La Provincia Pavese, 16 dicembre 2021
Il Garante nazionale: il penitenziario di Pavia è abbandonato a sé stesso. "Impossibile essere visitati per mancanza di medici, manca personale educativo e per la mancanza di spazi agibili la maggior parte delle attività sono sospese".
Tre suicidi in un mese al carcere di Torre del Gallo, a Pavia. Il 3 dicembre, a pochi giorni dal terzo suicidio nel giro di un mese, la denuncia dell'associazione Antigone sull'impossibilità di entrare per una visita vista la contemporanea assenza della direttrice in carica (in congedo), della sostituta che ne fa le veci, del Comandante della Polizia penitenziaria e della sua vice. Ora lo stato di agitazione dei detenuti al carcere di Pavia e l'annunciato sciopero del carrello, che, secondo il Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà "sono giustificati dalle gravi criticità" che il Garante stesso ha rilevato in una visita all'Istituto proprio in questi giorni.
I detenuti hanno spiegato in un documento che la protesta - ora rientrata - e che consisteva nel rifiutare il carrello del vitto carcerario, arriva dopo mesi di segnalazioni senza risposte: le celle, spiegano, sono fredde, fredde le salette, i corridoi, le sale avvocati e le sale comuni. L'"abbandono strutturale", spiegano, si tramuta nell'impossibilità di effettuare corsi, attività sportive e ricreative e di effettuare i colloqui con i familiari "in un ambiente accogliente e dignitoso". Piove infatti dal tetto nel teatro (chiuso), nella palestra (chiusa), nella chiesa (chiusa), persino nella sala dei colloqui: gli incontri, spiegano i detenuti, si svolgono dunque da tempo in un corridoio. Sospesi anche i corsi, le attività ricreative: nel 2021, spiegano i detenuti, sono stati attivati corsi per 40 persone su 350. Inoltre, segnalano nel documento, non c'è stata nessuna comunicazione delle attività nelle bacheche e dunque "risulta incomprensibile il metodo di selezione dei partecipanti".
C'è poi il tema della salute, manca personale sanitario: "secondo la normativa del 2016 - si legge - dovrebbero essere in servizio 3 medici, un direttore sanitario, un vice e il medico di guardia, mentre esiste un solo medico per 700 detenuti. Noi detenuti non veniamo visitati se non per urgenze, nella maggior parte dei casi atti autolesionistici, e non si riesce mai ad andare alla visita medica segnandosi perché non ti chiamano". Questo significa stare "giorni e giorni in balia del dolore senza medicine", perché senza una visita gli infermieri non somministrano farmaci. Significano "8-10 mesi di attesa per una visita specialistica, l'oculista non è pervenuto nella struttura". Impossibile poi ottenere misure alternative o essere messi all'interno di un percorso effettivamente di riabilitazione, che sarebbe secondo l'ordinamento italiano lo scopo della pena in carcere: educatori, psicologi e psichiatri sono oberati di lavoro e riescono a incontrare un detenuto se va bene ogni sei mesi, se va male una volta ogni 8 mesi. Il risultato? "Solo un detenuto su 700 è meritevole di fruire di permessi premio, che, come cita l'ordinamento penitenziario. sono fondamentali per il reinserimento nella società di persone private della libertà per anni".
Sul carcere pesa inoltre la carenza di personale al Servizio tossicodipendenze dell'Asst: nell'istituto il 62% dei detenuti ha problemi di dipendenze ma ci sono un solo psicologo e un solo assistente sociale: "Questo fa sì che molti arrivino a fine pena senza risolvere i problemi di dipendenza che li hanno portati dentro", spiegano i detenuti.
E ancora: le docce sono ammuffite o non funzionanti in alcune sezioni, mancano gli asciugacapelli, molte celle hanno solo acqua fredda (niente acqua calda per lavarsi o lavare le stoviglie), impossibilità di farsi la doccia per ore perché l'agente - spesso da solo - non può aprire il cancello che separa le celle dalle docce.
Lo stesso Garante dei detenuti ha affermato che con la visita di questi giorni ha trovato l'istituto "in condizioni analoghe, se non peggiori, rispetto alla visita del 2017". L'impressione del Garante nazionale, si legge ancora nel documento, "è stata di trovarsi davanti al rischio di un carcere abbandonato a sé stesso con carenze di personale e di gestione: non ci sono a Pavia opportunità trattamentali e strumenti per rendere il tempo detentivo un tempo utile alla risocializzazione. All'estremo degrado di alcuni padiglioni si aggiungono le carenze di personale e risorse nell'area sanitaria". Il Garante ha avuto anche un incontro con i magistrati della procura per segnalare l'allarme sul "dato inaccettabile di tre suicidi in un mese".
Gazzetta del Sud, 16 dicembre 2021
Il passo successivo, conclusa la formazione e la selezione da parte della Regione, è la costituzione di una cooperativa sociale per la produzione e commercializzazione di prodotti dolciari e da forno. Il progetto "Dolce lavoro", sostenuto da "Fondazione Con il Sud" all'interno del bando "e-vado a lavorare", procede speditamente. E fa passi avanti l'aspirazione ad apprendere il "mestiere del pasticcere" nell'Istituto penitenziario "Ugo Caridi" di Catanzaro. I dieci detenuti d'alta sicurezza, dopo le previste seicento ore di formazione, nei giorni scorsi hanno infatti conseguito il titolo di "Operatore per la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti della panificazione/pasticceria".
La commissione d'esami era composta dal presidente Luigia Colella (in rappresentanza della Regione Calabria), dai membri Luca Mancuso (per l'Ispettorato del Lavoro) e Luigi Leone (per il Miur di Catanzaro) e dai docenti Valentina Amato e Fabio Mellace. Gli allievi hanno effettuato la prova scritta consistente in un test di 30 domande a risposta multipla e sostenuto gli orali inerenti le materie di studio (tra cui: i principali ingredienti degli impasti dolci e lieviti; farine e amidi; creme; salse; glasse; decorazioni e assemblaggio; il gelato artigianale; emulsionanti; tecniche di conservazione degli alimenti).
L'iniziativa è apprezzata dalla direttrice dell'"Ugo Caridi" Angela Paravati: "L'impegno in svariate attività per chi è dietro le sbarre - ha commentato - è una delle modalità senz'altro da favorire, sia per aderire a quanto prevede l'articolo 27 della Costituzione ("...Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato") che al fine di agevolare percorsi concreti di inclusione socio-lavorativa con l'obiettivo di un reinserimento che sia utile per le persone detenute e per la società".
Il passo successivo, conclusa la formazione e la selezione da parte della Regione, è la costituzione di una cooperativa sociale per la produzione e commercializzazione di prodotti dolciari e da forno. L'iniziativa ha come partner l'impresa sociale Promidea, l'associazione Amici con il cuore (soggetto capofila), l'Associazione Liberamente, la Casa circondariale Ugo Caridi e l'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Catanzaro.
Insieme alla costituzione della cooperativa sociale, al marchio identificativo per i prodotti e l'avvio di tirocini formativi (concernenti anche i due soggetti in misura alternativa impegnati all'interno di aziende che si occupano di e-commerce per imparare ad utilizzare gli strumenti social ed i market place di supporto alla fase di commercializzazione), il progetto prevede la dotazione di strumenti e attrezzature idonee, al fine di consentire la diversificazione della produzione e l'apertura al mercato esterno. Particolare attenzione è riservata all'animazione territoriale con la realizzazione di stands degustativi in occasione dell'avvio della produzione e nel corso di eventi pubblici. La fase di commercializzazione dei prodotti prevede, inoltre, di utilizzare il canale web attraverso l'iscrizione nei marketplace specializzati e la predisposizione di account della cooperativa sui principali social e sulle app di corrieri on demand.
di Romina Marceca
La Repubblica, 16 dicembre 2021
Richiesti nuovi esami autoptici. Il particolare emerso dalla nuova perizia sulle carte sanitarie disposta dalla procura, che sulla morte del migrante tunisino di 26 anni ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Wissem Ben Abdel Latif è stato legato al letto durante il ricovero all'ospedale Grassi, per due giorni: il 23 e il 24 novembre scorsi.
È quanto emerge dalla nuova perizia sulle carte sanitarie disposta dalla procura, che sulla morte del migrante tunisino di 26 anni ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Abdel è morto il 28 novembre all'ospedale San Camillo, in un letto del Servizio psichiatrico. Anche lì è rimasto legato mani e piedi per almeno due giorni, dal 25 novembre. E così i giorni in cui è rimasto legato salgono a cinque. Tra il 27 e il 28 c'è un buco nei controlli.
Il migrante è arrivato nei due ospedali un mese e mezzo dopo il suo ingresso al Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria. È lì che era stato richiesto un consulto psichiatrico e era stata prescritta una terapia con farmaci per disagio "schizo-affettivo". Ieri al Policlinico Umberto I sul corpo del tunisino è stato eseguito un nuovo esame esterno, visto che l'autopsia è già stata eseguita i primi di dicembre e senza avvertire i familiari. Sono state disposte radiografie e esami tossicologici. Le prime per comprendere se Abdel, come sostengono sei testimoni, abbia i segni di pestaggi da parte degli agenti dentro al Cpr. I secondi per accertare se è stato vittima di una terapia farmacologica sbagliata.
Ma la novità che arriva dalle carte sanitarie del Grassi non è di poco conto. Sulla cartella non vengono evidenziate situazioni critiche del paziente. Erano state valutate altre soluzioni alternative a quelle cinture, come disposto dalle linee guida? In cartella ci sono solo gli esiti degli esami di routine che erano regolari. C'era quella diagnosi sul disagio psichico, è vero. Ma era sufficiente? Sono tutti gli interrogativi di chi sta cercando di ricostruire come è morto Abdel. Sempre nelle linee guida c'è scritto che nella ricerca di soluzioni alternative c'è anche la richiesta di collaborazione alla famiglia. Peccato che i genitori di Abdel del ricovero del figlio non erano al corrente e hanno saputo della morte solo il 3 dicembre, cinque giorni dopo la sua fine e quando l'autopsia era stata già eseguita.
Adesso un altro duro colpo per i familiari del tunisino che da dieci giorni chiedono "verità e giustizia". Sotto esame dei periti di parte, compresi quelli del Garante dei detenuti, ci sono anche le cartelle cliniche del San Camillo. Il 25 novembre, giorno dell'arrivo di Abdel, viene annotato nella scheda l'inizio del "contenimento", alle 20. Nella scheda del 26 ci sono due controlli alle cinture alle 12 e alle 13. I controlli si fermano al 27 mattina. Cosa accade dopo? La famiglia continua a ripetere: "Era sano, non aveva alcuna malattia". E adesso su quel ragazzo morto anche la Regione Lazio indaga e a breve presenterà una relazione dettagliata sull'inchiesta interna aperta tre giorni fa.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 dicembre 2021
Sono 10 i corsi di laurea, 19 i detenuti iscritti e 4 i laureati nell'anno accademico in corso. Sono alcuni dati che descrivono la realtà del Polo universitario penitenziario regionale attivo dal 2015 nella casa di reclusione di Fossombrone.
"Il Polo risulta essere anche un ponte verso la comunità esterna attraverso la realizzazione di incontri con il progetto 'Studenti dentro - Studenti fuori' - ha spiegato il Provveditore regionale di Emilia Romagna e Marche Gloria Manzelli, firmataria, insieme al Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Urbino Giorgio Calcagnini e al Garante regionale dei diritti della persona Giancarlo Giulianelli, del rinnovo del protocollo d'intesa. "L'iniziativa - aggiunge la dirigente - ha consentito l'accesso in carcere di 550 studenti universitari liberi che si sono confrontati con i colleghi detenuti in occasione di 10 seminari interdisciplinari".
Il Polo, finanziato dall'Ufficio del garante regionale e dal Centro di Psicologia Giuridica del Dipartimento di studi umanistici dell'Università di Urbino, si avvale di un tutor remunerato e di 10 volontari che mantengono i contatti con i docenti, orientano e sostengono nello studio i detenuti ma si occupano anche del disbrigo di pratiche amministrative e di tutti gli aspetti burocratici relativi all'iscrizione universitaria. Ogni studente, per poter continuare a frequentare il Polo deve conseguire almeno 18 crediti formativi l'anno, secondo quanto stabilito dal comitato didattico organizzativo composto da docenti universitari e da personale del PRAP e della casa di reclusione di Fossombrone.
In occasione del terzo rinnovo, la convenzione si è allineata alle Linee Guida sulle modalità organizzative della didattica in ambito penitenziario elaborate sulla base del protocollo d'intesa tra DAP e CNUPP (Conferenza Nazionale universitaria poli) dell'11 settembre 2019. L'accordo contiene anche un altro importante elemento di novità: l'accesso al Polo di detenuti stranieri anche se privi di permesso di soggiorno, in quanto le parti hanno convenuto all'art. 3 "che la presenza in Italia per l'esecuzione della pena deve intendersi come presenza legale, e quindi dà titolo all'iscrizione all'Università".
"Questo articolo del protocollo -ha sottolineato - Gloria Manzelli - rappresenta un elemento di apertura, non solo amministrativa, ma anche culturale e una scommessa verso una porzione della popolazione detenuta per la quale le opportunità di riscatto e inserimento nel tessuto sociale appaiono ancora lontane".
di Luca Filippi
Il Tirreno, 16 dicembre 2021
"Anche i carcerati devono poter immaginare un mondo migliore". Un murale, realizzato dall'artista internazionale Zed1 con l'aiuto di alcuni detenuti, come parte del progetto "Coloriamo Gorgona". L'obiettivo è quello di costruire percorsi di vita che uniscano arte e attenzione alla comunità, esprimendo storie, vissuti e speranze di chi quell'isola la abita da recluso.
Non è Alcatraz, non è l'isola carcere terrore di tutti i detenuti. Anzi arrivando Gorgona si pensa a tutto, tra il mare azzurro e il verde smeraldo dei boschi, fuorché a un carcere. E ora nella piazza principale del paese c'è anche un'opera d'arte realizzata con il contributo dei detenuti. "Questo murale rappresenta bene quello che vogliamo fare qui a Gorgona, trasformare un bruco in una farfalla". Carlo Mazzerbo, direttore del carcere di Livorno e della sezione staccata di Gorgona è convinto che il compito del suo istituto non sia solo quello di far scontare una pena, ma formare una persona in grado di potersi reinserire nella società.
"E per questo non dobbiamo costringere i detenuti a vivere in un ambiente brutto e degradato, ma dare loro delle regole e farli vivere in un ambiente ricco di stimoli positivi. L'arte in questo senso è un mezzo formidabile per immaginare un mondo migliore. Il murale non è stato calato dall'alto, ma è nato qui sull'isola, dal rapporto con l'artista e i detenuti. E anche loro sono stati coinvolti, hanno dato una mano nelle parti meno difficili dell'opera".
È stato inaugurato in questi giorni, infatti, il murale realizzato sull'Isola dall'artista internazionale Zed1 con l'aiuto di alcune delle persone detenute. L'opera si trova terrazza Belvedere, la piazza 'vissuta' paese dove c'è l'unico bar. L'iniziativa, nata dalla spinta del direttore Mazzerbo, è parte del progetto "Coloriamo Gorgona". È stato portato a termine con il sostegno del Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Livorno Marco Solimano, e grazie al contributo di Asa Livorno. Il progetto, costruito da Murali, Arci Livorno e Linc, tre organizzazioni che da tempo collaborano per costruire iniziative sociali che uniscono arte e attenzione alla comunità, prende vita dalla volontà di cogliere e raccontare l'identità così particolare della Gorgona esprimendo, attraverso il segno artistico, storie, vissuti e speranze di chi quell'isola la abita da recluso. In una fase iniziale Linc e Arci hanno condotto una ricerca sul campo che ha individuato nella "rinascita" una tematica sentita profondamente dai detenuti. Successivamente l'artista Zed1, grazie al coordinamento organizzativo di Murali, ha dato forma a questo tema, con il suo tratto distintivo in grado di raccontare temi sociali complessi con la leggerezza di una rappresentazione fiabesca. "Il tema della rinascita" spiega il Garante Marco Solimano "esprime un desiderio radicato in chi vive quest'isola e l'arte è un mezzo straordinario per esprimerlo.
Il tentativo di costruire percorsi nuovi, che diano spazio alla volontà di rimettersi in gioco delle persone ristrette prende forma, anche simbolicamente, attraverso i colori e le linee di questo murale"."Questo progetto - sottolinea poi il direttore Carlo Mazzerbo - rappresenta un ulteriore passo verso un disegno di apertura dell'isola e di incontro con la società. La volontà di aprire Gorgona all'arte racconta la volontà di creare integrazione, incontro e contaminazioni, permettendo ai detenuti di partecipare, da attori protagonisti, a progetti di riqualificazione dell'isola. Con questo progetto, fornendo l'opportunità di collaborare con un artista conosciuto a livello internazionale, e grazie alla collaborazione con i partner, abbiamo fatto un ulteriore importante passo in questa direzione".
All'inaugurazione anche l'assessore al sociale del Comune di Livorno Andrea Raspanti. "Siamo impegnati - dice - a dare sostanza e continuità ad iniziative che rinsaldano la relazione naturale tra Gorgona e Livorno. Il progetto 'Coloriamo Gorgona', nel suo dialogare con progetti simili realizzati sulla terraferma, rappresenta un ponte ideale tra l'isola e la città. Il nostro auspicio è riuscire a rendere sempre più concreti questi ponti soprattutto per chi da quest'isola riparte grazie a percorsi di inclusione". A Gorgona vivono attualmente 90 detenuti.
È una colonia agricola, i reclusi lavorano tutti fuori dal carcere nelle vigne e nei campi, tornano in cella solo per dormire. "È la dimostrazione che si può fare qualcosa di buono - commenta Mazzerbo - è chiaro che le persone detenute qui a Gorgona hanno caratteristiche particolari, sono tutti con pene da scontare non superiori a 10 anni, non possono avere condanne per reati di criminalità organizzata e devono essere interessate attivamente al loro riscatto non solo con il lavoro, ma non la formazione, lo studio. Però se si può fare qui, si può fare anche altrove e avremo persone migliori da reinserire nella società, come del resto vuole l'articolo 27 della Costituzione che prevede la funzione rieducativa della pena".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 dicembre 2021
"Quando prevenire è meglio che punire". Domani e sabato, in collegamento con Rebibbia e Parma. Domani e sabato 18 dicembre nel carcere di Opera a Milano si svolgerà Il IX Congresso di Nessuno tocchi Caino. È la quarta volta che l'associazione organizza il suo Congresso in questo istituto e per la prima volta i lavori saranno collegati con le carceri di Rebibbia e Parma.
Il IX Congresso sarà incentrato su due sessioni di dibattito generale dal titolo: "Quando prevenire è peggio che punire", perché - secondo l'associazione di Nessuno Tocchi Caino - negli ultimi anni gli stessi processi e castighi penali, per certi versi troppo garantisti e dagli esiti incerti, sono stati soppiantati da processi e castighi sommari, immediati e più distruttivi, quelli delle misure di prevenzione, dei sequestri e delle confische personali e patrimoniali, delle informazioni interdittive antimafia, dello scioglimento dei Comuni per mafia.
La seconda sezione sarà invece dal titolo: "Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale" perché una pena retributiva - sempre l'associazione radicale -, che è speculare al delitto, "è insensata e inutile, perché il carcere non è solo un luogo di privazione della libertà e volto al reinserimento sociale come la Costituzione prevede, ma è diventato, davvero, anche "un luogo di pena" dove la malattia, il dolore, la sofferenza, il patimento sono i tratti dominanti, strutturali, istituzionali".
I lavori avranno inizio nella mattinata di domani, alle ore 10.30 con i saluti d'accoglienza di Silvio Di Gregorio e Amerigo Fusco, direttore e comandante del carcere, e del provveditore regionale Pietro Buffa. Seguiranno, dalle 11.30, le relazioni introduttive del segretario di Nessuno tocchi Caino Sergio d'Elia, della tesoriera Elisabetta Zamparutti e della presidente Rita Bernardini, dalla mezzanotte del 5 dicembre in sciopero della fame per il persistente problema del sovraffollamento carcerario.
Tra gli esponenti del governo interverranno il Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e il sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova. È previsto un saluto del presidente del Dap Bernardo Petralia nella mattinata di sabato e nel primo pomeriggio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma. Nel corso del Congresso interverranno anche i detenuti condannati all'ergastolo, gli iscritti a Nessuno Tocchi Caino, la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano Giovanna di Rosa, il Presidente dell'Unione Camere Penali italiane Giandomenico Caiazza, il segretario di Magistratura Democratica Stefano Musolino, Davide Galliani e Gherardo Colombo.
Nella prima sessione di dibattito di domani dalle 14.30 alle 18.30, interverranno, tra gli altri, Luigi Crespi, Salvatore Galluzzo, Paolo Ingrao, Vincenzo Maiello, Francesco Morelli, Andrea Nicolosi, Daniele Piccione e Michele Vaira oltre a sindaci di Comuni sciolti per mafia e imprenditori colpiti da misure di prevenzione e interdittive antimafia.
Nella seconda sessione, di sabato dalle 10.30 alle 18.00, interverranno, tra gli altri, Paola Balducci, Guido Bertagna, Pasquale Bronzo, Stefano Castellino, Totò Cuffaro, Vincenzo Improta, Baldassarre Lauria, Daniel Lumera, Tiziana Maiolo, Luigi Manconi, Beniamino Migliucci e don Vincenzo Russo. I lavori, come di consueto, saranno trasmessi in diretta da Radio Radicale oltre che dai canali social dell'associazione Nessuno Tocchi Caino.
di Alessandro Banfi
Vita, 16 dicembre 2021
Chiara Amirante è la fondatrice del movimento Nuovi orizzonti, con cui aiuta i giovani e i poveri di strada ad uscire dalle dipendenze e dal degrado. Si chiama Chiara Amirante e il racconto della sua vita comincia in quell'inferno particolare che erano una volta i sotterranei della stazione Termini a Roma. Luoghi dove allora nessuno, né ferrovieri, né volontari della Caritas, né poliziotti, osava mettere piede. Un porto franco ma anche un rifugio per gli invisibili, gli ultimi, spesso i moribondi. Una terra di nessuno lasciata al dolore e alla disperazione.
Racconta Chiara: "Termini era divisa in tante zone quindi si cercava di portare il tè e un panino ai cosiddetti barboni, ma in questi inferi che erano i sottopassaggi si sapeva bene che era pericoloso andare. Ecco, lì ho scoperto un mondo non di persone pericolose ma di persone che avevano subìto ogni sorta di abuso, di ferite e di violenza e quindi sì avevano indurito il cuore. Ma erano persone che soffrivano. Uno dei primi incontri che ho fatto, era il bello della mia scuola, che mi è venuto incontro. Io non lo riconoscevano perché era ridotto a uno scheletro".
Quella discesa, 30 anni fa, cambia la vita di Chiara Amirante. Da allora aiuta i giovani e i poveri di strada ad uscire dalle dipendenze e dal degrado. Oggi ha 56 anni ed è una personalità conosciuta in tutto il mondo. Nel 1993 ha fondato la comunità Nuovi Orizzonti, impegnata nel recupero degli emarginati, dei giovani con problemi di tossicodipendenza, alcolismo oppure costretti alla prostituzione, attiva nelle carceri e con i bambini di strada. Una realtà già undici anni fa riconosciuta dal Pontificio consiglio per i laici. Sulla spinta del successo dell'opera della sua Comunità, nel 1996 Amirante ha dato vita anche al progetto "Cittadella Cielo", una struttura che si compone di numerosi Centri impegnati nella realizzazione di iniziative sociali di solidarietà: da comunità di accoglienza a case famiglia, da centri di ascolto ad equipe di strada, da cooperative sociali a gruppi di sostegno negli ospedali, nelle carceri, nelle baraccopoli. Il riconoscimento del Capo dello Stato le ha arrivato insieme a molti altri, in Italia e all'estero.
Due caratteristiche dell'esperienza fatta da Chiara colpiscono sopra le altre: la capacità di ascoltare e la semplicità dell'annuncio evangelico. Molti aiutano gli invisibili con cibo e indumenti, articoli di prima necessità che per fortuna non mancano nelle nostre strade. Ma pochi, anche fra i volontari più generosi, fanno la fatica di ascoltare i problemi degli "scartati" della nostra società. Le loro storie, il perché sono finiti per la strada. Chiara ha insegnato ai suoi ragazzi di Nuovi Orizzonti a prendere sul serio le storie umane degli ultimi, ad ascoltarli davvero e a dare una risposta alle loro domande di vita.
L'altro segreto è quello di proporre un Vangelo della gioia, non una promessa vaga di un futuro migliore, magari nell'al di là, ma una felicità già tutta terrena. Racconta Chiara Amirante: "Dico sempre ai ragazzi: partite dal considerare Cristo un uomo che ha segnato la storia. Proviamo insieme a vivere il Vangelo. Proviamo insieme a vivere quello che il cuore di questo grande uomo ci ha chiesto. Andare nelle scuole, nelle strade, nelle spiagge, nei luoghi di aggregazione giovanile, per dire: 'Ho percorso queste strade che mi hanno detto essere di felicità e mi sono ritrovato all'inferno'. Non percorretele perché io ero morto e sono tornato in vita". Una puntata perfetta per introdursi al Natale.
di Stefano Massini
La Repubblica, 16 dicembre 2021
L'opinione pubblica si è assopita davanti a un B-movie in cui ogni dieci minuti compare un mostro più feroce del precedente, ma nessuno più urla né trema. Perfino il futuro appare già delineato. Ma più ci penso e più mi pare di intuire che in questo circolo vizioso si nasconda il punto più vero di un così lungo guado, che ci ha messi davanti a una ridefinizione del concetto stesso di paura e di rischio.
D'accordo, la variante Omicron è spaventosa: moltiplica i contagi, e l'Oms prevede uno tsunami. Questa la notizia. Ma come la mettiamo, se allo spavento ci siamo assuefatti e il terrore ormai è un sentimento consueto? Sono passati i tempi del puro sbigottimento da Covid, quelli in cui il fiato si fermava a mezza gola e i centri neuronali della paura, dal profondo del nostro sistema limbico, si attivavano come fossimo davanti a una pantera. Già, perché l'essere umano è un software programmato così: reagisce alla novità dell'incognita, al suo imporsi improvviso, al coup-de-théâtre che funziona sempre proprio perché ti coglie più fragile, nell'impreparazione. Ma poi?
Il genere horror, non per niente, si nutre a piene mani dell'effetto sorpresa, ma al tempo stesso stabilisce come regola ferrea che c'è una misura da non varcare, pena l'assuefazione. Come dire che i professionisti del sudore freddo come Stephen King sanno perfettamente di non poter abusare, perché al terzo zombie nascosto nell'armadio, tu avrai già elaborato dentro di te la consapevolezza che da ogni anta potrebbe sbucare un cadavere ambulante, e in questo "mettere in conto" consiste la tua innata strategia di difesa.
Alfred Hitchcock ne era talmente cosciente da temere ogni precedente cinematografico, perché gli bastava un fotogramma di un'altra pellicola per inficiare l'effetto di un sussulto. Ecco, chissà come avresti commentato, caro Hitchcock, l'ingrata sorte di chi da venti mesi cerca le parole per raccontare il terrore di una lotta in cui tutto sa di déjà-vu.
La prima pagina di Repubblica ha titolato nel marzo del 2020 con i toni necessari di un cataclisma: eravamo davanti all'inaudito, assistevamo allo spettacolo spettrale di metropoli deserte, a fosse comuni scavate in Amazzonia, mentre il Pontefice celebrava da solo in piazza San Pietro una Pasqua da incubo. Come non dar fondo, davanti a tutto ciò, all'intero serbatoio lessicale del terrore? Inevitabile.
Peccato che cominciasse poi la danza delle varianti. Prima fu la volta della Brasiliana, poi dell'Indiana tramutatasi in Inglese, ed era arduo declinare in aggettivi qualcosa che fosse peggiore di ciò che già era stato narrato come infimo baratro, soprattutto perché la narrazione iniziava a inflazionarsi. E a pieno diritto, perché Dante colloca Lucifero in fondo alla conca infernale, ed ha buon gioco di descrivere quella ghiaccia come l'abisso degli abissi, ma come la mettiamo se sotto Lucifero fosse emerso un ulteriore demone più sprofondato e più reietto dal Divino? Ci abbiamo tuttavia provato, e nei mesi abbiamo tentato ogni metodo per riferire ai lettori quello che potremmo definire "l'aggravamento della gravità".
Adesso giunge la mannaia della variante Omicron, trenta volte più contagiosa. E come fai a narrarla ai lettori, se l'arma della suggestione è spuntata e niente fa più effetto? L'opinione pubblica si è irreversibilmente assopita davanti a un B-movie in cui ogni dieci minuti compare un mostro più feroce del precedente, ma nessuno più urla né trema, attendendo solo a gloria i titoli di coda. Perfino il futuro appare già delineato, e siamo pressoché certi che faremo i conti con varianti Pi, Rho, Sigma, Tau di cui ci toccherà dire che "stavolta superano ogni previsione", e quello "stavolta" suonerà ad un tempo tragico e ridicolo. Ma più ci penso, e più mi pare di intuire che in questo circolo vizioso si nasconda il punto più vero di un così lungo guado, che ci ha messi davanti a una ridefinizione del concetto stesso di paura e di rischio. Ci mancano le parole, ma forse non è un caso: ci toccherà reimparare, ad usarle meglio.
toscana-notizie.it, 16 dicembre 2021
Si chiama "Orti in carcere" ed è il progetto partito a febbraio grazie ad un finanziamento della Cassa Ammende ottenuto dal Comune di Massa Marittima nell'ambito dell'iniziativa della Regione Toscana per la formazione dei detenuti. Un'esperienza applicata alla realtà della Casa circondariale di Massa Marittima dove stamani è andata in visita la vicepresidente e assessora all'agroalimentare Stefania Saccardi, accompagnata dal sindaco Marcello Giuntini, dall'assessore alle politiche sociali di Massa Grazia Gucci e dalla direttrice del carcere Maria Cristina Morrone.
"Coltivare un orto è un po' coltivare noi stessi grazie alla capacità che hanno le piante di riportarci alle radici del nostro essere. Trovo pertanto straordinaria per la sua ricchezza l'iniziativa della casa circondariale di Massa Marittima, un esempio senza dubbio da replicare - ha detto Saccardi - Questo progetto rappresenta tra l'altro una seria occasione di riqualificazione professionale per persone sottoposte a provvedimenti dell'Autorità giudiziaria, valorizzando competenze già acquisite, da acquisire o da accrescere. Crediamo che sia una buona misura capace di offrire maggiori e diverse opportunità occupazionali. E mi fa particolarmente piacere che abbia un legame con un bel progetto della Regione Toscana come i Centomila orti che è stato capace di coinvolgere nel corso del tempo cittadine, cittadini e numerose amministrazioni locali e istituzioni presenti sul territorio regionale".
Nella prima fase del progetto sono state messe a dimora 20 piante di olivo ed è iniziata la coltivazione di piante aromatiche in cassone, oltre alla potatura delle piante da frutto e degli olivi già presenti nei terreni del carcere e alla predisposizione un impianto di irrigazione basato sul recupero dell'acqua piovana.
I possibili sviluppi del progetto, nella seconda fase, saranno la raccolta delle olive e la produzione interna di olio evo aromatizzato. Ma la finalità principale è quella di garantire ai detenuti una formazione professionalizzante, da spendere nel mercato del lavoro una volta scontata la pena. La logistica del progetto, dalla creazione delle superfici ortive alla formazione dei detenuti è stata curata dalla Cooperativa Melograno.
Orti in carcere ha ottenuto l'interessamento e l'attenzione di Amnesty International. All'inizio della mattinata si è fatta anche la benedizione dell'olivo centenario, donato da Terre dell'Etruria e Boscaglia e messo a dimora all'ingresso del carcere. È stato il vescovo di Massa Marittima e Piombino, monsignor Carlo Ciattini, ad impartire la benedizione. Ai piedi dell'olivo è posizionata una targa che ricorda i 60 anni di attività di Amnesty International per la difesa dei diritti umani.
di Anna Pizzo
Il Manifesto, 16 dicembre 2021
L'appello dell'associazione "Cittadinanza e minoranze". Le femministe della Casa delle donne di Roma e Milano e le suore della Sacra famiglia. La scrittrice Edith Bruch e lo scrittore Domenico Starnone. L'Arci nazionale e Sant'Egidio, Veronica Pivetti, attrice, tutto l'equipaggio di Mediterranea e la Caritas di Latina, e poi Luigi Manconi, Marco Revelli, Luigi Ferrajoli, il direttore del quotidiano Avvenire e il condirettore de il manifesto. E ancora Adriano Sofri, Luigi Ciotti, Goffredo Fofi, Gad Lerner, Alex Zanotelli, Tomaso Montanari. Moltiplicate per duecentocinquanta e otterrete il numero di persone o associazioni che hanno firmato, e stanno continuando a farlo in queste ore, l'appello "Liberiamo Roma dall'apartheid" che l'associazione Cittadinanza e Minoranze ha deciso di lanciare un po' per disperazione e un po' di più per sfida.
La disperazione nasce dalla situazione che, soprattutto a Roma, dopo anni di "ragionevoli" persecuzioni da parte dei variopinti sindaci che si sono succeduti, ha colpito duramente i Rom sgomberati, umiliati, perseguitati, ignorati. La sfida è per opporsi a quello che stanno subendo e che nessuno vede o vuole vedere. Ecco perché la parola non è stata scelta a caso. Avrebbero potuto scrivere che è in atto un tentativo di genocidio, oppure che stiamo assistendo a una tempesta perfetta, quella che in meteorologia descrive un ipotetico uragano che colpisce esattamente l'area più vulnerabile. Invece hanno scelto apartheid perché "è una parola terribile: indica un sistema di esclusione e dominio codificato in leggi - si legge nell'appello - Ma esiste un apartheid non scritto, perciò ancora più terribile. Perché si nega, non si vede". E non voler vedere è come non voler sentire e, invece, le parole sono pietre e le cose, dicono i firmatari dell'appello, vanno nominate per quello che sono.
"Chi si indigna, nei media, tra gli intellettuali, nella politica, se si pratica un ferreo apartheid nei confronti di Rom, Sinti e Caminanti? - recita l'appello - E quante calunnie, quanti pregiudizi, azioni discriminatorie, sottrazioni di bambini alle loro famiglie saranno necessari perché ci si renda conto che nel nostro paese c'è una minoranza sistematicamente discriminata e perseguitata? Che per andare a scuola i bambini faticano il doppio degli altri? Ma chi li vede come scolari? Chi li ascolta?". Domande senza risposte se non quelle di un bel po' di gente perbene, non importa se cattolica, ebrea o senza religione che sì, si è indignata, fortunatamente, e del quotidiano della Cei, Avvenire, che domenica scorsa ha dedicato l'apertura del giornale, un'intera pagina interna e la spalla nella home page del sito all'appello e a dare conto della significativa raccolta di firme che prosegue (
Tre storie minime, esempi di una insopportabile "normalità": in due mesi la ex sindaca di Roma ha fatto sgomberare due campi autorizzati in cui molti di quelli che li abitavano sono nati e cresciuti. Ma a molti di loro non ha "offerto" alcuna alternativa perché colpevoli di non aver voluto firmare un patto fasullo con il Comune. Molti di loro vivono ancora nelle loro scassatissime automobili ai margini dei campi ormai ridotti un cumulo di macerie. E allora la sindaca cosa fa? Manda i vigili a controllare che le auto/case abbiano l'assicurazione pagata, altrimenti c'è il sequestro. Secondo esempio: c'è una giovane donna rom che ha partorito un anno fa un bel bambino che le è stato rubato prima dalle assistenti sociali e poi dai tribunali perché quando era minorenne è andata in prigione per furti di motorini. "Pericolosa per sé e per gli altri". L'adozione resa necessaria "nell'interesse del minore". A nulla vale dire che non è più la ragazzina di allora, lei e il suo compagno, guardia giurata, vogliono il figlio e hanno i mezzi per mantenerlo. Sbagliato: lui viene licenziato perché la guardia giurata ha l'obbligo di portare l'arma ma la sua gli viene requisita perché convive con una persona "borderline".
Infine: parecchi rom sono riusciti a sopravvivere, in tempi di pandemia, grazie al reddito di cittadinanza. Ma ora arrivano i controlli e se chi ne ha goduto non può dimostrare che vive in Italia da almeno dieci anni, l'appannaggio mensile decade e, dulcis in fundo, deve restituire gli arretrati fino all'ultimo euro. Pochi rom hanno i documenti in regola e, dopo quello che abbiamo raccontato, è purtroppo facile capire perché.









