistra nel 2019, oggi consigliere comunale e consigliere in corte d'appello penale a Torino.
L'attuale riforma dell'ordinamento giudiziario prevede che questa situazione cambi, regolando le cosiddette "porte girevoli" tra politica e magistratura. Il testo non è ancora disponbile, ma dal ministero è stato reso noto che i magistrati non potranno candidarsi nel collegio in cui è compreso in tutto o in parte l'ufficio giudiziario in cui hanno prestato servizio negli ultimi tre anni. All'atto dell'accettazione della candidatura dovranno essere posti in aspettativa senza assegni. Cambieranno anche le condizioni per poter tornare a indossare la toga al termine del mandato.
Le indicazioni della commissione di esperti nominati da Cartabia, che dovrebbero essere una sorta di bozza dell'articolato finale, prevedono che i magistrati non siano eleggibili a nessuna carica, comprese quelle comunali, se hanno prestato servizio nei due anni precedenti la candidatura in un ufficio giudiziario di quel territorio. Nel corso del mandato, invece, il magistrato deve rimanere collocato fuori ruolo e senza stipendio (ma il tempo vale ai fini pensionistici e di anzianità professionale). Quando rientra in ruolo, infine, non può esercitare l'incarico nella sede in cui si è candidato. I casi come quelli precedenti - Maresca compreso - non dovrebbero più essere possibili.
Anche adesso, per la verità, un divieto esisterebbe. Però è solo di natura disciplinare: l'articolo 8 del codice etico approvato dall'Associazione nazionale magistrati prevede che "nel territorio dove esercita la funzione giudiziaria il magistrato evita di accettare candidature e di assumere incarichi politico-amministrativi negli enti locali". Ma spesso i magistrati che scelgono di candidarsi prima di farlo si cancellano dall'Anm.
I fuori ruolo - Altro tema controverso all'interno della magistratura è quello dei magistrati fuori ruolo. Ovvero, i magistrati che chiedono di essere destinati a incarichi non giudiziari ma sempre all'intero della pubblica amministrazione, come nei ministeri, o presso autorità amministrative indipendenti come l'Anac, o ancora in progetti governativi di cooperazione internazionale all'estero. Attualmente, la collocazione fuori ruolo non può durare più di dieci anni complessivi e non dovrebbe riguardare più di 200 magistrati (anche se dal calcolo sono esclusi quelli che prestano attività presso organi costituzionali o di rilevanza costituzionale, come il Csm, la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale).
La questione del grande numero di fuori ruolo è stata recentemente sollevata con una interpellanza urgente al governo dal deputato di Azione, Enrico Costa, visti i dati sulla carenza di organico nei palazzi di giustizia e sulla mole di arretrato che appesantisce i tribunali. Non solo: Costa ha sottolineato come la presenza di un gran numero di magistrati dentro i ministeri (soprattutto quello della giustizia) e quindi nelle maglie dell'esecutivo inquini i rapporti tra poteri. Attualmente - gli elenchi pubblici sono aggiornati all'aprile 2021 - i magistrati fuori ruolo sono 161, più altri 42 presso organi costituzionali. Circa un centinaio di loro è distaccato presso il ministero della Giustizia.
La sottosegretaria alla Giustizia, Anna Macina, ha risposto a Costa specificando gli impegni del ministero a correggere il sistema. Da quanto è stato anticipato, il maxi emendamento governativo al ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario contiene la previsione di un taglio nel numero di fuori ruolo consentiti e anche della durata dell'esperienza. La commissione Luciani ha proposto, nel suo articolato, di introdurre una serie di vincoli, come l'intervallo di tre anni tra un incarico fuori ruolo e l'altro, il principio dell'"interesse dell'amministrazione di appartenenza" e un controllo per evitare conflitti di interesse. Il dettaglio, però, sarà probabilmente disciplinato nei decreti delegati al ddl.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 dicembre 2021
Ieri vertice coi partiti, via Arenula disposta a "trattare" con le varie anime del governo Draghi. Ci siamo quasi, anche se la meta definitiva è ancora lontana: la ministra della Giustizia Marta Cartabia presenterà la prossima settimana al Consiglio dei ministri i suoi emendamenti al ddl Bonafede sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario.
Alla fine degli incontri avuti ieri con le delegazioni dei partiti della maggioranza, e preceduti due giorni fa con quello con la presidente facente funzioni del Cnf Maria Masi, si è recata a Palazzo Chigi e ha ribadito con molta forza l'assoluta urgenza - già condivisa con il premier Mario Draghi in occasione dell'incontro del 7 dicembre scorso - che questa riforma arrivi in Cdm e possa procedere con il suo iter parlamentare quanto prima.
di Marco Grispigni
Il Manifesto, 17 dicembre 2021
La ricerca storica sotto indagine. Il gip rigetta in anticipo la richiesta di dissequestro presentata dalla difesa. Già militante della lotta armata, una volta scontata la sua condanna, Persichetti studia da anni come storico le vicende degli anni Settanta, pubblicando articoli e saggi. Ora lo si accusa di divulgazione di materiale riservato allo scopo di informare due dei partecipanti al rapimento di Moro. Peccato che i due "favoriti" dalla "divulgazione" sarebbero Lojacono e Casimirri già condannati all'ergastolo per il rapimento di Moro e l'uccisione della sua scorta.
Esistono altri Paesi oltre l'Italia, nel ricco e democratico Occidente, nei quali si possa sequestrare da più di sei mesi tutti i documenti, cartacei o informatici, compresi documenti familiari e relativi a questioni sanitarie, a un ricercatore accusandolo di voler favorire con notizie riservate due persone implicate nel rapimento di Aldo Moro e per questa vicenda già condannate in via definitiva all'ergastolo? Probabilmente no. Probabilmente questa incredibile situazione kafkiana fa parte di quella specificità tutta italiana quando in gioco ci sono la magistratura e il buco nero degli anni Settanta e della lotta armata.
Della incredibile vicenda che vede coinvolto Paolo Persichetti ci siamo già occupati alcuni mesi fa, quando tutto l'archivio dello studioso fu sequestrato. Ce ne siamo occupati con poche altre di quelle testate che tentano di ragionare intorno all'operato della magistratura senza un acritico sostegno. Ora dobbiamo ritornare sull'argomento perché la vicenda giudiziaria non è ancora finita. Teoricamente oggi il gip avrebbe dovuto pronunciarsi sulla legittimità del sequestro degli archivi di Persichetti, ma con un colpo di scena ha già accolto la richiesta di incidente probatorio rigettando quindi la richiesta della difesa di dissequestro dell'archivio, senza attendere l'udienza e quindi senza garantire alla difesa le sue prerogative.
Di che cosa è accusato e chi è Paolo Persichetti? La risposta a questa domanda contiene già alcuni elementi fondamentali per comprendere la vicenda che altrimenti sembrerebbe uscita da una pièce del teatro dell'assurdo. Persichetti fu un militante della lotta armata che una volta scontata la sua condanna invece di scomparire nell'oblio pretende di studiare come storico quelle vicende, oltretutto senza neanche far parte dell'accademia.
Per portare avanti i suoi studi, Persichetti legge e studia le carte processuali e quindi non può non confermare che della vicenda del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro si sa tutto; che quel mattino in via Fani non c'erano uomini della mafia o della ndrangheta, agenti israeliani o della Ddr. Legge e studia le carte processuali e interroga i membri del comando delle Brigate rosse, quelli disponibili a parlare, per comprendere, anche da un punto di vista tecnico e operativo, come un'azione talmente complessa e clamorosa fu gestita.
Ma gli studi di Persichetti non passano inosservati. Le sue mail, con le quali pone domande agli ex brigatisti sono intercettate; addirittura si analizza con certosina pazienza lo scarto fra le ipotesi iniziali e i testi finali delle pubblicazioni. Ed ecco la geniale intuizione della Procura: siamo di fronte a una lunga serie di reati che partendo dalla divulgazione di materiale riservato giungono fino alla fantasmatica accusa di far parte di una banda terrorista, costituita per il momento dal solo Persichetti. Caduta l'accusa più ridicola, quella della banda armata, con un classico nei comportamenti di una buona parte della magistratura inquirente italiana, si cambiano le accuse in corso d'opera e ora la divulgazione di materiale riservato avrebbe come scopo quello di informare due dei partecipanti al rapimento di Moro per possibili "responsabilità penali per fatti di reato ancora non completamente chiariti". Peccato che i due "favoriti" dalla "divulgazione" sarebbero Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri che per il rapimento di Moro e l'uccisione dei cinque uomini della sua scorta sono già stati condannati in via definitiva all'ergastolo. IL TUTTO È grottesco e inaccettabile. Resta, a fronte di questa incredibile situazione, anche un'altra domanda: che cosa sarebbe successo se gli archivi sequestrati fossero appartenuti a uno dei tanti professori universitari che si sono occupati del rapimento e dell'uccisione di Moro?
di Massimo Congiu
micromega.net, 17 dicembre 2021
È iniziato il processo in cui sono imputate 108 persone, tra agenti della Polizia penitenziaria e funzionari del Dap, per le violenze subite dai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, ad aprile dell'anno scorso. Gli imputati, di cui venti ancora agli arresti domiciliari, sono accusati a vario titolo di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell'omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine.
Proviamo un attimo a ricostruire la vicenda sulla base delle informazioni a nostra disposizione: è il 5 aprile del 2020 e tra i detenuti della struttura si diffonde la notizia di un caso di Covid-19 in carcere. Alcuni di loro, reclusi nel reparto Nilo, iniziano a percuotere oggetti contro le porte delle celle in segno di protesta, altri si rifiutano di far ritorno nei loro "alloggi", ma in sostanza gli animi si placano verso sera. Secondo quanto appreso, il giorno dopo arrivano sul posto circa 300 agenti sia interni che esterni al carcere. Tra essi un'unità speciale formata da agenti pronti a intervenire nel caso si riaccendesse la protesta. Il corpo speciale si chiama Gruppo di Intervento Rapido (GIR); la sua istituzione risale al mese precedente ed è motivata dalla necessità di fornire "attività di supporto agli interventi che dovessero rendersi necessari in ambito penitenziario regionale".
È in quella circostanza che si verificano le violenze: secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti grazie alle videocamere di sorveglianza e alle testimonianze delle vittime, gli agenti fanno irruzione nel reparto Nilo e lì si scatena la loro furia. Si parla di un pestaggio brutale e immotivato. A ciò si aggiunga che gli agenti avrebbero cercato di fabbricare prove false per giustificare il loro operato.
Il gip Sergio Enea ha definito l'episodio "un'orribile mattanza", e in effetti le riprese filmate dalle telecamere a circuito chiuso mostrano scene di violenza gratuita, di detenuti sottoposti ad abusi e umiliazioni da far rabbrividire. "Una mattanza di Stato", secondo il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, che con le sue denunce aveva contribuito a far aprire il procedimento e che ha deciso di costituirsi parte civile, assistito dall'avvocato Francesco Piccirillo.
Si tratta di una vicenda di estrema gravità che impone una riflessione sul sistema carcerario del nostro paese senza generalizzazioni e perniciose semplificazioni. L'articolo 27 della Costituzione attribuisce alla pena carceraria una funzione di recupero e riabilitazione del ristretto, ma in troppi casi le condizioni di detenzione sono insostenibili per problemi di sovraffollamento, di carenza quando non assenza di attività trattamentali e di igiene, giusto per menzionare le criticità forse più evidenti. Troppo spesso viene ignorato il criterio di qualità della pena e le carceri divengono una "discarica sociale" come afferma il garante Ciambriello.
L'episodio di Santa Maria Capua Vetere contribuisce a evidenziare il carattere esplosivo di questa situazione e verosimilmente impone di rivedere i criteri di selezione degli agenti di Polizia penitenziaria. Il processo si preannuncia complesso e sarà probabilmente lungo. Si dovranno accertare le responsabilità individuali anche nell'interesse dello stesso corpo da cui ci si aspetta collaborazione per amore di giustizia e per rispetto di sé.
Certo, la vita in carcere è dura, non solo per i detenuti ma anche per chi ci lavora, a maggior ragione nelle condizioni, spesso disperate, in cui versano diversi istituti di pena italiani. Questo però non giustifica l'orgia di violenza contro individui inermi mostrata dalle videocamere di sorveglianza: detenzione non deve significare privazione della dignità dell'individuo e questo sarà bene tenerlo a mente. Il pianeta carcere deve avere centralità nelle riflessioni e nei processi decisionali del mondo politico senza le tentazioni securitarie incoraggiate, sovente a scopo propagandistico, da certa destra che ama rivolgersi alla pancia delle persone. Del resto un paese che voglia dirsi civile non può permettersi un sistema carcerario inevitabilmente votato al fallimento e disumanizzante. Un sistema di cui, l'orrore di Santa Maria Capua Vetere è in fondo la punta di un iceberg. Si tratta di scegliere, e la scelta è tra civiltà e barbarie.
di Mary Liguori
Il Mattino, 17 dicembre 2021
Il "mondo alla rovescia" a Santa Maria Capua Vetere parte prima delle 9 di ieri quando i carabinieri si mettono a dirigere il traffico tra il parcheggio del carcere e il percorso verso le aule bunker. Una disposizione necessaria per gestire i numeri di un maxiprocesso che si profila lungo e articolato oltre che superaffollato. E che, inutile dirlo, si svolgerà a favore dei media.
Le telecamere, i fotografi, i cronisti tornano nell'aula bunker di Santa Maria Capua Vetere quasi 17 anni dopo i maxiprocessi Spartacus che sancirono l'esistenza dell'antistato a Caserta, quello dei Casalesi, e si dibatterono sotto l'attento occhio dei reporter. Questa volta, però, alla sbarra c'è un pezzo di Stato. Il mondo alla rovescia. E sono centotto gli imputati, tra agenti di polizia penitenziaria e funzionari del Dap, per i quali la Procura è pronta a chiedere il processo.
Un esercito di avvocati in fila davanti all'ingresso dell'aula bunker, un capannello di giornalisti, qualche sindacalista che, ancora e ancora, si mette a favore di camera per sottolineare che no, non è la Polizia penitenziaria sotto processo, ma solo "chi ha sbagliato" e che loro, gli agenti, son pronti a farsi "montare sul casco una webcam" in nome di una "trasparenza" nei reparti penitenziari che, allo stato, non è garantita manco dal codice identificativo sugli elmetti. Retorica a parte, scorre lento l'accesso all'aula.
Arrivano i sostituti procuratori Daniela Pannone e Maria Alessandra Pinto, poi il procuratore aggiunto Alessandro Milita che ha coordinato la delicata inchiesta delegata ai carabinieri. Solo qualche avvocato si ferma con i giornalisti accreditati, ovviamente, solo per l'area antistante l'aula bunker - l'udienza preliminare si svolge a porte chiuse - e che cercano commenti, ma né per i difensori, né per la Procura è il momento di parlare. Almeno non fuori dall'aula con la prima partita da giocarsi sulla proroga delle venti misure cautelari ai domiciliari per i poliziotti ancora detenuti. Il gup rigetta l'istanza per la sospensione dei termini di custodia cautelare e passa all'esame della richiesta di proroga delle medesime ordinanze ai domiciliari.
I tempi, è inevitabile, sono dilatati dai numeri imponenti del processo. Ed è evidente sin da subito. Solo l'appello - tra 108 indagati e 200 parti offese - richiede oltre un'ora, poi tocca alle aspiranti parti civili. Deciderà il gup il prossimo 11 gennaio chi ha titolo per la costituzione. Sono 54 le richieste. Oltre a una parte dei detenuti massacrati di botte il 6 aprile del 2020, e quindi che compaiono tra le parti offese, hanno presentato istanza per la costituzione l'Avvocatura di Stato, il Ministero della Giustizia, l'associazione Antigone, il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello e molte altre associazioni. Sin da subito, a ogni modo, le parti offese (tra le quali compaiono gli avvocati Mario Mangazzo e Rossella Luglio) hanno presentato eccezione annunciando che citeranno per il risarcimento dei danni anche il Ministero della Giustizia.
La camerale per discutere la richiesta di proroga delle misure cautelari in scadenza a fine mese si è protratta fino alle 18. Il gup ha respinto l'istanza di sospensione dei termini di custodia cautelare (avanzata dalla Procura in virtù del rinvio all'11 gennaio) e i difensori hanno eccepito rispetto alla eventualità di proroga anche per le misure interdittive, citando la norma. Nel collegio difensivo compaiono 150 avvocati e, tra gli altri, i penalisti Carlo De Stavola, Giuseppe Stellato, Vittorio Giaquinto, Angelo Raucci, Claudio Botti, Rossana Ferraro, Natalina Mastellone, Marco Varletta, Raffaele Costanzo, Mariano Omarto.
Il gup deciderà in merito alle proroghe la settimana prossima. Il 28 dicembre scadranno le venti misure dei domiciliari. Potrebbero passare il Capodanno da liberi, dunque, i dirigenti di polizia penitenziaria Anna Costanzo, Pasquale Manganelli e Pasquale Colucci, ritenuti dalla Procura tra i registi delle violenze e dei depistaggi, mentre per l'ex provveditore Antonio Fullone la sospensione sarà in vigore fino a marzo. L'11 gennaio il gup stilerà un calendario delle udienze: si terranno a cadenza settimanale ogni martedì.









