di Davide Varì
Il Dubbio, 13 dicembre 2021
Spuntano due video in cui il giovane tunisino morto a fine novembre denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Cpr di Ponte Galeria: "Sto rischiando per farvi vedere la verità, ecco la mia testimonianza: siamo pronti a morire".
"Sto rischiando per farvi vedere la verità, ecco la mia testimonianza: siamo pronti a morire". È questo l'ultimo grido di dolore lanciato da Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino morto lo scorso 28 novembre in circostanze sospette. A due mesi dal suo arrivo in Italia, era stato trasferito nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, poi ricoverato al San Camillo, al Servizio psichiatrico, dove è rimasto legato al letto per tre giorni.
In due video girati con il suo telefono e inviati a un amico in Italia, il giovane denuncia le condizioni in cui si trovano i migranti nel Cpr. Una denuncia che gli sarebbe costato il pestaggio da parte degli agenti, secondo il racconto di tre testimoni a Repubblica. "Le porte delle camere non si chiudono. Ci hanno tolto tutto e dato un pantaloncino e una maglietta. E una coperta che chissà dove stava prima. E che non basta per coprirci. Qui fa freddissimo al punto che non riusciamo a dormire. Aiutateci! Aiutateci!", racconta Abdel. Nel primo video, inviato a metà ottobre, il ragazzo lancia il primo messaggio d'allarme: "Abbiamo viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in uno stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci".
Abdel era giunto in Italia a settembre e dopo un periodo di quarantena sulla nave della compagnia Gnv, come oramai da prassi per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. La meta era vicina e sarebbe stata Augusta, in Sicilia. Ma invece di essere accolto, era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria, racconta la campagna LasciateCIEntrare. Una volta lì, il ragazzo lancia un secondo video appello: "Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla. Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell'uomo". "Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri", sono le ultime parole di Abdel.
Sulla sua morte ora la procura ha aperto un'inchiesta. Ma per fare luce su tutta questa vicenda occorre andare anche a prima del trattenimento, sottolineano gli attivisti denunciando l'ennesima morte legata alla detenzione amministrativa in Italia. "Chi sono i funzionari che non hanno accettato la sua domanda di protezione internazionale? Perché si continua a non dare accoglienza? A non voler ascoltare le voci di chi è ingiustamente recluso nei Cpr, a non voler vedere quello che accade nei Cpr, a quanto viene denunciato dal Garante, dalle associazioni?".
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 13 dicembre 2021
La legge sul suicidio assistito oggi alla Camera dove c'è uno scarto di 25 voti per il Sì. Maggioranza più risicata al Senato. "Finalmente portiamo in aula la legge sul suicidio assistito, che arriva qui dopo il massimo del confronto e delle mediazioni". Alfredo Bazoli, cattolico democratico, presenterà così stamani a Montecitorio gli otto articoli di una norma attesa da decenni. Conflitti, lacerazioni, casi come quello di Dj Fabo e del processo a Marco Cappato che l'ha aiutato a morire ed è stato poi processato e assolto, poi la vicenda dolorosa di "Mario", tetraplegico a cui il Tribunale ha riconosciuto il diritto al suicidio eppure è ancora in attesa: tutto questo approderà oggi in Parlamento. È stata la Corte costituzionale inoltre, per ben due volte, a sollecitare di colmare il vuoto normativo.
Ma lo spettro di un fallimento, come è stato per il ddl Zan, la legge contro l'omotransfobia, è dietro l'angolo. Ne sono consapevoli i giallo-rossi, che hanno preferito accogliere nelle commissioni alcune modifiche chieste dalla destra - obiezione di coscienza, diritto al suicidio assistito solo per chi è tenuto in vita con supporti sanitari e ha avviato le cure palliative. Cambiamenti di rilievo rispetto alla bozza originaria - che deriva da una legge di iniziativa popolare presentata ben sette anni fa. Avrebbero dovuto allargare il consenso. Non è stato così, la destra di Salvini, di Berlusconi, di Meloni e di Toti-Brugnaro ha votato contro nelle commissioni Giustizia e Affari sociali.
Oggi la partita inizia davvero con l'esame in Aula. Anche se sarà solo il primo passo, quasi certamente il voto sul suicidio assistito slitterà a fine gennaio o febbraio, dopo l'elezione del presidente della Repubblica. I numeri per il centrosinistra alla Camera ci sono, con uno scarto di circa 25 voti favorevoli rispetto ai contrari. Anche se saranno tanti i voti segreti, e i franchi tiratori potrebbero essere il vero ago della bilancia.
Le forze politiche poi, sono divise al loro interno. In Forza Italia c'è un gruppo di laici pro legge sull'eutanasia capitanati da Elio Vito. Ma anche nella Lega il fronte contrario è meno compatto del previsto. Italia Viva dovrebbe dare libertà di voto, anche se nelle commissioni Lucia Annibali e Lisa Noja sono state convintamente a favore. Così come i grillini e i Dem.
Il Pd tuttavia ha convocato nella settimana passata una riunione tra i membri delle commissioni e il segretario Enrico Letta. Dubbi soprattutto della sinistra del partito, che non comprende la mano tesa a un centrodestra che tanto poi si mette di traverso.
Michele Bordo ha definito il testo un passo indietro rispetto alla sentenza della Consulta. Giuditta Pini ha parlato di un peggioramento e di esclusione dei malati oncologici: un fatto grave. Pini sta pensando di presentare gli emendamenti chiesti dall'Associazione Coscioni, come del resto Riccardo Magi. Magi, radicale e di +Europa, denuncia: "La legge deve davvero garantire la libertà di scelta e così non lo fa". Quindi l'Associazione Coscioni - che ha raccolto peraltro le firme per il referendum sull'eutanasia - ha inviato ai parlamentari un elenco di emendamenti su discriminazione tra malati terminali, cure palliative, tempi e obiezione di coscienza. Chi aderisce, li faccia propri.
Bazoli e il grillino Nicola Provenza sono i relatori della proposta sul suicidio assistito. Entrambi si dicono cautamente ottimisti: il punto è evitare l'ennesimo scontro laici-cattolici. Per Alessandro Zan il porto delle nebbie è il Senato, dove la maggioranza del centrosinistra è risicata e dove la legge che porta il suo nome è stata affossata. Ma la senatrice dell'Udc Paola Binetti contrattacca: "Il testo sul suicidio assistito simboleggia l'arroganza dell'asse Pd-M5S. Ma quando la partita passerà al Senato, molti giochi si riapriranno". Elio Vito twitta: "Anche per il suicidio assistito, chi può va all'estero, chi non può soffre".
Insiste Mario Perantoni, presidente grillino della commissione Giustizia: "La destra in commissione ha espresso una decisa opposizione al testo sul fine vita, ma abbiamo comunque aperto un dialogo serio, introducendo alcuni loro punti per loro molto importanti. Non credo si potrà fermare questa legge perché il Paese la aspetta".
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 13 dicembre 2021
Forse per la fragilità di fondo dello schema del movimento no green pass, la sua frangia più sediziosa e disperata non disdegna di ricorrere alla violenza e alla minaccia.
Squilibrati e stravaganti a parte, anarchici e neofascisti esclusi, nel movimento contro il green pass c'è anche un filone di matrice liberale che accusa lo Stato
di aver limitato o addirittura conculcato alcuni diritti protetti dalla Costituzione, come la libertà di movimento, di riunione, di manifestazione, e così via.
Molti rispondono a queste critiche segnalandone, per ridicolizzarle, le esagerazioni. E in effetti i no green pass sembrano spesso non saper distinguere - come ha scritto Donatella Di Cesare su La Stampa - un'emergenza sanitaria da un colpo di Stato. È però sempre meglio non sottovalutare i rischi che ogni limitazione delle libertà personali, per quanto piccola, contiene. È vero che da molti secoli il pensiero politico ha definito il "contratto sociale" proprio come la cessione volontaria di alcuni diritti dello stato di natura (quello di farsi giustizia da soli, per esempio) per ottenere in cambio la protezione collettiva di libertà "civili" (per esempio il diritto di proprietà). Anche nella nostra Costituzione, infatti, si prevede esplicitamente la possibilità di limitare alcuni diritti per motivi "di sanità o di sicurezza", come è nel caso della libertà di movimento; purché a stabilirlo sia una legge.
Ma è anche vero che nel mondo di oggi lo Stato dispone di mezzi così pervasivi e di tali tecnologie che è sempre meglio stare sul chi va là, per evitare che ne abusi. Ha avuto dunque ragione Angelo Panebianco, qui sul Corriere, a invocare il criterio del minor danno: "temporaneità" e "proporzionalità" dei provvedimenti sono del resto anche i parametri delle corti internazionali, quando si tratti di bilanciare diritti umani in conflitto tra loro. Ed è forse proprio questa la ragione per cui governo e parlamento italiano si sono dimostrati sinora restii a risolvere alla radice la questione, sancendo per legge ed erga omnes l'obbligatorietà delle vaccinazioni.
C'è però un articolo della Costituzione che i no green pass raramente citano, se non nella sua seconda parte: l'articolo 32. Sorvolano cioè sul fatto che la Repubblica ha anche l'obbligo costituzionale di tutelare "la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività" e di garantire "cure gratuite agli indigenti". Questo vuol dire che se la Repubblica in tutte le sue articolazioni, dallo Stato alle Regioni, trascurasse di mettere in atto tutte quelle pratiche di prevenzione e di cura, desunte anche dalla profilassi internazionale, che possono proteggere la mia salute e quella dell'intera collettività, si renderebbe sicuramente colpevole di tradire la Costituzione. È questo che vogliono coloro che si battono contro il green pass? E come potrebbe d'altronde lo Stato garantire cure gratis a tutti se lasciasse che corsie di ospedale e terapie intensive fossero riempite da soli malati di Covid?
Mi pare che sia questo il punto debole dei critici delle misure governative. I quali preferiscono invece concentrarsi sulla seconda parte di quello stesso articolo 32, che afferma: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Ma è facile rispondere che il green pass non è un "trattamento sanitario", e non è "obbligatorio": richiede sì la vaccinazione come condizione per svolgere numerose attività, ma non tutte (si può ancora andare al lavoro o a scuola senza essere vaccinati, fornendo però con un tampone la prova di non essere in quel momento infetti); e in ogni caso la somministrazione del vaccino è soggetta al "consenso informato" come ogni altro trattamento sanitario.
I nemici dei vaccini arrivano allora a sostenere che preferirebbero che l'obbligatorietà fosse fissata per legge, perché oggi è solo mascherata. In questo modo - dicono - potrebbero contestare la norma nelle corti di giustizia per farla dichiarare incostituzionale dalla Consulta. La Corte Costituzionale si è però già espressa sul punto dell'obbligatorietà dei vaccini in una sentenza del 2018, relatrice Marta Cartabia, con cui respinse il ricorso della Regione Veneto contro un decreto legge, voluto dall'allora ministra Lorenzin, che rendeva obbligatori numerosi vaccini per i bambini. E lo fece proprio sulla base di quell'articolo: "Questa Corte ha precisato che la legge impositiva del trattamento sanitario non è incompatibile con l'articolo 32 della Costituzione se il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri". La Consulta riconosceva dunque al legislatore "la discrezionalità nella scelta delle modalità attraverso le quali assicurare una prevenzione efficace dalle malattie infettive, potendo egli selezionare talora la tecnica della raccomandazione, talaltra quella dell'obbligo, nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l'effettività dell'obbligo".
Insomma, se i no green pass volessero vincere davanti alla Consulta dovrebbero dimostrare che la vaccinazione contro un virus che può essere letale viola i limiti del "rispetto della persona umana", o che "incida negativamente sullo stato di salute" del vaccinato. Al momento, sembra davvero un'impresa disperata. È forse per questa fragilità di fondo dello schema approntato dagli intellettuali del movimento no green pass che la sua frangia più sediziosa e disperata non disdegna di ricorrere alla violenza e alla minaccia, come è avvenuto ieri con la rivelazione dell'indirizzo di casa del premier Draghi. Nel tentativo di aver ragione dove ha chiaramente torto.
di Adriana Morlacchi
La Prealpina, 13 dicembre 2021
Dopo due anni primo incontro dal vivo per sei genitori e i loro figli. È stata molto toccante la festa di Natale organizzata nello Spazio Giallo del carcere dei Miogni grazie all'impegno della cooperativa Lotta Contro l'Emarginazione.
Per la prima volta dopo due anni, sei papà hanno potuto riabbracciare i propri bambini, cosa fino a ieri impedita dagli schermi anti-Covid. Certo, i papà potevano vedere i figli ai colloqui, ma attraverso un vetro. Alcuni genitori, per evitare la distanza imposta dallo schermo, nei passati due anni hanno preferito parlare con i figli a distanza, con le video chat.
E se è stato toccante il momento dell'incontro, lo è stato ancora di più quello dell'arrivederci, quando i papà e i bimbi si sono salutati sapendo che si sarebbero rivisti ai colloqui, quindi in un'atmosfera più formale. Proprio per lasciare "libere" le famiglie, il personale ha dato il via alla festa, ma poi si è allontanato. Babbo Natale ha portato un carico di doni messi a disposizione dall'associazione "Casa solidale del giocattolo" e dalla parrocchia di Malnate. I bambini sono rimasti incantati dallo spettacolo di bolle di sapone di Chiara La Pettirossa. In totale, hanno preso parte a questa festa sei papà, otto bambini (di età compresa tra 8 mesi e 12 anni), e sei accompagnatori tra mogli, compagne, fratelli e nonne.
di Massimo Giannini
La Stampa, 13 dicembre 2021
Fa un certo effetto leggere le cronache del "Summit per la Democrazia", convocato online dall'Amministrazione Usa per discutere con i leader di ben 111 Paesi sullo stato di salute del mondo libero, nelle stesse ore in cui l'ex capo dello staff di Donald Trump alla Casa Bianca rivela l'esistenza di un simil-golpe per far saltare la proclamazione della vittoria di Joe Biden alle presidenziali del dicembre 2020. Di fronte a un cortocircuito logico-politico così evidente, più che il celebratissimo saggio di Karl Popper sulla "società aperta e i suoi nemici", torna in mente un vecchissimo fumetto di Walt Kelly. Nel 1971, celebrando la Giornata mondiale della Terra e constatando i danni già allora devastanti inflitti al pianeta dalla mano dell'uomo, il cartoonist americano ci svelava con una battuta folgorante quello che troppo spesso non vogliamo vedere: "Abbiamo incontrato il nemico: siamo noi".
La Dottrina Biden è ormai nota: è in atto una "recessione globale delle democrazie" e un'aggressione sistematica delle autocrazie. La Cina e la Russia, la Turchia e l'Iran. La minaccia è ovunque. E gli eserciti nemici, come l'Impero del Male teorizzato a suo tempo da Bush, incedono su più fronti. A colpi di armamenti e/o di investimenti. Di qui l'appello quasi sturziano ai "liberi e forti": serve una grande alleanza, per difendere i nostri valori e i nostri principi, le nostre identità e le nostre libertà. Detta così sembra bella: cosa c'è di più buono e più giusto di un fronte comune a difesa delle liberaldemocrazie, stremate dall'emergenza pandemica, logorate dalla recessione economica, destabilizzate dal Grande Disordine Mondiale? In teoria, nulla. In pratica, la questione è più complessa. Per due motivi.
Il primo: le nostre nazioni allarmate non hanno le carte in regola per denunciare la "recessione democratica" altrui, se prima non si interrogano su cosa stia accadendo a loro stesse. Il secondo: al di là di un generico appello ideale, che se resta tale rischia persino di diventare ideologico, questo "Club delle democrazie" finora non ha saputo opporre granché di concreto ai suoi avversari esterni.
Oggi Freedom House ritiene che solo il 20% dei Paesi del globo sia pienamente libero, contro il 39 di dieci anni fa. Di qui l'invito agli Stati: fate "ordine in casa vostra". Vale innanzitutto per gli Stati Uniti, dove Trump resta fortissimo nonostante le prove tecniche di colpo di Stato avviate con l'assedio a Capitol Hill, la sanità pubblica resta un tabù per 40 milioni di disperati, "black lives matter" resta uno slogan da corteo e Guantanamo resta una ferita mai curata all'habeas corpus. È il nuovo paradosso americano: gli Stati Uniti sono ancora "la più grande democrazia del pianeta", ma non sono più "un esempio di democrazia". E non lo dice solo uno storico progressista come Luciano Canfora. Lo sostiene il 17% degli intervistati, secondo un sondaggio internazionale di Pew Reasearch. Lo confermano i giovani tra i 18 e i 29 anni, che solo nel 7% dei casi ritengono gli Usa una "democrazia in buona salute", secondo un'indagine dell'Harvard Institute of Politics.
Mettere "ordine in casa propria" è un dovere anche per l'Europa, dove le destre hanno ingrassato la tigre populista con l'ormone tossico dell'anti-politica e le sinistre non hanno fatto nulla per domarla. Il risultato è che governi e parlamenti hanno finito per delegittimare se stessi. E un numero crescente di cittadini, marginalizzati dalla globalizzazione ed esclusi dalla partecipazione, ha disconosciuto la propria cittadinanza. Convinti che votare non serva più a nulla, e che la democrazia non sia poi così importante. Perché non funziona, non decide, non risolve i problemi. Anche qui la disaffezione democratica non c'entra nulla con Xi o con Putin, ma promana direttamente dal ceto medio proletarizzato, arrabbiato e sobillato dagli impresari della paura, che ne hanno nutrito l'insicurezza sociale, l'ossessione razziale, il rancore istituzionale (lo spiega bene Tom Nichols nel suo ultimo saggio, "Il nemico dentro", Luiss Editore).
Dunque il declino delle democrazie è in buona misura auto-prodotto. E sostituito dall'ascesa delle autocrazie elettive, dove i cripto-dittatori vincono opprimendo il popolo in nome del popolo. Senza arrivare in India o in Venezuela, basta fermarsi in Ungheria e in Polonia. Qui non servono più le giunte militari e il tintinnare di sciabole: le democrazie muoiono con altri mezzi, come sostengono Steven Levitsky e Daniel Ziblatt. Se questo è il quadro, Biden che invoca la Santa Alleanza somiglia al cane che abbaia alla luna. Guarda fuori, per non guardarsi dentro. All'opposto, chi ci vede benissimo è Papa Francesco: "La democrazia è un tesoro di civiltà e va custodita, non solo da un'entità superiore ma anche negli stessi Paesi. Contro la democrazia oggi vedo il pericolo dei populismi, che stanno ricominciando a mostrare le unghie...". Bergoglio fiuta un pericolo reale: i populismi, spiazzati dal virus due anni fa, si stanno riorganizzando. Come avverte Ivan Krastev sul Financial Times, i nuovi lockdown imposti dalla variante Omicron stanno ridando filo da tessere alle forze anti-sistema dell'Unione.
Cina, Russia e potenze regionali incistate tra Asia e Medioriente speculano ovviamente sulla crisi delle democrazie occidentali. Lo fa la Cina, che cresce di una Russia all'anno e coltiva lungo le "Vie della Seta" un disegno egemonico e neo-imperiale. Con il 20% della popolazione mondiale e il 7% delle terre coltivate del pianeta, il Dragone esporta non il suo modello dittatoriale, ma la sua imponente capacità infrastrutturale, garantendola ai Paesi in via di sviluppo che possono assicurargli, insieme al posizionamento strategico, l'interscambio commerciale e alimentare. Dopo la feroce normalizzazione di Hong Kong, la tortura cinese si concentra adesso su Taiwan, il cui capo è colpito ogni giorno dalla goccia di Pechino che avverte: ricordati che devi cadere. E se lo ricordi anche Biden, firmatario dell'Aukuss con Australia e Gran Bretagna: il Pacifico non è "cosa loro". La stessa cosa fa la Russia, che tiene in scacco l'Europa sul gas e North Stream 2 e continua ad ammassare truppe ai confini con l'Ucraina, alimentando un clima da invasione imminente. Cosa vuole davvero lo Zar di Mosca non è affatto chiaro, se non stoppare i tentativi di allargamento della Nato in quell'area.
Cosa oppone il Club a tutto questo risulta purtroppo ancora meno chiaro. Sulla Cina si balbetta. Sulla Russia si nicchia (a parte qualche rituale altolà, e ora l'annuncio di sanzioni Ue in arrivo per la famigerata Brigata Wagner, accusata di violazione dei diritti umani in Ucraina, in Siria e il Libia). Eppure la tragedia del Covid offrirebbe alle democrazie una magnifica opportunità. Invece di armare le truppe, carichiamo le siringhe. Vacciniamo subito quei 3 miliardi di persone che non se lo possono permettere. Finora il 66% dei Paesi del G7 ha ricevuto due dosi, mentre in Africa la quota è ferma al 7%. Pfizer ha consegnato 2 miliardi di vaccini, di cui 740 milioni di dosi ai paesi a basso e medio reddito, con un incasso di 36 miliardi di dollari. A fine 2022 consegnerà altri 1,8 miliardi di dosi, con un introito di altri 29 miliardi (per inciso, molto più della legge di bilancio appena varata da Draghi). Il colosso Usa vende il suo vaccino alla Ue a 19,50 euro a dose, mentre lo calmiera a 6,75 dollari per i Paesi a basso reddito. È ancora troppo, per chi non ha niente. E allora, in questo momento, il più grande spot per le democrazie non è il Club di Biden e nemmeno la guerra per Kiev o per Taipei. È il vaccino gratis, per tutti i poveri del mondo.
di Emmanuel Carrère*
La Repubblica, 13 dicembre 2021
Autisti per caso o fiancheggiatori? Tra gli imputati ci sono anche Abdellah Chouaa, Hamza Attou e Ali Oulkadi, comparse di un processo più grande di loro.
È sempre sera quando Abdellah Chouaa esce dal palazzo di giustizia. È da quando è a Parigi che ha in mente di andare a vedere gli Champs-Élysées, ma è lontano, non osa, ha paura di perdersi o di essere riconosciuto e per il momento si attiene strettamente a quell'unico tragitto: la linea 14 fino a Saint-Ouen, la 13 fino a Basilique-de-Saint-Denis e poi l'autobus 53 per arrivare a casa sua. Casa sua è un capanno da giardino sul retro del villino di una vecchia signora di cui è obbligato ad attraversare il salone. Dieci metri quadri, 600 euro al mese.
Solo, senza conoscenze, senza busta paga e con dei problemi difficili da confessare, non avrebbe trovato niente del genere senza l'aiuto del suo avvocato e si può dire che almeno da questo punto di vista un pò di fortuna l'abbia avuta. Ma ha un altro affitto da pagare in Belgio, 700 euro, a cui bisogna aggiungere la benzina per il tragitto andata e ritorno tutti i fine settimana, il cibo (anche se fa la spesa a Bruxelles, dove costa meno) e tutte le spese di una famiglia di tre bambini.
Sua madre e sua sorella lo aiutano un pò, 50 euro ciascuna al mese, ma non durerà in eterno. Prima aveva un vero mestiere, consegnava all'aeroporto i blocchi di ghiaccio che si mettono nel vano portabagagli degli aerei; oggi vende nei mercati, la domenica, vestiti scaricati dal camion. In nero, confessa alla corte, che non ha il cuore di rimproverarglielo. Il giorno della nostra conversazione aveva appena venduto la sua automobile: 3.700 euro con cui dovrà tirare avanti fino alla fine del processo, a maggio. Sempre, naturalmente, che alla fine del processo non lo rimettano in galera: sarebbe una catastrofe tale che preferisce non pensarci.
Come Hamza Attou e Ali Oulkadi, Abdellah Chouaa compare al processo sotto controllo giudiziario, imputato ma non detenuto e obbligato a essere presente a tutte le udienze. Giorno dopo giorno, questi tre trentenni di Molenbeek, abbonati alla piccolissima delinquenza e soprattutto alla scalogna, se ne stanno seduti davanti alla gabbia di vetro dove si trovano i quattordici "veri" imputati. Lui, Abdellah Chouaa, non si gira mai per guardarli o parlare con loro. Non vuole avere niente in comune con loro, soprattutto con il suo ex amico Mohamed Abrini, pezzo grosso del dossier: è per colpa sua che si trova qui.
Abrini, Abdellah Chouaa ha avuto la sfortuna di accompagnarlo a bordo della sua auto all'aeroporto di Bruxelles-Zaventem il 23 giugno 2015, poi di andarlo a cercare a Parigi il 16 luglio. Nell'intervallo, ha ricevuto spesso telefonate da lui, provenienti da numeri esotici in Laos, in Bhutan, in Guinea, in Russia, ma in realtà da call center in Siria. Ha giurato nel corso dell'istruttoria che non sapeva che Abrini stava partendo per la Siria, che credeva che fosse in vacanza in Turchia. Ma Abrini, invece di minimizzare il ruolo dell'amico, come avrebbe potuto facilmente fare, ha aggravato costantemente la sua situazione: come poteva Chouaa ignorare lo scopo di quel viaggio e la sua radicalizzazione, visto che lo sapevano tutti a Molenbeek?
Non voglio pronunciarmi sul merito, ma se hanno rimesso Chouaa e gli altri due in libertà dopo qualche mese di detenzione, si vede che è vero che le loro malefatte sono poca roba. Sufficienti, tuttavia, per essere rinviati a giudizio e per trasformare la loro vita in un incubo. Abdellah Chouaa dice al figlio più grande, che ha dieci anni, che il motivo per cui rientra a casa solo nel weekend è che ha trovato un lavoro a Parigi, nel settore della sicurezza; ma c'è tutto il tempo perché un amichetto, a scuola, veda la sua foto sul giornale o alla televisione e riveli al piccolo, di fronte a tutti: "Ma allora il tuo papà è un terrorista?". Forse dovrebbe fare come Ali Oulkadi, che si è fatto coraggio e ha spiegato alla sua figlia più grande, dieci anni anche lei, che certi signori hanno fatto una grossissima stupidaggine e che papà conosceva uno di quei signori e per questo adesso si trova in guai seri.
Ali Oulkadi è l'uomo dell'ultimo chilometro, quello che la mattina del 14 novembre 2015 ha portato in giro per Bruxelles Salah Abdeslam, che Hamza Attou (insieme a un terzo ladrone, Mohamed Amri) aveva riportato indietro da Parigi durante la notte. Nessuno li sospetta veramente di essere dei terroristi, ma è innegabile che, per amicizia, abbiano aiutato un terrorista a fuggire. Hamza Attou e Ali Oulkadi frequentavano il famoso caffè Les Béguines gestito da Brahim Abdeslam, a Molenbeek. Passavano la maggior parte del tempo a fumare hascisc, occasionalmente a venderlo, e Abdellah Chouaa, anche se pure lui ha qualche macchia sulla fedina penale, ci tiene a distinguersi con discrezione dai suoi due compagni di sventura.
Mentre tutti gli imputati coltivano lo stesso look tuta e scarpe da ginnastica, lui indossa un completo chiaro, troppo leggero per la stagione, e sotto la camicia bianca un maglioncino dolcevita, pure quello bianco: ha l'aria di un impiegato rispettabile, non di un delinquente. Ogni giorno si ritrovano tutti e tre alle undici e trenta davanti al palazzo di giustizia, dove entrano scortati dai gendarmi e seguiti da sguardi curiosi, che li spaventano. Ali Oulkadi non ha la fortuna di avere un tetto fisso come Abdellah Chouaa. Naviga da un hotel Formule 1 (da quattro soldi, ndr) all'altro, a seconda delle offerte promozionali, e qualche volta, quando non ce la fa più, Abdellah Chouaa lo ospita nel suo capanno da giardino. Riscaldano un piatto di pasta, Abdellah Chouaa si fa la sua puntura di insulina perché è diabetico e poi si coricano tutti e due nel letto e si raccontano la vita che sognano di avere quando sarà finito tutto questo: una casa, un giardino, un lavoro più o meno fisso, veder crescere i loro figli, qualche spinello solo nel fine settimana.
Ne so di meno su Hamza Attou, l'unico dei tre che ha rifiutato di parlare con me, non per diffidenza, credo, quanto perché era stato preso da una di quelle terribili botte di depressione che li stendono tutti, a turno. In questo momento il processo attraversa una fase noiosa: peraltro, è proprio perché non ne potevo più di guardare i PowerPoint con voce fuoricampo degli investigatori belgi che ho cercato di saperne di più su questi tre uomini persi ai margini di una storia più grande di loro. Noiosi per noi, questi momenti rappresentano una tregua per loro, dopo cinque settimane di testimonianze delle parti civili. Trecentocinquanta vittime o parenti di vittime, uno tsunami di orrore e sofferenza. Quasi ogni giorno qualcuno, un padre o una madre in lutto, si girava verso il recinto degli imputati e li apostrofava mettendo tutti nello stesso sacco, come se loro, Abdellah Chouaa, Ali Oulkadi e Hamza Attou avessero falciato i loro figli a colpi di Kalashnikov. Dovevano reprimere la voglia di alzarsi e gridare: "Ma non sono con loro, io! Io non ho fatto nulla!".
Io e Ali Oulkadi, l'altro giorno, approfittavamo di una sospensione dell'udienza per discutere, seduti su una panca in un corridoio del palazzo di giustizia. Lo aiuta a reggere, mi spiegava, seguire il dibattimento, prendere gli appunti più minuziosi che può su un taccuino. Una signora mi si è avvicinata per dirmi che leggeva e apprezzava le mie rubriche. Era una parte civile e voleva sapere se mi ricordavo della sua testimonianza. Sfortunatamente no, forse era capitata in uno dei miei rari giorni di assenza. Sperando di rinfrescarmi la memoria, ha detto: "Sono venuta a deporre con i miei due nipoti". Ali Oulkadi allora ha sussurrato: "Nino e Marius". Non so se la signora l'abbia riconosciuto oppure no, ma in ogni caso gli ha sorriso e ha confermato: "Sì, Nino e Marius". Mentre si allontanava, uno sprazzo di gioia pura ha rischiarato il viso di Ali Oulkadi, perché qualcuno gli aveva parlato normalmente, e ha ripetuto "Nino e Marius" con dolcezza, come se i nomi di questi ragazzini figli di un uomo assassinato al Bataclan fossero quelli dei suoi figli e gli fosse stato accordato, fugacemente, forse per errore ma è già qualcosa, il diritto, come tutti, di piangere per loro.
*Traduzione di Fabio Galimberti
a cura di Francesca Bormioli
Italia Oggi, 13 dicembre 2021
Nonostante le carceri siano un terreno fertile per la diffusione dei virus le amministrazioni penitenziarie hanno comunicato poco sui casi di Covid-19, sui decessi avvenuti e sulle vaccinazioni nelle prigioni europee, a differenza del resto della società. Qual è l'impatto della pandemia nelle carceri europee? Ce lo raccontano i dati raccolti in 32 paesi dall'European Data Journalism Network.
Vangelis Stathopoulos è detenuto nella prigione greca di Larissa. Fa parte dell'oltre mezzo milione di persone incarcerate in Europa durante la pandemia di Covid-19. Come tante altre carceri, quello di Larissa è un terreno fertile per la diffusione del virus: sovraffollato e con spazi ristretti e insalubri.
"Ho avuto il Covid lo scorso dicembre. Circa metà dei detenuti erano malati allo stesso momento", dice Stathopoulos. "Siamo stati spostati in un'ala del carcere con altre 60 persone, in uno spazio di circa 110 m2. Non sapevamo quanto si sarebbe aggravato il nostro stato di salute".
Durante la pandemia, ci siamo abituati a essere meticolosamente aggiornati sul Covid-19 e abbiamo sorvegliato gli ambienti in cui c'è un più alto rischio di sviluppo di focolai, come ad esempio le case di cura. Stranamente, invece sono pochi i dati pubblici sulla diffusione del virus nei penitenziari.
Lo European Data Journalism Network (EDJNet), in collaborazione con altri 12 testate, ha raccolto dati in 32 paesi che mostrano quanti casi e quanti decessi sono stati riportati nelle carceri, com'è stato affrontato il piano vaccinale e quali misure sono state prese per frenare la diffusione del virus. è la prima inchiesta di questa portata in Europa.
"Molte carceri sono sovraffollate e senza la possibilità di applicare le misure di distanziamento sociale", dice Filipa Alves da Costa, consulente sanitaria del programma Health in Prisons dell'Organizzazione mondiale della sanità. "Quindi, quando il virus entra, si trasmette molto più facilmente".
Da Costa afferma che il rischio nelle carceri è simile a quello corso dalle persone che vivono in strutture residenziali, come le case di cura e i centri di accoglienza.I numerosi detenuti affetti da HIV, con antecedenti legati al tabagismo o al consumo di altre droghe sono sottoposti a un alto rischio di contrarre il Covid-19. Secondo l'Oms (Organizzazione mondiale della Sanità), l'emarginazione, la povertà e il difficile accesso alle cure sanitarie spesso incidono su queste persone ben prima dell'incarcerazione, mentre le condizioni del carcere hanno poi un effetto esacerbante. "Anche se nella società al di fuori del carcere non sarebbe così, i detenuti di 50 anni li consideriamo già anziani", dice da Costa.
Nei penitenziari, la diffusione della pandemia non colpisce solo i detenuti e il personale, ma anche la comunità circostante. "Non è un ambiente del tutto isolato", spiega Da Costa. "Le persone entrano ed escono da qui ogni giorno. Non solo il personale, ma anche i fornitori, gli avvocati e i detenuti stessi. Di conseguenza, se non si proteggono le carceri, non si protegge la comunita"'. Negli Stati Uniti, dove nel 2020 il virus si è rapidamente diffuso, diversi studi hanno rivelato come le epidemie nelle carceri si diffondono nella popolazione circostante. Uno studio su scala nazionale ha dimostrato che i casi di Covid-19 aumentano più rapidamente nelle regioni in cui c'è un maggior numero di persone detenute; lo studio, inoltre; collega l'incarcerazione di massa a più di mezzo milione di casi aggiuntivi di Covid-19, dentro e fuori i penitenziari. L'Università di Losanna ha effettuato la più recente rilevazione di dati su scala europea grazie alla quale ha riportato il numero di casi di Covid-19 nelle carceri fino a settembre 2020. Da allora è trascorso più di un anno in cui ci sono state più di due ondate, nuove varianti e una campagna vaccinale globale.
La prima risposta al Covid? Interrompere tutte le attività - Uno studio condotto da alcuni ricercatori di Barcellona ha rivelato che la maggior parte dei Paesi ha applicato il lockdown nelle carceri all'inizio della pandemia. Le visite sono state immediatamente interrotte o severamente limitate in quasi tutti i paesi. In molte carceri, anche lo sport, le attività ricreative e lavorative sono state sospese e i congedi penitenziari messi in attesa. "Persino le nostre lettere erano messe in quarantena", ricorda Casaba Vass, detenuto in Ungheria. Paesi come la Germania, il Belgio e l'Ungheria sottoponevano alla quarantena i nuovi arrivati e i detenuti che presentavano sintomi.
I dati raccolti per questa indagine mostrano che, a prima vista, queste misure sembrano aver contribuito a evitare il peggio. Le carceri, tutto sommato, non sono diventate focolai di Covid. Secondo i dati disponibili, in molti paesi il tasso di positività nelle carceri si avvicina a quello della popolazione generale.
Quando la percentuale dei contagi era alta nella popolazione generale, tendeva ad aumentare anche nelle carceri. Questo si è verificato, per esempio, in paesi come la Slovenia, l'Estonia e il Belgio, dove oltre una persona su 10 è risultata positiva al tampone. In paesi come la Croazia e la Grecia, la percentuale di detenuti positivi è molto più alta rispetto alla popolazione generale. Tuttavia, secondo i dati più recenti, in molti paesi i casi segnalati nelle carceri sono rimasti sotto la percentuale dei casi di Covid della popolazione generale - anche in in Francia, dove le prigioni sono notoriamente sovraffollate.
Anche nei paesi con tassi di contagio più bassi, i penitenziari possono diventare grandi focolai. Recentemente, nel carcere francese di Bèziers che attualmente confina 638 persone in uno spazio costruito per 389, più di 50 persone sono risultate positive al tampone.
I casi e i decessi potrebbero essere sottostimati - Non sempre i numeri ufficiali raccontano tutta la storia. La maggior parte delle amministrazioni penitenziarie non raccoglie i dati sistematicamente, dice Adriano Martufi ricercatore all'Università di Leiden sulle condizioni delle carceri in Europa. "A mio avviso c'è un problema di stime al ribasso", afferma Martufi. Il carcere greco di Larissa, per esempio, ha segnalato solo 200 casi ufficiali fino a luglio 2021. Stathopoulos afferma di averne contati molti di più. "Solo tra dicembre 2020 e oggi, penso di aver contato almeno 500 casi", dice.
Questa stima al ribasso potrebbe non essere intenzionale ma rappresentare, invece, un problema di organizzazione. "I servizi sanitari nelle carceri sono a corto di personale e di materiale", dice Martufi. "Non sono nemmeno sicuro che abbiano le capacità tecniche necessarie per raccogliere e gestire tali dati". "La tragedia che temevamo non si è verificata, ma ci sono stati enormi sacrifici per la popolazione carceraria: niente attività, insegnamenti o quel poco lavoro che c'è in prigione, e non solo".
Nonostante il numero di contagi sia considerato in scala nominale, le stesse restrizioni imposte per frenare la diffusione del coronavirus hanno effetti secondari. "La tragedia che temevamo non si è verificata, ma ci sono stati enormi sacrifici per la popolazione carceraria: niente attività, insegnamenti o quel poco lavoro che c'è in prigione, e non solo", dice Dominique Simonnot, Contrôleur gènèral des lieux de privation de libertè (Controllore generale dei luogi di privazione di libertà) per il Governo francese. "A livello sociale, il prezzo è esorbitante". Negli ultimi 18 mesi, molte prigioni sono state isolate più del solito. In un carcere di Malta, le cui condizioni degradanti erano già state condannate nel 2013 dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, i nuovi detenuti venivano chiusi in una cella per 23 ore al giorno durante due settimane, con un materasso appoggiato per terra e un bagno alla turca.
La quarantena comporta gravi rischi per la salute - Le regole di Nelson Mandela adottate dall'Onu e le Regole minime per il trattamento dei detenuti, affermano che l'isolamento deve essere utilizzato come ultima risorsa, per il più breve tempo possibile e mai per più di 15 giorni. Tuttavia, durante la pandemia l'isolamento dei detenuti è diventato una misura standard in molti paesi. In Irlanda, dove i detenuti dai 70 anni in su o affetti da malattie croniche sono stati automaticamente messi in isolamento tra aprile e giugno 2020, questi hanno riferito di soffrire di depressione e istinti suicidi. In alcune strutture in Germania, i detenuti in attesa di giudizio sono stati isolati per 14 giorni dopo ogni udienza.
In Francia, una quarantena di due settimane era obbligatoria dopo ogni congedo, visita familiare o trattamento medico eseguito in ambulatorio, dice Dominique Simonnot. "Di conseguenza, alcuni rifiutano questi spostamenti, con tutti i rischi che questo comporta per la loro salute". Anche le persone che non erano in quarantena erano spesso isolate nelle loro celle per gran parte della giornata.
Il divieto delle visite è stata una restrizione particolarmente difficile per i detenuti. "Le visite sono estremamente importanti per i detenuti", dice Catherine Heard, direttrice del World Prison Research Programme. "è difficile sopravvalutare quanta differenza faccia per i detenuti avere la possibilità di rimanere in contatto con le loro famiglie". Secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo, i detenuti hanno il diritto di avere una vita familiare. A ottobre 2020, nel carcere di Rec, in Albania, i detenuti hanno fatto uno sciopero della fame per protestare contro le sospensione delle visite da quando è stata dichiarata la pandemia. Da marzo 2020 hanno potuto contattare le loro famiglie solo per telefono.
In Ungheria, dice Vass, "prima della pandemia avevamo due ore e mezza di contatto fisico due volte al mese: questo divieto ha causato problemi molto seri alla nostra salute mentale". Il carcere ha poi messo a disposizione le videochiamate per permettere almeno le visite virtuali. "Questo ha reso la situazione più sostenibile", dice.
La maggior parte dei paesi ha introdotto la possibilità di visite virtuali, anche se le connessioni Internet non all'altezza e le restrizioni imposte ai detenuti pongono ancora problemi. "In molti penitenziari europei c'è stato un grande passo avanti per sviluppare sistemi di videoconferenza", dice Martufi. "Prima della pandemia tutto questo era assolutamente impensabile in molti Paesi Ue. C'è stato uno sviluppo positivo".
Martufi dice che il rischio di queste disposizioni è che le carceri potrebbero tentare di sostituire a lungo termine le visite di presenza con le videochiamate". "Secondo alcune segnalazioni che abbiamo ricevuto, alcune amministrazioni penitenziarie avrebbero detto: 'Adesso che hai Skype, puoi vivere con quello,non c'è più bisogno che ti sia permesso di incontrare la tua famiglia o i tuoi avvocati", dice Martufi. "Non sappiamo ancora quanto sia sistematico questo cambiamento, ma temiamo che le cose non cambieranno nemmeno quando la pandemia sarà passata".
A parte le videochiamate, Catherine Heard non vede molti sforzi fatti per mitigare gli effetti delle restrizioni. "Non mi viene in mente nulla di veramente significativo che sia stato fatto", dice. "Si è persa una grande opportunità, per esempio, di fornire materiale di lettura, informazioni registrate o l'accesso a lezioni online. C'erano tante cose che avrebbero potuto essere fatte, che avrebbero dovuto essere fatte, ma non sono state fatte". I Paesi Bassi sono stati uno dei Paesi in grado di riavviare le attività nelle carceri in tempi relativamente brevi attraverso schemi a rotazione o gruppi più piccoli e fissi, dice Heard. Ma la maggior parte dei paesi non ha attuato tali misure.
I problemi strutturali hanno aggravato la situazione - Come in tanti altri settori della società, la situazione nelle carceri è stata aggravata da problemi strutturali già presenti da molto prima della pandemia."Nei penitenziari maggiormente sovraffollati, dove le misure di distanziamento sociale sono impossibili da attuare, sono state adottate restrizioni più severe e prolungate.", dice Heard. La mancanza di spazio rende le misure di distanziamento sociale impossibili da attuare, e le misure alternative sono ostacolate dalla mancanza di personale. "Se non c'è personale per spostare le persone, non si può fare altro che tenerle chiuse nelle loro celle per la maggior parte del giorno e della notte", spiega.
Ricercatori, Ong e detenuti parlano ripetutamente del sovraffollamento come la chiave del problema. Un terzo dei paesi europei ha una popolazione carceraria che supera le capacità del sistema penitenziario. In molte prigioni, la situazione è molto peggiore di quanto suggerisca la media del paese. "Mi trovo in una cella destinata a cinque persone: ora siamo in otto. è impossibile mantenere la distanza di sicurezza", ha detto una persona in sciopero della fame a una testata croata all'inizio della pandemia nel marzo 2020. "Non possiamo vedere le nostre mogli e i nostri figli, e, che Dio non voglia, forse alcuni di noi non li rivedranno mai più. Ci sentiamo come detenuti nel braccio della morte, in attesa che il coronavirus irrompa nella prigione".
Durante la prima ondata, molti paesi europei hanno liberato un numero di detenuti senza precedenti per ridurre la pressione sulle carceri. "è quello che gli esperti dicono di fare da due anni, ma era politicamente troppo spaventoso, dice Heard. "Penso che il Covid abbia dato a diversi paesi una scusa per ridurre silenziosamente il loro numero di detenuti". Heard ha calcolato che tra marzo 2020 e giugno 2021 la popolazione carceraria è stata ridotta di ben mezzo milione di persone. Paesi come la Slovenia, il Belgio, la Francia e l'Italia, le cui popolazioni carcerarie superavano le capacità del sistema penitenziario già da prima, hanno ridotto il numero di detenuti fino al 25 percento, portandolo al livello o al di sotto della capacità ufficiale. "I paesi avranno imparato che hanno ridotto il numero di detenuti senza che il cielo crollasse", dice Heard. Con la pandemia, la salute pubblica diventa una ragione per ridurre le popolazioni carcerarie ed è vitale che i paesi continuino a sostenere questa tendenza.
La popolazione carceraria è di nuovo in aumento - Tuttavia, molti paesi sembrano invertire i progressi fatti dalla primavera 2020. Dopo un calo iniziale, la popolazione carceraria sta aumentando di nuovo in circa la metà dei paesi europei studiati, in alcuni casi superando anche le cifre iniziali. Le carceri francesi e slovene, per esempio, sono tornate ad essere sovraffollate a livello nazionale, e le singole prigioni si trovano in situazioni ancora peggiori.
Con i problemi strutturali che aggravano una situazione già complicata, un "ritorno alla normalità" nelle carceri dipende dalle vaccinazioni, come nel resto della società. "Quando è stato annunciato che ci sarebbe stato un vaccino, le persone si sono calmate", dice Vass. "Per quanto ne so, quasi tutti i detenuti si sono vaccinati. Io ho ricevuto la prima dose a maggio, la seconda a giugno e, come molti, la terza a settembre".
Non tutti hanno ricevuto la loro dose di vaccino e una delle ragioni di questo ritardo è che, nonostante l'alto rischio per i detenuti, per il personale e per la popolazione generale, la maggior parte dei paesi europei non ha incluso i detenuti nelle categorie prioritarie dei piani di vaccinazione. Molti di loro non li hanno nemmeno nominati.
In Germania, per esempio, è stata esplicitamente data la priorità alle persone che vivono in strutture residenziali come le case di cura, ma i detenuti erano comunque vaccinati contemporaneamente al resto della popolazione. "Ci sono state indicazioni consistenti da parte di organizzazioni sovranazionali indipendenti che i detenuti dovrebbero avere la priorita"', dice Martufi. "è un buon esempio dell'assoluta discrepanza tra le indicazioni politiche da un lato e la realtà dall'altra".
Molti attribuiscono questo a una mancanza di volontà politica. In alcuni casi, dice Martufi, la politica ha addirittura ostacolato l'accesso anticipato al vaccino. "In Belgio, la priorità dei detenuti è diventata una questione politica", dice, "e, di conseguenza, sono stati esclusi dalla campagna vaccinale fino alla fine". In Italia, d'altra parte, dice, la decisione di dare ai detenuti l'accesso prioritario ai vaccini è stata una decisione amministrativa, presa senza suscitare un grande dibattito pubblico.
Questo ha fatto sì che l'inizio delle vaccinazioni nelle carceri è stato ritardato significativmente e che alcuni paesi non hanno somministrato nemmeno una dose prima di giugno, mentre altri hanno riferito di aver iniziato già a fine marzo.
Le vaccinazioni nelle carceri di diversi paesi hanno finalmente raggiunto i numeri dei vaccini somministrati nella popolazione generale e in estate la curva dei contagi si è abbassata. Questo ha permesso ai detenuti di ricevere visite e di riprendere le attività, sempre nel rispetto delle misure sanitarie.
Tuttavia, con l'inverno alle porte e la prossima ondata in arrivo nella maggior parte dei paesi europei, la pandemia non è finita per nessuno, e certamente non per i detenuti. "Non riavremo presto la nostra vecchia vita e i nostri benefici", dice Csaba Vass in Ungheria. In Italia, i dati settimanali mostrano un aumento dei casi positivi tra il personale e i detenuti. Inoltre, il Ministro della giustizia croato ha recentemente confermato che più del 20 percento dei detenuti ha avuto il coronavirus, circa 1,5 volte il tasso della popolazione in generale.
Gli esperti affermano che i paesi devono ridurre drasticamente la loro popolazione carceraria per essere preparati a situazioni simili in futuro. "Non possiamo affrontare un'altra crisi sanitaria con un così alto numero di persone incarcerate in tutta Europa", dice Martufi. "I numeri devono diminuire".
Ma gli osservatori hanno anche motivi per essere ottimisti. "Il Covid dovrebbe essere un campanello d'allarme per investire in un miglioramento delle condizioni detentive e per ridurre l'uso della misura carceraria", dice Catherine Heard. Perché quel campanello d'allarme sia ascoltato, l'interesse pubblico e la volontà politica sono fondamentali. "è ora di ripensare la nostra percezione dei detenuti come cittadini di seconda classe", dice Martufi. "Non possiamo permettere che qualcuno venga lasciato indietro. è peggio per tutti".
di Andrea Ossino
La Repubblica, 13 dicembre 2021
Il filmato è stato girato da un ragazzo "del gruppo di Wissem", "nel carcere di Ponte Galeria". Abdel "è stato portato fuori dal centro per 6 giorni, i suoi compagni non sapevano nulla" e gli hanno dato "la medicina neurologica che usano per parecchi internati".
Ancora un video, una nuova testimonianza capace di rendere più fitto il mistero che ruota intorno alla morte di Wissem Ben Abdel Latif. Se i precedenti racconti collegano i fatti accaduti il 28 novembre scorso a un pestaggio, avvenuto probabilmente a causa dei video girato dal ventiseienne tunisino nel Centro per l'immigrazione di Ponte Galeria, il nuovo filmato punta il dito contro "la medicina neurologica che usano per parecchi internati".
Il video è stato girato da un ragazzo che dice di essere stato "nel gruppo di Wissem", "nel carcere di Ponte Galeria". Ed è stato pubblicato sulla pagina Facebook di un pizzaiolo tunisino che spesso rilancia richieste di aiuto dei suoi connazionali.
Il protagonista del filmato dice di essere riuscito a scappare dal Cpr, ma di aver saputo "brutte notizie da lì". Sarebbero state riferite da "un'avvocatessa" che "racconta che gli internati sono picchiati e violentati, persino il Corano è stato buttato per terra e calpestato, gli immigrati vengono insultati". E ancora: "il cibo che prima era del tutto immangiabile ora è peggio, è scaduto".
"Le brutte notizie" che il ragazzo avrebbe saputo, si riferiscono a ciò che è accaduto ad Abdel, "quello che ti ha mandato un video". La testimonianza è chiara: "Gli davano delle medicine neurologiche (...) gli ultimi sei giorni è stato portato in ospedale e ieri sera è morto. Da quello che ha detto l'avvocatessa gli avrebbero somministrato la medicina sbagliata. La medicina neurologica la usano per parecchi internati", spiega il migrante che adesso sarebbe riuscito a raggiungere la Francia.
La nuova testimonianza accende i riflettori su ciò che sarebbe accaduto dopo che Wissem ha girato il video pubblicato da Repubblica. "È stato portato fuori dal centro per 6 giorni, i suoi compagni non sapevano nulla", dice il ragazzo. E in quei giorni sarebbe stato imbottito di medicine "sbagliate".
Il pensiero del testimone va alla vittima e alla sua famiglia: "Il ragazzo, Wissem, poverino non ha fratelli (...) ha solo una sorella e non posso immaginare lo stato di sua madre (...) che trovi la pace". L'obiettivo è soltanto uno: "Speriamo che qualcuno riesca a fare arrivare la sua voce".
di Anna Lombardi
La Repubblica, 13 dicembre 2021
Tra le vittime dell'agenzia federale che vigila sulla sicurezza delle frontiere e dipende dall'Homeland Security anche la premio Pulitzer Martha Mendoza. Almeno 20 giornalisti spiati in America da un'unità segreta della Customs and Border Protection, l'agenzia federale che vigila sulla sicurezza delle frontiere e dipende dall'Homeland Security: il Dipartimento per la sicurezza nazionale. Lo rivela un'inchiesta condotta dell'agenzia di stampa Associated Press e da Yahoo News: che sono entrati anche in possesso di un rapporto di circa 500 pagine redatto da una unità speciale chiamata Counter Network Division. Proprio questa avrebbe usato banche dati governative finalizzate alla lotta al terrorismo per indagare su alcuni reporter che lavorano negli Stati Uniti: compreso un premio Pulitzer della stessa AP, la giornalista Martha Mendoza che con una sua celebre inchiesta aiutò a liberare 2mila pescatori costretti a lavorare in condizioni di schiavitù in Indonesia.
Non solo: l'operazione chiamata Whistle Pig - maiale che fischia, sì, ma in realtà è una marca di whiskey - avrebbe preso di mira anche alcuni membri del Congresso e i loro staff. A Yahoo News lo ha svelato Jeffrey Rambo, un ex agente federale che ha ammesso di aver fatto quei controlli nel 2017. Sostenendo, però, che l'operazione è di routine: "Quando arriva un nome sulla tua scrivania devi costruire un dossier e sapere tutto quello che fa. E per farlo utilizzi tutti i sistemi cui hai accesso, senza distinzioni".
Le rivelazioni sono state accolte con estrema preoccupazione dai media americani e numerose testate stanno chiedendo spiegazioni: "Si tratta di un abuso di potere" ha detto senza troppi giri di parole Lauren Easton, direttore delle relazioni con i media di AP, affermando che "si è indagato su questi giornalisti semplicemente perché facevano il loro lavoro. Siamo di fronte a una seria violazione del Primo Emendamento". All'Homeland Security non si sono però turbati più di tanto: "Le nostre operazioni di controllo, comprese quelle in oggetto, sono rigorosamente disciplinate da protocolli e pratiche consolidati. Non indaghiamo senza una base legittima e legale per farlo", hanno fatto sapere attraverso una dichiarazione scritta. Secondo AP, però, si tratta dell'ennesimo tentativo da parte delle agenzie federali di scoprire le fonti dei giornalisti. Una pratica formalmente proibita all'inizio di quest'anno dal ministro della Giustizia Merrick Garland (salvo limitate eccezioni): un provvedimento che ha di fatto annullato le politiche messe in pratica da quel dipartimento. La pratica, insomma, era nota: ma l'uso dei database rivelato da Rambo è invece una novità di cui non si sapeva nulla.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 13 dicembre 2021
Il timore generato dalle teorie della Grande Sostituzione (le minoranze etniche destinate a diventare maggioranza) comincia a minare nella testa di molti il principio "un cittadino, un voto".
A metà dell'Ottocento i confederati del Sud decisero la secessione che portò alla guerra civile americana, ma non contestarono mai l'elezione di Abramo Lincoln. Oggi un terzo degli americani e un'ampia maggioranza di elettori repubblicani considera Joe Biden un presidente illegittimo. Molti nel mondo hanno criticato
il leader Usa per la sua pretesa di chiamare a raccolta le claudicanti democrazie del mondo intorno a una fiaccola americana che rischia di bruciare il braccio di chi la impugna. Com'è accaduto altre volte in passato con l'anziano presidente, l'intuizione è giusta - basti vedere la furiosa reazione cinese con Biden paragonato alla tenutaria di un bordello che dà lezioni di etica a delle educande - mentre l'esecuzione lascia a desiderare.
Giusto cercare di tenere viva una fiamma minacciata da regimi autoritari sempre più potenti (Cina) o spregiudicati (dalla Russia alla Turchia) e dall'indifferenza di opinioni pubbliche occidentali che danno le nostre libertà per scontate, anche se la fedina democratica Usa non è immacolata e la scelta di invitati ed esclusi al summit è discutibile: la politica, come la democrazia, è inevitabilmente imperfetta. A lasciare l'amaro in bocca è soprattutto l'impotenza di Biden, emersa negli ultimi mesi e fotografata dal vertice della scorsa settimana, davanti al rischio che il fallito tentativo di sovvertire l'esito delle presidenziali del 2020, anziché una disfatta definitiva, sia stato solo una prova generale di quello che accadrà nel 2024.
La destra quasi certamente riconquisterà il controllo del Congresso tra un anno e può benissimo vincere in modo legittimo le presidenziali del 2024, ma oggi l'America vive comunque un'emergenza democratica fatta di indebolimento delle sue istituzioni e di una evidente volontà di Donald Trump di non correre nemmeno il rischio di subire un'altra sconfitta elettorale. Fin qui si è discusso soprattutto della questione più facilmente comprensibile per il grande pubblico e che è stata oggetto di dispute anche in passato: le modalità del voto con la destra che cerca di limitare luoghi e finestre temporali per consegnare le schede e chiede più certezze sull'identità dell'elettore in un Paese nel quale non esiste la carta d'identità e in cui chi non guida e non ha il passaporto, non ha documenti con la sua foto. Mentre, al contrario, la sinistra considera le limitazioni votate negli ultimi mesi in diversi Stati a maggioranza conservatrice un tentativo di allontanare dalle urne i neri, i poveri e i non scolarizzati.
È una discussione aperta, anche se la storia elettorale americana è costellata, soprattutto al Sud, da tentativi frequenti - a volte sistematici - di intimidire l'elettorato afroamericano. Ma dietro c'è un'altra questione ben più grave: il tentativo di alcuni Stati ma anche di tante amministrazioni locali (in certi casi già riuscito, in altri ancora in corso) di sottrarre a funzionari indipendenti e a organismi sostanzialmente tecnici la conta dei voti e la scelta dei delegati degli Stati che poi eleggeranno materialmente il presidente. Verranno trasferiti ad assemblee politiche nelle quali la maggioranza di un partito potrebbe invalidare l'elezione del candidato del partito avverso.
È quello che, come risulta evidente dai molti documenti emersi negli ultimi mesi, ha tentato di fare Trump dopo il voto del novembre 2020: convincere i Parlamenti a maggioranza repubblicana degli Stati conservatori che avevano votato per Biden a sovvertire il risultato delle urne. Allora il colpo di mano (o di Stato) non riuscì per la tenuta di alcuni funzionari repubblicani che si rifiutarono di violare le regole e perché, non essendoci il tempo necessario per cambiare le norme parlamentari(o per convincere chi decide a interpretare le regole in modo "creativo") i governatori, compresi quelli del partito di Trump, non se la sentirono di invalidare le scelte degli elettori.
Oggi il quadro è diverso: stanno cambiando le norme, ma stanno cambiando anche gli uomini. Sotto l'effetto della martellante campagna Stop the Steal, fermate il furto, milioni di fan dell'ex presidente hanno preso di mira - in alcuni casi in modo estremo - i repubblicani che, avendo rispettato le regole costituzionali, passano per traditori. Insultati, minacciati a volte anche di violenze contro le loro famiglie, molti di questi funzionari e anche diversi parlamentari hanno già gettato la spugna. Verranno sostituiti da attivisti trumpiani. Andranno a occupare anche uffici fin qui per nulla ambiti perché con compiti considerati puramente notarili.
Gli altri che resistono verranno comunque spazzati via: Trump ha scomunicato parlamentari e governatori non totalmente allineati sulle sue posizioni. Verranno quasi tutti sconfitti alle primarie della prossima primavera da pasdaran trumpiani. Biden è consapevole del pericolo. A luglio, in un discorso a Filadelfia, denunciò il tentativo d'intervenire "non solo su chi può votare, ma anche su chi conta i voti". Non usò mezzi termini: definì "sovversione delle elezioni" il tentativo di sostituire "autorità elettorali indipendenti con soggetti di parte" col potere di non riconoscere l'esito delle urne. Ma poi, salvo alcuni limitati ricorsi del ministero della Giustizia, non ha preso iniziative significative. Ha le mani legate: in Congresso qualunque norma in questo campo verrebbe bloccata dal filibustering repubblicano.
L'America continua così a scivolare lungo una china molto pericolosa. Il rischio non è solo che nel 2024 venga proclamato vincitore chi esce sconfitto dalle urne: Trump (o chi dovesse presentarsi al suo posto) può benissimo vincere in modo legale, ma è la stessa credibilità del sistema elettorale davanti ai cittadini che è messa a repentaglio da questa crisi. Il timore generato dalle teorie della Grande Sostituzione (le minoranze etniche destinate a diventare maggioranza) comincia a minare nella testa di molti il principio "un cittadino, un voto". Questa debolezza che la democrazia americana rischia di trasferire al resto dell'Occidente può diventare la miglior cura ricostituente per l'efficiente autoritarismo cinese.
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