di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2021
Da due anni i giornalisti libanesi sono sempre più sotto attacco da parte di attori statali e non statali. Secondo SKeyes (il Centro Samir Kassir Eyes per la libertà di stampa e di cultura), dall'ottobre 2019 sono stati registrati oltre 100 casi. L'ultimo caso è quello di Radwan Murtada, del quotidiano Al-Akhbar, che il 26 novembre è stato condannato a 13 mesi di carcere per offesa alle forze armate.
Ma la storia che voglio raccontarvi questa settimana riguarda Nada Homsi, una freelance statunitense che lavora per varie testate arabe e internazionali. È stata arrestata il 16 novembre ed è tuttora in stato di detenzione. Della sua vicenda si stanno interessando Human Rigths Watch e Amnesty International.
Secondo quanto riferito dall'avvocata Diala Chehade, che ha assunto la sua difesa, Nada Homsi si è vista irrompere in casa da agenti della Sicurezza generale privi di mandato giudiziario. Dopo il ritrovamento di una piccola quantità di cannabis, gli agenti hanno fatto una telefonata in procura e hanno arrestato la giornalista e il marito, sostenendo vagamente di avere prove contro di lei basate su informazioni d'intelligence. Di quali prove d'intelligence si tratti, non è dato saperlo. Ufficialmente, Nada Homsi è accusata di consumo di droga.
Per i primi sei giorni dopo l'arresto, Nadia Homsi non ha potuto contattare avvocati né familiari. Quando ha insistito per essere difesa, le è stato risposto che "qui alla Sicurezza generale non funziona così". Il 25 novembre la procura ha ordinato la scarcerazione ma la Sicurezza generale ha ignorato l'ordine emettendo un decreto di espulsione perché la giornalista non avrebbe il permesso di lavorare in Libano. Il 1° dicembre Amnesty International e Human Rights Watch hanno scritto al capo della Sicurezza generale, il generale Abbas Ibrahim, sollecitando il rilascio di Nadia Homsi e indagini sull'operato dei suoi sottoposti. Non c'è stata ancora risposta.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Giulia Merlo
Il Domani, 12 dicembre 2021
L'attesa sembra essere finita: gli emendamenti ministeriali al ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario sembrano essere in arrivo. In attesa di vedere le implicazioni politiche, io ho analizzato le ragioni del ritardo. Il momento della riforma dell'ordinamento giudiziario è arrivato. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha incontrato giovedì 9 dicembre la maggioranza, per anticipare i contenuti dell'emendamento ministeriale.
Il testo non è ancora stato mostrato per iscritto, ma il dibattito ora è aperto sia con le forze politiche che con i vertici della magistratura.
di Andrea Tornago
L'Espresso, 12 dicembre 2021
Chiesta l'archiviazione dell'inchiesta sulla scelta di spostare i pazienti dall'ospedale di Sesto San Giovanni alla casa di riposo per anziani, a marzo del 2020. Il medico che denunciò i rischi di propagare il contagio è stato licenziato. I familiari delle vittime: i nostri cari in balia del virus.
Il 13 marzo 2020 decine di ambulanze attraversano Milano dalla periferia nord fino all'elegante quartiere Washington. Destinazione Pio Albergo Trivulzio, la storica casa di riposo milanese. Trasportano una ventina pazienti dimessi dall'ospedale di Sesto San Giovanni, ormai pieno di malati Covid come tutti i nosocomi lombardi. Nessuno ha fatto loro un tampone, merce rara in quei giorni. Ma occorre comunque liberare posti letto nei reparti al più presto. E una delibera della giunta regionale ha appena reso possibili i trasferimenti di pazienti dagli ospedali verso altre strutture assistenziali tra cui le Rsa: la scelta più criticata della giunta lombarda, i malati e gli anziani uniti in un abbraccio spesso mortale. L'Italia è da poco entrata in lockdown. Dieci giorni dopo, nella casa di cura milanese partono i contagi culminati in una strage: almeno 103 morti considerati "correlati al Covid-19" dai periti della Procura di Milano, nel periodo che va da gennaio a metà aprile del 2020.
di Arturo Di Corinto
La Repubblica, 12 dicembre 2021
Secondo le maggiori aziende mondiali di cybersecurity dobbiamo aspettarci attacchi ai pagamenti digitali, a vaccini e telemedicina, agli apparati industriali e agli sport online. Dove ci sono dati, ci sono violazioni dei dati, poiché con più persone online, nascono nuove vulnerabilità: questa tesi, ripetuta più volte all'Internet governance Forum di Katowice (in Polonia), può apparire banale, ma non lo è se si tiene conto del fatto che anche se 3 miliardi di persone non hanno ancora accesso alla Rete, durante la pandemia il numero di utenti connessi online è aumentato di 800 milioni.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 dicembre 2021
Tra i sette provvedimenti di clemenza firmati nei giorni scorsi dal presidente della Repubblica - probabilmente gli ultimi del suo settennato - ci sono tre grazie parziali che hanno ridotto le pene di circa un anno ad altrettanti detenuti, i quali potranno così finire di scontare le rispettive condanne fuori dal carcere. Entrando nel sistema della "esecuzione penale esterna", i cui numeri hanno superato quelli della popolazione penitenziaria.
di Antonio Giordano
livesicilia.it, 12 dicembre 2021
Episodi inquietanti accadono nel carcere di Caltagirone. In poco meno di un anno Giuseppe Calcagno è stato strangolato dal suo compagno di cella, Angelo Minnì è caduto dal letto e ha passato un mese in coma prima di morire, e la morte di Paolo Costarelli è stata scoperta dopo 48 ore dal suo strangolamento da parte, anche questa volta, del suo compagno di cella. Le storie di tre celle troppo chiuse, tre casi che hanno in comune il fatto di svolgersi nello stesso luogo.
Le lunghe indagini - Il primo morto tra le sbarre a Caltagirone è stato Giuseppe Calcagno, che stava scontando una pena per una vecchia tentata estorsione. Il 31 gennaio il Calcagno esce senza vita dal carcere e la sua morte viene attribuita a cause naturali, ma quasi dieci mesi dopo, il 9 novembre, arriva la notizia della conclusione dell'indagine aperta dai Carabinieri di Caltagirone.
Secondo gli accertamenti legali condotti dalla Procura di Caltagirone, Calcagno sarebbe stato strangolato nel sonno da Giuseppe Taccetta, 59 anni di Grammichele. Non è chiaro il movente del delitto, attribuito dalla stessa Procura a futili motivi causati dalla convivenza in cella tra Calcagno e Taccetta. Il presunto omicida, che al momento dell'arresto era stato spostato agli arresti domiciliari e che ora è tornato in carcere, era stato già indagato anni fa per un tentato omicidio avvenuto a Grammichele.
La notte del 16 ottobre scorso Angelo Minnì, 63 anni, muore all'ospedale Cannizzaro di Catania, dove ha trascorso un mese in stato di coma. È l'epilogo di una storia iniziata con una caduta: Minnì era detenuto al carcere di Caltagirone, e nel settembre di quest'anno sarebbe caduto dal letto a castello nella sua cella, battendo la testa.
A causa della caduta, Minnì è stato prima spostato all'ospedale di Caltagirone e poi al Cannizzaro, dove ha subito un intervento alla testa che ha provato ad arginare l'emorragia cerebrale. Da quell'intervento non si è risvegliato più.
Sull'onda di quello che era successo a Calcagno, la cui morte in un primo momento era stata attribuita a cause naturali, la famiglia di Minnì fa un esposto alla Procura di Caltagirone, che apre un fascicolo. La stessa famiglia sostiene, secondo delle dichiarazioni rilasciate alla stampa, di essere stata informata con ritardo della caduta del proprio familiare. Per il momento le indagini sono in corso: sul corpo di Minnì non è stata effettuata l'autopsia.
Un altro strangolamento - Tra il momento della morte di Paolo Costarelli e quello della sua scoperta sono passate 48 ore, in cui il corpo della vittima è rimasto sotto le lenzuola, al riparo da sguardi indiscreti. A ucciderlo con dei lacci intorno al collo e a nasconderlo è stato il compagno di cella Salvatore Moio, 44 anni, che si auto-proclama 'ndranghetista e che è in carcere per scontare una condanna a venti anni per avere assassinato il suocero.
È il terzo caso per morte in carcere su cui indaga la piccola procura di Caltagirone in meno di un anno, ed è proprio durante l'interrogatorio di garanzia che emergono i particolari. Durante una lite, l'ennesima, con Costarelli, Moio si sente aggredito e diventa a sua volta violento, buttando sul letto il compagno di stanza e strangolandolo con dei lacci che poi getta via dalla finestra. A quel punto nasconde il corpo con il lenzuolo e per due giorni interi vive come se niente fosse, mangiando e dormendo con un cadavere nella sua stessa cella. Solo due giorni dopo i fatti le guardie carcerarie si accorgono di quello che è successo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2021
Non è illegittima se colpisce beni che non rappresentano il profitto o il prodotto del delitto. La confisca cosiddetta allargata è di fatto misura di sicurezza contro la commissione di reati che esprimono particolare allarme sociale. Perciò essa non è giustificata - e quindi limitata -dall'individuazione puntuale del profitto o al prodotto del reato, bensì dalla rilevata sproporzione tra patrimonio e redditi leciti.
La Corte di cassazione ribadisce con la sentenza n. 45554/2021 l'orientamento escplicito delle sezioni Unite che ha escluso che la confisca in "casi particolari", prevista dall'articolo 240 bis del Codice penale, debba essere necessariamente fondata sulla connessione tra oggetto della confisca e reato-spia. La pertinenzialità al reato non è richiesta dalla norma. Sufficiente è la mancata puntuale prova della provenienza lecita di un patrimonio pur se formatosi in parte anche molti anni prima del processo.
Per tale motivo la cassazione ha respinto il ricorso dell'imputato, che era stato riconosciuto colpevole per la commissione di diversi fatti di usura e per l'appartenenza alla criminalità organizzata. Il ricorrente affermava che l'ablazione dei titoli e dei saldi attivi presenti sul proprio conto corrente sarebbe stata illegittima in quanto, in massima parte, si trattava di valori derivanti da attività lecite risalenti a decine di anni prima della commissione dei reati contestati.
Spiega, invece, la Cassazione che la confisca allargata che mira a prevenire la commissione futura di reati della stessa indole può ben colpire anche beni di provenienza lecita se rientra nelle ipotesi previste dall'articolo 240 bi del Codice. In quanto la misura non si limita a escludere dalla disponibilità del reo solo il prodotto o il profitto del reato, ma proprio la disponibilità del proprio patrimonio di cui non riesca puntualmente a dimostrarne la lecita acquisizione.
di Enrico Deaglio
Il Domani, 12 dicembre 2021
Cinquantadue anni dopo. La bomba esplosa a Milano il 12 dicembre 1969, all'interno della Banca nazionale dell'agricoltura, ha colpito il nostro paese per decenni. Oggi di quella strage sappiamo tutto. Ma l'Italia del fascismo che comandava il Viminale e dei servizi segreti di cui tutti avevano molta paura è morta e sepolta? Vive solo nella nostra nostalgia? Potrebbe ripetersi?
"Il passato non è morto e sepolto. In realtà non è neppure passato", la famosa citazione di William Faulkner, che si riferiva al suo sud, alla nostalgia per un passato travolto dalla guerra civile, che il suo sud aveva perso, si presta al 52esimo anniversario che ci apprestiamo a ricordare, quello della ormai mitica "strage di piazza Fontana". Quella bomba - ai tempi inaudita - ma lo sarebbe anche oggi? - che picchiò l'Italia come un martello per decenni, trasformandola in peggio.
Il Resto del Carlino, 12 dicembre 2021
Non si fermano le proteste contro l'istituzione di un centro CEC (Comunità Educante con Carcerati) nell'ex convento delle suore di Montefiore. L'associazione Papa Giovanni XXIII è in trattativa per ottenere la locazione dell'immobile, ma l'amministrazione comunale e un comitato cittadino hanno già fatto sentire la loro contrarietà. Nel frattempo è partita anche una raccolta firme. A lanciare la petizione è il gruppo 'Montefiore Libero'.
Obiettivo è quello di salvaguardare la destinazione dell'ex convento. "Nel 1890 questo edificio - spiega il gruppo - fu oggetto di una importante donazione da parte di suor Maria Gentile Cavalli, grande benefattrice di Montefiore, all'Istituto delle Mestre Pie dell'Addolorata, affinché fosse destinato alla educazione delle giovani fanciulle montefioresi. Da allora, per oltre 130 anni, è stato sempre destinato a servizi per la comunità, diventando successivamente, asilo, scuola e poi, negli ultimi anni, fino al 2019, casa di accoglienza per le donne anziane di Montefiore.
Questa lunga storia, fa di questo edificio un riferimento importante per i cittadini di Montefiore e oggi, anche per la sua posizione unica e centrale rispetto al Borgo, deve continuare a essere destinato principalmente a servizi per la comunità, o eventualmente per il suo sviluppo turistico e culturale di Montefiore. Sulla base di queste considerazioni, il Comitato Paese Libero intende impegnarsi affinché non vengano stravolte le sue finalità di servizio che dovranno continuare a essere orientate ai cittadini di Montefiore e ai bisogni del suo sviluppo sociale, turistico e culturale".
Corriere di Viterbo, 12 dicembre 2021
Morte di Hassan Sharaf, a processo due poliziotti della penitenziaria che lo avrebbero picchiato poco prima il suicidio in cella a Mammagialla. Si tratta del 21enne trovato impiccato in carcere il 23 luglio 2018 e morto dopo una settimana di agonia a Belcolle. Il processo partirà domani davanti al giudice Elisabetta Massini. Alla sbarra due agenti: un 49enne di origine campana e un 51enne della provincia di Viterbo che, secondo l'ipotesi accusatoria, avrebbero schiaffeggiato il detenuto egiziano. Per quei fatti nel giugno del 2019 il pm Franco Pacifici ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio per abuso di mezzi di correzione e abuso di potere.
Sul caso è stato aperto anche un fascicolo contro ignori per istigazione al suicidio per il quale è stata chiesta l'archiviazione. Esito contro il quale si è opposta la famiglia del detenuto. Sono pronti a costituirsi parte civile, per conto della famiglia, gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano.
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