di Davide Grasso
Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2021
Perché serve un riconoscimento internazionale. Oggi ricorre l'anniversario dell'insurrezione popolare curda in Siria del luglio 2012 che, protetta dalle appena formate Unità di protezione del popolo (Ypg), da Afrin a Kobane e Derik iniziò un percorso rivoluzionario nella Siria in guerra. Migliaia di comuni e consigli popolari furono affiancati da un governo provvisorio nel 2013, dichiarati parte di un'Autonomia democratica regolata da un contratto sociale nel 2014, quando le Ypg intervennero insieme al Pkk in soccorso degli ezidi iracheni sterminati dall'Isis. Anche per questo furono attaccate dai jihadisti a Kobane poche settimane dopo, con malcelata soddisfazione del governo turco.
La vittoria e il contrattacco contro l'Isis portarono alla liberazione di territori a maggioranza araba e all'alleanza con battaglioni popolari arabi e assiri che avrebbe preso il nome di Forze siriane democratiche. Essa stabilì una cooperazione militare con la Russia ad Afrin e con la coalizione anti-Isis a guida Usa nell'est. Il Rojava non più soltanto curdo si trasformò nel 2016 in Federazione democratica della Siria del nord promulgando un nuovo e più radicale contratto sociale, animato dall'adozione di tutte le convenzioni internazionali sui Diritti umani, dalla regolazione dell'iniziativa privata, dall'equa rappresentanza delle comunità linguistiche, dei giovani e delle donne nelle istituzioni civili, economiche e militari, dal principio del rispetto dell'equilibrio ecologico tra società e ambiente.
La guerra contro l'Isis procedette sottraendo in quei mesi ai jihadisti la strategica città di Manbij, in parallelo con la creazione di organi politici ed economici liberi ed egualitari sotto la guida del movimento confederalista e del congresso delle donne Kongra Star. Dopo la liberazione di Raqqa nel 2017 la Russia aprì però la strada all'invasione turca di Afrin. Dopo la distruzione delle ultime sacche di resistenza di Daesh nel 2019 a Deir el-Zor - e la creazione dell'Amministrazione autonoma del nord-est, sancita da un nuovo Documento d'intesa con le comunità locali - gli Usa fecero spazio ai carri armati turchi a Tell Abyad e Serekaniye.
Da allora l'Aanes è il più grande autogoverno al mondo animato da un rifiuto della cultura capitalista, bigotta e nazionalista che imperversa in Siria e nel pianeta. Forse per questo, nonostante il ruolo regionale svolto e le sue implicazioni globali, nonostante le vittorie al prezzo di decine di migliaia di cadute e caduti in battaglia, non è mai stata riconosciuta dallo stato siriano, da altri stati (compresi quelli con cui coopera militarmente) o da organizzazioni internazionali, Onu compresa.
Una piccola rivoluzione militarmente occupata, zeppa di profughi interni e rifugio per molti profughi dall'esterno, sotto embargo economico turco-iracheno dal 2015, affronta da oltre un anno l'emergenza Covid senza che l'Onu o lo stato siriano offrano le risorse minime per il tracciamento, per le cure e per la campagna di vaccinazione. Su pressione della Russia dal luglio 2020 è chiuso l'unico passaggio di frontiera per aiuti umanitari verso l'Aanes, Al-Yarubiya.
Oggi, a nove anni dall'inizio di quella rivoluzione politica, sociale e di genere, mentre viene lentamente strangolata dallo Stato siriano e dalle potenze regionali e globali, dobbiamo chiedere con forza che ciò che è stato creato nei fatti venga riconosciuto e che anche a una popolazione che tenta di resistere fuori dalle logiche di guerra e di odio siano concessi cibo, cure, assistenza umanitaria e vaccini. Non si evita il baratro politico e morale su cui sembra affacciarsi il pianeta senza assegnare dignità e valore agli sforzi di chi ha iniziato, pur nel peggiore contesto al mondo, a cambiare le logiche di fondo di una società che nessuna catastrofe sembra distrarre dall'imperativo assoluto della concorrenza e della competizione.
di Marilena Maresca
laprovinciaonline.info, 20 luglio 2021
Rinascere con il teatro all'interno di un carcere è possibile, grazie a Fabio Fiorillo e a Gaetano Battista che hanno coinvolto i detenuti con grande sensibilità ed intelligenza. Come ci spiega Fiorillo "L'Associazione Polluce APS dal 2019 ad oggi è riuscita a far nascere un progetto ambizioso di formazione e inclusione sociale attraverso l'arte: il Progetto Teatro Inclusivo". Da questo percorso è nata la Compagnia "La Flotta" che coinvolge detenuti, ex detenuti, familiari e professionisti dello spettacolo.
Grazie al Garante dei Detenuti regionale Samuele Ciambriello e al Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo, il laboratorio teatrale si è trasformato in laboratorio alle arti sceniche, inserendo corsi di formazione per la creazione di costumi teatrali e corsi di scenotecnica; un ringraziamento particolare anche alla direttrice del carcere di Arienzo Annalaura de Fusco e a tutta la polizia penitenziaria per il grande sostegno dato.
Come ci racconta Fiorillo "un caso esemplare è quello di Marco Duro, giovane ventisettenne di Ponticelli, parte attiva del laboratorio, che dopo la concessione della semilibertà e del ritorno a casa, che ha scelto di continuare a seguire il progetto". Grazie alla lungimiranza del Magistrato di Sorveglianza, la Dott.ssa Maria Picardi, e all'impegno degli educatori Gaetano Battista e Fabio Fiorillo dell'Associazione Polluce, Marco ha ottenuto l'opportunità di continuare ad entrare in carcere solo per il laboratorio di teatro e per le messe in scena finali previste per luglio 2021.
Dopo tanta attesa, per questo periodo di pandemia ancora in corso, la compagnia La Flotta della casa circondariale di Arienzo metterà in scena lo spettacolo "Alterazioni": il 20 luglio alle ore 18.00 l'anteprima e le due repliche nei giorni 21 e 22 luglio sempre alle ore 18.00. La selezione musicale e gli arrangiamenti sono di Fabio Fiorillo e Franco Ponzo, scenografie curate da Gennaro Vallifuoco e i costumi originali di Teresa Papa e Nicola Criscibaffico.
di Francesca Morandi
La Provincia, 20 luglio 2021
Grazie ai proventi della mostra "Il Chiaroscuro del carcere" si potranno videochiamare avvocati e famigliari, mentre le visite sono ancora sospese.
Giovedì 7 novembre 2019. Per iniziativa della Camera Penale di Cremona e Crema 'Sandro Bocchi', a Cà del Ferro fu inaugurata la mostra Il Chiaroscuro del carcere, 28 foto in bianco e nero scattate dall'avvocato milanese Alessandro Bastianello che raccontano il percorso del detenuto, dall'ingresso alla cella.
Una settimana dopo, la mostra fu trasferita al Palazzo di Giustizia. E fu un successo. Gli scatti erano così belli, soprattutto suggestivi, che vennero venduti tutti, anzi "in alcuni casi abbiamo dovuto fare la ristampa". E con i circa 1600 euro netti ricavati, da ieri i detenuti del carcere hanno in dotazione sette tablet con all'interno la SIM per fare le videochiamate agli avvocati, ma anche per poter parlare con i familiari. I tablet sono stati consegnati alla direttrice Rossella Padula dal presidente della Camera Penale, Alessio Romanelli con il segretario Laura Negri e Marilena Gigliotti, referente carcere per la sezione. Accanto alla direttrice Padula, il Commissario Pierluigi Parentera e la capo area trattamentale Vincenza Zichichi.
"Avevamo chiesto alla direttrice come potevamo impegnare la somma in favore del carcere - spiega il presidente Romanelli. La direttrice, sentiti Parentera e Zichichi, ha chiesto l'acquisto di tablet con inserimento di SIM per consentire ai detenuti di parlare con gli avvocati. Ho dato atto alla direttrice che Cremona è stato uno degli istituti che ha sempre consentito, anche in periodo di emergenza sanitaria, a parte i primi mesi dello scorso anno, ai difensori i colloqui in presenza, le video chiamate e di averle incrementate. Non era scontato".
"Il senso del nostro andare in carcere - prosegue Romanelli - non era solo la consegna dei tablet, ma anche per vedere di accendere i riflettori sull'argomento. Il carcere di Cremona, al di là del nostro ottimo rapporto con la direttrice, per quello che ci risulta ci sembra un carcere dove si sono fatti anche dei grossi passi in avanti rispetto al periodo precedente. Il carcere è ben gestito. Non ci risultano segnalazioni, poi tutto si può migliorare. Qui lavorano molto bene e molto seriamente".
La consegna dei tablet è stata anche l'occasione "di chiedere alla direttrice il permesso di consentire la raccolta delle firme sulla riforma della giustizia in carcere. Ed anche questo, non per raccogliere quattro o cinque firme, ma per dare un segno della nostra presenza in carcere. Il permesso andrà autorizzato dall'amministrazione penitenziaria. In proposito, la settimana prossima ci saranno tre giorni di raccolte firme: il 28 a Cremona, il 29 a Crema, il 30, se sarò possibile, anche in carcere, perché il senso è di andare in carcere".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 20 luglio 2021
Sono tutti nomi di spicco dell'opposizione interna, in carcere da due anni senza processo. Nel fine settimana il regime egiziano ha inaspettatamente liberato sei prigionieri politici di spicco. Si tratta dell'avvocatessa per i diriti umani Mahienour el-Massry, dei giornalisti Mostafa al-Asar, Moataz Wadnan, Esraa Abdel Fattah, Gamal al-Gammal, e del dirigente del partito Alleanza popolare socialista Abdel Nasser Ismail, tutti sottoposti a detenzione preventiva da quasi due anni in attesa di processo.
Le notizie hanno rimbalzato per ore, poi finalmente la conferma, mentre sui social network una dopo l'altra iniziavano a circolare le foto degli attivisti rilasciati, i volti stremati e pallidi, ma finalmente sorridenti, tra l'abbraccio dei propri cari e le telefonate degli amici che li chiamavano per congratularsi.
Quasi tutti erano finiti dietro le sbarre nell'autunno del 2019, nell'ambito della più vasta campagna di arresti messa in atto dal regime di Abdel Fattah al-Sisi, in seguito alle rare proteste di piazza che a settembre avevano attraversato diverse città del paese. Pur essendo state in gran parte manifestazioni spontanee, il governo aveva immediatamente stretto la morsa intorno ai pochi militanti ancora a piede libero, per evitare che il malcontento sociale potesse saldarsi a una leadership politica.
Mahienour el-Massry, l'instancabile militante vicina ai movimenti dei lavoratori egiziani, era stata arrestata davanti alla procura della Sicurezza di stato, proprio mentre tentava di fornire assistenza legale ad alcune delle migliaia di persone arrestate in quei giorni. Esraa Abdel Fattah, co-fondatrice del movimento 6 Aprile e figura di spicco della rivolta popolare del 2011, era stata prelevata dalla propria auto e condotta in una località sconosciuta, per poi essere sottoposta a pestaggi e torture prima di finire in carcere. Insieme a Mahienour, pochi mesi fa aveva denunciato in tribunale i maltrattamenti disumani a cui erano sottoposte loro e le altre detenute nel carcere di Qanater, tra cui la privazione degli oggetti personali, delle coperte, dei materassi e la negazione delle visite da parte dei parenti.
Il continuo rinvio della carcerazione preventiva, attraverso udienze farsa prima ogni 15 giorni poi ogni 45 giorni, è una pratica comune della magistratura egiziana nei confronti di attivisti e giornalisti, che intrappola i detenuti in un limbo senza fine, anche se la legge prevede che i rinnovi possano estendersi fino a un massimo di due anni. Proprio per contestare il prolungamento arbitrario della sua detenzione, in violazione persino delle draconiane leggi egiziane, il 10 luglio il militante e giornalista socialista Hesham Fouad ha dichiarato l'inizio dello sciopero della fame in carcere, chiedendo ai solidali in tutto il mondo di sostenere la sua lotta. Il suo gesto di protesta va ad aggiungersi a quello dello studente universitario Ahmed Samir Santawy, arrestato a dicembre al suo rientro da Vienna, ed entrato in sciopero della fame oltre tre settimane fa dopo l'assurda condanna a quattro anni per aver "pubblicato notizie false", similmente a quanto accaduto a Patrick George Zaki, studente all'università di Bologna. Alla protesta dei detenuti si sono unite numerose figure di spicco della società civile egiziana, che hanno proclamato scioperi della fame in segno di solidarietà con tutti i detenuti. Tra questi il giornalista Karem Yehia, che per due giorni ha presidiato la sede del sindacato dei giornalisti chiedendo il rilascio di tutti i colleghi in carcere (27, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti).
Negli ultimi giorni la grave situazione dei diritti umani in Egitto è finita nell'occhio del ciclone grazie anche alla condanna espressa dal portavoce del dipartimento di Stato Usa Ned Price, in seguito al rinvio a giudizio di Hossam Bahgat, direttore dell'Egyptian initiative for personal rights (Eipr), rinviato a giudizio per accuse legate all'uso dei social media. "Gli Stati uniti sono preoccupati dalle continue detenzioni, condanne e persecuzioni nei confronti di leader della società civile, accademici e giornalisti egiziani", ha dichiarato Price.
Le recenti scarcerazioni sembrano un segnale positivo, ma il quadro generale resta drammatico. Domenica c'è stato un altro arresto eccellente: l'ex direttore del quotidiano governativo Al Ahram, Abdel Nasser Salama, è finito in manette dopo aver scritto un articolo in cui chiedeva le dimissioni di al-Sisi. La scorsa settimana un detenuto è morto nel carcere di Tora, dopo che per 5 ore i compagni di cella avevano invocato invano soccorsi.
Solo nell'ultimo mese un nuovo processo è appena cominciato contro sei attivisti laici, colpevoli di aver tentato la costruzione di una coalizione elettorale democratica, mentre 10 leader della Fratellanza musulmana sono stati condannati all'ergastolo e altri 12 stanno per essere consegnati al boia.
di Massimo Cacciari
La Stampa, 20 luglio 2021
Nessuno nasce libero - un solo essere (per quanto si sa), l'uomo, nasce con la possibilità di diventarlo. È un lavoro difficile e faticoso. Occorre combattere pregiudizi, ignoranze, abitudini e costumi che ci sembrano "naturali". Occorre l'esercizio della critica nei confronti di ogni forma di potere, che intenda affermarsi a prescindere dalla ragionevolezza e coerenza dei propri fini, semplicemente in virtù della propria forza. Ma prima di tutto diventare liberi significa liberarsi dalle passioni e dalle paure che ci imprigionano continuamente.
E mai queste pesano tanto sui nostri comportamenti e sulle nostre idee come nei momenti di crisi, di "salto d'epoca". È inevitabile che il potere giochi su di esse; è sempre accaduto e sempre accadrà. Il sentimento di paura favorisce la naturale (questa sì davvero naturale) tendenza dell'uomo ad affidarsi a chi crede sia, magari per l'espace d'un matin, il suo buon pastore. Chiedimi quello che vuoi, ma rassicurami. Ci sarà a volte chi rassicura davvero, ma quasi sempre ci troveremo a che fare con chi sa fingerlo con abile spregiudicatezza. E quando una Fortuna propizia ci fa dono di una leadership adeguata, state pur certi che essa saprà far leva sulla partecipazione intelligente, sulla collaborazione di tutti i suoi governati mille volte più che su norme e pene.
Sono vent'anni che rispondiamo alle paure che la "grande trasformazione" produce promettendo soluzioni e ingigantendole, rassicurando e terrorizzando a un tempo. Un velleitario regime di sorveglianza universale si è andato formando all'interno delle maglie delle nostre democrazie. Le forze politiche sembrano cercare sempre più la propria legittimazione nel dimostrare di averne in testa il modello migliore. Rassicura chi sorveglia e punisce con maggiore efficacia - di ciò sono convinte e questo pare oggi il destino. È iniziato da tempo, dall'attimo successivo alle grandi speranze con la nascita dell'euro. Prima il terrorismo islamico, poi la crisi economica e sociale, il brutale "ritorno all'Ordine" imposto alla Grecia, poi la tragedia dell'immigrazione, prodotto inevitabile di una globalizzazione priva di ogni governo, infine la pandemia. Nessuno di questi momenti è stato davvero superato; chiodo in questo caso non scaccia chiodo, ma lo fa per un po' dimenticare.
Le minacce, i pericoli sono realissimi. Non di questo si discute, ma della risposta che a essi si dà, e della cultura che questa sottende. E la risposta segue un paradigma univoco: drammatizzazione della paura; informazione a base di "si si-no no", aut-aut, bianco-nero; un balbettante consolare-rassicurare privo di analisi, sostanza, progetto; enfasi straordinaria sulla dimensione normativistico-penalistica degli interventi. Fino a qualche tempo fa quest'arte sembrava essere saldamente in mano alla destra. Chiudere le frontiere contro il terrorismo, sbarrare qualche porto per combattere l'immigrazione. Pene durissime per i barbari che ci vorrebbero invadere.
La paura per il crollo dell'Occidente e le invasioni barbariche è stato il territorio d'elezione della propaganda e delle rassicurazioni delle destre europee nazionaliste e sovraniste. Ben più efficace l'azione della destra europeista che facendo leva sulla paura per la perdita di stabilità e lo spettro di Weimar, ha nei fatti annichilito dopo il 2007 nei Paesi del continente lo spazio per qualsiasi reale, autonomia in campo economico-finanziario.
Ormai, però, il modello è dilagato. Ogni forza politica si va specializzando in un ramo particolare del complesso paura-rassicurazione, in cui la rassicurazione è tanto più efficace quanto più cresce la paura, come per San Paolo si tengono peccato e legge. Si tratta di specializzazione competitiva: la mia sì è paura reale, fondata, non la tua! La mia sì va rassicurata, la tua invece è mera strumentalizzazione! Chi si specializza nel prendersi cura del timore per le invasioni barbariche e la perdita di sovranità, chi in assistenzialismo in materia di reddito, chi in omofobia e covid. Denominatore comune è l'assoluta vaghezza delle analisi che dovrebbero sostenere tali progetti di cura, la occasionalità e contraddittorietà degli stessi. Nessuna paura viene razionalizzata, nessuna informazione viene fornita così da consentire che essa non si trasformi in fuga, ma diventi azione responsabile di ciascuno.
Chi sono i terroristi? Dove abitano? Come isolarli nel loro ambiente? Interrogativi superflui; alla guerra come alla guerra, punto e basta. Chi sono gli immigrati? quali politiche possono fronteggiare la loro tragedia? masturbazioni intellettuali; muraglie, fili spinati e lager libici occorrono, altro che balle. Chi sono i morti? Chi rischia davvero? Quali sono i reali limiti per ospedali e terapie intensive? Come può accadere che dopo tante vaccinazioni i contagi siano maggiori che nello stesso periodo dell'anno scorso? Vaghe, elusive risposte - alle quali fanno riscontro decisioni fantapolitiche come l'autorizzazione di manifestazioni di massa per le nostre vittorie sportive.
È davanti agli occhi di tutti: la competizione politica si sta sempre più svolgendo su questo terreno. E potrebbe anche andare se ognuno, per la sua parte, avesse proposte corrispondenti alla gravità delle questioni, e non solo si appellasse alla nostra fede sulle sue capacità di risolverle. E risolverle come? E qui davvero è evidente tutta la "miseria" in cui ci troviamo: risolverle con norme e pene, norme all'inseguimento della situazione, incapaci di prevedere e governare - pene sempre più dure, per un numero sempre più ampio di fattispecie, come se non si sapesse da secoli che non esiste corrispondenza tra severità della pena e crimini commessi. "Quid leges sine moribus?" chiedevano i fondatori romani dell'idea di Diritto - che valgono le leggi se manca l'ethos? Se i nostri politici cominciassero, anche da questo punto di vista, a riconoscere l'assoluta centralità della scuola e dei processi formativi? Perché non provarci, pur sotto la pioggia di norme e di pene?
adnkronos.com, 20 luglio 2021
Nei giorni scorsi la premiazione alla Casa Circondariale Sant'Anna di Modena della Terza edizione del concorso letterario per le carceri promosso da BPER Banca, Comune di Modena e Ministero della Giustizia. Premiate anche quattro opere scritte dai detenuti. Si è conclusa nei giorni scorsi, con la cerimonia di premiazione in collegamento video dalla Casa circondariale di Sant'Anna di Modena, la terza edizione di "Sognalib(e)ro", il Premio Letterario di respiro nazionale che mira a promuovere lettura e scrittura negli istituti penitenziari come strumento di riabilitazione sociale. L'iniziativa, nata da un'idea di Bruno Ventavoli, direttore di Tuttolibri-La Stampa, è promossa dal Comune di Modena e dal ministero della Giustizia, Dipartimento di Amministrazione penitenziaria, con il sostegno di BPER Banca.
Il progetto consiste in un concorso letterario che prevede l'assegnazione di due premi: uno a un'opera letteraria letta e votata dai detenuti, l'altro a un elaborato (romanzo, racconto o poesia) prodotto dai detenuti stessi che potrà essere pubblicato in ebook, da solo o in antologia con altri, dal Dondolo, la casa editrice digitale del Comune di Modena.
L'edizione 2021 di "Sognalib(e)ro", nonostante le difficoltà dovute alla pandemia, ha visto la partecipazione di circa cento gruppi di lettura distribuiti nei 17 istituti penitenziari di tutta Italia. Per la sezione Letteratura italiana, la vittoria è andata al romanzo "Almarina" di Valeria Parrella, ambientato nel carcere minorile di Nisida, che ha superato "La misura del tempo" di Gianrico Carofiglio e "Lo splendore del niente e altre storie" di Maria Attanasio.
La vincitrice, come previsto dal regolamento del Premio, ha scelto quattro testi significativi per la sua vita che saranno donati da BPER Banca e dal Comune di Modena alle biblioteche degli istituti penitenziari che hanno partecipato. Valeria Parrella ha scelto "Resurrezione" di Tolstoj, "Jane Eyre" di Charlotte Brontë, "Quaderni dal carcere" di Antonio Gramsci e "L'agente segreto" di Joseph Conrad.
Tra le oltre quaranta opere inedite inviate dai detenuti che hanno partecipato al progetto sul tema "Il mio lato positivo", assegnato per questa edizione, la giuria di esperti, presieduta da Ventavoli e composta dagli scrittori Barbara Baraldi, Simona Sparaco e Paolo di Paolo, ha premiato il romanzo di Daniele dal carcere di Torino, il racconto di Marco e quello di Glay (entrambi da Pisa), e le poesie delle detenute del carcere di Pozzuoli. Le opere sono state pubblicate dal Dondolo in un ebook disponibile sul sito della casa editrice.
Alla cerimonia di premiazione, condotta dal Sant'Anna da Bruno Ventavoli hanno partecipato, in collegamento, Eugenio Tangerini, Responsabile del servizio External Relations & CSR di BPER Banca, Andrea Bortolamasi, Assessore alla Cultura del Comune di Modena, e la stessa Valeria Parrella. In collegamento erano presenti anche rappresentanti dei detenuti degli istituti penitenziari di Castelfranco, Sassari, Pisa, Brindisi, Milano, Pozzuoli e Ravenna che hanno partecipato al progetto.
"Lettura e scrittura sono per BPER Banca due forme di espressione attraverso le quali si compie il riscatto sociale dell'individuo - ha dichiarato Eugenio Tangerini - e per questo sosteniamo in tutta Italia numerosi premi letterari e iniziative di natura culturale. Il premio Sognalib(e)ro, che stimola i detenuti a scrivere e leggere ha un valore sociale ancora più elevato. Quel valore che ogni anno generiamo e restituiamo in gran parte alla comunità".
"È stato un anno molto difficile - ha commentato l'assessore Bortolamasi - per le conseguenze della pandemia che hanno portato alla sospensione di molte attività formative all'interno delle carceri e per i fatti di cronaca purtroppo ben noti a tutti. Ma anche per questo abbiamo deciso di impegnarci al massimo per riproporre questo progetto insieme agli educatori, che hanno fatto un lavoro enorme. Perché siamo convinti che sia un momento importante di condivisione, confronto, crescita personale e anche, ci auguriamo, occasione per un cambiamento di prospettiva, per una speranza in più nelle vite dei detenuti".
In tre anni, ha aggiunto Bruno Ventavoli, "abbiamo ricevuto oltre duecento scritti, tra poesie, racconti, memoir, semplici sfoghi e persino tre romanzi (uno è diventato ebook con Giunti). Quasi trecento detenuti hanno letto, criticato, meditato, votato i romanzi del premio. Sognalib(e)ro è la prova concreta, e incoraggiante, che il carcere può non essere solo detenzione, violenza, emarginazione, rabbia. Oltre alla certezza della pena, c'è la certezza che il libro è un potente aiuto per cambiare la situazione". La cerimonia di premiazione è stata anche l'occasione per lanciare la quarta edizione di "Sognalib(e)ro", per la quale nei prossimi giorni saranno inviati alle carceri gli inviti a partecipare, che avrà come tema "La promessa che ho fatto a me stesso".
di Alessandro De Nicola
La Stampa, 19 luglio 2021
La visita del premier Mario Draghi e del ministro Marta Cartabia al carcere di Santa Maria Capua Vetere non è stata una gita, ma un atto di grande responsabilità istituzionale. Entra adesso di prepotenza nel dibattito pubblico in Italia il problema della funzione della pena.
di Carmelo Musumeci
welfarenetwork.it, 19 luglio 2021
"Eseguimmo ordine". Molti pensano che quello che è accaduto a Santa Maria Capua a Vetere sia un caso isolato, purtroppo non lo è. E se non ci fossero stati quei video nessuno lo avrebbe mai saputo. La prigione è un mondo ignoto per tutti coloro che sono liberi ed è difficile far conoscere alla società e ai nostri politici l'inferno che hanno creato e mal governano. Alcuni detenuti vivono come cani bastonati e all'ordine del giorno vi sono: autolesionismo, suicidi, tensioni interne che sfociano a volte in condotte aggressive dell'uno o dell'altro, abusi, soprusi, ingiustizia istituzionali, pestaggi, e la lista sarebbe troppo lunga per andare avanti. Ma le botte che fanno più male sono quelle che l'Assassino dei Sogni, come chiamo io il carcere, dà ai cuori e alle anime dei prigionieri e dei loro familiari.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 19 luglio 2021
L'Associazione Antigone segnala i 18 processi in corso per abusi e morti in altri Istituti ti pena. E Amnesty International rilancia la Campagna "Mettici la faccia" sui codici identificativi degi agenti. "L'Italia è tra gli ultimi cinque stati dell'UE a non avere strumenti di riconoscibilità delle forze dell'ordine.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2021
Gli emendamenti del Governo incentivano i riti speciali ma con meno coraggio rispetto alle
proposte della commissione ministeriale. La riforma penale del Governo fa un passo indietro sui riti alternativi al giudizio ordinario. Gli emendamenti approvati dal Consiglio dei ministri e presentati alla commissione Giustizia della Camera provano infatti ad aumentare l'appeal del patteggiamento e del giudizio abbreviato ma perdono alcune delle misure più incisive proposte dalla commissione di studio voluta dalla ministra Marta Cartabia e presieduta da Giorgio Lattanzi.
Eppure il potenziamento dei riti speciali, oggi poco usati, è fondamentale per ridurre i tempi dei processi penali, che la riforma punta a tagliare del 25 per cento. Sono infatti riti che permettono di chiudere i procedimenti più rapidamente rispetto al giudizio ordinario e con sconti di pena e che - secondo gli operatori - dovrebbero assorbire la maggior parte del contenzioso per riservare il rito ordinario, più garantito e articolato, a pochi casi. Ma il rischio è che le misure in Parlamento non bastino a estendere l'uso dei riti alternativi.
L'anno scorso, di fronte al Tribunale monocratico (competente sui reati meno gravi ma più numerosi) solo il 12% dei procedimenti definiti è stato chiuso con abbreviato, mentre il patteggiamento (applicazione della pena su richiesta) è stato scelto nell'8,3% dei casi. I169% dei procedimenti ha seguito la strada del giudizio ordinario. E le percentuali sono più basse nei giudizi di fronte al Tribunale collegiale, che si occupa dei reati più gravi.
La ragione principale di un così scarso successo, sottolineata più volte anche dai presidenti di Cassazione, sta nella scarsa appetibilità per gli imputati, in termini di benefici e riduzioni di pena, rispetto all'aspettativa della prescrizione, alimentata dalla durata dei processi (salita del 54% in tribunale negli ultimi dieci anni). Le novità degli emendamenti Far crescere la convenienza dei riti alternativi era uno degli obiettivi indicati dalla commissione Lattanzi.
Gli emendamenti governativi ci provano, ma con il freno a mano tirato. Il compromesso tra le forze politiche che ha portato al difficile (e contestato) accordo sulla prescrizione, ha infatti ridimensionato le proposte della commissione ministeriale. In tema di patteggiamento, lo sconto di pena per l'imputato che rinuncia a contestare l'accusa rimane a un terzo, mentre la commissione Lattanzi proponeva di portarlo al 5o per cento. L'innalzamento dello sconto di pena avrebbe aperto il patteggiamento a reati con pene più elevate che, con un taglio della metà, sarebbero rientrati nel tetto di 5 anni di reclusione residua (quella che rimane dopo lo sconto). Limitata anche l'estensione alla confisca, che riguarderà solo quella facoltativa.
La cancellazione dello sconto di pena fino alla metà è "un errore strategico" secondo il pm di Roma e segretario di Area Eugenio Albamonte perché "avrebbe potuto attrarre an che i procedimenti in corso, riducendo l'arretrato. Un effetto importante anche nell'ottica di sgravare le Corti d'appello in vista del regime di improcedibilità". Quanto alla confisca, "oggi viene disposta solo se è obbligatoria, ipotesi esclusa dal patteggiamento".
Per Albamonte, sui riti speciali la riforma è "inefficace rispetto sia alle aspettative indotte dalla relazione Lattanzi che agli obiettivi di riduzione dei tempi dei processi". Gli emendamenti recepiscono invece le proposte sull'estensione del patteggiamento alle pene accessorie e sulla riduzione degli effetti extra penali della condanna: non si ripercuoterà sui giudizi disciplinari. Per il rito abbreviato viene introdotta un'ulteriore riduzione di pena di un sesto in caso di rinuncia all'impugnazione.
Quando serve un'integrazione probatoria, il giudice dovrà però valutare la convenienza rispetto al dibattimento. Non recepita invece la proposta di ridurre la pena fino a un terzo. "Reintrodurre la clausola di economicità è un passo indietro - dice Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali. Purtroppo sui riti alternativi le indicazioni della commissione Lattanzi sono state svuotate e l'utilizzo non aumenterà: un'occasione mancata".
La retromarcia sui riti alternativi non è isolata. Anche altre proposte della commissione ministeriale pensate per alleggerire il carico degli uffici giudiziari e quindi sveltire i processi sono state ridimensionate. Così, negli emendamenti è sparita "l'archiviazione meritata" per i reati meno gravi, che avrebbe consentito di chiudere già durante le indagini preliminari, e si riduce rispetto alle proposte della commissione la portata dell'ampliamento della messa alla prova.











