di Rossella Grasso
Il Riformista, 20 luglio 2021
"Ho denunciato quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere, poi mia moglie lo ha raccontato in alcune interviste e ora il Dap mi ha fatto un altro regalo: essere trasferito a Spoleto. Questa cosa mi sta uccidendo". Con queste parole Ciro Esposito descrive in una lettera il suo inferno che è iniziato il 6 aprile 2020 nel reparto Nilo del Carcere di Santa Maria Capua Vetere e non è mai più terminato.
Sua moglie Flavia, qualche giorno fa aveva denunciato in varie interviste le pressioni subite da parte degli agenti affinché ritirassero le denunce. Ma Flavia e suo marito Ciro non ne hanno voluto sapere "perché quello che è successo è troppo brutto e chi ha sbagliato deve pagare", aveva detto Flavia in varie interviste. Ciro prima fu trasferito al carcere di Secondigliano e ora è ancora più lontano, a Spoleto.
"Mi ha telefonata dal carcere dicendo che lo riempiono di farmaci - ha raccontato Flavia al garante dei detenuti di Napoli Pietro Ioia - Sta facendo lo sciopero della fame e della sete perché non riesce più nemmeno a parlare. Dice che alle 7 del mattino lo svegliano e gli fanno ingoiare i farmaci davanti a loro, sta facendo lo sciopero perché vorrebbe una visita psichiatrica che ancora non ha avuto da una settimana e mezzo che sta là. Si è rimesso nuovamente le lamette in bocca perché questa terapia lo sta buttando giù in tutti i sensi, fisicamente e mentalmente. Lo hanno trasferito a Spoleto subito dopo la mia intervista".
La preoccupazione e l'angoscia per il marito sbattuto sempre più lontano da casa per Flavia cresce ogni giorno di più. "Ora mi ha detto che lo metteranno in una cella liscia sorvegliato dalle telecamere. Piangeva dai nervi, mi ha detto che lo stanno facendo uscire pazzo". E per sfogarsi di tutta questa situazione ha scritto una lettera "a chi di dovere", chiedendo che possa essere riavvicinato alla sua famiglia.
"Ho 8 figli dei quali 5 minori. Già a Secondigliano ero in difficoltà per fare i colloqui - scrive Ciro nella lettera - Poi dopo quello che abbiamo visto nei video e dopo che mia moglie ha rilasciato qualche intervista in cui ha raccontato che la chiamai per riferirle cosa fosse successo (in carcere a Santa Maria, ndr) come avrebbe fatto chiunque per quello che stavamo subendo e che ancora oggi mi porto dentro. Quando ho rivisto quelle immagini mi è venuto da piangere perché l'ho subito e con me lo sta subendo anche la mia famiglia".
"Io ho già avuto un brutto periodo nel passato e sto ancora qua grazie a una dottoressa del carcere di Benevento che mi ha salvato la vita quando stavo morendo nel carcere di Benevento per il mio gesto estremo. Ora prendo ancora farmaci ma solo per dormire, perché come inserimento non c'è nulla. Ora ho ricevuto ancora un altro regalo del Dap: essere trasferito a Spoleto. Dopo ciò che è accaduto le conseguenze chi le sta pagando? Io e la mia famiglia che mi è impossibile rivedere. Questa cosa mi sta uccidendo", continua ancora nella lettera.
"Io al Ministro e a chi di dovere chiedo in quanto già ho subito quella tortura di Santa Maria cui si parla, ora dovrò continuare a subire dopo avermi portato lontano dalla mia famiglia. Ho richiesto una comunità ma per qualche ragione sto ancora in carcere - scrive ancora Ciro - Lo avevo chiesto anche perché ho passato una brutta vita anche per colpa della droga e ora assumo farmaci che mi fanno solo dormire tutta la giornata. Chiedo con tutto il cuore di riportarmi a Secondigliano dove mi trovavo o a Poggioreale. I miei figli già stanno soffrendo per colpa mia e quell'ora di colloquio con loro è importantissima per noi da passare insieme. Se poi non si potrà, io a star così a dormire tutto il giorno con l'ansia e la paura per quello che è successo non voglio: do il mio consenso a farmi una siringa così solo potrò stare in pace e la mia famiglia potrà rifarsi una vita. Fin quando Dio mi darà la forza sto qui in sciopero della fame".
di Controluce, associazione di volontariato penitenziario
Avvenire, 20 luglio 2021
Caro direttore, desideriamo esprimere tutta la riprovazione per i pestaggi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il giorno 6 aprile 2020, le cui testimonianze audiovisive sono state ampiamente diffuse da tv, reti social e stampa. Riprovazione, e senso di profonda preoccupazione. È nostra convinzione, infatti, che accadimenti del genere ci mettano di fronte a un pericoloso restringimento, se non a una vera e propria negazione, di uno dei diritti fondamentali dell'individuo: quello alla tutela dell'integrità psicofisica, massimamente quando i soggetti più deboli sono affidati alla tutela dello Stato.
Quelle vergognose immagini, oltre a introdurre un vulnus nei rapporti tra istituzioni e cittadino, sollevano anche la questione, non più rimandabile, di una più aggiornata, moderna, consapevole formazione degli agenti di polizia penitenziaria, per i quali non deve essere mai lecito il ricorso alla violenza, segnatamente quando pianificata e programmata come appare chiaro dalle immagini di quella "mattanza", più degna di Stato governato da un regime autoritario o peggio, e non di un Paese ad alta tradizione giuridica come il nostro.
Com'è potuta accadere una simile degenerazione? Chi sono i responsabili? Cosa si sta facendo per intervenire sulle implicite responsabilità ai vari livelli istituzionali che hanno reso possibile un tale imbarbarimento? In questo momento compete a tutti gli organismi interessati, istituzionali, del volontariato, ai detenuti stessi, alle loro famiglie operare affinché nei luoghi di detenzione e pena si crei, pur nel rispetto dei ruoli diversi, un rapporto di fiducia e collaborazione reciproca. Nella prospettiva di un carcere inteso come luogo dell'educazione per tutti alla responsabilità individuale e collettiva: un percorso, lungo, certo, ma che fin da subito abbisogna di uomini preparati e mezzi adeguati.
Noi già da tempo operiamo in tale direzione: per l'umanizzazione delle pene, per l'attuazione di misure di comunità sempre più larghe e condivise, attenendoci allo spirito e alla lettera dell'articolo 27 della Carta costituzionale che recita tra l'altro: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Questa da sempre. e anche per il futuro, è la nostra stella polare.
piacenzasera.it, 20 luglio 2021
Lanciato nel 2016 dalla cooperativa sociale L'Orto Botanico con lo scopo di coinvolgere alcuni detenuti della Casa Circondariale di Piacenza nella coltivazione di fragole e ortaggi e nella produzione di miele, "Ex Novo" si appresta dunque ad estendere la propria attività con la produzione di trasformati. "Dopo l'ultimazione della seconda serra, realizzata con il contributo del 8xmille della Chiesa Valdese, stiamo iniziando, nonostante le difficoltà legate alla pandemia covid-19, una nuova fase - spiega Fabrizio Ramacci, presidente de L'Orto Botanico -. Per valorizzare la raccolta delle fragole e degli ortaggi ed aumentare l'occupazione delle persone vogliamo realizzare all'interno della Casa Circondariale di Piacenza un laboratorio per la trasformazione di questi prodotti. La produzione avverrà poi nella stessa Casa Circondariale e nell'azienda agricola della nostra cooperativa ad Alseno".
Il progetto ha ricevuto un contributo da 80mila euro della Fondazione di Piacenza e Vigevano - 40mila per il 2021 e 40mila per il 2022 -, oltre donazioni di privati per 55mila euro. "Nella prima fase - informa Ramacci - ci focalizzeremo sulla produzione di marmellate, composte e passate. Grazie al coinvolgimento di un esperto esterno, inizialmente verranno occupati sei detenuti con contratto part time di 20 ore, impiegati su due turni giornalieri da 4 ore dal lunedì al venerdì. La produzione iniziale prevista, perché il conto economico sia da subito sostenibile, è di 90mila vasetti, ovvero 25mila chili di frutta e verdura lavorata. Lo sviluppo futuro dell'attività - aggiunge Ramacci - può poi portare ad un significativo aumento delle persone occupate, sia nella trasformazione che nella produzione della materia prima internamente al carcere e nell'azienda agricola della cooperativa".
Quali saranno i profili dei lavoratori coinvolti nel nuovo progetto? "L'aumento occupazionale riguarderà i reclusi, impiegati nell'orto interno; i beneficiari ammessi al lavoro all'esterno, questi impiegati nella coltivazione delle fragole, e gli inseriti nell'attività lavorativa che escono della Casa Circondariale per aver raggiunto il fine pena o l'affidamento sociale, coinvolti invece nella produzione presso l'azienda agricola di Alseno". I "frutti" di questo lavoro verranno poi immessi nel mercato come qualsiasi altro prodotto, a disposizione di chiunque voglia acquistarlo. "Puntiamo ad utilizzare diversi canali di commercializzazione - informa il presidente de L'Orto Botanico -: negozi specializzati in vendita di prodotti di alta qualità, e-commerce, chiosco realizzato presso la Casa Circondariale e mercati Agricoli di Campagna Amica. Prevediamo inoltre di sviluppare sinergie con altre realtà del territorio che si occupano di agricoltura sociale per migliorare la commercializzazione dei prodotti, creando una filiera dell'agricoltura sociale piacentina e per un eventuale acquisto della materia prima necessaria alla trasformazione".
Ramacci entra poi ulteriormente nel dettaglio del nuovo progetto di produzione di trasformati. "I locali per la realizzazione dell'attività si trovano all'interno della Casa Circondariale. Per renderli idonei occorrono però una serie di interventi: piastrellare le pareti; creare i punti per le prese elettriche; cambiare la pavimentazione e dotarla di idonei scarichi; creare gli scarichi per i lavelli e posizionare le prese dell'acqua. In una logica di minor consumo dell'acqua verranno installati rubinetti ad alta pressione. L'intervento si dovrebbe realizzare in collaborazione con la Scuola Edile di Piacenza, utilizzando persone detenute che riceveranno formazione e una retribuzione. La cooperativa ha inoltre già attivato un leasing di 50mila euro per il finanziamento dell'acquisto di una macchina Qbo che è un sistema di trasformazione completo, compatto e brevettato, capace di integrare macchinari diversi in un unico processo di lavorazione. È un sistema all-in-one, perché consente di immettere in vasca tutti gli ingredienti in un'unica operazione, stravolgendone il normale ordine e riducendo le diverse fasi di lavorazione a un ciclo unico ininterrotto. È un sistema one for all, perché risponde alle esigenze e alle richieste di chi lo utilizza, perché è capace di adattarsi a diversi settori di applicazione".
Il Progetto Exnovo - Il termine Exnovo vuole rimandare ad un "nuovo inizio". Al ricominciare da capo. Ad una nuova opportunità, quindi ad un "riscatto sociale" della condizione della persona: dal passato di "ex" (delinquente e carcerato) al futuro di "novo" (lavoratore). Ed il passaggio avviene nel presente, attraverso il lavoro, l'apprendimento di un mestiere "frutto del lavoro del Carcere di Piacenza". Exnovo identifica sia prodotti "creati dal nulla" sia lavoro svolto dove, fino a poco tempo fa, era impensabile. Oggi all'interno del Carcere ci sono due serre, campi coltivati ad orto e piccoli frutti, una ventina di arnie e un laboratorio di confezionamento. Il senso del progetto è anche quello di creare possibilità di futuro dove non ce n'erano e concrete opportunità laddove non c'era speranza.
Corriere del Mezzogiorno, 20 luglio 2021
Firmato protocollo d'intesa tra ministero Giustizia, Sovrintendenza e Tribunale. Ad Ercolano è stato firmato un singolare protocollo tra Ministero della Giustizia, Tribunale di Napoli e Parco Archeologico di Ercolano per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità all'interno dell'area archeologica da parte dei detenuti. "Ci affidiamo alla nostra storia ed alla nostra bellezza per sconfiggere il disagio. Arte e giustizia possono camminare insieme per favorire pene alternative alla detenzione e quindi garantire il reinserimento in società di chi commette reati", dice il sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto.
Messa alla prova - Una firma che arriva proprio nel giorno dell'anniversario della morte di Paolo Borsellino. Una nuova applicazione del percorso di "messa alla prova" che permetterà a dieci giovani per volta contemporaneamente di poter estinguere la pena effettuando la guida o lavori di pubblica utilità all'interno del Parco Archeologico di Ercolano: "La firma del protocollo si inserisce nel solco delle tante azioni messe in campo ad Ercolano in questi anni per sostenere e promuovere cultura, turismo e legalità.
Diamo inizio ad un bellissimo percorso e sono sicuro che rappresenterà un volano per analoghi progetti da attuare in altre realtà. Un risultato raggiunto grazie al lavoro e alla determinazione del direttore del Parco, Francesco Sirano, al quale va il mio ringraziamento e quello della comunità per aver voluto favorire sempre di più l'integrazione tra città moderna e città antica".
di Roberta De Monticelli
Il Domani, 20 luglio 2021
Perché la Dichiarazione per il futuro dell'Europa che il premier ungherese Viktor Orbán ha preso l'iniziativa di lanciare, e alla quale hanno aderito i leader dei partiti sovranisti italiani, ha suscitato così poco scalpore? Forse perché non tutti sanno, o ricordano, che c'era già un'idea di Europa tutta diversa da quella che l'Unione europea pur con tutti i suoi limiti incarna.
L'altra idea di Europa era quella di un impero, erede di quelli antichi, con il suo cuore germanico: una sorta di faro e fortezza contro l'ondata bolscevica e l'internazionalismo comunista, certo, ma anche contro l'americanismo, i "valori materialisti", il capitalismo finanziario internazionale dominato dai senza-radice. L'Europa sarebbe dovuta essere un bastione che resistesse all'urto della modernità, con i suoi "mediocri" ideali di libertà e benessere per tutti, la "chiacchiera" della sua stampa quotidiana, il disordine delle democrazie e il vero potere delle sue élites cosmopolitiche, l'universalismo mercatista con l'astratta filosofia dei diritti e la ragione "calcolante" delle sue istituzioni e burocrazie, il dominio della tecnica e del suo freddo linguaggio distruttivo delle comunità, delle identità, degli antichi legami, il disprezzo per le gerarchie naturali e sociali di potenza e virtù, la compressione dei valori vitali a vantaggio di un razionalismo soffocante, il perenne tarlo critico, il radicalismo, la distanza dal vero popolo dei suoi intellettuali.
Un'altra Europa - A tutta questa sradicata e smemorata modernità si doveva opporre la sovranità dei veri individui storico-universali, coloro che interpretano lo spirito di un popolo, le sue tradizioni, la sua lingua, le sue viscere. C'erano una filosofia del diritto e un pensiero politico opposti a quelli che nell'ultimo mezzo secolo di storia hanno rielaborato, in Europa, l'intera tradizione illuministica, l'universalismo giuridico e quello etico, il pensiero politico delle tradizioni liberale, socialista, repubblicana, federalista e perfino comunitarista. Un pensiero che diceva - anzi gridava, e persuadeva la gente nelle piazze: basta con l'astratto imperio del diritto, basta con il governo della legge superiore a quello degli uomini, basta con il formalismo delle cieche regole - vero sovrano è chi decide negli stati d'eccezione, e rinnova la forza della nazione, e incarna, con il destino del suo popolo, il destino di questa Europa.
Un'idea che sopravvive - A quella idea Orbán e i suoi seguaci romani stanno tornando, anche se tanto ci era costato sconfiggerla, perfino in noi stessi - e non fu sufficiente una guerra mondiale. Ci volle il kairós storico che combinò le linee di forza della situazione geopolitica di allora col pensiero di alcuni visionari, e questa combinazione unica produsse il seme da cui sarebbe nata l'Unione Europea, quella che oggi così chiamiamo. Ma l'altra idea d'Europa non finì certamente a processo, a Norimberga o a Gerusalemme, come ci finirono alcuni fra gli uomini che avevano provato a realizzarne gli aspetti più sanguinari. Anzi in un certo senso, per vie inaspettate, una forte componente dell'altra idea di Europa vinse nelle università e nelle scuole del continente la battaglia che aveva perduto sul terreno delle armi, ma soprattutto su quello dell'esperienza morale di milioni di persone. Successe qualcosa di simile a quello che era accaduto al pensiero greco nel mondo seguìto alla vittoria romana, ma a parti rovesciate: il pensiero peggiore si apriva nelle menti il varco che i vincitori avevano sbarrato al governo degli uomini e delle cose.
L'altra idea d'Europa non si limitò affatto a sopravvivere in silenzio. Rimasero ben più che le sue tracce: l'ossatura stessa di quel pensiero pervade opere del Novecento che ancora oggi si studiano con passione. E non semplicemente perché studiare è sempre giusto e indispensabile, ma per trarne insegnamenti contro obiettivi polemici dalla strana, inquietante assonanza con quelli di allora.
La finanza internazionale. Le élites cosmopolitiche. L'universalismo mercatista e l'astratta filosofia dei diritti. La ragione "calcolante", il dominio della tecnica. Il radicalismo critico e sradicante degli intellettuali, il loro moralismo. Con un più di metafisica complottista: la "macchinazione universale" (effetto di tutte quelle perfide potenze della modernità sradicante), il suo esito smemorante rispetto a ciò che eravamo autenticamente (l'oblio dell'essere). Sono "classici" come Martin Heidegger o Carl Schmitt, il primo dei quali ha sostanzialmente, per tutta la seconda metà del secolo scorso, costituito il secondo pilastro del canone della filosofia detta "continentale" nell'insegnamento europeo, scolastico e universitario. L'altro pilastro essendo la tradizione storicistica hegeliana e post (marxismi compresi). Con la sua mitologia radicalmente anti-illuministica della storia, per la quale - qualcuno forse ricorda ancora la Dialettica dell'Illuminismo di Adorno-Horkheimer (1947) - l'Illuminismo, appunto, "conduce ai campi di sterminio".
Diritto alla cittadinanza - Non sono, il pilastro heideggeriano e quello hegeliano e post, i soli: ma certo sono stati determinanti per il canone di insegnamento di molte generazioni. Quello stesso insegnamento che così raramente, per non dire mai, trasmette la conoscenza precisa dell'idea di Europa che invece sta a fondamento dell'Unione Europea. Ma quale sia la straordinaria audacia e novità di quest'idea in duemila anni di filosofia politica, quali radici di esperienza morale e di pensiero filosofico la nutrano, quali siano le questioni ancora aperte, quali i punti critici, quali gli aspetti da rivedere: su tutto questo l'insegnamento medio e universitario con poche eccezioni, ma anche il dibattito pubblico italiano non ha che una parola: ignorabimus. Parliamo fin troppo di valori "europei" - dimenticando che la Carta dei diritti dell'Unione europea fa riferimento al pensiero universalistico dei diritti umani incarnato nella Dichiarazione del 1948. Ma anche che per molti aspetti l'approfondisce, integra e rinnova.
Sono precisamente quegli aspetti che chiamano i cittadini europei come tali a esistere ed esprimersi, come fonti principali di una "sovranità" democratica che è sovraordinata, e non subordinata a quella delle rispettive nazioni. Fra i sei valori che aprono la Carta dei diritti, spicca quello di Cittadinanza: si intende, l'esercizio della propria capacità di contribuire alle decisioni e alle norme che riguardano tutti. Paradossalmente, proprio i sovranisti che cercano di creare un movimento politico sovranazionale interpretano questo valore meglio di chi ignora altre questioni che quelle della politica spicciola del suo paese. Ma i sovranisti lo interpretano anche in direzione contraria a quella degli altri cinque valori.
La dignità dell'individuo a prescindere dalla sua identità personale, culturale, etnica e di genere. La libertà e l'eguaglianza (nell'essere essere come si è, ed essere protetti nelle proprie legittime aspirazioni). La solidarietà che deve ispirare norme capaci di promuoverla per tutti, questa eguale libertà, e non di coartarla per alcuni. La giustizia, che tutte queste condizioni riassume.
Che risposta stanno dando gli altri cittadini, e i partiti che li rappresentano, a una Dichiarazione per cui "la sovranità in Europa è e deve rimanere in capo alle nazioni europee", che chiama "strumento di forze radicali" al servizio di un "Super-stato europeo" quel po' di esistente struttura istituzionale di una Federazione, senza la quale la solidarietà fiscale degli Eurobond (fra l'altro) non ce la potremmo sognare? È "iperattivismo moralista" il nostro? È in corso, appunto, una Conferenza sul futuro dell'Europa, che è una grande opportunità di esercizio di cittadinanza, aperta a ciascuno e naturalmente ai partiti: qualcuno se ne è accorto, oltre ai sovranisti?
Ma allora, basta invocare l'atlantismo per rispondere a Orbán (come fa Emanuele Felice su Domani del 10 luglio)? Non sarà certo la geopolitica atlantica, soprattutto ai confini orientali dell'Europa, a curare il male che Orbán rievoca: l'esperienza di un altro "Super-stato", quello sovietico. La cognizione del dolore dei suoi popoli d'Europa ha radici diverse. Riconoscere questa nostra memoria plurale e dolente è parte essenziale di una buona idea di Europa.
di Federico Varese
La Repubblica, 20 luglio 2021
La legalizzazione della marijuana procede a ritmi incalzanti negli Usa: 37 Stati hanno legalizzato la cannabis terapeutica, mentre è possibile consumarla anche a scopo ricreativo in altri 19. Sembra che il Paese abbia raggiunto un punto di non ritorno. Ma dietro questa apparente marcia inarrestabile si nascondono misure confuse e contraddittorie, che mettono in pericolo la salute degli americani e ignorano l'ingiustizia sociale provocata dalla war on drugs inaugurata da Richard Nixon nel 1970. Ora una iniziativa legislativa del leader della maggioranza democratica al Senato, Chuck Schumer, promette di mettere ordine nella materia, ma si scontra con l'opposizione di molti rappresentati in entrambi i partiti e la freddezza del Presidente Biden.
In "Il Punto critico", un fortunato saggio del 2000 (Rizzoli), il giornalista scientifico Malcolm Gladwell mostrava come per alcuni fenomeni epocali il cambiamento è repentino, inarrestabile e non pianificato. Questo è avvenuto nel caso della legalizzazione della cannabis negli Usa. Nel 2012 il Colorado e Washington furono i primi due Stati a votare a favore della legalizzazione per uso ricreazionale. Oggi più di 146 milioni di americani vivono in territori dove il consumo è legale (45% della popolazione) e più del novanta per cento può farne uso per ragioni mediche. Quasi il settanta per cento degli intervistati è favorevole alla legalizzazione (nel 2004 era il 34%). Politici moderati e prima fermamente contrari si sono converti alla causa. Sono aumentati i prodotti a base di cannabis e c'è una borsa valori di aziende produttrici. Anche Amazon si è schierata per la legalizzazione e in diversi Stati vi sono compagnie che offrono la consegna a domicilio. La guerra alla cannabis sembra essere giunta al termine, come recita il sottotitolo dell'ultimo, documentato e molto utile saggio di Leonardo Fiorentini (L'onda verde. La fine della guerra alla droga, 2021).
Eppure le trasformazioni sociali possono essere caotiche. Ad esempio, nel Distretto di Columbia la legge del 2014 permette il consumo ma non la vendita. Continua a essere illegale il possesso nelle zone della città di proprietà del governo federale. Bisogna stare attenti in quale lato del marciapiede si cammina, altrimenti si rischia l'arresto. Diversi negozi vendono cartoline e souvenir per centinaia di dollari, e "regalano" dosi di marijuana. La confusione regna sovrana anche nei dispensari di marijuana medica. Gli autori di una rassegna pubblicata di recente nell'International Review of Psychiatry scrivono: "I prodotti (medici) non sono standardizzati quanto a dosaggio, potenza e composizione chimica". Lo status d'illegalità rende difficile condurre studi di natura causale su rischi e benefici del prodotto e d'identificare l'equilibrio giusto tra ingredienti e livello di tossicità. Nel frattempo, nel periodo 1995-2014 vi è stato un aumento medio di tre volte del contenuto del principio attivo Thc nei prodotti derivati dalla cannabis. Infine, mentre è legale produrre e vendere in molti Stati, rimane un reato federale depositare i proventi di quelle attività nelle banche, le quali sono regolate da una legge federale.
Qualche giorno fa il leader della maggioranza democratica al Senato, Chuck Schumer, insieme a due colleghi, ha presentato una proposta di legge per riordinare l'intera materia. Se passasse, il consumo non sarebbe più un reato federale, verrebbero cancellate le condanne per reati non violenti e si avvierebbe un programma di studi medici e sociali sugli effetti, positivi e negativi, della cannabis. La legge prevede anche tasse federali per finanziare progetti di giustizia retributiva per le comunità che più hanno sofferto a causa del proibizionismo. "La guerra alla droga è stata una guerra alle persone, in particolare alle persone di colore" hanno dichiarato i tre senatori. Cadrebbe anche il divieto di depositare denaro frutto del commercio di cannabis nelle banche. Per ora la proposta non ha la maggioranza (servono almeno 10 repubblicani oltre a tutti 51 democratici) e il Presidente Biden rimane contrario. È nondimeno un tentativo meritorio per frenare una legalizzazione caotica e pericolosa. Speriamo che anche questa legge diventi presto un punto di non ritorno.
di Stefano Iannaccone
Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2021
"Più controlli sulla salute psicofisica di chi le detiene". La pandemia non ha frenato la corsa alle armi. Anzi, nel 2020 c'è stata un'accelerazione sulle licenze per detenere pistole in casa, nonostante le chiusure del Covid-19. Insomma, tra una zona rossa e l'altra, decine di migliaia di italiani hanno avviato e chiuso la pratica per il porto d'armi, sfidando lo slalom degli uffici chiusi o comunque a mezzo servizio.
I numeri ufficiali della Polizia di Stato, che Ilfattoquotidiano.it ha visionato, parlano di un milione e 286.247 licenze (incluse quelle per le guardie giurate, salite a 39.083 rispetto alle precedenti 27.809) con una crescita di quasi il 10% rispetto al 2019, anno in cui si era verificata una diminuzione complessiva. Ma il dato che balza all'occhio è l'aumento delle licenze per tiro sportivo, tornate sopra 580mila: sono precisamente 582.531 (dalle 548.470 del 2019), appena 3mila in meno in confronto al 2018, anno record per questo tipo di porto d'armi.
Del resto la questione è legata alla sostanziale facilità con cui si ottiene una licenza. Bastano alcune visite mediche generali, senza alcun approfondimento, e il pagamento di marche da bollo, con istanza da presentare alla Questura. Di contro c'è una lieve flessione (-22.491) delle licenze per la caccia, ferme a 649.841. Una tendenza che conferma la "sostituzione" della licenza per uso sportivo a quelle della caccia, che peraltro è una tradizione in calo anche per ragioni anagrafiche. Restano sostanzialmente stabili, invece, quelle per difesa personale, poco sopra i 15mila. La ragione è semplice: è molto più difficile da ottenere, perché necessita di richiesta da inoltrate alla Prefettura.
Eppure la questione attiene anche al campo della trasparenza. Si conosce il numero di licenze, ma non quello preciso delle armi: "I dati della Polizia di Stato non fotografano la situazione, perché non riportano il numero di licenze di nulla osta, un tipo di licenza che permette, al pari delle altre, di tenere armi in casa", commenta Giorgio Beretta, analista dell'Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal). "Inoltre - aggiunge Beretta - le cifre non specificano quante siano le effettive nuove licenze e quante invece siano attribuibili a un semplice cambio di tipologia di licenza, cosa che fanno spesso molti anziani detentori di licenza per uso caccia che la sostituiscono con quella per uso sportivo".
"Per questo - conclude Beretta - l'Opal insieme alla Rete pace e disarmo chiedono da anni che il Viminale pubblichi un rapporto annuale". Lo scopo? Riportare "nel dettaglio i dati di tutte le licenze rilasciate, compresi i nulla osta in stato di validità, il numero di nuove licenze per le diverse tipologie, le licenze ritirate e quelle negate e, soprattutto il numero di armi regolarmente detenute dagli italiani (con una licenza si possono infatti detenere un ampio numero di armi) e il numero di omicidi, tentati omicidi e minacce commessi con armi da legali detentori di armi".
C'è da valutare un ulteriore aspetto, come osserva Gabriella Neri, della Onlus Ognivolta, fondata dopo l'omicidio del marito Luca Ceragioli e del suo collaboratore Jan Hilmer: "Una licenza di porto d'armi a uso sportivo in Italia viene rinnovata ogni 5 anni. Un intervallo infinitamente lungo, se pensiamo a quanti eventi possono accadere nella vita di una persona in un tale arco temporale. Quanti momenti di fragilità, di sconforto, senza pensare purtroppo ai frequenti disturbi psicofisici che possono colpire l'individuo?". "E il Covid - aggiunge Neri - lo ha fatto capire bene. Un'arma in casa, per qualsiasi motivo ci sia entrata, è sempre una minaccia, per chi potrebbe usarla contro se stesso o contro altri. Sono tante, troppe le tragedie esplose a causa di armi nella maggior parte dei casi legalmente detenute".
Il problema dunque non è solo di durata del porto d'armi, ma c'è un risvolto sociale. E di impatto sulla vita delle persone. "Il tema è sempre quello di un popolo diventato schiavo di una paura. La sicurezza personale viene fatta coincidere con la sicurezza economica. Così un cittadino farà di tutto per difendere quello che ha in possesso", afferma Luca Di Bartolomei, autore del saggio Dritto al cuore che racconta la volontà e i pericoli che si nascondono dietro il possesso di un'arma da fuoco. "Se poi una persona non ha tantissimo - prosegue - allora scatta una grande paura sociale, una voglia di rivalsa e quindi la possibilità di sfociare in violenza. Questa è una certezza diffusa e di cui va tenuto conto sotto l'aspetto politico".
La questione investe proprio le istituzioni, nella loro interezza, compreso il Parlamento che sembra muovere qualche passo. "L'aumento delle licenze di armi in un anno di chiusure lascia sorpresi e sgomenti. Anche perché gli esperti ci spiegano come spesso le pistole siano causa di tragedia domestiche, tra cui tanti femminicidi", dice a Ilfattoquotidiano.it la deputata del Movimento 5 Stelle, Azzurra Cancelleri. "La nostra posizione - aggiunge - è storicamente contraria alla diffusione di armi, che diventano strumento di morte nell'illusione che possano essere un mezzo di difesa". Tuttavia, sul piano dell'azione di controllo sulla diffusione delle armi non si vedono grossi passi in avanti.
Spiega Gianluca Ferrara, vicepresidente del gruppo M5S al Senato: "Un anno fa ho presentato un ordine del giorno che impegnava il governo a creare un coordinamento tra le forze di polizia e le strutture sanitarie. L'obiettivo è quello di togliere le armi a persone che hanno sviluppato disturbi". Lo sforzo ha prodotto risultati minimi. "Abbiamo iniziato un tavolo di lavoro con il ministero - prosegue Ferrara - ora bisogna velocizzare. Conto sull'ausilio del sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, che dà pieno sostegno a questa iniziativa". Le pressioni lobbistiche, in tal senso, spingono a dilatare i tempi di una soluzione, lasciando almeno le cose così come stanno. E dire che negli ultimi mesi ci sono state numerose vittime per armi detenute legalmente: i fatti di Ardea sono la punta di un iceberg. Tanto per citare qualche caso, ad aprile a Rivarolo Canavese, in provincia di Torino, un uomo di 83 anni ha ucciso moglie, figlio disabile e una coppia di vicini, prima di puntare il fucile contro se stesso. Un'ordinaria storia di strage regolarmente armata.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 20 luglio 2021
Forbidden Stories e 80 giornalisti, con l'assistenza tecnica di Amnesty International, hanno dato vita al Pegasus Project per denunciare quanto lo spyware israeliano sia un'arma a disposizione di governi che vogliono stroncare il dissenso e ridurre al silenzio la stampa.
"Fatti estremamente scioccanti", li definisce il portavoce del governo francese Gabriel Attal riferendosi alla trentina di giornalisti transalpini di Le Monde, Canard Enchaine, Figaro, Afp e altri ancora, spiati da servizi di intelligence marocchini tramite il software Pegasus della società israeliana NSO. Se ne parla da anni. Solo ora Parigi, e in senso più ampio l'Ue, scoprono l'insidia rappresentata da Pegasus, il software che la NSO vende, con l'autorizzazione delle autorità israeliane, in giro per il mondo a governi e regimi per spiare giornalisti, uomini politici, oppositori e attivisti dei diritti umani. Rapporti di ong internazionali, rivelazioni, denunce, neppure il caso del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso nel 2018 dall'intelligence saudita grazie anche a informazioni raccolte con Pegagus, non hanno scosso le "democrazie occidentali". Si è dovuto attendere l'inchiesta pubblicata su 16 testate tra cui Le Monde, The Guardian, The Washington Post e Süddeutsche Zeitung per provocare una reazione vera.
La NSO si proclama innocente. "Vendiamo i nostri prodotti solo a governi riconosciuti, con un processo che abbiamo descritto in piena trasparenza" ha scritto in un comunicato, ripetendo la versione ben nota che "la nostra tecnologia previene atti di terrorismo, pedofilia, traffico di stupefacenti e aiuta nella ricerca di persone scomparse. La nostra società salva vite umane". In breve, la NSO si considera una sorta di ente benefico al servizio dell'umanità nella lotta contro il male e non una azienda che ha trovato il modo per realizzare fatturati da centinaia di milioni di dollari all'anno. E nega che Pegasus abbia dato una mano agli agenti sauditi per rintracciare e seguire i movimenti di Jamal Khashoggi. "NSO ha già dichiarato in passato - prosegue il comunicato - che la sua tecnologia non ha alcun legame con la terribile uccisione del giornalista Khashoggi. Quelle affermazioni si sono rivelate infondate".
Solo un ingenuo può credere che quelle delle NSO siano delle normali attività commerciali se non addirittura un sostegno tecnologico decisivo per la cattura di qualche narcotrafficante e di alcuni pedofili. L'azienda con sede a Herzliya, a nord di Tel Aviv, è stata fondata nel 2010 da Niv Carmi, Shalev Hulio e Omri Lavie, tutti ex componenti dell'unità 8200 delle forze armate israeliane incaricata di sorvegliare i telefoni cellulari e le comunicazioni in rete dei palestinesi. Informazioni, spesso sulla vita privata, che secondo alcune denunce e le rivelazioni fatte qualche anno fa da componenti dell'unità 8200, sono utilizzate per costringere i sorvegliati a lavorare come informatori per i servizi di sicurezza israeliani. Occorre impegnarsi parecchio per credere che Carmi, Hulio e Lavie e gli altri dirigenti della NSO non siano consapevoli che il Pegasus è stato usato in prevalenza come strumento non per sorvegliare i criminali ma i difensori dei diritti umani, oppositori, giornalisti, dissidenti e tutti coloro che danno fastidio a regimi autoritari in giro per il mondo. E fa comodo anche a qualche leader europeo, come l'ungherese Viktor Orban. D'altronde le stesse autorità israeliane considerano Pegasus un'"arma" e in quanto tale deve ottenere una autorizzazione governativa prima di essere venduta ai determinati paesi. In ogni caso la NSO non ha mai affrontato restrizioni particolari e continua le sue attività.
Sono 50mila nel mondo le utenze telefoniche controllate da Pegasus che ha facilitato violazioni dei diritti umani e su scala massiccia. La ong Forbidden Stories e 80 giornalisti di 17 mezzi d'informazione di 10 paesi, con l'assistenza tecnica di Amnesty International, hanno dato vita al Pegasus Project per denunciare a livello globale quanto lo spyware israeliano della Nso Group sia un'arma a disposizione di governi che vogliono ridurre al silenzio i giornalisti, attaccare gli attivisti e stroncare il dissenso. L'indagine ha identificato possibili clienti della Nso Group in 11 Stati: Arabia Saudita, Azerbaigian, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, India, Kazakistan, Marocco, Messico, Ruanda, Togo e Ungheria. "La NSO sostiene che il suo spyware venga usato solo per indagare legalmente su criminalità e terrorismo, ma è evidente che la sua tecnologia facilita sistematiche violazioni dei diritti umani. Afferma di agire legalmente, mentre in realtà fa profitti attraverso tali violazioni", spiega Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty. I fatti parlano chiaro. Pegasus quando s'installa subdolamente sul telefono della vittima consente di accedere ai messaggi, ai contenuti media, alle mail, al microfono, alla telecamera, alle chiamate e ai contatti. L'ideale contro gli oppositori e gli attivisti dei diritti umani.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 20 luglio 2021
Preoccupa il disinteresse di chi è nelle posizioni apicali dei diversi settori (politica, economia, cultura) per il livello di preparazione della maggior parte dei giovani. Tema: la classe dirigente italiana e i processi educativi. Svolgimento: spiegare come mai per la suddetta classe dirigente sia irrilevante l'impoverimento in corso del capitale umano a disposizione del Paese. Collegare tale implicito giudizio di irrilevanza al disinteresse, ampiamente comprovato, di politici di primo piano, imprenditori, banchieri, leader sindacali, grandi professionisti, alti prelati, intellettuali di rango eccetera, per ciò che riguarda la condizione delle scuole e dell'Università.
Chiedersi se, per questa ragione, si possa ipotizzare che in Italia una classe dirigente non esista più. In caso di risposta affermativa fare qualche considerazione sulle cause di tale scomparsa. Lasciando a chi ne avesse voglia il compito di svolgere il suddetto tema, faccio qualche considerazione sulle ultime notizie, ancora una volta allarmanti, sulla condizione dei processi educativi in Italia.
"La Dad ha fatto crac". Così iniziava (Corriere del 15 luglio) l'articolo di Gianna Fregonara e Orsola Riva sui risultati dei test Invalsi. Il Covid si è abbattuto su una scuola che in tante parti d'Italia era già malissimo in arnese, le ha inferto un colpo devastante. Risulta che il 70 per cento degli studenti del Meridione sia impreparato in matematica. Malissimo anche l'apprendimento dell'italiano. I pessimi risultati di tante scuole meridionali però non possono nascondere un generale arretramento della qualità della preparazione degli alunni. Il Covid ha semplicemente esasperato fenomeni già in atto da molti anni e, in virtù dei quali, la scuola italiana ottiene sempre pessimi punteggi nelle classifiche Ocse.
Chiara Saraceno (La Stampa) lo ha definito un "disastro antropologico". Concordo e sottoscrivo. Qui, nell'indifferenza generale, si stanno mandando al macero generazioni di studenti. E si sta preparando un pessimo futuro per l'Italia. Che si farà quando il Paese avrà un numero ancora più grande (sono già tantissimi) di analfabeti funzionali e tuttavia diplomati? Sarà una buona notizia per l'economia? Una buona notizia per la democrazia italiana?
È certamente giusto discutere se gli insegnanti debbano vaccinarsi o no (proporrei di non "conculcare", come dice qualche buontempone, la libertà dell'insegnante che non si vuole vaccinare, basta escluderlo dall'insegnamento). Ma poi, c'è anche un'altra faccenduola che richiederebbe l'attenzione di tutti: che fare con gli insegnanti che hanno le classi più disastrate? Come convincerli a lavorare meglio per concorrere a raddrizzare la baracca? Forse i lettori non sono a conoscenza del fatto che alcuni sindacati della categoria (molto ascoltati, pare, dai 5 Stelle e non solo) vorrebbero ottenere la soppressione dei test Invalsi. In modo che nessuno più si accorga dell'esistenza di buone e cattive scuole, nonché di insegnanti bravi e anche bravissimi che, con pari stipendio, convivono con insegnanti mediocri e pessimi.
Il ministro della Pubblica istruzione, che è anche un docente universitario ed ex rettore, a opinione di chi scrive, dovrebbe parlare al Paese. Spiegare quali provvedimenti intende prendere per fare in modo che le scuole peggiori si avvicinino agli standard delle migliori, per arrestare la tendenza delle scuole in molte aree del Paese (ma attenzione che scuole così ce ne sono un po' ovunque in Italia) a trasmettere impreparazione e incompetenza, ad allevare generazioni di semi-analfabeti.
Forse occorrerebbe la formazione di una sorta di "gabinetto di guerra" (con il premier, il ministro della Pubblica istruzione, dell'Università, della Pubblica amministrazione, del Sud e la coesione territoriale) per stabilire le contro-misure. Da un lato, occorre inviare un messaggio agli studenti: se non vi preparate, e se non pretendete il massimo sforzo dai vostri insegnanti, il vostro futuro sarà nero. Non troverete lavoro o vi dovrete accontentare di pessimi impieghi. Ma un messaggio del genere non arriva a destinazione se si risolve solo in qualche predica moralistica. Si tratta di mandare segnali chiari. Per esempio, rendere difficoltoso l'accesso alle università, rendere molto più rigorosi e severi i concorsi pubblici eccetera. Il messaggio sarebbe: studiate duro, altrimenti troverete solo porte sbarrate.
È evidente però che la responsabilità dei ragazzi e delle loro famiglie (che pure c'è: escluse infanzia e prima adolescenza, chiunque è responsabile di ciò che fa) è comunque limitata.
Qui si tratta di mandare anche un messaggio forte agli insegnanti. In Italia non è ipotizzabile nemmeno per celia che un insegnante di comprovata incapacità venga licenziato. Ma è inaccettabile, e anche disfunzionale, che un bravo e un cattivo insegnante ricevano lo stesso trattamento. Si ricorra a un sistema di incentivi e disincentivi: i professori con i migliori risultati in termini di preparazione degli studenti ottengano un (cospicuo) premio annuale aggiuntivo. Essi vengano anche premiati con cerimonie pubbliche nelle scuole di appartenenza: per rimarcare la differenza fra i bravi e gli altri e per costringere questi ultimi, se ne sono capaci, a darsi una mossa.
Ritorniamo al punto di partenza: esiste una classe dirigente? Il disinteresse di chi occupa posizioni apicali nei diversi settori (della politica, dell'economia, della cultura) per i processi educativi fa propendere per una risposta negativa. Una classe dirigente si preoccuperebbe assai nel momento in cui si accorgesse che i meccanismi mediante i quali si forma il capitale umano si sono inceppati. Una classe dirigente sa che non basta che una minoranza di giovani raggiunga posizioni alte e anche eccellenti (cosa che naturalmente avviene) nell'istruzione universitaria e post-universitaria. Una classe dirigente sa che se il livello di preparazione della maggior parte dei giovani è inadeguato ciò comprometterà il futuro del Paese.
Se non ora quando? Per un colpo di fortuna o della Provvidenza, c'è in Italia un governo che ha le qualità e la visione per comprendere quale sia la posta in gioco. Dovrebbe imporre la propria volontà, anche in questo settore, a stuoli di praticoni indifferenti. Con la stessa energia con cui cerca di imporla sul Recovery fund.
romatoday.it, 20 luglio 2021
Vendita al pubblico dei prodotti di panificazione e gastronomia realizzati all'interno del laboratorio presente nell'intercinta. Un bar tavola calda ha aperto le porte all'esterno delle mura del carcere di Rebibbia. Si tratta di Cookery, un luogo che permetterà ai detenuti della Casa Circondariale Terza Rebibbia la vendita al pubblico dei prodotti di panificazione e gastronomia realizzati all'interno del laboratorio presente nell'intercinta. L'iniziativa nasce dalla collaborazione tra la Direzione penitenziaria e il Gruppo CR S.p.A. che il primo dicembre dello scorso anno, in pieno lockdown, ha permesso la riattivazione dell'opificio e la selezione di 7 detenuti di cui 2 semiliberi per essere avviati all'attività di Fornaio.
Al centro dell'iniziativa il progetto d'inclusione sociale #Ricomincio da 3#, rivolto ai reclusi della struttura carceraria per consentire loro di rimettersi in gioco puntando sui propri punti di forza: abilità personali, impegno, creatività e, soprattutto, disponibilità al cambiamento. Lo scopo originario di Cookery Rebibbia è quello di ampliare l'offerta trattamentale attraverso uno degli elementi fondanti la rieducazione dei detenuti, il lavoro. Grazie alla direttrice Annamaria Trapazzo e all'imprenditore Edoardo Ribeca il progetto - già nato nel 2013, ma arenatosi a causa di problematiche relative alla vecchia gestione - rinasce con un entusiasmo nuovo e con la consapevolezza che la persona detenuta può riacquistare la propria dignità e la consapevolezza del suo valore.
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