di Marco Benvenuti
La Stampa, 10 dicembre 2021
Una storia che ha più di dieci anni. La "Giustizia riparativa", a Novara, ha intrapreso il suo cammino nel 2009 su impulso dell'associazione di volontariato "La logica del cuore" di San Rocco. Nel 2014 è stato firmato un primo protocollo per la costituzione di un tavolo di concertazione e l'organizzazione di un percorso di formazione per mediatori penali, seguito da specifici incontri di formazione. Stamattina in Municipio si è dato un ulteriore impulso al percorso firmando un aggiornamento del "Protocollo di intesa per la Giustizia riparativa", che vede coinvolti numerosi enti ed associazioni fra cui la Procura dei minori di Torino, la Procura ordinaria di Novara, l'Ufficio interdistrettuale esecuzione pene esterne di Torino e la sua sede di Novara, l'Ordine degli avvocati, cui si è aggiunto lo scorso anno l'associazione "Studi e ricerche di psicologia giuridica" presieduta da Marilinda Mineccia, ex procuratore della Repubblica, presente alla firma assieme al suo successore, Giuseppe Ferrando.
"L'attività legata alla Giustizia riparativa oggi più che mai ha acquisito un significato importante per la nostra città - spiega il sindaco Alessandro Canelli. Nel gennaio di quest'anno abbiamo aderito al "Protocollo d'intesa per l'attuazione di interventi di Giustizia Riparativa e di giustizia di comunità" della Regione Piemonte, che prevede il sostegno alla realizzazione degli interventi attraverso la sensibilizzazione dei servizi socio-assistenziali, socio-culturali, delle istituzioni scolastiche e dei servizi sanitari specialistici".
Lo scorso anno il Centro di Giustizia riparativa di Novara, che ha sede in corso Cavallotti 23 presso i Servizi sociali del Comune, ha seguito una trentina di mediazioni, di cui 11 riguardanti persone minorenni.
vocedeiberici.it, 10 dicembre 2021
In corso Fogazzaro 171A si possono trovare panettoni, pandori, biscotteria prodotti da un gruppo di detenuti della casa circondariale "Del Papa". Il progetto è curato dalla cooperativa M25. Atmosfera calda, bontà per gli occhi e il palato. Vicenza apre il primo negozio monomarca "Libere golosità". Si trova in Corso Fogazzaro 171 A, poco prima della chiesa dei Carmini, dall'altra parte della strada. Un ponte tra il carcere e i vicentini attivo dall'8 dicembre (orari 9-12, 15-19), gestito dalla cooperativa M25. In vendita ci sono panettoni, pandori, biscotti, veneziane, crostate, grissini e cracker artigianali, nati dalle mani di un gruppo di 13 detenuti dalla casa circondariale di Vicenza guidati dal maestro fornaio Enzo Smiderle. Dodici ore di lievitazione, nessun conservante, utilizzo di materie prime di qualità.
"La vera sfida è la rieducazione attraverso il lavoro - spiega Lorenzo Panozzo di M25, responsabile del progetto -. Dal 2019 la nostra cooperativa ha riattivato il forno all'interno del carcere che era spento da circa tre anni. Abbiamo deciso di creare opportunità di formazione e di lavoro in un settore che sa generare passioni e che può dare sbocco di lavoro al termine della detenzione". Durante le festività natalizie in negozio si alterneranno tre ragazzi assunti dalla cooperativa, ma "c'è la volontà - spiega Luca Sinigaglia, socio volontario di M25 - di coinvolgere i detenuti anche in attività fuori dal carcere, come la nostra cooperativa è impegnata a fare da tempo. Discuteremo delle modalità dopo l'Epifania".
All'interno del negozio sono in vendita anche prodotti artigianali che provengono da altri carceri e case circondariali d'Italia: la birra da Cuneo, il caffè da Napoli, il limoncello dalla Sicilia. Si trovano anche sacche e borse di stoffa realizzate con materiale di scarto da "Made in carcere", un gruppo di donne del carcere femminile di Lecce. Tutto è vendibile separatamente o combinato in cesti-dono. Il negozio "Libere golosità" di Vicenza va a rafforzare la rete dei prodotti da forno del carcere già disponibili in una ventina di esercizi: dai punti vendita di Latterie Vicentine ad alcune enoteche del Vicentino. I detenuti lavorano nel forno sei ore al giorno. Hanno tra i 18 ai 50 anni, tra loro c'è anche il giovane Collins, presente alla conferenza stampa di presentazione grazie ad un permesso premio.
I panettoni, pandori e biscotti fanno parte anche della rete e-commerce "Economia carceraria". "Non è ancora possibile acquistare on line i nostri prodotti, ma prendiamo ordinazioni e spediamo in tutta Italia" spiega Lorenzo. Il locale di corso Fogazzaro è di proprietà di Ibap Vicenza che l'ha dato in affitto alla cooperativa. La San Vicenzo, invece, ha messo a disposizione del progetto un Fiorino, indispensabile per la consegna dei prodotti nel Vicentino.
"Ringraziamo tutte le persone che hanno reso possibile questa inaugurazione - conclude Lorenzo. Dai direttori del carcere di Vicenza che hanno creduto nel progetto, al comandante della polizia penitenziaria Testa, ai soci della cooperativa impegnati su più fronti". "Abbiamo davvero tanti ordini e dobbiamo evaderli in tutti i sensi" scherza il responsabile.
Il negozio è aperto dall'8 dicembre fino alla fine delle festività natalizie sabato e domenica compresi. Rimarrà chiuso il 25, 26 dicembre, il 27 mattina e il 31 pomeriggio.
Info e ordini: 329.6364282. La cooperativa M25 ha aderito in Diocesi alle iniziative di Fondazione Esodo, di matrice Caritas, che dal 2011 mette in rete e dà valore alle diverse iniziative che si occupano di reinserimento sociale e lavorativo di persone in percorso giudiziario, siano esse detenute o in misura alternativa al carcere. M25 condivide questo percorso dal 2014 con Diakonia Onlus, Congregazione delle Orsoline di Breganze, Engim Veneto, Consorzio Prisma, Nova Terra Onlus, ed è in rete con le diocesi di Verona, Belluno, Venezia e Vittorio Veneto.
livornopress.it, 10 dicembre 2021
L'iniziativa si terrà sabato 11 dicembre negli spazi del Polo Associativo di via Terreni. Sabato 11 dicembre negli spazi del Polo Associativo (via Terreni, 4) saranno esposte piccole opere di artigianato realizzate dai detenuti del reparto di alta sicurezza del Carcere di Livorno. "Il tempo creativo della pena", questo il titolo dell'esposizione organizzata dal Garante delle persone private della libertà personale insieme alla Casa Circondariale di Livorno, potrà essere visitata dalle ore 9.30 alle ore 12.30 e dalle ore 16 alle ore 19.
"La creatività, la fantasia, lo sviluppo di capacità manuali come antidoto al tempo troppo spesso vuoto della pena - spiega Marco Solimano, garante dei detenuti -. Sono diversi i detenuti nei reparti di alta sicurezza, con pene medio lunghe, a dedicarsi ad attività di piccolo artigianato ma di grandissima qualità e precisione. Un tempo di applicazione sottratto all'ozio dove il raggiungimento di un obiettivo, la dedizione e l'applicazione continuata rappresentano un tempo diverso, tempo della costruzione e della riconciliazione soprattutto con se stessi".
In mostra anche due lavori pittorici dedicati alla lotta contro la violenza sulle donne, quadri che, su richiesta degli stessi detenuti autori, verranno donati ad associazioni impegnate in questa dura battaglia. Per accedere è obbligatorio esibire il green pass.
di Luca Martinelli
Il Manifesto, 10 dicembre 2021
La denuncia in un rapporto europeo curato da Greenpeace. Il 64 per cento della spesa italiana destinato alla protezione di fonti fossili. Le missioni militari italiane, e anche quelle di altri Paesi europei, servono a proteggere gli interessi dell'industria del petrolio e del gas. Le risorse della difesa, quindi, finiscono per aggravare la crisi climatica. È la sintesi brutale del rapporto europeo "The sirens of oil and gas in the age of climate crisis", curato da Greenpeace Italia.
Per quanto riguarda il nostro Paese, il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili, per un totale di quasi 800 milioni di euro spesi nel solo 2021 e ben 2,4 miliardi di euro negli ultimi quattro anni. In particolare, sono due le missioni militari - l'operazione Gabinia nel Golfo di Guinea e l'operazione Mare Sicuro al largo della costa libica - che hanno come primo compito la "sorveglianza e protezione delle piattaforme di Eni ubicate nelle acque internazionali". Il virgolettato è tratto dall'ultima relazione sullo stato della spesa, sull'efficacia nell'allocazione delle risorse e sul grado di efficienza dell'azione amministrativa svolta dal ministero della Difesa. È il ministro Lorenzo Guerini, insomma, a collegare molte missioni militari alla tutela di fonti fossili.
Oltre alla Libia ci sono anche quelle in Iraq (il cui crollo "metterebbe a repentaglio la nostra sicurezza energetica", secondo le parole usate dal ministro) e quelle nel Mediterraneo orientale (dove è necessaria "una nostra presenza più regolare" dato che "la possibilità di sfruttamento delle risorse energetiche è fortemente condizionata dal contenzioso marittimo in corso"). Anche le operazioni militari in zone strategiche per le nostre importazioni di petrolio e gas, come il Golfo di Aden e lo Stretto di Hormuz, hanno la finalità di proteggere la "sicurezza energetica" del Paese. Nei prossimi mesi, inoltre, l'Italia dovrebbe aderire anche alla missione Ue nella provincia di Cabo Delgado (Mozambico), dove secondo il ministro gli scontri stanno causando "interruzioni dell'attività estrattiva".
Il rapporto di Greenpeace Italia ha analizzato anche le missioni militari di Nato, Unione europea, Spagna e Germania, stimando che circa due terzi delle operazioni militari dell'Ue servono a tutelare attività di ricerca, estrazione e importazione di gas e petrolio. Negli ultimi quattro anni, i tre Paesi oggetto dell'indagine (Italia, Spagna e Germania) hanno speso più di 4 miliardi di euro per la protezione militare degli interessi petroliferi e gasiferi. Per l'organizzazione ambientalista si tratta di un vero paradosso, considerando che oggi la più grave minaccia per l'umanità è rappresentata dal riscaldamento del Pianeta: anziché sprecare risorse per difendere gli interessi dell'industria del gas e del petrolio, si dovrebbero proteggere le persone dagli impatti della crisi climatica alimentata proprio dallo sfruttamento delle fonti fossili.
Il Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici ha stimato per l'Italia "un aumento della probabilità del rischio meteorologico estremo di circa il 9%" negli ultimi 20 anni (1999-2018). In occasione della COP26 di Glasgow, il governo italiano ha anche firmato la "Dichiarazione sul sostegno pubblico internazionale per la transizione all'energia pulita", che impegnerebbe il Paese a porre fine a nuovi sostegni pubblici diretti al settore energetico internazionale delle fonti fossili non abbattute entro la fine del 2022. Greenpeace Italia chiede perciò al governo Draghi lo stop immediato alla protezione militare delle fonti fossili, il cui impatto devastante sulla crisi climatica è da tempo assodato scientificamente.
"La sicurezza energetica di cittadine e cittadini si tutela investendo in fonti rinnovabili, non facendo gli interessi delle compagnie dei combustibili fossili con missioni militari all'estero", commenta Chiara Campione, portavoce di Greenpeace Italia.
Il rapporto dice in fondo una cosa semplice e cioè che archiviando petrolio e gas e investendo sulle energie rinnovabili, "avremmo un triplice effetto positivo": a una riduzione del rischio di scontri militari si accompagnerebbe anche un intervento per il miglioramento delle condizioni climatiche e un risparmio di risorse economiche che potrebbero essere destinate a misure urgenti, come una transizione ecologica più giusta, e un miglioramento delle strutture del welfare europeo. "E terremo fede - conclude Greenpeace - alla promessa di un continente, l'Europa, che si propone come elemento di pace, stabilità e cooperazione internazionale".
di Antonello d'Elia*
quotidianosanita.it, 10 dicembre 2021
La morte del giovane uomo tunisino Abdel Latif avvenuta nel reparto psichiatrico dell'Ospedale San Camillo di Roma riporta drammaticamente l'attenzione su situazioni di violenza e cause di sofferenza psichica e fisica che sempre più di frequente passano inosservate. La prima riguarda le condizioni con cui uomini, donne, ragazzi e bambini affrontano un percorso migratorio rischioso, insidioso, pieno di pericoli.
Che sia il mare nostrum o i boschi polacchi le migliaia di persone che tentano di varcare la soglia d'Europa incontrano respingimenti, maltrattamenti, violenza inflitta o gratuita. Non è umano viaggiare su imbarcazioni precarie né dormire nei gelidi boschi del Nord Europa, e non è umano, per coloro che a questa prova sopravvivono e riescono in qualche modo a varcare la soglia, essere rinchiusi, concentrati in luoghi di sospensione, spazi liminari in cui vengono detenuti senza titolo, ambiguamente trattenuti per un inedito reato, quello di voler vivere, sfuggire alla miseria, alla violenza inflitta da altri esseri umani.
Abdel Latif aveva dovuto sopportare un'ulteriore tappa sostando per giorni su una nave quarantena, perché la pandemia da Covid-19 comporta anche questo, prima di giungere nel CPR di Ponte Galeria. Aveva problemi psichici, si è scritto. Come se, per una sorta di malinteso darwinismo, sopportare promiscuità, maltrattamento o abbandono, fosse un requisito necessario per accostarsi al territorio nazionale. Per chi dovesse patire tutto ciò e dar segni di cedimento c'è sempre una diagnosi psichiatrica per confinare una sofferenza umana in una categoria medica che ne circoscrive l'indocilità e disattiva la ribellione.
Alla violenza del viaggio, a quella della limitazione forzata del CPR, si unisce allora quella della psichiatria. A morte avvenuta, si discute tra CPR e ospedali. I familiari parlano di una telefonata in cui Abdel dice di percosse, ma ci si può fidare delle famiglie? Il consulente intervenuto al CPR lo ha inviato in ospedale dove specialisti potessero esercitare la loro scientifica competenza su un giovane uomo sofferente, di sicuro insofferente per vicende che forse qualcuno avrebbe potuto ascoltare prima che ricoverare, rinchiudere, sedare farmacologicamente e legare a un letto.
Da un ospedale a un altro per fare diagnosi psichiatrica: che sofisticata procedura! Fatto sta che il giovane è morto. Interrogati i medici diranno che non era chiara la diagnosi, che era violento, aggressivo e per la sua tutela andava messo in sicurezza (è così che si dice). Forse diranno che non era prevedibile che i farmaci somministrati potessero avere effetti avversi fino all'esito mortale, cose che vengono insegnate, ribadite in ottimi convegni sponsorizzati dalle stesse aziende che quei farmaci producono.
Alla prima violenza istituzionale di un CPR, snodo di un sistema di accoglienza che non accoglie nessuno, non produce reimpatri, non ascolta nessuno, non tollera comportamenti meno che sottomessi, si è aggiunta quella di un ospedale che non cura e tratta la sofferenza come una trasgressione da punire.
È bene che il garante si sia interessato a questa vicenda che, purtroppo, ne segue altre, troppe, che vedono protagoniste persone in difficoltà che subiscono inermi i reati contro la persona che un sistema psichiatrico loro infligge e che in queste circostanze muoiono. Ma è bene anche che questa storia non rimanga tra le aule di un tribunale e che si sollevi finalmente il velo su pratiche quotidiane che violano il codice penale, quello deontologico, e la legge morale.
Un'ultima notazione riguarda il ruolo della medicina e degli psichiatri. Molti sosterranno che la contenzione meccanica, cioè legare a un letto, è un atto medico, di premura in quanto risparmia al paziente l'eccessiva somministrazione di medicinali. Non tengono conto della violenza fisica e psicologica di quegli atti, ma gli psichiatri, si dirà, non si occupano di psicologia bensì di corpi malati.
Nessuno, sono sicuro, si proclama assertore della violenza e non dell'empatia, del totalitarismo e non della democrazia, del maltrattamento e non del rispetto, nemico della legge 180, forse migliorabile ma mai rinnegabile. Eppure le contenzioni messe in atto tutti i giorni in più dell'80% degli SPDC (vedi anche i dati SIEP) non appaiono coerenti con le premesse, anzi le tradiscono. Come ricorda Simona Argentieri in un prezioso piccolo saggio (Einaudi 2008), l'ambiguità sostiene comportamenti che sono il sintomo di un forte disagio sociale e psichico. E sono invasivi perché dilagano nel quotidiano, nella politica. E anche in psichiatria. Non si tratta di coerenza ma di segnali di confusione, di scissione tra istanze che, per non cozzare tra loro e procurare dolore, finiscono per essere separate, divise.
Ecco allora che chi si pensa identificato con una disciplina scientifica, non rinuncia a chiedere il consenso per i suoi atti, valorizza pazienti e familiari, modula terapie farmacologiche individualizzate, sostiene di promuovere autonomia e non assistenza, dimostra con evidenze l'efficacia di tutte queste pratiche. Ma, al contempo, dimentico di tutto ciò, infantilizza i pazienti, doma i loro corpi per sottometterne le menti, li lega, li seda, affibbia loro etichette diagnostiche il cui scopo diventa giustificare l'impiego di un farmaco. Con buona pace della psicopatologia, delle buone letture fatte e dei colti insegnamenti che ha ricevuto.
Ambiguità. Una dimensione clinica che diventa male morale e fenomeno sociale. Forse anche per questo è arrivato il momento di reagire, di intervenire. Non contro la psichiatria e gli psichiatri, ma per la salute di entrambi.
*Presidente di Psichiatria Democratica
di Flavia Amabile
La Stampa, 10 dicembre 2021
La pandemia ha accentuato la recessione demografica. "Dati peggiori dal 1918". Italia, paese di vecchi e culle vuote. Sono 59.236.213 gli italiani raccontati dall'Istat nel "Censimento della popolazione e dinamica demografica - anno 2020".
Un Paese in cui l'età media aumenta da 45 a 45,4 anni, dove al calo già in corso da anni si è aggiunto il Covid che ha provocato una diminuzione record delle nascite e un aumento delle morti, un inverno demografico, una recessione che appare inarrestabile.
Al 31 dicembre del 2020 in Italia si registra, un calo dello 0,7% dei residenti. In un anno la perdita è stata di oltre 400mila persone (405.275), che è come se scomparisse la città di Bologna. Sono nati 405 mila bambine e bambini e sono morte 740mila persone. Il saldo viene definito la sostituzione naturale tra nati e morti ed è negativo, sono 335mila persone in meno.
Dall'unità d'Italia per trovare un dato così allarmante bisogna tornare indietro di oltre un secolo al 1918 quando il saldo fu di 648mila persone in meno per effetto dell'epidemia di spagnola che provocò quasi la metà degli 1,3 milioni di decessi registrati in quell'anno. Il prezzo più alto, in termini di vite umane, è stato pagato dal Nord-Ovest dove le morti sono aumentate del 30,2% rispetto al 2019, il doppio della media nazionale che fa registrare un aumento comunque sostenuto del 16, 7%.
L'aumento dei decessi è meno evidente nelle regioni del Mezzogiorno dove si ferma all'8,6% per effetto della minore diffusione del Covid durante la prima ondata, la più difficile e pericolosa per l'assenza di vaccini, di terapie e di strutture adeguate nella lotta contro l'epidemia mentre si sono trovate a fronteggiare per la prima volta un incremento importante di decessi solo negli ultimi mesi del 2020.
È la Lombardia la regione che sperimenta, in termini di eccesso di mortalità, i dati peggiori: +35,6% rispetto al 2019. Si scoprono più vecchie dopo il 2020 quasi tutte le regioni italiane. In quei dodici mesi per ogni bambino si contano 5,1 anziani a livello nazionale, un valore che scende a 3,8 in Trentino-Alto Adige e Campania, e arriva a 7,6 in Liguria.
La Campania, con un'età media di 42,8 anni (42 del 2019), continua a essere la regione più giovane, la Liguria quella più anziana (48,7 come nel 2019). Il comune più giovane è, come nel 2019, Orta di Atella, in provincia di Caserta (età media 35,7 anni), mentre il più vecchio è Ribordone, in provincia di Torino (età media 66,1 anni).
Conseguenza dell'invecchiamento della popolazione e di una diversa aspettativa di vita, Italia ci sono più donne che uomini: rappresentano il 51,3% del totale. La prevalenza delle donne, dovuta al progressivo invecchiamento della popolazione e alla maggiore speranza di vita, si conferma anche nel 2020. Esse rappresentano il 51,3% del totale, superando gli uomini di 1.503.761 unità. Il rapporto di mascolinità è quindi pari a 95 uomini ogni 100 donne, più equilibrato rispetto al 2011 quando si contavano 93,5 uomini ogni 100 donne.
Ci sono poi più donne tra i laureati che senza titolo di studio. Il 55, 8% dei titoli terziari di I e II livello, compresi i dottorati di ricerca, è stato conseguito da donne - sottolinea l'Istat - La prevalenza femminile si ha anche per le licenze di scuola elementare (58,7% contro 41,3%) così come per gli analfabeti e gli alfabeti che non hanno completato un corso di studi (58,3% donne, 41,7% uomini). I diplomi di scuola secondaria di secondo grado o di qualifica professionale si distribuiscono equamente tra uomini e donne mentre per le licenze di scuola media si contano, come nel 2019, 53 maschi e 47 femmine. A livello regionale il gap di genere più importante si ha per coloro che non hanno conseguito un titolo di studio: in Basilicata, su 100 individui 64 sono donne, 63 in Umbria e Marche.
di Liliana Segre
La Stampa, 10 dicembre 2021
Nessun giovane dovrebbe mai finire in una cella, essere privato della libertà senza aver fatto nulla di male. A me successe che avevo 13 anni e so bene cosa significa. Quando la porta di una cella si apre, si aprono in realtà speranze e angosce, possono annunciarti la libertà, oppure un'esecuzione, possono consegnarti una lettera dei tuoi cari oppure portarti nella camera delle torture. Nel caso di Patrick Zaki questa volta si è aperta una speranza e io sono davvero felice che ora questo ragazzo sia libero: nessun giovane dovrebbe mai finire in una cella, essere privato della libertà senza aver fatto nulla di male. A me successe che avevo 13 anni e so bene cosa significa.
Avevo votato in Senato per la richiesta di cittadinanza di questo studente dalla faccia simpatica e rimango convinta che gliela si debba concedere. In quell'occasione mi ero autoproclamata idealmente sua "nonna" e figuriamoci quindi se non aprirò la porta a questo "nipote" che spero di riabbracciare qui in Italia quanto prima. Ho letto che a lui farebbe piacere, quindi gli dico di resistere, di tenere duro perché il primo passo verso la libertà è stato compiuto.
Mi aveva molto colpito la storia di questo giovane studente universitario tornato in Egitto per incontrare i suoi e incarcerato per un reato di opinione. Storia ancor più impressionante considerando quanto era accaduto a Regeni. E mi aveva toccato un episodio di cui si era venuti a conoscenza: di quando cioè gli avevano aperto la porta della cella e invece di liberarlo lo avevano semplicemente trasferito in un altro carcere. So bene che ansia ti prende quando aprono la porta della tua cella: tu speri sia per rimetterti in libertà ma sai anche che potrebbe essere per qualcosa di tremendo. Aprire una porta ha tanti significati e possiamo sapere cosa succede dopo soltanto attraversando quella soglia. Patrick lo ha fatto e posso solo immaginare con quali timori avrà camminato tra le guardie. Ora è a casa dalla sua famiglia e questo è ciò che conta. Noi qui aspettiamo il suo ritorno fiduciosi.
di Raffaele Romanelli
Il Domani, 10 dicembre 2021
Un respiro di sollievo. Patrick Zaki può passare il Natale in famiglia. Poi ricomincerà il calvario, non sappiamo quale. Ma in questo tempo sospeso - Zaki a casa, il caso Regeni nelle paludi delle carte giudiziarie - possiamo porci degli interrogativi. Uno studente che denuncia il trattamento riservato alla minoranza copta, che è impegnato nei gender studies e difende i movimenti Lgbt - l'omosessualità in sé non è illegale in Egitto, ma è oggetto di ogni sorta di censura - come può pensare di tornare a casa per le vacanze senza correre alcun rischio?
E come si può pensare che non corra rischi un dottorando che studia l'organizzazione sindacale egiziana mentre scrive su un quotidiano dell'opposizione come Il manifesto? Nessuno insinui un "se la sono voluta", come nei casi di stupro. L'interrogativo è un altro. Una cosa le due vicende hanno in comune: l'idea che la ricerca accademica, la ricerca del sapere sia "libera", che goda insomma di uno statuto diverso e parallelo a quello che regola il mondo. È un retropensiero umanistico privo di fondamento ma che ci impedisce di ricondurre lo studio e la ricerca entro i confini della sovranità di ciascuno stato, di affidarla ai controlli delle singole polizie. Non possiamo interrompere la circolazione della cultura, e semmai difendere i nostri ricercatori con le flotte e gli eserciti. E allora dissimuliamo, ci avvitiamo in vane indagini sugli accadimenti, appunto partendo dalle premesse liberali che sono state violate.
Il caso Regeni - Si veda il caso della "Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni" che ha condotto nel Regno Unito quattro nostri parlamentari. Doveroso rito, meritevole, e del tutto pleonastico. Evidentemente ignari di quel mondo, i commissari domandavano se Regeni era stato sufficientemente protetto dalle autorità accademiche, se erano coinvolti i servizi segreti, e così via. Hanno ricevuto verbose e paterne lezioni sul gran respiro mondiale dell'accademia britannica, su cosa è una ricerca di dottorato, cos'è una supervisor e così via. E hanno potuto ascoltare testimonianze ripetute, ridondanti, di affetto e partecipazione, e anche di sconcerto per l'assoluta novità dell'accaduto.
Non c'è motivo di non credervi. Perché la sorte di Regeni è in effetti senza precedenti: altre volte è accaduto che ricercatori e studenti siano stati fermati, controllati, espulsi, ma mai è successa una cosa simile. Oggi gli studenti sono sotto tiro anche soltanto per le loro ricerche, ha osservato il professor Khaled Fahmi, egiziano.
Il giorno del ritrovamento del corpo, ad alcuni - come a me - parve che si fosse trattato di un attacco ad al Sisi per minare i rapporti con l'Italia, che avevano ed hanno particolare rilievo economico ed erano quel giorno rappresentati al Cairo da una ministra. Qualsiasi cosa Regeni fosse venuto a sapere, o avesse scoperto, tale da silenziarlo per sempre, nulla spiega che il suo corpo fosse stato fatto trovare, platealmente, lungo un'autostrada, e con i segni di gravi sevizie. Un segnale terribile. Rivolto da chi a chi?
Non lo sappiamo e non tocca a noi italiani indagare su faide interne e rapporti tra poteri. Noi addebitiamo il turpe delitto al regime, che gode di sovranità assoluta ed è responsabile di ogni sorta di arbitrii. Centinaia di persone sono state uccise dai servizi di sicurezza, e non una ha avuto giustizia. Registriamo però ciò che da detto il professor Fahmi: il clamoroso inasprirsi della repressione e l'impunità garantita alle polizie del regime non cambia le ottime relazioni, commerciali e militari, ma anche culturali, dell'Egitto con l'Europa. Nel giorno anniversario della morte di Regeni il ministro egiziano dell'Istruzione superiore ha firmato a Londra un protocollo di intesa e cooperazione, e l'Egitto sta aprendo sedi universitarie europee nella nuova capitale amministrativa come se nulla fosse accaduto.
Consideriamo i diritti, lo stato di diritto, come un valore universale, e se viene ferito protestiamo. Ma abbiamo ben pochi strumenti per intervenire: in sostanza, sanzioni economiche e pressioni diplomatiche, fino al rituale e autolesionistico ritiro degli ambasciatori. Un regime ammassa truppe ai confini, un altro alza muri e filo spinato, uno fa mercimonio di poveri migranti, un altro dirotta un aereo di linea a suo piacimento, o fa a pezzi un giornalista in un suo consolato.
Mentre ci scandalizziamo, mentre organizziamo proteste e innalziamo cartelli, i regimi sotto accusa rispondono negando l'evidenza, respingendo le accuse come ingerenze intollerabili nell'ordine interno, o facendo professione di lealtà al diritto e ai diritti. Il che è paradossale, ma degno di nota. Così fa l'Egitto di al Sisi, in maniera sempre più appariscente, rinnovando codici e costruendo carceri modello. O mandando a casa per Natale Patrick Zaki dopo averlo tenuto prigioniero senza chiare imputazioni, o prove, o valida difesa per 22 mesi. Siamo felici che Zaki sia a casa per Natale, ma...
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 dicembre 2021
Il referendum eutanasia legale riceve il primo via libera. Obiezione di coscienza e limiti più stringenti: la critica del comitato referendario. Arriverà in Aula a Montecitorio lunedì prossimo, il progetto di legge sul suicidio medicalmente assistito varato ieri dalle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera con i voti contrari di Forza Italia, Lega, Coraggio Italia e Fd'I, malgrado la mediazione dei relatori Alfredo Bazoli del Pd e Nicola Provenza del M5S. Un compromesso che ha portato al risultato di un testo fortemente sbilanciato sui desiderata del centrodestra, tanto da essere bollato come "un frettoloso passo indietro rispetto alla stessa sentenza della Corte costituzionale" dai promotori del referendum "eutanasia legale" che ieri ha ottenuto il via libera della Corte di Cassazione (manca ora solo quello della Consulta).
Il pdl licenziato dalle commissioni, infatti, corregge perfino la sentenza dei giudici costituzionalisti nel processo Cappato/Antoniani - "che ha già valore di legge", come sottolinea l'associazione Luca Coscioni - laddove esclude la sofferenza solo psichica tra i requisiti necessari per poter accedere al suicidio assistito. Tra gli articoli approvati ieri, poi, c'è anche l'introduzione dell'obiezione di coscienza per i medici e per il personale sanitario ed esercente (art. 5), da comunicare "entro tre mesi dalla data di adozione del regolamento di attuazione della legge", con il solo vincolo per "gli enti ospedalieri pubblici autorizzati" di assicurare "in ogni caso" "l'espletamento delle procedure" del suicidio medicalmente assistito, e per la Regione di controllare e garantirne "l'attuazione".
Secondo la pdl emendata nelle riunioni congiunte delle commissioni, "il decesso a seguito di morte volontaria medicalmente assistita è equiparato al decesso per cause naturali a tutti gli effetti". Dunque, non sono punibili medici e personale sanitario e amministrativo "che abbiano dato corso alla procedura di morte volontaria medicalmente assistita, nonché a tutti coloro che abbiano agevolato in qualsiasi modo ad attivare le strutture per portare a termine la procedura" (art. 7).
Non solo: la legge, in linea con i pronunciamenti della Consulta, prevede una sanatoria anche per i casi precedenti: "non è punibile chiunque sia stato condannato, anche con sentenza passata in giudicato, per aver agevolato in qualsiasi modo la morte volontaria medicalmente assistita di una persona prima dell'entrata in vigore della presente legge, qualora al momento del fatto ricorressero i presupposti e le condizioni" richieste per un paziente che abbia espresso la propria "volontà libera, informata e consapevole".
Così, se per i presidenti delle due commissioni Mario Perantoni e Marialucia Lorefice, entrambi 5 Stelle, quello ottenuto è "un ottimo testo", "migliorato" rispetto al precedente, secondo il dem Bazoli, grazie ad un "lavoro accurato e costruttivo" da parte di tutte le forze politiche, per Cappato invece "il ddl è un'occasione mancata perché non prevede termini certi per evitare boicottaggi istituzionali come quello in atto contro "Mario" nelle Marche e perché conferma la discriminazione dei pazienti che non sono "tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale", come ad esempio i malati di cancro, che sono i casi più frequenti di richiesta di aiuto a morire".
Anche per +Europa - che ha firmato il testo insieme a Pd, M5S, Leu e Iv - però il ddl, "votato sbrigativamente dopo anni di paralisi", è "gravemente insufficiente". È il giudizio espresso dal presidente del partito, Riccardo Magi, che in un tweet scrive: "Scopo: portare in Aula un testo quale che sia, rinviando le scelte sui nodi non sciolti. Esito prevedibile: lo stesso del Ddl Zan. I nodi non sciolti ora non lo saranno dopo".
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 10 dicembre 2021
La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre accusati dell'omicidio di due pescatori indiani avvenuto nel febbraio del 2012 a largo delle coste del Kerala, nell'India sud occidentale. "Ora voglio stringervi tutti e non solo virtualmente, ma fisicamente, perché non ho dimenticato quanto vi siete spesi per noi"., ha scritto su Facebook il fuciliere Latorre commentando la decisione della procura. "Sono contento di apprendere questa notizia, al momento è solo una richiesta di archiviazione. Non conosco i contenuti della richiesta attendo fiducioso e auspico in tempi brevi la conclusione del caso", la dichiarazione a caldo di girone.
Mancano poche settimane alla data del 15 febbraio 2022. Quel giorno saranno trascorsi esattamente 10 anni dal 15 febbraio del 2012, quando la petroliera italiana Enrica Lexie venne coinvolta in quello che è passato alla storia come il "caso dei marò". La nave si allontanava dalla costa del Kerala, in India, in trasferimento dallo Sri Lanka verso Gibuti.
A bordo aveva un nucleo di protezione militare formato da sei uomini del "Reggimento San Marco" della Marina militare italiana. Alle 16,30 ora dell'India la "Lexie" notò un'imbarcazione che si avvicinava come per incrociare la sua rotta. Era il peschereccio "St Anthony", con undici uomini d'equipaggio, reduce da una intera notte di pesca: tutti dormivano a bordo, soltanto due persone erano sveglie. Il timoniere e un altro membro d'equipaggio. I "marò" del San Marco vennero avvertiti dal comandante della Lexie, e dopo pochi minuti, dopo aver lanciato segnali ottici e aver sparato alcuni colpi d'avvertimento, ritenendo di essere sotto attacco da parte di una imbarcazione di pirati: i sottufficiali Salvatore Girone e Massimiliano Latorre spararono direttamente sull'imbarcazione, costringendola in qualche modo a cambiare rotta.
Trascorrono poche ore, e la capitaneria di porto indiana contatta la Lexie. Il peschereccio St Anthony è rientrato in porto con due pescatori uccisi, gli ufficiali indiani chiedono alla Lexie se siano stati coinvolti in un possibile caso di pirateria e chiedono all'armatore della nave di tornare indietro. La Lexie rientra in porto, e da quel momento inizia un'odissea politica, diplomatica e giudiziaria come mai ne ha vissute l'Italia repubblicana.
L'inizio dell'odissea giudiziaria e politica - Qui il primo motivo di contrasto: per mesi si è discusso del fatto che la Marina Militare italiana non avesse predisposto le cose in maniera da evitare la possibilità che suoi uomini in servizio di protezione potessero essere sottoposti alla giurisdizione di Paesi rivieraschi attraversati dalle navi che i Nuclei erano chiamati a proteggere. I pescatori uccisi si chiamavano Ajeesh Pink, di 20 anni, e Valentine Jelastine, di 44. La Lexie viene fermata nel porto di Kochi e dopo pochi giorni, il 19 febbraio, due dei 6 fucilieri di Marina vengono arrestati. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono trasferiti con l'accusa di omicidio nella guesthouse della Central Industrial Security Force indiana: per il momento evitano la prigione. Il 25 febbraio la polizia del Kerala sale a bordo della Lexie e sequestra tutte le armi del nucleo di protezione: i poliziotti indiani hanno in mano i due fucili da cui Girone e Latorre ammettono di aver sparato contro il St. Anthony, riferendo di averlo scambiato per una nave pirata.
Nel frattempo, il governo di Mario Monti invia in India un sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, che rimarrà nel Kerala per più di 30 giorni, con la missione di avviare il negoziato politico con l'India ma soprattutto di proteggere i due sottufficiali italiani ed assicurare loro un trattamento degno di due funzionari pubblici come erano nel momento dell'indicente.
L'Italia chiede che l'analisi balistica delle armi sequestrate a bordo venga condotta con la partecipazione di esperti italiani. I giudici del Kerala respingono la richiesta (comprensibilmente) ma accettano che un gruppo di esperti italiani possa presenziare agli esami balistici. I due esperti saranno il maggiore Luca Flebus e il maggiore Paolo Fratini, ammessi come solo in qualità di osservatori ed esclusivamente alle prove di sparo. Gli esami balistici condotti dalla polizia indiana accertano che a sparare contro il St. Antony sono stati due fucili Beretta in dotazione ai marò.
Nella notte fra il 5 e il 6 marzo il sottosegretario De Mistura è costretto quasi ad opporsi fisicamente alla polizia indiana che ha avuto l'ordine di trasferire i 2 marò in un carcere per detenuti comuni a Trivandrum. Solo alle 3 del mattino, dopo ore di tensione, il governatore del Kerala accetterà di trasferire i 2 italiani non in uno stanzone con delinquenti comuni, ma in un alloggio nel carcere in passato riservato ad alcuni uomini politici accusati di corruzione.
Quella notte rimase il punto di massima tensione fra Italia e India, con De Mistura che arrivò quasi allo scontro fisco con il capo delle guardie del carcere di Trivandrum. Da allora il "caso marò" continuerà a trascinarsi in maniera sempre delicata e controversa. L'Italia, ancora con il governo Monti (ministro della Difesa l'ammiraglio Giampaolo Di Paola) raggiunge un accordo con le famiglie dei pescatori e con il proprietario del peschereccio: vengono pagati circa 142 mila euro a testa per permettere che le famiglie e l'amatore si ritirino dal processo.
La svolta nel 2020 - La scontro fra Italia e India va avanti per anni, fino a quando i 2 governi nel 2020 non troveranno conveniente ricorrere al Tribunale arbitrale dell'Aja, che deciderà in maniera salomonica. L'Aja attribuirà la giurisdizione del caso all'Italia, riconoscendo che i due sottufficiali erano agenti di governo. Ma riconoscerà invece all'India un risarcimento di 1,1 milioni di euro, un accordo che farà cadere tutti i procedimenti in corso contro i due fucilieri di Marina.
Adesso la Procura della Repubblica di Roma a sua volta assume una proposta salomonica: i 2 marò hanno rispettato le "regole di ingaggio" che erano stata fissate dalla Marina Militare. Ma visto che gli esami autoptici, le prove balistiche e le altre prove effettuate dalla polizia indiana 10 fa non vengono ritenute utilizzabili, del caso si propone l'archiviazione. I due sottufficiali italiani hanno sparato sul peschereccio, i due pescatori sono morti, ma i 10 anni che hanno trascorso in questo limbo giudiziario possono essere considerati una condanna sufficiente.
- L'altra pandemia, l'impatto del Covid sulla malaria: 14 milioni di casi in più
- Fine vita, ecco perché il disegno di legge finirà (male) come la legge Zan
- Etiopia. Assalti armati ai depositi di cibo in due città
- Congo. Caso Attanasio. Majorino (Pd): "Verità e giustizia sulle responsabilità della morte"
- Cartabia: "C'è troppo carcere, cosa ci fa in cella un malato mentale?"









