di Federica Cravero
La Repubblica, 22 luglio 2021
Vessazioni continue, insulti, atteggiamenti umilianti: non erano episodi singoli secondo la procura di Torino quelli messi in atto nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, ma un sistema di violenze fisiche e psicologiche tale da confermare la pesante accusa di torture, reato mai contestato prima per le violenze all'interno del carcere. Lo ha ribadito il pm Francesco Pelosi, che ha chiesto 25 rinvii a giudizio, già vistati dal procuratore aggiunto Enrica Gabetta, nel procedimento che riguarda episodi di violenza commessi a partire dal 2017 da agenti di polizia penitenziaria ai danni di detenuti nel carcere del quartiere Vallette.
All'udienza preliminare, che deve ancora essere fissata, si presenteranno il direttore della casa circondariale di allora, Domenico Minervini, accusato di aver ignorato le segnalazioni ricevute, lasciando che gli agenti continuassero nelle loro pratiche, il capo delle guardie Giovanni Battista Alberotanza, rappresentanti del sindacato Osapp, e diversi agenti della Polizia penitenziaria che erano in servizio nel padiglione C in cui venivano reclusi principalmente sex offender ma anche detenuti con problemi psichici.
Malmenati dalle guardie e costretti a dire di essere stati picchiati da detenuti, insultati, obbligati a leggere i passaggi più compromettenti e imbarazzanti degli atti giudiziari che li avevano fatti finire in carcere. Sono tanti gli episodi contestati dalla procura. L'impianto accusatorio ricalca quello contenuto nell'atto di chiusura indagini che era stato notificato agli indagati.
Nel frattempo nuove prove sono state acquisite a riscontro delle denunce che erano presentate alla magistratura da alcuni reclusi e dalla garante dei detenuti di Torino Monica Gallo, mentre al contrario scarsi elementi a difesa sono stati raccolti dal momento che pochi indagati hanno accettato di farsi interrogare per chiarire la loro posizione. Undici i detenuti che sono stati riconosciuti come parti offese, oltre all'associazione Antigone e l'associazione per la Lotta contro le malattie mentali.
di Gabriele Ratti
La Nazione, 22 luglio 2021
Le "mie" prigioni. È questo il titolo del libro che verrà presentato oggi giovedì 22 alle 18.00 presso il Bagno Myricae di Poveromo, una raccolta di racconti sulle esperienze vissute dall'autrice Alessandra Brenzini all'interno della casa di reclusione di Massa, dove lavora come docente con il Cpia (centro provinciale istruzione adulti).
Il libro, edito da Aletti Editore già nel 2019 ma mai presentato a causa dello scoppio della pandemia, verrà spiegato e raccontato dall'autrice stessa negli spazi dello stabilimento balneare Myricae, dove sarà possibile anche gustare qualcosa per accompagnare la presentazione, che sarà ad ingresso libero.
"Questo testo nasce dalla mia esperienza di insegnate in carcere -commenta Alessandra Brenzini- che ho iniziato a mettere nero su bianco sotto la spinta di mia figlia, affascinata dalle storie che raccontavo in casa su ciò che succedeva nella scuola, un ambiente assai particolare." Lo scopo di -Le "mie" prigioni- (non a caso il titolo ispirato all'opera di Pellico) è quello di raccontare la vita di chi vive il carcere a coloro che la giudicano fuori: "le persone in detenzione quando si trovano di fronte ad un banco diventano alunni al 100%: c'è chi ha paura dell'esame, chi della geografia, chi della matematica, e quando arriva il giorno dell'esame si trasformano in persone diverse con vestiti perfetti e stirati, barba ed acconciatura fatta, subiscono una metamorfosi" racconta l'autrice.
"Loro sono esseri umani nonostante ciò che possono aver fatto, poiché "l'uomo non è il suo errore", massima secondo cui noi viviamo in carcere -chiosa infine Alessandra Brenzinzi- chiunque può finire dentro per migliaia di motivi a lui esterni; lì dentro infatti ci sono persone umane, altri noi stessi che non hanno potuto sfruttate le nostre stesse possibilità."
varesenews.it, 22 luglio 2021
Una cinquantina di detenuti si sono messi in gioco cantando, chi bene e chi male, grazie ad un'idea dello psicologo Giuseppe Amoruso. La direttrice Santandrea entusiasta. Il karaoke entra in carcere come terapia per i detenuti ed è subito un successo, tra ugole d'oro e stonature.
Ieri, mercoledì 21 luglio, la Direttrice della Casa Circondariale di Varese, Carla Santandrea, e il responsabile dell'Area pedagogica, Domenico Grieco, in collaborazione con l'Area Sanitaria della struttura per favorire ed incrementare le attività interne nella stagione estiva ha accolto la proposta dello psicologo dell'ASST Giuseppe Amoruso (che si diletta nel karaoke e nel piano bar) di effettuare insieme a due professionisti della comunità esterna, Carlo Campi (in arte "Karaoke dj music INCAS"), e Paola Bertero, un karaoke in favore dei detenuti dell'Istituto.
L'iniziativa musicale ricreativa, svoltasi in 2 sessioni per evitare assembramenti, è stata apprezzata moltissimo dai ristretti (hanno partecipato in totale quasi 50 detenuti) che hanno cantato (alcuni bravissimi) e si sono "messi in gioco", in alcuni casi anche stonando, ma comunque partecipando attivamente all'evento. Si ringrazia, altresì, in particolare il responsabile sanitario Domenico Capaccioni che ha offerto gli alimenti per cucinare una pizza (stesa e preparata benissimo dai detenuti) offerta a tutti i partecipanti, al termine di ogni sessione di karaoke, Sergio Incerrano, che ha cantato mostrando una gran voce, e tutto il personale di Polizia Penitenziaria oggi in servizio.
di Letizia Barbera
Gazzetta del Sud, 22 luglio 2021
È durata circa due ore la visita congiunta di avvocati della Camera Penale e dei magistrati dell'Anm nel carcere di Gazzi per prendere atto della corretta gestione e rassicurare sul rispetto delle regole e della dignità umana dei detenuti. "Complessivamente siamo molto soddisfatti da questa visita" ha detto l'avvocato Bonni Candido, presidente della Camera Penale "Pisani" al termine della visita.
Il legale ha incontrato i detenuti insieme all'avvocato Alfonso Polto, vicepresidente, all'avvocato Domenico Andrè, responsabile osservatorio carceri per Messina, al presidente del Tribunale di sorveglianza Francesca Arrigo, al presidente della sezione di Messina dell'Anm Laura Romeo e al sostituto procuratore Anita Siliotti, componente dell'Anm. Ad accompagnarli durante la visita la direttrice del carcere di Gazzi Angela Sciavicco. "Abbiamo sentito il dovere - ha aggiunto - di venire a renderci conto della situazione, abbiamo trovato una gestione virtuosa della struttura sia da parte della direttrice che della polizia penitenziaria.
Tutti i detenuti con cui siamo venuti in contatto hanno tessuto le lodi di polizia penitenziaria e della direttrice. Da questo punto di vista abbiamo toccato con mano che qui non ci sono problemi come quelli che si sono verificati nel carcere Santa Maria Capua Vetere. Messina ha comunque dei problemi strutturali soprattutto per quanto riguarda la sanità che non è più gestita all'interno ma all'esterno ma sono problemi di carattere generale che vanno attenzionati". Infine ha assicurato che sarà mantenuto un costante contatto con il carcere per essere sempre pronti a portare il proprio contributo in caso di criticità.
di Davide Maria De Luca e Giunio Panarelli
Il Domani, 22 luglio 2021
Costruito quattro anni fa con la promessa di dare "dignità" e "solidarietà" ai lavoratori, è un agglomerato di 70 container esposti al sole a quasi un'ora di cammino dalla città più vicina. Fuori dalle sue recinzioni, tra le 20 e le 30 persone dormono all'aperto, tra immondizia e cartoni perché il campo è al completo. Attivisti e sindacalisti sostengono che non è una soluzione dignitosa, né una risposta allo sfruttamento, ma tra comune, regione, prefettura e croce rossa, non è chiaro a chi spetti il compito di intervenire.
Avrebbe dovuto essere un "campo modello" per dare finalmente un alloggio dignitoso ai braccianti agricoli stranieri che lavorano a Nardò, il comune in provincia di Lecce dove si è celebrato il più importante processo contro il caporalato agricolo. Ma oggi, a un mese dall'inizio della stagione della raccolta, decine di persone dormono ancora all'aperto, in mezzo ai rifiuti e senza possibilità di lavarsi. La situazione tra gli operatori del campo e i braccianti che vivono al suo esterno è tesa, ma nessuna delle autorità competenti sembra volersi prendere la responsabilità della situazione.
Il villaggio - Formato da 73 container con bagni e docce comuni, il villaggio Boncuri, come si chiama ufficialmente, ospita circa 200 braccianti, tutti stranieri e con regolare contratto di lavoro. Una vicina mensa della Caritas offre loro i pasti. Un comunicato dello scorso 23 giugno indicava il campo come "un modello delle politiche di solidarietà e dignità sociale" in un'area dove da decenni lo sfruttamento dei lavoratori agricoli è particolarmente grave. La Croce Rossa, che gestisce il campo da due anni, non consente l'entrata a visitatori e giornalisti. Fuori dalla recinzione, all'ombra di una fila di alberi, vivono circa trenta persone, costrette ad accamparsi in condizioni inumane, anche se provviste di documenti e regolari contratti di lavoro.
"Ognuno dei 73 container ha quattro posti letto, ma l'Asl ha deciso che, a causa del Covid-19, solo tre possono essere occupati", spiegano gli attivisti di Diritti a Sud, un'associazione che da oltre dieci anni si occupa di aiutare i braccianti. Questa decisione ha contribuito a tenere fuori un numero di lavoratori che varia tra i 20 e i 30. Altri non possono accedere perché l'ingresso è consentito soltanto a chi ha un regolare contratto.
Così, dopo ore di lavoro estenuante nei campi a raccogliere pomodori o angurie, decine di persone sono costretti a riposare su materassi abbandonati o semplici pezzi di cartone presi dalla strada. Anche all'ombra dei pochi alberi il caldo è insopportabile, il terreno intorno al bivacco è disseminato di immondizia e gli unici servizi disponibili sono tre bagni chimici esposti al sole di luglio.
"Sono qui da oltre una settimana e non ce la faccio più", racconta Mohamed, originario del Marocco, che vive in Italia da dieci anni ed è arrivato a Nardò da Foggia per lavorare nei campi, attirato anche dalla nascita del nuovo campo. "Non possiamo continuare a vivere così", dice un suo compagno di lavoro che racconta di avere richiesto l'accesso alla struttura da oltre due settimane.
La situazione al villaggio è tesa. Fare riprese e fotografie non è semplice. Le persone accampate fuori temono che le loro famiglie vengano a sapere della loro condizione e si tengono lontane dalle telecamere. Ogni giorno gli esclusi provano a entrare, ma il personale della Croce rossa che gestisce il campo non può acconsentire. A decidere dell'organizzazione del campo e di eventuali interventi per aumentarne la capacità è un tavolo composto da tutte le istituzioni chiamate in causa tra cui prefettura, regione e comune. Ma è difficile capire chi ha la responsabilità di intervenire.
La Croce Rossa sostiene che sta già facendo tutto il possibile e sottolinea il miglioramento rispetto alla situazione degli anni precedenti. Il comune di Nardò ha fatto sapere a Domani che è responsabile soltanto del montaggio e lo smontaggio del campo all'inizio e alla fine della stagione della raccolta. La prefettura di Lecce e la regione Puglia, contattate da Domani, non hanno ancora fornito una risposta.
Nel frattempo, al villaggio Boncuri, la situazione rimane esplosiva e gli unici a metterci la faccia sono i volontari della Croce rossa costretti ogni giorno a respingere i lavoratori stremati. Il caldo e le zanzare non aiutano e ci sono momenti di tensione anche fra gli stessi braccianti quando un lavoratore pesta per sbaglio il cartone-letto di un altro. Piccole scaramucce che dicono tanto del clima pesante che si respira qui ogni giorno.
I numeri - Si calcola che siano circa 30mila i braccianti stranieri impegnati nell'agricoltura pugliese, la seconda regione dopo la Sicilia per numero di aziende agricole. Il loro lavoro è fondamentale nel corso dell'estate, durante la stagione della raccolta dei pomodori. Chi ha un contatto regolare lavora in genere 4-5 ore al giorno per sette euro lordi l'ora. Ma i braccianti sono costretti a pagare ai caporali i costi del trasporto fino dal villaggio al campo, che può arrivare anche a dieci euro. I caporali spesso li obbligano ad acquistare da loro il cibo e l'acqua da bere. Alla fine, tolte le spese, per una giornata di lavoro il guadagno può scendere fino a 20-25 euro.
Nel 2011, prima della costruzione del campo, la protesta dei braccianti di Nardò contro i loro sfruttatori aveva portato alla più importante azione giudiziaria intrapresa contro il caporalato in Italia. Durante il cosiddetto processo Sabr sono state rinviate a giudizio 16 persone tra caporali e proprietari di aziende agricole locali, accusati di avere ridotto in schiavitù i loro lavoratori. La sentenza in primo grado aveva fatto la storia riconoscendo per la prima volta il reato di "riduzione in schiavitù" in un contesto collegato al mondo del lavoro. Ma nel 2019 la corte d'appello ha ribaltato tutto: i fatti sono avvenuti tra il 2009 e il 2011, periodo in cui i reati contestati ancora non esistevano. Il processo ora si trova in Cassazione. Marcello Risi, sindaco di Nardò all'epoca dei fatti, fu aspramente criticato anche dai membri della sua coalizione di centrosinistra per non avere permesso al comune di costituirsi parte civile nel processo.
Per un intervento più massiccio sulla questione, Nardò ha dovuto paradossalmente attendere l'avvento di un sindaco di destra: Giuseppe "Pippi" Mellone, vicino a Casa Pound, ma allo stesso tempo fedele alleato del presidente della regione Michele Emiliano, di centrosinistra. Mellone ha collaborato alla nascita del villaggio Boncuri avvenuta nel 2017 ed è stato il primo sindaco pugliese a introdurre l'ordinanza che vieta il lavoro nei campi tra le 12 e le 16, un intervento arrivato dopo la morte nel 2015 di un bracciante sudanese, ucciso dal caldo mentre lavorava in un campo poco fuori città. Quest'anno, l'ordinanza di Nardò è stata estesa a tutta la regione in seguito a un altro decesso, quello di Camara Fantamadi, bracciante maliano di 27 anni, morto di fatica dopo avere zappato per quattro ore per una paga di sei euro l'ora.
Soluzioni tampone - Tra ordinanze e la costruzione di campi come il villaggio Boncuri, la situazione è migliorata, ma a Nardò, come in molte altre zone della regione, rimangono situazioni di sfruttamento e incuria che riguardano migliaia di braccianti. "Se consideriamo da dove siamo partiti situazione migliorata, ma non è ideale", dice Antonio Gagliardi, segretario della Flai Cgil che da anni segue la vicenda di Nardò. Il campo, spiega, è esposto al sole ed è un vero e proprio ghetto, senza mezzi pubblici che lo collegano al centro abitato, quasi un'ora di distanza a piedi. "Alla fine non è che la condizione dei braccianti sia cambiata più di tanto", dice. Secondo l'ultimo rapporto dell'Ispettorato del lavoro, il 60 per cento delle aziende agricole pugliesi ispezionate nel 2020 non era in regola, in crescita rispetto all'anno precedente. La Flai Cgil denuncia inoltre che il numero di controlli è in calo, mentre sono pochissime le aziende agricole di partecipare al progetto Rete del lavoro agricolo di qualità, per contrastare lo sfruttamento lavorativo e il caporalato. Lecce è la provincia con la più bassa adesione: solo cinque aziende in tutta la provincia si sono iscritte.
In questa situazione, progetti come il villaggio Boncuri rischiano di essere soltanto una foglia di fico che nasconde una situazione di sfruttamento, sostengono alcuni. "Noi dentro il villaggio Boncuri non entriamo perché non crediamo che rappresenti una reale soluzione per il tema dei braccianti", dice Angelo Cleopazzo, membro dell'associazione Diritti a Sud che dal 2015 produce la salsa Sfruttazero, per dimostrare l'esistenza di modelli economici alternativi al caporalato.
Secondo Cleopazzo, il campo è un luogo di "segregazione" in cui i lavoratori vengono recintati e separati dalla comunità del paese, come fossero corpi estranei. "Un'idea diametralmente opposta a quello che noi chiamiamo "inclusione". Il problema del villaggio è anche la deresponsabilizzazione delle aziende agricole. Non solo è una situazione comoda per i datori di lavoro che possono raccogliere i braccianti in unico punto facendo pagare loro il trasporto, ma soprattutto il villaggio fa ricadere i costi del vitto e dell'alloggio dei braccianti sulla comunità e non sulle aziende, che possono continuare a non pagare in maniera dignitosa i lavoratori. Un circolo vizioso che, secondo l'associazione, non darà mai una vera dignità alle condizioni dei braccianti.
di Giulia Cannizzaro
Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2021
"Possibile grazie a corruzione e conflitti d'interesse". "É dal 2016 che chiediamo alle autorità libiche di creare un sistema più trasparente e controllato, ma, evidentemente, non c'è mai stata la volontà politica di farlo. Se sei nella Banca Centrale o nel governo e hai persone che stanno facendo un sacco di soldi attraverso un sistema criminale, cambiarlo è davvero difficile perché faranno tutto quello che possono per fermarti, incluso potenzialmente liberarsi di te", spiega Jonathan Winer, ex inviato speciale degli Stati Uniti nel Paese.
In Libia manca tutto. Manca l'acqua. Manca la corrente elettrica, con la luce che tutti giorni salta anche per otto, dieci ore. Ci sono, d'estate, i canonici 40 gradi all'ombra, ma senza corrente non funzionano nemmeno i condizionatori. Eppure, nel 2018, una lettera di credito del valore di 490 milioni di dollari è stata emessa proprio per acquistare all'estero delle turbine per generare elettricità che avrebbero aiutato a risolvere il problema, ma la situazione non è cambiata. Secondo un report di Global Witness, organizzazione non governativa che si occupa di corruzione e diritti umani, i soldi della lettera di credito sono stati dirottati sui conti correnti di una società emiratina costituita poco prima e dal nome quasi perfettamente identico a quello dell'appaltatore originale.
Nel 2015, l'autorità per l'energia della Libia orientale Gaerel ha concluso un contratto di quasi 490 milioni di dollari con l'appaltatore statunitense-sudafricano USP&E, il quale avrebbe consegnato, installato e fornito formazione per 15 turbine a gas da 25 Mw. Quando nel 2018 è stata emessa la lettera di credito in favore di questo progetto, tuttavia, l'accordo si presentava molto diverso. Secondo un emendamento del 2017, USP&E avrebbe consegnato tre turbine Siemens SGT800 per poco più di 166 milioni di dinari libici (circa 118 milioni di dollari).
Nel 2018, la lettera di credito è andata a una società chiamata USPE-LY con sede a Ras El Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti. Nonostante il nome quasi identico, USPE-LY non faceva e non fa parte della società USP&E. Era in realtà di proprietà di Jan Herre e Omar Allam, due ex rappresentanti di USP&E che hanno contribuito a negoziare l'accordo del 2015, ma con cui USP&E ha tagliato i ponti nel 2016. Eppure, sembra che nessuno si sia accorto del cambiamento del nome della società parte del contratto fino al 2019, quando il denaro pubblico ha cominciato ad essere erogato in base alla lettera di credito. Secondo Global Witness, diverse autorità libiche hanno approvato il passaggio alle turbine Siemens, non riconoscendo neanche che USP&E e USPE-LY fossero società diverse. La società USP&E ha dichiarato che quell'emendamento al contratto effettuato nel 2017 è stato negoziato in maniera fraudolenta e senza la sua approvazione. Secondo alcune fonti di Global Witness, però, proprio la Banca Centrale libica ha avuto un ruolo attivo nella rinegoziazione contrattuale incriminata.
Il raggiungimento della piena stabilità della Libia sembra essere ancora un miraggio, soprattutto perché alcuni nodi non vengono sciolti, uno fra tutti, quello della corruzione, problema che si riesce a toccare con mano in meccanismi come quello delle lettere di credito e che ha delle pesanti ricadute sul piano della sicurezza interna. "Le milizie controllano le filiali di alcune banche. Lo puoi vedere dal flusso di denaro - dice una fonte a Ilfattoquotidiano.it - Più è grande la quantità di denaro in lettere di credito che passa in quella determinata filiale, più è probabile che quella sia controllata dalle milizie. E non è un caso che queste filiali solitamente si trovino in periferia. Lì c'è meno controllo".
Ma il problema dell'abuso delle lettere di credito è atavico in Libia. "É dal 2016 che chiediamo alle autorità libiche di creare un sistema più trasparente e controllato, ma, evidentemente, non c'è mai stata la volontà politica di farlo. Se sei nella Banca Centrale o nel governo e hai persone che stanno facendo un sacco di soldi attraverso un sistema criminale, cambiarlo è davvero difficile, perché faranno tutto quello che possono per fermarti, incluso potenzialmente liberarsi di te", spiega a Ilfattoquotidiano.it Jonathan Winer, ex inviato speciale degli Stati Uniti per la Libia dal 2013 al 2017.
Il sistema delle lettere di credito è indispensabile per la Libia. É un meccanismo, infatti, che consente alle imprese libiche e agli enti pubblici di accedere al mercato estero, usufruendo di valuta straniera, per effettuare importazioni di beni, come generi alimentari e medicine, altrimenti irreperibili nel Paese. Ogni anno vengono distribuiti circa 9 miliardi di valuta estera tra settore pubblico e privato. Confrontando però i dati delle lettere di credito del 2021 con quelli delle importazioni del 2019 che sono stati resi pubblici, è evidente come il denaro sia uscito in quantità maggiori rispetto alle merci che sono entrate nel Paese.
Su decisione della Banca Centrale libica, dal 2012, ogni banca commerciale del Paese può concedere lettere di credito. Il giro che il denaro fa è semplice. La Banca centrale libica emette una lettera di credito che poi comunica alla banca commerciale corrispondente all'estero che, a questo punto, dovrebbe teoricamente effettuare la transazione in valuta estera al posto dell'ente pubblico o dell'azienda privata libica che, in questo modo, può importare una certa merce. La verità, però, è terribilmente diversa. Nel report di Global Witness, si analizza il percorso che il denaro delle lettere di credito fa, partendo dalla Banca Centrale libica fino ad arrivare alle banche corrispondenti nel cuore di Londra, mettendo in evidenza come, fra norme di due diligence forse non molto efficaci in materia di antiriciclaggio e antiterrorismo e conflitto di interessi nella scelta di specifiche nomine, il rischio di frode sia dietro l'angolo. Nel report, ad esempio, si fa specifico riferimento alla circostanza in cui il governatore della Banca Centrale libica, Saddek Elkaber, sia al tempo stesso presidente della ABC Bank Londra, banca commerciale posseduta a maggioranza dalla Banca Centrale libica. L'autorità monetaria nordafricana tratta la maggior parte delle lettere di credito con la ABC Bank la quale, proprio dai rapporti commerciali con essa, trae profitti. Secondo gli esperti di Global Witness, oggi ci sarebbe il rischio che il sistema delle lettere di credito possa essere soggetto a maggiori abusi e frodi rispetto al passato a causa dell'instabilità politica del Paese. In poche parole, c'è il rischio che i soldi concessi ai beneficiari delle lettere di credito vengano dirottati ancora più facilmente rispetto a prima verso destinazioni diverse da quelle per cui erano stati dati e per usi, con tutta probabilità, illegali. "Ci sono state navi che sono arrivate ai porti libici quasi completamente vuote o con prodotti in quantità non corrispondenti a quelle dovute e magari, per acquistare quelle merci, è stata concessa una lettera di credito di milioni di dollari", dice Paul Donowitz, esperto di Global Witness.
Dove vanno a finire, quindi, i soldi in valuta straniera dirottati? In mano alle milizie che li rimettono in circolazione nel mercato nero dove è praticato un tasso di cambio molto più alto rispetto a quello del mercato legale, aumentando esponenzialmente il loro margine di guadagno. Ma non solo. Il rapporto di Global Witness, infatti, denuncia il coinvolgimento in queste frodi anche di politici e imprese locali. "Il tasso di cambio del dinaro in Libia è un tasso fisso e artificiale. Se si volesse veramente risolvere il problema dell'uso fraudolento delle lettere di credito basterebbe eliminare la differenza fra il tasso di cambio ufficiale e quello praticato invece sul mercato nero - dice Winer - e la maniera più efficiente per fare questo sarebbe permettere al tasso di cambio di fluttuare ed aggiustarsi al livello di mercato. Dunque, la soluzione c'è ed è una soluzione che comporterebbe anche dei costi molto bassi". Un sistema contorto ed esposto ad abusi. Nulla di nuovo, però. Secondo gli esperti, già durante il regime di Gheddafi sono state commesse frodi da miliardi di dollari attraverso il sistema delle lettere di credito.
di Cristina Dell'Acqua
Corriere della Sera, 22 luglio 2021
I ragazzi che si diplomano senza preparazione in parte si disperderanno e in parte diventeranno politici e professionisti che dovranno fare scelte ponderate. Quando il poeta greco Esiodo, vissuto intorno al 700 a.C., compose Le Opere e i Giorni, il suo poema era rivolto al fratello Perse. I due fratelli si erano scontrati per questioni di eredità e, a quanto leggiamo, Esiodo è stata la parte lesa grazie anche alla complicità di giudici corrotti. Come avviene per ogni grande poeta, le vicende personali assumono il respiro di riflessioni più ampie e senza tempo sul valore della giustizia, della responsabilità e di un lavoro onesto e basato su meriti e capacità individuali. In sintesi un'etica del lavoro.
L'Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione ha presentato una fotografia del primo studio sistematico sul periodo di Didattica a Distanza, la famigerata Dad, che ha caratterizzato l'ultimo anno e mezzo. Le prove hanno coinvolto più di due milioni di studenti e i risultati sono impietosi: i nostri figli, soprattutto quelli che frequentano le scuole superiori, hanno subito una débâcle in italiano e in matematica.
Resistono le scuole elementari, e come prima cosa mi viene da chiedere quando e dove perdiamo i risultati e la freschezza dei bambini. Gli esiti positivi messi in campo dai nostri studenti più giovani sono dovuti solo parzialmente al fatto che i dati relativi alle scuole elementari, letti nelle ultime statistiche, sono correlati a una didattica in presenza che gli studenti più grandi non hanno avuto nell'ultimo periodo (ricordiamo che le classifiche internazionali come l'Ocse-Pisa sono impietose nei confronti dei nostri figli da ben prima della Dad).
Certo varcare le soglie della propria scuola, incontrare compagni e maestri ogni giorno non ha prezzo, ma ricordiamo che la Dad, per quanto tutti ci auguriamo si possa riporre al più presto nella scatola dei ricordi di gioventù, è pur sempre stato lo strumento (privilegiato) in cui molti adolescenti, purtroppo non tutti, hanno avuto modo di restare connessi alla loro quotidianità.
Lo schermo di un computer ha piuttosto messo a nudo docenti, studenti e un sistema scolastico non sempre all'altezza delle richieste educative necessarie a far crescere. Leggere poi che stiamo incrementando la povertà educativa dei nostri giovani è cosa che non dovrebbe darci pace né come docenti né come genitori né come cittadini. I ragazzi che si diplomano senza una preparazione adeguata sono destinati in parte a disperdersi (si parla del 23% come si legge nell'articolo del Corriere della Sera del 15 luglio di Gianna Fregonara e Orsola Riva) in parte a essere i futuri medici, avvocati, professori, giornalisti, politici e professionisti in genere nelle cui mani ci sarà la responsabilità di fare scelte eticamente ponderate.
Quando Esiodo parla al fratello, nel tentativo di educarlo, gli ricorda anche che "alle radici della terra" Zeus pose Eris, la Contesa. E di Contese ce ne sono due, una è miope, istintiva e negativa, che porta solo guerre dolore e discordia agli uomini che la seguono. Ma l'altra forma di Eris, continua Esiodo, è positiva, è una forma di sana competizione che, attraverso il confronto con la fatica, spinge a migliorare e a migliorasi, a scegliere in base ai propri valori. In gioco, per due fratelli del 700 a.C. come per i nostri figli e per noi, ci sono lavoro, relazioni sociali, senso etico e senso di responsabilità di ognuno. E con quale parte di Eris schierarsi dipenderà non certo dalla povertà quanto dalla ricchezza degli strumenti interiori che avremo saputo dare ai nostri giovani.
In questo la scuola ha un ruolo insostituibile, cioè formare, nel senso di dare una forma (che in latino significa anche bellezza) alle persone che un giorno sapranno fare la differenza, sapranno scegliere se essere miopi e refrattari alla fatica oppure visionari e responsabili. Giovani poveri culturalmente possono spaventare più di una pandemia.
Se ci concentriamo sulla scuola, ogni docente ha fra le mani due tesori, giovani curiosi e discipline attraverso cui insegnare (nel senso sempre latino di lasciare un segno). Lettere e numeri sono in fondo le chiavi per arrivare nell'animo dei ragazzi, il grimaldello con cui aprire un pertugio e da lì far entrare le parole, i logaritmi, le letture o le formule chimiche con cui gli studenti si possano scontrare e crescere. Attraverso questo incontro-scontro si può costruire la propria felicità non fatta di piacere immediato ma di ricerca di senso della propria vita.
Le lingue antiche sanno illuminarci su questo aspetto. Il greco, ad esempio, ha diverse parole per dire felicità e ce le racconta bene Erodoto, lo straordinario narratore e padre della storia del V secolo a.C. Un giorno Creso, re della Lidia, ricevette a corte i più importanti saggi della Grecia, tra cui Solone, il legislatore ateniese. Dopo aver esibito con orgoglio e una certa arroganza le famose stanze dove erano raccolti i suoi tesori, il re interrogò Solone chiedendogli se avesse mai conosciuto qualcuno più felice di lui. "Tello l'Ateniese è l'uomo più felice che io abbia mai incontrato" rispose Solone, "un uomo semplice, che ha avuto la gioia dell'amore dei figli e dei nipoti, morendo mentre combatteva con onore in difesa della propria città, dopo aver visto l'intero arco della generazione nata da lui. Un uomo che ha saputo gioire della felicità duratura". Poi aggiunse: "Di te non posso ancora dire nulla prima del tuo ultimo giorno di vita, perché per ogni cosa bisogna sempre considerare la fine, senza confondere la felicità con la fortuna".
Un'ultima osservazione. La parola felice ha racchiusa in sé la radice italiana fe- di fecondo e quella greca di fusis (da cui fisica) e cioè il modo di essere di ognuno di noi, unico e irripetibile. Come dire che si nasce con una propria natura e ascoltarla e rispettarla significa metterla al riparo dall'altalena della sorte. Un albero è felice quando la sua natura gli fa dare frutti, noi siamo felici quando siamo fecondi di vita, di progetti e di relazioni in sintonia con noi stessi. Una scuola è felice quando i suoi ragazzi vivono nella ricchezza educativa.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 22 luglio 2021
Sui vaccini, la politica sia responsabile, almeno adesso che quasi tutti i partiti sono nella maggioranza. Si rinunci a vellicare gli incerti; semmai li si convinca a vaccinarsi, o almeno lì si incentivi. Destra e sinistra non c'entrano nulla. La discussione sul vaccino è viziata da un grande equivoco. Il confronto non è tra chi difende la libertà e chi la nega.
Il confronto è tra chi vuol essere - o si illude di poter essere - libero qui e ora, e chi vuol essere libero in modo duraturo; senza ritrovarsi a fine estate (se non prima) in questo frustrante giorno della marmotta, senza dover ricominciare da capo con i bollettini delle terapie intensive e i decreti di chiusura. Dovrebbe essere chiaro che la scelta giusta è la seconda. Nessun Paese democratico ha imposto l'obbligo di vaccino, se non (com'era inevitabile) agli operatori sanitari. Quasi tutti i Paesi democratici, però, hanno deciso di incentivare le vaccinazioni. Il diritto al lavoro è inviolabile; quindi è impossibile legare l'ingresso sul posto di lavoro al green pass.
Ci sono però lavori che si svolgono a contatto con il pubblico. Un conto è difendere la libertà di non vaccinarsi; un altro è attentare alla libertà di lavorare - o usufruire di un servizio - senza venire in contatto con una persona che ha deliberatamente scelto di non vaccinarsi. Distinguere tra le generazioni, per arrivare a sentenziare che i giovani possono anche non immunizzarsi perché tanto non muoiono, significa non aver capito come si muove questa pandemia.
Il virus resiste e muta proprio perché non è molto letale, ma è molto contagioso. L'unico modo per bloccarne o limitarne la circolazione e la mutazione è vaccinarsi tutti, o quasi tutti. Qualsiasi dato scientifico ed empirico è lì a dimostrarlo. Purtroppo non ci sono altre possibilità, se vogliamo riaprire le scuole in sicurezza, consolidare la ripresa economica, recuperare la socialità, i rapporti tra le persone, il clima di scambio e di incontro che resta di gran lunga il modo migliore di lavorare e di vivere.
L'alternativa è un altro anno a singhiozzo. È richiudere le scuole e tornare alla didattica a distanza, i cui limiti erano già ben chiari a insegnanti, allievi e famiglie prima ancora che venissero certificati dalle prove Invalsi. È ripiombare nell'incertezza e nella paura sui luoghi di lavoro (perché ci sono lavori che da casa non si possono fare, o che non riescono allo stesso modo). È abituarsi definitivamente alla vita virtuale e impaurita di questi diciotto mesi: le riunioni a distanza, gli impegni cancellati all'ultimo momento, le vagonate di autocertificazioni inutili, i talk-show con i virologi catastrofisti, le gomitate di saluto, e tutte le altre cose di cui non vediamo l'ora di fare a meno.
di Giordano Contu
vaticannews.va, 22 luglio 2021
L'Osservatore Romano racconta storie di ordinaria fraternità nate dalla pastorale penitenziaria dell'arcidiocesi di Cali. C'è un messaggio di speranza per i 12 mila detenuti di Cali. È una lettera scritta da un figlio. Un video. Una fotografia che ritrae la propria famiglia. La Chiesa locale si fa portatrice di questi pensieri e istantanee. Ciò è diventato fondamentale durante la pandemia, quando erano state sospese le visite dei familiari, dei volontari e i laboratori. Adesso gli incontri stanno riprendendo, anche se molto sporadicamente. In questo tempo sospeso, lungo un anno e mezzo, la pastorale penitenziaria della capitale colombiana ha continuato a dare assistenza spirituale, pastorale e psicologica. Si è parlato anche di ciò lo scorso 15 luglio al forum "Verso una giustizia riparativa dell'essere", sul sistema carcerario e i diritti umani, organizzato dall'arcidiocesi di Cali e dal ministero della Giustizia. Il convegno ha fatto il bilancio del progetto "Promozione della dignità umana e reinserimento sociale nelle carceri della giurisdizione dell'arcidiocesi di Cali" finanziato dalla Conferenza episcopale italiana. "Voglio ringraziare profondamente la Cei", dice a "L'Osservatore romano" don Carlos Alberto Usma Giraldo, delegato dell'arcivescovo per la pastorale penitenziaria locale. "Il nostro obiettivo primario è aiutare le persone private della loro libertà, così come le loro famiglie e gli ex detenuti, a incontrare nuovamente Dio. Li aiutiamo a riscoprire se stessi, a risocializzare, a credere in una seconda opportunità".
C'è un evento che più di tutti ha segnato l'inizio del ritorno alla normalità. È la Festa del papà che si è tenuta lo scorso 15 giugno nel Centro de atención transitoria (Cat) di San Nicolás, una struttura che ospita 480 uomini in attesa di entrare in carcere. Per l'occasione è stata celebrata l'eucaristia e commentato un passo della Lettera agli Ebrei: "Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere" (Ebrei, 13, 3). Fulcro dell'iniziativa erano i messaggi dei familiari. "Alcuni hanno salutato i genitori per la prima volta, senza vederli dietro le sbarre, anche se hanno condanne molto alte", racconta il sacerdote. "Abbiamo dato una parola di speranza e di incoraggiamento, perché sono privati della libertà, ma non della dignità". Ad allietare l'evento ci ha pensato anche l'orchestra musicale della Polizia nazionale, mentre i volontari hanno distribuito beni di prima necessità.
La Festa del papà è stata un'occasione per dire ai detenuti e ai loro familiari che nonostante la pandemia non ci si è scordati di loro. "Il cuore della Chiesa è rivolto ai detenuti. Li accompagniamo perché per noi sono importanti e vale la pena credere in una conversione. Sono figli fatti a immagine e somiglianza di Dio", dice don Carlos. Le famiglie sono uno dei cardini dell'azione della pastorale penitenziaria. Lo raccontano bene le lacrime di gioia di un genitore che fissa il video di un figlio felice che stringe al petto un regalo di Natale e che è circondato dall'affetto dell'equipe pastorale. O il sorriso di un marito che guarda la foto di una delle 250 donne detenute con i figli minori (fino a 4 anni) assistite dai catechisti, come Karen Guerrero, che da nove anni insegna nelle carceri di Cali. In un istante una foto colma il vuoto di un'anima che trabocca di amore. "Lavoriamo soprattutto con i bambini: cerchiamo di fargli comprendere perché la loro mamma o il loro papà è in carcere, gli insegniamo a essere resilienti e a trovare strumenti per proseguire la loro vita", racconta il presule. L'intervento pedagogico si struttura come un accompagnamento psicologico, pastorale, spirituale e valoriale ed è finalizzato a che i bambini credano maggiormente in se stessi.
La pastorale penitenziaria di Cali si occupa di migliaia di persone ristrette, dislocate tra la prigione di Villahermosa, il complesso di Jamundí, 25 stazioni di polizia e il centro minorile. "Con un'equipe di psicologi accompagniamo i carcerati, le loro famiglie e gli ex detenuti. Li aiutiamo nella gestione delle emozioni, sotto il profilo affettivo, e a ricostruire i legami familiari e il tessuto sociale lacerato", spiega il delegato ai penitenziari. L'equipe pastorale, guidata direttamente da don Carlos, accompagna i detenuti attraverso i laboratori e con parole di incoraggiamento e di speranza. C'è poi la squadra dei cappellani che offre sostegno spirituale attraverso i sacramenti dell'eucaristia e della riconciliazione. Un forte impulso alle attività con i detenuti è dato dalla Fundación dignidad y amor che si occupa di formare i volontari e sensibilizzare i benefattori. E ha in cantiere alcune iniziative: la creazione di una mensa insieme alla pastorale sociale diocesana per distribuire il cibo nei penitenziari, l'apertura di una panetteria per dare lavoro a chi ha scontato la propria pena. "Stiamo progettando la Fondazione in modo che diventi una casa per ex detenuti. Una casa di transizione in cui riposare appena usciti dal carcere, in cui vivere gli affetti con i familiari, accompagnati delle psicologhe e dall'equipe pastorale che li preparano al ritorno a casa", dice il presule.
Il personale di custodia e di sorveglianza è l'altro importante cardine intorno a cui ruota la pastorale penitenziaria. "Alle guardie insegniamo che san Paolo è stato in carcere, che san Pietro è stato in carcere, che nostro Signore Gesù è stato in carcere. E che mai hanno abbandonando la mano di Dio che li ha aiutati", prosegue don Carlos. Per la Chiesa locale questa è una sfida che negli ultimi anni ha dato tante soddisfazioni. "Nella misura in cui evangelizziamo i custodi, loro possono trattare meglio chi è stato privato della libertà". Per insegnare ai custodi che i detenuti sono loro fratelli il sacerdote commenta spesso un passo della Genesi: "il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". "Il Signore replica con un sì. Ognuno è responsabile dell'altro. Ancora di più se ha potere, poiché è subordinato all'altro", afferma il delegato pastorale. Sensibilizzare è fondamentale. "Noi lo facciamo con la testimonianza, mostrando alle guardie il volto misericordioso di Dio grazie ai ritiri spirituali, alle convivenze e all'eucaristia. Questo ha fatto sì che la loro spiritualità si facesse prossima a Dio e ai fratelli detenuti". Coltivando l'umanità si responsabilizzano e grazie a essa oggi godono di maggior rispetto tra i detenuti. Certo, c'è ancora tanto da fare, ma il progresso fatto è tangibile.
Altri problemi restano insormontabili. Come il sovraffollamento che segna un triste +20,6 per cento. Secondo i dati governativi dell'Istituto nazionale penitenziario e carcerario colombiano (Inpec) ci sono 97.606 detenuti in 132 strutture, a fronte di una capacità totale che invece è di 80.900 persone. Al di là delle difficoltà, la pastorale penitenziaria di Cali cerca di far sì che le persone private della propria libertà prendano coscienza del valore immenso che esse hanno agli occhi di Dio. "La società continua a emarginarli - conclude don Carlos - invece noi li nobilitiamo. Perché è necessario ridargli dignità ma anche rafforzarli, offrendo loro strumenti che possano utilizzare nel momento in cui usciranno di prigione e dovranno ricostruirsi il tessuto sociale che era stato danneggiato". Per restituire alla società una persona convertita. Per costruire una comunità che offra una seconda chance.
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 22 luglio 2021
Le forze turche sono impegnate a proteggere l'aeroporto di Kabul da sei anni, ora il presidente chiede che Washington paghi. Il progetto è quello di creare una zona di influenza turca di fronte al ritiro degli altri Paesi Nato. La Turchia terrà in Afghanistan un suo contingente militare, ma solo se a pagare saranno gli Stati Uniti. La richiesta arriva dal presidente, Recep Tayyip Erdogan, il quale ha sottolineato che se Washington ha interesse a mettere in sicurezza l'aeroporto internazionale "Hamid Karzai" di Kabul, allora deve soddisfare a "condizioni" particolari, con un sostegno finanziario, logistico e diplomatico.
La richiesta di Ankara segue una strategia pianificata da tempo: la Turchia ha partecipato all'intervento militare in Afghanistan solo a patto che le sue truppe non prendessero parte ai combattimenti. Di fatto l'idea era quella di proporsi sin dal primo momento per un ruolo super partes. Forti anche della comune fede islamica, i turchi hanno provato a profilarsi diversamente dagli occidentali, anche se la risposta dei talebani è stata di scarso entusiasmo. Ankara aveva persino proposto un passaggio del processo di pace a Istanbul, ma gli "studenti coranici" hanno preferito andare avanti con la loro condotta abituale, composta di attacchi militari e colloqui rallentati nella sede "amica" di Doha.
Proprio i buoni rapporti fra Qatar e Turchia avevano spinto il governo di Ankara a scommettere su un progetto ambizioso, che però ancora non decolla. E proprio sull'aeroporto di Kabul, dove le forze di Erdogan sono impegnate da sei anni a gestire le operazioni logistiche e militari, sembra essersi consumata una rottura seria: i talebani hanno ammonito Ankara, insistendo sul principio che tutte le truppe straniere devono lasciare il Paese.
Erdogan ha ribattuto che con il sostegno Usa l'impegno turco a garantire l'apertura dello scalo verrà mantenuto e garantito. Per Ankara è anche un'occasione preziosa per ricostruire almeno in parte il rapporto con l'alleato d'oltre oceano, messo seriamente in discussione da una serie di disaccordi legati soprattutto alle "aperture" di Erdogan verso Mosca, in tema di armamenti e non solo.
Un primo passo verso un allentamento delle tensioni è stato nell'incontro con Joe Biden, in giugno, a margine di un meeting della Nato. Nei giorni scorsi, Erdogan aveva lasciato capire che sul tema dell'aeroporto di Kabul c'era stato un accordo di massima, anche perché il pericolo che lo scalo finisca in mano ai talebani sembra inaccettabile, visto che sarebbe una svolta difficilmente sostenibile, peggiore di una sconfitta con grave perdita territoriale.
Erdogan ha sempre sostenuto la necessità di parlare con i talebani, sottolineando che questi ultimi sono probabilmente più a loro agio confrontandosi con controparti turche piuttosto che americane. Per ora, comunque, la risposta degli studenti coranici è sempre la stessa: i soldati "invasori", musulmani o no, saranno sempre trattati da nemici.
Con tutta probabilità, l'atteggiamento dei talebani è legato alla fase sul terreno, che li vede in forte offensiva (ieri hanno colpito anche Kabul, prendendo di mira il palazzo presidenziale con razzi). La posizione di vantaggio potrebbe ispirare il rifiuto ad assumere nuovi "padrini", quanto meno fino a quando il controllo dell'intero Afghanistan non sarà in mano loro. Persino il loro tradizionale protettore, il Pakistan, fatica a recuperare un maggiore controllo sul gruppo integralista, ormai riottoso anche verso Islamabad. Ma per i Paesi dell'area la prospettiva di un regime talebano aggressivo è poco gradita. E questo vuol dire che anche per gli "studenti coranici" la scelta di accettare alleanze con nazioni musulmane sarà obbligata.
- "Non possiamo rimuovere il carcere dal nostro sguardo e dalle nostre coscienze"
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