di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 15 dicembre 2021
Il processo a porte chiuse. per i giudici è colpevole di "eversione". Un tribunale bielorusso ha condannato a 18 anni di prigione Sergei Tikhanovsky, blogger ed esponente dell'opposizione al regime di Alexander Lukashenko.
Dopo il suo arresto pochi mesi prima delle elezioni presidenziali di agosto 2020, la moglie Svetlana ha preso il suo posto nella campagna elettorale, divenendo uno dei volti del fronte anti- Minsk. Al termine di un processo a porte chiuse durato mesi in un centro di detenzione della città di Gomel, il tribunale ha trovato Tikhanovsky colpevole di organizzare rivolte e incitare all'odio sociale, scrive il quotidiano statale Sovetskaya Belarus.
Uno degli altri cinque imputati processati insieme a Tikhanovsky, il sessantancinquenne Mikola Statkevich, è stato condannato a 14 anni. Statkevich aveva corso contro Lukashenko alle elezioni del 2010 ma era stato condannato a sei anni. Liberato nel 2015, gli fu impedito di correre alle presidenziali del 2020.
Sia Tikhanovsky che Statkevich erano agli arresti dal maggio 2020. Igor Losik, accusato di utilizzare il suo popolare canale Telegram per incitare alla rivolta, e il blogger Vladimir Tsyganovich sono stati condannati a 15 anni. Artyom Sakov e Dmitry Popov, due attivisti vicini a Tikhanovsky, sono stati condannati a 16 anni.
"Il dittatore si è vendicato pubblicamente dei suoi oppositori più forti. Spera di continuare la repressione in silenzio, nascondendo i prigionieri politici in processi a porte chiuse. Ma il mondo intero guarda. Non ci fermeremo. La sola esistenza di queste persone è un crimine per il regime. Vengono perseguiti per voler vivere in una Bielorussia libera", ha commentato con amarezza Tsikhanovskaya. Parallelamente un altro blogger anti Lukashenko, Ihar Losik, è stato condannato a 15 anni di carcere per le stesse ragioni. L'ex candidato alle elezioni presidenziali nel 2010, Mikalay Statkevich, 65 anni, è stato condannato a 14 anni, gli attivisti Uladzimer Tsyhanovich a 15 anni, Artsyom Sakau a 16, e Dzmitry Papou, a 16.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 dicembre 2021
Il 14 dicembre Pham Doan Trang, tra le più note giornaliste del Vietnam, una delle più autorevoli voci in favore dei diritti umani, è stata condannata a nove anni di carcere. Per anni, Phan Doan Tiang è stata sottoposta a sorveglianza, ha subito minacce ed è stata torturata per aver preso le parti dei dissidenti arrestati e soprattutto aver denunciato il disastro ambientale e le espropriazioni dei terreni del villaggio di Dong Tam. Era stata arrestata a Ho Chi Minh City il 7 ottobre 2020 e accusata, ai sensi del famigerato articolo 88 del codice penale, di "produzione, archiviazione, divulgazione e distribuzione di informazioni, documenti e materiale contro la Repubblica socialista del Viet Nam".
In suo favore erano intervenute, a ottobre, le Nazioni Unite e 28 organizzazioni per i diritti umani. Nel 2019 aveva ricevuto il premio per la libertà di stampa di Reporter senza frontiere e nel 2020 il premio Voltaire.
di Giulia Merlo
Il Domani, 14 dicembre 2021
La prima conferenza dei ministri del semestre italiano è dedicata alla giustizia riparativa. La ministra Marta Cartabia: "Non è uno strumento di clemenza, ma è una giustizia che aiuta il trasgressore ad assumersi la sua responsabilità nei confronti della vittima e nei confronti della comunità, attraverso l'incontro e il dialogo"
È cominciato a Venezia il vertice dei ministri della Giustizia degli Stati membri del Consiglio d'Europa e la prima conferenza dei ministri del semestre di Presidenza italiana sarà dedicata alla giustizia riparativa. L'evento si pone l'obiettivo di fare avanzare il dibattito sulla giustizia riparativa in materia penale all'interno del Consiglio d'Europa, sulla base dell'analisi di dati provenienti da fonti europee e internazionali e tenendo conto delle migliori esperienze pratiche realizzate negli Stati membri.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 14 dicembre 2021
All'interno dell'Associazione nazionale magistrati sono sorti molti anni fa dei gruppi organizzati, essenzialmente in ragione di diverse visioni culturali della funzione giudiziaria e dei valori che la ispirano. Negli anni ci sono state scissioni e aggregazioni che hanno movimentato la vita associativa. Attualmente i gruppi rappresentati nel Comitato direttivo centrale dell'Anm sono cinque: Area (che raggruppa Magistratura democratica e Articolo 3) con 11 eletti Magistratura indipendente, con 10 eletti, Unità per la Costituzione con 7 eletti, Autonomia e indipendenza, con 4 eletti e Articolo 101 con 4 eletti (i riferimenti degli articoli sono alla Costituzione della Repubblica).
Askanews, 14 dicembre 2021
"Il mio Paese ha deciso di richiamare l'attenzione dei Ministri della Giustizia degli Stati membri sulla giustizia riparativa in quello che è un momento cruciale e particolarmente fruttuoso per l'Italia in termini di riforme del sistema della giustizia penale".
Così il ministro della Giustizia, Marta Cartabia che a Venezia ha introdotto la Conferenza dei ministri della Giustizia del Consiglio d'Europa. A tema del vertice, che continuerà fino a domani, la giustizia riparativa.
di Giulia Merlo
Il Domani, 14 dicembre 2021
Il ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario contiene una serie di previsioni che modificano profondamente la magistratura, fissando regole per le nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari e regolando in modo nuovo il metodo di elezione dei consiglieri del Csm. Ma il testo non è ancora pronto, manca il maxi emendamento del ministero della Giustizia che verrà presentato nei prossimi giorni ma è stato anticipato alla maggioranza.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
Da oggi cambia il rapporto tra Procure e informazione. L'esultanza del deputato di Azione Enrico Costa: "Questo è un provvedimento di portata storica". Da oggi cambia il rapporto tra Procure e informazione: entra finalmente in vigore la norma di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Per celebrare l'evento il deputato di Azione Enrico Costa ha convocato ieri una conferenza stampa alla Camera: si tratta di "un provvedimento di portata storica", ha detto il parlamentare, tra i maggiori sostenitori della nuova norma che ora "non vorremmo venisse svilita sul campo". Per questo occorrerà vigilare, in quanto "il pericolo più grande è l'elusione del provvedimento".
di Davide Varì
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
L'ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati sulla legge che tutela la presunzione di innocenza: aver impedito le conferenze stampa è privo di senso. Nell'attuazione pratica della legge sulla tutela della presunzione di innocenza "si dovrà ricercare un punto di equilibrio rispetto ad altri valori come, da un lato, il dovere di comunicare e di rendere conto accountability da parte del sistema di giustizia e, dall'altro, il diritto di informazione, di cronaca e di critica". Lo dice all'Adnkronos l'ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati a ridosso dell'entrata in vigore della normativa che disciplina la diffusione di informazioni sulle indagini giudiziari e che già divide la magistratura.
"Già la direttiva Ue adottava formulazioni molto restrittive, limitando la possibilità da parte delle autorità pubbliche di "divulgare informazioni sui procedimenti penali", ai soli casi in cui "ciò sia strettamente necessario per motivi connessi all'indagine penale o per l'interesse pubblico". In democrazia l'interesse pubblico comporta un rovesciamento di prospettiva: l'informazione sui procedimenti penali, deve essere la più ampia possibile, salva la tutela delle esigenze di segretezza dell'indagine, che a sua volta deve essere ricondotta allo stretto necessario". Il dibattito si è concentrato sulla comunicazione delle procure.
"Le esternazioni lesive del principio di innocenza e in contrasto con i criteri dell'equilibrio e della misura di alcuni magistrati, soprattutto pubblici ministeri danneggiano la credibilità della giustizia. Ma l'indebito protagonismo di magistrati e anche la cattiva informazione si contrastano con la buona e corretta informazione e non certo con la pretesa ingessare le modalità di comunicazione. Avere privilegiato per l'informazione delle procure i comunicati stampa, cercando di porre limiti più stringenti alle conferenze stampa è privo di senso ed ignora la realtà", sottolinea l'ex procuratore.
"Basta una rapida esplorazione sul web per trovare comunicati stampa improvvidi e non rispettosi della presunzione di innocenza e, all'opposto, conferenze stampa ben gestite e rispettose del principio. Il comunicato stampa - spiega Edmondo Bruti Liberati - è di per sé informazione a senso unico, mentre la conferenza stampa è l'occasione nella quale la stampa, con domande e contestazioni, può esercitare il ruolo di "cane da guardia della democrazia"" per usare l'espressione presente nelle sentenze della Corte europea dei Diritti dell'Uomo riguardo all'informazione sui casi giudiziari. "Qualunque normativa si adotti, rimane essenziale l'assunzione di responsabilità e la deontologia degli operatori di giustizia e degli operatori dell'informazione. Ma oltre le norme vi è il principio del rispetto nei diritti e nella dignità, della persona sottoposta ad indagini e processo ed anche definitivamente condannata", conclude l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
Alessandra Maddalena (Anm): "Nessun magistrato dovrebbe mai ricoprire il ruolo di moralizzatore, non gli compete assolutamente. Ha un ruolo diverso: ricerca le prove, la verità, accerta i fatti e rende giustizia nell'interesse dei cittadini. Non è compito del magistrato esprimere giudizi morali". A dirlo al Dubbio è Alessandra Maddalena, vicepresidente dell'Anm ed esponente della corrente Unicost, secondo cui "il sistema giudiziario deve parlare all'esterno, ma deve anche saper resistere ai richiami del protagonismo mediatico: la giustizia è credibile anche in relazione all'immagine che di sé dà all'esterno".
Oggi entra in vigore il decreto legislativo che disciplina la diffusione di informazioni sulle indagini giudiziarie. Come interpreta questa novità?
Lo spirito di fondo è assolutamente condivisibile. L'informazione giudiziaria è necessaria, in quanto è uno strumento di controllo democratico del modo in cui viene esercitata la giustizia. E sicuramente è importante anche informare sui successi investigativi, perché serve a rafforzare la fiducia dei cittadini e la loro voglia di collaborare. In questo modo, in certi territori, si combatte l'omertà e non lasciamo soli i magistrati di trincea, che rischiano la vita. Ma l'altro aspetto del discorso è la tutela della dignità dell'indagato e dell'imputato fino a sentenza definitiva. Il sistema giudiziario deve parlare all'esterno, ma deve anche saper resistere ai richiami del protagonismo mediatico, al sensazionalismo. Che produce l'effetto contrario: abbassare la fiducia nella giurisdizione, perché può creare l'impressione che si vada in cerca di popolarità attraverso l'indagine e che la stessa sia uno strumento per costruire carriere. La giustizia è credibile anche in relazione all'immagine che di sé dà all'esterno.
Cosa bisogna fare per scongiurare abusi e strumentalizzazioni?
È necessario che l'informazione sia resa sempre in maniera chiara, continente, sobria, evitando anche giudizi morali, che talvolta leggiamo anche in atti giudiziari e che poi vengono portati all'esterno. Bisognerebbe anche intervenire sulla formazione, a partire dalla Scuola superiore della magistratura. Il primo dovere del magistrato è rendere un'informazione corretta, perché un'informazione impropria può essere resa ancora più scorretta da un'eventuale alterazione ed enfatizzazione, producendo una visione totalmente distorta della giustizia e creando nel pubblico la certezza di colpevolezza di chi è indagato, con la lesione della presunzione d'innocenza. Quando nella fase delle indagini si utilizza questo tipo di comunicazione potrebbero rimanerne vittima anche i giudici e si potrebbe dare l'immagine di una giurisdizione arbitraria, perché di fronte ad una aspettativa di condanna, un'assoluzione fa nascere un sentimento di diffidenza. E il problema è talmente serio che anche il Csm, nel 2018, aveva dettato delle linee guida proprio sulla corretta comunicazione istituzionale, segnalando la necessità di una comunicazione essenziale e oggettiva.
Alcuni magistrati hanno interpretato questa direttiva come un bavaglio, sia per le toghe sia per la stampa. Cosa risponde ai suoi colleghi?
Non mi sento di parlare di bavaglio e non immagino che l'intento del legislatore fosse quello di imbavagliare qualcuno, ma di attuare una direttiva che voleva un rafforzamento della tutela della dignità dell'indagato e dell'imputato. Se poi mi chiede se questo strumento possa realizzare questo obiettivo o non possa produrre addirittura effetti pregiudizievoli allora le dico che qualche dubbio lo nutro.
Perché?
La modalità di comunicazione è stata ristretta al comunicato ufficiale, limitando la conferenza stampa a casi particolari. La cosa di per sé è comprensibile e anche giustificata, perché assicura la comunicazione mettendo gli organi di stampa in parità di condizioni ed evitando la precostituzione di canali riservati con organi di informazione. Ma non lo è in questa forma così assoluta. Neanche la direttiva europea prevedeva questo tipo di restrizione e potrebbero porsi dei problemi quando ci sono situazioni di tale urgenza e rilevanza pubblica per cui da una parte potrebbero non esserci i tempi minimi per organizzare una conferenza stampa e dall'altro potrebbe risultare non efficace un comunicato scritto. Sarebbe stato opportuno quantomeno prevedere un'eccezione nel caso di particolari urgenze. Il dubbio è anche che mettendo paletti troppo stretti in qualche modo le notizie continuino a circolare in maniera poco trasparente, aggirando il problema. Quello della comunicazione è un problema innanzitutto culturale, deontologico. I rimedi che sono stati introdotti da un lato potrebbero non essere effettivamente risolutivi, perché una volta che una comunicazione errata è stata resa non sarà la rettifica a risolvere il problema e dall'altra parte la stessa rettifica, con la possibilità di ricorrere al giudice con la procedura d'urgenza, probabilmente si traduce in un appesantimento complessivo della macchina giudiziaria, che potrebbe non essere risolutivo davvero. Inoltre la previsione generica di un obbligo di risarcimento del danno potrebbe in qualche modo indurre il magistrato ad ammorbidire sempre la propria posizione per evitare azioni risarcitorie in caso di dichiarazioni extrafunzionali, ma anche nei provvedimenti cautelari: si potrebbe essere indotti ad evitare delle espressioni più decise, anche se funzionali alla motivazioni sulla gravità indiziaria, per non incorrere nella violazione di quella regola non chiarissima introdotta nel decreto e quindi evitare richieste strumentali di correzione di passaggi semplicemente sgraditi all'indagato.
Il procuratore de Raho, in un'intervista, sostiene che i magistrati devono stare fuori dai circoli mediatici. Eppure ci sono magistrati molto esposti mediaticamente...
Condivido le dichiarazioni del procuratore e il giudizio negativo sulla spettacolarizzazione e l'eccessiva presenza dei magistrati nei talk show televisivi, che non credo assolutamente serva a rafforzare la credibilità della giustizia o a recuperare il prestigio dell'ordine giudiziario. Sensazionalismo e protagonismo sono da respingere. E penso alle parole di Livatino, che parlava del magistrato che lavora nelle sue stanze senza preoccuparsi di apparire. Il magistrato deve dare l'immagine di chi è alla ricerca della giustizia, in un senso o nell'altro, né colpevolista né innocentista, ma in maniera oggettiva, nella sostanza e nella comunicazione.
di Marco Ricucci*
Corriere della Sera, 14 dicembre 2021
Il flop dell'italiano a scuola ormai è un'emergenza democratica. Su 1.532 compiti consegnati, finora è passato soltanto il 6% dei candidati. La questione della lingua italiana e l'urgenza di cambiare il modo di fare didattica della lingua a scuola.
Il Codice di Hammurabi, databile intorno al 1750 prima della nascita di Cristo, è una raccolta di leggi scritte per i sudditi dell'Impero babilonese, ma probabilmente agli aspiranti magistrati, che hanno svolto, nel 2021, l'ultimo concorsone per accedere ai tribunali della Repubblica italiana, sarà poco famigliare, a vantaggio del diritto romano.
Passando dunque dai libri di storia antica - si tenga bene conto del motto historia magistra vitae - alla cronaca nostrana, da più parti è stata ripresa la notizia che la maggioranza degli aspiranti giudici non è riuscita a superare la prova scritta per gli eccessivi errori di grammatica di lingua italiana. Nel dettaglio, in base all'ultimo aggiornamento sul concorso da 310 posti che si è tenuto dal 12 al 16 luglio, i candidati erano precisamente 5.827; e di loro soltanto in 3.797 hanno consegnato la busta con la prova.
Ma, paradossalmente, il reale problema si presenta proprio con la correzione degli elaborati: sui 1.532 compiti esaminati finora dalla Commissione, è passato soltanto, a stento, il 6% dei candidati, ovvero 88 aspiranti. Incredibile ma vero: qual è la ragione? Gli aspiranti magistrati non sanno scrivere nella lingua italiana e, per riprendere le parole dolenti della Commissione in un analogo concorso del 2008 prima di questo, gli errori grammaticali sono troppi.
Ecco che si ripropone, in tutta la sua concretezza, quella che da qualche tempo ho battezzato "la neo-questione della lingua italiana", che finora ha avuto solo una denuncia di stampo pedagogico-didattico, ma che in realtà consiste anche in una vera emergenza di tenuta democratica.
Negli ultimi anni, i docenti di lettere hanno avvertito un decadimento di una delle quattro abilità ritenute fondamentali dalla civiltà occidentale fin dall'antichità classica, la scrittura, e su tutti i mass-media ebbe vasta eco, nel 2017, l'appello di 600 accademici italiani rivolto alla classe politica al fine di denunciare la scarsa conoscenza e competenza della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Questo complesso fenomeno, ancora da ben contestualizzare, andrebbe interpretato anche alla luce di concetti più generali ed epocali come quello di società liquida (Bauman), di villaggio globale (Ong), di oralità e scrittura (MacLuhan), di nativi digitali (Prensky).
Nella scuola italiana, che spesso ha fatto della tradizione la giustificazione del proprio immobilismo pedagogico, la didattica della scrittura esplicita, permanente, graduata e inclusiva, scientificamente fondata, è purtroppo limitata: se al biennio si privilegia la lettura di brani antologizzati con un focus sulla lettura "decifrativa" del capolavoro manzoniano, al triennio, oltre alla storia della letteratura italiana basata su un impianto diacronico e spesso nozionistico, rimane - sulla carta- centrale la lettura esegetica delle cantiche dantesche. Allora, con un atto di onestà intellettuale, nell'attuale monte ore di lingua e letteratura italiana formato da appena 4 ore settimanali (prima della Riforma Gelmini ce ne erano cinque!), quanto spazio è realisticamente possibile dedicare alla didattica della scrittura?
Nel nostro Paese, che pare "una nave senza nocchiere in gran tempesta", si deve arrivare al paradosso di "ammazzare" i Padri della lingua italiana, con la provocatoria proposta di abolire non solo Manzoni ma persino Dante, per poter concedere maggiore spazio e tempo all'educazione linguistica, che tuttavia è una priorità contingente e sostanziale? Secondo il Professor Serianni, noto linguista e sempre attento al mondo della scuola, "quel che pregiudica il successo scolastico nell'italiano scritto è un insieme più complesso e meno facilmente rimediabile: scarsa capacità di organizzazione e gerarchizzazione delle idee, tecniche di argomentazione di volta in volta elementari o fallaci, modesta padronanza del lessico astratto o comunque di quello che esula dal patrimonio abitualmente impiegato nell'oralità quotidiana".
Si delinea sempre più nitida la neo-questione della lingua italiana, anche a partire dalla constatazione dei risultati del concorso a magistrato: si deve, dunque, partire dalla scuola per migliorare le abilità e le competenze di alunne e alunni, che saranno cittadini di domani. Non tutti, ovviamente, fra loro diventeranno magistrati, ma chi lo diventa, previo superamento del concorso, è chiamato a svolgere un ruolo importante nella società democratica: davvero incarna uno dei tre poteri costituzionali, ovvero quello giudiziario, ma con la sua sentenza può disporre della vita dei cittadini, talora privandolo della sua libertà.
Il poeta Esiodo, vissuto nel VII a.C., intentò un processo al fratello Perse che non voleva dargli la sua parte di eredità paterna, tuttavia lo esorta così: "ma via, dirimiamo ora la nostra contesa secondo retta giustizia che, provenendo da Zeus, è la migliore". Quando correggo un tema di un mio alunno, in un certo senso, ristabilisco la "giustizia" della lingua italiana con la penna rossa, trasmettendo il "valore" intrinseco della correttezza morfologica, sintattica, lessicale. Se mai l'alunno diventerà giudice, potrà meglio scrivere una sentenza e - lavorando anche sulla comprensione a scuola - capire le leggi.
Alla luce di queste brevi considerazioni, è auspicabile che il Ministro Bianchi, pandemia permettendo, dia un chiaro segnale "politico" e scelga in modo chiaro di far svolgere la prima prova all'Esame di Stato nel 2022. Per il resto, continua la mia "battaglia" per la lingua italiana, come quella di tantissimi colleghi, nelle aule di scuola e università.
*Professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano e docente a contratto presso l'Università degli Studi di Milano
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