di Mattia Ferraresi
Il Domani, 16 luglio 2021
Del discorso della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, a Santa Maria Capua Vetere si può sottoscrivere anche la punteggiatura. Le pene che non devono essere contrarie al senso di umanità, il sovraffollamento delle carceri, le strutture fatiscenti, la necessità di pene alternative alla detenzione, le riforme strutturali dell'ordinamento, il ruolo degli educatori, il carcere come comunità tesa al recupero e al reinserimento in società, le risposte "immediate e indifferibili": tutto giusto e condivisibile. Perfino troppo giusto e condivisibile.
di Roberto Rampi
Il Riformista, 16 luglio 2021
Come cittadino e come politico liberale e libertario ho riflettuto in questi mesi sulla opportunità dei referendum, sulla scelta dei temi e non ultimo dei compagni di viaggio. Sento di appartenere alla comunità radicale, ne condivido i fondamenti e mi riconosco nell'impostazione transnazionale, nella scelta traspartitica e nella pratica nonviolenta.
Nonviolenza che è la chiave di un metodo politico e che caratterizza anche il linguaggio, l'approccio verso l'altro da sé, l'idea che nella differenza ci sia non un vulnus da sanare ma un punto di vista diverso a cui abbeverarsi, con cui arricchirsi nell'irriducibile tensione con ciò che non siamo, che nel dialogo e non nella soluzione delle contraddizioni ma nelle contraddizioni stesse sta la qualità, la novità, la vitalità, l'innovazione.
In questo senso sono impegnato nel Partito Radicale con la formula della doppia tessera e in Nessuno Tocchi Caino, una straordinaria realtà politico-culturale che ha impostato una lettura diversa rispetto alla consolidata idea colpa/punizione e partendo dal rifiuto della pena di morte e dalla campagna per la moratoria e dalla condizione drammatica delle carceri ha esteso il campo d'azione alla concezione stessa della pena come un errore concettuale, innanzitutto verso l'idea di Stato e poi anche verso i rapporti tra le persone, e con se stessi.
Mettendo al centro della riflessione l'errore nel concepire noi e gli altri come soggetti immobili e immutabili nel tempo, come oggetti passibili di una linearità, dove piuttosto noi siamo eventi in continua trasformazione e mutazione. Per questo non riesco a passare dalle straordinarie e stimolanti vette di elaborazione teorica e pratica raggiunte con l'ultimo congresso di Opera a una campagna referendaria con quesiti a mio giudizio parziali e non risolutivi, e con compagni di viaggio che la raccontano in ogni piazza con lo slogan "Chi sbaglia paga". Finendo per essere una campagna più orientata a punire il sistema giudiziario e i suoi eccessi, che a trasformare il meccanismo della giustizia.
Come ho già avuto modo di scrivere non mi preoccupa con chi si viaggia se si condivide un cammino. Piuttosto mi chiedo se il sentiero tracciato sia quello del cambio di paradigma rispetto alla Giustizia o piuttosto il rafforzamento di una concezione punitiva con la sola novità di restituire alla magistratura pan per focaccia. Insomma occhio per occhio e dente per dente. Credo di essere facile profeta nel ritenere che non solo le firme si raggiungeranno ma che si arriverà al vaglio dei quesiti, non ultimo perché ci saranno Regioni che garantiranno il risultato per disciplina di partito.
Ma mi chiedo: su quale piattaforma culturale porteremo il Paese alle urne? Quale è l'orizzonte di senso? Un aumento della punibilità dei magistrati?
Per quanto mi riguarda il tema è quello di una importante azione di depenalizzazione della stragrande maggioranza dei reati, del superamento della carcerazione, non solo di quella preventiva, come principale sistema di reazione a un comportamento reale o presunto contro la norma vigente, di un rapporto diverso, meno dogmatico, verso lo stesso concetto di legalità. Di uno spostamento dal campo della repressione e della punizione a quello della crescita culturale di comunità e personale. Piccoli passi in questa direzione si sono realizzati solo durante i governi a guida Pd e quella parte di cultura e di pratica politica democratica va sostenuta e rafforzata.
Si tratta a mio modo di vedere di una scelta strategica che si sviluppa rafforzando anche la componente liberale del campo conservatore dello schieramento politico italiano e gli assi riformisti rispetto alla prevalente dinamica populista che in tutto il mondo ha tra le sue note caratteristiche la dimensione forcaiola. E si tratta di battere la cultura dominante della nuova destra, che dalla Polonia all'Ungheria passando per la Turchia e persino per alcuni elementi americani, considera l'autonomia della magistratura un fastidio da ricondurre all'ordine.
È lo stesso paradigma sotteso all'impostazione referendaria? È una domanda da porsi con profondità.
Vogliamo una magistratura autonoma in un sistema di norme più libertario che cancelli l'obbligatorietà dell'azione penale, depenalizzi reati, e superi il ricorso alla carcerazione, o puntiamo a rendere più controllabili i magistrati in un sistema invariato? È dando risposte a queste domande che si determina l'orizzonte politico. Per me è quello di una sinistra liberale che fa crescere le libertà sostanziali in un sistema non etico e non giudicante.
di Ezia Maccora*
La Stampa, 16 luglio 2021
Le proposte di riforma del processo penale si sono sviluppate lungo due momenti: uno tecnico, affidato alla commissione Lattanzi nominata dalla Ministra Cartabia, e uno politico, conclusosi con gli emendamenti approvati all'unanimità dal Consiglio dei Ministri.
Analizziamo i diversi approdi. La commissione Lattanzi ha lavorato su due importanti obiettivi: ridurre i tempi dei processi, con forti interventi deflattivi, e cambiare il paradigma del sistema sanzionatorio. Sul versante dei meccanismi deflattivi fondamentale il nuovo istituto "dell'archiviazione meritata", già presente in molti paesi europei, che opera quando l'indagato pone in essere azioni riparative nei confronti della vittima o della lesione allo Stato. Di rilievo l'ampliamento dell'accesso ai riti alternativi, con l'eliminazione delle preclusioni soggettive e oggettive per accedere al patteggiamento.
Significativa la funzione di filtro affidata al pubblico ministero in sede di richiesta di archiviazione e al gup in sede di udienza preliminare: non mandare a giudizio senza una "ragionevole previsione di condanna". Funzionale all'obiettivo la revisione delle impugnazioni, con l'inappellabilità delle sentenze da parte del pubblico ministero, dove la corretta applicazione della legge può essere assicurata attraverso il ricorso in Cassazione e le limitazioni alla facoltà di appello per le parti private.
Importante da ultimo l'investimento sugli istituti della messa alla prova e sulla non punibilità per la tenuità del fatto. Sul versante della modifica del sistema sanzionatorio si potenzia il principio del carcere come extrema ratio, si investe sulle pene pecuniarie, sulle sanzioni alternative alla detenzione e sulla giustizia riparativa. Non dimentichiamo, come di recente ha evidenziato il garante dei diritti dei detenuti, che nelle nostre carceri oggi oltre mille detenuti scontano pene inferiori ad un anno ed oltre tremila pene inferiori a tre anni. Un mutamento di prospettiva che si spera possa diventare realtà, essendo stato recepito dal Governo.
Infine sulla prescrizione sono state indicate due strade alternative proprio per consentire "una migliore scelta del Governo e del Parlamento". La prima proposta, che agisce sulla sospensione della prescrizione nei diversi gradi del giudizio, è più in linea con le riforme del 2017 e del 2019, la seconda distingue invece nettamente tra prescrizione da un lato e tempi delle fasi processuali dall'altro. Il Governo ha raccolto solo in parte le proposte della commissione Lattanzi.
È evidente che nel passaggio dal campo tecnico a quello politico, vi è stata una mediazione tra diverse posizioni non del tutto conciliabili. In vista del dibattito parlamentare appare utile evidenziare i rischi di disfunzioni legati al risultato di questa mediazione, anche per la tenuta costituzionale del sistema nel suo complesso. Il Governo sembra essersi orientato, con qualche significativa differenza, più verso la seconda proposta della commissione Lattanzi condividendo il punto politico che l'ha ispirata: "Oggi la priorità è di ridurre i tempi di definizione dei giudizi, allineandoli agli standard europei".
Non dimentichiamo che le riforme sono strettamente legate all'approvazione del Pnrr, che impone l'obiettivo della riduzione del 25% dei tempi del processo penale. Ha scelto però, diversamente dalla commissione Lattanzi, di non investire nei meccanismi di deflazione processuale. Scompare infatti l'istituto dell'archiviazione meritata, viene ridotto l'accesso ai riti alternativi ed è eliminata la stretta sulle impugnazioni.
Mantenere la scelta della improcedibilità per superamento dei termini di durata dei giudizi di impugnazione, senza prevedere adeguati meccanismi di deflazione, potrebbe comportare effetti non auspicabili, perché mantiene inalterati i gravosi carichi di lavoro delle Corti e sappiamo che già oggi almeno dieci Corti d'Appello non sarebbero in grado di rispettare tale termine.
È accettabile che a fronte di una condanna in primo grado per un reato grave, con un ampio termine di prescrizione, si rischi la dichiarazione di improcedibilità in appello per il mancato rispetto del termine di 2/3 anni previsto per la conclusione del giudizio? Per quanto l'irragionevole durata del processo meriti una soluzione non potendosi accettare, in presenza dell'interruzione della prescrizione, il rischio di avere un imputato sine die, vi è da dubitare sulla bontà di quella adottata dal Governo.
Una riforma di queste dimensioni non può prescindere dal potenziamento di istituti deflattivi, da una soluzione che elimini gli arretrati che gravano sugli uffici giudiziari e da risorse importanti in grado di far camminare il nuovo sistema sanzionatorio, i percorsi riparativi, l'applicazione delle misure alternative da parte del giudice fin dalla condanna. Con queste esigenze mi auguro che il Parlamento vorrà confrontarsi.
*Presidente aggiunta Ufficio Gip Tribunale di Milano
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2021
La prescrizione, più che un problema tecnico-giuridico, è ormai una disputa fra contrapposti schieramenti politico-ideologici. Oltretutto condotta con intolleranza verso chi osi criticare l'emendamento approvato l'8 luglio dal Cdm su proposta del Guardasigilli, Marta Cartabia.
Eppure gli scontri, per quanto accesi, non possono cancellare il fatto che a rigor di logica il dibattito sulla prescrizione dovrebbe rimanere congelato almeno per qualche anno, perché di "trippa per gatti" - per dirla alla romana - oggi come oggi ce n'è poca. Mi spiego.
La controversia verte sugli effetti della legge (cosiddetta Bonafede) che il 1° gennaio 2020 ha stabilito che la prescrizione si interrompe con la pronunzia della sentenza di primo grado. Cancellando così un'anomalia che diversificava il nostro sistema da ogni altro. Poiché la disfida oggi è regolata anche sulla modalità "catastrofe", verrebbe da pensare che senza emendamento Cartabia, il crollo dei palazzi di giustizia sia questione di ore. Non è così. Le cassandre sono smentite da un dato inoppugnabile che riprendo dal Fatto del 10 luglio: nella relazione Lattanzi, presidente della commissione di riforma istituita dalla ministra, sta scritto (pag. 51) che gli effetti del blocco Bonafede "si produrranno a partire dal 2025 per le contravvenzioni e dal 2027 per i delitti", per cui "dal punto di vista tecnico non vi sono ragioni che rendono urgente (una nuova) riforma della prescrizione". È la conferma "ministeriale" che per ora, appunto, non c'è "trippa per gatti" su cui valga la pena dividersi.
Nonostante ciò, si litiga ferocemente, con il paradosso che la tenzone si è imprevedibilmente allargata: dagli effetti non ancora misurabili della legge Bonafede a quelli, fin d'ora tracciabili, della riforma Cartabia. La quale, come si sa, da un lato spranga la porta (confermando il blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado) ma subito dopo la spalanca: se entro due anni non si conclude la fase d'appello, il processo svanisce nel nulla. Come con la prescrizione, che però in questo caso si chiama "non procedibilità".
Gli effetti? Ecco due pareri fra i più autorevoli. Primo: secondo l'avv. Franco Coppi, la pena inflitta all'imputato in primo grado ovviamente non può essere eseguita. Ma che sarà del risarcimento riconosciuto alla parte civile? L'imputato può ben dire che se si fosse celebrato l'appello lui sarebbe stato assolto. Insomma, un groviglio. "Meglio la riforma Bonafede, che se non altro aveva il pregio della chiarezza".
Prescrizione, anche il più celebre avvocato italiano boccia Cartabia. Coppi: "E' un groviglio, così i processi vanno in tilt. Era meglio tenersi la Bonafede"
Secondo: sostiene il prof. Paolo Ferrua, che in caso di prescrizione del reato, il giudice può entrare nel merito stabilendo ad esempio, se vi è prova evidente, che il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso; l'improcedibilità invece impedisce qualunque accertamento nel merito prevalendo su ogni altra sentenza; per cui se il pm impugna la sentenza di assoluzione di primo grado e l'appello non si conclude entro due anni, l'assoluzione si converte in improcedibilità: una "esilarante reformatio in peius per decorso del tempo".
Lasciamo l'empireo del diritto e proviamo a fare due conti, come usa dire, facili facili. Prendiamo un reato fra i più diffusi, il furto, con prescrizione di dieci anni. È realistico prevedere che l'imputato raggiunto da prove sufficienti possa essere condannato in primo grado entro quattro anni (tra indagini e dibattimento). Se la mancata conclusione dell'appello entro due anni fa scattare l'improcedibilità, tutto svanisce in sei anni, ovviamente molto meno dei dieci previsti dalla legge al netto di ogni blocco.
Secondo alcuni, la riforma Cartabia tutto sommato andrebbe sostenuta perché il suo vero obiettivo è spingere i magistrati a essere più efficienti nella fase dell'appello, che spesso costituisce un vero e proprio collo di bottiglia nel sistema. Resta però che i processi non si velocizzano per decreto, ma con misure adeguate che supportino efficacemente il lavoro dei magistrati. A partire dall'abolizione del "divieto di reformatio in peius": se soltanto l'imputato ricorre contro la sua condanna, questa non può essere peggiorata neppure di un giorno o di un euro. Morale? Non rischiando niente, tutti ricorrono sempre, il sistema si ingolfa e i processi non finiscono mai. Mantenere un simile obbrobrio è puro masochismo processuale! A che serve? Di certo non a rendere la giustizia più efficiente.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 16 luglio 2021
Dopo un colloquio con Draghi, Salvini avverte gli alleati: "Chiunque si metterà contro le riforme avrà in noi un avversario". "Chiunque si metterà di ostacolo e di traverso sulla via delle riforme, vuoi che sia Conte o Grillo o qualche corrente del Pd, avrà nella Lega un avversario".
Quando pronuncia queste parole, Matteo Salvini è appena uscito da Palazzo Chigi, dove ha avuto un colloquio col presidente del Consiglio Mario Draghi. Oggetto del confronto: le riforme, a partire da quella sul processo penale. Il premier teme che la tabella di marcia promessa all'Europa in cambio del Recovery possa subire qualche battuta d'arresto e cerca rassicurazioni da tutti gli "azionisti" della sua maggioranza. In poche ore l'ex numero uno della Bce ha infatti incontrato Enrico Letta, Antonio Tajani e appunto Salvini, che mette in guardia gli alleati: "Lavoriamo con buonsenso, ho detto al presidente: la Lega c'è".
Del resto il Carroccio, che sulla Giustizia promuove parallelamente i referendum proposti dai radicali, sa perfettamente che il "lodo Cartabia" rischia di far saltare per l'ennesima volta la fragilissima tregua siglata da Beppe Grillo e Giuseppe Conte e gioca coi nervi degli alleati/ rivali. Per questo all'uscita da Palazzo Chigi Salvini dichiara "totale condivisione" col premier "su come andare avanti nei prossimi mesi". Imperativo categorico: "Correre sulle riforme, accelerare sulle riforme. Quindi riforma della giustizia da portare in Parlamento e da approvare entro l'estate", aggiunge il leader della Lega, giocando di sponda con Draghi.
Sì, perché il capo del governo teme brutti scherzi da parte dei 5 Stelle, sospettati di voler tirare per le lunghe la trattativa sulla riforma Cartabia per potersi muovere a briglie sciolte a partire dal prossimo mese. Il 3 agosto, infatti, Sergio Mattarella entra nell'ultimo tratto di strada del suo mandato: il semestre bianco, il periodo in cui il Capo dello Stato perde la potestà di sciogliere le Camere. Tradotto: in caso di crisi di governo, nessuna "minaccia" di ritorno imminente alle urne potrebbe spaventare i partiti.
Un motivo in più per spingere l'ala irriducibile del Movimento, capitanata paradossalmente da Conte, e non da Grillo, a lasciare la maggioranza. E se da un punto di vista numerico un eventuale addio dei grillini non pregiudicherebbe la tenuta del governo, da un punto di vista politico produrrebbe effetti potenzialmente devastanti.
Il Pd, tanto per cominciare, dovrebbe accettare di far parte di un esecutivo a trazione salvianiana, mentre la Lega si sentirebbe pienamente legittimata a imporre, o tentare di farlo, la propria agenda a Draghi. E senza la "copertura" del Quirinale lo stesso premier ne uscirebbe seriamente indebolito. In un quadro di questo tipo, difficilmente la maggioranza riuscirebbe a stare in piedi per tutto il tempo necessario a governare il processo messo in moto col Recovery.
Meglio evitare rischi, dunque, agendo per tempo, portando a casa cioè la riforma del processo penale prima dell'estate, prima del semestre bianco. In teoria l'approdo alla Camera della proposta Cartabia è previsto per il 23 luglio. E se Pd, Lega e FI sembrano intenzionati a rispettare il calendario, il Movimento chiede invece maggior tempo per costruire al meglio la riforma, modificando gli emendamenti che non sono stati in ogni caso ancora depositati.
La tempistica verrà comunque discussa dall'ufficio di presidenza della commissione Giustizia, e a giudicare da quanto dichiarato due giorni fa dal presidente grillino della Commissione, Mario Perantoni, la data del 23 luglio potrebbe essere una chimera. "Il Parlamento dovrà essere centrale, avremo molto da discutere" sulla riforma del processo penale, ha spiegato Perantoni. "Certamente il termine del 23 luglio fissato dal programma della Conferenza dei capigruppo per la discussione dell'Aula è poco realistico", ha messo in chiaro il presidente 5S della Commissione, forte anche della "preoccupazione" per la riforma manifestata da molti giuristi.
E dall'Anm, che ieri si è resa ufficialmente disponibile con la ministra Cartabia per illustrare "compiutamente le ragioni" delle proprie perplessità nelle opportune sedi istituzionali". Draghi però potrebbe decidere di "blindare" il testo, lasciando ai grillini la facoltà di scegliere tra due sole opzioni: voto contrario o astensione. La forzatura comporterebbe però delle conseguenze al momento imprevedibili, nonostante il sostegno incondizionato di Lega, Pd e Forza Italia.
di Luigi Bobbio
Il Riformista, 16 luglio 2021
Sono decenni che la politica "gioca" con il tema della lentezza della giustizia. Nessuna maggioranza e nessun governo hanno fatto eccezione, men che meno il governo in carica sotto l'egida della coppia Draghi-Cartabia. Anzi, il governo Conte e quello Draghi, seppur caratterizzati da guardasigilli di ben diversa caratura, hanno spinto pericolosamente in avanti il limite del "gioco".
Partiamo da un esempio. Due giorni fa, per l'ennesima volta, il tribunale di Nocera Inferiore è rimasto privo di energia elettrica e di acqua per circa tre ore. Conseguenza: una giornata di lavoro buttata. Si è trattato di un fatto non certo episodico ma di una circostanza si ripete ormai da anni e più volte all'anno. Il tribunale non è dotato di un gruppo di continuità elettrico e, di conseguenza, in tempi di processi e fascicoli totalmente telematici, il lavoro di magistrati e personale amministrativo si è paralizzato per l'intera giornata.
La cosa, tuttavia, sembra non interessare nessuno, tantomeno la politica che sogna di accorciare i tempi della giustizia attraverso la riforma e la modifica delle procedure. Non si contano più le riforme del processo penale e del processo civile, spesso autentici stravolgimenti, sempre parziali, che, al posto degli originari schemi processuali, hanno prodotto "patchwork" privi di qualsiasi organicità, coerenza e sistematicità. E ogni riforma è rimasta priva di risultati in relazione all'obiettivo del contenimento dei tempi. Il tutto, peraltro, aggravato dalla deriva sostanzialista della lettura giudiziaria delle norme, ormai in balìa di quel "legislatore abusivo e camuffato" che è diventato il giudice.
Con Conte e Draghi, poi, tale delirio riformatore, improduttivo di risultati sul piano della riduzione dei tempi della giustizia, ha toccato livelli allarmanti nella misura in cui il solo strumento voluto e cercato dai "riformatori" per ridurre i tempi sembra risolversi in una compressione sempre più evidente e massiccia dei diritti e della stessa funzione della difesa tecnica, come se il difensore e il suo portato di garanzia dei diritti fossero considerati solo dei fastidiosi orpelli, romantici e bizantini, magari un fastidioso intralcio per i giudici. La riforma Cartabia, ovviamente, non solo non fa eccezione (addirittura cercando di introdurre con legge ordinaria la presunzione di colpevolezza in luogo di quella costituzionale di non colpevolezza!) ma dimostra la persistente contiguità del governo al potere giudiziario che nessuno è seriamente intenzionato a scalfire.
Una certa vanità e superficialità politica non sono ovviamente estranee a tale situazione e a tali atteggiamenti, dando luogo ad una sorta di eterogenesi dei fini. Mi spiego meglio. Le "riforme" processuali, come rimedio alla lunghezza dei tempi, sono perseguite dalla politica e dai governi non solo perché essi si rifiutano di vedere quali siano i reali e più gravi problemi che determinano la lunghezza insostenibile dei giudizi ma anche perché fare modifiche processuali e quindi tecniche, per questa politichetta fatta da mezze figure, fa molto più "figo" che darsi da fare sul piano, oneroso ma meno appariscente, degli interventi strutturali.
Se si osserva il problema in modo onesto e pragmatico, infatti, i tempi lunghissimi della giustizia hanno altre cause che non gli schemi e le strutture processuali in vigore. E nessuna modifica processuale potrà mai sortire risultati se la politica non deciderà che è arrivato il momento di sciogliere i nodi strutturali. Primo tra tutti quello legato alle strutture in senso materiale: edilizia giudiziaria, rete e strumenti informatici, gestione delle sedi giudiziarie. Per un tribunale come quello di Nocera Inferiore la mancanza di un gruppo elettrico di continuità, in tempo di processo civile interamente informatizzato e telematico, ha una devastante ricaduta sulla gestione dei processi. Non migliore è la situazione del processo telematico i cui programmi ministeriali, già imperfetti e inadeguati ab origine, sono ormai soggetti a interruzioni a cadenza fissa settimanale per l'adeguamento dei sistemi alle effettive esigenze del servizio: ciò dimostra che la scelta del sistema operativo non fu la migliore possibile, senza dimenticare che la rete è lenta, inadeguata, soggetta a continue interruzioni.
Quella del personale giudiziario, poi, è la madre di tutte le questioni e la causa principale dell'inaccettabile durata dei processi. Ciò discende dalla correlazione con i carichi di lavoro, iniquamente distribuiti sul territorio nazionale in relazione alle unità di magistrati assegnate a ciascun ufficio. Per determinati tribunali, soprattutto al Sud, i tempi di definizione sono più lunghi che per altri: in alcuni uffici, a ciascun magistrato sono assegnate poche centinaia di fascicoli; in altri, invece, sono migliaia le cause che una singola toga è chiamata a decidere. Il problema è individuare nuovi metodi di distribuzione dei magistrati sul territorio, partendo dalla modifica delle piante organiche di ciascun tribunale. Stesso discorso per il personale amministrativo, per il quale servono nuove assunzioni.
Questi sono i veri nodi della durata dei processi. E se riforme devono essere fatte quanto al processo, alla sua struttura e all'ordine giudiziario, allora serve un personale politico capace, competente e illuminato, libero dai condizionamenti della corporazione giudiziaria e della sua ancella giornalistica, che innanzitutto applichi l'articolo 107 della Costituzione, con conseguente uscita del pm dall'ordine giudiziario, e azzeri il potere di interpretazione delle leggi da parte dei giudici. Tutto il resto sono pannicelli caldi, se non mezze soluzioni inutili e dannose. Ma escludo che ciò possa accadere sotto il "governo del gattopardo".
di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 16 luglio 2021
La Cassazione giudica un delitto del 2016. Il pg: "Depotenziata la legge che le protegge". Un passo indietro di almeno 12 anni sulla difesa delle donne. Era il 2009 quando fu introdotto il reato di stalking e per l'omicidio della vittima fu aggiunta una specifica aggravante. Il che, nella pratica, consentiva di condannare per tutti e due i reati con un aumento della pena fino all'ergastolo a chi, dopo aver torturato la sua vittima anche per anni, finiva con l'ucciderla. Ma ieri le Sezioni unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che l'omicidio, in quanto reato complesso, assorbe tutto il resto, compresi gli atti persecutori. In pratica, chi uccide paga solo per quello e non per quanto fatto in precedenza. Come se lo stalking o le lesioni con cui hanno prima tormentato la loro preda, rendendola ancora più fragile, non si fossero mai verificati: rimangono impuniti.
Una scelta che ancora deve essere motivata ma che segna una battuta d'arresto grave sul fronte dei diritti delle vittime vulnerabili anche perché la percentuale di atti persecutori che sfociano in femminicidio continua a essere alta. Lo aveva sottolineato anche la procura generale nel corso della requisitoria: "La conseguenza di un sistema di interpretazione che dovesse riconoscere l'assorbimento dello stalking nel successivo omicidio della stessa vittima rischiano - ha detto il sostituto Luigi Birritteri - di depotenziare un sistema di tutela delle vittima più vulnerabili, in massima parte le donne in situazione di particolare debolezza, che faticosamente si è fatto strada nel nostro ordinamento soltanto negli ultimi lustri. Dalla libertà sessuale a quella di relazione, sino al diritto dell'intangibilità fisica". Per questo l'accusa si era espressa a favore della doppia condanna, come peraltro previsto dalla legge 38 del 2009.
Eppure, la questione aveva avuto interpretazioni giuridiche contrastanti. La Prima sezione del Palazzaccio nel 2020 aveva optato per la lettura proposta ieri dalla Procura: l'omicidio aggravato non è un reato "complesso" e, quindi, la condanna deve arrivare per entrambi. In quello stesso anno, però, la Terza sezione aveva dato lettura opposta, ritenendo che l'assassinio assorbisse tutto il resto. Per questo la Quinta, chiamata a esprimersi di nuovo su un tema dubbio, ha preferito inviare tutto alle Sezioni unite.
Il caso discusso ieri, ma questo è un dettaglio perché è il principio che vale, era quello di un omicidio avvenuto a Sperlonga, provincia di Latina, nel giugno del 2016. Una dipendente delle Poste, Anna Lucia Coviello, è stata uccisa, dopo essere stata stalkizzata per mesi e mesi, da una sua collega in un parcheggio. L'imputata, Arianna Magistri, in abbreviato era stata condannata per entrambi i reati a 16 anni. In secondo grado, dopo un rinvio della Cassazione, aveva preso per gli stessi reati 15 anni e 4 mesi. Ieri, le Sezioni unite hanno ridotto la pena stabilendo che lo stalking viene assorbito dall'omicidio: la sentenza definitiva è di 14 anni e 4 mesi di carcere.
Al di là del singolo caso, come sottolineato dal pg, questa interpretazione che condanna solo per l'omicidio aggravato è contraria anche allo spirito del legislatore che aveva considerato fosse da inasprire la pena per chi si accanisce su "una vittima in condizioni di particolare vulnerabilità anche in virtù delle precedenti condotte vessatorie poste in essere dallo stesso reo". E se è vero che anche l'omicidio aggravato può far arrivare la pena anche all'ergastolo, basta la concessione di un'attenuante per far sfumare l'ipotesi più grave. E cancellare con un colpo di spugna lo stalking. Come se quella tortura non fosse mai esistita.
di Fabio Castori
Il Resto del Carlino, 16 luglio 2021
Si indaga per chiarire se i soccorsi sono avvenuti nei tempi giusti. Ieri la visita del Garante. La Procura di Fermo ha aperto un'inchiesta sulla morte sospetta di un detenuto avvenuta qualche giorno fa al Murri. Gli inquirenti stanno cercando di capire se l'uomo, in cella nella casa di reclusione di Fermo, sia stato soccorso con ritardo o ospedalizzato con tempi troppo lenti per una patologia da cui soffriva da tempo.
Un'eventualità sollevata anche da altri detenuti, che sostengono l'ipotesi di colpevoli lentezze. Al momento il fascicolo, ancora in fase embrionale, è a carico di ignoti. Il drammatico episodio è stato seguito da un'immediata visita da parte del garante dei diritti della persona e dei detenuti, l'avvocato Giancarlo Giulianelli.
Ieri mattina, insieme con due suoi collaboratori, Giulianelli, accompagnato dal referente dell'Osservatorio carceri dell'Unione Camere Penali, l'avvocato Simone Mancini di Montegranaro, si è recato nella Casa di reclusione di Fermo per incontrare il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria. Giulianelli e i vertici della Casa di reclusione hanno parlato informalmente del decesso dell'uomo e delle problematiche dell'istituto con particolare attenzione alle esigenze dei detenuti.
"Siamo stati accolti - spiega l'avvocato Mancini con la solita professionalità e correttezza del direttore del carcere, che ci ha ampiamente spiegato quelli che sono i nodi e le esigenze da affrontare all'interno dell'istituto. Posso dire che nonostante la struttura sia obsoleta, il direttore sta facendo un ottimo lavoro e con grandissima professionalità gestisce gli spazi, il personale e i detenuti in maniera molto attenta. Il grande problema, che non riguarda solo Fermo, è la carenza di organico di gente specializzata per le attività alternative dei detenuti.
Ci sono pochissimi elementi dell'organico regionale, che vengono catapultati da un carcere all'altro, comportando problematiche molto serie. Va sottolineato che prima a Fermo c'era il dottor Nicola Arbusti e da quando è andato in pensione un anno fa, non è stato ancora sostituito". Il garante Giulianelli ha poi avuto un colloquio singolo per ogni detenuto che ha chiesto di parlare con lui. Durante gli incontri si è discusso anche della morte finita nel mirino della magistratura, ma quanto emerso dalle chiacchierate informali è tenuto sotto il massimo riserbo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2021
L'azione penale non può essere promossa o proseguita fino al rigetto dell'istanza che rappresenta causa di non procedibilità. La domanda di riconoscimento dello status di rifugiato "blocca" la possibilità di procedere con l'azione penale, per il reato di trattenimento nel territorio dello Stato, contro lo straniero in situazione illegale. La Corte di cassazione con la sentenza n. 27353/2021 ha però precisato che seppure la legge parla di sospensione del procedimento penale a fronte della domanda di protezione internazionale di fatto si tratta di causa di non procedibilità. Per tale motivo la difesa dell'imputata ricorreva in Cassazione perché fosse annullata la sentenza con la quale era stata riconosciuta la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto in quanto il giudice avrebbe dovuto invece emettere sentenza di non luogo a procedere.
E qui sta l'innovativa lettura della Cassazione penale che precisa, appunto, che non si può parlare sotto alcun aspetto di assoluzione o di causa di non punibilità, in quanto il giudice, chiamato a giudicare lo straniero per il reato previsto dal comma 1 dell'articolo 10bis del testo unico dell'immigrazione, deve - in primis - verificare l'assenza di cause di non procedibilità quale la presentazione dell'istanza di protezione internazionale. Cioè, in caso sussista tale circostanza di fatto, l'azione penale non è sospesa, ma non può essere promossa né proseguita. Solo al momento del rigetto dell'istanza di protezione internazionale si riapre la possibilità di esercitarla ab initio: cioè viene rimosso l'ostacolo rappresentato dalla pendenza della domanda avanzata dallo straniero.
Da cui se ne deriva il principio interpretativo affermato dalla Cassazione secondo cui il giudice deve procedere a immediata declaratoria di improcedibilità dell'azione penale anche in caso di processo in corso e non dichiararlo sospeso e men che mai concludere il giudizio di merito - pur senza condanna - come nel caso concreto. In realtà ciò che rileva non è l'assenza di una condizione per l'esercizio dell'azione penale, ma la presenza di una causa di non procedibilità che il giudice è tenuto a dichiarare tempestivamente con sentenza. Certo l'esito negativo del procedimento amministrativo instaurato dallo straniero richiedente lo status di rifugiato fa venir meno l'ostacolo alla celebrazione del processo non impedendo più l'esercizio dell'azione penale da parte dei giudici che devono perciò rendersi edotti sullo stato del procedimento amministrativo.
In conclusione dove la norma parla di sospensione del processo eventualmente già instaurato va rilevata un'imprecisione linguistica che si sarebbe evitata parlando più esplicitamente di improcedibilità che determina i n capo al giudice l'obbligo di immediata declaratoria della causa di non procedibilità a norma dell'articolo 129 del Codice di procedura penale.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2021
La Commissione ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'Unione Europea per il mancato rispetto di alcuni obblighi in materia di scambio di informazioni stabiliti dalle norme dell'Ue in materia di cooperazione transfrontaliera nella lotta al terrorismo e alla criminalità transfrontaliera. Malgrado le "ripetute richieste" da parte della Commissione, a tutt'oggi Roma "non permette agli Stati membri di accedere ai dati relativi al Dna, alle impronte digitale e all'immatricolazione dei veicoli". Per la Commissione le regole sulla condivisione delle informazioni tra Stati membri, stabilite dalla cosiddetta decisione di Pruem, sono uno "strumento chiave" per combattere il "terrorismo e la criminalità internazionale". La procedura d'infrazione era in corso da anni: il parere motivato risale al 2017
Gli Stati membri dovevano attuare pienamente le norme entro agosto 2011. La Commissione ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia, inviando una lettera di costituzione in mora, seguita nel 2017 da un parere motivato, ed esortando l'Italia a rispettare pienamente gli obblighi giuridici. Dopo ripetute indagini sui progressi compiuti dall'Italia nell'adempimento dei suoi obblighi, si constata che a tutt'oggi l'Italia ancora non consente agli altri Stati membri di accedere ai propri dati relativi al Dna, alle impronte digitali e all'immatricolazione dei veicoli. Per questi motivi la Commissione ha deciso di deferire il caso alla Corte di giustizia dell'Unione Europea.
"Le decisioni di Prüm - sostiene la Commissione Ue in una nota - sono un elemento importante della strategia dell'Ue per l'Unione della sicurezza. Esse mirano a sostenere e intensificare la cooperazione transfrontaliera tra le autorità di contrasto, attraverso norme per la cooperazione operativa di polizia e lo scambio di informazioni tra le autorità responsabili della prevenzione dei reati e delle relative indagini".
Grazie alle decisioni di Prüm, le autorità di contrasto di uno Stato membro possono sapere se nelle banche dati di altri Stati membri sono disponibili informazioni pertinenti su Dna, impronte digitali e dati di immatricolazione dei veicoli, cosa che può agevolare le indagini. Ciò avviene attraverso un sistema decentrato di collegamenti bilaterali tra gli Stati membri, che consente agli investigatori di effettuare ricerche e confrontare tali dati a livello transfrontaliero. Il sistema fornisce un accesso "hit/no hit" agli archivi di analisi del Dna, delle impronte digitali e dei dati di immatricolazione dei veicoli degli Stati membri, il che significa che non vi è accesso diretto alle informazioni personali e relative al caso.
Una volta confermato un "hit" e previa verifica dei dati corrispondenti da parte di un esperto forense, le autorità nazionali inviano una richiesta allo Stato membro interessato per poter ricevere ulteriori dati personali. Per i dati relativi all'immatricolazione dei veicoli, invece, le informazioni aggiuntive sono fornite immediatamente con un riscontro positivo".
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