di Jacopo Iacoboni e Francesca Paci
La Stampa, 18 luglio 2021
La crisi ambientale, il dramma dei migranti, la battaglia Lgbt, la tassazione delle finanze globali. Nelle rivendicazioni di allora molti temi che solo ora sono diventati patrimonio comune. È difficile adesso, tornando a quei giorni, non restare schiacciati su due fotogrammi, la spaventosa repressione poliziesca alla scuola Diaz, o il corpo maciullato di Carlo Giuliani riverso in piazza Alimonda, colpito ad altezza uomo dallo sparo di un giovanissimo carabiniere, Mario Placanica.
Eppure il G8 di Genova fu anche un'immensa manifestazione di popolo prima del populismo, e di ragazzi che si dicevano no global ma erano di fatto la prima generazione globalizzata e interconnessa (dai progetti Erasmus, più che da Internet). Un fine settimana in cui speranza e tragedia si confusero, ma arrivarono alla ribalta alcuni temi che sarebbero entrati nell'agenda delle maggiori istituzioni internazionali. Soltanto, vent'anni dopo: la crisi ambientale del pianeta, il bisogno di regolare il capitalismo finanziario e i suoi guadagni, la differenza di genere, i migranti. C'è stata una Greta Thunberg prima di Greta.
Si parlava di tassare le finanze globali da molto prima della recentissima tassa sulle multinazionali. E c'era la necessità di trovare una soluzione alle migrazioni da prima che divenissero una tragedia quotidiana, ogni estate, nel nostro Mediterraneo: il corteo per i migranti aprì simbolicamente le manifestazioni di Genova, cadenzato dalla musica e dalla presenza fisica di Manu Chao, che dopo aver dormito con gli attivisti allo Stadio Carlini cantava in corteo Clandestino. Le soluzioni magari non c'erano. O a volte erano di una ingenuità disarmante. Ma i problemi sì, erano tutti nell'agenda del G8 di Genova, ma in piazza, più che nella zona rossa.
E poi chi oggi ha 50 anni allora era giovane. È sbagliato pensare che fosse solo teatro, come la scenografia bellica delle "Tute bianche" disobbedienti guidate da Luca Casarini, con la "Dichiarazione di guerra" ai potenti della Terra, usata come alibi alla mattanza feroce operata dalle forze dell'ordine, mentre ai black-bloc che scorrazzavano indisturbati per Genova non fu fatto quasi nulla mentre devastavano vetrine, macchine, banche.
Il governo Berlusconi-Fini, e la polizia di Gianni De Gennaro, fallirono spaventosamente, e molti agenti sono stati, sia pure tardi, condannati (alcuni hanno fatto carriera). Ci furono errori di visione e di organizzazione tra i manifestanti, a partire dal servizio d'ordine, strutturato intorno alle bandiere della Cgil ma impreparato alla trincea. Eppure i simboli contarono tantissimo, in quel movimento, e erano nati in pace, non in guerra. Uno dei nomi che venivano gridati nel corteo era quello di Julia Hill, soprannominata "Butterfly", la farfalla, un'americana di 23 anni che nei giorni del popolo di Seattle si era arrampicata su "Luna", una sequoia secolare nella foresta di Headwaters, contea di Humboldt, California, fino a dicembre del 1999, per impedirne l'abbattimento da parte di una multinazionale del legno. Battaglia che fu irrisa allora dai parrucconi, gli stessi che oggi ci insegnano il Green New Deal.
In piazza Manin la polizia bastonò a sangue i più pacifici dei militanti No global, la Rete Lilliput - un network di "piccoli" composto da associazioni cattoliche come Mani tese o Nigrizia, da femministe e attiviste pink, da militanti di sinistra con Le Monde diplomatique sotto braccio - c'era Attac, e la sua costola italiana, la cui battaglia principale era la Tobin Tax, una semplice tassa su singole transazioni finanziarie. La tassa da poco approvata dai ministri delle finanze europei sulle multinazionali è più radicale. C'erano già le bandiere arcobaleno fiere e poliglotte, molto prima che il ddl Zan portasse in Parlamento la battaglia Lgbtq+.
Poi c'è stata la crisi finanziaria del 2007-2008. Mario Draghi, che allora sarebbe stato visto come l'icona del più nascosto potere finanziario, è diventato il salvatore dell'euro "whatever it takes", e l'autore di una battaglia anti-austerity combattuta nientemeno che dalla Bce. Qualche seme è forse entrato nel dibattito, in mezzo a tante retoriche e zapatismi già al tempo insopportabili. Se Margareth Thatcher aveva detto "non c'è alternativa", quei ragazzi scandivano "un altro mondo è possibile". Oppure "no logo", dal titolo bestseller di Naomi Klein: allora le multinazionali erano quelle degli Ogm, Monsanto, o Danone, o Coca Cola. Oggi, chissà, sarebbero le giant tech, Google, Facebook, Amazon. Le profilazioni, i furti di dati, gli scandali alla Cambridge Analytica.
Chi, come una degli autori di questo articolo, era alla Scuola Diaz la sera della "macelleria messicana" (definizione del vicequestore dell'epoca), ricorda i grumi di sangue rappresi sui muri, le pozze di materiali umani per terra, i capelli annodati sulle maniglie dei termosifoni, l'andirivieni delle barelle. Un incubo che avrebbe annegato nel sangue le ambizioni della meglio gioventù: titolo che fu concesso solo dopo averla massacrata di botte. Franco Gabrielli, che oggi è il sottosegretario del governo Draghi delegato alla sicurezza, fu il primo poliziotto ad ammettere il disastro repressivo di Genova: "Al posto di De Gennaro mi sarei dimesso", disse a Repubblica, ma era ormai il 2017. Tardi.
Ci furono errori e sottovalutazioni in piazza. Ma anche sogni genuini, benché non sempre a fuoco. Uno dei leader di allora, il veneziano Beppe Caccia, ha detto: "Certo solidarismo sembra ritrovarsi persino nel pontificato di Francesco. Noi, che eravamo considerati i duri veneti, in realtà avevamo fatto tutto un percorso per staccarci dall'Autonomia violenta dei nostri padri". I Toni Negri del '77. Il suo Impero (2002), con tanto di elucubrazioni neo-autonome, è però uno dei libri simbolo di quella stagione. A Genova, anche lui allo stadio Carlini, passò Pablo Iglesias, che poi fondò Podemos. Doveva arrivare Tsipras che, smesso il codino e indossata la cravatta, nella notte cruciale in Europa si batté per la Grecia dentro, non fuori. Fu fermato al porto di Ancona con altri greci, e rimandato indietro. C'era a Genova anche chi, come Giovanni Favia, sarebbe poi finito, primo consigliere eletto, nel Movimento di Grillo e Casaleggio, "che - dice Favia - è come se avessero hackerato la disillusione di parte di quei giorni, impossessandosene".
Ha scritto Susan Sontag che quello fu "il primo movimento di massa della storia che non chiedeva niente per sé, ma solo giustizia per il mondo intero". E in un certo senso è vero: certo non ci ha politicamente lucrato Luca Casarini, da allora si era ritirato, e dopo aver fatto vari lavori oggi ha messo su (con Caccia) una nave, Mare Ionio, per soccorrere migranti nel Mediterraneo. Francesco Caruso fece un passaggio in Parlamento con Rifondazione, poi ebbe un incarico universitario come sociologo a Catanzaro, e un lavoro nel parco del Gran Sasso. Qualcuno ha fatto il politico di professione, Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), o Gennaro Migliore (Italia Viva). Il prete No global, don Vitaliano della Sala, era stato sospeso a divinis, ed è stato da qualche anno reintegrato. Vittorio Agnoletto, professore a contratto all'Università di Milano, ha un blog sul Fatto quotidiano. José Bové, il contadino coi baffi di una bizzarra Vandea nutrizionista, criticato da chi lo vedeva come il collettore dei fondi europei per l'agricoltura ai danni dei contadini africani, divenne poi europarlamentare (oggi ex).
Carlo Cottarelli, che allora lavorava al Fondo Monetario, ha dichiarato che quei movimenti guardavano in avanti, e "chi allora guidava l'economia e la finanza internazionale si rendeva solo in parte conto dell'entità dei fenomeni che stavano accadendo". Una delle battaglie totalmente dimenticate fu per introdurre eccezioni ai brevetti, per esempio nella sanità pubblica. Ci abbiamo ripensato quando, poche settimane fa, in piena pandemia Covid, ne ha parlato addirittura il presidente americano Joe Biden.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 18 luglio 2021
Respinto il ricorso di sette condannati per l'irruzione alla scuola Diaz. Per la Corte europea le condanne "non sembrano né ingiustificate né irragionevoli". Nel 2015 l'Italia era già stata condannata per violazione dei diritti umani. A venti anni esatti dal G8 di Genova e nel giorno in cui le violenze di quei giorni tornano a essere al centro di discussioni e rievocazioni, la Corte Europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha chiuso definitivamente il capitolo processuale: è stato infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato da alcuni poliziotti condannati per l'irruzione alla scuola Diaz, uno degli episodi più sanguinosi legato alle manifestazioni del 2001. Gli agenti si erano appellati alla Cedu ritenendo che il processo a cui erano stati sottoposti sia stato ingiusto per aver violato alcune norme contenute nella Convenzione per i diritti umani.
"Alla luce di tutte le prove di cui dispone - si legge nella sentenza -, la Corte ritiene che i fatti presentati non rivelino alcuna apparenza di violazione dei diritti e delle libertà enunciati nella Convenzione o nei suoi Protocolli". Ne consegue che le "accuse" mosse dai ricorrenti "sono manifestamente infondate" e il ricorso è "irricevibile".
Le motivazioni dei giudici europei sono molto tecniche e in sostanza affermano che la Cedu non può funzionare come "quarta istanza" rispetto ai tre gradi di giudizio dei tribunali nazionali. "La parte ricorrente - ecco un altro passaggio della sentenza - ha potuto presentare le sue ragioni davanti ai tribunali che hanno risposto con decisioni che non sembrano essere né arbitrarie né manifestamente irragionevoli, e non ci sono elementi per dire che il procedimento sia stato iniquo per altre ragioni". La decisione della Corte in composizione di giudice unico è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti a un comitato, a una camera o alla Grande Camera. Il fascicolo in questione sarà distrutto entro un anno dalla data della decisione, conformemente alle direttive della Corte in materia di archiviazione.
La Corte di Cassazione italiana aveva confermato in via definitiva le condanne per l'irruzione alla scuola Diaz nel luglio del 2012: la sentenza aveva riguardato 25 appartenenti alla Polizia, dai piani più alti della catena di comando (a partire dal comandante del reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini) fino agli agenti ritenuti responsabili dei pestaggi ai danni delle persone che si trovavano all'interno della scuola (che in quei giorni funzionava come centro di accoglienza per i partecipanti alle manifestazioni no global). Gli episodi della scuola Diaz seguirono di poche ore la morte di Carlo Giuliani. Gli agenti entrarono nella scuola ritenendola un covo di "black bloc", arrestarono una novantina di persone (tutte poi prosciolte) e ferendone 60.
La Corte europea dei diritti dell'uomo si era già dovuta occupare dei fatti legati al G8 di Genova, ma in seguito a un ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, uno dei manifestanti vittima delle violenze delle forze dell'ordine nel 2001. Nel 2015 la Cedu aveva condannato lo Stato italiano a risarcire Cestaro (che a causa dei pestaggi aveva subito la frattura di un braccio e di alcune costole) con 45.000 euro per violazione dell'articolo 3 della Convenzione sui diritti dell'uomo ("Nessuno può essere sottoposto a trattamenti degradanti"). In seguito alla sentenza Cestaro altre 29 vittime delle violenze alla scuola Diaz avevano presentato ricorso alla Cedu, ottenendo tutti risarcimenti tra i 40 e i 55milas euro.
di Federica Florian
trevisotoday.it, 18 luglio 2021
Dopo i vari Comuni capoluogo del Veneto, anche la Città di Treviso dovrebbe nominare la figura del "garante", il cui compito è occuparsi della tutela delle persone ristrette o limitate nella loro libertà personali. Comincia così l'ultima frase delle dichiarazioni della Ministra della Giustizia italiana Marta Cartabia, in merito ai gravi fatti occorsi nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere.
La frase completa è: "Oltre a quegli alti muri di cinta, c'è un pezzo della nostra Repubblica, dove la persona è persona, e dove i diritti costituzionali non possono essere calpestati. E questo a tutela anche delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria, che sono i primi ad essere sconcertati dai fatti accaduti". In quella stessa occasione, la Ministra aveva detto che ciò che era accaduto era "un oltraggio alla dignità della persona e della divisa".
La Ministra Marta Cartabia è una persona che ha fatto del suo impegno alla giustizia e all'affermazione della legalità e dei diritti delle persone, una battaglia di vita. L'ultima sua carica prima di essere Ministra della Giustizia, nel Governo Draghi, è stato essere la Presidente, prima donna nella storia, della Corte Costituzionale.
Nella cultura popolare sono state da sempre luogo di paura e di avversione. Ricordo che i vecchi dei nostri paesi, oltre a sperare che si buttassero via le chiavi di tutte le carceri, lasciando marcire i detenuti, istruivano i loro nipoti a stare lontano anche dal perimetro carcerario, per evitare che "i brutti" in evasione facessero del male alle persone che passavano. Le carceri italiane sono 189. Sono parte integrante, distaccate e ignorate delle nostre città. Anche se spesso le Amministrazione pubbliche si dimenticano della loro presenza, malgrado siano, almeno quelle di vecchia data, nei centri città, come succedeva a Treviso. In questi luoghi le persone detenute sono 53.637 (contro una capienza regolare di 50.779, quindi esiste un sovraffollamento).
i questi 17mila circa sono i detenuti stranieri (sono in calo rispetto agli scorsi anni) e i detenuti collegati ai reati di droga sono 18.757, mentre i detenuti per ergastolo sono 1.784. Le donne sono complessivamente 2.228 (4,2%). Quindi, si può affermare che in Italia la criminalità ha un volto decisamente maschile. Nel 2020 sono stati 61 i detenuti che si sono suicidati, molti sono quelli che hanno fatto delle gesta autolesionistiche. Sovente si tratta di gesta di richiamo d'attenzione e forme di protesto. Oltre a questo fatto italiano, diciamo di casa nostra, sono detenuti nelle carceri del mondo 2.113 italiani. Cinquecento di loro sono in paesi dove il regime carcerario è pesante. Millesettecento sono nelle carceri europee, di cui 966 stanno già scontando una condanna, 1.113 sono in attesa e 34 sono quelli per i quali è stato richiesta l'estradizione. Diciassette, infine, sono le carceri cosiddetti minorili (istituti penali per minorenni). Uno di questi è a Treviso, inserito nella casa circondariale di Santa Bona. Qui si stima siano 12/14 persone minorenni detenute, per la gran parte stranieri. Il carcere di Treviso è una "casa circondariale".
Questa espressione sta a identificare che in questo carcere ci sono detenute persone in attesa di giudizio o quelle condannate a pene inferiori o con residuo di pena, inferiore ai 5 anni. Qui si trovano 191 detenuti (secondo i dati ufficiali, aggiornati al mese di giugno 2021). Tutto questo mondo sin qui descritto è quello che la Ministra Cartabia considera al di là delle alte mura di cinta. A garantire queste "alte mura di cinta" c'è quanto stabilito dall'articolo 27 della Costituzione Italiana che così, e in modo chiaro si esprime ("L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte") e più nel dettaglio collegato a quanto già sancito dall'Ordinamento Penitenziario (legge 354 del 26 luglio 1975, aggiornato il 28 febbraio 2017).
All'articolo 1 si scrive e ci si impegna: "il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona. È improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazione in ordine a nazionalità, razza e condizioni... deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi ". Su tutto ciò è garante la politica attraverso il Ministro di Giustizia, e tutta la sua corte di collaboratori. Lo Stato, come dice la Ministra Cartabia, dovendo garantire un pezzo della sua dignità, di Repubblica democratica e della sua Costituzione, non può accettare che un manipolo di suoi servitori possano non convenire a ciò ed accettare questo.
Quello che è successo a Santa Maria Capua a Vetere, a Modena ed in altri istituti di pena, è un fatto grave poiché sono stati messi in discussione i principi della democrazia e del diritto della Costituzione. Non c'è alcuna giustificazione verso tale barbarie.
Al reo, che oggi fa schifo più di ieri, e sul quale vi è un sistematico linciaggio mediatico, che semina odio e voglia di vendetta, è sufficiente la pena inflitta dai Tribunali. Questo è il prezzo che chi sbaglia deve pagare. Le torture, gli atti barbarici e le intimidazioni sono metodi mafiosi non degni di un paese, che in tema di diritti civili, anche nei secoli scorsi è stato un modello al quale ispirarsi. Tutto questo non è magnanimità bensì diritto di e per tutti, sia delle vittime, alle quali è stata impostata, giustamente anche una legislazione specifica europea (Direttiva 2012/29/Unione Europea), sia dei carnefici. Infine, un'ultima considerazione politica. Essendo il problema delle libertà e dei diritti delle persone, tutte, una cosa importante e seria, a cui si deve fare riferimento tenendo conto dei tanti equilibri e delle relazioni, spesso infrante, anche in modo drammatico dagli eventi criminosi, è stata istituita la "figura del garante".
La sua missione principale è quella di occuparsi della tutela dei diritti delle persone ristrette o limitate nella libertà personale. Nella Regione Veneto esiste questa figura con relativi servizi attribuitigli dalla Regione. Ad esso fanno riferimento quelli comunali. Tutti i Comuni capoluogo del Veneto, ne hanno nominato uno (Belluno, Padova, Rovigo, Venezia, Verona e Vicenza). Assente "ingiustificato" è il Comune di Treviso. Crediamo sia tempo e ora che lo nomini, vista anche l'evoluzione delle sensibilità che le forze politiche di maggioranza hanno suoi temi della libertà e della giustizia. Giancarlo Brunello Coordinatore provinciale di Cittadinanzattiva Treviso.
La Nuova Sardegna, 18 luglio 2021
Incarico a Ornella Careddu, che prende il posto di Edvige Baldino. Ritorna, a Tempio, un importante servizio. Riapre, infatti, l'Ufficio del garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Il Comune di Tempio ha recepito le disposizioni di legge con l'approvazione del regolamento dell'Ufficio del garante e la nomina del primo garante, l'avvocata Edvige Baldino, rimasto in carica fino allo scorso mese di giugno. Dopo le dimissioni di Baldino l'incarico è stato conferito alla dottoressa Ornella Careddu.
"Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale - spiegano dal Comune - è un organismo indipendente istituito nel 2013 presso il Ministero della giustizia, che opera per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale dei detenuti anche mediante la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene e la promozione di iniziative volte ad affermare per le persone private della libertà personale il pieno esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e della funzione dei servizi presenti sul territorio comunale, attivando relazioni e interazioni cooperative anche con gli altri soggetti pubblici competenti in materia". Il Garante nazionale ha, inoltre, il compito di monitorare i rimpatri degli stranieri extra-comunitari irregolarmente presenti sul territorio italiano e di fare azioni di prevenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti. L'Ufficio apre il giovedì dalle ore 16 alle ore 18, su appuntamento, chiamando al numero di telefono 079 679963).
di Viviana Lanza
Il Riformista, 18 luglio 2021
Il caso Santa Maria Capua Vetere non può limitarsi a essere solo un reato per cui indignarsi e di cui accertare le singole responsabilità. Il caso Santa Maria Capua Vetere deve segnare anche una svolta. In questi giorni lo si è detto più volte e tutti i discorsi che si stanno facendo avranno un senso se alle parole seguiranno i fatti. Affinché, però, i fatti possano davvero seguire alle parole, ai propositi della politica e alle riflessioni degli esperti, è necessario analizzare la realtà a cui i fatti da concretizzare sono destinatati. E allora guardiamola la realtà delle carceri, la fotografia più attuale della popolazione carceraria. Guardiamola attraverso i dati ministeriali che ci dicono chi sono i detenuti che attualmente popolano le celle delle carceri, e confrontiamo questi dati con la proposta di allargare il ricorso alle misure alternative per alleggerire gli istituti di pena dal sovraffollamento e da tutti i problemi che ne derivano.
Se si volesse considerare, per esempio, il tetto dei cinque anni di reclusione come residuo massimo di pena da poter scontare anche con misure alternative, circa la metà della popolazione carceraria potrebbe lasciare la cella. In Campania, sarebbero 3.002 persone. A voler considerare, invece, un tetto più basso, sono 2.128 i detenuti con un residuo di pena inferiore ai tre anni di reclusione. Considerando, inoltre, che in Campania, secondo dati ministeriali aggiornati al 30 giugno, si sono raggiunti i 6.533 reclusi, è facile calcolare di quanto si sfollerebbero le 15 strutture penitenziarie della regione. In Campania, infatti, risultano 753 detenuti che hanno una pena residua inferiore a un anno di reclusione, 733 detenuti con una pena residua che va da uno a due anni di reclusione, 642 reclusi con un residuo di pena incluso tra i due e i tre anni, mentre sono 874 i detenuti con un residuo di pena tra i tre e i cinque anni.
Sommando questi numeri, si scopre che una buona parte della popolazione che attualmente vive all'interno degli istituti penitenziari della Campania potrebbe usufruire di misure alternative al carcere, con l'opportunità di poter meglio affrontare percorsi di recupero, di responsabilizzazione e di rieducazione, e indirettamente con la possibilità di decongestionare le carceri dove il sovraffollamento continua a essere il principale e più grave problema. Lo ha ricordato anche la ministra Marta Cartabia durante la sua visita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, mercoledì scorso, insieme col premier Mario Draghi: "Sovraffollamento significa spazio dove è difficile anche muoversi, dove d'estate, e lo abbiamo sperimentato anche oggi - ha detto in occasione della visita nel carcere dei pestaggi che sono al cuore di un'inchiesta della Procura - si fa fatica persino a respirare. Una condizione che si traduce in difficoltà nel proporre attività che consentano alla pena di favorire, nel modo più adeguato, percorsi di recupero dei detenuti".
Il vero nodo del problema, quindi, sta nel numero spropositato di persone che finiscono in carcere. Anche su questo punto la ministra Cartabia è intervenuta, sottolineando la necessità di "un uso più razionale delle sanzioni alternative alle pene detentive brevi". In Campania, su una popolazione complessiva di 6.533 detenuti, 4.013 dei quali con almeno una condanna definitiva, sono 76 quelli condannati all'ergastolo, 35 quelli con una pena da scontare superiore ai 20 anni, 212 quelli con una pena residua compresa tra i 10 e i 20 anni di reclusione, e 688 i reclusi con una condanna tra i 5 e i 10 anni da scontare. In tutta Italia, su un totale 37.203, 1.806 hanno condanne all'ergastolo, 432 con condanne superiori ai 20 anni di reclusione, 2.427 con condanne tra 10 e 20 anni, 5.986 con condanne tra i 5 e i 10 anni. Ciò significa che in cella, a scontare condanne che non superano i cinque anni di reclusione, ci sono attualmente in Italia 26.552 persone su una popolazione carceraria che, tra detenuti condannati e in attesa di giudizio definitivo, conta 53.637 unità a fronte di una capienza di 50.779 posti.
di Enrico Terrinoni
Il Manifesto, 18 luglio 2021
A novembre legge in discussione al parlamento inglese. Johnson dopo le scuse ci prova. Sconcerto dei repubblicani e dei famigliari delle vittime. Ma anche il Dup è contrario. In questi giorni si aggira per l'Irlanda lo spettro di quella che viene già definita "la madre di tutti gli insabbiamenti", e che di fatto potrebbe tradursi in una sorta di amnistia per un numero incalcolabile di criminali ancora in libertà. Il segretario di Stato per l'Irlanda del Nord, Brendan Lewis, ha infatti annunciato al parlamento inglese l'intenzione di presentare a novembre una legge per bloccare ogni nuova indagine, civile o penale, sui crimini di guerra perpetrati nel Nord.
La decisione lascia di stucco principalmente le centinaia di famiglie repubblicane che cercano da decenni giustizia per i loro cari, vittime della storica collusione tra agenti delle forze della Corona e squadracce lealiste. I crimini di guerra segnano la storia dei cosiddetti Troubles, ossia il Conflitto nordirlandese, e quelli da parte britannica portano con sé anche la deprecabile onta della collaborazione criminale tra apparati britannici e paramilitari. Questi includono il massacro di Ballymurphy, che vide l'uccisione da parte dei paracadutisti inglesi, di dieci civili tra il 9 e l'11 agosto del 1971 a Belfast, ma anche il famoso Bloody Sunday del 20 gennaio 1972, avvenuto a Derry nel quartiere del Bogside, durante il quale furono uccisi, sempre dai parà, tredici civili che partecipavano a una manifestazione per i diritti civili (la quattordicesima vittima morì il giorno seguente).
Entrambi gli eventi sono stati oggetti di maxi inchieste che hanno sancito a vario titolo la collusione tra l'esercito britannico e i paramilitari. Proprio il massacro di Ballymurphy e la relativa sentenza pubblicata a maggio, in cui le vittime venivano dichiarate totalmente innocenti e non appartenenti all'Ira, come invece depistaggi e disinformazione avevano dichiarato per anni, ha costretto il primo ministro Boris Johnson a scuse pubbliche e "senza riserve". Lo stesso Johnson, ora, forse proprio per non vedersicostretto a ripetere ulteriori scene simili, ha dichiarato in parlamento: "Stiamo finalmente risolvendo la questione per consentire al popolo dell'Irlanda del Nord di mettere una pietra sopra ai Troubles e consentirgli di andare avanti".
Da associazioni e partiti che fanno riferimento alla comunità repubblicana la scelta governativa e la sua giustificazione sono tacciate di totale malafede. Il gruppo chiamato Relatives for Justice (Parenti per la giustizia) ha subito dichiarato, tramite il suo presidente, Mark Thompson - fratello di Peter, ucciso dai soldati inglesi a Belfast nel 1990 - che si tratta de facto di impunità, aggiungendo che il governo si sta mostrando indifferente verso i diritti umani e la legge.
Gli fanno eco le famiglie delle dieci vittime di Ballymurphy che, per nome di Eileen McKeown, figlia di uno degli uccisi, Joseph Corr, ha dichiarato: "Da cinquant'anni cerchiamo di provare l'innocenza dei nostri cari. Di famiglie come le nostre ce ne sono tantissime e tutte vogliono sapere la stessa cosa". La reazione di netta contrarietà di Sinn Féin non si è fatta ovviamente attendere, come anche quella del Ministro della giustizia del Nord e leader del partito trasversale Alliance, Naomi Long, secondo cui la decisione porterebbe a un'infinità di cause legali davanti alla Corte europea dei Diritti umani. Voci di dissenso si sono alzate anche dal fronte opposto. Il primo ministro, Paul Givan, appartenente al DUP, ha chiamato i partiti tutti a unirsi per fare fronte comune contro una legge che lascia scontenti anche gli unionisti, perché "l'opportunità delle vittime e delle loro famiglie di perseguire la giustizia non deve essere negata".
Nella giornata di ieri si è tenuto un incontro a distanza tra i leader del parlamento di Belfast e i governi britannico e irlandese. Alla prevedibile solidarietà del governo della Repubblica si sono opposte le ragioni incrollabili dei britannici, la cui solidità per il momento non sembrerebbe scalfita dagli appelli alla ragionevolezza. Il Social Democratic and Labour Party, che fa riferimento principalmente alla comunità nazionalista, ha chiesto che il parlamento di Belfast si riunisca la settimana prossima per varare una mozione comune, e la segretaria di Sinn Féin, Mary Lou McDonald, dovrebbe presiedere la conferenza dei leader. Si è però alzata la voce di protesta di Doug Beattie, capo dello UUP (Ulster Unionist Party), secondo cui si tratterebbe del solito tentativo di Sinn Féin di approfittare della situazione per fare mera propaganda.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 18 luglio 2021
Il Texas giudica incostituzionale il programma Daca, voluto da Obama, che regolarizzava chi era entrato negli Usa da bambino. L'ira di Biden: farà ricorso. Un giudice distrettuale di Houston, Texas, ha dato ragione al ricorso presentato da un gruppo di Stati a guida repubblicana, dichiarando "anticostituzionale" il programma Daca: quel Deferred Action for Childhood Arrivals fortemente voluto da Barack Obama per i circa 800mila "dreamers". Sì, i "sognatori", i figli di clandestini arrivati in America quando erano ancora bambini, che finora potevano così rimanere nel Paese a studiare e provare a farsi una posizione.
Nella sua decisione contenuta in un documento di 77 pagine, il giudice Andrew Hanen ha dato ragione a Texas, Alabama, Arkansas, Kansas, Louisiana, Mississippi, Nebraska, Carolina del Sud e Virginia, affermando che il Dipartimento per la sicurezza interna, con la creazione del Daca nel 2012, violò una preesistente legge amministrativa americana e l'allora presidente Obama peccò di "abuso d'autorità". La conclusione del giudice nominato da Bush figlio, però, non influirà sui 650mila già accettati nel programma (200mila dei quali hanno trovato lavori considerati "essenziali", soprattutto negli ospedali). Ma potrebbe invece pesare sulle migliaia di domande pendenti. Il giudice ha infatti ammesso che sarebbe troppo caotico e crudele avviare le espulsioni di chi è già entrato nel programma: e dunque consente il rinnovo delle attuali protezioni, garantendo il permesso temporaneo di residenza e lavoro ai suoi beneficiari. Ma mina la possibilità di ammetterne di nuovi. Gettando di fatto nel limbo il destino di migliaia di ragazzi e ragazze, perché l'Homeland Security potrà continuare ad accettare nuove richieste, ma non potrà approvarle fino a quando la cornice legale non sarà chiarita. Non solo: pure coloro che per ora potranno continuare a restare, vedono le loro speranze complicarsi. Le protezioni, infatti, potrebbero sfumare da un momento all'altro se il governo non troverà modo di stabilizzarne le posizioni.
Il presidente Joe Biden, che aveva rafforzato il programma minato dal suo predecessore Donald Trump nel suo primo giorno alla Casa Bianca, non l'ha presa bene. E ha subito chiesto al Dipartimento di Giustizia di fare appello contro la decisione del tribunale texano. Chiedendo pure al Congresso di intervenire per ripristinare completamente il programma: un'eventualità tutt'altro che certa, visto la traballante maggioranza dei dem al Senato, anche se c'è chi spera di poter ottenere la stabilizzazione del Daca - che ha sostegno bipartisan - cedendo qualcosa ai Repubblicani nell'ambito del dibattito sul budget alle Infrastrutture. Se non si dovesse arrivare a una nuova, più solida legge, la sorte degli 800mila finirà quasi certamente davanti alla Corte Suprema a maggioranza conservatrice. Certo, un anno fa, a giugno 2020, la più Alta Corte impedì a Trump di chiudere il programma giudicando la decisione "arbitraria e capricciosa": ma all'epoca Trump non aveva ancora nominato la sua fedelissima, Amy Coney Barrett. Oggi una decisione finale sulla sorte dei sognatori è tutt'altro che scontata.
aduc.it, 18 luglio 2021
Lo studio, pubblicato alla vigilia dell'International Nelson Mandela Day il 18 luglio, esamina le tendenze a lungo termine della detenzione. Mostra che negli ultimi due decenni, tra il 2000 e il 2019, il numero di detenuti nel mondo è cresciuto di oltre il 25%, mentre la popolazione mondiale è cresciuta del 21% nello stesso periodo. Alla fine del 2019 erano incarcerate 11,7 milioni di persone. È una popolazione paragonabile per dimensioni a intere nazioni come Bolivia, Burundi, Belgio o Tunisia.
Il numero delle donne in carcere è aumentato - Il rapporto indica che alla fine del 2019 si contavano circa 152 detenuti ogni 100.000 abitanti. Mentre il Nord America, l'Africa subsahariana e l'Europa orientale hanno visto cali a lungo termine dei tassi di detenzione fino al 27%, altre regioni e Paesi, come l'America Latina, l'Australia e la Nuova Zelanda, sono cresciuti negli ultimi due decenni fino al 68%.
La maggior parte delle persone in carcere nel mondo, il 93%, sono uomini. Tuttavia, negli ultimi due decenni, il numero di donne in carcere è cresciuto più rapidamente, aumentando del 33% rispetto al 25% degli uomini. In qualità di detentore dell'insieme delle regole minime delle Nazioni Unite per il trattamento dei prigionieri - le cosiddette regole di Nelson Mandela - l'Unodc ha anche esaminato i dati sul sovraffollamento carcerario. Sebbene i tassi varino notevolmente da regione a regione, in quasi la metà dei Paesi per i quali sono disponibili dati, i sistemi carcerari operano a più del 100% della loro capacità pianificata.
Sovraffollamento carcerario durante la pandemia di Covid-19 - Il fascicolo indica anche che la pandemia di Covid-19 ha evidenziato il problema del sovraffollamento carcerario. Secondo un'analisi globale del governo e delle fonti aperte, nel maggio 2021 quasi 550.000 prigionieri in 122 Paesi sono stati infettati da Covid-19, con quasi 4.000 morti nelle carceri di 47 Paesi.
In risposta alla pandemia, alcune carceri hanno limitato la ricreazione, le opportunità di lavoro e i diritti di visita, che sono tutti componenti essenziali dei programmi di riabilitazione. Le misure di prevenzione sono spesso difficili da attuare nelle carceri, soprattutto quando sono sovraffollate. Alcuni Paesi hanno nel frattempo scelto di rilasciare, almeno temporaneamente, un gran numero di persone detenute, in particolare quelle accusate e condannate per reati non violenti. A marzo 2020, almeno 700.000 persone in tutto il mondo - o circa il 6% della popolazione carceraria mondiale stimata - sono state autorizzate o considerate idonee al rilascio attraverso meccanismi di rilascio di emergenza adottati da 119 Stati membri.
Il dossier indica misure che possono aiutare a ridurre l'uso eccessivo della custodia cautelare e della carcerazione e alleviare le conseguenze negative del sovraffollamento carcerario. Ad esempio, garantire che un'ampia gamma di alternative alla detenzione sia disponibile e sostenibile nel diritto, nella politica e nella pratica in ogni fase del procedimento penale, o affrontare le strozzature procedurali nei procedimenti penali, i sistemi di giustizia penale, migliorare la gestione dei casi e la capacità di perseguimento e servizi di polizia. Inoltre, il rapporto indica che possono essere adottate misure per contrastare l'aumento relativo della popolazione carceraria femminile, come, ad esempio, lo sviluppo e l'attuazione di opzioni di diversione specifiche per genere e misure non detentive.
di Carmen Baffi
Il Domani, 18 luglio 2021
È trascorso un mese esatto dal giorno in cui è morto Adil Belakhdim, il sindacalista investito e ucciso da un tir durante un presidio dei Cobas davanti allo stabilimento Lidl di Biandrate, in provincia di Novara. In questi giorni i suoi compagni hanno continuato a lottare in nome degli stessi diritti per i quali Adil si era sempre battuto.
Il 18 giugno il sindacato di base del Si Cobas aveva indetto uno sciopero nazionale e una manifestazione a Roma. Doveva esserci anche Adil, ma è morto poche ore prima. Quattro giorni dopo, il 22 giugno, i lavoratori di Biandrate si sono radunati sotto il palazzo della prefettura di Novara. Ci sono volute sei ore di trattativa per ottenere una risposta dai vertici aziendali della Lidl. Ma una prima conquista è arrivata. La Lidl ha garantito al sindacato di cessare le vessazioni nei confronti dei lavoratori, rimuovere i caporali dall'impianto, adeguare i contratti alle ore svolte e intervenire sui livelli salariali. Il risultato più importante è stata la salvaguardia dell'auto-organizzazione dei lavoratori contro il tentativo aziendale di escludere il Si Cobas dalle future negoziazioni.
Il giorno della morte di Adil è stato un giorno di sgomento. I sindacalisti del Si Cobas da tempo denunciavano sabotaggi e attacchi, ma non erano preparati a vedere morire un loro compagno. A Roma, 24 ore dopo, lo sconcerto si era già tramutato in rabbia. In più di mille si sono incamminati verso il ministero del Lavoro chiedendo, in nome di Adil, le dimissioni del ministro Andrea Orlando.
La rabbia monta - Martedì 6 luglio una delegazione nazionale del Si Cobas, composta dai membri dell'esecutivo nazionale Mohammed Arafat, Alessandro Zadra e Peppe D'Alesio e dal delegato Tnt Fedex di Piacenza Bayoumi Ziad, è riuscita a farsi ricevere dal ministro in persona. Il risultato raggiunto dall'incontro con i vertici Lidl a Novara è una vittoria parziale, non basta. È l'intero settore della logistica in ginocchio. È per questo che il portavoce nazionale dell'Adl Cobas, Gianni Boetto, porta sul tavolo del ministero la vertenza nazionale Fedex, con particolare attenzione alla chiusura del sito di Piacenza. L'incontro era stato inizialmente fissato la settimana prima, ma poi è stato rinviato a causa del concomitante incontro tra governo e confederali sullo sblocco dei licenziamenti. La rabbia, quindi, ha continuato a montare. Mentre i rappresentanti sono faccia a faccia con Orlando, fuori, duecento lavoratori Fedex aspettano risposte. Al tavolo prendono parte anche i collaboratori del ministro e, da remoto, il direttore generale Romolo De Camillis. Nelle due ore di confronto, la delegazione del Si Cobas ripercorre le vicende che, a partire dalla chiusura dello stabilimento di Piacenza, hanno portato a quella che i sindacalisti definiscono "un'escalation di violenza senza precedenti contro i lavoratori della logistica in sciopero".
Gli attacchi ai lavoratori - Prima della morte di Adil erano state diverse, infatti, le aggressioni verso i lavoratori durante gli scioperi e i picchetti. Il ministro Orlando, dopo aver manifestato la sua disponibilità a un confronto permanente sulle problematiche nazionali della logistica, secondo quanto riportato dalla delegazione che l'ha incontrato, avrebbe garantito di assumere personalmente l'impegno a contattare il Mise per verificare la disponibilità di quest'ultimo a una convocazione congiunta di un tavolo di trattativa con Fedex, accusata dai rappresentanti Cobas di volerli estromettere dalla propria filiera per portare a termine il piano di ristrutturazione che prevede 6.300 licenziamenti, non solo sul territorio nazionale. Il ministro avrebbe inoltre garantito che il tutto sarebbe accaduto entro una settimana e che, in caso di indisponibilità Fedex, avrebbe convocato i vertici della multinazionale. "Dopo quattro mesi di lotta fuori ai cancelli Fedex e nelle piazze di tutta Italia, il ministero del Lavoro ha finalmente ufficializzato la propria volontà di svolgere un ruolo attivo in questa vertenza", commentava soddisfatto il sindacato. Tuttavia, una risposta da Orlando non è ancora arrivata.
L'escalation continua - Se da un lato l'omicidio di Adil ha fatto luce sui problemi che investono il settore della logistica, portando a dei risultati tangibili per le lotte dei lavoratori sfruttati dalle multinazionali operanti in diversi settori, dall'altro non è riuscito a evitare l'ennesimo attacco contro un gruppo di lavoratori in sciopero. Il 30 giugno, infatti, durante un presidio degli operai della Miliardo Yida di Pontecurone in provincia di Alessandria, un camioncino si è diretto ad alta velocità verso i manifestanti. Uno degli operai è stato travolto, per fortuna senza gravi conseguenze. Alla guida del mezzo il responsabile interno dell'azienda. Il picchetto era stato organizzato per chiedere il reintegro di sei colleghi licenziati e la messa a norma dei contratti di lavoro e degli stipendi. I manifestanti denunciano la gravità di quanto accaduto e invitano tutti a unirsi alla protesta. Lo sciopero prosegue fino a quando, dopo una lunga trattativa mediata dalla questura, i lavoratori della Miliardo Yida riescono a strappare la convocazione di un tavolo in prefettura per affrontare, in presenza dei vertici aziendali, le problematiche interne, in particolare la messa in sicurezza della fabbrica, ritenuta "pericolosa e inquinante" da chi ci lavora ogni giorno.
La lotta vince - Il 16 giugno è arrivato un altro annuncio positivo per le lotte del sindacato di base. La vertenza dei lavoratori degli appalti dell'hotel Excelsior Gallia di Milano, una trattativa che durava da un anno, si è conclusa con la riassunzione degli impiegati dell'azienda Papalini, che ora gestirà i servizi di pulizia e facchinaggio nell'hotel per i prossimi tre anni. L'azienda ha accettato di migliorare i contratti di lavoro, trasformandoli in indeterminati, a differenza di quanto fatto dalla Ho Group lo scorso anno quando, in piena crisi, era stato chiesto ai lavoratori di sottoscrivere una conciliazione per auto licenziarsi, promettendo loro il pagamento del tfr e l'accesso alla Naspi. Il Gallia intanto ha affidato la gestione della riapertura, tra agosto e dicembre, a una terza azienda, la KeepUp, che però si serviva di personale esterno, non richiamando al lavoro gli aventi diritto. A gennaio è intervenuta la Papalini e la lotta dei lavoratori, affiancati dal sindacato, ha portato finalmente i suoi frutti. Le lotte del Si Cobas, dunque, pare siano riuscite ad arrivare dove nemmeno i sindacati confederali erano riusciti, ma a che prezzo? Adil Belakhdim aveva 37 anni, il 1° luglio è stato sepolto in Marocco, sua terra d'origine. Alcuni dei suoi colleghi lo hanno accompagnato per un ultimo saluto, gli altri, invece, hanno continuato a battersi come lui aveva insegnato.
di Vincenzo Imperatore
Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2021
"Mi dispiace, il tema è interessante e ben trattato, ma in questo periodo la nostra linea editoriale punta a trasmettere agli italiani un messaggio di ripresa, positività e ottimismo". Ecco la risposta che l'ufficio stampa della mia casa editrice (Chiarelettere) ha ricevuto, nell'ultimo mese, da molte redazioni di programmi televisivi, radiofonici e testate giornalistiche che venivano sollecitate per la promozione di Salviamoci!
Nascondere la polvere sotto il tappeto, questa la strategia di comunicazione adottata da buona parte del sistema mediatico. È vero che fino a qualche settimana fa eravamo ancora fortemente preoccupati, addolorati e comunque distratti dai morti e i contagiati dal virus e sul "come" combattere la pandemia. Eppure i segnali della macelleria sociale che si sarebbe realizzata dopo il lockdown c'erano, e chi doveva percepirli e predisporre rimedi ha tralasciato di ricercarne le cause e di soffermarsi sugli effetti che la pandemia avrebbe avuto sul mondo del lavoro, per incompetenza, inefficienza o comunque rassicurato dalla condizione del "mal comune, mezzo gaudio".
In queste ultime due settimane si sono risvegliati tutti perché è stato presentato un conto salatissimo alla comunità in termini di licenziamenti ex abrupto. Come ribadito la settimana scorsa, ora tutti si scandalizzano ma, come più volte ripetuto nel libro, siamo stati troppo concentrati sul "come" combattere la pandemia. In parte abbiamo anche tralasciato di ricercarne le cause.
Figuriamoci se ci soffermavamo sugli effetti che avrebbe avuto sul mondo del lavoro e sulle tasche degli italiani. E sapete perché? Perché nell'immaginario collettivo il rapporto tra la pandemia e il lavoro era ed è percepito solo come congiunturale. Ma fin dai primi momenti della chiusura generale dovuta alla diffusione del virus, è apparso chiaro a tutti come la pandemia avrebbe avuto forti ripercussioni sull'economia.
Per questo motivo il governo, allora rappresentato dal presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, si mobilitò per adottare immediatamente le giuste soluzioni al fine di tutelare l'economia e in particolar modo i lavoratori. Di fronte a crisi del genere, infatti, è sempre la forza lavoro dei gradi più bassi a farne le spese, in quanto i licenziamenti e i tagli di stipendio sono gli strumenti più veloci a disposizione delle aziende per risparmiare sulle spese.
In tale ottica il 17 marzo 2020 è stato emanato un decreto legislativo (Cura Italia), dove fra tutti gli articoli spicca in particolar modo il numero 46 a tutela, contro il licenziamento. In esso viene specificato il blocco dei licenziamenti di massa messi in atto dal 23 febbraio precedente, cioè dal primo lockdown, ovvero il divieto per le aziende di effettuare il licenziamento dei propri dipendenti per ragioni economiche o di massa (sono però concessi altri motivi, come ad esempio il fallimento dell'azienda). Il decreto, in secondo luogo, specifica che sono state estese le possibilità per le aziende di poter ricorrere agli ammortizzatori sociali anche in deroga (soprattutto alla cassa integrazione), in modo da non avere ripercussioni troppo pesanti sul proprio fatturato.
Il Cura Italia aveva una validità iniziale di sessanta giorni, che sono stati estesi successivamente fino al 31 marzo 2021. Il decreto Sostegni ha poi ulteriormente prorogato il blocco dei licenziamenti fino al 30 giugno 2021 per i lavoratori delle aziende che dispongono di Cig (Cassa integrazione guadagni) ordinaria e Cig straordinaria (soprattutto industria e agricoltura) e fino al 31 ottobre 2021 per i lavoratori delle aziende coperte da Cig in deroga (soprattutto terziario).
Però, come dicevamo, i "segnali" di quello che sarebbe accaduto erano già visibili. Bastava osservare, leggere o ascoltare le denunce che evidenziavano "le modalità" utilizzate, nel periodo comunque protetto, per eludere una legge fatta male (per urgenza o incompetenza) o i cavilli per aggirarla. Nonostante il blocco dei licenziamenti, le aziende hanno trovato e usato molti escamotage per ridurre drasticamente il proprio personale. Com'è stato possibile? Perché c'erano molti casi in cui il decreto non aveva effetto.
Il legislatore ha dimenticato qualcuno per strada. Innanzitutto sono stati esclusi i rapporti lavorativi, sebbene di natura subordinata, che riguardano la collaborazione domestica. In secondo luogo non sono stati tutelati i lavoratori che avevano rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co).
Un altro aspetto interessante da sottolineare è che il decreto non escludeva la possibilità di licenziamento dei dirigenti. Infatti l'articolo parla di tutti i rapporti di lavoro di natura subordinata, ambito in cui invece non rientra la classe dirigenziale, che quindi può essere soggetta a licenziamento per motivi economici. Non solo. Ma anche in questo caso infine non sono mancati i soliti "furbetti". Moltissimi lavoratori, infatti, nonostante la tutela del decreto, hanno risentito fortemente della crisi per effetto di una confusa interpretazione o delle subdole strategie dei disperati datori che, in molti casi, hanno messo i lavoratori nelle condizioni di ridurre "consensualmente" le proprie ore di lavoro o persino di dare "volontariamente" le dimissioni.
Il più delle volte questi casi sono stati motivati da promesse "verbali" da parte delle aziende di dare un corrispettivo per il lavoro effettuato, di assegnare delle mensilità extra e così via. Ma, come sappiamo, queste non hanno alcun valore legale di fondo, quindi non concedono nessuna garanzia ai dipendenti. Per non parlare poi della tragedia vissuta dai lavoratori in cassa integrazione. Durante il lockdown molti sono stati costretti a rimanere a casa senza la possibilità di andare al lavoro, ma con la garanzia che sarebbe comunque arrivata la cassa integrazione. Il problema è che spesso questa non è stata erogata per niente, si sono verificati numerosi ritardi e le cifre corrisposte sono state minori rispetto a quanto pattuito.
La sintesi di tutto ciò ce la comunica l'Istat con il suo report occupati e disoccupati: a maggio 2021 il tasso di disoccupazione è salito al 10,5% (+0,8 punti rispetto all'anno precedente) e tra i giovani al 31,7% (+2,7 punti), mentre il tasso di inattività è salito al 36% (+1,1 punti). Un dato, quest'ultimo, sintomatico del grado di fiducia dell'italiano medio sulla possibilità di trovare un lavoro in futuro e che deve far riflettere. Gli inattivi sono quegli italiani che non fanno parte della forza lavoro e non sono né occupati né disoccupati, perché non hanno un'occupazione né la cercano. Come se si fossero convinti che non ci potrà mai essere un'opportunità. "L'ottimismo è il profumo della vita!" come recitava Tonino Guerra in un celebre spot. Sì, peccato che ottimismo e positività non si possano mangiare.
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