di Antonio Sabbatino
comunicareilsociale.com, 8 dicembre 2021
Ciambriello: "Serve più attenzione da parte delle istituzioni". Ripensare il mondo carcerario, riflettere su come adottare misure alternative per una platea di detenuti a cui va garantito il reinserimento nella società. Cosa che, con le attuali condizioni negli istituti penitenziari e l'ordinamento giuridico in vigore, sovente rimangono al palo. Di questo, e non solo, s'è parlato nell'auditorium della Regione Campania all'isolato C3 del Centro Direzionale intitolato "Scegliere la libertà: carcere, misure alternative e magistratura di sorveglianza" presieduta dal Garante regionale delle persone private delle libertà Samuele Ciambriello con gli interventi di diversi rappresentanti del mondo forense, dell'autorità giudiziaria e carceraria.
Tema scomodo - Proprio Ciambriello nel suo intervento ha sottolineato come il carcere sia un "tema scomodo in termini di consenso politico" chiedendo perciò una "rinnovata attenzione politico-istituzionale verso l'intero pianeta carcere, per promuovere iniziative che riorganizzino l'amministrazione penitenziaria".
I numeri, quelli freddi e inequivocabili, supportano l'appello del garante regionale dei detenuti. In Campania ci sono attualmente 6.732 detenuti, di questi 366 donne, 917 stranieri e 152 in regime di semilibertà. "Le carceri del nostro Paese - la sottolineatura di Ciambriello - vivono uno stato di eccezione permanente da molti anni; complice di questo eterno ritorno è l'estensione ipertrofica dell'area penale che ha periodicamente aumentato gli ingressi e le permanenze nelle strutture detentive, nonostante la consistente diminuzione dei reati. Ci siamo dovuti confrontare con misure gattopardesche e rimaneggiate".
A ciò va aggiunta l'assenza di un numero congruo di operatori, psicologi, psichiatri e agenti di polizia penitenziaria nelle carceri campane. A Poggioreale per circa 2600 detenuti ci sono solo 9 educatori e mancano mediatori culturali linguistici mentre in Campania le pratiche inevase rispetto alla carcerazione preventiva e all'eventuale accordo di una pena alternativa, sono 13000. Inoltre, l'aggiunta di Ciambriello, la "recidiva con le misure alternative scende al 21%" stando all'Uepe, l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna. A lanciare l'allarme sui numeri spropositati in carcere e tutto ciò che ne consegue, anche Carmelo Cantone, provveditore ad interim dell'amministrazione penitenziaria della Campania.
"La mancanza di risorse economiche, il sovraffollamento e l'assenza di personale sono frutto di scelte politiche. I tagli trasversali si notano di più perché i detenuti sono persone e non pacchi postali. Dal 2013 al 2017 - stando alle parole del provveditore Cantone - è stato ridotto di circa il 25% l'organico con la soglia che è stata fissata sulla Capienza ottimale dei detenuti e non di quanti detenuti effettivamente ci sono in un istituto penitenziario.
Ci sono carceri in cui interi padiglioni di diversi piani sono sorvegliati anche da una sola persona e sono gli stessi detenuti a non condividere quest'andamento, preoccupati del mancato intervento in caso di emergenza. La vicenda epocale del Covid poteva essere una occasione per abbattere qualche totem come quello del 4 bis relativi ai reati di seconda fase, si doveva preparare l'alternativa al carcere, la dimissione. Non è accaduto" ha concluso il provveditore ad interim.
Il ruolo delle associazioni - Ma ammesso e non concesso che il Tribunale di Sorveglianza, pur compulsato, accetti di dare il via libera a una pena alternativa al detenuto, c'è penuria di associazioni, cooperative o strutture in grado di accogliere chi esce di prigione. A confermarlo Pietro Ioia, garante dei detenuti per il Comune di Napoli.
"Le associazioni sul territorio che si occupano dei detenuti sono pochissime. Tante non ci aiutano forse perché non interessa la tutela dei carcerati". Le "mosche bianche" citate da Ioia sono, ad esempio nel quartiere Scampia, la cooperativa "L'Uomo e il Legno", l'Officina delle Culture Gelsomina Verde, la palestra di Gianni Maddaloni. Ancora Ioia: "Lancio l'appello alle associazioni a contribuire. Di recente ho parlato con delle forze dell'ordine e mi hanno messo al corrente di detenuti clochard che devono scontare pochi mesi, sarebbe meglio una pena alternativa con qualcuno che li possa accogliere. Spero che in futuro si facciano avanti più associazioni, le carceri sono strapiene, è un brutto periodo".
Don Franco Esposito - Non può essere tacciato di immobilismo nel conforto ai detenuti don Franco Esposito, cappellano della pastorale carceraria di Poggioreale e punto di riferimento della onlus Liberi di Volare. "Il tema fondamentale non è il problema del carcere, è il carcere che è un problema. Fa del male a chi sta dentro e anche alla società fuori perché produce recidiva. Queste persone devono essere accompagnate nel cammino della liberazione, ma in realtà diventa impossibile in questa istituzione che è contro l'uomo" il ragionamento di don Franco ricordando che "come chiesa di Napoli abbiamo realizzato all'esterno del carcere, con la nostra presenza a volte sterile di questo sistema, un segno con centinaia di detenuti con i quali abbiamo organizzato un cammino di reinserimento della società. La politica deve capire che si deve fare diversamente se si vuole raggiungere nel detenuto la vera coscienza del suo sbaglio e l'impegno a poter vivere una vita legale. Solo incontrando le realtà positive si può vivere in modo nuovo e questo non si può farlo in un carcere dove vengono tolte le libertà al movimento e a scoprire le potenzialità che sono dentro la persona. Il carcere uccide questa potenzialità: il vero carcere deve aiutare a scoprire il bene che alberga all'interno di ogni persona, invece ucciso dal carcere".
di Romina Marcea
La Repubblica, 8 dicembre 2021
Parla la sorella del ragazzo tunisino morto a 26 anni al Servizio psichiatrico San Camillo, dopo tre giorni passati legato a un letto. Era arrivato su un gommone in Sicilia, poi è finito in un centro per il rimpatrio a Ponte Galeria.
"Non mangerò fino a quando non vedrò il corpo di mio fratello. L'Italia mi dica la verità sulla sua morte". Rania Abdel Latif ha iniziato lo sciopero della fame quattro giorni fa. Parla un francese stentato al telefono ma è battagliera. È la sorella di Wissem Abdel, il ragazzo tunisino morto a 26 anni al Servizio psichiatrico San Camillo, dopo tre giorni passati legato a un letto. Era arrivato su un gommone in Sicilia, poi è finito in un centro per il rimpatrio di Roma, a Ponte Galeria. Lì avrebbe mostrato segni di aggressività. È stato trasferito in due ospedali prima di morire il 28 novembre in circostanze ancora misteriose. Ieri gli uomini della squadra mobile hanno acquisito le carte su Wissem su disposizione della procura.
Rania, cosa sa sulla fine di suo fratello?
"Ci è stato detto che era morto solo quattro giorni dopo. So che l'hanno preso a botte senza pietà in quel centro, colpito allo stomaco. Forse anche alla schiena".
E chi lo avrebbe picchiato?
"C'è il video di un ragazzo che è uscito dal Cpr e denuncia che sia lui sia Abdel sono stati picchiati dalle forze dell'ordine. Mio fratello lo aveva confidato anche a mio cugino Munir, al telefono. Non voleva che ci preoccupassimo per lui. So che ci sono altri testimoni".
Sono accuse pesanti. Gli agenti di quali forze dell'ordine avrebbero aggredito Abdel?
"Questo non lo so per certo. Aspetto che me lo dica lo Stato italiano. So però che Abdel aveva chiesto aiuto a un'avvocata che non l'ha aiutato".
Abdel a un certo punto è stato curato con farmaci per patologie psichiatriche. Lo sapevate?
"No. L'hanno drogato contro la sua volontà. Mio fratello era un ragazzo tranquillo, stava bene. In quarantena, all'arrivo in Sicilia, si era anche rasato la barba per la contentezza. Sognava di andare a vivere in Francia. Nessuno merita la fine che gli è stata riservata".
Quando è stata l'ultima volta che l'ha sentito?
"Quindici giorni prima che morisse. Mio fratello non aveva alcuna malattia. Era buono, aveva tanti amici, giocava a calcio".
Lei verrà in Italia?
"Certo, devo sapere cosa è successo e voglio vedere presto mio fratello, poi tornerò a mangiare. Chi ha partecipato alla morte di Abdel deve essere punito. Lo ripeto, le autorità italiane mi dicano la verità".
Tre testimoni delle botte al Cpr sono stati già rimpatriati, altri sono stati trasferiti. Il garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma, segue la vicenda. Il gruppo indipendente Lasciatecientrare sta raccogliendo altre testimonianze. "Voci su aggressioni da parte delle forze dell'ordine risultano anche a noi - dice Yasmine Accardo, la portavoce - ma prudenza, aspettiamo il corso delle indagini".
di Antonio Bincoletto
Ristretti Orizzonti, 8 dicembre 2021
Così comincia una lettera che il detenuto Gianfranco Duini desidera venga resa pubblica, perché vuole si sappia che è lui protagonista del miracolo. "Il detenuto Duini Gianfranco ha salvato dalla morte il compagno di cella M.B. che con le lenzuola aveva preparato la pica".
Gianfranco prosegue spiegando che "la pica" è il termine con cui nel gergo carcerario si definisce il cappio, quello con il quale tanti detenuti disperati pongono fine alla loro vita impiccandosi, e continua descrivendo il miracolo: "un botto e vado in bagno, me lo trovo lì appeso, urlo 'Aiuto!' e con tutta la forza lo alzo. Dopo pochi secondi entrarono le guardie e lo salvarono dalla morte".
Così conclude il suo breve racconto del miracolo: "Devo ringraziare il Signore perché bastava qualche secondo in più e moriva. Ringrazio Dio Signore dell'Universo.".
Gianfranco Duini è ancora scosso dall'evento. Per aver salvato il compagno di cella si sente artefice di un atto eroico voluto dal cielo e, alla luce di questo, ripensa al grave reato che lo ha portato a scontare una lunga pena in carcere. Sa di aver fatto del male, si definisce "detenuto con disturbi schizo affettivi". Ora però grazie a lui è successo qualcosa di buono, ha restituito alla vita una persona. Affida a me il foglietto, scritto in stampatello con grafia incerta: vorrebbe che il gesto compiuto fosse reso noto. Lo ricevo e m'impegno con lui a farlo pubblicare: in fondo a volte i miracoli succedono. Anche in carcere.
*Garante delle persone private o limitate nella libertà personale del Comune di Padova
di Alessandra Martino
Il Mattino, 8 dicembre 2021
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, recita l'articolo 27 della Costituzione. Ieri mattina il convegno, "Carcere, misure alternative e magistratura di sorveglianza", promosso dal Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello ci ha condotto all'interno degli istituti di pena campani e non solo, alla scoperta dei progetti di lavoro e delle iniziative culturali per i detenuti: ancora poche, ma in crescita.
In carcere la libertà può assumere forme inaspettate. Può raccontare e riflettere attraverso la filosofia. Le attività che i detenuti portano avanti all'interno degli istituti di pena, non sono soltanto occupazioni e lavori fini a sé stessi, ma hanno l'obiettivo di essere un vero e proprio progetto sociale, e di influire sulla vita dei detenuti.
Non solo, l'esperienza lavorativa in carcere produce un aumento dell'autostima e della fiducia in se stessi, e promuove l'interazione con gli altri, la puntualità, l'affidabilità nella relazione. Il lavoro in carcere è contro la recidiva. Il lavoro in carcere è un ponte con la società, tra chi sta dentro e chi vive fuori.
A raccontare questa realtà due detenuti, Gino e Zito a testimoniare quanto siano importanti progetti di rieducazione all'interno delle case circondariali. "Sono qui per testimoniare quella che è stata la mia vita carceraria, sono state dette tante cose ma oggi parlo della mia riflessione: Ho trascorso 5 anni in carcere e quella misura restrittiva ti porta in ogni modo a cambiare, però è chiaro che deve essere un atto di volontà del detenuto a voler cambiare la sua vita. Ho cercato attraverso lo studio di capire che tipo di persona sono stato per un quarto di secolo, ho studiato in modo approfondito gli eventi che si sono succeduti - ha raccontato Zito -. E di conseguenza che adulto sono stato, che marito sono stato, che padre sono stato. Questo scalo dentro me stesso è avvenuto soprattutto quando sono stato in cella isolato, è stata un'auto scrittura della mia vita che mi ha aiutato ad avere una visione diversa della mia vita".
"L'iscrizione volontaria all'università nel Polo Universitario Penitenziario di Secondigliano, è stata per me la rinascita. Mi ha dato la cassetta degli attrezzi per poter vedere la realtà che mi circonda e capire finalmente che quello che io ritenevo un abuso era tutt'altro che abuso. L'università mi ha dato le qualità e la visione giusta per conoscere territori nuovi. Non smetterò mai di ringraziare il mio magistrato di sicurezza, che nonostante io sia stato un ergastolano mi ha dato fiducia e ha investito su di me. Io sono responsabile del mio cambiamento e non perché devo essere accettato dalla società ma per accettare me stesso".
"Per poter raggiungere questo tipo di consapevolezza e uscire da questo labirinto, - ha sottolineato Zito -, deve avere anche gli strumenti per poter cambiare. Nel mio caso, ho avuto tutti gli strumenti per poterlo fare, inoltre durante il mio percorso di studi universitari ho avuto la possibilità di conoscere un professore che da un anno che mi ospita a casa sua. Ma parliamoci chiaro, chi ospita a casa sua un ergastolano. Io devo la vita a lui".
Zito oggi è un detenuto in semilibertà, ovvero, trascorre parte del giorno fuori dell'istituto per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale ma da un anno non torna più nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere ma torna ogni giorno a casa del professor B, professore che ha conosciuto durante i suoi studi universitari, che ha messo a disposizione la sua casa per far sì, che lui possa avere un tetto sulle spalle.
Dunque, misure alternative alle sbarre di una cella, per risolvere la questione carceraria. Le chiedono a gran voce i garanti dei detenuti attivi sul territorio che hanno risposto questa mattina all'invito del Garante della Regione Campania, Tra i presenti gli attori del sistema carcerario regionale, magistrati di sorveglianza, provveditori, avvocati e anche figure più vicine alla popolazione penitenziaria, tra questi cappellani ed esponenti del terzo settore.
"Questo convegno organizzato dal mio ufficio d'intesa con conferenza nazionale dei garanti territoriali ha una valenza importante, ha messo intorno allo stesso tavolo attori importanti per l'inclusione sociale dei detenuti. Questo è un modo concreto di vivere il dettato costituzionale, le pene e il carcere servono per rieducare. Le testimonianze che ci sono state, anche di detenuti ci hanno portato a vivere questa cosa: occorre meno carcere e più misure alternative al carcere e soprattutto occorre decarcerizzare e depenalizzare il nostro sistema - ha spiegato il Garante. Il nostro sistema è un sistema troppo carcero centrico".
Oggi in Campania, ha denunciato il Garante delle persone private della libertà personale, 31% dei detenuti è in attesa di giudizio, 963 sono immigrati, 391 donne e poi quasi della metà dei detenuti sono in carcere per reati di tossicodipendenza o persone con sofferenza psichica.
Durante il convegno, nel pomeriggio è sopraggiunto anche Gino, un detenuto del carcere di Secondigliano, in permesso per poter partecipare al convegno promosso da Ciambriello. Gino, esce ogni giorno alle 7.30 dal carcere di Secondigliano per recarsi allo Stadio Militare Albricci e rientrano alle 16. In questo lasso di tempo, Gino ha la possibilità di poter iniziare ad incontrare anche la sua famiglia. "In questo stadio militare ci hanno accolto con umanità, con fratellanza. Siamo a contatto con la natura e abbiamo imparato le varie mansioni che servono per la cura del verde", ha raccontato Gino.
"Io ringrazio il Dottor Ciambriello per questo invito, sono onorato di essere qui. Ringrazio il magistrato di sorveglianza che ha firmato il permesso per essere presente qui insieme a tutte queste persone. Iniziative del genere sono importantissime, io mi auguro che ci possano essere maggiori iniziative come queste perché in carcere si soffre molto. -ha confessato Gino-. Vivere in un carcere è disumano. Io sono cambiato tantissimo in questi anni, ho lasciato la mia compagna in attesa e l'ho lasciata partorire senza il mio supporto, in carcere ho studiato e sono riuscito a prendere la qualifica elementare, ho imparato tanti mestieri. Queste iniziative all'interno del carcere sono momenti vero calore ma dovrebbero essercene di più, abbiamo bisogno di più opportunità. Ci sono tanti detenuti anche migliori di me che devono avere queste possibilità perché se ha funzionato con me, può funzionare con tutti".
Tutto questo, probabilmente sono e gocce nel mare, rispetto ai dati allarmistici sul soprannumero di detenuti nelle carceri italiane e le conseguenti difficoltà annesse. Elementi però che svolgono una funzione fondamentale per trasformare il tempo in carcere in tempo di rieducazione e dignità, così come previsto dall'articolo 27 della nostra Costituzione.
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 8 dicembre 2021
Dopo la bocciatura della Corte dei Conti l'esposto della Garante dei diritti dei detenuti. "Profili di irragionevolezza" nelle gare. Si muove anche la ministra Cartabia e il Garante della concorrenza. Incostituzionale (in quanto lesiva del diritto alla salute) e anti-concorrenziale la fornitura del vitto ai detenuti è oggetto di un'indagine per frode in pubbliche forniture da parte del procuratore aggiunto Paolo Ielo.
L'inchiesta, aperta su sollecitazione della Garante capitolina dei diritti dei detenuti, Gabriella Stramaccioni, punta ai vertici del Dap che, nell'indifferenza generale, avrebbero varato gare d'appalto apparentemente sartoriali, l'ultima delle quali ha visto vittoriosa la Ventura, collegata allo storico gruppo di Arturo Berselli, da sempre felpato aggiudicatario del servizio di ristorazione nelle carceri.
L'ultimo ribasso praticato dai dipartimenti di Lazio, Abruzzo e Molise - 2 euro e 39 centesimi per colazione, pranzo e cena di ciascuno - era finito due mesi fa all'attenzione della Corte dei Conti (sezione del Lazio), il cui presidente Antonio Mezzera scriveva: "Emergono profili di irragionevolezza nelle scelte dell'amministrazione (penitenziaria, ndr) che, in luogo dell'indizione di due diverse gare, una per l'affidamento dell'appalto di servizio di vitto e l'altra per la concessione del servizio di sopravvitto (spaccio, ndr) ha imposto agli operatori di formulare offerte tali da considerare in via di fatto la mera eventualità di dover fornire anche il diverso servizio del sopravvitto".
In soldoni, le imprese della ristorazione carceraria che si aggiudicano la fornitura del vitto decidono volta per volta se allestire anche il servizio di spaccio con un "potenziale conflitto d'interesse". La (scarsa) qualità di quei tre pasti al giorno, confezionati all'irrisoria cifra pro capite, spingerà infatti il detenuto a ricorrere allo spaccio interno dove i prezzi raggiungono o superano cifre di mercato e l'adozione di un unico prodotto rende impossibile risparmiare. Un meccanismo di compensazione tollerato dalla direzione carceraria che, come documentato nell'esposto depositato in Procura, arriverebbe a promuovere il regime monomarca imposto dalle ditte attraverso avvisi affissi in bacheca.
Gli interrogativi sono molti. Ma il primo è come sia stato possibile garantire anni di simile monopolio nel silenzio istituzionale? A tale proposito affiora una circostanza inquietante. Il pronunciamento dell'allora presidente dell'Authority Antonio Catricalà inviato al ministro della Giustizia dell'epoca Angelino Alfano sul tema del vitto nelle carceri e rimasto lettera morta. Scriveva Catricalà nel 2011: "L'autorità ritiene che le modalità di realizzazione del bando di gara in questione siano in grado di determinare distorsioni della concorrenza e del corretto funzionamento del mercato". Eppure fornitori e qualità del vitto son rimasti gli stessi, con punte di grave scadimento nella fornitura di carni, generalmente polacche o danesi.
In seguito al pronunciamento della Corte dei Conti, inoltrato al ministero competente, Anac e Authority per la concorrenza, il Guardasigilli Marta Cartabia ha sospeso le gare. Il risultato, al momento, è un limbo nutrizionale per i carcerati. Osserva Stramaccioni: "I fornitori stanno utilizzando le rimanenze di magazzino per rifornire i detenuti. Ci auguriamo che si superi questo stallo che acuisce le sofferenze in carcere. Lo Stato sia impeccabile nella applicazione delle regole". Parallelamente l'Authority per la concorrenza si è già espressa con una bocciatura, trasmessa al ministero della Giustizia, nel merito delle gare d'appalto.
borderline24.com, 8 dicembre 2021
Ancora una iniziativa a favore dei detenuti e delle detenute della Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce. È stato consegnato al Carcere di Lecce il risultato della raccolta di beni di prima necessità effettuata da Lecce Città Pubblica a favore dei detenuti e delle detenute della C.C. Borgo San Nicola, su sollecitazione dei volontari del carcere e con la collaborazione della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale.
Stando accanto ai detenuti, come fanno molti volontari, come fa per mandato istituzionale la Garante, ci si rende presto conto che senza la presenza del volontariato, senza la solidarietà di tanti cittadini e cittadine, molti detenuti, non solo stranieri ma anche italiani, senza danaro e soprattutto privi del sostegno familiare, si troverebbero in seria difficoltà.
Nonostante l'ordinamento penitenziario prescriva che sia la stessa amministrazione a fornire i beni essenziali, come ad esempio quelli per la cura dell'igiene personale, tutti coloro che hanno esperienza di contatto con i detenuti sanno quanto questo succeda solo in minima parte e quanto, ancora una volta, solo chi dispone di soldi propri può sopperire a questa carenza.
La pandemia sociale, non solo quella sanitaria, ha reso molte situazioni ancora più problematiche: molte famiglie, già povere, non sono più in grado di sostenere i loro cari reclusi e se fuori la vita sembra aver ripreso, se pur entro certi limiti, il suo corso, in carcere gli effetti dell'emergenza pandemica sono ancora molto forti e chiaramente visibili.
Come gli altri anni la generosità dei cittadini leccesi è stata pronta ed efficace e si è concretizzata in una donazione particolarmente generosa di grande utilità per i destinatari ma sicuramente importante come esperienza anche per chi la compie. Come tanti ho sempre pensato che chi dalla vita ha ricevuto debba saper donare e restituire almeno una parte di ciò che ha avuto. Il sentimento di solidarietà verso i più deboli dovrebbe accompagnarci nel nostro quotidiano e sicuramente se tutti noi fossimo un po' più solidali e generosi verso chi ha bisogno ne avremmo tutti e tutte da guadagnarci. Un ringraziamento, infine, va alla Caritas e a Lorenzo Ria che personalmente ha curato ed effettuato il trasporto e la consegna in carcere.
di Francesco Antonio Grana
Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2021
Esistono ancora bambini invisibili? La risposta, affermativa e perciò drammatica, emerge da un prezioso rapporto pubblicato dalla Comunità di Sant'Egidio. Si intitola Nascere non basta (San Paolo) ed è anche il racconto di una piaga, quella della tratta dei minori, molto spesso ignorata. Nel suo saggio introduttivo, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio e ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione del governo Monti, riporta un dato alquanto inquietante: "Dei 125 milioni di bambini che ogni anno nascono nel mondo, un terzo non viene iscritto allo stato civile: una fascia della popolazione che, annualmente, vede perpetuata una sorte di esclusione". Circa il 70 per cento della popolazione mondiale, infatti, vive in paesi con sistemi di stato civile incompleti o insufficienti. Tra i 166 milioni di minori sotto i cinque anni non registrati, 94 milioni vivono in Africa sub-sahariana e 65 nell'Asia meridionale e orientale. Africa e Asia, infatti, sono i continenti dove il problema è più grave.
Riccardi spiega che "questa è la vicenda dei bambini 'invisibili', che diventano minori venduti, piccoli schiavi buoni per ogni mestiere, anche i più rischiosi, compreso quello del sesso, ma anche bambini soldato, manodopera a basso costo e di facile gestione (meglio degli adulti), fornitori di organi per i trapianti (e quindi condannati a morte), lavoratori domestici senza diritti e spesso retribuzione... gente destinata ad essere sfruttata in ogni modo. Ci si sofferma in genere sui casi singoli, sui gruppi di sfruttati, ma qui si va al cuore di quello che è il meccanismo di esclusione: la mancanza di un'identità legalmente riconosciuta dallo Stato, per cui non si fa parte della popolazione della propria nazione, non si può essere iscritti a scuola, né usufruire dei servizi sanitari, si è più vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi. Le conseguenze sulla vita dei singoli, bambini prima e adulti poi, sono tante, ma un'unica esclusione è alla base di tutto".
In questo abisso, sono oltre cinque milioni i bambini nel mondo che, a oggi, hanno potuto esistere legalmente ottenendo la registrazione allo stato civile grazie alla Comunità di Sant'Egidio: bambini di strada, minori detenuti in carcere, ex bambini-soldato, piccoli malati di Aids, ragazzi senza famiglia e malnutriti. Vivono nelle bidonvilles o negli slums delle grandi città africane, in campi profughi, colpiti da emergenze umanitarie e in tante altre situazioni di povertà. La Comunità, nelle più diverse situazioni, cura con particolare attenzione questo aspetto, facendo sì che sia registrata la nascita di tutti i piccoli raggiunti dalle sue iniziative. Tra gli oltre 100mila minori coinvolti nelle attività di Sant'Egidio (scuole della pace, centri nutrizionali, scuole gratuite e centri sanitari), sono tante le iniziative per affrontare questo problema nelle più diverse situazioni.
"La rivolta contro l'anonimato, per la registrazione dello stato civile, - spiega Riccardi - nasce dalla sinergia tra le Comunità di Sant'Egidio in Africa e quelle in Europa. Il programma Bravo! matura in questo tessuto di sinergia e speranza condivisa, di passione umana, di cultura giuridico-amministrativa, di volontà di cambiare pazientemente e radicalmente la condizione di parti cospicue delle società africane.
Qui c'è l'origine ideale e organizzativa di Bravo!: la speranza di cambiare, anche se si tratta di un percorso lungo e paziente, attraverso le periferie e nel cuore delle istituzioni". Una rivolta silenziosa, ma al contempo molto efficace, che dimostra come è possibile invertire la rotta, anche in tempi relativamente rapidi, contrastando una delle maggiori ingiustizie per una persona umana.
"Sembra che questo nostro tempo globale - sottolinea Riccardi - non coltivi più il sogno di cambiare il mondo: certo non è più il tempo della 'rivolta' come è stata intesa in tante culture politiche europee (e anche africane) del Novecento. Il nostro secolo è quello dei percorsi individuali e della battaglia per l'affermazione di sé nella competizione, spesso deludente? Lo è in buona parte e anche in Africa, dove pure la persona ha una collocazione molto più collettiva e familiare che in Europa. Ma c'è la possibilità di cambiare, rivoltandosi contro una situazione iniqua". Per Riccardi "non usciremo da quel senso di impotenza che prende talvolta la nostra società, se non impareremo ad avere uno sguardo attento e generoso su mondi altri, mondi che la globalizzazione rende ormai raggiungibili".
di Gianni Cuperlo
Il Domani, 8 dicembre 2021
"Il Pd ha rimandato troppo a lungo la lotta alle disuguaglianze" ha sostenuto su questo giornale Piero Ignazi e l'affermazione non può che attivare l'allarme. Col corollario che andrebbe estesa molto oltre i confini nostri così da interpellare la sinistra nel suo complesso su entrambe le sponde atlantiche. Perché se posta a quel livello, vale a dire con quell'ampiezza, si può facilmente replicare che sì, è andata davvero così, ma non si è trattato di un incidente di percorso.
La realtà, in estrema sintesi, è che per un quarto di secolo almeno (non poco tempo!) su quelle due sponde - Europa e Stati Uniti - a imporsi è stato un poco nobile compromesso politico e di governo. Riassumiamolo così: chiunque governasse - conservatori, popolari, democratici, riformisti e socialisti - la strategia dell'Occidente si atteneva a un tacito accordo, a prevalere sarebbe stato un primato dei valori progressisti sul versante della qualità della democrazia e dell'accesso alla cittadinanza combinato con un primato in parallelo dei principi anti-statalisti sul fronte delle politiche economiche e sociali. Così largamente è avvenuto con alcune ricadute non banali.
Per dire, a sinistra la globalizzazione è stata interpretata dentro un determinismo che imponeva di pagare prezzi necessari a un'onda di modernità (sic) che non si poteva arginare con le mani, da lì una strategia di contenimento, mero contenimento, di delocalizzazioni industriali, precarizzazione dei rapporti di lavoro, congelamento di aumenti salariali (il dato segnalato opportunamente da Ignazi e riferito agli ultimi trent'anni di statistiche italiane).
A quel punto compito dei riformisti si è ridotto a smussare gli spigoli più urticanti delle politiche della destra la quale da parte sua ha proseguito serenamente nello svolgere il suo di mestiere: ridurre le tasse come mantra in barba a qualunque assetto di progressività, "affamare la bestia" dello Stato e della spesa pubblica liquidata per definizione come improduttiva se non parassitaria, nobilitare il "mercato" delle sole e migliori virtù distributive sottraendo l'allocazione delle risorse a qualsivoglia filtro o controllo espressione della volontà (o sovranità) popolare.
Rubo la sintesi a Gaetano Azzariti (il quale giunge a tale conclusione percorrendo il sentiero accidentato delle riforme costituzionali, ma la sostanza rimane la stessa): nell'ultimo ventennio in ragione di questo patto abbiamo finito spesso coll'oscillare "tra una tecnica senza morale e una politica senza pudore". Bene, anzi male, ma se le cose stanno così è giustissimo il rimando di Ignazi all'ultima fatica editoriale di Fabrizio Barca con Fulvio Lorefice, Diseguaglianze, Conflitto, Sviluppo (Donzelli), che rifacendosi al pensiero di un luminare della materia quale Anthony Atkinson, accompagna alla più classica azione di re-distribuzione una altrettanto fondamentale strategia di pre-distribuzione, e questo se non vogliamo che disparità di censo, reddito, opportunità, e diritti, finiscano col produrre una nuova stratificazione dell'ingiustizia nel segno di quanto il compianto Tony Judt battezzava anni fa un "mondo guasto".
Sarà in grado la sinistra italiana, e il Pd con essa, di ricomporre la frattura e cucire la trama slabbrata dei diritti per come si presenta ai nostri occhi? Domanda seria per tante ragioni, non ultima che dall'impresa dipenderà l'esito della prossima sfida elettorale. Ma premessa anche solo per tentare è lasciarci alle spalle la sindrome di una gerarchia "malata" tra diritti civili e sociali. Le cose non stanno così e anche senza scomodare la lucida profezia di Stefano Rodotà che lo illustrava benissimo quindici o vent'anni fa, basta la cronaca a rendere evidente come fondere i diritti - sociali, civili, di libertà e dignità individuale - rappresenta soprattutto ora la linea che più di qualunque altra demarca il confine tra destra e sinistra.
Che si tratti di migranti abbandonati al loro destino sull'isola di Lesbo (Unione europea copyright) o al confine tra Bielorussia e Polonia o sepolti in fondo al Mediterraneo, che siano gli operai sfruttati della logistica o i braccianti schiavizzati delle campagne, e ancora, gli operai licenziati via WhatsApp o i giovani che riempiono le piazze dei gay pride, la strada è quella: ricostruire la coscienza di quella parte di società che muovendo da bisogni irrisolti è disposta a battersi per una democrazia compiuta e una cittadinanza piena. E a farlo non per forza domani. Possibilmente ieri.
di Michele Bocci
La Repubblica, 8 dicembre 2021
In arrivo duecentotrenta mezzi a prezzi modici per noleggi a lungo termine: un progetto della cooperativa "La Comune". Duecentotrenta biciclette "sostenibili", recuperate e perfettamente restaurate, sono pronte a popolare le piste ciclabili e le strade di Firenze grazie al progetto "Piedelibero per La Comune". L'iniziativa d'esordio de "La Comune", neocostituita cooperativa di comunità urbana fiorentina - la prima in città - è un progetto di noleggio bici a lungo termine, nato grazie al contributo della Fondazione Noi - Legacoop Toscana, che coniuga sostenibilità ambientale, riuso e riciclo, valorizzazione di percorsi di reinserimento sociale e promozione di uno stile di vita più ecologico.
"Piedelibero per La Comune" punta a incentivare la mobilità sostenibile su due ruote a partire dalle giovani generazioni e dagli studenti, che avranno a disposizione un servizio di noleggio utile e vantaggioso per "pedalare in libertà" contribuendo anche, alla luce dell'esperienza pandemica, a non "intasare" i mezzi pubblici nelle ore di punta.
Un progetto dal forte carattere cittadino, che è stato "tenuto a battesimo" questa mattina in Palazzo Vecchio dal sindaco Dario Nardella e dall'assessore all'Educazione e Welfare Sara Funaro, insieme al presidente de La Comune Roberto Negrini. Testimonial d'eccezione del progetto Davide Cassani, ex ciclista professionista e Presidente APT Emilia Romagna.
Diventando soci della neonata cooperativa "La Comune", singoli cittadini, aziende o associazioni potranno noleggiare per 6 mesi o un anno una bicicletta ad un canone agevolato. A fornire le bici sarà la cooperativa sociale fiorentina Ulisse, che da anni porta avanti "Piedelibero", progetto sociale di reinserimento lavorativo dei detenuti: in un'officina allestita all'interno dell'Istituto Penitenziario di Sollicciano, sotto l'occhio esperto dei meccanici-operatori sociali di Ulisse, le biciclette provenienti dalla Depositeria comunale vengono recuperate e portate a nuova vita, riciclando in sicurezza rottami altrimenti destinati alla demolizione.
"La Comune è una bella realtà comunitaria - dice il sindaco Dario Nardella -, che arricchisce il tessuto socio-economico della nostra città, andando incontro ai bisogni reali dei fiorentini. Siamo felici di presentare a Palazzo Vecchio il progetto 'Piedelibero per La Comune', che tiene insieme temi che stanno particolarmente a cuore alla nostra amministrazione comunale: ovvero la promozione della sostenibilità ambientale e della mobilità green, l'incentivazione all'uso delle due ruote tra i giovani e gli studenti e gli inserimenti socio-lavorativi dei detenuti, attraverso i quali si riduce la recidiva e viene promosso il reinserimento sociale nella comunità. Tutte azioni che vengono favorite attraverso il recupero di bici provenienti dalla nostra depositeria comunale".
"Ambiente, scuola e sociale sono i tre pilastri su cui si basa 'Piedelibero per La Comune' - afferma l'assessore a Welfare ed Educazione Sara Funaro -, tre settori prioritari in questo particolare periodo storico che stiamo vivendo, segnato dalla pandemia. Con questo bel progetto i detenuti del carcere di Sollicciano si impegnano a recuperare delle biciclette per la comunità e hanno modo di apprendere un mestiere che in futuro potrebbe tornare loro utile. Il frutto di questa attività ha per i detenuti un ritorno positivo per la città sia in termini di incentivazione della mobilità green che di diffusione della cultura verde tra i più giovani".
"Questo progetto è un po' il biglietto da visita de 'La Comune', che nel 2022 presenteremo ufficialmente in un evento pubblico aperto alla cittadinanza, per far conoscere anche gli altri servizi offerti dalla cooperativa - afferma il presidente de La Comune Roberto Negrini -. Attraverso il progetto di noleggio bici abbiamo già iniziato a 'costruire la comunità' e ad attivare quella rete cittadina di soggetti in grado di trovare soluzioni e risposte ai bisogni delle persone nei diversi rioni e quartieri della città".
"La bicicletta è sempre stata, e tuttora è, una protagonista della mia vita e l'ho sempre considerata un driver non solo per lo sport ma, sempre più, per il turismo e per la mobilità sostenibile - afferma Davide Cassani, Presidente APT Emilia Romagna -. Progetti come questo de La Comune sono da esempio per un concetto di sostenibilità a 360 gradi, dall'integrazione sociale, al benessere dei cittadini, alla condivisione degli spazi, al riuso, al miglioramento della qualità della vita. L'uso della bicicletta per il bike to work, per il bike to school o il bike to shop sappiamo che genera vantaggi rilevanti per l'economia, per la riduzione del traffico e per la salute e permette di vedere la propria città con nuovi occhi".
Le bici disponibili per il noleggio con "La Comune" saranno di diversi modelli (Olanda 26", City bike mono marcia 28", City bike con marce 28") e saranno completamente riqualificate: ciascuna bicicletta avrà un numero di serie inciso sul telaio che la renderà identificabile e garantirà la filiera sicura del prodotto. Le bici saranno complete di campanelli e catarifrangenti ed immediatamente riconoscibili grazie alle caratteristiche manopole rosse e all'adesivo "Piedelibero per La Comune". Gli adesivi sono stati stampati dalla Stamperia Sociale - Ginger Zone, realtà che ha come finalità l'inserimento socio-lavorativo di giovani stranieri non accompagnati e persone in stato di fragilità, promossa da COSPE-Onlus e Cooperativa Sociale Oltre il Ponte Onlus.
Sulle biciclette sarà presente anche un Qr code, che una volta inquadrato darà accesso a tutte le informazioni relative al progetto. Alla sottoscrizione del primo noleggio, i primi 100 soci della cooperativa avranno in omaggio un kit luci, un lucchetto ad alta resistenza e una borraccia fornita da Publiacqua Spa (luci, lucchetti e caschi saranno inoltre sempre acquistabili dai soci della cooperativa a prezzi vantaggiosi).
Nel contratto di noleggio saranno inclusi due tagliandi obbligatori per revisionare periodicamente i mezzi e in città sarà attivata una rete di officine convenzionate. Inoltre, sarà possibile parcheggiare gratuitamente la bici in uno degli spazi messi a disposizione da Uisp Firenze: la rete dei depositi sarà implementata costantemente, per essere sempre più capillare all'interno del territorio comunale. E in caso di furto del mezzo? Sarà possibile avere un'altra bici: opzione, questa, valida per una volta nel corso del noleggio, presentando la denuncia di furto.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 8 dicembre 2021
A Patrick Zaki hanno rubato, negato, indebitamente sottratto dalla sua giovane vita trecento ottantamila minuti di libertà. Ora Patrick è libero, seppur provvisoriamente, fino alla prossima udienza del febbraio 2022. Dovrà essere impegno del nostro Paese e del nostro Governo trasformare quella libertà a tempo in libertà definitiva.
Si tratta di consentire a Patrick di attendere l'esito del processo non in forma semi-reclusa nell'Egitto di Al Sisi, bensì dove lui preferisce, preservandone la libertà di movimento. Essendo il processo nei confronti di Zaki un processo politico, anche in questo delicato momento, conterà la pressione diplomatica che dovrà essere esercitata allo scopo di sottrarre Patrick ai rischi di un giudizio che nulla ha a che fare con le regole dello Stato di diritto.
Lo scorso 19 novembre 2020 il Consiglio dell'Unione Europea ha autorizzato l'avvio di negoziati per accordi tra la Ue e l'Egitto sulla cooperazione giudiziaria penale. Nel testo della decisione del Consiglio, con eccessivo realismo politico, si affermava che l'Egitto è un partner importante per la stabilità nella regione del vicinato meridionale.
In quello stesso Atto si ribadiva anche quanto siano deficitarie in Egitto la libertà di espressione, di informazione, di riunione pacifica e di associazione e quanto sia necessario porre fine alla riduzione indebita dello spazio concesso alla società civile, perseguita anche attraverso il congelamento dei beni, divieti di viaggio e lunghi periodi di detenzione preventiva. Pertanto, di fronte alla consapevolezza internazionale del deficit di democrazia in Egitto, non ha nulla di immorale il sottrarsi, con decisione concordata, al processo. Non è giuridicamente, né eticamente, né politicamente fondata una detenzione che sia del tutto sganciata da accuse circostanziate.
Dopo ventidue mesi di custodia cautelare le accuse nei suoi confronti sono ancora oscure in quanto legate alla repressione del libero pensiero. Di fronte a una detenzione arbitraria e a un processo politico, Patrick manterrebbe alta la sua dignità anche da contumace. Troppo importante è la libertà perché possa essere ceduta nel nome di una giustizia truce, disumana, politica come quella che ha portato nelle carceri egiziane decine di esponenti di organizzazioni non governative impegnate sul fronte dei diritti umani. La carcerazione illegittimamente subita da Patrick Zaki è stata fin troppo lunga per giustificare ulteriori restrizioni alla sua libertà di studiare, muoversi, vivere. Spetta alle autorità italiane adesso tutelare Patrick, assicurarne l'incolumità, offrendogli protezione, se necessario.
Oggi è un giorno di felicità ma è anche un giorno nel quale programmare le azioni future dirette ad evitare che Patrick possa vivere anche un solo altro minuto di prigionia. Ben aiuterebbe in questa fase se gli fosse concessa la cittadinanza italiana. Tutto sarebbe più facile.
L'Italia ha un dovere in più in questo momento delicato. Deve proporsi quale buon esempio per quei Paesi dell'area mediterranea con i quali intende rafforzare legami politici ed economici. Non è pretestuoso sostenere che il nostro Paese ben sarebbe più forte e autorevole nei rapporti diplomatici, anche in materia di giustizia, qualora fosse inappuntabile nel proprio sistema penale e penitenziario.
Non poche volte, di fronte alle proteste per le violazioni dei diritti umani nei tribunali e nelle prigioni di Paesi lontani, c'è stato detto che poco avevamo da lamentarci noi italiani alla luce delle condizioni materiali di vita presenti in alcune delle nostre carceri. Nella consapevolezza che ogni paragone è insostenibile, va sicuramente riconosciuto come più alte e qualificate sono le garanzie procedurali e penitenziarie nel nostro Paese, più autorevoli e incontestabili saranno le prese di posizione delle autorità pubbliche italiane nel dibattito internazionale. Infine, la liberazione di Patrick Zaki è anche il risultato di una straordinaria campagna che ha visto protagonisti studenti, professori, attivisti, esponenti politici, giornalisti e tanti cittadini. Quando tornerà nella sua Bologna tutti insieme festeggeremo la riconquistata libertà.
*Presidente di Antigone
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