di Theo Guzman
Il Manifesto, 11 dicembre 2021
Oggi manifestazione della diaspora in Italia. La sciopero di ieri ha coinciso anche con un'altra notizia che riguarda il Paese governato dai militari: il Myanmar Accountability Project (Map), organizzazione non governativa con sede a Londra, ha presentato un dossier al Tribunale penale internazionale (Tpi) dell'Aja in cui si accusa di crimini contro l'umanità l'uomo che ha guidato il golpe del 1° febbraio scorso, il generale Min Aung Hlaing.
"Giovedì le forze di sicurezza della giunta militare birmana avevano detto alle persone di non partecipare allo sciopero proclamato per venerdì, promettendo di fornire sicurezza sufficiente a coloro che avrebbero voluto tener aperte le loro attività. Ma la gente - scriveva ieri il quotidiano online Irrawaddy - le ha sfidate e si è unita comunque allo sciopero". Uno sciopero davvero particolare e una nuova invenzione della più creativa resistenza popolare di questi anni: ieri infatti, Giornata mondiali dei diritti umani, i birmani hanno deciso uno sciopero del "silenzio". In una parola una serrata totale di ogni attività pur senza cortei né manifestazioni: strade vuote, centri commerciali e negozi chiusi, macchine ferme, usci delle case sbarrati.
E così, in un'ennesima prova di forza tra resistenza e golpisti - che da oltre dieci mesi occupano le istituzioni e reprimono le proteste - lo sciopero generale del silenzio è riuscito in pieno: da Yangon al più piccolo villaggio del Myanmar. Le immagini rimbalzano sui principali siti delle agenzie di stampa che confermano la riuscita di uno sciopero cui non hanno partecipato nemmeno gli ambulanti e che si è concluso verso le 4 del pomeriggio, un paio d'ore prima del buio.
Come in altre occasioni la giornata birmana si espande anche dove vivono le comunità della diaspora. In Italia, per esempio, oggi si terrà una manifestazione per il sostegno al popolo birmano a Roma in Piazza della Repubblica dalle 14 alle 15. "Una manifestazione globale che la comunità birmana - spiegano i membri di quella italiana - terrà in ogni parte del mondo per chiedere la fine alle atrocità commesse dai militari. I nostri amici e famigliari in Birmania stanno soffrendo. Stanno affrontando atrocità così crudeli che non devono più ripetersi".
La sciopero di ieri ha coinciso anche con un'altra notizia che riguarda il Paese governato dai militari: il Myanmar Accountability Project (Map), organizzazione non governativa con sede a Londra, ha presentato un dossier al Tribunale penale internazionale (Tpi) dell'Aja in cui si accusa di crimini contro l'umanità l'uomo che ha guidato il golpe del 1° febbraio scorso, il generale Min Aung Hlaing. Nella nota diffusa ieri dall'organizzazione, il Map chiede al Tribunale internazionale di aprire un'indagine penale sull'uso diffuso e sistematico della tortura come parte della violenta repressione contro il movimento di protesta in Myanmar, repressione che le Nazioni Unite hanno definito una "campagna del terrore".
Il Tpi aveva già tentato di aprire un'inchiesta sulle violenze contro i Rohingya ma il Myanmar - che non aderisce al Tpi - gli aveva sbarrato la strada. Farà lo stesso ma resta il dossier con prove evidenti di tortura - secondo l'Ong - accompagnate da un'analisi legale per dimostrare che l'uso di questa pratica nel Paese è diffusa e sistematica ed è il risultato di politiche statali, dunque preordinate con l'avvallo dei vertici. Tutti elementi che portano al reato di crimini contro l'umanità, sostiene l'organizzazione del Regno Unito.
di Diego Mazzola
Il Riformista, 10 dicembre 2021
Da Spinelli e Turati ad Angela Davis, c'è una grande storia abolizionista. Ridurre al minimo l'intervento punitivo del diritto penale è essenziale per ridare credibilità al sistema. Una cultura
di prevenzione nonviolenta è possibile. Ne parleremo al Congresso di Nessuno tocchi Caino.
Oggi, finalmente, si comincia a sentir dire che il primo e indispensabile passo per portare l'umanità fuori dalla società carceraria sia la riduzione del diritto penale fino al "minimo" della sua sfera di intervento, delle sue previsioni punitive.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 dicembre 2021
Per Giovanna di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, il testo base sull'ergastolo ostativo ha il limite di mettere in secondo piano il percorso trattamentale del detenuto. Sull'accentramento delle istanze al Tribunale di sorveglianza di Roma aggiunge: "Tende a sminuire il valore e la competenza della magistratura di sorveglianza e si pone in piena distonia con l'ordinamento penitenziario".
di Simonetta Dezi
ansa.it, 10 dicembre 2021
Venturini, riconoscimento per lavoro fatto da anni insieme. Il teatro li rende liberi, liberi di sperimentare una nuova dimensione personale e sociale. Il teatro li libera là dove la loro condizione è ancora quella di reclusi. Chi tra i detenuti ha provato l'esperienza di calcare il palcoscenico, grazie ai percorsi di integrazione organizzati in vari istituti penitenziari italiani, parla spesso di una trasformazione, a volte addirittura di un radicale cambiamento.
Perché oltre i cancelli del carcere c'è vita, la stessa che troviamo fuori e il teatro può contribuire a costruire il famoso ponte tra comunità penitenziaria e società esterna.
di Mauro Rosin
Il Dubbio, 10 dicembre 2021
Sette decreti di grazia firmati ieri dal Presidente della Repubblica, con parere favorevole della ministra della Giustizia Marta Cartabia, si legge nella nota diramata dal Quirinale. A beneficiare del provvedimento di clemenza c'è Michele Strano, nato nel 1968, condannato a sei anni, due mesi di reclusione per omicidio volontario commesso nel 2012, nel corso di una rapina ai suoi danni nella quale era rimasto ucciso anche suo fratello. Nel concedere la grazia di un anno di reclusione il Capo dello Stato ha tenuto conto del parere favorevole formulato dal Procuratore generale e del percorso di riconciliazione avvenuto tra i familiari delle due vittime.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 10 dicembre 2021
Ma le proposte della Guardasigilli devono fare i conti con i tempi e con le divisioni del Parlamento. La decisione di bloccare la "porta girevole" tra magistratura e politica è una novità positiva: sia per i giudici, sia per gli eletti. Ma lo è soprattutto per un'opinione pubblica che in questi anni ha vissuto con disagio il passaggio dalle aule di tribunale alle campagne elettorali di esponenti del mondo giudiziario. E ha assistito ancora più sconcertata e impotente al ritorno nelle file della magistratura di quanti si erano presentati con una casacca di partito.
Il divieto è stato proposto dalla Guardasigilli, Marta Cartabia. Dovrebbe arrivare il Consiglio dei ministri entro un paio di settimane. E, con l'approvazione, mettere il governo al riparo dai distinguo delle forze politiche una volta che approderà in Parlamento: almeno in teoria. L'aspetto interessante è che si stia delineando un'unanimità di posizioni. Il problema è capire se questa concordia sia destinata a durare, o se sia solo di facciata.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 dicembre 2021
Il piano della guardasigilli: sistema elettorale maggioritario, stretta alle porte girevoli tra toghe e politica e presenza (soft) degli avvocati nei consigli giudiziari. "Coinvolgimento di avvocati e professori nei Consigli giudiziari": è questa per ora la generica posizione ufficiale del Governo che si vorrebbe introdurre nella riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario.
La Ministra Cartabia ieri ha incontrato separatamente tutti i partiti di maggioranza. Da quanto ci raccontano i parlamentari la Guardasigilli non ha espresso una posizione sulla possibilità di aprire al diritto di voto per gli avvocati in merito alle valutazioni di professionalità. Eppure lo chiedono tutti i partiti, o almeno come i Cinque Stelle non si opporrebbero.
L'intenzione è di coinvolgere gli avvocati ma sul come, ci dice il sottosegretario Sisto, "siamo in una fase di working in progress". La delegazione del Pd, composta da Anna Rossomando, Alfredo Bazoli e Walter Verini, ha suggerito per esempio alla Ministra una proposta che ha accolto con interesse: per evitare possibili conflitti di interesse tra l'avvocato del Consiglio giudiziario e il magistrato che si va a valutare, i dem suggeriscono che l'avvocato voti sulla base di un parere che formalmente ha elaborato il Consiglio dell'Ordine degli avvocati di quel distretto, andando così a spersonalizzare il voto del singolo avvocato che diviene in pratica un delegato del Coa.
Tornando agli altri elementi di riforma, va detto che per il sistema di voto del Csm è stata accantonata la proposta Luciani del voto singolo trasferibile. Si mira ad un sistema maggioritario con collegi binominali con correttivi per rappresentare i gruppi minoritari. Prevista altresì la parità di genere sulle candidature. Non si abbandona del tutto l'ipotesi del sorteggio: se non arrivano spontaneamente il triplo delle candidature rispetto ai posti da assegnare per ogni collegio, si integrano per sorteggio tra i magistrati che non hanno negato la loro disponibilità. E scatta il sorteggio anche nel caso in cui non sia assicurata la parità di genere.
Diverse le novità sulle toghe in politica: i magistrati non potranno candidarsi nel collegio in cui è compreso in tutto o in parte l'ufficio giudiziario in cui hanno prestato servizio negli ultimi tre anni. E all'atto dell'accettazione della candidatura dovranno essere posti in aspettativa senza assegni. Non c'è però lo stop alle porte girevoli, previsto dal ddl Bonafede e che i 5s hanno chiesto di mantenere, perché chi si candida - eletto o non eletto - potrà tornare a indossare la toga, anche se solo a certe condizioni, e comunque per un periodo di tempo potrebbe stare lontano dalle funzioni giudiziarie.
È prevista una riduzione dei magistrati fuori ruolo: il numero sarà definito in fase di delega. Per gli incarichi semidirettivi e direttivi si vuole individuare un contenuto minimo di criteri di valutazione, tra cui l'anzianità, per verificare tra l'altro anche le capacità organizzative. Per le valutazioni di professionalità si va verso una articolazione del giudizio positivo in: discreto, buono o ottimo. La riforma questa volta non sarà blindata come per il penale.
La timeline dovrebbe essere questa: entro la prossima settimana, la Ministra formalizzerà la sua proposta che i partiti hanno chiesto di rivedere prima che la porti in Consiglio dei Ministri. Poi sarà dato spazio al lavoro sub emendativo al quale seguirà un altro incontro con i partiti. Quest'ultimi sono prudenti nell'esprimere un giudizio definitivo, aspettano di vedere il testo ultimo della proposta governativa. Comunque i presupposti per una buona riforma sembrano esserci.
Per Lucia Annibali di Italia Viva: "Noi non abbiamo preclusioni particolare sul sistema elettorale del Csm. Sicuramente si fa un passo avanti rispetto alla proposta Luciani, che in diversi punti è apparsa blanda. È importante che vengano affrontati adeguatamente gli altri nodi cruciali, come le porte girevoli, i fuori ruolo e le valutazioni di professionalità: e sembra che la strada è quella giusta se verranno confermati i paletti illustrati dalla Ministra, senza dimenticare il diritto di voto per gli avvocati nei Consigli giudiziari".
Anche per Federico Conte (Leu) "si va sicuramente nella direzione giusta, potenziando l'impianto del ddl Bonafede. Io ho insistito molto per il diritto di voto per gli avvocati.
La Ministra valuterà. Per noi è anche necessario rafforzare i percorsi formativi per i magistrati che ricoprono incarichi direttivi, non solo in merito ai modelli organizzativi ma anche per le competenze digitali". Per Walter Verini, relatore del provvedimento insieme al pentastellato Saitta, "una legge elettorale può aiutare a frenare le degenerazioni correntizie ma è evidente che nella magistratura ci vuole un grandissimo sforzo di autorinnovamento. Ho fiducia che le riforme del penale, del civile e dell'ordinamento nel loro insieme siano dei passi nella direzione giusta per una giustizia moderna e in linea con la Costituzione e col fatto che siamo un Paese europeo".
Più critico Pierantonio Zanettin, capogruppo di FI in Commissione Giustizia: "la soluzione proposta favorisce bipolarismo e mortifica i gruppi minori. Noi abbiamo riproposto il sorteggio temperato come unica soluzione per togliere potere alle correnti.
Tra le nostre priorità lo stop alle porte girevoli. I magistrati eletti in politica non devono più poter rientrare a fare né il pm, né il giudice. Indispensabile anche una stretta sui magistrati fuori ruolo. E va riconosciuto il diritto di voto agli avvocati nei consigli giudiziari sulle valutazioni di professionalità dei magistrati". Fermare le porte girevoli fra politica e magistratura è anche "la priorità" del Cinque Stelle "insieme alla restituzione alla categoria della propria piena dignità dopo gli scandali degli ultimi anni".
Questi i punti principali portati al tavolo con la Guardasigilli dalla delegazione dei pentastellati- composta da Eugenio Saitta e Alfonso Bonafede. "È stato un colloquio cordiale e molto costruttivo - affermano deputate e deputati M5S della commissione giustizia -. Siamo contenti di constatare che l'impianto è quello della legge Bonafede già depositata alla Camera".
Non si sbilancia Enrico Costa di Azione: "prima di qualsiasi valutazione aspetto di vedere il testo ufficiale. Posso dire che per il sistema di voto del Csm, per quel che concerne i giudici sono previsti 4 collegi nazionali e vengono eletti i primi due, con un recupero dei migliori terzi, che io ho ribattezzato 'modello Champions League'. La cosa importante è che per la legge elettorale del Csm non ci sarà la delega. Per quanto riguarda le porte girevoli, ho proposto di distaccare i non eletti al settore civile". Anche Manuela Gagliardi di Coraggio Italia conferma "il nostro interesse a valutare e sostenere quanto la Guardasigilli presenterà".
Per la Lega ha partecipato all'incontro l'onorevole Roberto Turri: "per noi solo il sorteggio, seppur temperato, può mettere un freno al correntismo. Valuteremo la proposta formale che presenteranno. Sulle porte girevoli: per noi uno che entra in politica non deve fare più il magistrato, non deve ricoprire più funzioni giudiziarie. Con la situazione attuale c'è bisogno di decisioni forti, non di palliativi. Dopo Palamara tutti dobbiamo assumerci la responsabilità di fare norme chiare e che mettano fine al sistema clientelare".
di Paolo Frosina
Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2021
"Col nuovo sistema sottomessi i magistrati liberi". Il governo vorrebbe modificare l'attuale sistema elettorale per Palazzo dei Marescialli in questo modo: al posto di un unico collegio nazionale ci sarebbero sette collegi più piccoli, che eleggerebbero i due candidati più votati. I consiglieri Ardita e Di Matteo: "Sarebbe il trionfo del correntismo e del bipolarismo che provocherà ulteriori spaccature e conflitti". Articolo 101: "Improbabile che si possa ottenere l'elezione di un candidato indipendente, fuori da certe dinamiche".
Al momento non c'è alcun testo definitivo, ma solo i retroscena dei giornali e bozze di documenti che hanno fatto irritare pure l'Associazione nazionale magistrati. Come era già successo per la giustizia penale, infatti, anche per la riforma del Consiglio superiore della magistratura bastano le anticipazioni per scatenare le polemiche. Ieri la guardasigilli, Marta Cartabia, era intervenuta ad Atreju alla festa di Fratelli d'Italia per spiegato che quello del Csm "è il prossimo imminente appuntamento di riforme". Non potrebbe essere altrimenti visto che la riforma di Palazzo dei Marescialli è stata chiesta a più riprese pure direttamente da Sergio Mattarella.
Ecco perché già in mattinata la ministra ha visto le forze di maggioranza. La guardasigilli si è confrontata sulle principali novità che il governo intende inserire in un emendamento al disegno di legge in discussione alla Camera. Proposte già anticipate negli incontri con l'Associazione nazionale magistrati, che hanno fatto infuriare alcune componenti delle toghe. Il motivo? La nuova legge elettorale per Palazzo dei Marescialli, secondo alcuni addetti ai lavori, ha come effetto quello di rafforzare le correnti. Un risultato completamente opposto a quello che in teoria dovrebbe essere raggiunto con la riforma. Già ieri Cartabia aveva messo le mani avanti: "È ovvio che i sistemi elettorali possono incidere, ma l'abbiamo visto sul campo politico: non è lì che cambi gli attori che poi giocano la partita". Ecco perché nelle ultime ore si ragiona di correttivi per tutelare la rappresentanza di "gruppi minoritari". Ma andiamo con ordine.
Secondo quanto trapelato nelle ultime ore il governo vorrebbe modificare l'attuale sistema elettorale per il Csm in questo modo: al posto di un unico collegio nazionale ci sarebbero sette collegi più piccoli. Uno sarebbe riservato ai giudici di legittimità, due per i pubblici ministeri, quattro per i giudici. Il numero dei consiglieri togati sarebbe invariato: quindi per coprire 16 seggi ogni collegio elegge i due candidati più votati con preferenza unica. Gli altri due posti vengono scelti tra i migliori terzi classificati. Un meccanismo che ha provocato la reazione di Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo, consiglieri togati eletti con Autonomia e Indipendenza a Palazzo dei Marescialli.
"La nuova legge elettorale per la elezione del Csm prevedrebbe un sistema binominale con piccoli collegi. Questo farà sparire ogni possibile opposizione allo strapotere delle correnti che sottometteranno definitivamente i magistrati liberi che sono la maggioranza. Sarebbe il trionfo del correntismo e del bipolarismo che provocherà ulteriori spaccature e conflitti", dicono i due magistrati. Secondo Ardita e Di Matteo, infatti, la creazione di collegi più piccoli agevola le correnti che hanno più potere elettorale nei territori e dunque possono facilmente spingere i loro candidati tra i primi due posti. Ecco perché parlano di bipolarismo.
"La governabilità - continuano i due consiglieri del Csm - che si basa su maggioranze stabili è il peggior nemico dell'autogoverno dei magistrati. Perché sacrifica il merito e premia chi milita nei gruppi che hanno più numeri al Csm. Esattamente l'opposto di ciò che aveva pensato il Costituente nell'interesse dei cittadini che meritano una giustizia serena ed indipendente: i magistrati sottomessi ad un potere interno e non previsto dalla Costituzione".
Sulla stessa lunghezza d'onda anche i magistrati di Articolo 101, il gruppo nato in polemica con le correnti della magistratura. "Se dovesse essere confermato questo meccanismo di designazione è improbabile che si possa ottenere l'elezione di candidati non designati da correnti e dunque fuori da certe dinamiche", dice Andrea Reale, componente dell'Anm di Articolo 101. Come altri componenti del sindacato delle toghe, neanche Reale ha ricevuto dei testi definitivi sulla riforma. "Però - aggiunge- posso dire che se con una norma simile non solo non si debella il correntismo ma anzi si mortificano le istanze di tutti i magistrati che non vogliono appartenere ad alcun gruppo". Anche secondo Reale questo tipo di norma crea una sorta di bipolarismo in toga, "avvantaggiando di fatto le correnti più forti".
Unico piccolo elemento positivo, per il magistrato di Articolo 101, è il sorteggio, che la nuova legge introduce in caso di candidature insufficienti e per eventualmente assicurare la parità di genere. "Almeno viene sdoganato un meccanismo che noi vorremmo fosse utilizzato per individuare tutti i candidabili. In questo modo, però, il sorteggio è residuale per le corazzate: servirà a trovare i riempilista che però non prenderanno più di qualche decina di preferenza. Così la ragion d'essere del sorteggio è totalmente frustrata e la sua previsione è inutile".
Una irritazione sotterranea si registra anche nelle altre componenti dell'Anm: un malumore legato anche al fatto che la ministra non ha fornito testi scritti. "Senza carte in mano è più difficile ragionare", dicono fonti del sindacato delle toghe al fattoquotidiano.it. Fastidio trapela persino Area, una delle correnti che potrebbe essere avvantaggiata dalla nuova norma elettorale. Già in passato dalla corrente progressista della magistratura avevano criticato la creazione di collegi troppo piccoli perché "non garantiscono trasparenza dei meccanismi di aggregazione e favoriscono gli accordi e i patti di desistenza tra le correnti organizzate, rendendo estremamente difficile, se non impossibile, la affermazione di candidati indipendenti". Insomma: la riforma che doveva ridimensionare il potere delle correnti rischia di rafforzarle.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 10 dicembre 2021
Ieri la ministra ha presentato le sue proposte di riforma ai partiti della maggioranza. Il sistema elettorale della componente togata resta maggioritario, ma la guardasigilli non si illude: da solo non basterà a fermare le correnti.
Anche la tanto attesa e invocata - a cominciare dal capo dello Stato - riforma del Consiglio superiore della magistratura deve fare i conti con le risorse economiche. Ed è soprattutto per questo motivo che la ministra della giustizia ha frenato sul ventilato allargamento del Consiglio da 27 a 33 componenti, di cui 20 (da 16) magistrati eletti.
Cartabia ha spiegato ieri ai rappresentanti della maggioranza che punta a far approvare entro natale il suo maxi emendamento al vecchio disegno di legge Bonafede dal Consiglio dei ministri. E ha incassato un sostanziale via libera alla sua proposta di nuova legge elettorale per la componente togata, malgrado non si tratti della rivoluzione invocata.
Resta il sistema maggioritario, ma in luogo degli attuali tre collegi divisi per funzione ci saranno sette collegi "binominali", in cui vengono eletti cioè i primi due. Nel collegio della Cassazione non cambierà nulla. Per i giudici i collegi da uno passano a quattro e per i pm da uno a due. Oltre ai primi due di ogni collegio, risulteranno eletti i due migliori terzi, calcolati in proporzione ai voti validi e dunque difficilmente prevedibili dalle correnti. Ma se il totale delle toghe del Consiglio, una volta reperite le risorse necessarie, dovesse salire da 16 a 20 rispettando le attese, a quel punto tutti i migliori terzi sarebbero eletti e il sistema cambierebbe assai.
Del resto non è dal sistema elettorale del Csm che ci si può attendere quel freno all'influenza delle correnti che tutti auspicano, anche la ministra ne è consapevole e lo ha ammesso con i suoi interlocutori, ricevuti ieri dal mattino presto una delegazione di partito alla volta. Le altre novità della legge elettorale sono che se non ci saranno almeno sei candidati per collegio, o se un genere sarà sotto rappresentato, le liste saranno integrate con sorteggio.
La parità nelle candidature non garantisce affatto parità negli eletti, dunque il Pd ha chiesto di prevedere un meccanismo per il quale se non c'è alternanza di genere tra i vincitori di un collegio il secondo viene sostituito scorrendo le liste. Leu ha invece chiesto di aumentare il numero dei collegi per i giudici da quattro a cinque. Altre correzioni nel funzionamento del Csm riguardano le nomine per gli incarichi direttivi e semi direttivi che si cercherà di ancorare ancor di più a criteri oggettivi (raccogliendo anche il parere degli avvocati che siedono nei consigli giudiziari) e le commissioni. In particolare i componenti del collegio disciplinare non potranno più far parte delle commissioni più importanti del Consiglio (accesso in magistratura e mobilità, conferimento incarichi direttivi, incompatibilità e valutazioni di professionalità).
Le novità nell'ordinamento giudiziario incidono su alcuni problemi aperti, per esempio quello delle cosiddette "porte girevoli" tra politica e uffici giudiziari. Le indicazioni sono quelle della commissione Luciani, che ha previsto l'incompatibilità anche per le cariche elettive minori (mai più casi Maresca) e la necessità che i magistrati si fermino per un periodo lungo - 3 o 5 anni - prima di tornare nei ruoli al termine di un mandato elettorale.
Prevista una stretta anche sui fuori ruolo, abbassando l'attuale tetto di 200 magistrati impegnati nei ministeri e negli altri organi costituzionali e prevedendo un limite di 10 anni per gli incarichi extra giudiziali (ai quali un magistrato potrà accedere dopo almeno 10 anni di servizio). Infine tra le proposte della ministra c'è il ritorno della laurea abilitante: gli aspiranti magistrati non dovranno più svolgere un dottorato o frequentare una scuola di specializzazione prima di tentare il concorso. Dove però dovranno affrontare più prove scritte, proprio quelle che hanno fatto cadere il 94% dei partecipanti all'ultimo concorso.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 10 dicembre 2021
Autopsia eseguita all'insaputa dei familiari. L'autopsia sul corpo di Abdel Latif, il 26enne tunisino morto il 28 novembre scorso nel reparto psichiatrico del San Camillo dopo essere stato legato al letto per giorni, è stata eseguita all'insaputa dei suoi familiari. Ad accertarlo è l'avvocato della famiglia, Francesco Romeo, che definisce la condotta "una grave superficialità".
Il legale del 26enne ha raccontato a Repubblica di aver "appreso oggi che è già stata svolta l'autopsia sul corpo di Wissem Ben Abdel Latif. I familiari non sono stati avvisati e non hanno potuto nominare un proprio medico legale per partecipare all'autopsia: si tratta di una grave superficialità".
L'avvocato è pronto quindi per nominare "un consulente che potrà svolgere solo l'esame esterno della salma, mentre alla Procura indicheremo anche i nominativi di altri ragazzi che con Wissem hanno condiviso il viaggio, la quarantena e la restrizione presso il Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria. I familiari vogliono conoscere la verità sulla morte di Wissem", dice il legale della famiglia.
Il legale della famiglia vuole quindi fare valere le testimonianze di tre ragazzi che hanno condiviso la camerata con il migrante tunisino nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, alle porte di Roma, secondo cui Abdel sarebbe stata vittima di aggressioni verbali e fisiche nel Cpr. "Cercheremo di fare chiarezza, con ogni mezzo disponibile, sulle vicende che hanno condotto alla morte Wissem Ben Abdel Latif", è l'auspicio dell'avvocato.
Abdel è approdato al porto di Augusta in Sicilia il 2 ottobre su un barcone con altri migranti e, dopo 14 giorni di quarantena su una motonave, è stato trasferito al Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria. Nel Cpr capitolino, secondo i testimoni, inizia il calvario del 26enne. Il giovane nel centro ha subito aggressioni verbali e fisiche, tanto da vivere in uno stato di ansia e paura.
Il giovane tunisino, dopo una breve permanenza al Cpr, era stato trasferito in ospedale per presunti disturbi psichiatrici, dove è morto il 28 novembre su un lettino di contenzione. A denunciare la vicenda è la campagna LasciateCIEntrare, su segnalazione del deputato tunisino Majdi Kerbai. La denuncia è stata poi rilanciata dal garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, su mobilitazione del garante laziale, Stefano Anastasia, e di Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di Radicali/+Europa. La procura di Roma ha aperto un fascicolo e disposto l'autopsia per fare luce sul decesso del giovane 26enne.
- Caltagirone (Ct). Strangola il compagno di cella, nel carcere secondo omicidio da inizio anno
- Ascoli Piceno. Si è impiccato in cella, lo aveva annunciato nelle lettere
- Lazio. Carceri: "Mai più bambini dietro le sbarre", approvata mozione in Consiglio regionale
- Lecce. "Detenuti al freddo e in celle sovraffollate"
- Udine. Covid, in carcere diciotto detenuti contagiati









