di Shayna Bauchner*
La Repubblica, 9 dicembre 2021
Le uccisioni di massa, gli stupri e le torture dell'esercito che hanno spinto più di 730.000 Rohingya a fuggire in Bangladesh. Una forza armata impenitente nella sua brutalità, che mantiene il potere terrorizzando i civili.
Il 10 dicembre 2019, Abubacarr Tambadou, allora ministro della giustizia del Gambia, pose una domanda alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell'Aia. "Perché - disse - il mondo sta a guardare e permette di nuovo tali orrori nella nostra vita?" Fu quello il primo giorno di udienze nel caso sollevato dal Gambia, secondo cui il Myanmar vìola la Convenzione sul genocidio nelle sue atrocità contro l'etnia Rohingya nello Stato di Rakhine. Fu anche la prima volta che gli abusi dell'esercito del Myanmar vennero stati esposti davanti a un Tribunale Internazionale. In tre giorni, il team legale del Gambia descrisse le uccisioni di massa, gli stupri e le torture dell'esercito del Myanmar che spinsero - e continuano a spingere - più di 730.000 Rohingya a fuggire in Bangladesh. Venne dipinta l'immagine di una forza armata impenitente nella sua brutalità, che mantiene il potere terrorizzando i civili da decenni, senza controllo. Nel gennaio 2020, la CIG ordinò all'unanimità al Myanmar di proteggere i 600.000 Rohingya rimasti nello Stato di Rakhine dal genocidio.
Oltre 1.300 persone uccise e più di 10mila arresti. Arriviamo al 1 ° febbraio 2021: quel giorno, gli stessi generali che orchestrarono le atrocità contro i Rohingya organizzarono un colpo di stato. Da allora, la giunta ha condotto una sanguinosa repressione del movimento pro-democrazia con lo stesso insensibile disprezzo per la vita che ha a lungo guidato le loro operazioni di terra bruciata nelle regioni delle minoranze etniche. Polizia e soldati hanno ucciso più di 1.300 persone e arrestato più di 10.000 manifestanti, giornalisti e altri. Gli abusi metodici e sistematici post-golpe, come quelli inflitti ai Rohingya, equivalgono a crimini contro l'umanità. Le radici del colpo di stato e dello spargimento di sangue che ne è seguito risiedono chiaramente nell'impunità di cui i militari hanno goduto da quando hanno preso il potere per la prima volta nel 1962.
Le spinte per reimmaginare il Myanmar. Due anni fa, la gente si è radunata in tutto il Myanmar a sostegno del governo e dell'allora leader de facto Aung San Suu Kyi, che ha difeso senza riserve l'esercito all'Aia. Questa settimana, Suu Kyi è stata condannata al carcere dai generali che ha sostenuto. Dopo il colpo di stato, molti manifestanti hanno cercato di espiare la lunga storia di ostilità anti-Rohingya in Myanmar. Il governo di unità nazionale dell'opposizione si è impegnato a porre fine alla condizione di apolidi dei Rohingya e ad altri abusi. Con campagne di solidarietà, gli attivisti stanno reimmaginando il Myanmar come uno stato rafforzato dalla sua composizione multietnica e multireligiosa. In questo contesto mutevole, il caso della CIG va avanti. La Corte terrà successivamente le udienze sulle obiezioni preliminari che il Myanmar ha presentato 10 giorni prima del colpo di stato. Non c'è una via rapida per la giustizia in Myanmar, ma mai la richiesta è stata più forte.
*Shayna Bauchner ricercatrice di Human Rights Watch
di Stefano Piazza
La Verità, 8 dicembre 2021
Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all'inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell'esecutivo.
La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l'accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra. Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio.
di Otello Lupacchini
Il Riformista, 8 dicembre 2021
Investita della questione se l'esclusione del beneficio penitenziario ai condannati all'ergastolo per reati di mafia, che non abbiano collaborato con la Giustizia, sia contraria all'art. 27 della Costituzione e all'art. 3 della Cedu, la Consulta ha scelto di rinviare la decisione, per dare tempo al Parlamento di porre mano a una necessaria riforma.
Ma il "testo base" per la riforma dell'ergastolo ostativo licenziato dalla commissione Giustizia alla Camera rende diabolica e inarrivabile per il recluso la certezza della prova, e quindi la possibilità di accedere alle misure premiali, in evidente contrasto con le istanze riformatrici della Consulta e dalla Corte di Strasburgo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
La guardasigilli ieri ha incontrato il premier Draghi e l'Anm. Giovedì vertice con i capigruppo di maggioranza. La riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario è "imminente", ha detto due giorni fa la ministra Cartabia, che ieri mattina ne ha discusso anche con il presidente del Consiglio Mario Draghi. Bisogna accelerare: non si può più attendere una riforma così importante per la magistratura e per l'amministrazione della giustizia.
Subito dopo l'incontro con il premier la ministra ha incontrato l'Anm, con cui ha avuto un colloquio di diverse ore. Giovedì pomeriggio vedrà anche i capigruppo della maggioranza, ai quali potrebbe presentare finalmente gli emendamenti. Il sottosegretario Francesco Paolo Sisto ci conferma che "il ministero è incessantemente al lavoro per completare le proprie riflessioni". Intorno a questa riforma ci sono molte aspettative, anche da parte del Colle. Probabilmente la partita sarà più semplice per Cartabia, da un certo punto di vista, rispetto a quella della riforma del processo penale, perché ha davanti a sé una maggioranza più compatta che non la inchioderà in una estenuante ricerca dell'equilibrio: nessun partito vuole usare i guanti di velluto con la magistratura, considerati gli scandali emersi negli ultimi due anni.
Dall'altra parte, proprio per questo, le toghe sono consapevoli che non possono alzare troppo il livello delle loro pretese, anche perché nelle ultime dichiarazioni sia il Capo dello Stato Mattarella che la Guardasigilli e il vice presidente del Csm David Ermini hanno sottolineato come l'unica trincea da difendere sia quella dell'autonomia e dell'indipendenza. Certo la magistratura non può restare a guardare, l'incognita è capire quanto peso abbia ancora. Sulla riforma del penale la ministra è stata accusata di aver ceduto al compromesso politico, senza ascoltare adeguatamente i protagonisti del processo.
Ora cosa accadrà? Lo snodo cruciale, anche se chiaramente non è da considerarsi la panacea di tutti i mali del carrierismo e del clientelismo, è il nuovo sistema di voto per rinnovare il Csm. Proprio su questo giornale si è aperto un ampio dibattito in tal senso. I vari gruppi associativi sono divisi rispetto alla proposta della Commissione Luciani sul voto singolo trasferibile, anche se paiono tutti d'accordo con la necessità di valorizzare all'interno del Consiglio tutte le anime interne alla magistratura.
Sembra comunque escluso che dal Governo possa arrivare un placet al metodo del sorteggio, ritenuto da molti incostituzionale e contrario a quanto detto da Mattarella nel suo discorso alla Scuola superiore della Magistratura: "L'attività del Csm, sin dal momento della sua composizione, deve mirare a valorizzare le indiscusse professionalità su cui la magistratura può contare, senza farsi condizionare dalle appartenenze". Stesso pensiero espresso dalla commissione Luciani per cui il sorteggio "sembra implicare una sorta di contraddittoria sfiducia nell'efficacia delle misure che si vanno proponendo, dalle quali dovrebbe invece scaturire una forte responsabilizzazione sia dell'intera magistratura che del Consiglio superiore".
La stessa Commissione ha escluso il sorteggio anche per i membri delle singole commissioni del Csm, diversamente da quanto previsto dal ddl Bonafede: per alcuni sarebbe stato un ulteriore limite agli intrecci delle correnti mentre per la maggior parte delle toghe era stata vista come "una risposta demagogica a problemi di complessa natura, anche tecnica", disse l'Anm.
Altro elemento importante saranno i criteri di valutazione per l'assegnazione degli incarichi semi-direttivi e direttivi: se è vero che andrà preservata la discrezionalità del Consiglio, è comunque essenziale che ci sia una norma primaria a dettare un quadro oggettivo all'interno del quale muoversi, altrimenti sarà davvero difficile porre un freno al potere correntizio. Sarà interessante capire anche quale sarà l'orientamento del ministero sulle porte girevoli.
La proposta del ddl Bonafede, che prevede il divieto di tornare alle funzioni giudiziarie per un magistrato che abbia assunto incarichi elettivi o di governo, è stata ben accolta da un parere del Csm dello scorso aprile: tali incarichi incidono infatti negativamente sulla immagine di imparzialità e di indipendenza dei magistrati e quindi non sono compatibili con lo svolgimento delle funzioni giudiziarie. Mentre l'idea della Commissione Luciani è quella di ricollocare nelle funzioni giudiziarie svolgendo però esclusivamente funzioni collegiali, senza possibilità di presiedere il collegio, e non assumendo incarichi direttivi o semi-direttivi.
Ulteriore questione di rilievo da affrontare sarà quella dei magistrati fuori ruolo. Per le toghe quasi un totem, per i penalisti guidati da Caiazza un sistema da smantellare. La Commissione Luciani ha lavorato a proposte emendative, che prevedono, tra l'altro, la riduzione del numero massimo di magistrati complessivamente collocabili fuori ruolo. Nella partita c'è poi da capire che ruolo verrà assegnato all'avvocatura, se di comparsa o di protagonista: le sarà consentito di votare nei Consigli giudiziari, soprattutto nella fase delle valutazioni di professionalità? E le verranno aperte le porte, insieme alla Accademia, del prestigioso e strategico Ufficio studi del Csm?
Adnkronos, 8 dicembre 2021
Oltre il 90 per cento dei detenuti in Italia è stato vaccinato "almeno con la prima dose". Con punte che superano il cento per cento, come a Bolzano. Mentre oltre il 70 per cento dei detenuti ha fatto anche la seconda o la terza dose. Sono numeri record quelli che emergono dal Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sulle vaccinazioni ai detenuti. L'Adnkronos ha potuto visionare i dati, regione per regione. Tra le regioni con il numero più basso di vaccinati, ma comunque con cifre record, spicca la Sicilia. Dove è stato vaccinato all'incirca l'80 per cento dei carcerati.
ripartelitalia.it, 8 dicembre 2021
Grazie all'intervento e alle ripetute denunce dell'associazione Antigone e di Monica Gallo, garante dei detenuti di Torino, è stato finalmente possibile sgomberare il padiglione del carcere Lorusso e Cutugno di Torino - che verrà poi ristrutturato - utilizzato per i detenuti con problemi psichiatrici. Lo evidenzia il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, che ribadisce: "viene rimossa una situazione di inumanità degradante, legata principalmente allo stato materiale di quei locali. Ma rimane un problema generale, che riguarda la società nel suo insieme e specialmente quei detenuti, in più malati, che sono nelle mani e nella responsabilità dello Stato".
di Daniele Piccione
Il Manifesto, 8 dicembre 2021
A giorni, la Corte costituzionale sarà chiamata ad esprimersi sulla legittimità della legge con la quale, nel 2014, si pose fine alla tragica storia di un'istituzione tra le più dannose nel panorama novecentesco. Gli ospedali psichiatrici giudiziari erano nati al principio del secolo scorso ed erano stati pensati per controllare e curare il folle - reo, ovvero l'autore di reato infermo di mente. Seguiva la non imputabilità e l'etichetta di pericoloso socialmente. Implacabili luoghi di confino per persone bisognose di cura, gli ospedali psichiatrici giudiziari resistettero a lungo, impedendo il recupero del reo folle. Finalmente il legislatore, grazie ad una decisiva inchiesta condotta da una Commissione del Senato, ne sancì la morte definitiva, sette anni fa. Così come fu per la legge Basaglia, tuttavia, il Parlamento non volle sostituire un'istituzione totale con un'altra.
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
"Qualsiasi cambiamento sconvolge i Sistemi, per questo c'è resistenza. L'autogoverno della magistratura è diventato purtroppo autoreferenzialità e separatezza". A dirlo è Luciano Violante, ex presidente della Camera ed ex magistrato, secondo cui per risolvere le storture interne al mondo delle toghe non basta una legge. Di fronte alla questione morale che attanaglia ormai da tempo la magistratura, infatti, l'unica soluzione è che la stessa riacquisti credibilità. E il metodo è già scritto nella Costituzione: "Servono onore e disciplina". Ma di fronte al tentativo di sconvolgere i sistemi di potere "c'è una certa resistenza".
Nei giorni scorsi il Presidente Mattarella ha lanciato un nuovo appello per la riforma del Csm. Non le sembra che la politica sia rimasta in silenzio?
La politica in questo momento ha molte cose a cui pensare, a partire dalla legge di Bilancio, quindi capisco che il tema sia rimasto meno al centro del dibattito. Però mi stupisce che nella magistratura non ci sia stata una presa d'atto di questa situazione. Il fatto è che qualsiasi intervento di effettiva riforma sconvolge i sistemi di potere interni e credo, dunque, ci sia una forma di resistenza.
I magistrati mediaticamente più esposti però parlano spesso di una decadenza dei costumi e invocano il cambiamento...
Premetto che la presenza mediatica, di per sé, non è una qualità. Nelle chat dei magistrati ormai da anni si segnalano lo strapotere delle correnti e gli interventi impropri del Csm. Ma è un dibattito rimasto troppo a lungo negli interna corporis; a un certo punto la tensione è diventata tanto ingovernabile da esplodere, a partire dalla vicenda del dr. Palamara. Ma quello è solo un aspetto, ce ne sono tanti altri altrettanto discutibili.
Per la riforma del Csm si discute prevalentemente di legge elettorale, ma i temi sono tanti. Che cosa deve cambiare?
Il punto è che il Csm non deve governare nulla. Deve dare valutazioni relative alla disciplina dei magistrati e all'idoneità a ricoprire incarichi direttivi e semi-direttivi. Per questi compiti non ci vuole una maggioranza; altrimenti significherebbe che deve prevalere un indirizzo politico "di governo" e che pertanto coloro che non si riconoscono in quella maggioranza devono contare di meno, avere meno possibilità. Sarebbe contrario alla logica stessa della istituzione giudiziaria.
Riflettiamo: il maggioritario, rigido o blando, significa che se una corrente è maggioritaria in Csm deve avere un numero maggiore di suoi aderenti ai vertici degli uffici giudiziari. Le sembra coerente con i valori costituzionali? Quella sulla legge elettorale credo sia una falsa discussione: finora ne sono state fatte sette e nessuna è servita allo scopo. Il punto è che il corpo elettorale è piccolo, fatto di 10mila persone, distribuite in centinaia di uffici, facilmente avvicinabili dai titolari del potere delle correnti, quindi un sistema di controllo forte del voto è sempre possibile. Perciò l'unico sistema elettorale adeguato è quello il più proporzionale possibile.
Perché più si frantuma la rappresentanza meno pesano le correnti. La seconda questione riguarda la durata: la Costituzione, all'articolo 104, dice che i membri elettivi del Csm - e non il Csm stesso - durano in carica quattro anni. In questa consiliatura diversi magistrati si sono dimessi prima della scadenza naturale, il che vuol dire che per alcuni di loro i quattro anni non saranno compiuti quando si andrà a votare. E a mio avviso occorrerebbe far votare soltanto per coloro che sono decaduti. Gli altri hanno il diritto costituzionale a svolgere le loro funzioni per quattro anni.
Insomma, il modello della Corte costituzionale. E cosa comporterebbe una scelta simile?
La sedimentazione delle prassi. E ciò riduce il potere dei "controllori" del voto o delle tendenze interne alla magistratura e si evita che ci sia la costruzione di prassi ex novo che favoriscono questa o quella posizione. C'è poi un punto di fondo: le sedute in cui si attribuiscono gli incarichi direttivi sono pubbliche e collegate a Radio radicale. Si immagina una cosa simile per la nomina di un ambasciatore o di un prefetto?
Non è un modo per garantire la trasparenza sulle nomine?
Avrà letto il libro di Palamara: con tutta la trasparenza possibile ha visto cos'è successo. Le decisioni avvengono fuori, non dentro, e quella seduta pubblica serve affinché le correnti dichiarino a ciascun elettore come si sono comportate, esattamente come si fa nelle discussioni in Parlamento, quando si parla agli elettori. Queste decisioni devono avere carattere di riservatezza, altrimenti si snaturano. In alcune procedure la riservatezza è un valore.
Questo perché la fase in Commissione non è pubblica e come ha spiegato Palamara spesso segue altre logiche...
Le cattive logiche sono figlie dei cattivi costumi; non si rimediano con le leggi, si rimediano con costumi diversi. Se lei mi chiede se c'è una legge che risolve questo problema le dico di no. Se mi chiede se c'è un sistema per far in modo che le cose siano meno ipocrite e meno corrose da logiche di potere allora dico di sì. E un altro dei campi su cui bisogna intervenire è il personale del Csm: l'ufficio studi non deve essere costituito da altri magistrati chiamati dai magistrati del Consiglio, perpetuando la filiera correntizia. Bisogna invece fare in modo che sia un corpo di funzionari. Serve un apposito concorso pubblico, per laureati che devono conoscere le procedure, l'ordinamento giudiziario eccetera.
E per esempio potrebbero esserci anche degli avvocati...
Certamente. Sono queste cose che tolgono il potere improprio delle correnti e le ricostituiscono come organismi di cultura, di intelletto, di approfondimento scientifico e professionale.
Qualcuno ne chiede l'eliminazione... È possibile?
Le correnti ci sono, le opinioni ci sono ed è bene che ci siano. Quello che è sbagliato è il loro peso improprio. Siamo tutti un po' scontenti nei confronti dei partiti, ma lei pensa che la democrazia si risolva cancellandoli? No e lo stesso vale per le correnti. Erano componenti ideali, all'inizio, poi sono diventate componenti di potere. Bisogna creare le condizioni per superare la fase cesaristica delle correnti.
Il problema è però che la magistratura si è trasformata in un corpo che gestisce potere e ambisce al potere. Come si è arrivati a questo?
Ci sono state tre fasi: la prima, nella quale si è cercato di avere un Csm più rappresentativo di tutte le categorie di magistrati; poi c'è stata la battaglia per l'autogoverno e per avere poteri tali da poter governare la magistratura dall'interno, togliendo poteri al ministero della Giustizia e alla Cassazione; fin qui bene, ma poi l'autogoverno è diventato autoreferenzialità e separatezza perché la politica ha ceduto ai magistrati, specie a quelli penali, troppo potere. Il Consiglio superiore dovrebbe garantire due valori: l'indipendenza dei magistrati, e il raccordo della magistratura con gli altri poteri dello Stato. Oggi, e mi spiace, non ha garantito però né l'una né l'altra cosa.
E come si risolve questo cortocircuito?
Io sono per la costituzione di un'Alta Corte, che riguarderebbe tutte le magistrature. Credo che i poteri disciplinari e amministrativi debbano rimanere ai soggetti che attualmente li esercitano, ma le impugnazioni vanno attribuite ad un'Alta Corte, costituita dai magistrati contabili, ordinari e amministrativi, eletti dai rispettivi vertici, e da una quota nominata dal Presidente della Repubblica ed eletta dal Parlamento tra coloro che hanno titolo per accedere alla Consulta. Questa Corte giudicherebbe in primo grado in sezione e in secondo in plenum, come fa la Cedu. Il secondo aspetto costituzionale è la nomina del vicepresidente del Csm, per la quale attualmente avviene una trattativa tra i candidati e le varie correnti, con l'impegno a fare o non fare alcune cose nei confronti delle stesse. È inevitabile, perché è una campagna elettorale. A mio avviso, invece, deve essere nominato dal Presidente della Repubblica e deve essere esterno agli eletti. In questo modo si taglia alla radice la contrattazione, a partire dalla quale l'appartenenza conta più della qualità delle persone.
Il deputato Costa ha evidenziato la massiccia presenza di magistrati negli uffici del ministero della Giustizia, sostenendo che anche questo è un modo per esercitare potere. È d'accordo?
Certamente c'è un eccesso di presenza, ma i ministri non sono obbligati a nominare magistrati, possono benissimo scegliere all'esterno.
Non è spia di un rapporto strano tra i due poteri?
Questi problemi si risolvono facendo leggi chiare, per evitare che ci sia un eccesso di potere discrezionale da parte della magistratura, e con iniziative serie che riguardino l'osservanza, da parte dei magistrati, dei parametri fissati dall'articolo 54 della Costituzione, secondo il quale i cittadini che esercitano funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Bisogna formare un magistrato che deve avere una credibilità molto alta, perché i poteri discrezionali che esercita necessitano di un rapporto di fiducia con i cittadini.
E come si costruisce questo rapporto?
Valutando bene i comportamenti. Prevedere dopo quattro anni dall'ingresso in magistratura un secondo esame condotto da una commissione costituita come per l'esame di ammissione per valutare la preparazione professionale nel settore nel quale si sono svolte le funzioni, il rapporto con avvocatura, i colleghi e i mezzi di comunicazione. Il giudizio e il voto di questa Commissione dovrebbe acquisire un peso determinante per il giudizio di idoneità ad assumere incarichi direttivi e semidirettivi.
C'è una questione morale della magistratura e non si risolve con le norme. Come, allora?
Bisogna insistere sui costumi. Sento dire che il magistrato è un cittadino come gli altri, ma non è vero, perché un cittadino comune non dispone discrezionalmente della reputazione, della libertà e dei beni degli altri cittadini. Il magistrato sì e siccome può farlo sulla base di presupposti molto discrezionali, l'unica forma di legittimazione è la sua credibilità. Quindi i comportamenti che assume devono essere tali da meritare la fiducia delle persone. Diceva Machiavelli: non bastano le leggi, ci vogliono anche i buoni costumi e qui c'è un problema di buoni costumi.
E come si può risolvere il problema dei buoni costumi?
I vertici della magistratura, il Csm, il ministro, devono richiedere comportamenti adeguati alle responsabilità che si esercitano. La stragrande maggioranza dei magistrati non va a finire sui giornali, bisogna stare molto attenti al comportamento di quelli che tralignano. Se si lascia pensare che quello che conta è l'esposizione mediatica e le indagini che fanno scalpore, c'è una distorsione profonda del ruolo di magistrato. Bisogna esigere onore e disciplina.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 8 dicembre 2021
La ministra ha incontrato Draghi e l'Associazione magistrati. Domani vertice con i capigruppo nelle commissioni, le posizioni sulla legge elettorale del Consiglio sono distanti. E in parlamento non ci saranno forzature prima del voto per il Quirinale.
L'incontro, che non è certo il primo, serve a far sapere a tutti che lei il suo lavoro l'ha fatto. O quasi fatto. Marta Cartabia è stata ieri mattina a palazzo Chigi per illustrare a Mario Draghi la sostanza degli emendamenti (al vecchio disegno di legge Bonafede) che contengono le sue proposte di riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario. Le prime sono urgentissime - infatti sono contenute nelle norme di diretta applicazione, mentre le altre saranno oggetto di una delega - perché a luglio il Csm si rinnova e non può farlo, a detta di tutti, con le vecchie regole.
Cartabia ha da mesi sulla scrivania le proposte della commissione da lei insediata, ma non ha ancora trovato un'intesa politica sulle questioni più delicate, prima fra tutti la nuova legge elettorale per la componente togata del Consiglio. Per questo è probabile che vorrà portare i suoi emendamenti in Consiglio dei ministri, per un'approvazione formale, come già fatto per la riforma del processo penale. Vincolando così la maggioranza a un testo.
Prima però dovrà discutere anche con l'Associazione nazionale magistrati, che ha già incontrato ma che sulla nuova legge elettorale non ha una linea comune, e con gli avvocati. Domani ci sarà un nuovo giro di confronto politico con le forze di maggioranza: i capigruppo delle commissioni giustizia sono stati convocati in via Arenula. Bisogna correre. O fare come se, perché tra legge di bilancio ed elezione del presidente della Repubblica, nei prossimi due mesi il parlamento potrà dedicare poco tempo alla riforma.
Per primo Sergio Mattarella ha richiamato (più volte) la necessità che nuova legge elettorale del Consiglio superiore della magistratura sia in vigore e operativa per le prossime elezioni. Ma lo stesso Consiglio ha spiegato di aver bisogno di un paio di mesi per mettere a punto i nuovi regolamenti conseguenza della nuova legge.
Ragione per cui la riforma andrà approvata entro maggio, e potrà esserlo a questo punto solo con la consueta tecnica del monocameralismo di fatto e dei voti di fiducia. Comprensibili dunque le preoccupazioni dei partiti che ancora fino a domani non conosceranno gli emendamenti: non vogliono trovarsi di fronte a un prendere o lasciare. D'altra parte Cartabia sa che sulla giustizia la maggioranza può andare in crisi, anche perché in materia è all'opera una maggioranza alternativa, composta da Italia viva e tutto il centrodestra. Inimmaginabile che proprio lei voglia andare a una prova di forza con il nodo Quirinale ancora da sciogliere, mentre è probabile che questo accada dopo.
Tra le modifiche in arrivo, anche una stretta sulle incompatibilità e sul ritorno in funzione dei magistrati candidati o eletti. Le regole attuali sono a tal punto blande che proprio ieri il Csm ha dovuto dare il via libera a Catello Maresca, ex candidato sindaco a Napoli e consigliere comunale con l'intenzione di restarci come "guida dell'opposizione", a riprendere le funzioni. Senza neanche troppo spostarsi da Napoli (dove era sostituto procuratore generale): farà il giudice della corte d'Appello di Campobasso.
di Francesco Boezi
Il Giornale, 8 dicembre 2021
Il senatore Roberto Calderoli annuncia l'ok al referendum della Cassazione. Manca solo il passaggio della Corte Costituzionale. La Giustizia verso una riforma dal basso. Un passo in avanti per il referendum sulla Giustizia promosso da Lega e Radicali: il senatore Roberto Calderoli ha ufficializzato l'ok da parte della Corte di Cassazione. Adesso bisognerà attendere il parere della Corte Costituzionale, ma quella di oggi è di certo una giornata importante sia per i promotori sia per i milioni di persone (quasi cinque) che si sono recate per settimane in ogni piazza d'Italia per sottoscrivere i quattro quesiti.
Il vicepresidente del Senato e storico esponente del Carroccio ha dichiarato quanto segue, così come ripercorso dall'Agi: "Questa mattina l'ufficio centrale per il referendum della Corte Suprema di Cassazione - ha fatto presente Roberto Calderoli - ha inviato a tutti i depositari la conferma nero su bianco della regolarità dei sei quesiti referendari, in materia di giustizia, approvati da sei consigli regionali. Ora - ha aggiunto - i quesiti sono stati trasmessi per l'ultimo vaglio di ammissibilità alla Corte Costituzionale, che si pronuncerà a riguardo entro il mese di febbraio". Manca, insomma, un ultimo passaggio. E poi sapremo se tutti i cittadini del Belpaese potranno o no recarsi alle urne per questo centrale appuntamento referendario.
Il vice della Casellati ha poi proseguito nel ragionamento: "Siamo soddisfatti e orgogliosi - ha detto - di vedere che tutti i nostri sei quesiti per migliorare il nostro sistema della giustizia siano stati accolti, a conferma della meticolosità e della preparazione di tutti coloro che hanno lavorato per la stesura di queste proposte, su cui, lo ricordiamo, abbiamo raccolto 4,2 milioni di firme dei cittadini italiani, firme che abbiamo scelto di non depositare, avendo già il percorso alternativo del voto di sei consigli regionali, per non appesantire la Corte di Cassazione con un lavoro di controllo che avrebbe necessitato di tempi lunghi". La Lega ha anche operato una scelta di metodo. E ora proprio la Consulta potrà decretare, con tutti i crismi del caso, l'avvio del vero e proprio processo referendario.
Calderoli ha spiegato quale sia stata la scelta legata alle tempistiche ed al risparmio dei soldi necessari per le pratiche: "Così - ha raccontato - abbiamo risparmiato tempo, e i nostri sei quesiti sono già stati trasmessi alla Corte Costituzionale che a febbraio si pronuncerà, ma non solo, abbiamo risparmiato anche 600mila euro di denari pubblici con questa rinuncia grazie all'emendamento ad hoc firmato dal sottoscritto e già approvato in via definitiva. Noi - ha concluso - intanto stiamo già scaldando il motore del comitato referendario, pronti a partire, appena avremo il via libera della Consulta, con una grande campagna referendaria per informare nel merito, nei contenuti, i cittadini: perché stavolta toccherà al popolo decidere se e come rendere migliore e più giusta la nostra giustizia".
Le previsioni sono dunque queste: tra massimo due mesi e mezzo, ma è probabile che la Consulta si pronunci ben prima della fine di febbraio, sapremo se la Giustizia potrà essere riformata a mezzo referendum oppure no. Le riforme promosse dal governo di Mario Draghi, con il ministro Marta Cartabia in testa, hanno lasciato ben sperare il cosiddetto "fronte garantista", che ora vorrebbe spingersi ancora più in avanti con una chiamata collettiva alle urne.
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