edizionecaserta.net, 12 dicembre 2021
La disperazione dei familiari detenuti nel carcere-focolaio. Quel termine usato, anzi quasi abusato quando si parla di contagio, "focolaio", stride in maniera tristemente beffarda con la situazione che stanno vivendo molti detenuti della casa circondariale Uccella di Santa Maria Capua Vetere.
Tra i 41 casi attualmente riscontrati all'interno del penitenziario c'è anche Luca Affinita, 39 anni, sanfeliciano della zona Ponti Rossi. "Lucariell", soprannome emerso anche nelle carte di una delle ultime inchieste sullo spaccio nella Valle di Suessola, è ritenuto il braccio destro di Alessio Biondillo e con questa accusa è in carcere da luglio in attesa di giudizio (la prima udienza è fissata per l'11 gennaio).
Un blitz avvenuto mentre si completava la campagna vaccinale per la fascia d'età 30-40 e proprio qui le vicende giudiziarie si intersecano con quelle relative alla pandemia. Affinita infatti non è vaccinato e cinque giorni fa ha contratto il Covid19 in quello che ormai è diventato un focolaio interno al carcere e partito dal reparto Nilo, quello dove Affinita era recluso.
Le testimonianze delle famiglie - Le sue condizioni preoccupano però i familiari non tanto per la gravità dei sintomi quanto per la difficoltà di assicurare una degenza dignitosa a lui come ad altri reclusi come conferma la moglie del 39enne, che ha testimoniato il disagio subito fin dalla comunicazione del contagio: "Mio marito è risultato positivo al Covid-19 lunedì 6 dicembre. Non è vaccinato, e gli avevano detto che era negativo ma l'ASL di Maddaloni mi ha contattata di mattina personalmente e mi ha riferito l'esito positivo". La consorte ha saputo dunque in tempo reale del contagio e delle ulteriori restrizioni fermo restando già la sospensione dei colloqui a favore delle videochiamate: "Quando mi ha chiamata nel pomeriggio non sapeva ancora nulla; alle 21:30 di sera lo hanno messo nelle celle del piano inferiore al Danubio con sintomi non gravissimi, ma senza medicina, finestre rotte, acqua a terra, freddo e in condizioni disumane."
La preoccupazione è dunque che in queste condizioni, con la temperatura che di notte sfiora lo zero, la situazione possa precipitare. "Un malato Covid non può essere curato in celle del genere perché ha bisogno di un posto più decente. A mio marito manca tutto: da Antibiotico e Vitamine ad un riscaldamento. Al freddo così non resisterà a lungo".
Altri casi: dal Nilo al Danubio - Il disagio peraltro riguarda la quasi totalità dei reclusi che si sono infettati nel reparto Nilo: in simili condizioni c'è anche Francesco Tessitore, 25 anni, di Frignano, finito nei guai dopo aver provato a speronare alcune vetture durante un inseguimento. Anche lui è stato trasferito al Danubio come Affinita ed è nelle stesse condizioni come evidenzia la moglie di Tessitore: "Mio marito è in isolamento in condizioni disumane, senza riscaldamento e senza medicine. Non mangia ed ha dolori. Ho chiesto a tutti, anche ai garanti. Spero di poter incontrare la direttrice".
La madre di Ciro Riviercio, anche lui recluso e contagiato, è pronta ad andare a denunciare il tutto ai carabinieri: "Sono in celle con finestre rotte senza medicinali. Non vogliono farmaci da noi, per portare anche un plaid devo aspettare lunedì. Sono pronta ad andare in caserma a denunciare questa situazione".
Disperazione anche nelle parole della moglie di Massimiliano Muto, originario di Dugenta e poi trasferitosi a Qualiano: "La situazione è critica, molto critica. Sono esposti al contagio e c'è grande rischio di infettarsi. Peraltro le cure non sono adeguate". La Garante dei Detenuti provinciale Emanuela Belcuore che sta seguendo la vicenda aveva da tempo chiesto maggiore incisività nella campagna vaccinale.
Nell'inferno del focolaio, detenuto contagiato rischia la gamba: "Deve essere curato"
Tra i casi più difficili c'è quello di un detenuto positivo che ha bisogno di cure specifiche per le vene varicose e - secondo la consorte - rischia di perdere la gamba che sta andando quasi in cancrena. "Lo hanno trasferito al piano inferiore dopo la positività: ha le vane varicose e problemi seri alle gambe. Dovrebbe essere curato adeguatamente ed invece lì non avviene." dichiara la moglie del recluso Maurizio Volsi, originario di Scauri. "In queste celle con le finestre rotte anche col virus sono in pericolo. Mio marito deve scontare ancora 13 mesi ma con la sua patologia la gamba rischia di andare in cancrena molto prima".
Preoccupata anche la penitenziaria - "Il focolaio Covid nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non si attenua, anzi al contrario cresce. Apprendiamo che sono diventati 40 i detenuti positivi nel penitenziario casertano dove si va avanti solo con giri di tampone a campione e non si raccoglie la nostra sollecitazione per l'Open Day vaccinazione, come avviene 'fuori', anche per accelerare la somministrazione della terza dose" ad affermarlo è il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria (Spp), Aldo Di Giacomo per il quale "l'esperienza della prima ondata di diffusione della pandemia non ha insegnato nulla se non ad accrescere la 'campagna buonista' di ampi settori della politica e dell'informazione per il 'liberi tutti' come unico metodo di prevenzione dal Covid"
"Siamo di fronte ad un film già visto: senza un piano di intervento straordinario e di emergenza - aggiunge Di Giacomo - si esaspera la tensione interna ai penitenziari riproponendo lo stesso clima che abbiamo conosciuto nella primavera dello scorso anno con le numerose rivolte. I due tentativi di rivolta nel carcere di Taranto, in pochi giorni - continua il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria - dovrebbe essere invece interpretato come campanello d'allarme". E "si sottovaluta un altro aspetto: dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere con tutto il personale penitenziario dato in pasto all'opinione pubblica come violento e crudele la delegittimazione potrebbe produrre non pochi problemi per contenere le rivolte".
di Francesca Romana Preziosi
interris.it, 12 dicembre 2021
Non solo un'attività culturale, ma un'iniziativa che può permettere a chi si trova in carcere di
esprimere sentimenti ed emozioni. La maggior parte delle volte si sottovaluta, o addirittura ci dimentichiamo, che nel nostro ordinamento giuridico il carcere è una misura che serve a scopo riabilitativo, le cui finalità sono quelle di far comprendere a colui che commette un reato che è possibile anche tornare alla vita senza commettere lo stesso errore. E questo lo dice chiaramente l'articolo 27 della nostra Costituzione quando spiega che le pene devono "tendere alla rieducazione del condannato". Nulla deve farci dimenticare, infatti, che i carcerati sono persone che vivono di sentimenti e di passioni, e che la pena deve aiutare loro a tirare fuori la propria voglia di crescere e di migliorarsi.
Il teatro in carcere - La professoressa Valentina Venturini, docente di Storia del Teatro all'università Roma Tre, da diversi anni ha avuto la brillante idea di portare la sua passione per il teatro tra i carcerati. Proprio il teatro, infatti, è la miglior attività che permette di sperimentare una nuova dimensione personale e sociale, liberando le energie anche di coloro che si trovano ancora nella condizione di reclusi. Il teatro può aiutare chi è in carcere a realizzare che esiste la vita al di fuori degli istituti di detenzione e che proprio l'attività teatrale può contribuire a costruire un ponte immaginario tra la comunità penitenziaria e la società esterna.
Molto più di un'attività culturale - L'iniziativa della professoressa romana non è quindi soltanto una bella attività culturale. Ma può alimentare creatività e gioia di vivere nelle comunità carcerarie in modo da "riconnetterli" a loro stessi e al resto del mondo, provando empatia, che di certo in un carcere è difficile provare. Insomma un'iniziativa che si spera possa svilupparsi sempre di più nel tempo per permettere a più persone possibili di avere un percorso di riabilitazione e tornare ad essere felici e gioire della vita in maniera corretta.
di Dario Cresto-Dina
La Repubblica, 12 dicembre 2021
Il presidente della Casa della cartà di Milano parla del Natale, del Papa, della politica e di Martini: "L'arcivescovo mi chiamò e con lui alla guida di una Fiat Panda andammo in un monastero. Poi mi disse: ti mando a Sesto San Giovanni". E di Mattarella: "L'applauso della Scala mi ha commosso, abbiamo bisogno di altri testimoni forti come lui".
Abbiamo bisogno di profezie, dice don Virginio Colmegna, 76 anni, da diciassette presidente della Casa della carità di Milano. Davanti ai suoi occhi sono passate migliaia di vite dolenti. Eppure il suo sarà un Natale di speranza. "Dobbiamo essere sognatori, coltivare l'utopia nella pratica di ogni giorno. Non riesco proprio a essere pessimista. Nelle persone umili, anche tra chi grida per il dolore o l'ingiustizia, c'è una carica positiva che va riscoperta. Ma ci serve il coraggio della radicalità, come ci ha insegnato il cardinale Martini. Al di là della fede per me il Natale è sempre stato un tempo di rinascita, una data dalla quale ricominciare riconoscendo come valori sociali anche l'innocenza e l'ingenuità".
A che cosa pensa quando parla di radicalità?
"Decidere, fare scelte scomode. Purtroppo abbondano invece i fotografi della realtà. Mi riferisco a coloro che denunciano le urgenze ma poi le lasciano immutate. La politica è vergognosamente timida nell'adeguarsi alle trasformazioni della società che invece andrebbero anticipate e gestite".
Qual è il Paese che immagina?
"Un Paese che riparta dalle fragilità per ricostruire una giustizia sociale e che dia veri segnali di coesione. Lo sguardo dovrebbe essere quello che papa Francesco ci mostra con Fratelli tutti e nella Laudato sì', cioè la capacità di riallacciare i legami. Martini la definiva l'amicizia civica".
È un concetto che il presidente Mattarella ha raccomandato più volte.
"L'applauso della Scala mi ha commosso. Abbiamo bisogno di altri testimoni forti come lui, abbiamo bisogno delle istituzioni per inseguire insieme l'utopia che Ernesto Balducci chiama con i piedi per terra".
La pandemia segna una cesura storica: ci sarà per sempre un tempo prima del virus e un tempo dopo il virus. Non crede che la priorità adesso sia fare ripartire l'economia?
"C'è stata e in parte c'è ancora la stagione della resistenza. Ora servirebbe una pausa per capire che davvero nulla può restare come prima. La grande riforma del Pnrr non può limitarsi all'economia, ci vuole una rivoluzione etica. Dobbiamo guardarci in faccia in modo diverso. Francesco parla di conversione ecologica. Vuol dire cambiamo stili di vita, comportamenti, insomma, il nostro modo di agire. Io sento tutto questo, ho voglia di cominciare qualcosa di nuovo. Anche se sono un vecchietto".
Lei ha incrociato migliaia di disperazioni. Che cosa le hanno lasciato?
"La certezza che gli ultimi della terra, quelli che papa Francesco chiama i resti, sono un dono. Rappresentano la gioia di essere prete. Il dolore unisce gli uomini più di qualsiasi altra cosa. Penso, per esempio, alle madri di figli autistici e ai disabili. Io sono partito da Sesto San Giovanni in una casetta piena di rose in cui ho accolto i disabili, molti dei quali tolti al manicomio. Ho passato undici anni con loro. Mi chiamano prete di strada, sono invece un prete di comunità: relazioni, fraternità, centralità della persona".
Che cosa è oggi la Casa della carità di Crescenzago?
"Una struttura pubblica che ospita un centinaio di persone e una trentina di famiglie di profughi afghani. Donne, uomini, bambini. Per me è un luogo teologico che cerca di tenere assieme tre energie: spirituale, culturale e politica. Con dentro l'inventiva per il cambiamento, come ci ha insegnato Giorgio La Pira. Mai come in questo periodo frequento il posto a me più caro: la cappella. Mi inginocchio e penso, cerco di farmi venire qualche idea".
Quali sono le nuove povertà?
"Le solitudini dei senza famiglia, quella degli anziani, le fragilità psichiche e quella nascosta dei tantissimi che si vergognano della povertà. Non lo dicono ma la soffrono. Anche mio padre e mia madre rientravano in questa categoria di poveri. Papà era invalido, mamma operaia alla Lazzaroni di Saronno. Quando le arrivava lo stipendio la prima cosa che faceva era mettere da parte i soldi dell'affitto. Fatto quello, rimaneva poco. Io vedevo la loro fatica quotidiana. Avevamo solo un piccolo bagno all'aperto sul ballatoio, ma in casa dovevamo girare con le pattine perché mamma non rinunciava alla cera. Questa è la dignità dei poveri".
Rinascesse, farebbe ancora il prete?
"Non mi dispiace la politica, ma sì farei ancora il prete, senza alcuna esitazione. Lo sono diventato a ventiquattro anni e mi hanno spedito tra i poveretti della Bovisa, in mezzo alle grandi fabbriche, tra i primi immigrati dal Sud, soprattutto dalla Puglia e dalla Calabria. Era il 1969, sono rimasto fino al 1976".
Poi a Milano arrivò il cardinale Martini. Come fu il vostro primo incontro?
"Gli scrissi una lettera con la quale gli dicevo che avrei voluto fare un'esperienza forte. Mi chiamò in arcivescovado, vi rimasi tre giorni, poi con lui alla guida di una Fiat Panda andammo al monastero delle benedettine di Viboldone dove restammo a lungo in una stanza, in silenzio. Alla fine mi disse: ti mando a Sesto San Giovanni".
Che cosa crede di avere imparato dai poveri?
"A non accontentarmi di una carità annacquata, che puzza di buonismo. Uno di quegli operai mi insegnò un proverbio che spiega quanto sia tortuosa la strada per raggiungere la verità o più semplicemente il modo di fare la cosa giusta: sappi che in un sacco di noci ci sta un sacco di miglio. Nella vita bisogna rovistare".
Martini, nell'affidarle la guida della Casa di Crescenzago, le chiese di renderlo un luogo dove la parola carità fosse riempita di giustizia. Pensa di esserci riuscito?
"Non lo so, ci ho provato, ma dubito sempre. So che ho reimparato a leggere tantissimo. Simone Weil, Eugenio Borgna, Benedetto Saraceno, Edgar Morin. Serve l'umiltà della lettura per essere capaci di ascoltare e intuire i sentimenti del nostro prossimo. I profughi, per esempio, mi parlano con il silenzio, con le loro facce immobili, tanto sono chiusi in se stessi".
L'immigrazione è l'emergenza più grande?
"Non è più una emergenza. È una urgenza. Ma ha ragione Francesco quando dice lasciateci piangere contro la globalizzazione dell'indifferenza. La questione è decisiva per il futuro del mondo e noi non riusciamo neppure ad affrontare lo Ius soli. L'accoglienza è una scelta di civiltà verso un fenomeno strutturale e non provvisorio. Non si possono trasformare in reietti tutti i migranti, devono essere protagonisti del loro futuro. Se non si lasciano fasce di marginalità si possono limitare anche i problemi di sicurezza sociale".
Milano ha sempre il cuore in mano?
"In parte sì, ma dovrebbe rallentare la corsa imprenditoriale e pensare di più al suo capitale umano, che è un patrimonio immenso. E la politica deve tornare a una visione metropolitana".
Nel 2022 scade il suo mandato. Che cosa farà?
"Vorrei continuare così, ma non sta a me decidere".
Non ha mai cedimenti sulla propria fede?
"Per credere bisogna anche dubitare, far parlare il non credente che è in noi. Ogni volta che mi trovo davanti a un crocifisso gli faccio una sola domanda: Dio, dove sei?".
a cura di Antonio Carioti
Corriere della Sera, 12 dicembre 2021
Conversazione tra Vinicio Albanesi e Marco Perduca. Sono state raccolte 630 mila firme per un referendum che punta a depenalizzare la coltivazione della canapa e altre condotte relative alla marijuana. Che si vada a votare o no, l'iniziativa è destinata a fare discutere.
Nel 2022, in una data tra il 15 aprile e il 15 giugno, saremo probabilmente chiamati alle urne per un referendum sulla legalizzazione della cannabis. Sono state raccolte infatti 630 mila firme su un quesito che si articola in tre punti. Il primo punta a depenalizzare la coltivazione della pianta per uso personale; il secondo elimina le pene detentive per qualsiasi condotta relativa alla cannabis, a parte l'associazione finalizzata al traffico illecito; il terzo cancella la sanzione amministrativa del ritiro della patente di guida per il possesso della sostanza.
Ora si attendono il verdetto della Cassazione sulla regolarità della raccolta delle firme e quello della Corte costituzionale sull'ammissibilità del quesito. Nel frattempo potrebbe intervenire il Parlamento, modificando la legge e rendendo inutile il referendum, ma le forze politiche appaiono incerte e divise sulla materia.
Già adesso comunque si è aperto il dibattito e "la Lettura" ha chiamato a discutere sull'argomento don Vinicio Albanesi, sacerdote, a lungo presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, che ha preso posizione contro il quesito; e Marco Perduca, presidente del comitato per il referendum.
Nel nostro Paese è già stato introdotto l'uso della cannabis a scopo terapeutico. Non è sufficiente?
MARCO PERDUCA - Un conto è adottare a scopo di cura una pianta che appartiene all'esperienza umana da 4.000 anni, un altro è poterla coltivare per qualsiasi uso. Si tratta di rendere lecito il ricorso a una sostanza psicoattiva, come avviene per tanti altri prodotti analoghi, il più importante dei quali nella nostra cultura è l'alcol. Sulla base di almeno trent'anni di evidenze circa le ricadute negative a cui porta la criminalizzazione di comportamenti che non fanno vittime né recano particolari danni alla salute individuale, abbiamo concluso che il modo migliore di gestire la presenza della cannabis nella cultura italiana è non fare entrare nel circuito penale chi la coltiva e la consuma.
VINICIO ALBANESI - Il referendum a mio avviso è inadeguato e inutile. L'uso personale della cannabis è già depenalizzato, ma non bisogna sottovalutare le conseguenze della dipendenza. Se per acquistare un sonnifero occorre la ricetta medica perché si tratta di un farmaco psicoattivo, non capisco perché si debba togliere ogni vincolo all'uso della marijuana, rendendolo un diritto, visto che è comunque una sostanza dannosa per la salute.
MARCO PERDUCA - Ma se noi facciamo il paragone con altre sostanze legali, constatiamo che esse provocano problemi ben più gravi. I morti non solo per l'assunzione di alcol e tabacco, ma anche per il consumo eccessivo di zucchero sono assai numerosi. E noi non teorizziamo un diritto allo spinello, ma vogliamo togliere dal circuito penale la coltivazione e l'uso personale, riducendo anche le sanzioni amministrative. Crediamo si debba superare al più presto un modello proibizionista che in tutto il mondo ha creato enormi guasti, tant'è vero che in diverse realtà è stato abbandonato.
VINICIO ALBANESI - Se sostanze legali come l'alcol, il tabacco e lo zucchero provocano gravi danni, non mi sembra un buon motivo per aggiungere alla lista la cannabis, che è anch'essa indubbiamente nociva.
MARCO PERDUCA - Le statistiche più accurate, quelle del centro per i problemi della salute degli Stati Uniti, ci dicono che la cannabis in quanto tale non ha mai fatto un solo morto, contrariamente a tante sostanze legali. Noi non intendiamo agevolare l'assunzione di una droga dannosa, ma togliere problemi a chi intende consumare un prodotto che di certo non è letale.
VINICIO ALBANESI - Io gestisco una comunità per ragazzi tossicodipendenti, alcuni dei quali si sono assuefatti all'uso della cannabis. È vero che non rischiano di morire, ma poi ci vogliono come minimo due anni per liberarli dalla dipendenza. Se per voi questo non è un problema, fate pure.
MARCO PERDUCA - Il danno più grave è quello che viene creato dalle leggi proibizioniste alle persone che decidono liberamente di coltivare o assumere sostanze che forse possono creare a loro limitati problemi di salute, ma di certo non recano agli altri alcun nocumento.
VINICIO ALBANESI - Non è vero, perché sulla base della mia esperienza posso dire che un giovane dipendente dal consumo di cannabis causa scompensi alla famiglia, agli amici e a tutti coloro che lo circondano. Anche perché di solito i tossicodipendenti non assumono una sostanza sola, ma ne mescolano diverse, con effetti a volte molto gravi.
MARCO PERDUCA - Giusto, ma il problema vero sono appunto le altre sostanze, che nella maggioranza dei casi - parlo di alcolici e psicofarmaci - sono peraltro perfettamente legali. Non si può continuare a imputare alla cannabis conseguenze che sono dovute ad altre cause. Questa è una grande mistificazione sostenuta dai proibizionisti, che ne ricavano spesso notevoli vantaggi, come i finanziamenti pubblici alle comunità.
VINICIO ALBANESI - La mia comunità non fa altro che aiutare le famiglie disperate e i giovani in difficoltà me li mandano i Serd, servizi per le dipendenze. Non accetto che si parli in questo modo dell'attività che svolgiamo sin da quando quelle strutture pubbliche neppure esistevano. Comunque non è affatto detto che la legalizzazione migliorerebbe la situazione. Anzi potrebbe peggiorare. Come si fa a saperlo?
MARCO PERDUCA - Basta studiare i documenti prodotti là dove è stata avviata la legalizzazione: alcuni Stati degli Usa (Colorado, California, Oregon, Massachusetts e altri), l'Uruguay e il Canada. In più i Paesi Bassi, anche se non hanno legalizzato l'assunzione dei derivati della cannabis, la tollerano dal 1974. Tutte le ricerche documentano che in quelle situazioni, essendo garantita la qualità del prodotto, chi lo consuma va incontro a rischi molto inferiori. Non si tratta di un mondo perfetto, ma di realtà in cui il danno viene ridotto. In Italia invece si tagliano i soldi alla sanità pubblica, i Serd vengono impoveriti e ci si rivolge a un apparato parapubblico - comprese le comunità gestite dalla Chiesa - che aiuta persone il cui problema principale non è la cannabis, ma qualche altro fattore economico e sociale.
VINICIO ALBANESI - Non si può negare che esista la dipendenza da cannabis e che sia un problema per molte persone, così come lo è la dipendenza da alcol. Sono situazioni che io e molti altri operatori del settore ci troviamo quotidianamente ad affrontare, nello sforzo di aiutare i ragazzi a uscire da questa condizione, liberandoli dal rapporto patologico che intrattengono con le varie sostanze.
MARCO PERDUCA - I problemi della tossicodipendenza non si risolvono solo dicendo di no, usando le catene o i rosari. Si possono adottare approcci diversi, più efficaci e più rispettosi della libertà individuale.
VINICIO ALBANESI - Come? Offrendo le sostanze psicoattive in abbondanza, senza alcun limite? Il vero problema è la dipendenza, perché poi chi consuma la cannabis, quando gli spinelli non gli bastano più, passa ad altre sostanze ben più tossiche, ad esempio la cocaina. È il meccanismo perverso di cui approfitta il crimine organizzato per ricavarne lauti profitti.
MARCO PERDUCA - Considero avvilente affrontare in questi termini un fenomeno che solo in Italia riguarda milioni di persone. Voi proibizionisti non avete idea di che cosa state parlando.
VINICIO ALBANESI - Invece sì, perché conosco le storie personali dei tossicodipendenti, che vanno oltre i dati statistici. Lei non sa che cosa significa penare
MARCO PERDUCA - Ma è accettabile allora che persone in una situazione simile rischino il carcere?
VINICIO ALBANESI - No, devono essere assistite.
MARCO PERDUCA - Benissimo. Allora come si fa a eliminare la prospettiva del carcere per chi coltiva o consuma la cannabis? Si tolgono le pene: la soluzione proposta dal nostro referendum. Come fate ad essere contrari?
VINICIO ALBANESI - Già adesso per l'uso personale non è previsto il carcere, solo la segnalazione al prefetto e sanzioni amministrative.
MARCO PERDUCA - Purtroppo non è vero, perché tuttora per la coltivazione di cannabis è prevista una pena che arriva fino a sette anni di carcere, roba da rapina a mano armata. La stessa segnalazione in Prefettura non è che il primo passo verso sanzioni più gravi. Ma queste soluzioni repressive non possono che aggravare i problemi di cui soffre il tossicodipendente, mentre i proibizionisti contisostanze nuano a credere che funzionino come un deterrente al consumo di droga.
Lei, Albanesi, potrebbe essere d'accordo con la proposta di depenalizzare la coltivazione di cannabis?
VINICIO ALBANESI - Sì.
E per l'eliminazione della sanzione del ritiro della patente ai tossicodipendenti?
VINICIO ALBANESI - Qui credo che un limite vada mantenuto. Se supero i limiti di velocità in autostrada e violo altre norme del codice stradale, mi ritirano patente. Lo stesso deve valere per il consumo di marijuana.
MARCO PERDUCA - Vorrei precisare che il nostro referendum non riguarda il reato di guida in stato alterato da sostanze psicoattive, che rimane intatto. Noi diciamo che se ti trovano a coltivare o a fumare cannabis non ti possono più infliggere la sanzione del ritiro della patente fino a tre anni, come è attualmente previsto. Ma le persone fermate per guida in stato alterato per consumo di sostanze illegali sono solo il 2,6 per cento del totale, quindi stiamo ingigantendo un problema che in realtà ha dimensioni molto ridotte, soprattutto se raffrontato al numero dei consumatori di cannabis, che è di circa otto milioni, la grande maggioranza dei quali gestisce senza grandi problemi il rapporto con la sostanza, ma corre il rischio di cadere nel circuito penale con costi notevoli anche per lo Stato. Un dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate molto meglio sul fronte della lotta alla droga.
VINICIO ALBANESI - Questo ragionamento non mi convince affatto, perché banalizza problemi complessi che non sono per nulla facili da gestire quando ci si trova di fronte a situazioni di dipendenza.
Proviamo ad allargare il discorso. Perduca, per voi il referendum è il primo passo per arrivare a legalizzare anche altre sostanze, oltre la cannabis?
MARCO PERDUCA - Siamo a favore di una regolamentazione legale, non necessariamente la liberalizzazione, delle potenzialmente pericolose per la salute. Toglierle dalle dinamiche dell'illegalità, quindi dalle mani del crimine organizzato, ci pare una risposta pragmaticamente più efficace di quelle che ci hanno portato ad avere milioni di persone che le consumano. Non abbiamo un modello a cui rifarci per la legalizzazione di eroina, cocaina o sostanze psichedeliche, le sperimentazioni messe in atto sono finora limitate. Ma dato che quelle droghe oggi si trovano facilmente ovunque, è molto meglio che la qualità delle sostanze in circolo sia controllata e che chi le assume in modalità problematica non sia oggetto di repressione penale, ma venga aiutato a convivere con la sostanza e a superare le difficoltà che l'hanno portato a consumarla. Lo si fa in Svizzera da trent'anni.
VINICIO ALBANESI - Respingo questa logica per cui tutto diventa un diritto e l'unica strada da seguire è quella più facile: allargare le maglie all'uso della droga senza un minimo di vincoli. Per esempio c'è il problema gravissimo dei minori, che oggi cominciano a consumare sostanze psicoattive molto presto: lasciamo che lo facciano come se fosse un comportamento normale, senza intervenire, in nome di un concetto distorto di libertà? Non è meglio agire, anche adottando misure coattive? O abbiamo paura della parola punizione? Per me chi sbaglia deve pagare.
MARCO PERDUCA - Chi non reca danno a nessun altro a mio avviso non deve essere punito.
VINICIO ALBANESI - Ma i tossicodipendenti non vivono isolati dal mondo: scompigliano gli equilibri delle loro famiglie, avvicinano gli amici al consumo di droga. Non dobbiamo tenerne conto? E poi vogliamo domandarci che cosa fanno questi ragazzi per trovare i soldi con cui comprare la droga. È molto frequente che commettano reati quando diventano dipendenti.
MARCO PERDUCA - Non si recuperano i tossicodipendenti con le maniere forti. Il modello attuale, che lei sostiene ma si è dimostrato fallimentare, non è l'unico possibile. Io rispetto il lavoro delle sue comunità di recupero, ma si tratta di un'esperienza limitata, mentre il consumo della cannabis è un fenomeno di massa, che coinvolge in Italia otto milioni di persone e va affrontato con un approccio diverso, sanamente pragmatico. A nostro avviso la libera scelta delle persone informate è il modo migliore per consentire a ciascuno di condurre la sua vita come meglio crede.
VINICIO ALBANESI - Io considero un grave errore minimizzare gli effetti negativi del consumo di cannabis. È una logica sbagliata, fondata su un individualismo esasperato, un'esaltazione dell'egoismo che conduce poi a legalizzare anche altre sostanze psicoattive in nome di una falsa idea di libertà.
di Gaetano Pecorella
Il Giornale, 12 dicembre 2021
"Libro nero delle ingiuste detenzioni", di Stefano Zurlo (Baldini e Castoldi, 192 pp, 17,10 euro).
Tra il 1991 e il 2020 sono finite in cella, ma poi sono state assolte o prosciolte, circa 30.000 persone, mille l'anno, due o tre al giorno. Il sottotitolo di questo bel libro è: "perché in Italia migliaia di innocenti finiscono in galera: le storie, le cause e le colpe". È una domanda a cui non è semplice dare una risposta perché è vero che è ben individuabile quale sia stato l'errore, ma è assai più problematico perché si è verificato l'errore, proprio quello specifico errore.
Forse, seguendo il tracciato dei casi analizzati da Stefano Zurlo nel "Libro nero delle ingiuste detenzioni" (Baldini e Castoldi, 192 pp, 17,10 euro), sarà possibile cercare una spiegazione a quello che non esito a definire "un crimine", perché togliere ingiustamente la libertà a un essere umano procura sofferenze a lui, a la sua famiglia, a chi gli vuole bene. Mille giuste condanne non potranno mai far dimenticare una sola condanna di un innocente. Merita di essere ricordata l'apertura della prefazione di Carlo Nordio: "la lettura di questo libro di Stefano Zurlo dovrebbe essere resa obbligatoria per l'accesso agli esami di magistratura, perché nulla quanto una sequenza di errori funesti avverte i giudici sui pericoli del potere". Vorrei aggiungere che qualcos'altro si dovrebbe fare per selezionare i soggetti che intendono fare il giudice: forse un buon test psico-attitudinale eviterebbe di dare tanto potere a chi non è in grado di esercitarlo.
Stefano Zurlo ricorda, anzitutto, a che livello è "il guasto del sistema": tra il 1991 e il 2020 sono finite in cella, ma poi sono state assolte o prosciolte, circa 30.000 persone, mille l'anno, due o tre al giorno. Percorrendo i casi, dietro i quali - ricordiamolo - c'è una persona, un cittadino come noi, forse potremo dare una risposta alla domanda iniziale. Jonella Ligresti, arrestata, condannata dal Tribunale di Torino a 5 anni e 8 mesi. Poi si scopre di un errore del perito contabile. Mauricio Affé è incriminato per rapina. C'è un video che lo scagiona, ma il giudice delle indagini o non lo guarda, o non lo sa guardare. Affè ha una cattiva fama, un attaccabrighe, tanto basta. Il Tribunale, in base allo stesso video, poi lo assolve.
Diego Olivieri viene scambiato per un narcotrafficante e messo in carcere, perché, tornando dal Canada porta con sé l'orologio di un amico e glielo consegna. C'è il sospetto che si tratti di droga. Il Pubblico ministero lo avverte: "Finché non collabori, non torni a casa". Dopo 5 anni è assolto. Pietro Paolo Melis è arrestato per un sequestro di persona. C'è una intercettazione telefonica che gli viene attribuita. Condanna a 30 anni. Dopo più di 18 anni si accerta che la voce non è la sua. Angelo Massaro, condannato a 24 anni per omicidio, ventun anni di carcere, per una consonante, una "s" interpretata come una "t". In realtà, nella intercettazione non si parla del "morto" (muerte), ma di una pala meccanica "pesante" (muerse, in dialetto). È l'errore di un perito, è l'errore dei giudici che travisano l'intercettazione. Scrive Zurlo: "pagina dopo pagina, scopriamo che i campanelli d'allarme avevano suonato chissà quante volte: gli squilli facevano pensare che Massaro fosse innocente, non colpevole".
Ci sono altri casi, nel libro. Tutti dimostrano che si poteva evitare il carcere a un innocente, e consentono di fare un catalogo delle cause dell'errore giudiziario: l'incompetenza del perito, il pregiudizio del giudice, le inchieste a senso unico, la negligenza del magistrato, la falsa confessione (indotta o estorta), la collaborazione ottenuta con il carcere. Ciò che è stato fatto dopo, per scoprire l'errore, si poteva fare prima: questo è il messaggio che ci viene dalle pagine del "Libro nero delle ingiuste detenzioni".
maremmanews.it, 12 dicembre 2021
Un mercatino con oggetti realizzati a mano per arricchire l'albero di Natale o decorare spazi della casa e biglietti per fare gli auguri per le imminenti festività. Sono i lavori dei detenuti della casa circondariale di Grosseto, che saranno messi in vendita, domenica 12 dicembre, grazie ad un piccolo mercatino organizzato dalla casa circondariale e che verrà allestito nell'atrio del palazzo vescovile, in corso Carducci 11, a Grosseto.
Un'iniziativa che ritorna: già in occasione dell'Avvento 2019, infatti, fu allestito questo mercatino, che lo scorso anno, a causa della grave situazione legata alla pandemia, non fu possibile ripetere. Quest'anno ritorna ed è un segno molto importante di dialogo e relazione fra la città e la struttura di via Saffi, posta nel cuore del centro storico, ma spesso vissuta come luogo quasi estraneo. È per questo che il vescovo Giovanni, in occasione del suo ingresso in diocesi il 9 agosto scorso, volle inserire anche la visita alla casa circondariale fra le tappe di avvicinamento alla cattedrale.
Il mercatino sarà aperto dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. Giovedi 16 dicembre, infine, il vescovo Giovanni, accompagnato dal cappellano don Enzo Capitani, si recherà nella casa circondariale di via Saffi per celebrare la Messa, occasione con cui farà gli auguri di Natale.
di Mario Messina
tvsvizzera.it, 12 dicembre 2021
Puteoli Sacra è un progetto messo in piedi a Pozzuoli con l'intento di dare una concreta chance di reinserimento nella società ai giovani che hanno conosciuto la realtà della prigione. Era un lunedì di inizio marzo quando agli abitanti del Rione Terra, il più antico agglomerato urbano di Pozzuoli, furono costretti ad abbandonare le proprie case per non farci mai più ritorno. Il 2 marzo del 1970 il prefetto di Napoli, d'accordo con l'Osservatorio Vesuviano, decise di evacuare il più antico, popolare e degradato quartiere di Pozzuoli per il pericolo di una imminente crisi bradisismica.
L'addio alle proprie case - Il bradisismo è quel fenomeno geologico che consiste in periodici abbassamenti e innalzamenti del terreno (spesso accompagnati da terremoti) con cui Pozzuoli fa i conti da millenni. Ma la crisi bradisismica annunciata quel lunedì di marzo di mezzo secolo fa significò qualcosa di ben diverso da ciò che gli abitanti del Rione Terra di Pozzuoli avevano conosciuto fino a quel momento. Significò abbandonare le proprie case, trasferirsi chissà dove, cambiare vita. Insomma, significò la fine di un'epoca. Ma anche l'inizio del riscatto. Un inizio assai lento, quello legato ai lavori di ristrutturazione e riqualificazione che iniziarono dopo un altro evento sismico che coinvolse - seppur marginalmente - il Rione: il terremoto dell'Irpinia del 1980. Nonostante gli oltre 100 chilometri in linea d'aria che separano Pozzuoli dall'epicentro del sisma, gli edifici del Rione Terra, già compromessi da anni di incuria e reduci da un decennio di abbandono totale, ne risentirono strutturalmente.
L'arrivo di nuovi abitanti e nuova speranza - Così, dopo 20 anni dall'evacuazione, nel 1990 iniziò l'opera di riqualificazione dello storico Rione Terra. Sebbene i lavori non siano ancora del tutto terminati e il Rione sia ancora inaccessibile (se non per visite guidate organizzate), la gran parte degli edifici è stata ristrutturata e riqualificata e i primi 'abitanti' del Rione sono già arrivati. Si tratta dei giovani del progetto Puteoli Sacra. Arte sacra del Rione Terra di Pozzuoli.
"Il progetto è importante perché è una spinta per i ragazzi verso un futuro, verso l'autonomia, ma soprattutto verso la libertà". È un progetto assai ambizioso, perché intende creare qui al Rione Terra il più grande sito turistico d'Europa interamente gestito da ragazzi e ragazze provenienti da istituti penali.
"Non è un caso che questo progetto abbia trovato spazio proprio all'interno del Rione Terra", spiega Don Gennaro Pagano, direttore della Fondazione Regina Pacis e Cappellano dell'Istituto Penale Minorile di Nisida. "Così come questo Rione sta rinascendo dopo anni di abbandono - continua don Gennaro - allo stesso modo i ragazzi del carcere minorile di Nisida e le ragazze dell'istituto femminile di Pozzuoli qui cercano di trovare una nuova vita, di rinascere dopo un periodo difficile".
Spezzare le catene, letteralmente - Il progetto è cominciato ufficialmente il 25 giugno scorso quando, in occasione dell'inaugurazione del complesso turistico, è stato deciso di sostituire il tipico taglio del nastro con un gesto assai più simbolico. Il presidente della Camera dei deputati Roberto Fico insieme ad alcuni giovani delle carceri di Nisida e Pozzuoli hanno spezzato la "catena dell'indifferenza". Un'attenzione assai forte quella delle istituzioni italiane nei confronti del progetto. Tanto che anche il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella a inizio settembre volle incontrare i ragazzi di Nisida e Pozzuoli. E in quell'occasione disse loro: "Curate le vostre cicatrici. La detenzione non deve essere una macchia indelebile".
Nel futuro, anche una ventina di assunzioni - Dopo un periodo di formazione e un successivo tirocinio, 24 ragazzi e ragazze saranno scelti per essere assunti con regolare contratto di lavoro nel sito turistico di Puteoli Sacra. "Quello che sta succedendo qui al Rione Terra - spiega a tvsvizzera Don Gennaro - è ciò che dovrebbe fare ogni comunità: non lasciare indietro nessuno e dare una nuova possibilità a tutti. Io insisto sulla analogia tra il Rione Terra e i ragazzi di questo progetto. Perché in entrambi i casi la vita ha offerto loro una nuova possibilità". Questa seconda possibilità molti di loro la stanno già sfruttando a pieno. Al di là della formazione ancora in corso, i giovani del progetto stanno già accogliendo i primi visitatori del Rione Terra.
Trovare la strada tra le vie dell'antica Puteoli - In un mix di storia del rione e storie personali, le giovani guide turistiche accompagnano i visitatori in un percorso a metà tra archeologia e arte sacra. In primis, il percorso nell'antica Puteoli, la città Romana con ancora visibili le vecchie strade, i forni con le macine quasi intatte, le botteghe e i criptoportici. Poi, l'esplorazione degli ipogei diocesani, il Museo Diocesano che è tra le esposizioni cristiane più importanti del sud Italia e, fiore all'occhiello dell'intero percorso, il Tempio-Duomo: anch'esso con una storia di crisi e rinascita alle spalle.
De Simone: "Da un incendio che devasta una cattedrale è venuta fuori una bellezza unica nel suo genere" - "Nella notte tra il 16 e il 17 maggio del 1964 - racconta Cristian De Simone, vicedirettore della Fondazione Regina Pacis - questa Cattedrale (intitolata a San Procolo martire) fu devastata da un incendio che distrusse una buona parte del Duomo. Ma quest'incendio portò alla luce le colonne del Tempio di Augusto sul quale la chiesa fu costruita". I lavori di restauro che hanno interessato tutto il Rione, qui hanno creato un luogo straordinario in cui la stessa struttura presenta evidenti sia i segni della chiesa cristiana che quelli del tempio pagano. "Quindi - continua De Simone - da un incendio che devasta una cattedrale è venuta fuori una bellezza unica nel suo genere. È quello che stiamo provando a fare qui con questi ragazzi".
di Laura Carrer, Riccardo Coluccini e Gloria Riva
L'Espresso, 12 dicembre 2021
A chiunque arriva da irregolare in Italia vengono prese impronte e foto. Che finiscono nel database della polizia per il riconoscimento facciale. "Si metta di fronte". Clic. "Ora di lato". Youssouf non capisce. Un poliziotto mima il gesto di girarsi. Youssouf fa quello che gli viene chiesto. Clic. Anche la seconda foto è fatta. È troppo sconvolto da tre giorni trascorsi su un gommoncino, sballottato dalle onde del Mediterraneo, stretto ad altri 23 corpi alla deriva, per domandarsi come mai quegli agenti lo stiano fotografando.
Del resto, quattro anni fa, quando quelle foto sono state scattate a Lampedusa, non spiccicava una parola di italiano. Youssouf oggi ha 25 anni, fa l'operaio in un'azienda cartotecnica della Brianza e l'italiano l'ha imparato alla perfezione. Era partito dalla Guinea Francese nel 2016 per sfuggire alla miseria e alla guerra civile: ha attraversato Senegal, Gambia, poi di nuovo Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger e infine la Libia, dove è stato rinchiuso in prigione, picchiato, posto ai lavori forzati, rilasciato e messo su un gommone senza scarpe e con addosso un paio di stracci per conquistarsi un futuro in Italia. Complessivamente il viaggio è durato oltre un anno. Quando la Guardia Costiera lo ha raggiunto alla deriva, ad attenderlo c'era una doccia gelata per levargli il sale dalla pelle, che lo sveglia quel tanto che basta per capire di essere in salvo. A terra, a Lampedusa, ci sono un mediatore culturale e un uomo in divisa che gli fanno un sacco di domande: nome, cognome, informazioni sui propri famigliari. "Ti chiedono se hai lasciato indietro qualcosa di importante, tipo un figlio. E poi la motivazione del viaggio. Ho risposto "la guerra", per ottenere lo status di rifugiato politico". E le foto? "No, non me l'hanno spiegato a cosa servissero. Più tardi, ragionando, ho capito che le avevano scattate per il rilascio del primo permesso di soggiorno, che dura sei mesi". Non proprio. Le ragioni sono altre. L'Espresso, in collaborazione con Hermes Center, associazione per la promozione di diritti umani digitali, vi racconta a cosa servono quelle immagini.
È fine settembre e due ufficiali di Polizia durante gli eventi pubblici della Notte Europea dei Ricercatori di Ancona e Macerata raccontano che ogni migrante approdato a Lampedusa - ma anche negli altri centri di prima accoglienza di Pozzallo, Taranto e Trapani - viene schedato con impronte digitali e foto del volto: "Le foto e le impronte finiscono nel database Afis, Automated Fingerprint Identification System, gestito dal ministero dell'Interno e usato per confermare l'identità di un sospetto durante le indagini o altre attività di polizia", raccontano gli agenti, che continuano spiegando come le immagini siano poi associate ad altre informazioni anagrafiche del migrante - nome, cognome, età, provenienza, motivi del segnalamento - e a segni particolari, un tatuaggio ad esempio, fotografato e caricato nel database.
Tutte queste informazioni sono poi utilizzate dalla Polizia Scientifica durante le indagini di delitti di qualsiasi tipo, dal furto all'omicidio, attraverso il potente sistema di riconoscimento facciale Sari Enterprise, in grado di confrontare i volti ripresi da telecamere a circuito chiuso con quelli presenti in Afis.
Se il sistema Sari trova un volto che corrisponde a un'immagine schedata nell'archivio digitale, allora gli agenti possono risalire all'indiziato: quindi, chi è incluso in Afis è considerato un potenziale sospetto, fino a prova contraria.
Ma quante sono le persone schedate? Il ministero dell'Interno spiega che a inizio 2020 "in Afis ci sono 9.882.490 individui fotosegnalati, di cui 2.090.064 italiani". I restanti 7,8 milioni sono stranieri. Questo perché nell'archivio finisce chi è indagato, chi viene ritenuto pericoloso o sospetto dalla Polizia, chi si rifiuta di dichiarare le proprie generalità, ma soprattutto chi richiede o rinnova il permesso di soggiorno e, chiaramente, chi arriva qui illegalmente, come nel caso di Youssouf, nonostante lui sia un richiedente asilo.
Lo conferma un recente arresto avvenuto a Milano, dove un uomo è stato riconosciuto dalla polizia grazie al sistema di riconoscimento facciale Sari, che avrebbe comparato l'immagine del profilo WhatsApp dell'indagato con la foto raccolta per la richiesta di asilo e inclusa in Afis. Così, i richiedenti asilo, che dovrebbero ricevere particolare protezione e assistenza legale, finiscono nello stesso calderone dei peggiori criminali del Paese. La presenza di rifugiati politici nell'archivio è confermata a L'Espresso dalla Polizia di Stato, senza tuttavia fornire cifre esatte perché: "potrebbe ingenerare un pregiudizio concreto alla tutela dell'interesse pubblico", dicono. Anche se non è chiaro in quale misura un'azione di trasparenza possa arrecare danno ai cittadini.
Da un punto di vista normativo, la Polizia non fa altro che rispettare la legge: i migranti sbarcati in Italia sono a tutti gli effetti criminali. Lo dice la Bossi-Fini che, avendo eliminato la possibilità di entrare in Italia alla ricerca di lavoro, se non vincendo alla roulette dei circa 40mila posti annui messi a disposizione dal decreto flussi (per lo più riservati agli stagionali dell'agricoltura), impone a tutti gli altri - rifugiati politici compresi - di conquistarsi il diritto a una vita dignitosa entrando illegalmente nel Paese.
È poi l'Europa a imporre all'Italia di identificare gli stranieri irregolari all'interno degli hotspot. E secondo quanto previsto dal regolamento Eurodac, il database europeo delle impronte digitali che fa capo al dipartimento per le politiche europee, ci sarebbe l'obbligo di informare il migrante "sull'uso futuro dei dati personali e biometrici raccolti e quindi sull'identità del responsabile del trattamento, sullo scopo per cui i suoi dati saranno trattati all'interno del sistema Eurodac, sui destinatari dei dati, sul diritto di accesso o di modifica ai dati raccolti in merito alla sua persona e sull'obbligatorietà di tale rilevamento", si legge nel regolamento. Nella pratica, come emerge dal report "Tecnologie per il controllo delle frontiere in Italia" del Centro Hermes, il processo di identificazione dei migranti risulta più complesso e per nulla trasparente.
All'hotspot di Lampedusa, nella fase di pre-identificazione, la questura di Agrigento compila un "foglio notizie", cioè un modulo contenente l'identità della persona e le motivazioni per cui è giunta in Italia. Il modello non è tradotto in tutte le sue parti e non sempre il mediatore culturale riesce a colmare queste lacune, come Youssef ha raccontato a L'Espresso. Sempre a Lampedusa è invece la polizia scientifica di Palermo a effettuare le procedure di fotosegnalamento: vengono usati tre diversi moduli per raccogliere le impronte delle dita, del palmo di ogni mano, i dettagli sul luogo e motivo del segnalamento, i dati anagrafici, i connotati fisici, i segni distintivi e infine la presenza nel database Eurodac. Queste azioni vengono svolte all'interno di un container dell'hotspot dove non può accedere alcun organo indipendente, neppure gli operatori delle Nazioni Unite: "Non siamo presenti durante il riconoscimento, sappiamo però che sono presenti i mediatori culturali della Polizia di Stato", conferma Carlotta Sami, portavoce Unhcr per l'Italia. Così, in questa fase delicata, il rispetto delle procedure, così come la possibilità di rettifica dei dati o l'espressione di consenso informato da parte dei migranti, sono lasciati nelle mani della professionalità degli operatori della scientifica e di Frontex.
Inoltre, la Scientifica di Palermo ha dichiarato che è la Questura di Agrigento a occuparsi di comunicare, al momento dell'intervista con il migrante, una nota informativa redatta in più lingue con i riferimenti sui diritti dell'interessato previsti dal regolamento Eurodac. Copia dell'informativa, ottenuta da L'Espresso, mostra come vengano rilasciate informazioni generali sull'inserimento all'interno del database Eurodac, ma non vi sono dettagli sull'inclusione nel database Afis.
Secondo la Polizia di Stato, a fornire informazioni a tal proposito sarebbe la direzione centrale dell'immigrazione e la Polizia delle Frontiere, ma i contorni sono piuttosto sfumati. "Si sa pochissimo della fase di riconoscimento", conferma Bianca Benvenuti di Medici senza Frontiere, che ha trascorso parecchi mesi all'hotspot di Lampedusa, e continua: "Perché non abbiamo accesso alle aree riservate alle procedure di segnalamento. Quello che osserviamo è la netta priorità dell'identificazione rispetto all'assistenza ai migranti. Prima di poter avere qualsiasi assistenza devono essere riconosciuti e, specialmente quando l'hotspot è sovraffollato, le persone sono lasciate ad attendere il proprio turno per l'identificazione anche parecchi giorni, sotto al sole, senza alcun aiuto, in un luogo fatiscente, con un solo bagno. E se chi arriva ha già ricevuto un decreto di espulsione, come nel caso di molti migranti provenienti dalla Tunisia, allora la fase di riconoscimento si allunga moltissimo, fino a un mese. Solo successivamente possono ricevere sostegno", racconta Benvenuti.
La politica sottoscrive l'uso di queste tecnologie sui migranti per rispondere alla percezione di insicurezza dei cittadini, ma senza un adeguato livello di dibattito sul tema e con il rischio di estendere ad libitum la strategia del controllo di massa. Già succede negli Stati Uniti, dove gli assalitori di Capitol Hill sono stati identificati dalla polizia sfruttando diversi database per il riconoscimento facciale. Il report del Centro Hermes fa emergere come, tra il 2014 e il 2020, lo Stato Italiano sia stato finanziato proprio dall'Unione Europea con una cifra di circa mezzo miliardo di euro per l'acquisto e il potenziamento di tecnologie di riconoscimento facciale e per accelerare il processo di identificazione e controllo alle frontiere come su territorio nazionale.
Di più, nel progetto Telefi, Towards the european level exchange of facial images, cioè "Verso lo scambio europeo di immagini facciali", c'è la conferma che, in alcuni casi specifici, la polizia può accedere a database civili, che contengono le foto delle carte d'identità e dei passaporti, per condurre le proprie indagini. "Non credo che queste tecnologie siano efficaci e legittime", argomenta Filippo Sensi, deputato Pd, che ha presentato una moratoria per il riconoscimento facciale ad aprile di quest'anno, e continua: "Lo scenario di una possibile collaborazione internazionale tra database, non solo è possibile, ma attuale. È giusto dare alle forze dell'ordine gli strumenti utili per fare le indagini e colpire i criminali. Ma strumenti inefficaci, che violano un principio minimo di libertà personale, non sono la direzione giusta". Sensi promette battaglia a suon di interrogazioni parlamentari, ma nel frattempo le sperimentazioni sul fotosegnalamento dei migranti continuano.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 dicembre 2021
Comitato referendario eutanasia legale. Gli emendamenti proposti dall'Associazione Luca Coscioni. La pdl sul fine vita arriverà lunedì in plenaria, dopo quasi tre anni e 13 rinvii in Aula falliti. Che arrivi o no a completare l'iter parlamentare, la legge sul suicidio medicalmente assistito attesa lunedì in plenaria alla Camera dopo quasi tre anni dalla sua prima calendarizzazione (30 gennaio 2019) e 13 rinvii in Aula naufragati, il referendum sull'eutanasia legale sarà comunque necessario. Perché, come hanno spiegato i promotori della campagna referendaria che ha raccolto 1,24 milioni di firme, la pdl licenziata dalle commissioni Giustizia e Affari sociali si limita a mettere a punto una procedura - con molte falle - per l'attuazione del diritto ad una "dolce morte" riconosciuto dalla Corte costituzionale in determinate condizioni nella sentenza 242/2019. L'associazione Luca Coscioni ieri ha presentato i punti "irrinunciabili" su cui il comitato referendario intende costruire alcune proposte di emendamenti "a beneficio di tutti i parlamentari di ogni schieramento politico". Anche se Riccardo Magi, di +Europa, ha già detto che farà sue le proposte dei referendari.
Il primo punto è la "discriminazione tra malati, che pure hanno gli stessi requisiti di base", operata dal testo di legge che gioca al ribasso per cercare di ampliare il consenso verso destra, senza però averlo neppure ottenuto. Matteo Mainardi, coordinatore della campagna per l'eutanasia attiva, ha spiegato che la Pdl prevede solo un atto suicidario "autonomo" e perciò esclude automaticamente coloro che paradossalmente versano in una condizione più grave e hanno perso qualunque autonomia. Inoltre discrimina chi non è tenuto in vita da sostegni vitali pur avendo una prognosi infausta, come i malati terminali di cancro che sarebbero costretti ad attendere il peggioramento delle proprie condizioni. C'è poi un problema sulle cure palliative che secondo il testo base devono essere state intraprese dall'aspirante suicida e solo dopo esplicitamente rifiutate.
Altro punto dolente è la completa mancanza di una tempistica certa, cosa che rende una legge assolutamente inapplicabile, Il testo infatti prevede dieci passaggi: la richiesta autenticata, il tentativo e il successivo rifiuto delle cure palliative, un primo rapporto medico, il coinvolgimento del comitato etico, una prima verifica delle condizioni del malato, la decisione del comitato etico, la messa a punto della procedura da parte della Asl, un secondo accertamento medico-psicologico e solo infine l'atto suicidario. Ma solo uno di questi dieci passaggi ha un limite temporale, mentre il paziente ha tempo sessanta giorni per fare ricorso ad una delle decisioni prese riguardo la sua richiesta. In sostanza, potrebbe ripetersi anche con questa legge ciò che è successo a "Mario", il paziente marchigiano tetraplegico, primo in Italia ad avere tutti i requisiti richiesti dalla Consulta eppure in attesa da 15 mesi di poter mettere fine alle proprie sofferenze.
Infine, l'obiezione di coscienza. "Una grande conquista ma dipende da come la si introduce", sottolinea Mainardi. "Qui hanno fatto il copia e incolla dell'obiezione come è nella legge 194". Eppure, "era possibile un'altra via": per esempio mutuarla dalla norma introdotta nella legge 219 sul testamento biologico, dove "non c'è un lungo elenco di figure professionali sanitarie che possono opporre la propria obiezione di coscienza a prescindere dal caso, ma si prevede invece da parte del sanitario la possibilità di scegliere e decidere caso per caso se si è disposti a soddisfare la richiesta dell'aspirante suicida".
Filomena Gallo, la presidente del comitato promotore del referendum e Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Coscioni, hanno sottolineato poi le altre restrizioni del testo di legge rispetto alla sentenza della Consulta, come l'eliminazione della sofferenza solo psicologica tra i possibili requisiti necessari. Anche se, "dopo 37 anni dalla legge a firma di Loris Fortuna, finalmente il tema della morte volontaria approda in Aula".
di Valeria Casolaro
L'Indipendente, 12 dicembre 2021
L'Olanda sta trasformando le proprie prigioni in edifici di utilità sociale, quali scuole e centri per i rifugiati. Questo è possibile grazie alla riduzione della popolazione carceraria, una tendenza costante negli ultimi anni, resa possibile dalle peculiari modalità di gestione del sistema giudiziario. Tra queste, la decriminalizzazione del lavoro sessuale e delle droghe leggere, i programmi di intervento per la gioventù e l'esistenza di specifici istituti di recupero per criminali con problemi di salute mentale.
Due giorni fa la British School of Amsterdam ha vinto un prestigioso premio per aver convertito in aprile una ex prigione in una scuola per 1000 studenti tra i 3 e i 18 anni. Si tratta solamente dell'ultima di una lunga serie di riconversioni di edifici carcerari caduti in disuso in strutture di pubblica utilità. Tra il 2014 e il 2019 sono state 23 le strutture chiuse e destinate a finalità socialmente utili, soprattutto istituti per studenti e centri di accoglienza per migranti.
La costante diminuzione della popolazione carceraria registrata negli ultimi anni (fatta eccezione per un leggerissimo rialzo dal 2019) è dovuta alla peculiare gestione delle vicende giudiziarie in Olanda. In primo luogo vi è la scelta di non criminalizzare il lavoro sessuale e le droghe leggere. L'attitudine del sistema di giustizia penale olandese, inoltre, è di considerare la riabilitazione come la chiave della risoluzione dei problemi sociali, piuttosto che il ricorso a un'attitudine securitaria o punitiva. Questa costituisce un vero e proprio focus nell'elaborazione di un percorso adatto al criminale, che viene chiuso in carcere solamente in ultima ratio. Le pene detentive tendono, in ogni caso, ad essere brevi.
Uno tra gli aspetti chiave di questo sistema è il TBS (ter beschikking stelling, ovvero "rendere una persona disponibile per il trattamento psichiatrico"), misura che può essere imposta a soggetti che abbiano compiuto reati quali omicidio, anche colposo, aggressione, stupro, incendio doloso, produzione di pornografia infantile e così via che siano giudicati mentalmente insani o solo parzialmente responsabili. Per questi soggetti si ritiene che la detenzione non porti ad alcuna correzione della devianza: il TBS mira piuttosto a una riabilitazione psichiatrica per prevenire le recidive una volta che i soggetti vengono rilasciati. Secondo alcuni studi, la percentuale dei criminali che compie recidiva dopo il TBS è inferiore al 34%.
Per quanto non si tratti di un sistema perfetto, i frutti si sono visti con il trascorrere degli anni: basti considerare che per il 2021 il tasso di incarcerazione in Olanda è di 63 detenuti ogni 100 mila persone, in Italia di 90. Quest'ultima è anche il Paese nel quale, secondo l'ultimo report pubblicato dal Consiglio d'Europa, si soffre maggiormente del problema di sovraffollamento nelle carceri.
Per ovviare a tale situazione il Pnrr ha previsto di stanziare 132,9 milioni di euro per l'ammodernamento del sistema carcerario e la costruzione di nuovi edifici per la detenzione. Si tratta di un sistema che in più occasioni si è dimostrato poco funzionale e bisognoso di uno strutturale ripensamento: secondo il nostro ordinamento il carcere dovrebbe essere costituire l'ultima misura posta in essere, dopo aver vagliato una serie di alternative rieducative. La costruzione di nuove carceri appare invece come una misura di pura conservazione di un sistema penale che continuerà così a vorticare su sé stesso riproponendo le medesime problematiche.
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