di Armando Spataro
La Stampa, 12 luglio 2021
Con la prescrizione cancellata dopo il primo grado, senza l'improcedibilità i tempi aumenterebbero a dismisura. Il Consiglio dei Ministri ha approvato giovedì scorso all'unanimità alcuni emendamenti al disegno di legge delega per l'efficienza e la rapida definizione dei processi penali, a suo tempo proposto dal Governo Conte e dal Ministro Bonafede. Pur nell'attesa dei testi finali e ufficiali, è possibile qualche commento sulla base delle notizie circolanti, purchè, nonostante la calura estiva, si riesca a ragionare con freddezza.
L'intervento in tema di prescrizione è certamente quello oggetto del dibattito più acceso. Come è noto, con una legge del gennaio 2019, era stato introdotto il blocco della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado, ma nel marzo del 2020 il Ministro Bonafede aveva presentato un disegno di legge delega (cui si riferiscono gli emendamenti qui in discussione) finalizzato ad assicurare la celere definizione dei procedimenti nei giudizi di impugnazione, condizione logica e giuridica del blocco della prescrizione. Tale d.d.l. è ancora fermo in prima lettura dinanzi alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. E' necessario ricordare contenuti e contesto di elaborazione delle proposte in esame, altrimenti si rischia di scivolare nel pressappochismo.
Viene confermato, come nella legge n.3/2019, lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado (sia in caso di condanna che di assoluzione), ma vengono previsti tempi certi per i processi d'appello (2 anni) e in Cassazione (1 anno), con la possibilità di proroga (in appello di 1 anno e in Cassazione di 6 mesi), purchè i processi riguardino reati gravi (come quelli elencati di criminalità organizzata, terroristica e contro la P.A.) e siano oggettivamente complessi, per numero delle parti, delle imputazioni e per la natura delle questioni da trattare. I termini decorreranno dal 90° giorno successivo alla scadenza del termine per il deposito della sentenza deliberata (a sua volta prorogabile per tre mesi). In caso di mancato rispetto dei termini, scatta l'improcedibilità ed il processo si blocca definitivamente ("salta", pertanto la sentenza impugnata), ma non per i reati che non possono prescriversi, cioè quelli puniti con l'ergastolo. La nuova disciplina, infine, si applicherà ai reati commessi dopo l'1 gennaio 2020 (data di entrata in vigore della citata "legge-Bonafede").
Perché questi emendamenti sono stati duramente criticati? Sostanzialmente perché - si dice - la improcedibilità consentirebbe manovre dilatorie degli avvocati per evitare le condanne dei loro più danarosi assistiti, impedirebbe ai condannati ed agli assolti in primo grado di vedere rispettivamente ribaltata o confermata quella pronuncia, danneggerebbe le parti offese e non prenderebbe in considerazione le condizioni in cui operano le Corti d'Appello italiane, tali da rendere impossibile il rispetto dei termini.
In realtà, le cose non stanno proprio così. Sono previste cause di sospensione del decorso dei termini di improcedibilità, come nei casi di rinvii per legittimo impedimento, di rinnovazione dibattimentale e per altre ragioni già ora previste dal Codice Penale. Ed è comunque offensivo per l'intera classe forense generalizzare l'abuso mirato di strumenti dilatori, così come lo è per i giudici ipotizzare che non sappiano distinguere e non vogliano disinnescare tali strumenti o che essi siano i responsabili delle lungaggini processuali. Quanto a condannati o assolti in primo grado, si prevede la possibilità di rinuncia alla improcedibilità per mirare alla pronuncia auspicata, mentre le parti offese costituitesi parti civili non saranno pregiudicate dalla improcedibilità poiché il giudice penale che la dichiara, nel caso di imputato già condannato al risarcimento dei danni, trasmetterà gli atti al giudice civile per la conseguente decisione.
Più seria è l'obiezione sulla grave situazione in cui si trovano gli uffici giudiziari italiani per deficit di organico (di magistrati e personale amministrativo) e di strutture: infatti, al di là dei dati riguardanti le singole Corti d'Appello, il pres. Lattanzi ha segnalato la grave situazione di aumento del loro arretrato, mentre il Presidente della Cassazione, Curzio, ha quantificato in 1038 giorni la durata media dei procedimenti in appello (in sette distretti superiore alla media)! In queste condizioni, è dunque auspicabile che si proceda con il massimo delle rapidità all'entrata in servizio di magistrati (sono previsti due nuovi concorsi) e di personale amministrativo ("2.500 cancellieri" e "16.500 assistenti" sono le quantità indicate dalla Ministra Cartabia), nonché all'assestamento funzionale delle strutture informatiche e delle procedure digitali, senza che nessuno pensi, secondo il "verbo-Cottarelli", che l'efficacia della giustizia sia solo un problema di managerialità!
E' comunque giusto precisare che l'istituto della prescrizione ha una ratio ben precisa, quella di collegare l'interesse-dovere dello Stato alla punizione dei responsabili dei reati al decorso del tempo. Cioè, se il tempo passa, in misura proporzionata alla gravità del reato, tale ratio viene meno. All'opposto, però, si può affermare che se l'azione penale è stata esercitata nei tempi previsti, non vi sarebbe ragione di dichiarare il reato estinto per prescrizione o improcedibile.
Tale affermazione, però, deve potersi conciliare con altri doveri, diritti e con le relative fonti! Innanzitutto la nostra Costituzione e la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo che rispettivamente, all'art. 111 ed all'art.6, prevedono il principio della ragionevole durata del processo. Nè si possono trascurare le numerose condanne dell'Italia (prima nella relativa "classifica"), ad opera della Corte EDU di Strasburgo per la violazione del diritto alla ragionevole durata del processo. Quanto all'obiettivo della riduzione del 25% dei tempi della giustizia penale previsto con l'approvazione del PNRR, con connessa aspettativa di beneficiare dei fondi europei, è chiaro che può essere conseguito solo con la preventiva fissazione e conoscenza dei tempi per concludere comunque un processo, come recentemente affermato anche in una sentenza della nostra Corte Costituzionale (n. 140/2021).
Non particolarmente utili, infine, sono i dati su tempi e numeri di definizione dei processi penali in altri paesi europei, viste le diversità ordinamentali dei diversi Stati, tra i quali l'Italia si distingue per indipendenza del p.m., obbligatorietà dell'azione penale, livello di garanzia assicurato alle parti private ed efficacia dell'azione investigativa. Ben vengano, a tale scopo, altre proposte del Ministro della Giustizia, quali la previsione di inappellabilità di sentenze per reati minori (purchè sia assolutamente mantenuta la parità tra parti private e p. m.), l'inammissibilità di appelli per difetto di specificità argomentativa, l'estensione dei casi di non punibilità per fatti di lieve entità e l'ampliamento dei riti alternativi. E senza scandalo si potrebbero anche ipotizzare l'abolizione del divieto di reformatio in pejus in caso di appello dell'imputato condannato (che scoraggerebbe impugnazioni strumentali) ed una amnistia per reati minori, utile ad attenuare la quantità degli arretrati presso gli uffici giudiziari.
Insomma, le proposte sin qui esaminate, finalizzate ad abbreviare i tempi dei processi, sono formulate nel rispetto dei principi costituzionali. Non appaiono invece condivisibili due ulteriori previsioni.
Appare di natura sostanzialmente lessicale quella secondo cui, al termine dell'indagine preliminare, il p.m. deve chiedere l'archiviazione quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non consentono una ragionevole previsione di condanna, così come il giudice dell'udienza preliminare deve, per le stesse ragioni, pronunciare sentenza di non luogo a procedere.
Attualmente, in luogo del principio proposto, vige quello di richiesta di archiviazione da parte del PM e di obbligo di proscioglimento da parte del giudice, quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti o non idonei a sostener l'accusa in giudizio. A parere di chi scrive le due frasi, pur leggermente diverse, hanno lo stesso contenuto, essendo evidente che sostenere l'accusa in giudizio deve fondarsi - per il pm - sulla ragionevole previsione dell'accoglimento della propria richiesta di condanna. Ed il ragionamento, con le ovvie differenze, si adatta anche al giudice che deve disporre o meno il rinvio a giudizio. Detto questo, può però essere accolto l'invito istituzionale ad una valutazione più rigorosa degli elementi di prova disponibili, che include anche un maggiore sforzo di acquisizione probatoria completa durante la fase delle indagini, senza rinvio al dibattimento.
Non è in alcun modo condivisibile, invece, la previsione secondo cui gli uffici del p.m., per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, dovrebbero individuare criteri predeterminati di priorità nella trattazione degli affari,ma nell'ambito di quelli generali indicati con legge del Parlamento. Orbene, chi scrive ha già precisato su questo giornale che la selezione delle priorità di intervento dei p.m., anche solo nell'ambito di linee guida generali e non di un cogente catalogo di reati, non può essere materia di competenza del Parlamento perché ciò aprirebbe la strada a seri pericoli per l'autonomia e indipendenza della intera magistratura. Tra l'altro, al di là delle già esistenti leggi e direttive del CSM che obbligano i Procuratori ed i Presidenti dei Tribunali ad elaborare insieme i criteri di priorità, è chiaro che le scelte conseguenti non potranno essere sempre omogenee tra tutti gli uffici di Procura, in considerazione delle diverse necessità ed esigenze territoriali. Ci si deve augurare, pertanto, che questa proposta di riforma venga abbandonata.
di Milena Gabanelli e Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 12 luglio 2021
Nulla potrà mai giustificare la macelleria di Santa Maria Capua Vetere, ma una spiegazione andrà pur cercata se le condizioni di vita in carcere sono diventate insostenibili, come dimostra l'aumento, costante negli ultimi anni, di tentati suicidi, atti di autolesionismo e aggressioni. Al sovraffollamento si imputa tutto, e secondo il rapporto Space 2020 del Consiglio d'Europa, abbiamo la percentuale più alta di tutta la Ue: su una disponibilità di 50.779 posti, i detenuti sono 53.637. Con grandi differenze fra un carcere e l'altro, alcuni semivuoti e altri dove stanno pigiati come sardine, come a Poggioreale, dove c'è posto per 1.500 persone, ma sono in 2.062.
A Regina Coeli non dovrebbero superare i 600, sono 893; a Bologna su 500 posti sono in 744; a Bergamo dove la disponibilità è di 315, i carcerati sono 529. Certo, il Covid, unito alla impossibilità di distanziamento, ha fatto salire la tensione, ma il totale dei detenuti è molto diminuito: nel 2010 erano quasi 70.000. Allora perché i dati negli ultimi sei anni sono peggiorati? C'è qualcosa in più.
Celle aperte per i meritevoli - Inizia tutto con una scelta di civiltà. Fino al 2011 chi non aveva condanne per reati particolarmente gravi o di criminalità organizzata, passava due ore al giorno all'aria aperta e due con la cella aperta. A novembre dello stesso anno, la circolare 3594/6044 diramata dall'allora direttore trattamento detenuti Sebastiano Ardita concede più fiducia ai meritevoli. L'Amministrazione istituisce reparti dove le celle restano aperte più a lungo per soggetti di scarsa pericolosità, e assegna ad ogni detenuto un codice su "criteri oggettivi". Bianco a chi non ha commesso violenze o minacce, verde a chi non appartiene ad associazioni finalizzate a reati violenti, giallo per violenti che in carcere abbiano mantenuto atteggiamenti di tipo sociale. Rosso agli altri, che, alla lunga, possono risalire la gradazione cromatica.
L'obiettivo è quello di elevare la responsabilità di ciascuno: più mi comporto bene e più ore d'aria avrò - Ma ogni colore necessita di sorveglianze adeguate, avverte la circolare. E raccomanda di verificare, con un progetto pilota, se il sistema funziona. Non viene fatto. In compenso nel 2012, il capo del Dap Giovanni Tamburino, con una nuova circolare comincia ad eliminare i colori.
Celle aperte anche per i pericolosi - Nel 2015 la svolta: arriva una nuova circolare: la 3663/6113. La firma l'allora capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Santi Consolo. Citando i richiami della Corte Europea dei diritti dell'uomo, fa spazio alla discrezionalità delle direzioni dei penitenziari nella valutazione dei singoli e, soprattutto, spalanca le celle. Ai detenuti (eccetto i mafiosi e i 41 bis) vengono assegnati due soli regimi: custodia "chiusa" e "aperta".
Ma quella "chiusa" prevede un "tempo minimo da trascorrere fuori delle camere detentive di 8 ore", mentre quella "aperta" fino a 14 ore e uno spazio di libertà di movimento da raggiungere "senza onere di accompagnamento". Inoltre dispone che durante le attività dei detenuti gli agenti siano "all'esterno delle sezioni, senza la necessità di presidi stabili nei reparti e nei luoghi di pertinenza". In sostanza: autogestione.
Un anno dopo i numeri mostrano il risultato di quella scelta: le aggressioni fra detenuti sono 776 in più, quelle agli agenti penitenziari 116, le infrazioni disciplinari sono 6.602 in più, le violenze, minacce e resistenze ai pubblici ufficiali 498 in più. Crescono i mancati rientri e gli atti di atti di autolesionismo (1557 in più), ma il capo del Dap, che resterà fino al 4 luglio 2018, non ci dà peso. Non lo fa nemmeno il suo successore, Francesco Basentini, che nel 2020 si trova a gestire la crisi del Covid con le rivolte di marzo, le polemiche per la scarcerazione dei boss e, ad aprile, le botte degli agenti sui detenuti di Santa Maria Capua Vetere.
Si dimette il mese dopo, e al suo posto viene nominato il magistrato Dino Petralia. Intanto lo spazio lasciato libero viene riempito. E dove manca il presidio, l'ordine lo dettano i detenuti più temuti, che potendo circolare liberamente possono prendere il carcere in mano. E se guardiamo i dati del 2014 (prima dell'entrata in vigore della circolare del 2015) e li confrontiamo con gli ultimi disponibili, sembra sia proprio andata così.
Crescono aggressioni, minacce, tentati suicidi - Le aggressioni contro la Polizia Penitenziaria passano dalle 387 del 2014 alle 837 del 2020. Quelle fra detenuti da 2.039 arrivano a 3.501. Contro il personale amministrativo da zero a 36. Un'impennata verticale si registra nelle violenze, minacce, ingiurie, oltraggi e resistenze ai pubblici ufficiali: da 319, nel 2020 schizzano a 3.577. Le colluttazioni sono più che raddoppiate: da 1.598 a 3.501.
Nelle celle sono spuntati telefonini o sim card: da 118 a 1.140. Sono arrivati anche i coltelli: da 55 a 196. Le violazioni di norme penali sono salite quasi di cinque volte: da 1.443 siamo arrivati a 5.536 nel 2020. Crescita vertiginosa delle infrazioni disciplinari (intimidazioni, atti osceni): erano 1.127, sono arrivate a 10.106. Difficile pensare che i detenuti stiano meglio. Ma il dato più allarmante è quello sui i reati "spia" del disagio: i tentati suicidi da 933 sono arrivati a 1.480. Gli atti di autolesionismo, dai 6.919 del 2014 sono arrivati a 11.315. Solo a Santa Maria Capua Vetere, nell'ultimo anno e mezzo, sono stati quasi 300. Una tensione che molti si aspettavano che sarebbe esplosa e, complice il panico da Covid, in quel penitenziario mal gestito, con 150 detenuti oltre capienza, infestato da insetti, condizioni igieniche precarie, è accaduto.
A subire sono i più giovani - Una cosa è certa, i numeri allarmanti smentiscono l'equazione: "celle aperte, meno oppressione". E aprono squarci su situazioni di sopraffazione dove a subire sono soprattutto i detenuti più giovani, i nuovi arrivati, i meno pericolosi. Quelli che, se aggrediti, hanno paura a denunciare, e preferiscono le sanzioni pur di non rientrare nell'incubo. Poi ci sono le violenze sessuali, non denunciate per vergogna. Un problema enorme perché in Italia l'affettività, usata nel resto d'Europa come incentivo (fai il bravo e vedrai il tuo partner), viene negata. Una situazione in cui stanno male anche gli agenti, sottodimensionati, non sempre adeguatamente formati, che faticano a mantenere l'ordine e possono essere tentati, a loro volta, dalla violenza, come dimostrano le brutalità nel carcere campano.
La pena che non rieduca - Le indicazioni della Corte Europea a cui si è fatto riferimento sono ben altre: chiedono di adottare un modello penitenziario basato sulla funzione rieducativa della pena. Le celle aperte si inseriscono nell'organizzazione di attività lavorative che il carcere deve garantire. Il problema è che non ci sono fondi sufficienti per retribuire il lavoro del carcerato.
Ma nessun Paese ha abbastanza risorse per pagare uno stipendio ai condannati. Il metodo seguito nel Nord Europa, è quello di trattenere dalla busta paga le spese di giustizia e mantenimento. L'adesione al programma arriva quasi al 90%, perché ci sono più permessi premio, più ore di visita parenti, e soprattutto si impara un mestiere. Il risultato è un tasso di recidiva bassissimo.
Nelle nostre carceri sono poco più di 2.000 i detenuti che hanno una occupazione regolare, mentre circa 15.000 lavorano come scopino, addetto alla lavanderia o cucina poche ore al giorno e a giorni alterni. Tutti gli altri vengono lasciati a fare niente. E non basta sbandierare le buone esperienze di Bollate, Padova e altre piccole realtà, perché il detenuto non può scegliere dove scontare la pena. Risultato: quasi il 70% di chi esce dal carcere, poi ci ritorna.
di Mauro Gatti
riforma.it, 12 luglio 2021
I gravissimi fatti di S. Maria Capua Vetere mostrano un universo duro in cui occorre applicare la Riforma che nel '75 ha reimpostato l'idea di pena. I video pubblicati recentemente di ciò che è accaduto a Santa Maria Capua a Vetere nell'aprile 2020, evidenziano tutta la realtà difficile, complessa del carcere con i suoi risvolti anche drammatici.
di Paolo Comi
Il Riformista, 12 luglio 2021
"Cerchiamo di limitare per quanto possibile gli incarichi 'fuori ruolo' ai magistrati", afferma Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia alla Camera. All'indomani del via libera da parte del Consiglio superiore della magistratura al fuori ruolo del giudice di Cassazione Bruno Giordano per ricoprire il posto di capo dell'Ispettorato del Ministero del lavoro, il parlamentare azzurro ha presentato una interrogazione alla Guardasigilli Marta Cartabia. Il Riformista aveva pubblicato la notizia dell'autorizzazione del fuori ruolo del giudice Giordano, pur a fronte di gravi scoperture a piazza Cavour.
La norma prevede, infatti, che non si possano autorizzare incarichi extragiudiziari se nell'ufficio dove presta servizio il magistrato richiedente ci siano più del 20 percento di posti vacanti. Margherita Cassano, presidente aggiunto presso la Corte di Cassazione, aveva prodotto al Csm, chiedendo di bocciare la richiesta di fuori ruolo del giudice Giordano, una tabella a tal fine, con l'esatto numero dei magistrati attualmente in servizio: 18, che diventeranno a breve 16, su 25 in pianta organica. A Giordano, poi, erano stati già assegnati fascicoli che dovranno adesso essere riassegnati. La presidente Cassano aveva definito l'eventuale fuori ruolo di Giordano "pregiudizievole di gravissime difficoltà", con "evidenti ricadute sulla trattazione dei processi". "La ministra Cartabia ci dica cosa intende fare con gli incarichi che non sono riservati ai magistrati", prosegue allora Zanettin. Giordano, ad esempio, va a fare il capo dell'Ispettorato del Ministero del lavoro, ruolo attualmente ricoperto da un generale dell'Arma dei carabinieri. All'Ispettorato del lavoro, per notizia, non c'è mai stato al vertice un magistrato.
Il tema dei fuori ruolo è tornato di attualità dopo le dichiarazioni del presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia che, commentando la riforma della giustizia penale voluta dalla Guardasigilli, aveva evidenziato problemi di carenza di personale presso gli uffici giudiziari. I pochi giudici in servizio non permetterebbero di stare nei tempi previsti dalla riforma: due anni per l'appello, un anno per la Cassazione. Poi scatterebbe l'improcedibilità. Va detto, comunque, che il tema degli organici è ricorrente. In passato si era anche fatta strada l'idea dei "carichi esigibili", il numero dei fascicoli che possono essere trattati dal singolo giudice in maniera efficace in un anno. Era stata questa, in particolare, la risposta all'iniziale proposta dell'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di celebrare un processo, dal primo grado alla Cassazione, in soli quattro anni. Proposta poi abortita, come quella dei carichi esigibili.
Un giudice, dicono sempre dall'Anm, non può scrivere più di tante sentenze in un anno. Si tratta di un altro argomento che viene proposto in risposta alla volontà di stabilire tempistiche a priori. L'Anm, però, può ritenersi soddisfatta: ha incassato l'abolizione delle sanzioni disciplinari per i magistrati che non avessero rispettato i tempi delle indagini. Il discorso valeva, soprattutto, per i pm ai quali inizialmente erano stati fissati paletti temporali molto stringenti a cui attenersi nella fase delle indagini preliminari. Comunque, essendo il testo oggetto di una prossima discussione in Aula, forse già il 23 luglio, è ancora tutto in alto mare. Forza Italia, ad esempio, è intenzionata a riaprire il dibattito già in Commissione giustizia sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del pm.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 12 luglio 2021
Sulla Giustizia Conte vuol dare battaglia in aula. Deciderà la linea, per Grillo passo di lato. Le "ombre", i "giorni difficili", i "momenti duri" Giuseppe Conte non li dimentica ma ha deciso di buttarseli alle spalle, assieme ai giudizi velenosi di Beppe Grillo e al progetto di un partito tutto suo, che avrebbe innescato una devastante scissione. L'avvocato riparte da leader in pectore del M5S, una forza politica che nei piani dell'ex premier dovrà "dare sostanza alla voce di chi non è ascoltato da nessuno".
La prima prova per risollevare un Movimento sbandato e al collasso sarà la giustizia, tema fondativo e identitario che ha scatenato la rivolta della base e acceso lo sfogatoio dei parlamentari in assemblea. "In aula daremo battaglia" è l'idea del (quasi) presidente dei 5 Stelle, convinto che la riforma Cartabia della prescrizione sia "inaccettabile in linea di principio e impraticabile rispetto alla situazione in cui versano gli uffici giudiziari italiani".
Ai sensi dello statuto limato dai sette saggi e approvato da Grillo, il nuovo "capo" avrà la forza e la legittimità piena per decidere la linea politica. Il 23 luglio, quando la prescrizione arriverà in aula, probabilmente Conte non sarà stato ancora eletto ma a giudicare dall'umore rabbioso dei gruppi non gli sarà difficile orientare il voto di tanti parlamentari nella direzione indicata da Alfonso Bonafede. "La riforma Cartabia è sbagliata, c'è il rischio di isole di impunità - ha detto in assemblea l'ex Guardasigilli, padre della riforma azzoppata - È una battaglia che dobbiamo portare avanti con determinazione". Anche se Draghi pretende lealtà e vuole che il testo non venga modificato.
L'esordio di Conte come leader della forza parlamentare più grande della maggioranza sarà dunque tra lotta e governo, posizione ben diversa da quella sostenuta da Grillo. Era stato il garante, al telefono con Draghi, a ottenere il via libera dei quattro ministri stellati, per salvare la riforma e l'esecutivo. Per Conte incursioni simili non si dovranno più ripetere e raccontano che il giurista pugliese se lo sia fatto promettere dalla viva voce del fondatore. Si sono sentiti la prima volta martedì e l'ultima ieri. Nel mezzo, diverse telefonate per chiarirsi e separare il piano del garante da quello del leader.
Sarà una convivenza difficile e rischiosa. Ma i duellanti, in sintonia con i mediatori Di Maio e Fico, che hanno fatto asse frenando le spinte scissionistiche, hanno convenuto che affidare il Movimento a Conte è ora l'unica strada per scongiurare l'implosione. Il ministro degli Esteri e il presidente della Camera non usciranno di scena, anzi: resteranno come argini anche nella nuova fase, garanti del patto tra l'ex premier e Grillo.
Per Conte è una vittoria e non lo nasconde, è soddisfatto perché il suo progetto di rifondazione è stato recepito nella struttura complessiva. Avrà la prima e ultima parola sulla linea politica e sulla comunicazione, non ha dovuto fare passi indietro e ha ottenuto che Grillo ne faccia uno di lato. Ora il dilemma è il rapporto con il governo. Non è un mistero che Conte e Draghi non si stanno simpatici, la storia recente ha innescato una diffidenza reciproca. Ma l'avvocato non serba rancore nei confronti dell'attuale inquilino di Palazzo Chigi, perché a rottamarlo è stato Matteo Renzi e non l'ex presidente della Bce. Resta però il fatto che Draghi nelle ore più calde della trattativa sulla giustizia ha telefonato a Grilloe non a Conte e i fedelissimi del giurista raccontano che quella chiamata unilaterale è stata vissuta come "un grave sgarbo".
Tra Draghi e Conte non risultano contatti, ma appena il M5S lo incoronerà leader dovranno giocoforza vedersi e chiarirsi. Tra i parlamentari umiliati e offesi per la lunga serie di sconfitte incassate dal M5S nel governo di unità nazionale serpeggia la voglia di uscire dalla maggioranza all'inizio di agosto, con lo scattare del semestre bianco.
Ma Conte, nelle riunioni riservate, rassicura: "Uscire dal governo? Io non ci ho mai pensato". Di certo il presidente in pectore ha in mente di interpretare la spinta di tanti parlamentari perché il M5S conti di più nel governo, magari attraverso un rimpasto della squadra. "Dobbiamo incidere di più", sprona Di Maio. E Lucia Azzolina invoca una verifica: "Al governo con Salvini, Renzi e Berlusconi non possiamo ottenere 100, ma il problema nasce se otteniamo solo 10".
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 12 luglio 2021
La presidente aggiunta dei gip di Milano: "I carichi di lavoro sono un problema. Meglio l'amnistia? È una scelta del Parlamento. Una riforma così non può seriamente partire senza una soluzione che garantisca lo smaltimento degli arretrati degli uffici"
Ezia Maccora, da presidente aggiunta dei gip di Milano, cosa pensa della riforma Cartabia?
"Ci sono molte positività ma anche qualche criticità importanti. È una riforma che richiede un grande investimento nel settore della giustizia. Per attuarla è indispensabile ampliare gli organici dei magistrati, rafforzare il personale amministrativo e l'informatizzazione, e l'ufficio del processo deve essere previsto stabilmente e non solo come misura temporanea. E poi c'è la modifica del sistema sanzionatorio...".
Come la valuta?
"È importante e apprezzabile ma richiede di potenziare la rete dei servizi, di enti e associazioni che si occupano delle misure non carcerarie".
Ridurrà davvero il carico di lavoro dei magistrati?
"La riforma deve servire a garantire un processo "giusto" e tempi ragionevoli di definizione, ovviamente per raggiungere tali obiettivi ai magistrati deve essere chiesto un impegno lavorativo possibile, non dimentichiamo che si tratta di un lavoro complesso e la magistratura non può fare miracoli. Ma ci sono punti apprezzabili".
Quali?
"Fa passi seri sui tempi del processo: investe sulla funzione di filtro dell'udienza preliminare, sull'ampliamento dei riti alternativi (dove poteva osarsi di più) e sulla definizione di tutto ciò che non deve scaricarsi sul dibattimento penale. Dà anche una risposta importante in tema di sanzione penale, differenziandola: investe sulla messa alla prova e sulla non punibilità dei fatti di lieve entità, oltre che sulla giustizia riparativa e sulle misure alternative che possono essere applicate già dal giudice insieme all'accertamento della responsabilità".
Non si prescrive il reato, ma se non si sta nei tempi si ferma il processo. Va bene?
"Mi sembra che lo sforzo della ministra sia quello di tenere insieme due esigenze: il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado e l'improcedibilità per fasi, per evitare che un cittadino rimanga imputato sine die. Esigenze condivisibili che per la verità potrebbero essere raggiunte con soluzioni tecniche diverse o comunque ampliando il tempo di ogni fase. Se rimane questa la soluzione scelta richiede investimenti seri per rafforzare le risorse esistenti, perché già oggi i dati ci dicono che almeno 10 Corti d'Appello non sarebbero in grado di rispettare i termini previsti per la mancanza di giudici e di cancellieri e assistenti e per la complessità dei processi (si pensi a quelli di criminalità organizzata)".
Preferirebbe l'amnistia?
"È una scelta del Parlamento. Una riforma come questa non può seriamente partire senza una soluzione che garantisca lo smaltimento degli arretrati degli uffici".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 luglio 2021
Ad annunciare il ritorno alla normalità sono i sottosegretari alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e Anna Macina, e il capo del Dap, Bernardo Petralia. "La situazione nel carcere fiorentino di Sollicciano è tornata alla normalità dopo che otto detenuti erano saliti sul tetto della struttura per protestare contro alcuni provvedimenti di un magistrato di sorveglianza".
Ad annunciare il ritorno alla calma sono i sottosegretari alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e Anna Macina, e il capo del Dap, Bernardo Petralia, in una nota congiunta. "Il Presidente del Tribunale di sorveglianza e il Provveditore regionale sono infatti prontamente intervenuti, convincendo i detenuti a interrompere la protesta", comunicano. "L'intervento è stato coordinato dal Dap, con la sorveglianza del Ministero, in stretto contatto con il Garante nazionale dei detenuti Palma, e con il Garante della Toscana Fanfani", concludono.
Le tensioni nel carcere fiorentino erano esplose ieri sera, quando otto detenuti si erano rifiutati di far rientro nelle rispettive celle all'orario previsto delle 21. "Successivamente hanno divelto le inferriate delle finestre del locale docce. Da lì si sono arrampicati fino al tetto del carcere, da dove hanno inscenato una protesta ancora in corso. I motivi sarebbero riconducibili al non aver ottenuto alcuni benefici richiesti alla magistratura di sorveglianza", ha raccontato Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, spiegando che "dopo i drammatici video di Santa Maria Capua Vetere il clima nelle nostre carceri è ancora più incandescente.
Da un lato il Corpo di polizia penitenziaria colpito nell'orgoglio, mortificato e ancor di più demotivato, dall'altra alcune frange della popolazione detenuta animate da sentimenti di rivalsa e convinte anche di poter infrangere impunemente le regole.
Questi elementi, di per sé fortemente destabilizzanti, divengono assolutamente pericolosi in un carcere come quello di Firenze Sollicciano da mesi senza né Direttore né comandante della Polizia penitenziaria titolari e con ben 650 detenuti presenti, di cui 451 stranieri, a fronte di una capienza regolamentare inferiore a 490 posti".
di Claudio Cucciatti
La Repubblica, 12 luglio 2021
Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente di Anci, con la prima cittadina di Crema Stefania Bonaldi, il candidato per Bologna Matteo Lepore, l'editorialista di Repubblica Stefano Folli e Silvia Bignami. "Non è il momento del partito dei sindaci, ma la politica, la classe dirigente, deve prenderci come riferimento per tornare vicino ai cittadini".
"La mia storia è emblematica della situazione in cui si trovano i sindaci. Sentiamo di vivere in una terra senza confini. Vogliamo partecipare a un gioco straordinario, ma vogliamo conoscere i limiti del campo. Non vogliamo fuggire dalle responsabilità, chiediamo norme equilibrate e ragionevoli". Stefania Bonaldi, sindaca di Crema, ha ricevuto un avviso di garanzia dopo che un bimbo dell'asilo nido comunale di Crema, lo scorso ottobre, si era schiacciato due dita di una mano in una porta di sicurezza.
In solidarietà alla sindaca, molti primi cittadini italiani hanno manifestato a Roma per chiedere più tutele legislative e un maggiore rispetto per un ruolo definito "sempre più pericoloso". Ed è proprio sulle responsabilità che oggi gravano sui sindaci che si è aperto il dibattito al Teatro Comunale di Bologna. L'incontro "Bologna e il fronte dei sindaci", moderato da Stefano Folli e Silvia Bignami, ha aperto la quarta ed ultima giornata di Repubblica delle Idee. Oltre a Bonaldi, hanno partecipato Antonio Decaro, primo cittadino di Bari e presidente dell'Anci, e Matteo Lepore, candidato sindaco del centrosinistra per le elezioni comunali di Bologna.
Il premier Draghi con i sindaci - La manifestazione di Roma ha avuto delle ripercussioni nei corridoi della politica italiana. "Draghi ci ha ricevuti e ha detto che sostiene le nostre proposte. Tra cui la possibilità di potersi candidare in Parlamento: per ora siamo vittime di razzismo istituzionale'. Negli ultimi anni stiamo mettendo sui social media i nostri disagi, ma erano cose che succedevano anche prima. Di fatto - spiega Decaro - il sindaco è responsabile di tutto ciò che accade nel territorio comunale. Abbiamo firmato in quattromila perché abbiamo visto cosa è accaduto ad Appendino, indagata dal disturbo per la quiete pubblica all'aria inquinata. Non stiamo chiedendo immunità o impunità, vogliamo solo che il confine della responsabilità sia definito. Un'assenza che rende difficile trovare dei candidati sindaco e che ha portato, ad esempio, alla rinuncia di Appendino a correre una seconda volta per le amministrative di Torino".
Dalla città al Parlamento - Problemi su cui ragiona anche Lepore, che tra pochi mesi potrebbe guidare Bologna. "Nell'ufficio dei sindaci finisce lo scaricabarile delle responsabilità che nessuno si prende. Forse neanche i segretari di partito e i parlamentari sanno cosa viviamo. I sindaci devono andare alla Camera e al Senato per migliorare il funzionamento del sistema". Sul palco del Teatro Comunale l'elezione diretta dei sindaci è ritenuta da tutti positiva. Il problema, poi, è portare a Roma chi ha lavorato bene sul territorio. E per Lepore questa "è una battaglia che deve intestarsi il Partito democratico. Facilitare il passaggio dei buoni amministratori in Parlamento deve andare di pari passo con una nuova riforma delle Città Metropolitane: un esperimento fallito".
Il partito dei sindaci - Per Bonaldi "un sindaco deve per forza affrontare i problemi, pur mantenendo i propri riferimenti politici e culturali. Non può nascondersi dietro punti di sondaggio virtuali o nella palude dove si cerca di spingere il ddl Zan. La classe dirigente deve prenderli come riferimento per tornare vicino ai cittadini". Decaro, che ha avviato la discussione sui sindaci in Parlamento, chiarisce che "non è il momento del partito dei sindaci, ma la politica deve aprirsi. Penso al sindaco leghista di Novara, che sarebbe un buon ministro dell'Economia. O ad Appendino, che farebbe altrettanto bene come ministro dell'Innovazione. Anche altri, come Merola, Nardella e Gori, saprebbero dare un contributo importante".
L'orizzonte del dopo pandemia - Sblocco dei licenziamenti, diseguaglianze e disagio sociale post pandemia sono i problemi all'orizzonte.
"Abbiamo tenuto in piedi le comunità, anche dal punto di vista umano - racconta Decaro -. Una telefonata a un anziano, i rifiuti da raccogliere, la spesa per i positivi. Insieme ai volontari, persone speciali conosciute sul campo, abbiamo fatto di tutto. Per la prima volta nella storia è stato ceduto il potere di ordinanza al governo per non generare ottomila ordinanze diverse su aperture e chiusure. È stata una scelta che in piena pandemia ha salvato il Paese, che aveva bisogno di un messaggio univoco da parte delle autorità sanitarie. Il prossimo passaggio è seguire i nuclei familiari più fragili, senza lasciare indietro nessuno. I soldi del Pnrr servono adesso, non nel 2026". I denari del Recovery Fund andranno a Comuni e Regioni. "Quello che ci preoccupa è la velocità - confessa Bonaldi -. Noi abbiamo la 'presunzione' di conoscere chi per primo deve ricevere aiuto, perché in seria difficoltà. Con la pandemia il sostegno reciproco nelle comunità è aumentato, la politica ha l'obbligo di sostenere questo sentimento".
di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 12 luglio 2021
L'atteggiamento verso le toghe riflette il sentimento politico e anti-politico. Oggi consensi ai minimi. In un sondaggio recente condotto da Demos per Repubblica, circa 4 italiani su 10, per la precisione: il 36%, esprimono fiducia verso la magistratura. Si tratta di una misura analoga a quella rilevata negli ultimi 10 anni. Con variazioni, talora, sensibili. Di segno positivo, in alcuni anni. E opposte, in altri momenti.
Peraltro, nelle indagini sul rapporto fra "Gli Italiani e lo Stato", che conduciamo da oltre vent'anni, il consenso verso la Magistratura, anche di recente, risulta superiore rispetto alle principali istituzioni e ai principali soggetti politici. Non solo ai partiti, anche al Parlamento. E allo stesso Stato. Si tratta di dati utili a comprendere le polemiche intorno alla "riforma della giustizia" che si sono accese in questi giorni. E hanno coinvolto le forze della maggioranza. In particolare, il M5S, che sui temi della legalità ha fondato la sua identità. La questione della "giustizia" è all'origine della nostra democrazia e della nostra Repubblica. Tanto più negli ultimi trent'anni.
M5S, accordo raggiunto tra Conte e Grillo. Di Maio: "Sempre creduto nella mediazione" - In questa specifica occasione, l'intervento del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, pareva avere sbloccato il percorso della riforma. In particolare, sul tema della prescrizione. Anche grazie al dialogo diretto con il "garante" del MoVimento, Beppe Grillo. Tuttavia, questa stessa iniziativa ha contribuito ad accentuare i contrasti interni ai 5S. In primo luogo, tra il fondatore e il leader - in pectore - Giuseppe Conte.
Anche per questo motivo, non è chiaro cosa avverrà, in Parlamento, in vista dell'approvazione. Un altro segno della fragilità del sistema politico italiano, in questa fase. Perché, oggi, non si vedono alleanze e maggioranze stabili e resistenti, fra i partiti. Tutti insieme, al governo, tranne i FdI di Giorgia Meloni. Che, anche per questo, risultano in grande ascesa. Secondo alcuni sondaggi, primi. Davanti a tutti. Ma nessuna forza politica appare tanto forte e sicura da spingersi ad affrontare il voto degli italiani, prima della scadenza prevista. Troppo rischioso. Per tutti. Infatti, se guardiamo la Supermedia dei sondaggi politici realizzata da YouTrend, la partita tra FdI, Lega e Pd risulta aperta. Attraversiamo, quindi, un periodo di incertezza, che non sappiamo quanto durerà.
Una patologia politica che conosciamo bene. Perché ha accompagnato l'Italia almeno da trent'anni. Da quando è caduta la Prima Repubblica. Nei primi anni Novanta. Allora, la Magistratura svolse un ruolo determinante. Attraverso le inchieste sulla corruzione "dei" e "nei" partiti, riassunta nella parola-chiave: Tangentopoli.
La figura simbolo di quella fase fu Antonio Di Pietro. Magistrato. Principale artefice delle inchieste giudiziarie di "Mani Pulite". Fondò e guidò, a sua volta, un partito, l'Italia dei Valori, che apparse il "partito anti-corruzione". In fondo, "l'anti-partito", visto che i partiti erano divenuti sinonimo di corruzione. Ma altri magistrati, in seguito, ne hanno seguito l'esempio. Per questo è interessante osservare l'andamento dei consensi, ondivago, verso la Magistratura negli ultimi 30 anni. In quanto riflette il sentimento politico e anti-politico degli italiani. La fiducia nei confronti della Magistratura raggiunge l'apice nei primi anni Novanta, gli anni di Tangentopoli, quando (secondo dati dell'ISPO) sfiora il 70%. In seguito, scende sensibilmente fino al 40%, intorno alla fine degli anni Novanta. Quando il ruolo politico dei magistrati è segnato dal confronto-contrasto con Silvio Berlusconi. E con altri leader dell'epoca.
E ciò produce effetti contrastanti, per entrambe le parti. Perché politica e anti-politica si "contagiano" reciprocamente. La popolarità dei magistrati risale, nuovamente, all'inizio del decennio scorso. In coincidenza con il declino e la successiva caduta di Berlusconi. Figura simbolo della Seconda Repubblica. La magistratura è, infatti, garante e contro-potere istituzionale e costituzionale. Si afferma, dunque, nei passaggi cruciali della nostra storia recente. Nei primi anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, che accompagna la caduta della Prima Repubblica.
E dopo la caduta del muro di Arcore, cioè, di Berlusconi, all'inizio degli anni Dieci del nuovo millennio. In seguito, la fiducia verso la Magistratura pro-segue in modo intermittente. Pur di-mostrando indici più limitati rispetto agli anni Novanta. È interessante, a questo proposito, osservare come, oggi, il grado più elevato di consenso emerga fra gli elettori del Pd e, in misura minore, del M5S.
Nonostante l'importanza che la questione della giustizia assume nella loro "biografia". Al contrario, indici molto minori sono espressi dalla base di Forza Italia e dei Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. Un segno ulteriore del ruolo assunto dalla Magistratura. Contro-potere e garante nei confronti delle istituzioni e del sistema politico. Ma, per la stessa ragione, coinvolta, perfino "implicata" nella politica. Agli occhi dei cittadini: un "soggetto politico" fra gli altri. Come gli altri. E, in ogni caso, un fattore di divisione, in un sistema politico fragile e geneticamente "diviso". Che è passato da una Repubblica all'altra accompagnato, talora: trainato, dalla Magistratura.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 luglio 2021
Congresso nazionale di Magistratura democratica. Gli interventi di Ermini (Csm), Santalucia (Anm), e del professore Luigi Ferrajoli sulla "questione morale della magistratura" e le riforme della giustizia.
"La questione morale nella e della magistratura, per l'impatto e le ricadute sull'opinione pubblica, più che questione democratica è ormai una vera emergenza democratica. Perché il crollo di fiducia che ha colpito l'ordine giudiziario e il suo organo di governo autonomo mina alle fondamenta la legittimazione democratica della stessa giurisdizione": così il vicepresidente del Csm David Ermini intervenendo al congresso nazionale di Magistratura democratica in corso a Firenze.
"Tutti sappiamo - ha proseguito Ermini - che lo tsunami che si è abbattuto in questi mesi è in realtà l'onda lunga di degenerazioni e miserie etiche risalenti negli anni, e sappiamo anche che la gran parte dei magistrati è del tutto estranea all'indegnità disvelata dai ben noti scandali e ne è profondamente turbata; ma altrettanto bene sappiamo che l'attuale crisi della magistratura, per intensità e qualità, è di portata questa volta diversa dal passato e segna il punto di non ritorno. Non esiste un piano B, non ci sono opzioni o vie di fuga, non è data un'altra chance".
In merito al dibattito sulle riforme della giustizia a firma Marta Cartabia, Ermini confida nella convergenza dei partiti: "Ho piena fiducia nella sensibilità istituzionale della ministra Cartabia, nella sua competenza, nelle sue capacità di dialogo e sintesi. Confido che le forze politiche, tutte le forze politiche in Parlamento, abbiano la consapevolezza che la strada delle riforme è strada a questo punto obbligata, e non solo per l'accesso ai fondi del Recovery ma per gli equilibri delle stesse istituzioni, e responsabilmente convergano su soluzioni condivise e nel solo interesse generale di un sistema giudiziario efficace e giusto. Se non c'è un accordo tra le forze politiche per trovare una strada le riforme sulla giustizia diventano solo armi di battaglia, e il cittadino non ottiene poi il servizio giustizia". Sul problema del carrierismo, svelato dallo scandalo Palamara, Ermini aggiunge: "Sussiste da parte della magistratura associata, la necessità di una seria riflessione. Mai mi permetterei di entrare nel dibattito interno dei singoli gruppi associati", "ma mi rivolgo a ciascun magistrato perché si interroghi in coscienza innanzitutto sui danni del carrierismo fine a sé stesso, virus letale e motore di scambi immorali che hanno inquinato la vita consiliare".
Ad intervenire al XXIII Congresso Nazionale di Md, dal titolo "Magistrati e Polis Questione democratica, questione morale" anche il Presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia che ha affrontato due temi in particolare: l'attuale riforma della giustizia targata Cartabia e il tema della "separazione" declinato su vari versanti. Per quanto concerne la riforma del processo penale, Santalucia ha ribadito alcuni dubbi espressi già su questo giornale: "Ci sono aspetti dei disegni di riforma che suscitano perplessità - mi riferisco, ma solo come uno dei possibili esempi, alla fisionomia, per quel che si sa, della prescrizione processuale -, su cui occorrerà discutere. Mi auguro che una innovazione così importante sarà valutata ed approfondita anzitutto in diretto e concreto riferimento alle condizioni organizzative degli uffici giudiziari, delle Corti di appello". Ci sono poi proposte mancate, per il consigliere di Cassazione: "Il meccanismo di archiviazione meritata, che avrebbe potuto concorrere, con l'irrobustimento della messa alla prova e dell'archiviazione per particolare tenuità del fatto, ad un serio sfoltimento del carico giudiziario pare non essere tra gli emendamenti approvati dal Consiglio dei Ministri. Mancano anche alcuni accorgimenti che avrebbero rafforzato i riti premiali e si è rinunciato ad una rivisitazione della struttura dell'appello".
Per quanto concerne la questione della "separazione", Santalucia obietta soprattutto contro la proposta di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, promossa dall'Unione delle Camere Penali, e ora giacente in Commissione affari costituzionali della Camera: "Nel tentativo di assicurare al pubblico ministero autonomia e indipendenza, al pari dei giudici, si formerebbe il Csm della magistratura inquirente del tutto sovrapponibile, quanto a struttura, a quello della giudicante. Un domani potrebbero essere, nel loro Csm, la metà, se non, come detto, poco più, e quindi con un potere di gran lunga accresciuto.
È questo il ridimensionamento della figura del pubblico ministero a cui si mira? É facile prevedere che questo smisurato ampliamento di poteri potrebbe non essere tollerato". Infine, sostiene Santalucia, "una seconda separazione dovrebbe intervenire nella relazione tra Csm e i magistrati, affidata al sistema del sorteggio incaricato di espellere il correntismo dai luoghi del cd. governo autonomo e che, recidendo il legame di tipo elettivo, indebolirebbe fortemente quella sia pur parziale rappresentatività dell'ordine giudiziario che al Csm è stata riconosciuta - v. Corte cost. n. 142 del 1973 -. Trovo molto convincenti le parole pronunciate ieri della prof.ssa Biondi, secondo cui, a meno di non mettere mano a riforme costituzionali, deve prendersi atto che il testo della Carta parla, senza possibilità di spazi interpretativi, di componenti eletti".
Un intervento molto interessante è stato quello di Luigi Ferrajoli, professore emerito di filosofia del diritto, Università Roma Tre, tra i fondatori di Magistratura democratica, che ha tenuto una lectio magistralis dal titolo "La costruzione della democrazia e il ruolo dei giudici". Un passo molto rilevante è dedicato al rifiuto del protagonismo giudiziario "oggi favorito dai media televisivi. Dobbiamo riconoscere che ogni forma di protagonismo dei giudici nei rapporti con la stampa o peggio con la televisione segnala sempre, inevitabilmente, partigianeria e settarismo, incompatibili, ripeto, con l'imparzialità. Di qui il valore della riservatezza del magistrato riguardo ai processi di cui è titolare.
Ciò che i magistrati devono aver cura di evitare, nell'odierna società dello spettacolo, è qualunque forma di esibizionismo che ne compromette, inevitabilmente, l'imparzialità. Si capisce la tentazione, per quanti sono titolari di un così terribile potere, di cedere alle lusinghe degli applausi e all'autocelebrazione come potere buono, depositario del vero e del giusto. Ma questa tentazione vanagloriosa va fermamente respinta. La figura del "giudice star" o "giudice estella", come viene chiamato in Spagna, è la negazione del modello garantista della giurisdizione. Essa rischia di piegare il lavoro del giudice alla ricerca demagogica della notorietà e della popolarità. In breve: i giudici devono evitare qualunque rapporto con la stampa e più ancora con le televisioni".
E poi il rifiuto dell'idea della giurisdizione come lotta a un nemico: "La prima regola consiste nel rifiuto di ogni atteggiamento partigiano o settario, non solo da parte dei giudici ma anche dei pubblici ministeri. La giurisdizione non conosce - non deve conoscere nemici, neppure se terroristi o mafiosi o corrotti - ma solo cittadini. Ne consegue l'esclusione di qualunque connotazione partigiana sia dell'accusa che del giudizio e perciò il rifiuto della concezione del processo penale come "lotta" al crimine. Il processo, come scrisse Cesare Beccaria, deve consistere "nell'indifferente ricerca del vero".
Per affrontare la questione morale, tema al centro del dibattito di Magistratura Democratica, Ferrajoli propone al termine soluzioni radicali. Ridurre drasticamente il potere dei capi degli uffici e il potere discrezionale dell'organismo che li nomina.
"La carriera, in breve - e con la carriera tutte le norme e le prassi che alimentano il carrierismo, a cominciare dalle valutazioni di professionalità - contraddicono una regola basilare della deontologia dei magistrati: il principio che essi devono svolgere le loro funzioni sine spe et sine metu: senza speranza di vantaggi o promozioni e senza timore di svantaggi o pregiudizi per il merito dell'esercizio delle loro funzioni. Le valutazioni della professionalità, in particolare, oltre ad essere di solito poco credibili e talora arbitrarie e [volte] a sollecitare il carrierismo, finiscono sempre per condizionare la funzione giudiziaria, per deformare la mentalità dei giudici e per minarne l'indipendenza". Eliminare il virus del carrierismo, attraverso un ridimensionamento strutturale delle carriere dei magistrati significa anche sottrarre alla politica argomenti per quella che Ferrajoli definisce "una campagna diffamatoria nei confronti della magistratura italiana che rischia di offuscare il ruolo della giurisdizione quale dimensione essenziale della democrazia".











