di Rosalba Teodosio
agenfood.it, 11 dicembre 2021
Oscar La Rosa, proprietario del locale "Vale la pena", è dottore in Scienze Politiche dal 2017, con una tesi dal titolo "La rieducazione del detenuto attraverso il lavoro in carcere". Un'informazione, questa, che non solo è indispensabile per capire il percorso dell'imprenditore 34enne, ma è la prima che si riceve entrando nel locale di via Eurialo 22, a Roma, tra l'Appia e la Tuscolana.
La prima informazione, insieme ad altre mille scritte ovunque sulle pareti di gesso. "Ogni cosa prodotta in carcere ha un valore aggiunto, quello del riscatto sociale e della scommessa su se stessi, è un prodotto di qualità e valori". "Chi sconta la pena in carcere ci torna 70 volte su 100. Chi è inserito in progetti lavorativi ci torna solo 2 volte su 100". "Carcere è l'anagramma di cercare". "Nun ve fate beve, ve famo beve noi". "I prodotti dell'Economia Carceraria sono buoni e di qualità, perché fatti con orgoglio da persone che con essi correggono traiettorie di vita diminuendo recidiva e reati". "Birre ad alto contenuto di valori".
La storia di "Vale la pena" è la storia di uno studente che si iscrive tardi all'università, dopo aver lavorato per anni come manager nel settore culturale, ancora giovanissimo. E che all'improvviso, a 25 anni, sente il bisogno di riappropriarsi del suo tempo, investendo su se stesso e sullo studio. Si iscrive all'università e per cinque anni, pur essendo romano, vive insieme ai fuorisede la vita studentesca, notte e giorno. È proprio alla Luiss, grazie a una casuale esperienza di volontariato presso l'associazione "Semi di libertà", che conosce il sistema carcere e le persone "dietro le sbarre".
Oscar, come nasce "Vale la pena"?
Nasce da un progetto avviato dall'Associazione "Semi di libertà" nel 2014, con l'obiettivo di contrastare la recidiva, ovvero evitare che, quando escono dal carcere, le persone tornino a commettere reati. Esistono vari strumenti, uno dei principali è il lavoro: professionalizzare le persone. "Semi di libertà" decide quindi di dar vita a un micro birrificio all'interno dell'istituto agrario Sereni in zona Bufalotta, dove coinvolgere i ragazzi di Rebibbia. Nasce così la birra "Vale la pena", che dà il nome anche al pub aperto l'11 ottobre nel 2018. Il birrificio purtroppo chiuderà dopo poco, ma il pub è rimasto in piedi e si è rinnovato dopo essere stato acquisito da "Economia Carceraria", che ho fondato insieme a Paolo Strano e che ha come mission la valorizzazione, la vendita e la diffusione di prodotti artigianali realizzati in carcere. "Vale la pena" oggi dà voce a tutto questo.
Di quali prodotti parliamo?
Non solo di birra, parliamo di una serie di produzioni gastronomiche ma anche tessili che vengono realizzate da cooperative sparse su tutto il territorio nazionale, in varie carceri dal Piemonte alla Sicilia alla Puglia. I prodotti sono strettamente connessi al territorio: taralli pugliesi, pasta siciliana, caffè, frutta secca, confetture, miele... Oggi rappresentiamo circa 25 cooperative legate a questo mondo. Era importante per noi avere un luogo fisico dove le persone potessero degustare questi prodotti e "Vale la pena" è questo, anche se con l'avvento del covid abbiamo investito nel commercio elettronico, dando così la possibilità di acquistare attraverso il nostro sito (www.economicarceraria.com). Diamo la possibilità di comporre confezioni regalo con prodotti a scelta.
Come ti sei finanziato inizialmente?
Ho iniziato con il microcredito, Unicredit infatti ci ha concesso un prestito di ventimila euro.
In quanti lavorate a "Vale la pena"?
Siamo in 4, e con noi c'è un ragazzo che si trova in esecuzione penale esterna, che ci è stato "affidato". Siamo riusciti a fargli ottenere un corso di due mesi da bar-tender offerto gratuitamente da Bacardi, che abitualmente seleziona ragazzi con difficoltà economica o con disagio sociale e li forma. Un importante passo verso il mondo del lavoro.
Cosa vuol dire per te lavoro?
Sono convinto che il lavoro debba avere due requisiti fondamentali: deve avere una retribuzione e, come insegna la Costituzione, deve partecipare al progresso materiale o spirituale della società. Se intendi il lavoro come servizio alla società e se sei capace di trasmettere questo concetto anche, per esempio, a un tossicodipendente, allora gli dai il via per una riflessione profonda su come lui si pone nei confronti della società. Prima di questa esperienza, io ero certo che il lavoro fosse l'unico strumento di reinserimento, l'unica possibilità di abbattere tutti i mali sociali. In questi anni ho incontrato però ragazzi per i quali il lavoro, inteso come lo intendiamo noi e cioè essenzialmente retribuito, non è la scelta migliore in quel particolare momento della loro vita. Queste però sono riflessioni che riesci a fare solo dopo quattro anni di lotta giornaliera sul campo.
Cosa ti dà questo lavoro?
Mi dà la storia delle persone, mi dà la possibilità di aiutare gli altri e di lavorare al servizio della società.
Cosa dai tu alla società?
Do pochissimo. Quello che vorrei dare e che sto provando a dare è una seconda possibilità alle persone che si trovano in carcere, una società più sicura, con meno reati, un progresso nel sistema della pena, un incentivo alle imprese ad aprire gli occhi nei luoghi dove pensiamo che non ci sia potenziale. In carcere c'è potenziale. Io sono una sola persona, sono pochissimo, ma aiutando 25 cooperative a vendere prodotti consentirò a loro di aumentare il fatturato e quindi di assumere altri detenuti.
Ci sono progetti in fase di realizzazione?
Stiamo per dare vita a un bollino di certificazione: PEC, Prodotto in Economia Carceraria. Vuol dire che in quel prodotto c'è il lavoro di persone che si trovano in esecuzione penale, che stanno affrontando una pena, dentro o fuori dal carcere.
Quello che fai oggi è quello che hai sempre sognato di fare?
No, non avevo dei progetti particolari. Ma se oggi mi guardo indietro riesco a mettere insieme tutti i puntini e a tracciare un disegno, tutte le casualità, tutte le persone, gli incontri che mi hanno portato fin qui. La tesi lì all'ingresso non è messa per vanità, ma per mostrare che davvero si può realizzare ciò in cui si crede, fare ciò per cui si studia.
di Zita Dazzi
La Repubblica, 11 dicembre 2021
Prima spacciavano, rubavano, alcuni si sono macchiati anche di delitti molto gravi. Oggi stanno imparando a fare i panettieri e i pasticceri, e i panettoni che producono dentro al carcere minorile Beccaria vengono venduti in un negozio normale per finanziare altri progetti di reinserimento sociale dei giovani detenuti.
È questa la filosofia del progetto "Buoni Dentro" nato nel 2011 in via sperimentale all'interno dell'Istituto Penale Minorile Beccaria in via dei Calchi Taeggi, a Milano. Fra i tanti volontari che entravano in carcere a insegnare un mestiere per salvarsi la vita, c'erano anche artigiani della panificazione e dal 2014 in collaborazione con la Società Agricola Cooperativa Sociale - Cascina Nibai, nasce proprio un laboratorio interno con un mastro fornaio che ha formato con la decine di ragazzi e avviato una produzione in grande stile.
L'anno dopo in piazza Bettini (vicino a Bande Nere) nasce anche il forno di quartiere dei Buoni Dentro, con ragazzi dell'Ipm ammessi al lavoro esterno che stanno dietro al bancone. Il laboratorio interno all'IPM è portato avanti quotidianamente da Lorenzo Belverato, che a gennaio compie 76 anni, socio fondatore e mastro panificatore in pensione e da Paride (70 anni, pasticcere in pensione che ogni giorno viene da Brescia, a titolo gratuito.
Anche quest'anno la magia si ripete e i panettoni sono pronti alla vendita in piazza Bettini, con quattro ospiti del Beccaria che si occupano di tutte le fasi della produzione e della vendita. Dopo lo stop fra il 2020 e il 2021, l'anno peggiore della pandemia, ora si riparte con l'ampliamento dell'offerta commerciale (in particolare con la pasticceria da forno e la biscotteria).
"Non assumiamo persone per produrre pane, produciamo pane per creare occupazione" non è solo il nostro motto, è il principio che ha ispirato la costituzione della cooperativa sociale perché sostenere i giovani adulti vuol dire anche e soprattutto cercare di dar loro un'opportunità concreta di reinserimento sociale che non può avvenire se non si ha un lavoro, spiega Lorenzo Belverato, che ogni giorno entra al Beccaria per coordinare le attività produttive.
"Lavoriamo tutti insieme con l'obiettivo di contribuire, anche in piccolissima parte, alla costruzione di una società più giusta e più inclusiva. Crediamo profondamente nella solidarietà e nella necessità di aiutare gli altri, senza giudicare, sapendo anche che il riscatto passa dalla consapevolezza", aggiunge. Marco Fiorencis, socio fondatore e presidente dei Buoni Dentro. Fra tanti panettoni, sicuramente questi sono più "buoni" di altri.
Corriere Torino, 11 dicembre 2021
"Al Sestante ci sono ancora sei detenuti che aspettano di uscire o essere riassegnati. Queste persone hanno diritto a un percorso detentivo che sia davvero rieducativo e capace di garantire un pieno reinserimento nella società attraverso il lavoro, formazione e, ogni volta che si può, misure alternative al carcere. Quella struttura è un problema nel problema: la ristrutturazione, che dovrebbe porre fine alla vergogna dei bagni a vista, è un passaggio necessario, ma non risolverà l'ingiustizia di tenere rinchiuse persone che avrebbero bisogno di una diversa gestione del loro disagio psichico".
A parlare è Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Uguali Verdi che da anni visita le carceri piemontesi nell'ambito del percorso che ha chiamato "codice a sbarre" e che ieri mattina è stato all'interno delle sezioni 7 e 8 (psichiatriche) del carcere Lorusso e Cutugno. "Come tutte e tutti noi, i detenuti hanno diritto a ogni cura sanitaria, psichiatrica e di assistenza, oltre a mantenere i legami con il mondo fuori grazie a percorsi d'inserimento a fine pena". (s.d.c.)
milanotoday.it, 11 dicembre 2021
La visita alle celle della senatrice del Movimento 5 Stelle, Simona Nocerino. Stranieri non seguiti una volta scarcerati, le lunghe attese per le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza per gli autori di reato affetti da fragilità mentale. Sono questi alcuni dei problemi che emergono dalla visita al carcere di San Vittore di Milano della senatrice del Movimento 5 Stelle, Simona Nocerino. Accompagnata dal direttore della struttura Giacinto Siciliano, dal Garante dei detenuti della Regione Lombardia, Alberico De Vecchi e dal comandante della polizia penitenziaria, Manuela Federico, la senatrice venerdì ha visitato il penitenziario.
"Fra i problemi più spinosi che mi sono stati evidenziati - ha spiegato in una nota - uno riguarda la presenza di molti stranieri che, una volta usciti dal carcere dopo brevi periodi di detenzione, tornano a delinquere perché per lo Stato non esistono dal punto di vista anagrafico e, quindi, non viene attivato un vero e percorso di riabilitazione e reinserimento sociale per queste persone".
"Inoltre, all'interno della casa circondariale, si registrano problemi dovuti alla carenza di medici, specie per quanto riguarda la cura dei detenuti con problemi psichici. A questo si lega la questione relativa alle Rems, le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza per gli autori di reato affetti da fragilità mentale. Ci sono, infatti, liste di attesa lunghissime per accedere a queste particolari strutture sanitarie che accolgono questi soggetti, i quali necessitano di un percorso molto particolare e che, purtroppo, nelle more rimangono collocate in carcere, aggravando così anche i problemi connessi al sovraffollamento", spiega.
"Ringrazio la polizia penitenziaria e tutto il personale penitenziario per il grande lavoro che quotidianamente portano avanti con grande umanità e che è stato ulteriormente complicato dalla pandemia, supplendo anche a delle mancanze che possono esserci nella struttura. Mi farò portavoce delle problematiche e delle criticità che mi sono state evidenziate - promette Nocerino - e a breve presenterò una interrogazione al ministero della Giustizia, per porre l'attenzione, in particolare, sulla carenza di medici e sulle Rems".
di Luca Centini
Il Tirreno, 11 dicembre 2021
"Pur tra tante difficoltà, in un periodo così problematico a causa dell'emergenza sanitaria, con la chiusura di ogni spazio di libertà faticosamente vissuto specie in carcere, il laboratorio teatrale "Il carro di Tespi" ce l'ha fatta a presentare il suo spettacolo, preparato con l'impegno di un anno e mezzo". Così Licia Baldi, presidente dell'associazione Dialogo "volontariato" carcere, commenta lo spettacolo teatrale in scena sabato scorso nella Casa di reclusione "De Santis" di Porto Azzurro. Sul palco 13 detenuti attori e cinque studenti della seconda A dell'indirizzo Mat. dell'istituto professionale piombinese che hanno presentato una rilettura della storia di Caino e Abele preparata sia on- line e in parte in presenza.
"Pochi gli spettatori, ma ne è valsa la pena e speriamo in una replica - commenta Baldi -. Sul palco, tutti bravi e impegnati a rendersi utili e a collaborare per comunicare sentimenti, emozioni, riflessioni profonde. Alla domanda del Dio biblico: "Caino, dov'è tuo fratello?". Caino risponde: "Sono forse io il custode di mio fratello?". Ebbene oggi Dio potrebbe chiedere: "Dov'è tuo fratello Omar che hai lasciato morire annegato nel Mediterraneo?". Questa riflessione, questa domanda è il filo conduttore della rilettura del brano biblico, alla luce della paura, che oggi respinge i migranti e li lascia morire in mare o di fame e di freddo ai confini d'Europa".
"In una lettera aperta di Bruno Pistocchi, letta prima dell'inizio dello spettacolo, si auspicano ponti e non muri - prosegue la professoressa -. Un ponte invisibile ma incrollabile la nostra Associazione di volontariato, anche e specialmente attraverso il Progetto Teatro, ha sempre cercato di costruire per unire il dentro al fuori e per non permettere che trionfi la mentalità dello scarto, ma piuttosto la volontà di recuperare chi ha sbagliato, anche gravemente, in nome di quella fraternità che ci dovrebbe accomunare e di quella pagina di autentica civiltà scritta nella nostra costituzione". "Un plauso - conclude Baldi - alla professoressa Manola Scali, alla sua collaboratrice Valentina Parrini, a Daniele Pistocchi e Valentina Cantini per gli intermezzi musicali e agli studenti Lorenzo Laudisio e Alessia Carli. E un applauso meritato ai giovani studenti, a tutti gli attori, lettori e aiutanti di scena, al professor Lorenzo Favilli, alla dirigente scolastica, Sabrina Zottola e a Gabriella Raimo".
di Annalisa Vella
informatorevigevanese.it, 11 dicembre 2021
In scena una detenuta della Casa di reclusione di Vigevano e l'attrice Sonia Barbic. "Benedetta" è stato rappresentato al Festival di Castrovillari, al teatro Palladium di Roma, a Verona, Pavia, Torino e al teatro Elfo Puccini di Milano. Il direttore artistico dell'Elfo, Elio De Capitani, aveva previsto una lunga durata nel 2021, ma la pandemia ha bloccato il progetto. Progetto che poi è stato sostenuto da Next-Regione Lombardia e ora, dopo l'interpretazione di Donatella Finocchiaro, viene ripreso con nuove attrici.
Il regista e drammaturgo Mimmo Sorrentino - "Dopo due anni di fermo abbiamo pensato di rivederlo e proporlo con una formula nuova", dicono da Teatroincontro. "Benedetta" racconta la storia di una ragazza sposata giovanissima con un camorrista. A 17 anni vede il suo primo morto ammazzato, un parente di suo marito. La notte vede il suo fantasma. Il soprannaturale entra nella sua esistenza e ci si aggrappa nel tentativo di salvare sé stessa e la sua famiglia. Ma il tentativo fallisce. Benedetta resta incastrata nell'attività del marito e non per un difetto di onestà, di intelligenza, di responsabilità, ma per un deficit culturale. Per Benedetta la natura della donna è di essere madre, moglie e figlia. Altro non può essere perché altro non conosce. Per uscire dalla palude in cui è affondata necessiterebbe di risorse che non ha.
In carcere inizia il suo processo di emancipazione. S'innamora della sua compagna di cella. Difende il suo amore dalla cultura dominante all'interno della sezione di alta sicurezza in cui è reclusa, che giustificano l'omosessualità solo se finalizzato a sopportare la privazione erotica. In carcere i fantasmi spariscono. Non le appaiono più. Ma dal carcere si esce. La sua compagna viene scarcerata. Benedetta resta sola. Viene abbandonata dalla sua amante. Nel frattempo il figlio maschio inizia a seguire le orme del padre. Sua figlia è allo sbando totale. Ed entrambi i figli l'accusano della loro tragica condizione. Benedetta si ammala. Invoca i fantasmi. È da loro, dal soprannaturale, che si aspetta di essere salvata. Ed è a loro che urla il suo disperato "Io voglio vivere".
"Benedetta" è l'ultimo spettacolo della rassegna "L'arte dell'inclusione. Vigevano città del teatro partecipato. Educarsi alla libertà". "Fare dodici spettacoli in un mese è stato uno sforzo non indifferente. Le repliche proposte il venerdì sera sono andate molto bene, meno quelle del giovedì - dice Luca Cavalieri, presidente di Teatroincontro. Ma un po' tutti i teatri stanno pagando il costo della ripresa della pandemia. Se in estate le persone, dopo mesi di chiusura, non vedevano l'ora di uscire di casa, a novembre la pioggia, la nebbia e la ripresa dei contagi le sta frenando. Abbiamo anche pagato lo scotto di dover riadattare tutti gli spettacoli ad uno spazio non preventivato e questo ha sottratto energie alla comunicazione.
Ma di certo non possiamo lamentarci. Siamo ritornati a teatro. Abbiamo portato per la prima volta in un teatro pubblico medici ed ex pazienti del Cra. Realizzato uno spettacolo su Piazza Ducale, i primi a rappresentarla e speriamo di riportarlo anche a Vigevano, la sua sede naturale".
"Tutti gli spettacoli sono stati molto apprezzati e hanno consolidato i rapporti tra la parte artistica e quella proveniente dal mondo sociale che animano la nostra compagnia". In inverno, pandemia permettendo, riprenderanno gli spettacoli in carcere. "Lo speriamo veramente. Stiamo lavorando a un nuovo progetto di cui siamo molto convinti". Non dimenticatevi anche l'ultima lettura del libro "Che tutto sia bene" domenica 12 dicembre al Bacaro.
teleuniverso.it, 11 dicembre 2021
'Che fine ha fatto cappuccetto rosso?' è lo spettacolo teatrale portato in scena nel carcere di Frosinone nei giorni scorsi e che ha visto come protagonisti i detenuti. Un evento pieno di umanità e di significato quello fortemente voluto dalla Compagnia Errare Persona e dall'Associazione Korinem.
La conduzione, direzione artistica, regia e drammaturgia è stata a cura di Damiana Leone con la conduzione e co-regia Anna Mingarelli. I detenuti, ospiti delle sezioni alta sicurezza e precauzionali, che hanno aderito al progetto si sono ritrovati ad interpretare in due distinti laboratori tutti i personaggi di storie riscritte dai detenuti, in maniera empatica e solidale: dal lupo che divora Cappuccetto stessa, al soldato, al Clowns, fino al teatro delle Ombre con La favola del soldatino di Stagno. Questo tipo di lavoro è stato sviluppato per lavorare sull'immedesimazione nei confronti della vittima, sull'entrare a contatto con le proprie emozioni e per sviluppare anche una maggiore consapevolezza corporea e una migliore affettività con l'altro.
Lo spettacolo dedicato alla favola di 'Cappuccetto Rosso' è stato presentato il 25 novembre, proprio nella giornata dedicata alla donna vittima di violenza.
Un laboratorio teatrale, quello riservato ai detenuti della sezione alta sicurezza, che ruota intorno a dei temi principali: il potere, la lotta, la libertà e il riscatto.
Un lavoro incentrato sul potere in particolare attraverso le opere di Shakespeare, dando particolare risalto al tema del padre. Si lavorerà su Macbeth ma sempre in forma aperta e di studio proprio per sottolineare come una discussione sul potere possa avere continui sviluppi. Avendo un tipo di utenza formata quasi esclusivamente da Mafie, la riflessione sul potere cerca di scardinare in modo simbolico e catartico il mito del codice d'onore, attraverso training fisico (lavoro sugli animali, sui sentimenti, sull'immedesimazione nell'altro e nella vittima, lavoro di teatro danza, giochi di gruppo per creare un senso di comunità basata sul rispetto e la cooperazione senza giudizio e giochi di potere)
Ai progetti hanno partecipato anche il Conservatorio e l'Accademia di belle Arti di Frosinone.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 11 dicembre 2021
La serata al Duse di Genova che chiama a raccolta cittadini, istituzioni e mondo dell'arte. La madre è qui. La madre si fa carico del suo "dolore immenso". La madre ha un'altra afflizione da testimoniare: "Il blocco del processo per la morte di Giulio è stato un trauma. Avevamo bisogno degli indirizzi dei quattro egiziani accusati per notificare gli atti per la morte di nostro figlio, il dottor Giulio Regeni. Ma non è stato possibile trovarli". La signora Paola Regeni non ha mai smesso di lottare. Adesso è al teatro Duse di Genova, accanto al marito Claudio, per ripetere le parole che hanno ispirato ogni gesto in questi sei anni di battaglie e di attese: "Verità e giustizia". È una serata organizzata dall'avvocatessa Alessandra Ballerini, che chiama a raccolta cittadini, istituzioni, mondo dell'arte: "Dopo l'udienza del 14 ottobre siamo rimasti tramortiti. La gente ci diceva: "E adesso?". E noi rilanciavamo: "Facciamo qualcosa insieme". Ecco perché siamo qui, questa è la nostra risposta. La data non è stata scelta a caso, oggi è il giorno della dichiarazione universale dei diritti umani".
È una serata contro il silenzio. E dal palco del teatro Duse, per la prima volta, la madre di Giulio Regeni commenta la scarcerazione di Patrick Zaki: "Siamo immensamente felici. Mi emoziona moltissimo saperlo libero. Ma ci resta una tristezza di fondo per i tre egiziani che ogni giorno scompaiono in quelle galere, così come è successo a Giulio. Chiedete a quelli che si vantano per la liberazione di Patrick Zaki come mai non è stato possibile salvare Giulio? Chiedetegli come mai non è stato possibile avere quattro indirizzi?". Il presidente della Camera, Roberto Fico, è sul palco a fianco dei genitori: "Sono qui per dire che il governo andrà avanti nella ricerca della verità. Dobbiamo fare un passo in più. È vero, finora non siamo riusciti a ottenere quegli indirizzi. Ma intendiamo mettere in campo una nuova azione per ottenerli. Non ci fermeremo".
Eppure i fatti, per come sono stati ricostruiti dalla procura di Roma, adesso sono noti. Giulio Regeni è stato torturato e ucciso nella stanza numero 13 di un villino in uso alla National Security egiziana al Cairo. Era scomparso il 25 gennaio 2016, poco dopo essere uscito da casa. È stato trovato il 3 febbraio lungo l'autostrada, in condizioni tali da essere riconoscibile "solo dalla punta del naso". Dopo cinque anni di indagini, ecco i nomi degli accusati: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Sono scritte per loro le ipotesi di reato: sequestro di persona pluriaggravato, lesioni personali aggravate, concorso in omicidio. C'è, insomma, una strada tracciata per cercare di ottenere giustizia per Giulio Regeni. Che era uno studente e faceva il ricercatore, questo non va mai dimenticato: parlava con le persone, ascoltava e scriveva per l'Università di Cambridge. Ma il processo iniziato il 14 ottobre 2021 a Roma si è subito fermato: non può andare avanti. Servono gli indirizzi dei quattro agenti della National Security egiziana sotto accusa, perché solo così la Corte d'Assise può notificare gli atti e garantire il loro diritto alla difesa. È un passaggio formale, ma anche sostanziale. Non si può procedere diversamente. Senza notifica degli atti un processo non può essere celebrato. Dal Cairo: niente. Dal Cairo ostacoli, depistaggi e silenzio. Toccherebbe al nuovo ambasciatore italiano in Egitto, Michele Quaroni, fare pressione per ottenere gli indirizzi dei quattro accusati. Ma finora non c'è stato alcun segnale in tale senso, e nemmeno ha preso contatti con i genitori di Giulio Regeni. È silenzio che si aggiunge. È altro tempo che passa. È altra dolore per Paola Regeni.
Quello che nessuno dice apertamente, ma che a molti appare più di una supposizione, è che la liberazione giustissima di Patrick Zaki possa essere un modo con cui il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi voglia tentare di ripulire la sua immagine internazionale. E forse, anche, un modo, per far calare un silenzio definitivo sul caso Regeni. Tutte le persone che ieri sera animavano il teatro Duse di Genova si oppongono a quel silenzio. Sono voci per Giulio Regeni.
Ascanio Celestini. "Sappiamo che la giustizia, come la studiavamo da ragazzi, probabilmente non l'avremo mai. Conosciamo gran parte della verità, ma dobbiamo fare in modo che venga accertata. Il governo potrebbe fare molto di più. Quantomeno potrebbe riequilibrare il rapporto fra capitale e esseri umani". Luca Bizzarri: "Sì, banalmente questa mi sembra una questione commerciale. Di soldi. L'Italia fa affari con l'Egitto, anche affari di armamenti. Ma è molto pericoloso quando l'economia sovrasta così la politica, bisogna cercare la verità per restituire onore al Paese intero. Questo non è solo un affronto alla famiglia Regeni". Gherardo Colombo: "La dignità di un cittadino dovrebbe essere difesa sempre, anche a scapito di altri interessi in gioco".
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 11 dicembre 2021
"Come testimone della Shoah vedo che i valori più importanti sono ancora in pericolo, e io devo far passare, fino al mio ultimo giorno, il messaggio sul rispetto della vita. Per far fiorire ogni tanto un albero della vita"
Senatrice Segre, il pubblico di D l'ha scelta. È un punto di riferimento per chi ci legge. Che sensazione le fa?
"Sono molto onorata e mi domando come mai mi succede questo, me lo chiedo continuamente quando la gente mi ferma per strada, me lo chiedo quando ottengo premi e riconoscimenti, me lo chiedo ora. Perché sono una nonna, non merito tutta questa attenzione".
L'attenzione nasce dal riconoscimento per i valori che rappresenta: l'importanza delle memoria, la repulsione dell'odio, il rispetto per il prossimo...
"Sono valori da trasmettere al pubblico e ai posteri, sono talmente tanti e troppo spesso dimenticati. Al punto da apparire ormai obsoleti, quasi ridicoli. E questo mi ferisce poiché ho passato trent'anni della mia vita a parlare di storia avendola sempre ritenuta cruciale. Sono la portatrice di qualche cosa di speciale, la memoria della Shoah, perché io purtroppo l'ho vissuta in prima persona la storia di cui ho raccontato e la scelta di tramandare la mia testimonianza senza odio mi è sembrata un dovere morale per chi era sopravvissuto all'odio. Oggi però vivo un tempo della mia vita in cui la domanda che mi pongo tutti i giorni, quando mi alzo la mattina, è se ne è valsa la pena".
Da dove nasce questo interrogativo?
"Dall'odio che vedo adesso, l'odio che traspira dalle parole di tutti: dagli scontri politici, fino a quelli di due persone che litigano per una sciocchezza per strada. Tutto ciò mi fa pensare che i valori più importanti sono ancora in pericolo e io devo far passare, fino al mio ultimo giorno, il messaggio sul rispetto della vita, degli uomini come delle donne. Per far fiorire ogni tanto un albero della vita".
Nella società in cui viviamo ci sono gli opposti che lei descrive. C'è un'anima che esprime grande attenzione per il ricordo della Storia e delle immani sofferenze che la sua generazione ha subito. E c'è n'è un'altra, molto aggressiva, che con linguaggi e azioni aberranti nega e offende la memoria della Shoah. In mezzo c'è il più profondo degli abissi...
"È un abisso colmo di risentimento: lo si tocca quando si sceglie un obiettivo da odiare e questo obiettivo, vecchio o giovane, simpatico o antipatico, meritevole o no, finisce per attirare intolleranza. Se ti vaccini vieni additato come azionista delle case farmaceutiche, se difendi i migranti che muoiono in mare, sei una donna che deve essere stuprata e violentata. A volte sono stata direttamente colpita da questa ondata di odio: mi augurano la morte dimostrando di non avere pazienza, visto che ho 91 anni".
Per questo vive sotto scorta...
"Questa situazione ha avuto un risvolto umanamente molto importante. All'inizio, essendo una donna così assolutamente indipendente, ho reagito in modo molto negativo. E invece poi la scorta si è rivelata la sorpresa più bella di questi ultimi anni perché mi ha permesso di incontrare i meravigliosi carabinieri che mi seguono ovunque e con i quali ho formato una seconda famiglia. Non certo perché abbia abbandonato la mia prima famiglia, ma perché sono diventata anche la loro nonna e ne ho avuto e ricevo tutti i giorni una grande ricchezza di affetto e di orgoglio attraverso mille attenzioni. Quindi, benvenuta la scorta".
Le devo confessare che quando ho sentito l'assessore leghista di Lissone, Fabio Meroni, No Vax, riferirsi a lei usando, al posto del nome, il numero tatuato sul suo braccio sinistro ad Auschwitz, ho provato un brivido. Pur avendo studiato a lungo l'antisemitismo e l'intolleranza, non avevo mai ascoltato niente di simile. E sinceramente non avevo mai immaginato che potesse accadere. Mi sono chiesto da dove nasce tutto ciò. È solamente la brama politica di conquistare un titolo di giornale, oppure è la cancellazione totale della conoscenza?
"È la cancellazione totale della conoscenza. Ecco dove siamo arrivati. All'espressione di una generazione di ignoranti, figli di ignoranti. È iniziato con il 18 politico e ora siamo a chi ritiene che basti guardare sul telefonino per sapere tutto. Grande ignoranza e profonda ignoranza. In famiglia mi hanno chiesto di rispondere a un'aberrazione del genere, ma io ho troppo rispetto per le parole, per i concetti, per i ricordi e per il mio numero e allora una risposta non l'ho trovata. Ho detto che c'era solo il silenzio, quel silenzio profondo e importante che non si conosce più. Silenzio".
Se la genesi dell'odio è la carenza di conoscenza la risposta non può essere che lo studio...
"Sono una lettrice attenta, da sempre, e ho letto che un gruppo di studenti proprio in queste ultime settimane chiedeva al ministro dell'Istruzione di eliminare quello che una volta si chiamava il tema a scuola. Sarebbe il più grave degli errori, perché i ragazzi non sanno più scrivere. L'ignoranza nasce dall'idea che non ci sia più bisogno di studiare perché schiacciando un tasto ci sono tutte le risposte. Ma lo studio è un'altra cosa: imparare a memoria, ricordarsi a novant'anni un pezzo della Divina Commedia o di Foscolo. Io sono contenta che mi abbiano obbligato a studiare a memoria, anche se si tratta di un sistema di insegnamento che poi è stato contestato e oggi è considerato ridicolo. Si tratta in realtà di piccoli squarci di ricchezza nella propria mini cultura, che rafforzano, consolidano".
Perché, quando la cultura genera conoscenza, si formano gli anticorpi necessari per arginare l'intolleranza?
"Perché conosciamo noi stessi e gli altri. Dopo aver letto tanto, dopo essere stati giudicati e aver giudicato, si sviluppano le difese dall'odio".
Una parte non indifferente delle persone che attacca lei e più in generale la memoria della Shoah, contesta anche la scienza sul tema dei vaccini. Che spiegazione dà a questa coincidenza?
"Non riesco a capire, sarà che sono stata abituata fin da piccola a pensare che sia naturale vaccinarsi. Ho fatto vaccinare i miei figli, i miei nipoti, ho fatto abitualmente anche il vaccino antinfluenzale perché sono vecchia e mi sembra che sia un aiuto, un riparo. Troppo difficile pensare che i No Vax possano essere paragonati ai perseguitati. Come ho detto alla Commissione contro l'istigazione all'odio, di cui vado fiera come ultimo atto della mia vita, la mascherata di Novara delle finte divise dei No Vax per compararsi a come eravamo noi nei lager, è grave quanto quella dei tifosi della curva che si misero indosso il sacro viso di Anna Frank per odiare quelli dell'altra curva. Fu un modo per oltraggiare la memoria di Anna Frank e di tutti i milioni di uccisi per la sola colpa di essere nati. Per odiare l'altro".
Qualche settimana fa c'è stata una manifestazione No Vax al Circo Massimo, a Roma. Alcune persone hanno innalzato uno striscione dove c'era scritto che i "Protocolli dei Savi di Sion" dicevano "la verità" e che "c'è una lobby ashkenazita che vuole controllare il mondo". E adesso grazie ai vaccini "ci riuscirà". Perché dei cittadini italiani nel 2021 affermano di credere al più noto dei libelli antisemiti del secolo scorso?
"Per lo stesso motivo per cui c'è qualcuno che dice a una donna di 91 anni "Sei un maiale, hai una cotenna così grossa che Hitler non è riuscito a toglierti, speriamo che ci riesca il Covid". Ricevo altri simili insulti, non mi voglio sporcare la bocca nel ripeterli, ne ho parlato con il presidente Mattarella. Non avevo mai denunciato gli autori ma questa volta l'ho fatto, la polizia lo ha trovato in 24 ore e sa cosa ha fatto costui? Ha chiesto al suo avvocato di telefonare a mio figlio, che è anche avvocato, dicendo che il suo cliente era "terrorizzato per quello che aveva scritto". E voleva farsi perdonare"
C'è però anche un'altra Italia, un'altra Europa, quella delle scolaresche che vanno in visita nei campi di sterminio, che studiano quello che è avvenuto durante la Shoah...
"È una minoranza delle minoranze quella che facendo il viaggio ad Auschwitz, poi ne riporta qualche cosa. Molti mangiano un gelato e basta, come ho visto alla televisione. Se i ragazzi non sono preparati è meglio che non ci vadano perché può essere un'esperienza inutile. C'è una parola che ho fortemente voluto al Memoriale della Shoah a Milano, che in fondo è la risposta a tutto questo. La parola è "Indifferenza" perché è questa indifferenza il nemico peggiore del ricordo, della conoscenza. Quella scritta a caratteri cubitali è un monito per chi la legge. Perché ciò che più ci aggredisce è il fatto che a nessuno importi più niente di niente. C'è una terribile indifferenza generale".
Non crede che sul piano storico uno dei vulnus dell'Italia sia non aver fatto i conti fino in fondo con la collaborazione di molti cittadini nelle persecuzioni naziste?
"Sono completamente d'accordo con lei in questo. Perché ogni tanto si dice che l'armadio della vergogna sia stato aperto, ma è vero solo in parte. Si cominci ad aprire qualche cassetto, qualche sportello. A me non risulta che ci sia stato un esame vero di quanti hanno tradito e hanno collaborato con i nazisti. Io questi collaboratori li ho visti con i miei occhi".
Come li ricorda?
"Li conoscevo e non ho mai dimenticato nulla di quegli anni e di quei giorni. Non per niente, anche se sono così vecchia, resto una dei pochi sopravvissuti che esattamente si ricordano l'ora, il giorno, dove e chi. Questi collaboratori italiani dei nazisti li ho visti quando siamo stati caricati sui treni merci. Quanti fascistoni c'erano che aiutavano le SS a caricarci. Certo, non erano tutti tedeschi. C'erano degli zelanti servi dei nazisti, molto zelanti. Poi hanno cambiato casacca e questo si è visto anche in personaggi molto noti. Io ne ho seguiti tanti che, da fascisti che erano, poi sono diventati altro. Mi ricordo che le adunate non erano obbligatorie, ma c'erano italiani molto volonterosi. Quando veniva a parlare Mussolini a Milano c'era la piazza piena, come è successo per la dichiarazione di guerra. Ero una bambina attenta e appartenevo a una famiglia che già temeva. Anche se non abbastanza, come si è visto poi. Qualcuno di questi collaboratori però mi ha chiesto scusa".
E lei cosa gli ha risposto?
"Che è troppo tardi. Ho perso una famiglia. Non c'è scusa possibile".
Un Paese che non esamina fino in fondo le proprie responsabilità nella Shoah crea una ferita nella memoria, indebolisce le difese rispetto all'odio...
"Stiamo vivendo un'ondata di estremismo, intolleranza. Non so se si possa chiamare fascismo, se si possa chiamare una destra spinta. Ancora non si è rivelata, però la tendenza è quella. Io sono stata respinta alla frontiera, so che cosa è un muro e lo rivedo quando viene impedito di entrare a chi cerca una via di salvezza, di sopravvivenza. Per questo sono così profondamente scomoda per gli odiatori".
Grazie Senatrice, ha un messaggio particolare per le lettrici e i lettori di D che l'hanno scelta?
"Molto volentieri, ma non solo per le lettrici e i lettori di D. Sono molto fiera di essere una donna e guardo con preoccupazione a ciò che avviene alle donne, penso in particolare ai femminicidi, a chi vuole che le donne stiano solo a casa a fare la calza, all'invidia nei confronti di una donna che si afferma. Per non parlare del resto del mondo, di quei Paesi che rimandano le donne a casa e non le fanno studiare. Io nelle donne ho molta fiducia, riconosco che ci sono stati dei tempi della mia esistenza in cui abbiamo camminato una gamba davanti all'altra per la sopravvivenza. Sono dei ricordi che mi dicono quanto è importante la marcia per la vita, proprio perché noi avevamo fatto la marcia per la morte. È questo il messaggio che vorrei che tutti condividessero con me".
Il Giorno, 11 dicembre 2021
In vendita i prodotti realizzati dai detenuti che lavorano nelle cooperative sociali. Uno stand della Penitenziaria. Dopo lo stop dello scorso anno, a causa della pandemia, torna oggi il tradizionale appuntamento con il mercatino di Natale all'interno del carcere, che quest'anno è arrivato alla decima edizione. In vendita prodotti realizzati dai detenuti che lavorano nelle cooperative sociali.
Si potranno acquistare le piante e i fiori coltivati dalla coop Cascina Bollate, che si occupa della manutenzione delle aree verdi e delle serre.
Capi e accessori realizzati nel laboratorio di sartoria della cooperativa sociale Alice, "attraverso questi lavori si punta a restituire centralità alla persona e sostegno allo sviluppo sostenibile attraverso l'artigianalità del made in Italy", spiegano gli organizzatori. Ci sono anche i prodotti di Zerografica, cooperativa sociale onlus, che realizza stampe di ogni genere (biglietti da visita, carta intestata, calendari, volantini, litografia, stampa magliette personalizzate, cuscini). Panettoni, torroni e cioccolato del Consorzio Viale dei Mille.
Saranno presenti con i loro stand anche la redazione di Carte Bollate e Salute ingrata, le riviste realizzate dai detenuti del carcere con collaboratori esterni. Per la prima volta quest'anno ci sarà anche uno stand creato dalla polizia penitenziaria. Tre gli orari d'ingresso: 14.30, 16.30 e 18.30. È necessario presentarsi mezz'ora prima con carta d'identità e green pass alla mano.
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