Caltagirone (Ct). Ucciso in carcere, slitta autopsia sul corpo di Costarelli: tanti dubbi dei famili
di Rosario Cauchi
Quotidiano di Gela, 15 dicembre 2021
L'incarico ad un consulente è stato affidato dai pm della procura di Caltagirone, che hanno avviato indagini a seguito della morte, in carcere, del sessantenne gelese Paolo Costarelli. Dell'omicidio si è autoaccusato il quarantaquattrenne calabrese Salvatore Moio, già condannato per omicidio e che stava scontando la pena, proprio nella struttura penitenziaria calatina. Oggi, si sarebbe dovuta tenere l'autopsia sul corpo del gelese, che sarebbe stato strangolato da Moio, suo compagno di cella. Sembra però che la struttura frigorifera, nella quale è stata collocata la salma della vittima, non fosse stata mantenuta con la temperatura necessaria.
Un particolare che ha fatto insospettire i familiari di Costarelli, ma anche i legali che li rappresentano, gli avvocati Giuseppe Cascino e Vittorio Giardino. Sicuramente, è un primo fatto anomalo, in una vicenda sulla quale la famiglia del detenuto ucciso vuole fare chiarezza. Pare che il quarantaquattrenne calabrese abbia spiegato di aver ucciso il compagno di cella, usando dei lacci per scarpe e quindi strangolandolo. Sul corpo di Costarelli, ci sarebbero ferite e segni che potrebbero far pensare anche a dinamiche differenti. I legali della famiglia hanno indicato un loro consulente di parte, che parteciperà all'attività tecnica e all'esame autoptico, spostato a giovedì. Costarelli era detenuto per scontare una pena definitiva, per maltrattamenti.
Sembra che all'interno del penitenziario calatino non avesse mai avuto particolari problemi con gli altri detenuti. Moio ha però parlato di liti. Bisognerà anche capire come sia stato possibile che il corpo del gelese, ormai privo di vita, sia stato scoperto a quarantotto ore di distanza dal decesso. Nella stessa struttura penitenziaria, ci sono stati di recente episodi analoghi, con due detenuti morti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 dicembre 2021
Udienza preliminare per le violenze avvenute il sei aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: si tiene davanti al Gup Pasquale D'Angelo. L'aula bunker del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che sorge a fianco al carcere dove sono avvenuti i fatti, si prepara a ospitare questa mattina 108 imputati e circa duecento avvocati, sistemati in due aule collegate virtualmente. Parliamo dell'udienza preliminare per le violenze avvenute il sei aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che si tiene davanti al Gup Pasquale D'Angelo, in cui sono imputati poliziotti della penitenziaria e funzionari del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.
In aula potrebbero essere presenti in teoria tutti i 108 imputati: di questi solo venti sono attualmente ristretti ai domiciliari, ma potrebbero comunque essere autorizzati a venire in aula liberi. A carico dei venti ancora in arresto il Gup D'Angelo renderà nota stamattina, nel corso dell'udienza, la decisione sulla richiesta di proroga della misura dei domiciliari avanzata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, in particolare dall'aggiunto Alessandro Milita e sostituti Daniela Pannone e Alessandra Pinto.
Santa Maria Capua Vetere, pestaggi in carcere: chi si costituirà parte civile - Il Garante campano dei diritti delle persone private della libertà Samuele Ciambriello, che con le sue denunce e la sua documentazione aveva fatto aprire il procedimento, si costituirà parte civile, assistito dall'avvocato Francesco Piccirillo. "Considero - spiega Ciambriello - quest'atto come un dovere morale, civile e istituzionale che è tutt'interno al mio Ufficio e alla sua funzione e che intende contribuire a fare luce sugli episodi di violenza accaduti lo scorso anno nel carcere di Santa Maria Capua Vetere". E conclude: "Mi auguro di essere affiancato da tutte le Istituzioni in questa richiesta di giustizia che deve rafforzare l'esecuzione penale e i diritti di tutti i cittadini, anche quelli detenuti. La costituzione di parte civile è una battaglia di civiltà tesa a restituire al sistema penitenziario la sua dignità, anche in nome di tutte le migliaia di operatori penitenziari che con grandi sacrifici, quotidianamente, operano nelle carceri del nostro paese".
Santa Maria Capua Vetere, cosa contesta la procura - I fatti si verificarono il 6 aprile di un anno fa e i reati contestati a vario titolo sono la tortura, le lesioni, l'abuso di autorità, il falso in atto pubblico e la cooperazione nell'omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine. Un'indagine che si avvale delle immagini delle telecamere di videosorveglianza interne che hanno ripreso quei momenti definiti 'un'orribile mattanza' dal gip di Santa Maria Capua Vetere Sergio Enea, che il 28 giugno scorso emise 52 misure cautelari, spedendo otto agenti in carcere, 18 ai domiciliari, e disponendo tre obblighi di dimora e 23 misure di sospensione dall'attività lavorativa per poliziotti e funzionari, tra cui l'allora capo del Dap in Campania Antonio Fullone (tuttora interdetto dal servizio).
Le telecamere ripresero i detenuti mentre venivano costretti a passare in un corridoio formato da agenti penitenziari con manganelli e caschi, subendo calci, pugni e manganellate. Tra i quasi trecento detenuti vittime dei pestaggi c'era anche l'algerino Hamine, deceduto il 4 maggio 2020 dopo essere stato tenuto in isolamento dal giorno delle violenze. Dopo il 6 aprile - ha accertato la Procura - iniziò inoltre l'attività di depistaggio da parte di agenti e funzionari con certificati medici falsificati per dimostrare che gli agenti avevano subito violenze dai detenuti.
di Roberto Sanna
La Nuova Sardegna, 15 dicembre 2021
Parlare di legalità, mafia, servizi deviati e giustizia non è mai semplice. Ed è ancora più difficile farlo in un carcere come quello di Bancali, che ospita diversi detenuti ristretti col 41 bis. Uno dei quali "in passato mi ha voluto molto bene" ha detto ieri mattina Lirio Abbate, vicedirettore dell'Espresso, autore di esclusive inchieste su corruzione e mafie, inserito da Reporters sans frontièresfra i "100 eroi dell'informazione" nel mondo.
Il giornalista siciliano è stato invitato dalla direzione del carcere a presentare il suo ultimo libro "Faccia da mostro", edito da Rizzoli, davanti a una platea composta da detenuti e studenti e studentesse della facoltà di Giurisprudenza. Il libro ha per protagonista un ex poliziotto, parla di omicidi eccellenti e stragi di mafia, svela l'esistenza di una donna legata a Gladio. Un mistero che dura da trent'anni con alcuni momenti vissuti in Sardegna da un personaggio che si muove in maniera spregiudicata a cavallo di legalità e illegalità, mafia e zone grigie dello Stato.
Tutti argomenti affrontati anche nel successivo dialogo tra Lirio Abbate, alcuni detenuti e alcune studentesse, durante il quale si sono affrontati argomenti delicati come il regime del 41 bis e l'ergastolo ostativo: "La mafia, in questo momento, sta solo aspettando direttive. È potente ma in qualche modo è allo sbando perché chi può dare le direttive non può comunicare - ha detto. Il 41 bis serve a questo, è lo strumento giusto. Così come è giusto che venga affrontato una volta per tutte il tema dell'ergastolo ostativo. Perché se quelle menti criminali che ora sono isolate riprendono a comunicare, la mafia riparte".
Sul 41 bis e l'ergastolo ostativo (espressione che indicare quei casi in cui la perpetuità della pena detentiva è irriducibile, se non collaborando con la giustizia) ha poi voluto specificare che "deve essere attuato col massimo dell'umanità, però è la soluzione giusta. Anche se è un regime diverso, certamente non ci sono detenuti che dormono in dieci, o anche di più, dentro una cella. I materassi sono comodi, se uno ha il mal di schiena lo segnala e arriva chi gli fa il massaggio. Però quando una persona sta venti, venticinque anni senza pentirsi o collaborare, mantiene comunque una leadership. E se ritorna in libertà, quella leadership viene immediatamente riconosciuta ed esercitata".
In una mafia che, ha aggiunto, sta cooptando anche le donne: "Ho avuto diversi riscontri di donne che si stanno facendo spazio all'interno delle organizzazioni - ha aggiunto - alle quali hanno accesso, mi è stato detto, perché il reclutamento sul territorio sta diventando sempre più difficile e se il personale scarseggia allora si ricorre anche alle donne. Non ho notizie di affiliazioni vere e proprie, ma sicuramente ci sono donne coinvolte in attività mafiose, capaci di ricoprire ruoli sempre più importanti". E in tutto questo "il giornalismo ha il compito di illuminare alcune delle storie che restano nell'ombra. Poi deve entrare in scena la magistratura, ricordandoci che esiste l'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 15 dicembre 2021
Tra ottobre e novembre si registra, in media, più di un "atto anticonservativo" al giorno. Ma il Siulp provinciale parla di "simulazioni" per uscire dalle strutture. Interviene dal Comune la Garante dei diritti delle persone private della libertà.
Il Centro per il rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi a Torino, conta sei aree detentive, ognuna delle quali prevede cinque camere dotate di sette posti letto, due bagni e una doccia. In questa struttura, come nelle altre 9 presenti in Italia, sono trattenuti migranti irregolari in attesa di essere rimpatriati nel Paese di origine, in una condizione di reclusione che può durare fino a 180 giorni. In una zona separata di quel Cpr si trova un settore, definito "Ospedaletto", che accoglie le persone in "isolamento sanitario". È stato qui che, il 22 maggio scorso, Mamadou Moussa Balde, proveniente dalla Guinea, si era tolto la vita. Si trattava di quel giovane trasferito nel Cpr dopo che era stato vittima, a Ventimiglia, di una aggressione da parte di tre italiani. In questa circostanza, le condizioni degradate dell'assistenza sanitaria nell'area Ospedaletto vengono denunciate, si apre un'indagine della Procura e si incomincia a sperare che qualcosa, infine, possa cambiare.
Poi, ecco emergere un altro dato: il numero degli atti di autolesionismo e di tentato suicidio crescono vertiginosamente. Tra ottobre e novembre, si registra, in media, più di un "atto anticonservativo" al giorno. La notizia crea un notevole scalpore. Tanto che, un paio di settimane fa, Eugenio Bravo, segretario provinciale del sindacato di polizia Siulp, dichiara: "I tentativi di suicidio all'interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino, in atto dalla fine di settembre, sono un pretesto per uscire, per ottenere rapidamente il rilascio per motivi sanitari". E prosegue: "È un fatto dimostrabile con i numeri. Negli ultimi due mesi 115 persone avrebbero cercato di togliersi la vita strofinandosi il collo con lenzuola di carta o ingerendo sorsate di bagno schiuma". Quindi aggiunge che queste "persone sono state messe in libertà per questa simulazione di tentati suicidi".
È proprio quel termine "simulazione" a risultare del tutto improprio. E a rivelare una tonalità ideologica e un fine manipolativo. Certo, ogni suicidio e ogni tentato suicidio fanno storia a sé: infinite le possibili motivazioni, le pulsioni che determinano il gesto, le intenzioni consce e le dinamiche inconsapevoli che portano a quella scelta estrema. D'altra parte, la decisione di togliersi la vita è sempre e comunque un'"azione dimostrativa", in quanto contiene, anche quando realizzata nella più totale solitudine, un messaggio indirizzato ad altri. Ma tutto questo non esclude che quegli atti - autolesionismo, tentato suicidio o lo stesso suicidio - siano autentici: ovvero, manifestazioni di un dolore non lenibile e di uno smarrimento senza scampo e senza via d'uscita.
Si capisce bene, di conseguenza, lo sconcerto di Monica Gallo, valorosa Garante dei diritti delle persone private della libertà presso l'amministrazione comunale di Torino, che così replica: "La presunzione con cui si parla di "tentativi di simulazione" e di "gesti dimostrativi" di fronte ad un numero ingente di persone che si sono ferite, ed in alcuni casi sono state ricoverate, lascia senza parole". "Rispetto al diritto fondamentale alla conservazione della propria vita, non esistono persone che meritino meno tutela: ma, al contrario, la massima attenzione". Aggiunge la Garante: "Il motivo che induce a compiere un gesto simile è personale e, tuttavia, vanno comprese le ragioni di tipo strutturale che stanno alla base". In sintesi, ecco le cause "di sistema": "Le condizioni del Centro e degli ambienti sono degradate e offensive della dignità della persona e le carenze della gestione lasciano spazio a pratiche illegittime".
Infine, altre due considerazioni: i Cpr, sotto il profilo giuridico, non sono carceri e in essi, contrariamente a quanto vuole il senso comune, non sono trattenute in primo luogo i responsabili di gravi reati; vi si trovano, piuttosto, stranieri responsabili di quell'illecito amministrativo che consiste nella mancata disponibilità di documenti validi per l'ingresso e il soggiorno nel nostro Paese. Ancora: se il ripetersi di tanti casi di autolesionismo si deve a una "simulazione" che produce emulazione - così pensa il Siulp - come spiegarsi che, una settimana fa, nel Cpr di Gradisca di Isonzo - a 527 km di distanza da Corso Brunelleschi - un giovane marocchino abbia deciso di togliersi la vita? E ci sia riuscito.
di Simone Lanari
Corriere Fiorentino, 15 dicembre 2021
L'iniziativa fa parte del progetto "Coloriamo Gorgona" ed è stata realizzata con il contributo di Asa. È stato inaugurato il murale realizzato a Gorgona dall'artista internazionale Zed1 con l'aiuto di alcune delle persone detenute sull'isola. L'iniziativa è parte del progetto "Coloriamo Gorgona" realizzato con il sostegno del Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Livorno e grazie al contributo di Asa Livorno. "Questo progetto - dichiara il direttore del carcere Carlo Mazzerbo - rappresenta un ulteriore passo verso un disegno di apertura dell'isola e di incontro con la società". Il progetto "Coloriamo Gorgona", nel suo dialogare con progetti simili realizzati sulla terraferma, rappresenta un ponte ideale tra l'isola e la città.
Il Tirreno, 15 dicembre 2021
Il progetto è attivo da febbraio nella Casa circondariale di Massa Marittima L'evento di presentazione ospiterà anche la testimonianza di un detenuto. Una vita dopo il carcere è possibile. E lo è ancora di più se c'è una passione che smuove il cuore. Come quella per l'agricoltura. Una passione, sì, ma anche un potenziale lavoro. È questo il concetto che sta alla base del progetto "Orti in Carcere". Un'idea divenuta realtà nel carcere di Massa Marittima, che domani sarà oggetto di un convegno, fissato alle 11,30 nella sala dell'Abbondanza. Presente anche l'assessora regionale, Stefania Saccardi.
Orti in Carcere ha preso il via lo scorso febbraio nella casa circondariale di Massa Marittima, con la messa a dimora di 20 piante di olivo e la realizzazione di orti in cassone. Con l'obiettivo di creare per i detenuti occasioni di formazione professionale, così da facilitarne l'inserimento lavorativo una volta terminato il periodo di detenzione. Il progetto è stato presentato dalla Regione in partenariato con il provveditorato regionale per l'amministrazione penitenziaria della Toscana e dell'Umbria, ed è cofinanziato dalla Cassa ammende. Il Comune di Massa Marittima ha ottenuto il finanziamento di 30mila euro per realizzare le attività nella struttura penitenziaria cittadina. In questi mesi sono state fatte le prime esperienze, di cui si parlerà nel corso del convegno. La logistica del progetto - dalla creazione delle superfici ortive alla formazione dei detenuti - è curata dalla cooperativa Melograno. Orti in Carcere ha ottenuto anche l'interessamento e l'attenzione di Amnesty International, che parteciperà alla giornata di presentazione.
Il convegno sarà preceduto alle 11 dalla benedizione dell'olivo centenario, che è stato donato da Terre dell'Etruria e Boscaglia e messo a dimora all'ingresso del carcere. Sarà il vescovo di Massa Marittima e Piombino, monsignor Carlo Ciattini, a impartire la benedizione. Ai piedi dell'olivo sarà posizionata una targa che ricorda i 60 anni di attività di Amnesty International per la difesa dei diritti umani.
Il convegno apre con il saluto del sindaco di Massa Marittima, Marcello Giuntini, a cui segue l'intervento della direttrice del carcere di Massa Marittima, Maria Cristina Morrone, sul tema "Il carcere di Massa Marittima, finalità rieducativa della pena". Marilena Rinaldi, responsabile area trattamentale del carcere, parlerà di "Formazione e l'inserimento lavorativo dei detenuti". Seguiranno gli interventi di un ex detenuto e un detenuto. Massimo Iacci, presidente della cooperativa Melograno, racconterà l'esperienza del progetto "Orti Sociali: la sua genesi, le sue applicazioni". Subito dopo verrà proiettato un video con le immagini fotografiche sul progetto, realizzate da Giulio Garosi, fotoreporter. Interverrà Riccardo Cappelli, responsabile finanziario e controllo di gestione della cooperativa Terre dell'Etruria su "Il ruolo delle Terre dell'Etruria e Boscaglia come supporto per l'ambiente, il territorio, il paesaggio, con una funzione di salvaguardia e valorizzazione dei territori e un'importante azione sull'inclusione lavorativa". Monica Sanna, responsabile circoscrizionale Toscana di Amnesty International parlerà dell'associazione. Prenderanno poi la parola Simone Sabatini e Roberto Bocchieri, coordinatori del progetto regionale. Modera Grazia Gucci, assessora alle politiche sociali del Comune di Massa Marittima.
di Romina Marceca
La Repubblica, 15 dicembre 2021
Avviati gli accertamenti sui ricoveri del 26enne tunisino prima al Grassi e poi all'ospedale sulla Gianicolense di Roma dove è deceduto. Fratoianni: "Lo Stato non può tollerare zone grigie".
Una nuova inchiesta sulla fine di Wissem Ben Abdel Latif si affianca a quella penale per omicidio colposo. Si tratta di un'indagine interna avviata dalla Regione Lazio sui due ospedali dove Abdel ha trascorso i suoi ultimi cinque giorni di vita: il Grassi di Ostia e il Servizio di Psichiatria dell'Asl 3, ospitato al San Camillo. E da oggi inizieranno anche i nuovi accertamenti sul corpo del tunisino morto a 26 anni dopo due mesi dal suo arrivo in Italia e sulla documentazione sanitaria, come deciso dalla procura di Roma nei giorni scorsi.
Abdel, il migrante tunisino trovato senza vita legato a un letto del San Camillo, era stato ricoverato il 23 novembre scorso al Grassi di Ostia. Era arrivato lì dopo un mese e dieci giorni trascorsi nel Cpr di Ponte Galeria con una diagnosi di "disturbo schizo-affettivo". Il supporto psicologico del Cpr aveva rilevato che quel migrante stava dando segni di insofferenza. Eppure Abdel, come dicono i suoi familiari, era un ragazzo "sano".
Nel centro, secondo almeno quattro testimoni, Abdel era stato picchiato dagli agenti per i video-denuncia che aveva girato nelle stanze del Cpr e era riuscito a fare arrivare su Facebook. "Un giorno è stato prelevato dal modulo e poi è tornato con la testa gonfia", è quanto sostiene una delle testimonianze pubblicate da Repubblica. La prima domanda è: "I medici del Grassi hanno annotato, se c'erano, segni di un pestaggio sul corpo di Abdel?".
Dopo due giorni, il 25 novembre, Abdel è stato trasferito al Servizio di psichiatria del San Camillo. L'inchiesta avviata dalla Regione Lazio punta a ricostruire cosa è accaduto al Grassi e al San Camillo. E, per quanto riguarda il Servizio psichiatrico, c'è da comprendere se le procedure di "contenimento" sono state eseguite secondo le norme. Di certo c'è stata una annotazione il 25 novembre e poi, nel diario dei controlli, ci sono gli orari dei giorni 26 e 27. Ma, come ha affermato anche il garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, non c'è traccia di quelle braccia e gambe legate nelle ultime ore di vita di Abdel.
Pugno duro della Regione: "Se dovessero emergere delle irregolarità sulle procedure eseguite, siamo pronti a rimuovere i medici". Nel 2009 un insegnante di Salerno, Francesco Mastrogiovanni, morì dopo essere stato costretto al letto di ospedale per sette giorni. Ma nel caso di Abdel entrano in gioco anche i racconti dei suoi compagni di Cpr. Uno di questi, scappato all'estero, ha dichiarato che "Wissem è morto per farmaci neurologici sbagliati".
Il caso di Wissem Abdel è ormai esploso a livello nazionale mentre in Tunisia continua lo sciopero della fame della famiglia che chiede "giustizia". È pronta un'interrogazione parlamentare da parte di Sinistra italiana. "Tutti coloro che sono in custodia dello Stato devono essere rispettati nella loro dignità e nei loro diritti. Sta qui il senso profondo di uno Stato democratico.
Lo Stato italiano non può tollerare zone grigie o impunità di alcun genere. È per questo che la morte nei giorni scorsi in circostanze oscure del giovane tunisino nel Cpr di Roma deve essere chiarita fino in fondo", afferma il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni. Intanto c'è attesa per i risultati dell'autopsia eseguita tra il 2 e il 3 dicembre scorsi quando ancora la famiglia di Wissem Abdel non sapeva di avere perso un figlio. I consulenti della procura hanno chiesto 60 giorni di tempo per rispondere alla domanda principale: "Perché è morto Abdel?".
di Dario Di Vico
Corriere della Sera, 15 dicembre 2021
Il soggetto che per quantità degli interventi e qualità delle motivazioni rappresenta la maggiore novità è il terzo settore, che arriva a svolgere "una funzione di supplenza delle istituzioni".
Nel dibattito che si è aperto dopo la proclamazione dello sciopero generale da parte di Cgil e Uil c'è chi, tra gli intellettuali della sinistra italiana, ancor più che applaudire alla piattaforma dei sindacati ha visto in quella decisione soprattutto il valore di un rilancio e di una nuova centralità del conflitto. Ossigeno puro, è stato scritto, rispetto al rischio di un soffocamento della dialettica sociale e, per esteso, della stessa democrazia. Ma davvero corriamo questo pericolo? Si può dire in assoluta coscienza che le società della seconda modernità si caratterizzino per un'assenza di conflitti e per una tendenza all'unanimismo?
Credo proprio di no e non lo dico per un pre-giudizio politico di merito ma partendo dal riconoscimento che i fattori oggettivi di conflitto non solo restano in campo ma si allargano nella gamma e nella profondità. Sullo sfondo c'è la difficoltà nella distribuzione di risorse il cui limite quantitativo è ormai strutturale e che solo in questa fase di gestione dell'emergenza Covid è stato temporaneamente messo tra parentesi, grazie alla generosa spesa extra-budget dei governi. Ma se una volta, secondo la nota vulgata, il conflitto distributivo che si proiettava sul terreno politico era prevalentemente quello iscritto nella relazione capitale-lavoro, oggi sappiamo bene che le linee di faglia sensibili riguardano il peso contrattuale e le prospettive delle nuove generazioni, la partecipazione di genere, l'integrazione degli immigrati e, in primo luogo, l'utilizzo razionale delle risorse naturali del pianeta.
Di conseguenza più che piangere per la morte del conflitto l'operazione che la sinistra dovrebbe mettere in campo è quella di lavorare a una nuova mappatura delle contraddizioni sociali che aggiorni la vecchia. Non è un caso che almeno in due materie la gauche italiana si sia dimostrata impreparata e sia stata costretta a correre in affannoso recupero: la povertà assoluta e l'emergenza ecologica. Mentre è rimasta pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro, nonostante nel frattempo quest'ultimo avesse trovato nel sistema delle relazioni industriali una buona regolazione.
Se non sono spariti i fattori oggettivi di conflitto sono lungi dall'essersi spenti anche quelli soggettivi. Come testimoniano i sondaggi di opinione la percezione di vivere in un contesto caratterizzato da profonde ingiustizie sociali è ampiamente diffusa così come ha conquistato grande spazio il sentimento di deprivazione relativa, un combinato disposto generato dalla differenza aspettative/risultati e dal confronto tra la condizione odierna e quella "aurea" dei propri genitori. Non c'è quindi da temere che le platee del conflitto restino deserte, non ultimo perché sono alimentate da nuovi imprenditori della protesta-a-prescindere come buona parte dei talk show e dei social network.
Il vero problema non è la mancanza di materia prima - il conflitto per l'appunto - ma la sua inadeguata mediazione, l'assenza di una "lavorazione" che sappia estrarre valore da quella mobilitazione emotiva e la indirizzi verso l'elaborazione di soluzioni o la creazione di esperienze di coesione e di comunità. E la sinistra, nella sua doppia versione tradizionalista o riformista, non è riuscita in questa operazione. Quella socialdemocratica ha subito un doppio scacco vedendo i poveri concorrere al successo dei 5 Stelle e gli operai votare per la Lega mentre la seconda, di tradizione blairiana, non è riuscita a scrivere un nuovo alfabeto del conflitto dando centralità ai temi della scuola e della mobilità sociale.
In assenza di una cultura politica capace di rileggere la mappa dei conflitti della seconda modernità, di mitigare il sentimento di deprivazione relativa e in parallelo di affrontare i nodi irrisolti della giustizia sociale, ci sono rimaste solo le buone pratiche. Esperienze di massa che partono dall'interno della società, si muovono secondo nuovi modelli di mediazione del conflitto che non ricercano il potere di veto ma costruiscono quotidianamente soluzioni e valori di comunità. Una di queste fa riferimento al sistema delle relazioni industriali ma sicuramente il soggetto che per quantità degli interventi e qualità delle motivazioni rappresenta la maggiore novità è il terzo settore, capace di coltivare la sua identità non giocando "a specchio" contro la politica ma intermediando il bisogno delle persone e per questa via, come è accaduto durante la pandemia, arrivando a svolgere quella che Giuseppe Guzzetti ha definito come "una funzione di supplenza delle istituzioni". E allora perché dedichiamo al mondo del non profit un centesimo dell'attenzione e degli approfondimenti che riserviamo a uno sciopero generale di vecchio conio? Forse perché molti, compreso chi scrive, sono ancora legati a un antico paradigma del conflitto, prigionieri dell'idea che la sinistra abbia ancora un diritto di primogenitura, attratti dall'estetica delle contrapposizioni e restii ad ammettere che conflitto e giustizia sociale non sempre sono sinonimi.
di Giuseppe Gariazzo
Il Manifesto, 15 dicembre 2021
Il dolore di chi parte e di chi resta nell'opera prima della tunisina Abidi. I sogni del legittimo migrare che troppo spesso si trasformano in tragedie illegittime di cui sono responsabili tanto la manovalanza dei trafficanti di persone quanto le leggi disumane adottate dai paesi coinvolti; il partire doloroso per il distacco ma colmo di speranza e l'infrangersi di queste speranze nel corso di una traversata per mare (come in questo caso, dalla Tunisia all'Italia) o per terra; l'assenza di notizie da parte di coloro che hanno affrontato il viaggio e l'incubo nel quale sprofondano le famiglie la cui quotidianità diventa un'attesa senza fine. Sono elementi che il cinema "delle migrazioni" ha descritto a lungo.
Ciò che differenzia Benzine (Benzina) dalla maggior parte di quei film è il punto di vista: non quello dei migranti, bensì quello dei familiari; non il viaggio, ma la vita che continua nella terra d'origine; non le sofferenze di donne e uomini in cammino, ma il silenzio che lacera i corpi e le menti di chi è rimasto a casa. Nel 2015 più di 1.500 tunisini sono spariti nel Mediterraneo tentando di raggiungere le coste italiane, mentre migliaia di famiglie vivevano nell'angoscia. Un dato di cronaca riportato nella didascalia finale dell'opera prima di Sarra Abidi. Benzine è del 2017, ma non ha nulla dell'instant movie girato a poca distanza da una tragedia.
È un film asciutto, come la terra dura che popola le immagini, si concentra sui personaggi, sul loro (soprav)vivere in una zona arida e periferica del Sud della Tunisia attraversata da una strada che taglia la campagna come in un western. Lì abitano Halima e Salem, lei si occupa degli animali e della raccolta delle olive, lui vende benzina ai bordi della strada perché senza pioggia non può dedicarsi all'agricoltura. Del loro figlio Hmed non hanno notizie da nove mesi, da quando se n'è andato, come tanti altri, e in una scena le madri e i familiari manifestano in strada con le foto dei loro figli scomparsi. Inutile chiedere aiuto alle istituzioni. Impossibile non pensarci, fino a stare male, finire in ospedale (Halima), curarsi e riprendere a credere che qualcosa porrà fine a quello stallo. La cineasta tunisina, che proviene dal documentario, lavora per sottrazione, anche nel filmare le "scene madri", e così fanno Sondos Belhassen e Ali Yahyaoui nel ruolo della madre e del padre, senza dimenticare la presenza nel cast di Fatma Ben Saïdane (icona del cinema tunisino dalla fine degli anni Ottanta con il suo volto immediatamente riconoscibile e dotata di un carisma immenso), che interpreta Hafsia, sempre vicina a Halima nei suoi momenti più difficili.
Benzine sarà proiettato questa sera al CineTeatro Baretti di Torino a conclusione della giornata intitolata "Da Tunisi a Torino, alla ricerca della libertà", organizzata da Mosaico Refugees, Associazione Museo Nazionale del Cinema, Asgi e Kriol e focalizzata sulla questione della detenzione amministrativa in Italia con specifico riferimento alla situazione del Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) del capoluogo piemontese e ai rapporti tra Italia e Tunisia. Approfondimenti tematici, danza, musica e cinema per affrontare quanto sta vivendo il paese maghrebino ripiombato nella crisi e nella repressione e scosso da nuove istanze di libertà.
Una richiesta che, scrivono gli organizzatori, "infiamma le piazze e scuote anche i Cpr italiani dove sono reclusi centinaia di cittadini tunisini. Trattenuti in un sistema feroce e irrazionale, vivono una doppia oppressione e l'autolesionismo dilagante ne è la rappresentazione più violenta. Sono migliaia di voci, gesti e corpi che smentiscono la retorica, ormai diventata legge, della Tunisia come paese sicuro e che denunciano la collaborazione tra autorità tunisine e italiane per i rimpatri accelerati".
Sarra Abidi introdurrà Benzine alle 21.30 collegandosi attraverso internet. Un'occasione per ascoltare dalla sua voce le motivazioni che l'hanno portata a esordire nel lungometraggio scegliendo un approccio non usuale al tema migratorio e per vedere un film la cui proiezione è realizzata in collaborazione con il festival del cinema africano di Verona che presentò Benzine nell'edizione del 2019 e che da quarant'anni si batte per la diffusione dei tanti cinema delle Afriche che continuano a riservare bellissime sorprese.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 15 dicembre 2021
Il rapporto Migrantes 2021 smentita la propaganda dell'"invasione". "Nonostante le evidenze mostrino che l'Europa non è sotto invasione, la politica europea continua a essere ostile verso i rifugiati". Le parole di Yagoub Kibeida dell'Unione nazionale italiana per rifugiati ed esuli (Unire) sintetizzano i numeri raccolti nel report sul diritto d'asilo nel 2021 della fondazione Migrantes, intitolato Gli ostacoli verso un noi sempre più grande. Nel 2020, infatti, mentre nel mondo le persone in fuga da guerre, fame e cambiamento climatico sono aumentate, la stima record è di 82,4 milioni di individui, l'Europa si è posizionata in contro-tendenza rispetto al quadro globale. Per la prima volta i richiedenti asilo sono diminuiti di un terzo. Nel 2019 erano 631mila, lo scorso anno 417mila.
Le domande di protezione nei paesi membri sono state 102.500 in Germania, 86mila in Spagna, 82mila in Spagna e 38mila in Grecia. Fuori dalle retoriche agitate dai diversi governi del nostro paese, l'Italia occupa solo la quinta posizione con 21.200 richieste. Siria e Afghanistan si confermano i principali Stati di provenienza, mentre Venezuela e Colombia hanno sostituito in terza e quarta posizione Iraq e Pakistan.
A livello globale, invece, nella prima metà dell'anno in corso le persone che hanno chiesto l'asilo sono 555.400, in linea con i numeri del 2020. Il primo paese ricevente sono gli Usa (72.900), seguiti da Germania (58.900), Messico (51.700), Repubblica democratica del Congo (46.200) e Francia (36.500).
Allarmante la cifra degli "sfollati da disastri ambientali". Tra il 2019 e il 2020 sono cresciuti del 37% arrivando a 7milioni. Se però si utilizza l'indicatore dei "nuovi sfollati da disastri ambientali legati a eventi meteorologici" - cicloni, uragani, incendi, siccità, temperature estreme - il numero schizza fino a 30milioni di persone. Secondo il Groundswell report 2021 della Banca mondiale questa cifra potrebbe moltiplicarsi per sette da qui al 2050 in assenza di iniziative efficaci di contrasto del cambiamento climatico. Altrimenti la previsione si riduce dell'80%, ma riguarderebbe comunque 44milioni di individui. Un duro monito nei confronti dei governi che continuano a rimandare un definitivo cambio di rotta sulla questione ambientale e soprattutto di quelle forze politiche che spesso coniugano la richiesta di chiusura delle frontiere con lo scetticismo verso la catastrofe ecologica.
Il rapporto della fondazione Migrantes si concentra anche sulla vera emergenza che continua a colpire il Mediterraneo centrale. Non una presunta invasione, ma le morti in mare e le catture di migranti da parte della sedicente "guardia costiera" libica. È vero, si legge nello studio, che i circa 53mila arrivi in Italia tra gennaio e ottobre 2021 sono quasi il doppio dello stesso periodo del 2020, ma questo dato andrebbe liberato "da allarmismi e cliché della propaganda politica" inquadrandolo in una scala temporale più ampia. Nel medesimo periodo del 2016 erano stati oltre il triplo.
I numeri davvero inquietanti sono quelli delle persone inghiottite dal mare: 1.315 morti accertati nella sola rotta centrale dall'Oim. Che all'11 dicembre scorso ha contato 30.990 persone riportate a Tripoli dalla "guardia costiera" libica. Una cifra monstre che triplica le intercettazioni di tutto il 2020. Così nei soli centri di prigionia ufficiali del paese nordafricano ai primi di ottobre erano rinchiusi, in condizioni che le agenzie Onu definiscono inumane, circa 10mila tra donne, uomini e minori. A gennaio erano 1.100.
Dietro i numeri ci sono storie, volti e sofferenze di migliaia di essere umani condannati a torture e morte dalle politiche europee e, rispetto alla Libia, soprattutto italiane. Un duro atto di accusa che coinvolge il primo ministro Mario Draghi e la titolare del Viminale Luciana Lamorgese, che in questi mesi hanno ribadito la centralità libica per frenare gli arrivi via mare.
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