di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2021
Non spezza il legame tra le due condotte il solo fatto che la prima sia stata già giudicata con sentenza definitiva. In materia di stupefacenti, nulla osta a che due reati di coltivazione illecita siano in continuazione anche se vi è già stata sentenza definitiva e le prime piante siano state sequestrate. Ad esempio, il fine di assicurarsi una forma più economica di antidolorifico cannabinoide è elemento intellettivo che - unito ad altre circostanze - dimostra la prevedibilità del reiterarsi di una condotta. E non si interrompe il legame tra i diversi episodi se la continuazione riguarda una condotta già precedentemente giudicata con sentenza definitiva e risalente negli anni.
La Corte di cassazione con la sentenza n. 27992/2021 ha perciò riconosciuto come incongruo il ragionamento dei giudici di merito che avevano tout court escluso il vincolo della continuazione - tra due diversi episodi di coltivazione domestica illecita di piante di marjuana - in quanto tra uno e l'altro erano trascorsi due anni. La "frattura" tra i due episodi affermata valutando solo l'elemento temporale non è affatto provata. Infatti, non vi è frattura tra due o più diversi episodi neanche per un fatto esterno - quale il corso della giustizia già compiuto - all'eventuale "identico disegno criminoso".
Ciò che rileva perché il precedente reato sia avvinto dalla continuazione con quello successivo è la sussistenza - al momento di commissione del primo - della rappresentazione futura di una reiterazione del successivo reato anche solo in termini di alta probabilità. Circostanza prospettica non escludibile in un caso come quello concreto dove la finalità "di cura" o di sollievo perseguita dall'autore del reato sia condizione stabile e il reato venga ripetuto con le medesime modalità e nei medesimi luoghi: l'abitazione dell'imputato.
Spiega, infatti la Cassazione, che la continuazione tra reati è desumibile in base a diversi elementi:
- omogeneità tra violazioni e bene protetto;
- contiguità spazio-temporale;
- modalità e singole causali;
-sistematicità e abitudini di programmazione di vita.
La programmazione unificante è quella esistente al momento di commissione del primo reato e il vincolo della continuazione anche in presenza di elementi di probabilità di reiterazione si spezza se il successivo reato è commesso sotto una spinta estemporanea.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2021
Parere favorevole, con osservazioni, del Garante privacy sullo schema di regolamento del Ministero della giustizia che disciplina il trattamento in una pluralità di ambiti e contesti. Il Garante per la privacy ha espresso parere favorevole sullo schema di regolamento, predisposto dal Ministero della giustizia, che disciplina il trattamento dei dati giudiziari in una pluralità di ambiti e contesti.
Il testo recepisce buona parte delle indicazioni fornite dall'Autorità nel corso di diverse interlocuzioni con il Ministero e rafforza le tutele previste per le persone. Definite anche un complesso di garanzie minime nei principali settori nei quali possono essere trattati dati giudiziari: dall'ambito forense al mondo del lavoro, dalla verifica dei requisiti di onorabilità a quella della solidità e affidabilità di soggetti privati, dall'ambito assicurativo a quello delle professioni intellettuali o della ricerca storica e statistica, oppure nella mediazione e conciliazione delle controversie civili e commerciali.
La bozza di regolamento si applica anche ai dati relativi alle misure di prevenzione, come quelle per gli indiziati di appartenenza ad associazione di tipo mafioso. Il testo prescrive inoltre che tutti i titolari rispettino i principi di proporzionalità e di minimizzazione previsti dal Gdpr, trattando solo dati indispensabili e per il tempo strettamente necessario rispetto alla finalità perseguita.
Chi tratta i dati, dovrà anche verificare l'affidabilità delle fonti, adottando specifiche garanzie volte ad assicurare l'esattezza dei dati trattati, che dovranno essere sempre aggiornati rispetto, tra l'altro, all'evoluzione della posizione giudiziaria dell'interessato.
Le osservazioni del Garante - Al fine di rafforzare ulteriormente le garanzie già previste nel testo del Ministero, il Garante ha comunque espresso nel parere ulteriori osservazioni. In particolare, il Garante ha richiesto che le garanzie introdotte con il decreto siano previste come parametro di riferimento minimo anche per quei trattamenti che vengono svolti in ambito pubblico sulla base di previsioni normative diverse. Ha inoltre chiesto che sia prestata particolare attenzione ai dati giudiziari raccolti da fonti aperte in caso di trattamenti svolti a fini di verifica della solidità, solvibilità ed affidabilità nei pagamenti. In tali casi si dovrebbero ammettere, quali legittime fonti di raccolta, solo i siti internet istituzionali, nonché quelli di ordini professionali e di associazioni di categoria.
Il Garante ha inoltre sottolineato che, nella maggior parte dei casi, il consenso dell'interessato non può essere considerato una base giuridica legittima per il trattamento dei dati giudiziari; questo aspetto vale in particolare nella gestione del rapporto di lavoro dove il dipendente si trova in una posizione di disparità tale, rispetto al datore di lavoro, da non garantire una libera espressione del consenso.
L'Autorità ha infine rilevato l'importanza di disciplinare anche i trattamenti svolti da soggetti no-profit, per finalità di mediazione e conciliazione delle controversie civili e commerciali, nonché quelli per finalità di accesso a sistemi o aree sensibili in determinati ambiti, particolarmente rilevanti nel contesto socio-economico attuale.
di Michela Marzano
La Stampa, 21 luglio 2021
All'inizio della pandemia, le mafie si sono ben organizzate per poter approfittare della situazione: hanno congelato i prestiti a usura; hanno rinviato le scadenze; hanno fatto arrivare pasta, zucchero e caffè nelle case dei più bisognosi. A buon rendere, ovviamente, come hanno denunciato sia la Direzione investigativa antimafia, sia associazioni come Libera.
Visto che non è mai stata la compassione a muovere il crimine organizzato, ma la possibilità di poter massimizzare profitti e interessi. Proprio come i fornai, i macellai e i birrai di cui parla Adam Smith nel suo celebre La ricchezza delle nazioni. Per il padre dell'economia politica, d'altronde, fornai, macellai e birrai sono spinti a produrre e vendere il pane migliore o la cane e la birra più pregiate non certo per altruismo o per benevolenza, ma per trarne profitto, e quindi per puro egoismo: più la carne, il pane e la birra sono buoni, più la gente è disposta a spendere. "Dare" al fine di "ottenere", quindi.
Che è poi diventato il principio cardine del neoliberismo dei Chicago Boys. Sebbene in nome della deregolamentazione e della privatizzazione, l'ultraliberismo abbia progressivamente non solo picconato il Welfare State che si era diffuso in Europa nel Secondo Dopoguerra, ma abbia di fatto anche favorito il diffondersi della criminalità organizzata. Laddove lo Stato è assente e non si ha accesso ad alcuni servizi fondamentali come l'istruzione e la sanità, oppure la gente non trova lavoro e non sa come fare per sbarcare il lunario o sentirsi protetta, la mafia prospera. Strumentalizzando ogni situazione d'urgenza e di crisi, persino la pandemia, al fine di alimentare quello che ormai, dagli studiosi, viene definito il "welfare mafioso".
Col passare dei mesi e l'apri-e-chiudi di moltissimi negozi, però, la situazione è pian piano cambiata: senza pizzi e senza guadagni, le casse si sono svuotate e anche il welfare mafioso si è incrinato. E allora sono tornate le minacce e, da quanto sta emergendo in seguito al blitz che ha portato ieri al fermo di sedici persone del mandamento di Ciacilli, sono ricominciate le estorsioni. Anche perché gli uomini di Cosa Nostra sono stati a loro volta minacciati dalle mogli dei detenuti che hanno fatto capire loro che, se i soldi non fossero arrivati, prima o poi i mariti avrebbero iniziato a parlare.
Nessun codice d'onore inviolabile, allora, nonostante gli strascichi di un linguaggio infarcito di "cornuti" e "sbirri" come emerge da alcune intercettazioni. Nulla a che vedere con la visione romanzata secondo cui la mafia incarnerebbe una vita non mediocre, basata sul coraggio, il rispetto, la virilità e la magnanimità. La mafia prospera finché aiuta e protegge sostituendosi allo Stato. Quando non può più farlo, perde credibilità.
Non sono tanto, o solo, la mitizzazione della violenza o l'idealizzazione dei boss che hanno d'altronde reso possibile il dilagare della criminalità organizzata, quanto la ben più prosaica esistenza, per le persone, di bisogni essenziali da soddisfare: nutrirsi, vestirsi, curarsi, lavorare, sentirsi protetti. Perché allora non fare in modo che le persone non abbiano più bisogno della protezione e degli aiuti offerti dalla mafia?
Non è questa l'unica cosa che dovrebbe fare lo Stato, assumendosi nuovamente, e ovunque, il ruolo di assicurare ai suoi cittadini un minimo tenore di vita, di proteggerli quando ce n'è più bisogno e consentire loro accesso all'istruzione, alla sanità e agli altri servizi necessari a una vita decente? Occupare lo spazio, quindi, anche grazie alle ingenti somme di denaro del Pnrr, preparando pian piano i cittadini all'autonomia. Perché non si tratta di agire paternalisticamente, ma di dare a tutte e a tutti gli strumenti adeguati (materiali e culturali) affinché possano poi perseguire i propri obiettivi, avendo la capacità e la possibilità di scegliere su quali valore fondare la propria esistenza, invece che semplicemente cercare di soddisfare i propri bisogni primari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 21 luglio 2021
Corte costituzionale: "Non è ragionevole, e contrasta con l'effettività del diritto di difesa, che il cittadino di un Paese non aderente all'Unione europea non abbia diritto al patrocinio a spese dello Stato soltanto perché si trova nell'impossibilità di produrre la certificazione dell'autorità consolare richiesta per i redditi prodotti all'estero".
È quanto ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 157 depositata ieri (redattrice Emanuela Navarretta), dichiarando illegittimo l'articolo 79, comma 2, del Dpr n. 115 del 2002, nella parte in cui non consente al cittadino di Stati non Ue di dimostrare di aver fatto tutto il possibile, in base a correttezza e diligenza, per presentare la richiesta documentazione, e quindi di produrre una dichiarazione sostitutiva di tale documentazione. L'intervento della Corte nasce da un procedimento nel quale due cittadini di nazionalità indiana avevano proposto opposizione al provvedimento di diniego del permesso di soggiorno per lavoro stagionale.
I due ricorrenti si erano visti negare il beneficio del patrocinio a spese dello Stato in quanto l'Ambasciata e il Consolato indiano in Italia non avevano dato riscontro alla loro richiesta di certificare la mancanza di redditi all'estero. A sollevare questione di legittimità era stato il Tar del Piemonte secondo il quale se l'esclusione dal patrocinio a spese dello Stato di uno straniero non abbiente, cittadino di un Paese non appartenente all'Ue, "viene a dipendere dall'inerzia di un soggetto pubblico terzo, non sopperibile con gli istituti di semplificazione amministrativa e decertificazione documentale previsti, invece, per i cittadini italiani e dell'Unione europea", si verrebbe a creare un irragionevole vulnus al principio di eguaglianza nell'accesso alla tutela giurisdizionale.
Con la sentenza depositata ieri inoltre la Corte ha uniformato, sotto il profilo della certificazione dei redditi prodotti all'estero, "la disciplina sul patrocinio a spese dello Stato nei processi civile, amministrativo, contabile e tributario a quanto richiesto dal principio di autoresponsabilità e a quanto già previsto per il penale, non essendoci, quanto all'aspetto citato, alcuna ragione per differenziarli". L'istante avrà così l'opportunità di produrre in ogni tipo di giudizio una "dichiarazione sostitutiva di certificazione" relativa ai redditi prodotti all'estero, una volta dimostrata l'impossibilità di recuperare i documenti.
calabria7.it, 21 luglio 2021
"Ergastolo ostativo. Percorsi e strategie di sopravvivenza": è il titolo della tesi di laurea che Salvatore Curatolo, sessantacinque anni, condannato all'ergastolo ostativo per reati di mafia, ha discusso ieri, martedì 20 luglio, nella sala teatro del carcere di Catanzaro, conseguendo il voto di 110 e lode.
L'uomo ha raccontato se stesso accendendo i riflettori con una consapevolezza facilitata dalla scrittura autobiografica su ciò che gli ha consentito di sopravvivere in senso psicologico e fisico alla detenzione, 28 anni ininterrotti di reclusione di cui 12 in regime di 41 bis. Relatore della tesi il professor Charlie Barnao, docente di Sociologia all'Università Magna Graecia di Catanzaro e delegato del Rettore per il Polo universitario per studenti detenuti.
Metodo dell'autoetnografia - Barnao spiega il metodo dell'autoetnografia al centro di questo lavoro partito dalla descrizione delle regole, dei ruoli sociali, della dimensione culturale delle carceri. "Il metodo dell'autoetnografia - afferma il professore - rientra nell'ambito più generale dell'etnografia. Ma mentre con l'etnografia il ricercatore studia le culture altre per comprendere i soggetti al centro della sua ricerca, con l'autoetnografia il ricercatore è nel contempo osservatore e osservato, l'autore e il focus della storia. Lavori autoetnografici di questo tipo possono servire a valorizzare aspetti della personalità utili per determinati percorsi di adattamento; ciò può assumere anche una significativa valenza dal punto di vista educativo e rieducativo".
La tesi di Curatolo - "In particolare - spiega Charlie Barnao - nella tesi di Curatolo emerge il ruolo centrale dell'istruzione. Per quest'uomo che non aveva neanche la quinta elementare, studiare in carcere e arrivare alla laurea in sociologia è stato un modo per avvicinarsi con nuovi argomenti di discussione alle persone a lui più care. La tesi è frutto di un percorso introspettivo lungo e faticoso. Un lavoro reso possibile anche grazie alla grande disponibilità e collaborazione dell'istituto penitenziario di Catanzaro, diretto da Angela Paravati, e dell'Università 'Magna Graecia' di Catanzaro con il suo Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia (Diges) diretto da Geremia Romano presidente del Senato accademico che ha presieduto la commissione di laurea".
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 21 luglio 2021
"Siamo stati caricati e colpiti al volto con manganellate anche coi tondini in ferro pien". La denuncia di un recluso "testimone passivo" delle rivolte nel carcere e della "spedizione punitiva" il giorno dopo ad Ascoli dove fu trasferito assieme ad altri. "Molti detenuti, alcuni in palese stato di alterazione probabilmente dovuto all'assunzione di farmaci, furono violentemente caricati e colpiti al volto con manganellate anche coi "tondini in ferro pieno" che si usano per effettuare la battitura nelle celle. Alcuni di questi a cui non fu dato nessun supporto medico morirono nel giro di pochi minuti".
È un passaggio di una lettera scritta da C.C., che si qualifica come uno dei reclusi nel carcere di Modena durante la rivolta dell'8 marzo 2020, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il detenuto riferisce anche di pestaggi durante il suo trasferimento insieme ad altre persone nel carcere di Ascoli Piceno e successivi alla morte di Salvatore Piscitelli, il 40enne noto per il suo talento di attore teatrale dal cui decesso è originata la prima delle indagini sulle otto persone morte in seguito alle proteste. In particolare, riferisce a Cartabia di "una spedizione punitiva cella a cella" effettuata da "una squadretta di una decina di agenti".
"Picchiati da ammanettati e senza scarpe" - C.C. è stato sentito come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Modena dopo avere presentato un esposto il 20 novembre del 2020. Nella lettera di sei pagine, afferma di essersi trovato "coinvolto seppure in maniera passiva" nella rivolta scoppiata in carcere e "di avere assistito ai metodi di intervento messi in atto dagli agenti della casa circondariale dopo che i detenuti si erano consegnati spontaneamente. Metodi che consistevano in veri e propri pestaggi effettuati tra le due porte carraie e in una sala adiacente alla caserma agenti. Il pestaggio avvenne in uno stanzone dopo che tutti ci eravamo consegnati, dopo che eravamo stati ammanettati e privati delle scarpe". "La morte dei detenuti - prosegue - fu successivamente classificata come morte d'overdose dovuta ad assunzione di farmaci, ma la mia domanda personale è: se non fossero stati picchiati al volto e fossero stati condotti in ospedale sarebbero morti?".
"Di nuovo picchiati nudi nei furgoni" - L'uomo racconta anche cosa sarebbe successo dopo. "Verso le 20 circa, fummo fatti salire senza porre resistenza sui mezzi della penitenziaria e condotti alla casa circondariale di Ascoli Piceno. Alcuni di noi vennero picchiati durante il viaggio a cui partecipò anche Piscitelli". "Arrivati ad Ascoli fummo fatti scendere e posti in una serie di furgoni parcheggiati nel piazzale, denudati, senza scarpe e con le porte aperte. Dato l'orario e le temperature basse rimanemmo al freddo per più di un'ora, all'interno dei furgoni fummo nuovamente picchiati. Mi chiedo - commenta C.C. - come mai non furono chiesti i filmati delle telecamere del piazzale di Ascoli".
Piscitelli morì la mattina dopo il trasferimento, secondo C.C. anche per i mancati soccorsi pure sollecitati dai detenuti. "Il 9 marzo alle 7 e 30 circa - si legge nella lettera - salì una 'squadretta' in reparto composta da circa 10 agenti, alcuni con casco, scudo e manganello. Cella dopo cella ci picchiarono tutti, una violenza ingiustificata dato che eravamo stati trasferiti da Modena, eravamo arrivati in sicurezza ammanettati e senza scarpe e senza porre resistenza alcuna. Quella di Ascoli fu una vera e propria spedizione punitiva per i fatti occorsi a Modena il giorno prima".
"Ministro, le porgiamo una mano" - E ancora nella sua lunga narrazione, C.C dice che poco più tardi dopo avere di nuovo chiesto soccorsi per Piscitelli che emetteva "versi di dolore" si sentirono zittire da un agente che li avrebbe invitati a "farlo morire". "Si parla spesso di giusta giustizia e di giustizia garantista - si conclude la lettera a Cartabia. Le stiamo porgendo una mano, ci consenta di aiutarla ad aiutarci nel costruire un sistema migliore. Da parte mia sarà doveroso chiedere un risarcimento non per me ma per i familiari delle vittime".
Il "Comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant'Anna" sottolinea che "C.C. si interroga sul perché i vari garanti a cui si è rivolto non siano stati interrogati sulla sua denuncia". E rilancia: "Le recenti indagini su Santa Maria Capua Vetere e il loro esito hanno abbattuto per una volta quella coltre di silenzio che da troppo tempo ricopriva le mura del nostro sistema penitenziario. Bisogna insistere e continuare a chiedere giustizia".
di Monica Musso
Il Dubbio, 21 luglio 2021
Da un lato l'ombra di una "dittatura sanitaria". Dall'altro la Costituzione, che non vieta la possibilità di introdurre limitazioni. Sull'obbligo vaccinale è scontro tra giuristi, a confronto sull'ipotesi di una stretta che riguardi, in primis, le scuole. Ad affermare la legittimità di un intervento statale che limiti le libertà in caso di mancata vaccinazione è il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, che in un'intervista a La Nazione si è schierato a favore dell'obbligo. "Soggetti con controindicazioni mediche sono l'eccezione, ma l'obbligo va introdotto e soprattutto per professioni a contatto con soggetti deboli (ragazzi, ragazze, bambine e bambini, persone inferme) in un quadro di rispetto generale", ha affermato. Flick si è fatto promotore, assieme a una ventina di giuristi, di una lettera rivolta al presidente del Consiglio Mario Draghi, al quale hanno chiesto una legge che imponga l'obbligo vaccinale per insegnanti e altro personale scolastico, in vista della ripresa delle lezioni in presenza da settembre. Ciò anche in qualità di "nonno": "Davanti alle conclusioni Invalsi sugli effetti nocivi della Dad e al desiderio dei nostri nipoti di tornare in classe - ha dichiarato a Repubblica - chiediamo al governo di valutare le condizioni migliori per l'accesso a scuola, sia sul fronte dei trasporti che su quello della presenza in aula per evitare che si contagino. Ecco perché l'obbligo di vaccinazione per studenti e prof". Nulla di trascendentale, secondo Flick, che cita l'articolo 16 della Costituzione: "Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza". Da qui, dunque, la possibilità di introdurre trattamenti medici, come già accaduto in passato, a tutela della salute della collettività. "Esistono doveri di reciprocità", ricorda il presidente emerito della Consulta, che in merito a eventuali sanzioni spiega: "Esse sono previste. Sanzioni e ammende proporzionate sono inevitabili in caso di mancato rispetto delle leggi. Fermo restando che l'informazione completa e comprensibile è il primo passo per un'adesione consapevole alla legge che sarebbe preferibile. Ci possono essere tante opinioni, ma non è possibile che vinca il caos". Su Repubblica, Flick si è detto "convinto che lo Stato possa introdurlo (l'obbligo vaccinale, ndr) legittimamente alla luce dell'articolo 16 della Costituzione, che prevede limiti alla libertà di circolazione per ragioni sanitarie, e dell'articolo 32, che tutela il diritto fondamentale alla salute come interesse della collettività".
Non è d'accordo, invece, Fabrizio Giulimondi, consulente giuridico-normativo presso la presidenza della Commissione Agricoltura del Senato, componente del comitato scientifico di ForoEuropa e collaboratore di LabParlamento. "Il Green pass lo inquadro come obbligo indiretto di vaccinazione, bisogna chiamare le cose come sono - ha dichiarato ai microfoni della trasmissione "L'Italia s'è desta". Nel momento in cui io dico a una persona che può entrare in un luogo pubblico solo se ha fatto due dosi di vaccino, se ha un tampone negativo o se è guarito dal covid, tu gli stai dicendo di fatto di vaccinarsi, è un obbligo indiretto. Dicano se vogliono l'obbligo vaccinale o no, se non lo vogliono non possono rendere obbligatorio il green pass. Il tampone è l'alternativa ma costa, di conseguenza una famiglia di 4 persone che vuole andare al ristorante deve spendere il doppio considerando i tamponi. Imporre così un vaccino può suscitare grossi dubbi di costituzionalità. Vi sono prese di posizione della Corte Europea e del Consiglio d'Europa che sono contro questi mezzi", ha affermato. Secondo Giulimondi, il vaccino anti- covid, a differenza di altri per i quali è previsto un obbligo, "non è consolidato e validato in tutte le sue fasi, è in fase di controllo, perciò qualche dubbio lo desta. Essere contrari ai vaccini è un'idiozia, ma avere qualche dubbio su questo vaccino lo ritengo ragionevole.
Cartabellotta della fondazione Gimbe proprio su Radio Cusano Campus ha detto che mancano i vaccini, questo incide in chiave giuridica e costituzionale, se io sono impossibilitato ad accedere ai vaccini come è possibile imporre il Green Pass? Poi ci sono persone che il vaccino non possono proprio farlo per motivi di salute. Questi sono problemi giuridici importanti, non stiamo parlando del derby Roma- Lazio, non si tratta di dividere in vax e no vax".
Per Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori, i vaccini, così come gli strumenti "anti-virus", "sono importanti, ma secondari rispetto al distanziamento cui continua a fare riferimento lo stesso Comitato tecnico scientifico. La verità è che per il terzo anno consecutivo stiamo andando incontro a delle lezioni con le classi pollaio e non attuando quanto chiesto dal Cts: il distanziamento sociale all'interno degli spazi scolastici chiusi. È certo importante che tutti si vaccinino, però per la ripresa della didattica in presenza bisogna focalizzare l'attenzione pubblica non sull'obbligo vaccinale ma sull'obbligo dello Stato di fornire gli spazi adeguati". Perché deve essere chiaro, ha detto ancora Pacifico, che "in una classe di 35 metri quadri, più di 15 alunni non possono stare".
paeseitaliapress.it, 21 luglio 2021
"Stabat mater" è un cortometraggio realizzato dall'associazione culturale Teatro Electra di Pistoia con la partecipazione, in qualità di attori, dei detenuti della Casa Circondariale di Santa Caterina in Brana di Pistoia, insieme agli attori professionisti Melania Giglio e Giuseppe Sartori, per la regia di Giuseppe Tesi. Si terrà venerdì 23 luglio alle ore 10:00 presso Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari, la proiezione del cortometraggio Stabat Mater, regia di Giuseppe Tesi, il progetto cinematografico proposto e realizzato dall'Associazione Culturale Electra Teatro Pistoia che coinvolge i detenuti affiancati da due attori professionisti Melania Giglio e Giuseppe Sartori. La proiezione è parte dell'evento "Non c'è giustizia senza umanità" organizzato dalla Senatrice Paola Binetti nell'ambito del dibattito, attualmente in atto in Parlamento, sulla Riforma della Giustizia. Prevista anche la tavola rotonda a cui interverranno Monsignor Dario Edoardo Viganò, A. Mantovano, R. Turrini Vita, G. Caliendo, B. Nicotra, Giuseppe Tesi. Chiuderà il dibattito l'On. Paolo Sisto, Sottosegretario alla Giustizia.
Il progetto Stabat Mater - Il Regista Giuseppe Tesi ha scelto un testo originale per contenuto e stile. Si tratta dello Stabat Mater, una piéce tratta dalla raccolta Madri (ed. Oedipus, 2018) della poetessa Grazia Frisina. Un testo in versi, strutturalmente evocativo del canto greco. Lo scritto, di grande impatto carnale e, al contempo, spirituale appartiene all'alveo del teatro post-moderno, circoscritto in una chiave di lettura immaginaria e visionaria, fra estremi toni modulari, basso/alto, dentro/fuori. Il pianto della Madre di Cristo, qui interpretato con impeto neorealistico da Melania Giglio, è rappresentativo del pianto di tutte le madri di fronte al sacrificio e all'ingiusta morte di un figlio. Il Coro, formato da dodici detenuti di diversa etnia ed appartenenza linguistica, e la Corifea, sostenuta da un insolente Giuseppe Sartori, si contemperano con efficacia all'afflato dei versi. Il grido di dolore di ciascuno, il vero disagio vissuto nel divenire Opus Artis acquisiscono, nel corso delle sequenze sceniche, i colori della speranza.
Malgrado i tempi frammentati e dilatati dovuti alle necessarie limitazioni imposte dalla pandemia, Electra Teatro è riuscita ad iniziare e a concludere le riprese nell'arco di un anno. La dirigenza e le maestranze della Casa Circondariale di Santa Caterina in Brana di Pistoia, sotto la guida della D.ssa Loredana Stefanelli, hanno sostenuto con entusiasmo e spirito collaborativo il lavoro. I detenuti, nonostante le iniziali incertezze e alcune diffidenze, si sono dimostrati seri, partecipi e motivati, rivelando inaspettate capacità espressive.
La realizzazione del cortometraggio è stata in parte finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Fondazione un Raggio di Luce, Ordine Avvocati, Società della Salute Pistoiese, Misericordia, Fondazione Tesi Group, Publiacqua, Publiservizi, Chianti Banca, Unicoop Firenze - sezione di Pistoia, Fondazione San Giovanni Pistoia.
lecodelsud.it, 21 luglio 2021
Secondo appuntamento del Festival Shakespeariano dello Stretto di Daniele Gonciaruk il 24 luglio al Palacultura di Messina con "Sogno di una notte a Bicocca" di Francesca Ferro, produzione del Teatro Mobile di Catania in prima visione per Messina, dopo due anni di rappresentazione e un ritorno in scena al Teatro Litta di Milano nel maggio scorso. Il testo, ispirato a "Sogno di una notte di mezza estate", che ha aperto il festival il 18 luglio scorso, racconta l'allestimento della pièce curato nel 2017 dall'attrice e regista, figlia di Turi Ferro e Ida Carrara, con i detenuti dell'istituto di pena catanese Bicocca.
Un testo dai contenuti sociali importanti, fortemente voluto nel cartellone della rassegna dall'attore e regista peloritano, che, nella contrapposizione tra sogno e realtà, recupera la funzione catartica del teatro, capace di scavalcare le fredde mura di un carcere e regalare ai detenuti l'elemento del sogno, una dimensione "proibita" all'interno della situazione detentiva. Perché la prigione annulla desideri, progetti, ambizioni, assieme all'identità degli esseri umani: li priva del tempo e dello spazio, alimentando la necessità di proiettarsi in altri luoghi e in altri spazi, protagonisti di una storia che non è la loro, magari dentro un bosco in una notte d'estate. Dieci detenuti si fanno così guidare da una regista con l'obiettivo di riportare il teatro alla sua antica funzione catartica, verso un cambiamento che dal luogo sognato invade la dimensione soggettiva di ciascuno. Soprattutto se a guidare il sogno è il più grande genio del teatro, William Shakespeare.
"Nello spettacolo gli uomini interpretano anche ruoli femminili come ai tempi di Shakespeare e questo porta a situazioni esilaranti ma anche forti, di grande scontro tra i protagonisti". Così aveva anticipato, alla conferenza stampa di presentazione del festival, Agostino Zumbo, tra gli interpreti della pièce con la stessa Ferro. In scena con loro Rosario Minardi, Mario Opinato, Giovanni Arezzo, Francesco Maria Attardi, Renny Zapato, Giuseppe Brancato, Giovanni Maugeri, Antonio Marino e Dany Break.
Lo spettacolo sarà rappresentato in un'unica replica al Palacultura, alle ore 21:30. Festival Shakespeariano dello Stretto è promosso dall'associazione culturale Officine Dagoruk col patrocinio di Comune e Città Metropolitana di Messina, Fondazione Bonino-Pulejo, Accademia di Belle Arti di Messina e la collaborazione del Comando della Marina di Militare di Messina. Main Sponsor è Caronte & Tourist.
di Marco Consoli
La Repubblica, 21 luglio 2021
Kamzy Gunaratnam, 33 anni, fuggì dall'isola gettandosi in acqua. Racconta la sua vita e spiega perché è pericoloso considerare l'assassino un mostro. Quando abbiamo saputo dell'esplosione a Oslo mi sono preoccupata di rassicurare i ragazzini che erano con me nell'isola di Utøya, dove si svolgeva il campus estivo della sezione giovanile del Partito laburista norvegese, perché ero una dei dirigenti ed erano sotto la mia responsabilità.
Qualche ora dopo abbiamo sentito dei botti sull'isola, e ci siamo avvicinati ai rumori, perché pensavamo fossero fuochi d'artificio. Subito però abbiamo incontrato decine di altri ragazzi che scappavano nella nostra direzione, dicendo che un poliziotto stava sparando e uccidendo tutti. In casi del genere puoi restare paralizzato dalla paura, cercare di combattere o nasconderti.
Io ho scelto di scappare: ho messo il cellulare in modalità silenziosa dentro il reggiseno e sono fuggita verso la riva". Kamzy Gunaratnam, 33 anni, oggi vicesindaco di Oslo e candidata alle prossime elezioni parlamentari di settembre, era a Utøya il 22 luglio di dieci anni fa. "Fuggivo e sentivo i colpi di arma da fuoco e il tonfo delle persone che crollavano a terra, e quando sono stata vicino al lago ho deciso che se dovevo morire preferivo affogare. Così mi sono tuffata e ho nuotato finché, all'improvviso, ho visto una barca. Poi mi hanno portata in un hotel dove radunavano i sopravvissuti".
Che cosa è accaduto dopo?
"La gente piangeva e urlava e io non volevo stare lì. Volevo dormire, mi sembrava tutto assurdo. Quando mi sono svegliata e ho sentito delle decine di morti sono rimasta scioccata. Poi ricordo in tv le parole del premier Jens Stoltenberg: la nostra risposta sarà più apertura e maggiore democrazia, perché sono l'esatto contrario di ciò in cui crede Breivik".
Cosa ha pensato quando ha conosciuto le farneticanti motivazioni della strage?
"Non ricordo esattamente, ma tre giorni dopo mi hanno intervistata in tv e ho detto che non odiavo Breivik, ma provavo pietà per lui. Perché le sue idee ci potranno anche sembrare folli, ma lui non è un mostro, è una persona come noi e un prodotto della società. Anche lui è stato un bambino che giocava con altri bambini. Se si riduce tutto al fatto che è matto, come faremo a evitare che un altro come lui cresca nella nostra società?".
Ha mai parlato con Breivik?
"Ho scritto un libro che si apre con una lettera che Breivik ha scritto nel gennaio 2020 a me e ad altri parlamentari in cui presenta le proprie scuse. Sostiene di aver cambiato le sue idee da posizioni di estrema destra ad una, diciamo, più moderata. Così nell'ultimo capitolo gli ho scritto a mia volta più o meno queste parole: "Ho letto la sua lettera e volevo farle sapere come lei abbia traumatizzato me e un'intera generazione che non si sente più al sicuro. Anche se lei parla di supremazia bianca io sono meglio di lei, perché lavoro per creare una società aperta che includa anche quelli come lei, quindi non ha nulla da insegnarmi"".
Fuori dalla Norvegia la pena di 21 anni è stata giudicata troppo lieve. Breivik tra 11 anni potrebbe uscire dal carcere. Come la fa sentire?
"La prigione deve punire, ma allo stesso tempo bisogna reinserire i criminali nella società quando hanno scontato la pena. Certo, da vittima, trovo un insulto l'idea che possa girare a piede libero, ma io devo ragionare da politica. Quando nel 2015 sono diventata vicesindaco di Oslo ho detto che Breivik dovrebbe andare a lavorare in uno di quei centri che accolgono gli immigrati, perché solo così potrebbe cambiare la propria prospettiva".
Di recente il primo ministro Erna Solberg ha dichiarato che la Norvegia ha un problema di razzismo strutturale. Lei che è arrivata a tre anni come rifugiata dallo Sri Lanka che ne pensa?
"Quando avevo sette anni due ragazzini più grandi mi spalmarono la faccia di neve cercando di lavare via il colore della mia pelle. All'epoca però non avevo l'età per capire quel tipo di attacco, proseguito in maniera più sfumata nella mia vita da adulta. Ora la mia autostima mi permette di ignorare tutto ciò. In Norvegia non c'è l'apartheid e non tutti sono razzisti. Ma il razzismo diventa strutturale quando la cultura discriminatoria si ripete e non si fa nulla per contrastarla. I razzisti spesso non conoscono persone diverse da sé, e aprirsi e conoscere gli altri e il mondo è l'unico modo di cambiare le cose".
Crede che i social media siano parte del problema?
"Oggi puoi pubblicare tutto quel che ti passa per la testa in pochi secondi senza filtro. Credo che il problema sia che la gente non ha più il tempo di riflettere prima di esprimersi".
Alcuni cittadini di Utøya si sono opposti alla costruzione di un memoriale per le vittime. L'odio si propaga più facilmente anche perché dimentichiamo in fretta?
"Dobbiamo ricordarci di chi è morto e sapere perché è morto. Penso che alcuni norvegesi non vogliano ricordare perché è difficile ammettere che Breivik è uno di noi e che qualcosa di orribile può accadere anche nel nostro Paese".
Nel documentario lei sembra molto forte, uscita quasi indenne da quei tragici eventi. Posso chiederle qual è il peso che si porta addosso a distanza di 10 anni?
"Mi sento in colpa per essermi tuffata e non aver salvato molti ragazzi che non hanno voluto nuotare con me. E da quel giorno non posso più entrare in un luogo chiuso senza controllare dove sono le vie d'uscita. Ricordo di essere andata al cinema un paio d'anni fa con un'amica e averle detto come se fosse una cosa normale: se qualcuno inizia a sparare dobbiamo correre da quella parte".
- Una sentenza rivela qual è la sfida intorno al ruolo della religione nella sfera pubblica
- Droghe. Libro Bianco e Relazione al Parlamento: stessa diagnosi
- Ddl Zan, il confronto naufraga tra più di mille emendamenti
- Il Sudafrica e lo spettro dell'identità tribale, così un paese sprofonda nel caos
- Contro il populismo penale, svuotiamo le carceri











