di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 19 luglio 2021
Lo scorso 12 luglio sono state depositate le motivazioni con le quali la Corte di Assise di Roma ha condannato alla pena dell'ergastolo (con isolamento diurno per due mesi) gli imputati (diciannovenni all'epoca dei fatti) dell'omicidio del carabiniere Cerciello Rega.
Non conosco la vicenda nei dettagli, e dunque mi asterrò da un'analisi delle risultanze processuali; altri sono i luoghi ove verrà sottoposta ad analisi critica la sentenza di primo grado.
Qualche riflessione può invece farsi sull'antefatto e sull'epilogo, ma soprattutto su ciò che si legge a pg. 281, su cui torneremo a breve.
ilpost.it, 19 luglio 2021
Tanto: il motivo è l'eccessivo ricorso al carcere come misura cautelare, soprattutto nelle regioni del Sud. Nel 2020 il ministero dell'Economia ha emesso 750 ordinanze di pagamento per risarcire le persone che erano state detenute ingiustamente in carcere: complessivamente i risarcimenti sono costati 36 milioni e 958 mila euro, mentre nell'anno precedente 43,4 milioni.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
Scetticismo al ministero della giustizia sull'apertura di Letta a miglioramenti al testo. Salvini: "I dem e i Cinque Stelle vogliono ostacolare Draghi". Non bastava il dissidio interno ai Cinque Stelle e i malumori per la rinuncia allo stop sine die della prescrizione previsto dalla legge Bonafede. Ora ad addensare nubi sulla riforma Cartabia arriva anche la proposta del segretario dem Enrico Letta di trovare miglioramenti a quel testo, osteggiato dai magistrati che temono metta a rischio 150mila processi, troppo complessi per essere risolti nei limiti temporali fissati.
La Guardasigilli, stando alle voci di via Arenula, non avrebbe accolto con entusiasmo il rilancio di una possibile discussione, sia pure di dettagli tecnici, fatta da Letta. "La trattativa è chiusa", spiegano fonti del ministero della Giustizia. "La riforma è stata discussa e poi condivisa da tutto il Consiglio dei ministri che ha varato il provvedimento all'unanimità", fanno notare. Al punto che la Guardasigilli avrebbe detto più volte che "non è la Riforma Cartabia, ma la riforma del governo Draghi".
Il tempo per ripensamenti poi - sarebbe il pensiero della ministra - è scaduto, visto che preme la scadenza ravvicinata per avere i fondi del Recovery, per quali la riforma è un prerequisito necessario. E lo spazio temporale per discuterlo deve già fare i conti con una situazione di sovraffollamento di provvedimenti in aula a Montecitorio, dove c'è il dl Semplificazione. La data prevista del 23 per l'inizio della discussione sembra già destinata a slittare almeno a lunedì 26.
Molto dipenderà dall'incontro di oggi tra il premier Mario Draghi e il leader M5S Giuseppe Conte. Ma il Pd insiste che una mediazione è possibile. "Credo che i tempi stretti chiesti dal governo, e che io condivido, siano compatibili con qualche piccolo aggiustamento in prima o in seconda lettura. A patto di non stravolgerne l'impianto", dice Letta. Una mediazione che potrebbe trovare sponda proprio nei M5S che non digeriscono una riforma che introduce al posto della prescrizione del reato quella del processo con l'improcedibilità.
L'iniziativa però mette in subbuglio le altre componenti della maggioranza. Il leader della Lega, Matteo Salvini, spiega ai suoi che il testo della riforma era "il massimo che la Lega potesse ottenere. Ma certo non va toccato". E approfitta per rilanciare i referendum sulla giustizia: "Non so se Pd e 5 Stelle vorranno andare fino in fondo. Cercheranno di ostacolare Draghi e le riforme in ogni maniera, la Lega sarà la forza più leale sulla via del cambiamento che vuole Draghi".
Il calendiano Enrico Costa accusa: "I dem continuano a dialogare con i giustizialisti M5S, mettendo a serio rischio l'approvazione della riforma. Il Pd chiede alla Ministra Cartabia di mediare sulla giustizia? Dopo avere votato in Cdm, scarica il problema sulla Guardasigilli, dimenticando che il testo attuale è già una mediazione". E il renziano Ettore Rosato chiosa: "Se qualcuno vuole minare il lavoro di Draghi si prenderà le sue responsabilità".
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 19 luglio 2021
Il successo ha bisogno del contributo di tutti. Di magistrati e avvocati difensori, ma anche dell'opinione pubblica e di chi, la politica e l'informazione, maggiormente la influenza e ne determina l'orientamento o se ne fa espressione.
Non è facile prevedere se la riforma Cartabia riuscirà a ridurre la durata dei processi del 25%. Certo è però che deve essere considerato l'insieme complessivo dei provvedimenti adottati, a cominciare dalle risorse finalmente disponibili, dopo decenni, tanto che l'Italia ad oggi spende in questo settore meno della media europea e, come rileva la Commissione, ha anche un numero inferiore di magistrati in rapporto alla popolazione (addirittura metà rispetto alla Germania). Su questo punto, grandi speranze sono riposte sull'Ufficio del processo, con l'assunzione triennale di 16.500 collaboratori, per coadiuvare giudici e Pm.
Ciò premesso, gli emendamenti in tema di processo penale rappresentano un tentativo coerente per ridurne i tempi, nelle condizioni politiche date da cui è impossibile prescindere, come dimostra la tormentata modifica della prescrizione. La Guardasigilli ha previsto una serie di strumenti come l'ampliamento dei casi di perseguibilità a querela, delle ipotesi di estinzione per lieve entità del fatto e di messa alla prova, insieme ad alcuni - modesti - miglioramenti della disciplina dei casi di patteggiamento e di giudizio abbreviato, per consentire la definizione dei procedimenti senza arrivare al dibattimento. Peraltro, in molti di questi casi e con l'attenzione dedicata alla giustizia riparativa e alle esigenze delle vittime, si persegue anche l'importante obiettivo di prevedere sanzioni diverse dalla detenzione, con una condivisibile inversione di tendenza rispetto alla legislazione "carcero-centrica" degli ultimi anni.
Ancora nel senso di limitare il numero dei dibattimenti, va poi la drastica modifica dei criteri di giudizio in sede di archiviazione, di udienza preliminare e di udienza-filtro per i processi davanti il giudice monocratico. A oggi, il procedimento deve andare avanti se esiste anche solo una ragionevole probabilità di sostenere l'accusa, con la riforma il giudice dovrà archiviare o disporre il "non luogo a procedere" se gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non consentiranno una ragionevole previsione di condanna. Un netto capovolgimento della logica attuale.
Tutto questo non inciderà tuttavia sul numero dei processi nella fase delle indagini preliminari e il carico di lavoro di un Pm italiano resterà otto volte quello di un suo collega europeo. È un dato, questo, citato raramente ma che è alla base della maggiore durata dei procedimenti e, in particolare, delle indagini. Su di esso potrebbe incidere solo una drastica depenalizzazione, o quanto meno un'amnistia, su cui però non si coglie alcuna disponibilità in sede politica. Stando così le cose, a poco serviranno le modifiche proposte per il rispetto dei termini delle indagini preliminari e di quelli relativi alla loro conclusione.
Desta allarme anche l'abbandono delle proposte della commissione Lattanzi per una prima - modesta, ma significativa - limitazione dei casi in cui è possibile l'appello da parte dell'imputato. Una rinunzia, questa, che rischia di restringere ulteriormente quello che già oggi è il vero collo di bottiglia del sistema. Rischia, ancora di più, di determinare la "morte" di migliaia di processi, anche per gravi delitti, per improcedibilità per l'assoluta impossibilità di giungere a sentenza nel termine di due anni (o tre, per alcuni reati), termine che molte importanti Corti d'appello non sono, oggi come oggi, assolutamente in grado di rispettare.
Anche questi temi dovranno essere oggetto di attenzione, specie da parte del Comitato tecnico scientifico, per verificare se le nuove misure - in particolare l'aumento, mirato e non a pioggia, delle risorse, anche nel campo decisivo dell'informatica, gli strumenti deflattivi di cui si è detto e il mutamento del parametro di valutazione per il rinvio a giudizio - saranno sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Resta che il successo della riforma, proprio perché incide su punti essenziali del sistema vigente, ha bisogno del contributo di tutti. In primo luogo dei magistrati e degli avvocati difensori, cui si richiede un forte cambio di mentalità, ma anche dell'opinione pubblica e di chi, la politica e l'informazione, maggiormente la influenza e la determina o, al contrario, se ne fa espressione.
Se dopo i primi fatti di cronaca che dovessero suscitare l'emozione dei cittadini, la risposta di istituzioni e mass media fosse - come in larga misura è stato finora - "sbattiamo il colpevole in galera e buttiamo la chiave", tutti i tentativi e gli sforzi compiuti in direzione dei riti alternativi e degli strumenti deflattivi, della valutazione rigorosa dei requisiti per il giudizio e la condanna, delle alternative al carcere e della giustizia riparativa, ritornerebbero ben presto, fatalmente, ad essere solo buoni propositi e noi continueremmo a lamentarci per l'eccessiva durata dei processi. Mentre l'Europa si interrogherebbe legittimamente sul diritto del nostro Paese a incassare i fondi del Piano di Rinascita.
di Amedeo La Mattina
La Stampa, 19 luglio 2021
Il Carroccio e Italia Viva blindano il testo Cartabia approvato in Consiglio dei ministri. "Basta traccheggiare, perdere altro tempo o qui salta tutto". Dal centrodestra arriva un avvertimento forte agli alleati. A differenza del ddl Zan sulla omotransfobia, che non tira in ballo il governo anche se vede nettamente contrapposti i partiti della maggioranza, la riforma della giustizia entra invece nel cuore di Palazzo Chigi.
E soprattutto è un tema centrale del Pnrr: se non vengono tagliati sensibilmente i tempi del processo penale del 25% e del 40% per quello civile, l'Italia rischia di non avere non solo i 2,7 miliardi legati alla giustizia, ma l'intera torta di 191 miliardi del recovery Plan. È un allarme lanciato di recente dalla stessa ministra Marta Cartabia e ripetuta in diverse occasione dallo stesso Mario Draghi a tutti i protagonisti del suo esecutivo. Oggi il premier incontrerà Giuseppe Conte per capire fino a dove il nuovo leader dei 5 Stelle intende spingersi. Anche perché il premier e la Guardasigilli hanno ben chiaro che i margini di modifica della riforma Cartabia, proprio perché approvata all'unanimità in Consiglio dei ministri (obtorto collo anche dai grillini), sono minimi, per non dire nulli.
Anche Enrico Letta ora parla di "piccoli cambiamenti". Non vuole certo tornare allo stop della prescrizione introdotta dalla riforma Bonafede. Il segretario del Pd tenta di venire incontro all'alleato con il quale vuole costruire un'alleanza elettorale stabile. Ma di mezzo ci sono il cosiddetto centrodestra di governo ovvero Lega e Forza Italia, e Italia Viva. L'avviso ai naviganti è chiaro: ogni cambiamento, "piccolo o grande che sia", deve ritrovare un accordo con tutti i partiti che sostengono Draghi.
Il leader leghista non ha alcuna intenzione di favorire la corrispondenza di amorosi sensi tra Enrico e Giuseppe. Si sente forte della raccolta delle firme per i sei referendum che sta andando a gonfie vele". "Se raccogliamo un milione di firme saranno gli italiani a dire sì o no alla riforma della giustizia. Sono 30 anni che il Parlamento promette la riforma. Firmare è la cosa giusta perché fidarsi è bene, non fidarsi è meglio", avverte il capo leghista. Per Giulia Bongiorno il superamento della riforma Bonafede non si discute, non si possono mettere le lancette indietro. "Basta con la melina, non possiamo restare ostaggi per sempre dei processi", spiega l'avvocato e senatrice Bongiorno.
Nel centrodestra ovviamente non c'è nessuno che vuole farsi carico delle fibrillazioni della base parlamentare grillina e vengono considerate ridicole alcune proposte che circolano sui tempi della prescrizione, diversificandoli ad esempio in base alla gravità dei reati. Un'altra ipotesi che gira è quella di eliminare l'improcedibilità processuale quando scade il termine e introdurre uno sconto di pena. In sostanza se il processo d'appello supera i due anni, l'imputato ha diritto a una pena più bassa.
Al di là dei tecnicismi, il problema che si troverà di fronte Draghi è tutto politico. Conte, alla sua prima prova da leader di M5S, vuole battere un colpo e raddrizzare almeno la bandiera della giustizia. Ma rischia di trovarsi con il classico cerino tra le dita e un pugno di mosche in mano. A dare fastidio è in particolare la mano tesa di Letta all'ex premier. Enrico Costa di Azione è sarcastico: "Il Pd ha resistito ben una settimana a difesa della riforma Cartabia...".
Al contenuto di questa riforma è fermo Renzi perché ci allontana da "peggior Guardasigilli della storia, Alfonso Bonafede". Ettore Rosato avverte che "se qualcuno vuole minare il lavoro del presidente Draghi si prenderà le sue responsabilità". "Italia Viva - assicura il coordinatore del partito renziano - farà di tutto affinché non solo i contenuti ma anche i tempi di approvazione siano rispettati". E il capogruppo Davide Faraone dice di pensarla come Letta, cioè che la riforma Cartabia è ottima ma può ancora essere migliorata in Parlamento, "naturalmente in direzione contraria a quanto auspica Conte. C'è ancora qualche piccolo residuo giustizialista da limare".
Cerca di gettare l'acqua sul fuoco il sottosegretario alla Giustizia Paolo Sisto di FI. Si augura che, qualora ci fossero "propositi di belligeranza ad oltranza, possano rientrare". Del resto, ricordano i forzisti, la riforma Cartabia è già una mediazione e tornare indietro è davvero molto difficile e pericoloso per la tenuta della maggioranza.
E se poi il Pd dovesse insistere nel dare una sponda a Conte, allora potrebbe succedere che gli alleati-coltelli del centrodestra potrebbero chiedere, in maniera provocatoria, di tornare alla proposta di riforma di Andrea Orlando o a quella simile avanzata dalla commissione ministeriale Lattanzi, che i 5 Stelle non hanno voluto prima della mediazione della ministro Cartabia: sospensione della prescrizione di un anno e mezzo dopo il primo grado e altrettanto dopo l'appello; se non si celebra il processo in questi tempi, riparte la prescrizione conteggiando gli anni spesi inutilmente.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 19 luglio 2021
Oggi il premier vede il leader M5S. Il segretario Pd: il pacchetto Cartabia da approvare entro l'autunno. Pochi giorni. Questo chiede il Pd a Mario Draghi. Pochi giorni per ritoccare la riforma del processo penale e ridefinire i canoni della prescrizione. Per Enrico Letta una scelta che con il passare dei giorni si è fatta obbligata, dopo la protesta dei magistrati, degli alleati del m5S e per i mal di pancia sempre più difficili da nascondere anche tra i democratici. Questa mattina Giuseppe Conte si presenterà all'incontro con Draghi con il sollievo di avere incassato la sponda nel Pd per cambiare la legge della ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il premier e il suo predecessore si vedono per la prima volta dopo la crisi che a febbraio ha portato l'ex banchiere centrale a Palazzo Chigi. Per Conte è anche il primo confronto politico da leader del M5S, pur se non formalmente incaricato. I due sanno che le strade della mediazione possono essere infinite, ma conoscono anche le insidie che si presenteranno immediatamente, appena si renderà possibile riaprire i giochi sulla giustizia.
È il grande timore di Draghi, quello che esporrà oggi a Conte: aprire uno spiraglio di modifica significa spalancare la porta ai veti reciproci, cosa che dilaterebbe i tempi e decreterebbe il rinvio forse definitivo. Forza Italia e Italia Viva sono già sul piede di guerra, pronti a controproporre modifiche che andranno in senso opposto alle richieste sulla prescrizione di 5 Stelle e Pd. "Molto dipenderà da quanto si inasprirà il confronto in Commissione - spiega Carmelo Miceli - noi del Pd siamo consapevoli dell'importanza della riforma e della necessità che tutte le parti in causa debbano rinunciare a qualcosa".
Il Pd asseconderà la battaglia di resistenza del M5S e deve farlo anche perché in ballo c'è il seggio per le suppletive di Siena dove Letta non può permettersi di perdere il sostegno del Movimento. Allo stesso tempo, però, i dem non seguiranno gli alleati fino allo strapiombo. "Sono sicuro che domani sarà una giornata positiva, nella quale si troveranno le giuste soluzioni" ha detto il leader Pd alla vigilia dell'incontro.
Il patto tra Conte e Letta si poggia su una condizione: che i tempi siano celeri. Il segretario dem aveva dato questa garanzia a Draghi e vorrebbe mantenere la parola, anche se ora sposta all'"autunno" il termine per approvare l'intero pacchetto della riforma, che comprende anche il processo civile e il Csm, "perché alla base dei soldi del Pnrr": un modo per guadagnare tempo e aprire alla possibilità di un ulteriore slittamento. Ieri anche la vicepresidente del Senato Anna Rossomando ha detto di "non temere una perdita di tempo, se si tratta di pochi giorni per arrivare alla meta". Bastano interventi mirati: "Non serve smantellare tutto, ma risolvere qualche criticità". "Le soluzioni tecniche ci sono", dice, e "la mediazione deve trovarla il governo e in particolare la ministra Cartabia".
Anche fonti vicine a Conte assicurano che non c'è alcuna volontà di sabotaggio. L'avvocato invita a guardare al modello tedesco e propone sconti di pena contro l'irragionevole durata del processo. Non solo. Nel M5S e nel Pd chiedono di allargare i reati per i quali la tagliola dell'improcedibilità (la prescrizione non più sostanziale ma processuale) interviene più tardi, a tre anni e non a due per l'appello, e a un anno e mezzo e non a uno per la Cassazione.
In alternativa, I grillini non escludono di riesumare il lodo Conte - prescrizione sospesa dopo il primo grado per chi è condannato e non per chi è assolto - che fu ideato a inizio 2020 per scongiurare la crisi che si stava apprestando a scatenare Renzi prima che intervenisse la pandemia. Tra i 5 Stelle c'è anche chi vorrebbe far partire il calcolo dell'improcedibilità del secondo grado non al momento del ricorso ma quando il fascicolo arriva in Corte d'Appello, ma è un'ipotesi che è già stata bocciata al tavolo della maggioranza al ministero della Giustizia.
In realtà le uniche soluzioni possibili sono quelle impossibili, che mettano d'accordo tutti, da Forza Italia ai 5 Stelle. È lo scenario che Draghi delineerà a Conte: il pantano potrebbe rinviare l'approvazione a data da destinarsi, e lo slittamento - altra ipotesi a cui lavorano Partito democratico e Movimento - è l'esito peggiore per il premier. Il capo del governo non si fida. Vuole capire fino a che punto è disposto a spingersi Conte. Se, cioè, si accontenterà di poche modifiche di facciata (per esempio la diversificazione dei tempi in base ai reati) o se davvero è intenzionato a votare contro o ad astenersi, rimanendo comunque al governo ma creando un precedente inaccettabile per il banchiere. La legge passerebbe comunque, ma Draghi potrebbe tornare a minacciare le dimissioni, come ha già fatto con i ministri 5 Stelle per convincerli a dire sì. Sempre che non decida di sfidare a sua volta Conte, mettendo la fiducia sul testo.
di Enrico Deaglio
Il Domani, 19 luglio 2021
L'indagine del presidente della Commissione antimafia regionale smonta tutti i depistaggi sule stragi e riporta alla luce le vere piste d'indagine che nessuno ha mai seguito, dal mercato dell'eroina ai finanziamenti ai partiti.
Era l'ultima speranza per evitare che la più nefasta ignominia della storia giudiziaria italiana si perdesse nell'oblio. E - forse -c'è riuscita, per un pelo. La settimana scorsa sono stati depositati i materiali e le conclusioni dell'inchiesta sui risvolti di carattere nazionale del "depistaggio sul delitto del giudice Borsellino e della sua scorta". L'inchiesta, la seconda sull'argomento, è stata voluta e realizzata da Claudio Fava, presidente della Commissione antimafia dell'assemblea regionale siciliana; si è svolta negli ultimi quattro mesi, con 22 audizioni di persone "informate dei fatti" e l'acquisizione di materiale prezioso, dimenticato non si sa se volutamente o per banale incuria.
(Chi scrive questo articolo ha avuto l'onore di essere chiamato a partecipare ai lavori come consulente, per aver seguito la vicenda - in solitudine, purtroppo - da almeno un ventennio). Stiamo parlando di fatti avvenuti 29 anni fa, tuttora avvolti nel mistero e nell'omertà delle più alte istituzioni statali; fatti che però contribuirono a cambiare il corso della storia italiana (sicuramente in peggio). Il giudice Paolo Borsellino venne ucciso a Palermo la domenica 19 luglio 1992, 57 giorni dopo il suo amico Giovanni Falcone. Le due stragi, vere e proprie azioni di guerra, attribuite a Cosa nostra, non hanno precedenti, né seguenti, in Europa. Non corrispondono solo alla volontà di uccidere due nemici, quanto di terrorizzare un'intera nazione: un'autostrada e un palazzo fatti saltare in aria; tre magistrati e otto poliziotti uccisi, cinque feriti. In queste azioni di guerra Cosa nostra non ebbe una sola perdita, né un intoppo nella loro realizzazione. Lo stato non se lo aspettava, ma subito dopo mandò l'esercito in Sicilia e instaurò il 41 bis nelle carceri, dove vennero trasferiti centinaia di boss.
A gennaio 1993 venne arrestato "il capo dei capi" Riina, presentato come il responsabile di tutto, ma per tutto l'anno si susseguirono attentati dinamitardi ed uccisioni che fecero pensare che l'Italia fosse sull'orlo di un colpo di stato. Nel marzo del 1994, alle elezioni politiche, invece della sinistra, candidata favorita e molto impegnata sul tema della lotta alla mafia, vinse la Forza Italia di Silvio Berlusconi che certo non aveva la lotta alla mafia nella sua agenda.
La pista Scarantino - A luglio 1994, con grande clamore, il procuratore di Caltanissetta annunciò che il delitto Borsellino era risolto: era stato Vincenzo Scarantino, uno scimunito di quartiere, insieme ad un'accolita di poveracci a fare tutto. Solo quindici anni dopo - casualmente, o forse perché ormai i tempi erano maturi? - si seppe che era tutto falso, e una dozzina di innocenti fu liberata (in silenzio, però). Ancora oggi non si sa chi ha ucciso Borsellino; e naturalmente non si sa (meglio: non si vuole sapere) perché sia stata organizzata la falsa pista.
Ci sono, in verità, processi in corso, a carico di poliziotti che "gestirono" il pentito Scarantino (ovvero autorizzarono le torture cui fu sottoposto, insieme ai suoi correi), ma sono minuzie e con ogni probabilità finiranno in niente. In 29 anni, da parte della magistratura che ha diretto, avallato o coperto il depistaggio non si è mai alzata una voce per denunciare lo scandalo. Piuttosto, molte carriere - e non piccole - si sono costruite su quell'inganno. Ma veniamo al lavoro della "commissione Fava".
Da una parte si è dedicata, con le testimonianze di importanti testimoni dell'epoca: ministri, magistrati, membri del Csm, a ricostruire la catena di comando che portò al depistaggio. Che andò così: le indagini, fin dalla sera del delitto, vennero affidate dal capo della polizia Parisi ai servizi segreti (Sisde) nella persona di Bruno Contrada; procedura contro la legge. Poi - per decisione del governo nazionale - al capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera (anch'egli membro dei servizi), estromettendo i più valenti investigatori, peraltro collaboratori stretti di Falcone e Borsellino. Si trattò, nei fatti, di un "colpo di stato" all'interno delle indagini.
La Barbera usò metodi "sudamericani" (in una eccezionale testimonianza, il detenuto Vincenzo Pipino li ha raccontati, con tanto di particolari grotteschi), riuscì a subornare magistrati che si occupavano del caso, e soprattutto eliminò dalla scena tutte le piste alternative. E dire che queste erano cospicue. La Commissione Fava, per esempio, ha riportato alla luce un rapporto della Dia (allora direttore Pippo Micalizio) di inquadramento generale della stagione delle stragi, che venne inviato a tutte le procure interessate all'inizio del 1994.
Il testo fa venire i brividi ancora adesso, perché la strategia di Cosa nostra viene inserita (con una quantità notevole di fonti di prova) all'interno di una strategia "economica e finanziaria" tesa a cambiare il volto del nostro paese. Si parla di nuovi partiti da costruire, delle trame massoniche e di quelle leghiste, dei collegamenti stretti tra mafia e servizi segreti e soprattutto della "finanziarizzazione" dell'industria dell'eroina di cui la mafia siciliana era all'epoca monopolista. Lo scenario è tanto realistico quanto pauroso: i soldi dell'eroina avevano conquistato l'economia italiana. Falcone e Borsellino furono uccisi perché l'avevano capito.
Il passato che non passa - Perché questa pista investigativa non fu seguita? Perché, per almeno dieci anni, tutte le istituzioni (dalla procura nazionale antimafia, alle Dda, al Csm, alla politica) bocciarono questa interpretazione? Lo dirà - chissà, tra un secolo? - la famosa Storia. Per adesso si può solo dire che il piccolo commissario La Barbera, il piccolo procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra (ambedue morti) furono funzionali a che la storia prendesse un altro corso. Solo gli ingenui sperano che ci sia un "pentito" tra i magistrati che hanno assistito allo scempio, in vita e in morte, di Paolo Borsellino. (Tra le audizioni è stata particolarmente drammatica quella di Bruno Contrada, un lucidissimo 92enne dal volto scavato, un Re Lear gentile; Contrada fu il dirigente del Sisde prima nominato dominus dell'indagine Borsellino e poi arrestato nel dicembre 1992, protagonista di una trentennale vicenda giudiziaria da cui è uscito assolto).
Tutte queste storie del secolo scorso possono risultare attraenti quanto le colpe degli ammiragli del Savoia alla battaglia di Lissa (1866) su cui si appassionarono i nostri bisnonni, ma forse questa volta è diverso. Durante i lavori della commissione, ci si è imbattuti nel passato che non passa. Era infatti stato pubblicato un libro importante, in cui si diceva finalmente la verità sul delitto Borsellino.
Michele Santoro (e chi non lo ricorda?) aveva raccolto le confessioni di Maurizio Avola, un killer catanese, chiacchierino da trent'anni, considerato un fanfarone, sedicente autore di 80 omicidi. Si era dimenticato il più importante; e infatti confida a Santoro che l'omicidio Borsellino l'ha fatto lui! È una cosa ridicola, con particolari da film di serie C: ero vestito da poliziotto, eravamo pronti anche con i bazooka - che Avola aveva cercato già di smerciare, ma Santoro ci casca con tutti due i piedi. Non solo, ma va in tutte le televisioni a dire che lui ha scoperto finalmente la verità, e fa me culpa per aver sospettato che ci potesse essere lo zampino di Berlusconi o addirittura lo stato.... No, no, credetemi! implora Santoro. È stata solo la mafia, me l'ha detto Avola!
La testimonianza di Avola - Ricorderò per un bel po' la testimonianza alla Commissione Fava dell'agente di polizia Antonio Vullo, l'unico scampato alla strage di via D'Amelio. Spiegò che tutto quello che raccontava Avola era falso, perché lui era lì, aveva visto, sapeva, conosceva metro per metro quella scena, il prima, il durante e il dopo, aveva visto la morte in faccia, era tornato innumerevoli volte a ricordare i suoi colleghi uccisi.
Ma l'agente Vullo, in 29 anni, non era mai stato sentito. Avola mentiva, era chiaro. Come Scarantino trent'anni fa. Ma lo scimunito Scarantino, oggi si sa, fin nei minimi dettagli, era stato imbeccato, preparato, torturato per giocare quella parte così importante. Oggi, chi imbecca quel vecchio arnese di Maurizio Avola? Perché? Perché questo depistaggio è eterno? Che cosa c'è di così pauroso, di così indicibile nel delitto Borsellino? Oggi ci saranno le celebrazioni rituali del 19 luglio 1992. Nessuno saprà cosa dire.
(La relazione, le appendici, le conclusioni della Commissione sono pubbliche e richiedibili presso l'Assemblea regionale siciliana).
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 19 luglio 2021
Mario Draghi vuole capire cosa c'è dietro agli slogan. Cosa si nasconde, dietro al gioco al rialzo di Giuseppe Conte sulla riforma della giustizia. Così, nell'incontro di stamattina a Palazzo Chigi - il primo dal rito del passaggio della campanella - il premier inviterà subito il suo predecessore a scoprire le carte.
Il leader in pectore del Movimento dovrà dire se intende essere la guida di un partito che fa convintamente parte del governo, o se ha deciso - per una questione elettorale interna - di mettersi a capo di una forza politica di opposizione. Perché le dichiarazioni di queste ore, una al giorno da quando l'ex presidente del Consiglio ha sconfessato il lavoro dei suoi stessi ministri, non sembrano andare tanto nella prima direzione, quanto nella seconda.
Non si tratta di un'impuntatura, per il premier, ma di un ragionamento preciso: approvare la prima parte della riforma della Giustizia prima della pausa estiva almeno in un ramo del Parlamento significa dare un messaggio all'Europa: l'Italia non rallenta, è capace di rispettare gli impegni presi nei tempi previsti. A settembre, ci sarà ancora da mettere mano alla riforma del Consiglio superiore della magistratura e a quella del processo civile, sempre con l'assillo dei tempi da rendere più giusti e ragionevoli.
È per questo che ogni intento dilatorio somiglia, per Draghi, a una sorta di boicottaggio. "Il governo è qui per fare le cose, se i partiti non lo mettono più in condizioni di farle, è un problema molto grosso". Questo il ragionamento fatto nell'inner circle del capo del governo. Queste le ragioni che lo porteranno a parlare molto apertamente con Conte. E a interrogarlo con assoluta franchezza.
Se l'obiettivo è apportare al testo dei miglioramenti che garantiscano alle procure di non veder annullati interi processi per reati gravissimi, come sostiene una nutrita parte dei 5 stelle, qualche modifica si può sempre fare. Con un lavoro blindato in aula e in commissione e la promessa di non alimentare tensioni ulteriori. Ma Draghi non ha davanti solo Conte: alla porta c'è Forza Italia, pronta a presentare 50 emendamenti che smantellerebbero gran parte del lavoro fatto.
Per non parlare della Lega, che non vorrà essere da meno. Quindi se anche il Pd - come ha fatto capire Enrico Letta nell'intervista a Repubblica - è pronto a dare una mano, c'è il resto della maggioranza da sedare e convincere. E non è stato facile già la prima volta. Molto, moltissimo, dipenderà dall'atteggiamento del futuro presidente del Movimento 5 stelle. Draghi ha tutto l'interesse a instaurare con lui lo stesso rapporto di collaborazione che ha stabilito con gli altri leader di partito, che finora - davanti al momento delle scelte, anche delle più complicate - non si sono mai messi di traverso. Se potrà fare delle concessioni di merito le farà, se si troverà davanti a un atteggiamento pregiudiziale e ideologico, però, non esiterà ad andare avanti mettendo la fiducia sul testo una volta in aula. E provando a forzare dove la persuasione non sarà arrivata. I ministri M5S hanno finora agito in piena concordanza col governo. Hanno trattato quando c'era da farlo, ma non hanno mai messo in dubbio la permanenza del Movimento in un esecutivo in cui sono entrati convintamente. A costo di perdere pezzi, da Nicola Morra a Barbara Lezzi al Senato. Seguendo la strada indicata alle consultazioni col premier dal loro fondatore Beppe Grillo.
Se Conte vorrà imprimere ai suoi 5 stelle una direzione diversa, nel nome di battaglie storiche da difendere e promesse da mantenere, si vedrà subito, a questo primo tornante. Potrà cercare una mediazione che accontenti una maggioranza tanto ampia da contenere, sulla giustizia e non solo, visioni opposte. O potrà tentare di strappare modifiche talmente grandi da rischiare di costringere il governo a far passare la riforma senza i voti 5 stelle.
"Se accadesse una cosa del genere - dice un ministro grillino ben consapevole della partita - bisogna che tutti capiamo quale sarà l'esito: il governo cadrebbe e ci sarebbe il rischio di andare al voto anticipato". Perché a differenza di Conte, definito ai tempi di Chigi "il temporeggiatore", se c'è una cosa che Draghi non intende concedere ai partiti che hanno scelto di sostenere il suo governo è proprio il tempo.
Tempo per arrivare al semestre bianco e agire con ancor più irrequietezza. Tempo per le loro campagne elettorali e i loro distinguo. "Se non approviamo presto le riforme legate al Pnrr l'Italia andrà incontro a problemi enormi e qualcuno dovrà assumersene la responsabilità". Questa la linea dettata da Draghi solo pochi giorni fa. Quella che oggi chiarirà a Giuseppe Conte, senza mezze misure,
di Francesco La Licata
La Stampa, 19 luglio 2021
Le indagini sul mondo del grande capitalismo. Il giudice martire sapeva di rischiare la vita, ma non si fermò. Le stragi mafiose in Sicilia, quella del 19 luglio 1992 che sterminò il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, e la precedente, del 23 maggio, che massacrò Giovanni Falcone insieme con la moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi che li proteggevano, rappresentano - ancora oggi a quasi trent'anni di distanza - la più grave perdita che il paese abbia subìto dopo la tragedia della guerra mondiale.
Una perdita resa ancora più incolmabile dall'assenza di verità e giustizia che concorre ad acuire il dolore dei familiari, privati del giusto risarcimento, e dei tanti cittadini onesti che non si rassegnano a "non sapere" ciò che accadde all'inizio degli Anni Novanta in Italia. Già, non soltanto nella periferica e bizzarra Sicilia, dove può accadere tutto e il contrario di tutto, ma nell'intera Nazione. Perché ciò che è avvenuto nell'Isola (ormai solo chi non vuol vedere non vede e capisce) ha origini molto meno anguste della patria di Cosa nostra.
Paolo Borsellino è stato ucciso dalla mafia e questo è assodato. Ma tre decenni di indagini, rivelazioni di pentiti (buoni e inaffidabili), certezze giudiziarie e dubbi sostenuti dalla logica, tre decenni di depistaggi - alcuni sfrontatamente ostentati - ci dicono che dietro la macchina da guerra diretta da Totò Riina c'era (e forse c'è ancora) un mondo contaminato che si nasconde dietro la patina della politica e degli interessi economici nazionali e transazionali che toccano le inviolabili stanze dei soldi, tanti soldi: il "gioco grande", per dirla con le parole con cui Giovanni Falcone descriveva la trappola in cui si era cacciato mentre cercava di superare i ristretti limiti di una mafia rozza per entrare nel bel mondo delle grandi fortune, dei grandi appalti e dei finanziamenti pubblici.
Cosa nostra non aveva interesse a riproporre, dopo appena 57 giorni, la sceneggiatura di Capaci. Un replay che le avrebbe portato pochi vantaggi e un mare di guai, in termini di repressione e di carcere per i propri affiliati. E tuttavia, raccontano i pentiti, Riina si assume la responsabilità per intero e ordina: "Borsellino si deve fare e basta". Come se fosse intervenuto qualcosa di esterno e di nuovo a spingere per il "secondo colpo" e addirittura a pretendere un'accelerazione, come se il tempo giocasse contro gli interessi non di Cosa nostra (che è abituata ai tempi biblici e alla vendetta come piatto servito "freddo") ma di qualcuno che guardava un po' più lontano.
Paolo Borsellino non è stato ucciso per vendetta, o quantomeno non solo per vendetta, movente che potrebbe essere stato invocato da Riina per dare soddisfazione al suo popolo e per nasconderne un altro più vero: la prevenzione. Borsellino andava fermato perché si era avvicinato al vaso di Pandora ed aveva capito il vero motivo per cui era stato ucciso il suo amico Giovanni Falcone. Lo affermò chiaramente nell'ultima uscita pubblica, nell'atrio di Casa Professa: "Io sono testimone - disse - e ho il dovere di riferire all'autorità giudiziaria". Purtroppo non fece in tempo, perché il giudice che avrebbe dovuto interrogarlo non lo chiamò mai. E a quanti, cronisti compresi, gli suggerivano di andare via e salvarsi, rispondeva: "Non posso, lo devo a Giovanni Falcone e ai tanti cittadini che hanno creduto e credono in noi". Per questo si può parlare del giudice come di un martire: sapeva che andava a morire ma non ha valuto tradire la propria coscienza e il proprio dovere etico e morale.
Qualcuno guidò e utilizzò la protervia mafiosa, qualcuno che non aveva in tasca la tessera di Cosa nostra e proteggeva segreti tanto grandi da poter dire di agire nell'interesse nazionale. Paolo Borsellino aveva intrapreso la strada che portava ai grandi appalti e al grande capitalismo. Aveva chiesto ai carabinieri di riesumare il dossier intitolato "Mafia e appalti" che, apprendiamo, altro non era che il prologo di una inchiesta che avrebbe portato direttamente alla Tangentopoli milanese, esplosa quasi in contemporanea con lo stragismo mafioso e chiusa con il crollo della Prima Repubblica e con la destabilizzazione del Parlamento.
Quel dossier rappresentava forse la miccia adatta per innescare una bomba nel mondo politico, economico e finanziario. Dice oggi Antonio Di Pietro, che Tangentopoli la conosce bene: "Prima di noi di Milano, il sistema corrotto della spartizione degli appalti e delle tangenti per il finanziamento della politica lo aveva scoperto il pool antimafia di Palermo. Falcone ci aiutò per le rogatorie internazionali e ricordo che aveva le idee chiare". Borsellino, quindi, rappresentava un pericolo per la stabilità politica del paese. Questo potrebbe spiegare la fretta e la determinazione nell'approntare l'attentato di via D'Amelio. E potrebbe spiegare la grande attività depistatoria del dopostrage (dall'agenda scomparsa al falso pentito Scarantino "inventato" istituzionalmente per collocare saldamente la strage dentro un movente esclusivamente mafioso), che non si è mai fermata e continua ad avere risultati altalenanti nei vari gradi degli infiniti processi.
E probabilmente la strategia del muro di gomma avrebbe avuto risultati ancora più vincenti se le vicende di Borsellino e Falcone non fossero state supportate dall'ostinato impegno delle famiglie dei due giudici che, senza indietreggiare di un passo e sempre nel rispetto delle regole istituzionali, hanno eretto delle vere e proprie dighe in difesa della memoria dei loro cari e in difesa del diritto ad ottenere verità e giustizia come risarcimento per le loro perdite. Commovente e, nello stesso tempo, lucida l'analisi di Fiammetta Borsellino nella sua requisitoria contro i tentativi di insabbiamento giudiziario. Con parole semplici ricorda che se il depistaggio su Scarantino viene considerato dalla stessa magistratura "il più grande della storia giudiziaria recente" ci deve essere una spiegazione a questa ferita, "ci devono spiegare perché le istituzioni si comportarono in modo così poco istituzionale". Forse perché aveva appena avuto inizio il tentativo di approccio, la famigerata trattativa con Cosa nostra? Ma questo è un altro capitolo della triste storia della lotta alla mafia.
di Giuseppe Alberto Falci
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
L'ex premier: "Non accetteremo che siano cancellate, no all'impunità". E sul reddito: "Qualcuno oggi per interessi di bottega vorrebbe cancellarlo, ma non è la strada per aiutare gli italiani. Piuttosto miglioriamolo". Alle sei e trenta del pomeriggio, puntale come un orologio svizzero, Giuseppe Conte si presenta sui social per tratteggiare il nuovo corso dei 5 Stelle. E, dunque, per annunciare la votazione dello Statuto e della Carta dei valori. Indossa già i panni del presidente in pectore di un Movimento che, per dirla con le sue parole, "riparte con slancio e nuova forza". È vero, ammette, "sono stati mesi difficili", "di smarrimento".
Da ora in avanti, però, il Movimento farà sentire il suo peso all'interno del governo di Mario Draghi. E lo farà di certo lunedì quando varcherà l'ingresso di Palazzo Chigi per un faccia con l'ex presidente della Bce. L'"avvocato del popolo" è già pronto e lancia una serie di messaggi bellicosi all'indirizzo del governo: "Non accetteremo che le nostre riforme siano cancellate". Conte si riferisce al reddito di cittadinanza, un totem per i 5 Stelle: "Qualcuno oggi per interessi di bottega vorrebbe cancellarlo, ma non è la strada per aiutare gli italiani. Piuttosto miglioriamolo".
E poi si riferisce alla riforma della giustizia, oggetto della contesa tra Palazzo Chigi e la galassia pentastellata. Non a caso si schiera con chi oggi, nel M5S, non intende accettare la mediazione che ha portato alla riforma Cartabia. Rivendica quindi l'approvazione della legge Spazza-corrotti e manda un altro avvertimento sulla riforma della prescrizione: "Siamo quelli che vogliono processi veloci ma non accetteremo mai che vengano introdotte soglie di impunità e venga negata giustizia alle vittime dei reati. Non accetteremo mai che il processo penale per il crollo del ponte Morandi possa rischiare l'estinzione".
Insomma, è un Conte che non recede sui valori identitari del Movimento, che cita solo una volta Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, e che in un passaggio sottolinea un aspetto che lo riguarda. "Nello statuto troverete quelle che considero le basi per rilanciare la nostra azione comune: la piena agibilità politica del presidente del Movimento, una chiara separazione fra ruoli di garanzia e quelli di indirizzo politico". Tradotto, l'ex premier sembra voler dire che è finita la stagione della diarchia. Eppure leggendo lo Statuto si scopre che "la consultazione in Rete per la conferma della sfiducia al Presidente è indetta senza indugio dal Garante". Sia come sia, guarda avanti l'ex premier, promette che non mollerà di un centimetro, che crede in questa comunità e che girerà tutto lo Stivale mettendo al centro i cittadini. Spazio dunque ai forum territoriali, alla scuola di formazione, non abbandonando "la lotta agli sprechi e ai privilegi, la lotta alle disuguaglianze".
Il suo Movimento mira ad essere un contenitore interclassista: si rivolgerà al mondo delle imprese, a quel ceto medio "che oggi fatica ad arrivare a fine mese", senza dimenticare gli ultimi. Fondamentale però sarà "essere uniti e tanti". Infine, ecco l'appello ai vecchi e ai nuovi iscritti: "Fateci sentire il vostro calore e il vostro sostegno".
Ma prima di entrare nell'era Conte, dovranno essere approvate le modifiche statutarie. Vito Crimi, in qualità di presidente del comitato di garanzia, ha convocato l'assemblea degli iscritti "dalle ore 10 alle ore 22 dei giorni 2 e 3 agosto in prima convocazione e dalle ore 10 alle ore 22 dei giorni 5 e 6 agosto in seconda convocazione". Dopodiché sempre l'assemblea sarà chiamata a votare per l'elezione del presidente, "indicato dal Garante, Beppe Grillo, nella persona del professor Giuseppe Conte".
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