di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2021
Sono quasi 190mila i procedimenti penali pendenti nei distretti di Corte d'appello che non rispettano i due anni di tempo che la riforma della giustizia penale assegna come limite tollerato per la definizione, pena l'improcedibilità. E pesano per quasi il 75% di tutte le pendenze. Si tratta di 10 distretti in tutto, anche se in realtà Firenze, Bari e Bologna, oltrepassano il limite di poco. In 19 distretti su 29 la durata è comunque inferiore ai 2 anni: a Milano, è inferiore ad un anno, 335 giorni la media dell'appello; Genova, 680 giorni; Palermo, 445; Perugia, 430; Potenza, 699; Salerno, 340; Torino, 545.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 luglio 2021
La legge sulle droghe continua a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia italiana e nelle carceri. È la conclusione del recente 12esimo Libro Bianco sulle droghe. Un rapporto indipendente promosso da La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali con l'adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica Cgol, Gruppo Abele, Itardd e Itanpud.
di Matteo Picconi
Polizia e Democrazia, 13 luglio 2021
Intervista a Stefano Anastasìa. Per mesi sotto i riflettori con l'avvento della pandemia, ad oggi gli istituti di pena sembrano nuovamente dimenticati dai media. Ne abbiamo parlato con Stefano Anastasìa, il Garante delle persone private della libertà per le regioni Lazio e Umbria.
di Simone Lonati e Carlo Melzi d'Eril
lavoce.info, 13 luglio 2021
I fatti di Santa Maria Capua Vetere hanno aperto una ferita nel tessuto della nostra democrazia. Ora l'obiettivo più importante è evitare che si ripetano. Dopo l'introduzione del reato di tortura, servono altre misure. Sono note, basta realizzarle.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 13 luglio 2021
M5S, Conte: "La prescrizione così non va". E prepara lo scontro sulla riforma. Sulle agende dei "big" del Movimento la nuova data segnata in rosso è quella di domani 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e giorno in cui a Roma dovrebbe arrivare Beppe Grillo. Se confermata, sarà la prima apparizione dell'"elevato" dopo l'accordo che, salvo altri incidenti di percorso, porterà Giuseppe Conte alla presidenza del M5S. Lo scontro furibondo sulla giustizia e, ancor prima, le parole urticanti del fondatore sul leader in pectore, hanno lasciato il segno e le diplomazie degli ex duellanti sono al lavoro per favorire un incontro che consenta di scattare la foto della pace.
Grillo a caldo non si è fatto sentire e ha lasciato aleggiare il dilemma sui poteri del presidente e quelli del garante. Ma Conte si mostra sicuro che il nuovo statuto, limato e approvato dai sette "saggi" del M5S, non preveda alcuna diarchia, altrimenti non avrebbe accettato di siglare l'intesa: sarà lui a decidere la linea politica, lui a compilare le liste elettorali e sempre lui a nominare tutti gli organi politici, a cominciare dai vicepresidenti. Saranno tre e uno dei temi è se ne farà parte Luigi Di Maio, che ha voluto e guidato la mediazione e vuole continuare a dare il suo contributo. Il punto che fa discutere è che Grillo resta pienamente garante e potrà pronunciare l'ultima parola su temi cruciali come le espulsioni. Per dirla con un esponente del governo "Beppe ha sempre inciso e continuerà a farlo, ma non perché sta scritto nello statuto". Insomma, il dualismo è nelle cose.
La prima prova per la tenuta del patto sarà la sfida parlamentare sulla giustizia, questione identitaria per il Movimento. La riforma Cartabia della prescrizione ha già messo a durissima prova il governo Draghi e scatenato la reazione dei parlamentari del M5S contro i ministri, rei di avere ascoltato Grillo e dato un sofferto via libera al testo. Cosa accadrà quando arriverà in Parlamento? I 5 Stelle si spaccheranno tra grillini e contiani, o voteranno compatti contro un provvedimento che Conte giudica "inaccettabile"? Intanto la novità è che la riforma Cartabia, attesa alla Camera il 23 luglio, sembra destinata a slittare a settembre, rinvio che potrebbe spuntare l'arma con cui Conte spera di rilanciare il Movimento e ricompattare le truppe parlamentari. "Così com'è, noi la riforma Cartabia non la votiamo", è il grido di battaglia dell'avvocato pugliese, convinto che la soluzione approvata in Cdm con la benedizione di Grillo non sia praticabile, rischi di far morire migliaia di processi e renda le vittime doppiamente tali.
Nella maggioranza sono in molti a temere che il leader designato voglia andare alla guerra e scatenare un "Vietnam" tra commissioni e aule, cavalcando il dissenso di quanti vorrebbero uscire dalla maggioranza già ai primi di agosto, quando inizia il semestre bianco. Ipotesi che Conte smentisce: "Uscire dal governo? Non è mia intenzione".
Quello che però il giurista di Volturara Appula non accetta è di veder cancellate o affievolite una dopo l'altra le riforme dei suoi due governi, dal decreto dignità al cashback. E nelle prossime settimane farà sentire la voce della "forza più grande del Parlamento e della maggioranza" su giustizia, fisco, reddito di cittadinanza. Il debutto del Giuseppe Conte di lotta e di governo si avrà (a distanza) nella commissione Giustizia, dove il M5S cercherà l'asse con il Pd.
L'ex premier è in contatto con i deputati che lavorano agli emendamenti e quello che a Conte sta più a cuore propone la prescrizione su modello tedesco. Partendo dalla riforma dell'ex Guardasigilli Bonafede, che la stoppa dopo il primo grado di giudizio, la prescrizione continua a correre per gli assolti, mentre i condannati hanno due anni per l'appello. Se il processo non viene celebrato entro i tempi non scatta l'improcedibilità, ma c'è uno sconto di pena,
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 13 luglio 2021
Via libera al processo penale telematico, che ha dovuto aspettare la pandemia Covid per muovere i primi veri passi: la modalità online è la regola per deposito degli atti, comunicazioni e notifiche, mentre il cartaceo resta solo come alternativa per gli atti che le parti compiono personalmente. E l'imputato non detenuto può dichiarare domicilio per le notifiche anche presso la sua mail.
È quanto emerge dagli emendamenti della guardasigilli Marta Cartabia al ddl delega As 2435 per la riforma Cpp all'esame della Camera. Ancora. Il giudizio si svolge in assenza dell'imputato soltanto quando ci sono elementi certi per ritenere che l'interessato sappia della pendenza del processo e non sia presente per scelta volontaria e consapevole. Ma quando non ci sono le condizioni per il giudizio in assenza scatta la sentenza inappellabile di non luogo a procedere.
Transizione graduale - Atti e documenti processuali possono essere formati oltre che conservati in modalità telematica, ma ne va garantita l'integrità: sarà un decreto del ministro a definire le regole tecniche per depositi, comunicazioni e notifiche, mentre per la normativa di dettaglio basterà il provvedimento del direttore generale dei sistemi informativi automatizzati della Giustizia. Il tutto con una disciplina transitoria ispirata alla gradualità, che consideri l'adeguatezza delle strutture: Csm e Consiglio nazionale forense contribuiscono a indicare i tipi di atti per i quali conservare l'alternativa del cartaceo e i termini per il passaggio al nuovo regime. In caso di malfunzionamento dei sistemi vanno predisposte alternative valide e comunicazioni tempestive per gli utenti.
Conoscenza effettiva - L'imputato che non si trova non ristretto in carcere o in altri istituti deve dare all'autorità che procede il numero di cellulare e l'indirizzo email fin dal primo contatto. E la posta elettronica può essere il recapito cui il suo difensore inoltra le comunicazioni: il professionista va avvisato di eventuali cambiamenti, ha diritto a conoscere i numeri telefonici dell'assistito e non risulta passibile di inadempimento degli obblighi che derivano dal mandato se la comunicazione omessa o ritardata è dovuta a un fatto del cliente. Sono eseguite direttamente con la consegna al legale tutte le notifiche all'imputato successive alla prima e diverse dalla citazione in giudizio: al primo contatto è previsto un avviso in tal senso. E vengono previste opportune deroghe quando l'interessato è assistito da un difensore d'ufficio e non ha ricevuto il primo atto di persona oppure con consegna a un familiare convivente o al portiere dello stabile. Insomma: l'obiettivo è garantire l'effettiva conoscenza del procedimento.
Ricerca e latitanza - Veniamo al processo in assenza. L'imputato deve essere citato a giudizio a mani proprie o con altre modalità che gli rendano per certo noti il luogo e la data del processo. Ma soprattutto l'interessato va avvisato che la decisione può essere adottata anche se lui non partecipa alla causa. Per la notifica dell'atto introduttivo è consentito utilizzare la polizia giudiziaria. Il giudice ha facoltà di procedere in assenza dell'imputato quando ritiene provato che l'interessato sappia che pende il processo, ad esempio in base alle modalità con cui risulta compiuta la notifica: la decisione va assunta all'udienza preliminare o, in mancanza, alla prima udienza fissata nel giudizio. Ma non ci sono le condizioni per il processo in assenza, il giudice pronuncia il non doversi procedere.
Finché non scadono i termini, tuttavia, le ricerche dell'interessato continuano e durante questo periodo le prove non rinviabili si assumono a richiesta di parte con le forme previste dal dibattimento. E quando la persona ricercata viene rintracciata? Il giudice deve revocare il non luogo a procedere e fissare una nuova udienza: nel processo di primo grado non si tiene conto ai fini della prescrizione del periodo compreso fra la sentenza di non doversi procedere e il momento in cui l'interessato viene trovato. Il reato è comunque dichiarato estinto quando risulta superato il doppio dei termini ex articolo 157 Cp. Scattano deroghe ad hoc per l'imputato nei cui confronti risulta emessa ordinanza di custodia cautelare senza che vi fossero i presupposti della dichiarazione di latitanza, che deve peraltro essere motivata sulla consapevolezza della misura e sulla volontà del destinatario di sottrarsi.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 13 luglio 2021
Intervista a Stefano Musolino, prossimo segretario di Magistratura democratica. "Non mi chiami, per favore, segretario in pectore: l'elezione sarà a settembre". Fra i giuristi la forma è sostanza, e quindi dietro la richiesta di Stefano Musolino, pm antimafia a Reggio Calabria, c'è "una questione importante: il rispetto della democrazia interna a Magistratura democratica. Per ora sono solo uno dei 12 membri del consiglio nazionale", il direttivo eletto a conclusione del congresso di Firenze.
Dottor Musolino, per voi la riforma Cartabia del processo penale va bene. Ma ci sono i dubbi di Giuseppe Santalucia, presidente Anm, sulla prescrizione...
Giudico positivo l'impianto culturale garantista della riforma. L'idea di giustizia penale che ne sta alla base coglie nel segno, perché afferma che processo e carcere devono essere l'extrema ratio. Capisco le preoccupazioni sulla prescrizione, ma bisogna guardare al quadro complessivo: con le novità a regime, le cause che andranno davanti al giudice dibattimentale (e, poi, in appello) saranno molte di meno delle attuali. L'ispirazione di fondo è corretta: l'inefficienza del sistema non può essere scaricata su imputati e parti offese. Ed è proprio perché il cambiamento possa dare i suoi frutti che auspichiamo l'amnistia per una serie di reati che, per la loro rilevanza e il tempo trascorso dal fatto, sono solo una zavorra che congestiona le corti: serve un coraggio politico coerente con l'obiettivo culturale della riforma.
Potrebbe servire anche la depenalizzazione delle norme sulle droghe?
Io credo sia utile, se inserita in un generale ripensamento delle modalità con cui fronteggiare il fenomeno sociale, senza ricorrere allo strumento penale quale unico o principale metodo di intervento. L'attuale normativa sicuramente non funziona, il "diritto penale della marginalità" porta solo al sovraffollamento carcerario.
Con la riforma sarà il giudice al termine del processo a comminare le pene sostitutive al carcere, mentre ora lo fa il magistrato di sorveglianza. Non sarà un problema?
Si tratta di fare investimenti per riformare il sistema dell'esecuzione penale: bisogna redistribuire le risorse, insieme ad un rinnovamento culturale e professionale del giudice dibattimentale e, con lui, del pm.
Di giustizia civile si parla generalmente di meno, ma anche lì si annunciano riforme...
Saremo molto vigili. Faremo attenzione alla tutela dei soggetti più deboli, come quelli coinvolti nelle amministrazioni di sostegno verso le persone con fragilità sanitarie e psicologiche, e nelle procedure di protezione internazionale verso i richiedenti asilo. Per capire la portata dei problemi, mi permetto di consigliare l'ascolto sul nostro sito dello straordinario intervento al congresso di Matilde Betti, giudice (del tribunale di Bologna, ndr) di grande esperienza e umanità.
Qual è la vostra posizione sui referendum promossi da radicali e Lega?
Bisogna darne una lettura complessiva. La narrazione che ne sta alla base è questa: la magistratura è nemica della buona giustizia. Non possiamo accettarlo. Non perché la magistratura sia perfetta, anzi: abbiamo bisogno delle critiche esterne, ma non di quelle che hanno la finalità di deteriorare ruolo e funzione costituzionale della magistratura. E in questo caso l'obbiettivo è mettere la magistratura "sotto il trono" in funzione di una progressiva concentrazione dei "pieni poteri" nelle sole mani di chi governa. Invece la magistratura deve restare un potere scomodo, in funzione anti-maggioritaria, a tutela dei diritti fondamentali.
Almeno il quesito sulla presenza degli avvocati nelle procedure di valutazione dei magistrati dovrebbe piacerle: è anche una bandiera di Md...
Io credo che la presenza degli avvocati nei consigli giudiziari aiuti la trasparenza delle nostre valutazioni interne. E la maggiore trasparenza è fondamentale per evitare le derive come quelle messe in luce dal "caso Palamara".
A proposito: come pensate di recuperare la fiducia dei vostri colleghi verso le correnti?
Uno dei modi per far ripartire le correnti è quello di far percepire a ciascun magistrato la rilevanza del suo contributo per il futuro dell'associazionismo giudiziario e la tutela della magistratura costituzionale. Dobbiamo restituire la percezione, a chiunque si voglia impegnare, di potere influenzare "dal basso" le scelte delle dirigenze di tutti i gruppi per combattere le derive elitarie. Noi di Md vogliamo impegnarci in tal senso: per questo le chiedo di non dare per scontato che il prossimo segretario sia io.
E la fiducia dei cittadini verso la magistratura tutta?
Quella si riconquista ponendosi in una posizione di ascolto del punto di vista esterno, marchio di fabbrica di Md, essenziale per non cadere nel corporativismo autoreferenziale: indipendenza e autonomia della magistratura non sono privilegi di casta, ma sono funzionali alla tutela dei diritti fondamentali delle persone, in funzione "anti-maggioritaria" come ci ha ricordato Luigi Ferrajoli al congresso. Interpretare questo ruolo nell'esercizio quotidiano della giurisdizione significa intendere la giustizia come servizio al cittadino, recuperandone la fiducia.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 13 luglio 2021
La ministra della Giustizia Marta Cartabia sarebbe stata "avvertita" che l'introduzione dell'istituto dell'improcedibilità avrebbe potuto creare alcuni problemi, almeno nella fase iniziale, al regolare svolgimento dei processi in Appello. Fonti qualificate hanno riferito al Dubbio che alla Guardasigilli, in occasione delle interlocuzioni preliminari in Parlamento, era stato suggerito di rivalutare il testo proposto a suo tempo da Andrea Orlando (Pd) che prevedeva delle interruzioni di fase al posto dello stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado voluto da Alfonso Bonafede.
L'antefatto è noto: per dare all'Italia i soldi del Recovery fund, l'Europa pretende la riduzione del 25 per cento dei tempi del giudizio penale, soprattutto nel secondo grado di giudizio.
La riforma approvata all'unanimità nell'ultimo Consiglio dei ministri e che approderà in Aula il 23 luglio prossimo ha allora previsto, per ridurre questi tempi, un paletto temporale di due anni per celebrare l'Appello. Il termine perentorio, con il carico di lavoro che giace nei Palazzi di giustizia e come evidenziato sia dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia, e sia, in alcune recenti interviste, dall'avvocato Franco Coppi e dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, rischia però di creare grande confusione.
Fermo restando, infatti, il blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado previsto dalla riforma del 2019 voluta da Alfonso Bonafede, le nuove disposizioni inseriscono nel codice di procedura penale l'articolo 344 bis: "Improcedibilità per superamento dei termini di durata massima del procedimento penale". In pratica, il reato non si estinguerà per prescrizione ma ed essere cancellato sarà direttamente il processo se non dovesse terminare con una sentenza nel tempo di due anni in Appello e di un anno in Cassazione (purchè non riguardi reati puniti con l'ergastolo).
Ciò significherà l'emissione di una sentenza di non doversi procedere, sia per i casi di condanna che di assoluzione. Salvo, comunque, il diritto dell'imputato di chiedere di proseguire, ovviamente con il non trascurabile né irrealizzabile rischio di non vedere la fine del processo. Fra le criticità evidenziate, dunque, il venir meno della regola del favor rei della successione di leggi penali nel tempo, principio che non conta sul piano delle norme di natura processuale, dove vale la regola del tempus regict actum.
Per superare l'impasse servirebbe una adeguata previsione transitoria, che "copra" tali contrasti. Salvato il blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado, che abrogherebbe il secondo comma dell'art 159 del codice penale, servirà introdurre nel codice il nuovo articolo 161 bis: "Cessazione del corso della prescrizione". ' Scambiare' l'estinzione del reato con l'estinzione del processo rischia, infatti, di portare con sé serie conseguenze al diritto di difesa. La Cedu aveva evidenziato ultimamente violazioni della presunzione di innocenza nell'ordinamento quando questo prevede la legittimità della pretesa risarcitoria della parte civile in caso di intervenuta prescrizione. La riforma Cartabia, introducendo un correttivo di natura processuale, sposta in caso di improcedibilità nella sede civile la pretesa risarcitoria, di fatto impedendo all'imputato di far valere la sua innocenza. Inoltre, non sono stati adeguatamente valutati gli effetti derivanti dall'esecuzione della pena - di natura sostanziale e attinente al reato - rispetto alle conseguenze meramente processuali della improcedibilità. Collocando l'effetto estintivo della prescrizione non più nel codice penale ma nel codice di procedura penale, la prescrizione è sparita per lasciare il passo all'improcedibilità. Il colpo di penna potrebbe sembrare ai teorici un bel modo di salvare l'accordo con i pentastellati, ma i dubbi interpretativi che si addensano su questa riforma sono tanti. Si spera solo che, con la discussione in Aula, vengano presto dissolti. Nell'interesse di tutti.
di Lisa Di Giuseppe
Il Domani, 13 luglio 2021
Grillo, fin dai tempi dei suoi spettacoli negli anni Novanta, non ha mai nascosto una grandissima simpatia per le toghe, soprattutto all'epoca di Mani pulite. Con tutti loro, chi prima e chi dopo, i rapporti si sono incrinati dopo traumatiche rotture o annacquati. Nel 2017, i capisaldi della linea Cinque stelle sulla giustizia erano le indicazioni di due magistrati importanti come Nino Di Matteo e Piercamillo Davigo, all'epoca in buoni rapporti anche con Sebastiano Ardita, con cui poi ha rotto sulla vicenda della loggia Ungheria.
La storia tra grillismo e un pezzo di magistratura è finita. Eppure l'intesa era solidissima, anzi, legalità e giustizia erano valori fondanti del Movimento della prima ora. La pietra, forse tombale, l'ha messo giovedì l'accordo sulla riforma della giustizia penale: un passo indietro sulla riforma Bonafede che non è piaciuto a una buona parte dei grillini. Ma oltre agli screzi interni che ha provocato la decisione di sostenere ancora una volta un'iniziativa del governo Draghi, aggravando la faida tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo e aprendone un'altra tra Alfonso Bonafede e Luigi Di Maio, il via libera del Movimento al ripristino di fatto della prescrizione rappresenta la fine dei buoni rapporti con tutto il mondo della giustizia.
Grillo, fin dai tempi dei suoi spettacoli negli anni Novanta, non ha mai nascosto una grandissima simpatia per le toghe, soprattutto all'epoca di Mani pulite. Stima ricambiata, con molti pm che, soprattutto all'inizio del progetto di Grillo, guardavano con interesse ai V-Day e ai primi passi dei Cinque stelle. La lista di fan è lunga, da Antonio Di Pietro, passando per Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo, senza dimenticarsi di Antonio Ingroia e Luigi de Magistris. Del pantheon dei grillini facevano parte anche Nino Di Matteo e ancor di più Antonio Esposito, presidente del collegio che ha condannato per frode fiscale Silvio Berlusconi nel 2013.
Con tutti loro, chi prima e chi dopo, i rapporti si sono incrinati dopo traumatiche rotture o annacquati. Vale la pena anche ricordare il caso del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, antenato del grillismo con la sua Rete nei primi anni Novanta: un paio di giorni fa ha ripreso la tessera del Pd dopo un lungo distacco che lo aveva visto passare per l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, altro incubatore del grillismo di protesta. "Dopo alcuni anni rinnovo la mia iscrizione al Pd che è punto di riferimento importante alternativo alla destra, capace di tenere coesi diritti e doveri in base a una visione che mette al centro la persona e afferma principi di comunità". I rapporti di Orlando con il Movimento sono altalenanti e indicativi delle diverse stagioni del grillismo: si passa da una mozione di sfiducia presentata dai grillini nel 2020 a un sostegno insperato alla giunta palermitana negli ultimi mesi. In cambio, Orlando è sempre stato un sostenitore del campo di alleanze larghissimo del centrosinistra.
Sempre parlando di amministratori locali, è interessante guardare a come è evoluto il rapporto tra il Movimento e Luigi de Magistris. Ex sostituto procuratore di Catanzaro, quando ha deciso di tentare la propria fortuna in politica candidandosi alle Europee con Idv ha catalizzato le simpatie di chi si raccoglieva intorno al Blog di Grillo: nel 2009 veniva pubblicato un appello scritto di suo pugno dal candidato. "Faccio questo appello perché ritengo che ognuno di noi, candidati indipendenti a questa competizione elettorale all'interno di Italia dei valori, ha bisogno dei suggerimenti, delle idee, dell'entusiasmo di tutti". Appena un anno dopo, la sconfessione. Sul blog, il profilo Movimento Cinque stelle scaricava già il neodeputato: "Luigi de Magistris è stato eletto con i voti dell'Italia dei valori e del blog. L'obiettivo era di avere un eurodeputato a Bruxelles e non in televisione (...) È stato eletto come indipendente e poi ha preso la tessera Idv. Parla a nome del Movimento 5 stelle senza averne l'autorità. Il popolo viola (chi è?) con le manifestazioni sovvenzionate dai partiti è per lui un punto di rifermento". Insomma, un amore finito ancor prima di cominciare, anche perché poi il Movimento a Napoli ha seguito tutt'altre strade (il primo grillino che lo ha sfidato nella corsa a sindaco è stato un giovanissimo Roberto Fico).
Se la magistratura ricopre un posto speciale nella lista degli affetti dei Cinque stelle, a governare il pantheon c'è Antonio Esposito. Giudice coinvolto in molti casi di rilevanza nazionale, è entrato nel cuore dei grillini nel 2013, quando a 71 anni ha pronunciato la sentenza di condanna per frode fiscale nei confronti di Berlusconi nel processo Mediaset. Dato addirittura per arringatore di folle nelle piazze Cinque stelle (una notizia smentita poi dallo stesso Movimento), Esposito dalla pensione non ha perso occasione per commentare le attività dei grillini, non risparmiando critiche.
Se la linea della norma Bonafede sulla corruzione lo vedeva d'accordo, non è mai stato un estimatore delle consultazioni sulla piattaforma Rousseau, che in un intervento del 2019, quando si stava formando il Conte II e mancava solo il via libera degli iscritti, bollava addirittura come "gravissimo vulnus ai principi costituzionali che regolano la democrazia parlamentare e rappresentativa".
Ancora diversa è stata l'evoluzione del rapporto con i magistrati prestati alla politica Ingroia e Di Pietro. Se all'inizio della sua carriera il Movimento poteva contarli tra i più accesi sostenitori del progetto, tanto che Di Pietro era addirittura intervenuto in occasione di uno dei meeting di Ivrea dedicati al ricordo di Gianroberto Casaleggio dopo la sua morte, sintomo della grande stima che il Movimento nutriva nei suoi confronti, oggi i simboli dei due partiti da loro creati sono in mano ai gruppi d'opposizione al Senato formati da ex Cinque stelle che hanno lasciato il Movimento.
Mentre l'Italia dei valori è diventato il riferimento di Elio Lannutti (in ottimi rapporti con Di Pietro fin dai tempi delle piazze del popolo viola), Elisabetta Trenta e Piera Aiello, la Lista del popolo per la Costituzione di Ingroia è andata a fondersi con L'alternativa c'è, la formazione dei quattro senatori Mattia Crucioli, Bianca Angrisani, Bianca Laura Granato e Margherita Corrado.
Ingroia oggi spiega che solo nei loro programmi "si riscontrano gli obiettivi originali del M5s", ma lascia la porta aperta a un ritorno alle origini del Movimento: "Negli ultimi anni sono stati sconfessati numerosi punti fermi e pilastri, i Cinque stelle di oggi hanno tradito il Movimento delle origini. Ma se dovesse esserci un ripensamento verso le istanze originali come la legalità", secondo l'ex pm c'è uno spazio da occupare. Il cavallo su cui punterebbe è senz'altro Alessandro Di Battista, una "risorsa per il paese per il modo d'interpretare le cose, che permetterebbe al Movimento di recuperare consensi". Per lui, Bonafede "si è trovato in una situazione difficile", davanti a cui si è trovato "forse un po' impreparato, circondato da consiglieri sbagliati".
Grillo invece è "incomprensibile, dopo avermi sostenuto da pm ha poi disatteso ogni mia proposta politica ed è diventato mio oppositore". Insomma, Conte prima di Conte: "Quello che sta subendo lui adesso a me è successo dieci anni fa", dice l'ex pm. Stesso discorso per Di Pietro: se a dicembre 2020 parlava in un'intervista al Fatto Quotidiano dei grillini come "miei figli" e diceva di preferire "un Movimento granitico come quello che aveva ideato Grillo con capo Di Battista piuttosto che questa Dc", ad aprile sul suo profilo Facebook scriveva che "se Gianroberto (Casaleggio, ndr) fosse ancora vivo ci sarebbe ancora il M5s, oggi c'è il partito M5s".
Gli screzi più recenti - Nel 2017, i capisaldi della linea Cinque stelle sulla giustizia erano le indicazioni di due magistrati importanti come Nino Di Matteo e Piercamillo Davigo, all'epoca in buoni rapporti anche con Sebastiano Ardita, con cui poi ha rotto sulla vicenda della loggia Ungheria. Il nome di Di Matteo nell'immediata prossimità delle elezioni del 2018 girava anche come potenziale ministro della Giustizia per un ipotetico governo Cinque stelle, mentre Davigo ha preso parte a numerose iniziative del M5s (anche l'appuntamento a Ivrea del 2017), ma non ha mai dato la propria disponibilità per ricoprire una carica.
Ma anche con loro i rapporti del Movimento al governo si sono progressivamente guastati. Davigo, dopo aver smontato alcune iniziative del governo gialloverde, come il Daspo per i condannati, definito "inutile", o la pace fiscale di Matteo Salvini, che a parere del magistrato segnalava che "fare l'evasore in Italia conviene", è incorso di recente addirittura nel "tradimento" di Nicola Morra. Il presidente della commissione Antimafia a lui da sempre vicino non si è fatto scrupoli di raccontare in televisione delle confidenze che gli aveva fatto Davigo "in un sottoscala".
Non è andata molto meglio a Di Matteo. Basta guardare lo scontro con Bonafede: nel 2018 il ministro gli avrebbe offerto la guida del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), salvo tirarsi indietro nel giro di pochi giorni a causa delle reazioni che la notizia aveva provocato in un gruppo di mafiosi. Nella versione del grillino, la questione sarebbe andata diversamente, con Di Matteo pronto ad accettare un altro incarico e la decisione sul Dap che non sarebbe dipesa in maniera alcuna dalle reazioni dei boss. Lo strappo si è consumato in prima serata, nell'Arena di Massimo Giletti davanti a milioni di spettatori, con due telefonate a cui sono poi seguite repliche in studio, ulteriori interventi e altre valutazioni. Un divorzio in televisione, il modo peggiore per chiudere le storie.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 13 luglio 2021
Per l'avvocato non ci sono alternative: il M5S darà battaglia in Parlamento per cambiare la legge, correndo il rischio accendere da subito la tensione con Draghi. La pax pentastellata è stata imposta, o almeno accelerata, dalla necessità di evitare una deflagrazione che non avrebbe lasciato in piedi nessuno dei contendenti. Chi ha parlato con Giuseppe Conte, domenica sera, lo descrive più che soddisfatto, convinto che la crisi sia superata e che ora si possa partire nella costruzione della coalizione che in vista delle prossime elezioni politiche. È possibile che abbia ragione, che il peggio sia passato e che l'accordo nei 5S sia destinato davvero a reggere. Non è certo però, perché Conte ha lasciato in ombra un particolare allo stesso tempo determinante ed eloquente non solo nel caso particolare ma in generale: come comportarsi di fronte alla riforma della giustizia.
Per gli eletti, per gli elettori e i potenti consiglieri, prima fra tutti l'influente squadra del Fatto, il punto chiave è quello. Senza la provvidenziale notizia dell'ancor più provvidenziale accordo Grillo- Conte, i ministri che avevano accettato quella riforma sarebbero stati messi in croce. La pace ha solo in parte stemperato. Essenzialmente ha riposto la dolorosa faccenda nel congelatore per un po'. Non solo fino al 23 luglio, quando la riforma arriverà alla Camera. Lì c'è già pronta una formuletta che pare fatta apposta per l'insaziabile fame di rinvii che è tipica di Conte: "Faremo battaglia parlamentare".
L'ultima parola non è ancora detta. Il testo può essere emendato, modificato, stravolto. Perché fasciarsi la testa quando ancora non è certo che sia rotta?
Non è quello che chiedeva Draghi, che al contrario aveva reclamato con toni severi "lealtà e responsabilità" insistendo perché la legge fosse votata così come uscita dal Cdm. Non sarà accontentato e la cosa non gli farà certo piacere. Non è facile che la accetti senza tentare di forzare la mano. Perché addentrarsi su quel sentiero vuol dire esporsi a incidenti di ogni tipo: Lega, Fi e FdI non lasceranno infatti che a cercare di modificare la riforma sia solo il fronte giustizialista. Una volta apertosi il torneo degli emendamenti cercheranno di spostare gli equilibri anche loro, ma in senso opposto. Per Conte dare battaglia in Parlamento è un obbligo ma è uno di quegli obblighi che potrebbe far impennare subito la tensione con Draghi e riflettersi a strettissimo giro sul fragile equilibrio interno.
Ingaggiare una battaglia, inoltre, non vuol dire vincerla. Anche se Draghi accetterà di rendere la riforma della giustizia un campo di battaglia, i numeri non sono favorevoli all'M5S: certamene non al Senato ma neppure alla Camera. Di certo Conte farà l'impossibile per convincere Letta, che al momento non ci pensa per niente, a spalleggiarlo nella richiesta di emendamenti che gli permettano almeno di salvare la faccia di fronte alle file infuriate degli ex grillini ora contiani. Non è detto che Letta possa farlo, perché non sfiderà certo Draghi su una riforma che il Pd ha già esaltato. Non è detto che Draghi lo permetta, anche perché il pollice verso di mezza maggioranza almeno sarà comunque irremovibile. Quand'anche andasse tutto bene e qualche modifica di facciata fosse accolta, l'ex premier dovrebbe tener conto dei suoi supporter giustizialisti, sia all'interno che all'esterno del Movimento, che lo esaltano sì ma vogliono tornare nell'essenziale alla riforma per davvero, non solo come bandiera da agitare nello scontro con Grillo.
Come spesso capita quando Conte punta sul rinvio, stavolta le cose non si risolveranno da sole col tempo. Il nodo della giustizia, che per i 5S è infinitamente più importante di altre questioni che al paragone sono robetta come il Mes, arriverà al pettine. Se non riuscirà a strappare modifiche sostanziali Conte dovrà decidere se arrendersi e votare comunque la legge, strada a questo punto quasi ostruita, se bocciarla uscendo dal governo o se astenersi, mossa che suonerebbe come ennesimo rinvio perché dopo l'astensione i rapporti sarebbero comunque compromessi.
Il vero bivio, la prova per Conte e per la tenuta dei 5S sarà quella. Il grosso dei "contiani" sia tra gli eletti che tra gli elettori mira all'uscita dal governo, o comunque non ne farebbe un dramma. L'ex premier potrà tenerli a bada per un po' ma non per molto. Ma a quel punto tutti i nodi sciolti per finta ora, dallo scontro con Grillo a quello con il Pd, riemergeranno tutti insieme.
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