di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 7 dicembre 2021
Il 9-10 dicembre il Presidente Biden ospiterà il "Summit per la Democrazia" che riunirà, in collegamento mondiale online, "leader di governo, società civile e settore privato". La lista degli invitati comprende 111 paesi. Tra questi 28 dei 30 membri della Nato: mancano Turchia e Ungheria ma, in compenso, ci sono Israele e Ucraina, insieme a 26 dei 27 membri della Ue salvo l'Ungheria. Per intenderci: c'è la Polonia sotto tiro della Ue perché viola lo stato di diritto.
Il Summit "fornirà loro una piattaforma per difendere la democrazia e i diritti umani all'interno e all'estero, per affrontare attraverso un'azione collettiva le più grandi minacce che hanno di fronte oggi le democrazie". Verrà in tal modo avviato "un anno di azione per rendere le democrazie più reattive e resilienti", che culminerà con un secondo Summit in presenza per "costruire una comunità di partner impegnati nel rinnovamento democratico globale".
Joe Biden mantiene così quanto annunciato nel programma elettorale (il manifesto, 10 novembre 2020): un Summit globale delle "nazioni del mondo libero", anzitutto per "contrastare l'aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari della Nato e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali" e, allo stesso tempo, per "costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina". In tal modo gli Stati uniti ritorneranno a "svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole". "La difesa dei valori democratici - ha ribadito Joe Biden in veste di presidente - è impressa nel nostro Dna come nazione".
Che cosa sia impresso nel DNA degli Stati uniti lo dimostrano le circa cento guerre di conquista che hanno caratterizzato la loro storia. Secondo un documentato studio di James Lucas (il manifesto, 20 novembre 2018), solo la serie di guerre e colpi di stato - effettuata dagli Stati uniti dal 1945 ad oggi in oltre 30 paesi asiatici, africani, europei e latino-americani - ha provocato 20-30 milioni di morti, centinaia di milioni di feriti (molti dei quali restati invalidi), più un numero inquantificato di morti, probabilmente centinaia di milioni, provocati dagli effetti indiretti delle guerre: carestie, epidemie, migrazioni forzate, schiavismo e sfruttamento, danni ambientali, sottrazione di risorse ai bisogni vitali per coprire le spese militari.
Nelle guerre più sanguinose - Corea, Vietnam e Iraq - le forze militari Usa furono direttamente responsabili di 10-15 milioni di morti. Il colpo di stato più sanguinoso fu organizzato nel 1965 in Indonesia dalla Cia: essa fornì agli squadroni della morte indonesiani la lista dei primi 5 mila comunisti e altri da uccidere. Il numero dei trucidati viene stimato tra mezzo milione e 3 milioni.
Lo stesso Joe Biden, promotore del "Summit per la Democrazia", ha avuto un ruolo da protagonista in parte di questa storia. Nel 2001, in veste di presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne la decisione del presidente Bush di attaccare e invadere l'Afghanistan e, nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l'Iraq. Nel 2007, fece passare al Senato un piano di smembramento dell'Iraq in tre regioni - curda, sunnita e sciita - funzionale alla strategia Usa.
Nel 2009-2017, in veste di vicepresidente dell'amministrazione Obama, ha compartecipato alla pianificazione ed esecuzione delle guerre contro Libia e Siria e del putsch di fatto in Ucraina, in cui Biden ha svolto un ruolo diretto e determinante.
Riguardo alla democrazia interna, basti ricordare che, secondo le statistiche ufficiali, la polizia uccide ogni anno negli Usa circa 1.000 inermi cittadini, soprattutto neri e ispanici. Basti ricordare che gli Stati uniti vogliono condannare a 175 anni di carcere il giornalista Julian Assange che ha portato alla luce i loro crimini di guerra. Probabilmente tra qualche giorno la magistratura britannica deciderà sulla sua estradizione negli Usa. Intanto, il 6 dicembre, la Gran Bretagna ha co-ospitato un evento preparatorio del Summit, intitolato "Difendere le democrazie dalla disinformazione", focalizzato sulle "migliori pratiche per promuovere un sistema informativo aperto e trasparente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 dicembre 2021
"Ringrazio Dio e spero vada tutto bene", diceva Wissem Ben Abdel Latif rivolto alla telecamera del suo cellulare che riprendeva gli occupanti del gommone. Il compagno di viaggio che stava accanto a lui faceva il segno di vittoria. La meta era vicina e sarebbe stata Augusta, nella Sicilia sud- orientale. Con una tuta rossa addosso e il cappellino indossato con la visiera storta. Le immagini, recuperate dalla campagna LascieteCIEntrare che si occupa di diritti dei migranti trasferiti nei Centri per il rimpatrio, sono di ottobre scorso.
Abdel è morto a 26 anni il 28 novembre scorso, a due mesi dal suo arrivo in Italia. Era stato trasferito nel Cpr di Ponte Galeria, poi ricoverato al San Camillo, al Servizio psichiatrico, dove è rimasto legato al letto per tre giorni. Sulla sua morte la procura ha aperto un'inchiesta.
Ed è la campagna LasciateCIEntrare a denunciare l'ennesima morte legata alla detezione amministrativa in Italia. Il giovane tunisino di 26 anni, Abdel Latif, ricordiamo, è morto a Roma in ospedale il 28 novembre, arrivato dal Centro di Permanenza Temporanea di Ponte Galeria. La campagna si è da subito attivata per raccogliere ulteriori informazioni sull'esatta temporalità. Il ragazzo è stato portato nel reparto di psichiatria del San Camillo il 23 novembre ed è stato legato al letto per 3 giorni. Quindi sarebbe morto per "arresto cardiaco". "Abdel - scrive la campagna per la chiusura dei Cpr - era giunto in Italia a settembre e dopo un
periodo di quarantena sulla nave della compagnia Gnv, come oramai da prassi per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. Invece che essere accolto, era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria".
Majdi Kerbai, deputato tunisino e attivista, in contatto con Yasmine Accardo di LasciateCIEntrare, è stato avvisato dalla madre del ragazzo: "Ho solo le urla della madre al telefono", ha detto all'attivista. LasciateCIEntrare si domanda chi risponderà al grido disperato della donna e spiegherà cosa è realmente successo all'interno del Cpr. "Come è possibile che in meno di 3 mesi dall'arrivo sulle nostre coste un altro ragazzo trattenuto presso un centro italiano sia morto?".
Ma per fare luce su tutta questa vicenda occorre andare anche a prima del trattenimento. "Chi sono i funzionari che non hanno accettato la sua domanda di protezione internazionale? Perché si continua a non dare accoglienza? A non voler ascoltare le voci di chi è ingiustamente recluso nei Cpr, a non voler vedere quello che accade nei Cpr, a quanto viene denunciato dal Garante, dalle associazioni?", sottolinea la rete di attivisti.
"Abdel Latif era solo un numero dentro le carte degli accordi tra Italia e Tunisia e dentro i cassetti ammuffiti e maleodoranti dell'Unione Europea. Abdel Latif aveva solo 26 anni. Abdel Latif ha trovato solo detenzione in un Paese che ormai non lascia speranza a nessuno. Un Paese che continua a uccidere perché se non si muore di frontiera e di naufragi in mare, si muore di Cpr. Tutto questo non è solo inaccettabile, è l'orrore ormai normalizzato contro cui continuiamo a combattere. Chiediamo verità e giustizia e la chiusura di tutti i Cpr", conclude la campagna ricordando la lunga striscia di morti che la detenzione amministrativa e i governi che la continuano a sostenere hanno sulla coscienza.
A ricostruire la vicenda sono stati anche il Garante dei Detenuti del Lazio Stefano Anastasia e il consigliere regionale di + Europa Alessandro Capriccioli. Sabato scorso si sono recati al Cpr di Ponte Galeria e hanno visionato la documentazione medica, ed è stato così possibile ricostruire gli ultimi giorni di vita del 26enne e il suo percorso tra strutture detentive e sanitarie. "Su questa vicenda, evidentemente, deve essere fatta piena luce, obiettivo per il quale per primo continuerò a impegnarmi", ha dichiarato Capriccioli in una nota.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 7 dicembre 2021
World Inequality Report. In Europa il 10% dei più ricchi ha il 36% del reddito, il 58% in Medio Oriente. In America latina il 10% più ricco controlla il 77% della ricchezza e il 50% più povero solo l'1%. C'è la percezione di una grande stanchezza delle società, in Occidente in generale (e più particolarmente in Francia, all'inizio della campagna elettorale per le presidenziali di aprile), di una mancanza di prospettive che blocca l'azione e una visione del futuro condivisa, il tutto aggravato dalla crisi del Covid.
Da dove proviene questa situazione? Una spiegazione può essere trovata nell'ultimo World Inequality Report 2022, il rapporto sulle diseguaglianze nel mondo, pubblicato oggi dal World Inequality Lab e coordinato dagli economisti Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, un lavoro che ha coinvolto più di un centinaio di studiosi.
Le diseguaglianze sono diminuite sul lungo periodo, aveva constatato Piketty nel suo ultimo libro, Une brève histoire de l'égalité (Seuil, 2021): "L'eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti".
Ma dagli anni 80-90, da quando c'è la libera circolazione dei capitali "senza alcuna contropartita in termini di tassazione comune, di regolazione, di trasparenza", siamo "su una linea discendente che va verso sempre più separatismi fiscali, sociali", ha constatato Piketty. Da un lato c'è un movimento storico verso minori diseguaglianze, "ma la società del privilegio esiste sempre" e oggi si erge come un muro che crea scoraggiamento.
C'è la diseguaglianza di reddito, ma ancora di più di ricchezze, accumulate nel tempo e trasmesse in eredità. Le diseguaglianze nel corso dei secoli sono diminuite grazie all'accesso al lavoro, al reddito, alla scuola, alla salute, ma resta l'ostacolo della captazione di redditi e patrimoni da parte di coloro che già hanno di più e che solo una regolazione internazionale, una tassazione altamente progressiva e sostegni mirati possono far saltare.
Il World Inequality Report constata che nel 2021 le diseguaglianze nel mondo sono più o meno uguali a quelle esistenti nel momento di punta dell'imperialismo, all'inizio del secolo scorso. Secondo Lucas Chancel, "la crisi del Covid ha esacerbato le diseguaglianze tra i molto ricchi e il resto della popolazione. Nei paesi ricchi, gli interventi dei governi hanno evitato una crisi massiccia di povertà, ma non è stato così per i paesi poveri. Questo mostra l'importanza dello stato sociale nella lotta alla povertà". In più, come si è visto alla Cop26, "la diseguaglianza economica globale fomenta la crisi ecologica e rende più difficile combatterla, è difficile vedere come possiamo accelerare gli sforzi per lottare contro il cambiamento climatico senza una maggiore redistribuzione del reddito e della ricchezza".
Per Chancel, "se c'è una lezione da trarre da questo Report è che la diseguaglianza è sempre una scelta politica". In questo quadro, l'Europa è l'area dove le diseguaglianze sono inferiori rispetto al resto del mondo. Il 10% dei più ricchi concentrano il 36% del reddito in Europa, cifra che sale al 58% in Medioriente.
Per quanto riguarda il patrimonio, che è un elemento che segna in modo particolare le diseguaglianze, in America latina, la zona più ineguale, il 10% più ricco controlla il 77% della ricchezza e il 50% più povero solo l'1%. La Russia è ben piazzata nella lista dei più diseguali. In Europa, se consideriamo la concentrazione della ricchezza, il 60% è nelle mani del 10% dei più ricchi. Le diseguaglianze sono aggravate anche dal genere (la parte del reddito delle donne in Europa, pur passata dal 31% nel 1990 al 38% attuale, resta inferiore a quella maschile).
I ricchi sono inoltre maggiormente responsabili del riscaldamento climatico, sia come paesi che come categorie di reddito e ricchezza (in Europa c'è una media di emissioni di Co2 di 10 tonnellate a persona, la media mondiale è di 6,6, mentre bisognerebbe calare a una tonnellata per rispettare l'impegno di riscaldamento di 1,5 gradi).
In Italia, le diseguaglianze sono diminuite nel XX secolo. Ma dagli anni 80, le categorie più ricche hanno accumulato patrimoni e redditi, mentre in linea generale, tra il 2007 e il 2019, c'è stato un calo degli introiti delle famiglie, a causa delle politiche di austerità degli anni 2012-14.
C'è una concentrazione della ricchezza nel 10% più ricco al 48%, mentre la diseguaglianza di genere è più alta che nella media Ue (le donne hanno il 36%, cifra che avvicina l'Italia più al Nord America - il 38% - che ai paesi europei più avanzati). Sulle emissioni di Co2, con una diminuzione di 3 tonnellate pro capite dagli anni 90 a oggi, in Italia la media è di 9 tonnellate a persona, ma con una grossa differenza a seconda della posizione economica: i più ricchi hanno diminuito il loro contributo negativo al riscaldamento climatico solo di 8 punti, contro il 32% per i più poveri, costretti a limitarsi a causa del calo del reddito che hanno subito dagli anni 90 a oggi.
di Sara Scarafia
La Repubblica, 7 dicembre 2021
Gianluca Di Feo e Mario Consani si confrontano sulla maxi inchiesta con 4.520 indagati che scardinò la Prima Repubblica. "Ma poi cos'è successo? Che il nuovo mondo somigliava al vecchio". Trent'anni dopo esiste ancora Tangentopoli? Il vice direttore di Repubblica Gianluca Di Feo e il giornalista Mario Consani ne hanno discusso all'Arena Robinson, nella terza giornata di "Più libri più liberi", a partire dal libro di Consani "Tangentopoli per chi non c'era" pubblicato da Nutrimenti editore.
"Tangentopoli doveva succedere in quel momento storico - dice Consani che seguì l'inchiesta per Il Giorno - prima c'era una guerra fredda. L'inchiesta poté prendere piede solo dopo il crollo del Muro. Ma poi cosa è successo? Che il nuovo mondo somigliava al vecchio perché la Prima Repubblica era crollata ma a raccoglierne il testimone erano stati personaggi che avevano vissuto quella stagione. Oggi quando parliamo di corruzione parliamo d'altro perché i partiti non esistono più, sono più che altro formazioni che ruotano attorno ai leader anche se il finanziamento continua, pure quello non proprio lecito".
Di Feo, che seguì invece la maxi-inchiesta per il Corriere della sera, traccia il profilo di quegli anni, di quei grandi partiti, della massiccia presenza dei giovani, e chiede a Consani se davvero Tangentopoli "salvò" la sinistra. "Il Pci fini sotto inchiesta - dice Consani - ma quelli che lo riguardarono erano episodi che non facevano parte di un sistema. Il sistema era un'altra cosa: la spartizione degli appalti, per esempio, con la cresta che facevano i partiti, era proporzionale al loro peso. Il Pci partecipava in un altro modo: con appalti che venivano dati ad alcune cooperative che certamente poi erano generose nei confronti del partito. Erano finanziamenti sì, ma che non risultavano illegali. Non credo che ci fu però una mano più morbida sulla sinistra. E lo hanno dimostrato anche le indagini che si aprirono successivamente".
Il dibattito ha raccontato anche il pool dal lato umano: Davigo, di destra tradizionale, Di Pietro, "il più poliziotto" poi fondatore di un suo partito. Saverio Borrelli che ascoltava musica classica mentre Di Pietro Cocciante. E ancora Francesco Greco e Gherardo Colombo. Come facevano persone così diverse a stare insieme?
"Colombo mi ha risposto che lavoravano insieme ma che ognuno seguiva un filone specifico - dice Consani - Ma centrale era Borrelli che teneva le fila". Gli indagati dal pool di Mani Pulite furono 4520: "Praticamente i vertici di tutta la classe politica e dell'imprenditoria dell'epoca" dice Di Feo che racconta che in solo giorno furono arrestate 120 persone. "Solo Ikea non sborsò le tangenti, allora aveva un solo punto vendita, ma diede un po' di mobili facendoli passare per difettosi". Il processo fu chiesto per 3420 dopo un'inchiesta complicatissima fatta senza intercettazioni e con l'uso primordiale dei computer. Trent'anni dopo parlare di Tangentopoli serve a capire l'Italia di oggi.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 7 dicembre 2021
"Non siete stati ancora sconfitti", la raccolta di scritti dell'attivista editi da Hopeful Monster. Saggi, tweet, discorsi pubblici del blogger e pensatore egiziano da piazza Tahrir a oggi. Tre piani inclinati - i risultati della rivoluzione, il ruolo dello Stato e il significato della prigione - attraverso l'analisi della dissidenza egiziana del Terzo Millennio.
"La gente parla di barriere dettate dalla paura, a me sono sembrate barriere dettate dalla disperazione. Una volta rimosse, insieme alla paura, neanche i massacri e gli arresti avrebbero potuto rimetterle in piedi. Ho commesso tutte le sciocchezze che fanno i rivoluzionari troppo ottimisti...ho infranto ogni legge drastica e tutti i tabù, sono entrato in prigione sorridendo e ne sono uscito da trionfatore".
Alaa Abd el-Fattah è un pensiero libero in un corpo in gabbia, una mano che scrive dopo può - un pacchetto di sigarette, un rotolo di carta igienica - e una memoria da tirare come un elastico. Gli servono, mano e memoria, per continuare a produrre conoscenza e autocritica dietro le sbarre della prigione di massima sicurezza di Tora, al Cairo.
Alaa Abd el-Fattah è il più famoso prigioniero politico egiziano: arrestato la prima volta nel 2006, sotto Hosni Mubarak, poi durante il regime dei Fratelli musulmani dopo la rivoluzione del 2011, adesso con quello asfissiante del generale golpista Abdelfattah al-Sisi. È un informatico e un blogger, un gramsciano e un dissidente. E una delle menti più lucide del suo paese.
È il punto di riferimento politico delle generazioni più giovani, di chi a 18-20 anni era in piazza Tahrir. Tra loro anche Patrick Zaki che da Tora domenica ha fatto arrivare un messaggio alla fiera Più libri più liberi di Roma: "Leggete il nuovo libro di Alaa se volete capire l'Egitto".
Tradotti da Monica Ruocco, i suoi scritti dal 2011 a oggi (saggi, tweet, discorsi pubblici, la commemorazione per la morte del padre, Ahmed Seif al-Islam, avvocato e attivista tra i più noti e coraggiosi d'Egitto, colui che in eredità gli ha lasciato "una cella di prigione") sono oggi un libro. Non siete stati ancor sconfitti (pp. 288, euro 23) è merito della casa editrice Hopeful Monster e della sua collana La stanza del mondo curata da Paola Caridi.
Il percorso compiuto dall'attivista è in caduta. Su tre piani inclinati: i risultati della rivoluzione, il ruolo dello Stato e il significato della prigione. La storia della dissidenza egiziana del Terzo Millennio accompagna la discesa nel girone degli sconfitti. Il primo piano inclinato: l'orizzonte della vittoria e della trasformazione della società muta con il passare dei mesi e degli anni, fino al buco nero della lacerante consapevolezza del fallimento.
La rivoluzione ha perso, Alaa ne è certo. E per strada ha perso anche la narrazione di sé, scippata dal regime controrivoluzionario che come una fenice è risorto semplicemente perché non è mai morto. Si è cibato delle ambizioni degli egiziani, le ha appassite, fino a trasfigurarle in un colpo di Stato su mandato popolare, "il golpe di Schrodinger", così lo chiama Abd el-Fattah, "sovrapposizione in cui ci si trova contemporaneamente davanti a un golpe e a una rivoluzione".
Il secondo piano inclinato è quello del ruolo dello Stato. Gli scritti del periodo subito successivo al 25 gennaio 2011 costruiscono la critica radicale all'istituzione statale, "male originario". Lo Stato va abbattuto perché riformarlo è un'utopia: eliminarne la duplice natura - repressione e paternalismo, controllo sociale e infantilizzazione della popolazione - significherebbe renderlo altro a sé. Dieci anni dopo i fatti di piazza Tahrir l'autocritica dell'agire rivoluzionario conduce alla dolorosa consapevolezza del fallimento e alla conseguente "rinuncia al sogno": l'obiettivo fattibile diventa la ricerca di unità contro la narrazione dominante, nell'idea di ottenere il minimo indispensabile sul piano dei diritti politici, sociali ed economici.
Una ritirata apparente che, seguendo le pagine, è prodotto diretto della reclusione. Il terzo piano inclinato. La cella passa di mano, dal rivoluzionario al controrivoluzionario: da primaria forma di resistenza diventa strumento principe della repressione e del monopolio della narrazione, così come il corpo del prigioniero passa dal controllo suo a quello del carceriere.
Il detenuto non ha più la gestione del proprio tempo né dello spazio di vita, subisce quotidianamente quello che la sociologa palestinese Ruba Salih (in riferimento alla vita individuale, prima che collettiva, dei palestinesi sotto occupazione israeliana) definisce spazicidio e tempicidio. Ore in frantumi, in cui la privazione della formazione politica - attraverso il divieto a leggere, scrivere, informarsi, se non a piccole dosi - costringe Abd el-Fattah a un estenuante esercizio di memoria per ricostruire fatti, eventi, comportamenti collettivi da cui tirare fuori con i denti una visione totale.
Sullo sfondo resta la natura, comunque positiva e travolgente, della rivoluzione egiziana. Un evento che non è mai stato solo, ma che si è legato alle battaglie globali contro lo stesso modello politico e di sviluppo che, se assume forme diverse paese per paese, veste identici panni: burocrazia per attuare il controllo sociale, Stato-nazione per reprimere il dissenso, finzione di libertà tecnologica per occultare la persistenza del capitalismo. Alla fine "non siete stati ancora sconfitti".
di Guido Rampoldi
Il Domani, 7 dicembre 2021
Nella sua relazione la commissione parlamentare d'inchiesta ha indirettamente affermato che il dovere di esigere giustizia non può essere cancellato dai nostri interessi. Ma ci sono questioni di stile e di sostanza che non ha affrontato. I premier italiani mentre fingevano di "pretendere la verità" (così come fatto da Matteo Renzi), si adoperavano per scindere la responsabilità del tiranno da un omicidio tipico del suo regime. Oggi probabilmente l'unica possibilità rimasta all'Italia per sapere la verità è ispirare una manovra congiunta di potenze occidentali per fratturare il regime egiziano. Ma al momento è un'ipotesi remota.
La commissione parlamentare d'inchiesta sull'assassinio di Giulio Regeni, avvenuto tra il gennaio e il febbraio 2016, ha chiuso i suoi lavori con una relazione onesta che tuttavia sfiora appena due questioni oggi centrali alla politica estera di qualsiasi democrazia: quale debba essere il rapporto tra la salvaguardia degli interessi nazionali e la difesa dei diritti umani e come funzioni concretamente la relazione tra l'informazione e il sistema di potere quando sono in gioco questioni di rilevanza strategica.
Il primo punto conduce a dilemmi di difficile soluzione. Uno stato di diritto liberale può fare affari con una dittatura che sopravvive grazie alle camere di tortura? E può venderle di tutto, incluso armamenti? O invece dovrebbe sospendere quantomeno le forniture militari? E magari abbassare il livello delle relazioni diplomatiche in segno di protesta, anche se questo fosse contrario alle convenienze del paese?
La commissione non si è posta domande così impegnative. Ma pur restando dentro i confini di un evento, l'assassinio di Regeni, che chiama in causa la relazione tra interesse nazionale e diritti umani solo perché i diritti violati riguardano un cittadino italiano, ha indirettamente affermato che il dovere di esigere giustizia non può essere cancellato dai nostri interessi.
Però pressioni e ritorsioni devono obbedire a un criterio di efficacia. Per esempio la scelta italiana di ritirare l'ambasciatore al Cairo andrebbe valutata in relazione ai risultati prodotti. Se questo consequenzialismo è convincente, lo è meno la tesi della commissione: la magistratura egiziana prestò una qualche collaborazione agli inquirenti italiani solo quando Roma richiamò l'ambasciatore. È più probabile che il regime fornì nomi di alcuni spioni egiziani unicamente per rendere verosimile la propria versione, Regeni ucciso da cinque criminali comuni, opportunamente assassinati perché non potessero smentire (gli spioni in questione ebbero un ruolo nella strage).
Secondo l'organizzazione non governativa Intersos, l'assenza di un ambasciatore italiano in Egitto ("attore primario nei processi di ricomposizione e di influenza nell'area") fu più un danno che un vantaggio: e infatti dopo due anni Roma fece marcia indietro. Se adesso l'Italia minacciasse di annullare la vendita di navi da guerra all'Egitto, come chiede il deputato di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, il regime cederebbe? Che quelle fregate siano italiane, francesi o russe è abbastanza irrilevante agli occhi di un vertice militare che si sta giocando il collo: se riparte la ribellione, questa volta non avrà scampo.
E per quanto i generali siano divisi da feroci rivalità, sembrano consapevoli che se cominciassero a dividersi e ad accusarsi sarebbero finiti. Ciascuna banda deve coprire i misfatti delle altre. Oggi probabilmente l'unica possibilità rimasta all'Italia è ispirare una manovra congiunta di potenze occidentali per fratturare il regime. Ma al momento la possibilità è remota.
Posto che non ha senso rinunciare inutilmente agli affari, ci sono questioni di stile e di sostanza che la commissione avrebbe fatto bene ad affrontare comunque. In questi anni abbiamo visto premier e ministri degli Esteri italiani che uscivano dagli incontri con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi raccontando di aver discusso soprattutto della collaborazione giudiziaria tra le due magistrature. In realtà se l'argomento era stato trattato, certamente appariva nella scaletta solo per una questione di forma, essendo stato da subito lampante che al Sisi era parte rilevantissima del sistema che ha colpito il ricercato italiano.
Nondimeno mentire pareva indispensabile al nostro statista di turno per dimostrare di non aver appena incontrato un responsabile morale dell'omicidio di Regeni, quale in effetti al Sisi è, altrimenti non gli avrebbe chiesto un aiuto per scoprire gli assassini. Sicché mentre fingevano di "pretendere la verità" (così come fatto da Matteo Renzi), i premier italiani si adoperavano per scindere la responsabilità del tiranno da un omicidio tipico del suo regime (sono centinaia gli oppositori egiziani morti sotto tortura in questi anni). Giuseppe Conte arrivò a sostenere di aver parlato di Regeni con il dittatore "guardandolo negli occhi", tecnica che a suo dire prima o poi avrebbe convinto l'altro a dargli retta.
La premessa di tanta ipocrisia è il silenzio con il quale media e parlamento avevano accolto le lodi sperticate di Renzi ad al Sisi al termine di tre incontri ufficiali. Proclamando il presidente egiziano "salvatore del Mediterraneo", pochi mesi dopo che il golpista aveva fatto massacrare in piazza un migliaio di dimostranti quasi tutti inermi, il premier italiano in sostanza aveva detto: quando sono in gioco i nostri interessi, a noi dei diritti umani importa un accidente. Ci si potrebbe chiedere se questo messaggio sia estraneo alla noncuranza opposta dal regime egiziano alle richieste dell'allora ambasciatore Maurizio Massari, quando, sparito Regeni, gli italiani cercavano affannosamente di sapere in quali mani fosse.
Tenere fuori al Sisi dall'assassinio era anche l'effetto di una strana narrazione che si è affacciata in questi anni nei social e su tutti i maggiori quotidiani: il ricercatore appariva uno strumento inconsapevole dei servizi segreti britannici, che lo avrebbero manovrato attraverso il suo tutor accademico, la docente di Cambridge Maha Abdelrahman, descritta come militante dei Fratelli musulmani.
Insomma una storia di spie, o più esattamente una cospirazione britannica per soppiantare l'Italia nel rapporto privilegiato con al Sisi, magari sovrapposta a un complotto islamista contro lo stesso presidente. La commissione ha indagato questa ipotesi (tra l'altro ascoltando la professoressa Abdelrahman, che islamista non è affatto) e l'ha liquidata come totalmente falsa.
Ora sarebbe interessante scoprire chi e perché in questi anni ha alimentato la macchina della disinformazione. Per esempio chi fornì alla stampa ritagli di carte giudiziarie che proiettavano sospetti sulla tutor di Cambridge ("l'università delle spie"); perché si spacciò la docente per integralista; se fu davvero spontanea l'ostinazione di anonimi che intervenivano nei siti anche cinque volte nell'arco di poche ore per rilanciare quelle bugie.
La favola che faceva del ricercatore "uno sprovveduto", chissà se al servizio di una manovra anti italiana, incontrò rapidamente i favori dell'opinionismo gaglioffo che scriverebbe qualsiasi cosa pur di stupire; della vasta schiera islamofoba, per la quale al Sisi è un dittatore amico, sterminatore di integralisti dunque meritoriamente filo occidentale; e di quell'Italia xenofoba cui danno fastidio il nitore e la nobiltà della figura di Giulio Regeni e della sua famiglia.
Ma se in questo consenso c'è solo la mediocrità e il cinismo diffuso nella società e nei media, è difficile sfuggire all'impressione che qualche centro di potere si sia adoperato per distogliere l'attenzione da al Sisi, giudicandolo un interlocutore prezioso per certi affari e certe linee di politica estera.
Beninteso, l'ipotesi di una manovra anti italiana non può essere esclusa. Ma in questo caso andrebbe scovato chi lasciò credere al regime egiziano che Regeni fosse una spia israeliana (per questo sarebbe stato torturato, riferì al governo italiano l'amministrazione Obama secondo il New York Times). Se si trattò di un servizio segreto straniero, o se il sospetto fu invece lanciato da un segmento dello spionaggio egiziano in affari con potentati esteri. La verità definitiva potremmo forse scoprirla quando cadrà il regime di al Sisi.
Nel frattempo dovremmo chiederci se difendere i diritti umani, sia pure con saggezza e pragmatismo, non solo non sia contrario ai nostri interessi ma addirittura ci convenga. Così come, pensando al futuro, assai ci conviene che in Egitto le generazioni giovani identifichino l'Italia non con i salamelecchi di Renzi ad al Sisi, semmai con la mobilitazione per quella verità su Regeni che al Sisi non potrà mai rivelare, essendone parte.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 7 dicembre 2021
Diritti umani. Molti dei divieti che limitano o negano diritti fondamentali agli egiziani sono nascosti in numerose leggi al di fuori dello stato d'emergenza rimasto in vigore per 40 anni. Con un post su Facebook carico di enfasi, alla fine di ottobre il presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi ha annunciato la fine dello stato d'emergenza in vigore nel paese da quarant'anni, con una pausa tra il 2012 e il 2017: "L'Egitto è diventato un'oasi di sicurezza e stabilità nella regione. Quindi si è deciso di annullare la proroga dello stato di emergenza".
Parole foriere, solo in apparenza, di una nuova era. E invece non ci sono motivi per essere ottimisti. Solo chi si ostina a non vedere può credere che gli apparati di sicurezza egiziani cesseranno di eseguire arresti di massa e incarcerare senza processo i detenuti, di processare i civili nei tribunali militari, di reprimere con la forza manifestazioni e chiudere le organizzazioni della società civile in difesa dei diritti umani. Non deve ingannare l'apertura del nuovo complesso carcerario di Wadi al-Natroun, il più grande del paese, dove, assicurano fonti governative, saranno garantite la dignità e la qualità della vita dei detenuti.
Con l'abrogazione dello stato d'emergenza, l'Egitto non è tornato, e non tornerà sotto l'attuale regime, allo stato di diritto in cui i cittadini saranno rispettati da polizia e intelligence, giudicati in tribunali normali e non speciali e godere di ampie tutele. E non saranno liberati i prigionieri politici che a migliaia affollano le carceri. Peraltro, non è passato inosservato l'aumento, nelle settimane precedenti all'annuncio di El Sisi, di arresti e detenzioni per i reati d'opinione - quelli che il regime considera "reati di terrorismo" - in modo che potessero rientrare temporalmente ancora nella legislazione speciale. In ogni caso la maggior parte dei divieti e delle sanzioni sono nascosti all'interno di un numero infinito di leggi, oltre a derivare dallo status speciale di cui godono le Forze armate.
Le leggi che limitano l'attività delle ong per i diritti umani sono state emanate al di fuori del quadro dello stato di emergenza e restano in vigore. Queste ong saranno ancora costrette a richiedere il permesso di operare alla Direzione generale dell'intelligence, al ministero dell'interno e, se tutto andrà bene, dovranno aspettare mesi o forse anni prima di poter svolgere il loro lavoro di monitoraggio. I mezzi d'informazione oggi non solo più liberi e tutelati di due mesi fa e i giornalisti continueranno ad autocensurarsi per non dover partecipare alla tanto temuta "conversazione telefonica amichevole" con funzionari degli apparati di sicurezza.
"Dal colpo di stato militare del luglio 2013, il governo ha emesso dozzine di leggi che devono essere emendate o abrogate. Altrimenti, la revoca dello stato di emergenza migliorerà poco o nulla", spiega Amr Magdi, ricercatore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch. Da quando El Sisi è al potere, ricorda Magdi, il governo ha introdotto dozzine di leggi che conferiscono alle forze di sicurezza poteri eccezionali. Come la legge anti-protesta del 2013 che vieta quasi tutte le forme di raduni pacifici e che ha portato all'arresto e al perseguimento di migliaia di persone. La legge per la lotta al terrorismo, del 2015, considera un reato anche la disobbedienza civile ed è stata usata in abbondanza per reprimere il dissenso pacifico e mettere a tacere chi critica il regime di El Sisi. Restano in vigore gli emendamenti del 2013 al codice di procedura penale che consentono la custodia cautelare virtualmente indefinita dei sospetti e che hanno aggiunto altre migliaia di persone, rinchiuse senza processo, alla massa dei detenuti politici.
L'abrogazione dello stato d'emergenza è solo fumo negli occhi, un mezzo per evitare sanzioni all'Egitto per la violazione dei diritti umani, come i 130 milioni di dollari in aiuti congelati dagli Stati uniti. Ma è anche se non soprattutto un alibi per Usa, membri dell'Ue e altri paesi per continuare a fornire sostegno militare, economico e politico al Cairo nonostante i crimini che commettono i suoi apparati di sicurezza. Il presidente Usa Joe Biden e altri leader, chiede Human Rights Watch, non dovrebbero incontrare El Sisi in assenza di progressi significativi nel rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione, e non accontentarsi della revoca dello stato di emergenza.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 6 dicembre 2021
Le Rems sono appena 32 e nemmeno distribuite su tutto il territorio, In attesa che si liberi un posto continua la detenzione negli istituti di pena. Le ripetute denunzie della associazione Antigone e di Monica Gallo, garante dei detenuti di Torino, hanno finalmente avuto esito. E il padiglione del carcere Lorusso e Cutugno di Torino utilizzato per i detenuti con problemi psichiatrici è stato sgomberato e sarà ristrutturato. Viene rimossa una situazione di inumanità degradante, legata principalmente allo stato materiale di quei locali. Ma rimane un problema generale, che riguarda la società nel suo insieme e specialmente quei detenuti, in più malati, che sono nelle mani e nella responsabilità dello Stato.
di Paolo Comi
Il Riformista, 6 dicembre 2021
Non passa giorno senza che si siano notizie di malagiustizia, la credibilità delle toghe è da tempo sotto zero, gli effetti nefasti del Palamaragate continuano a farsi sentire, come nella vicenda per la nomina del nuovo procuratore di Roma, ed il Parlamento cosa fa? Ha rinviato giovedì scorso ancora una volta la discussione per la riforma della magistratura e del Csm. Il motivo? Il governo non ha, a quasi un anno dal suo insediamento, preparato gli emendamenti al testo presentato all'inizio dell'estate del 2019 dall'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Davide Varì
Il Dubbio, 6 dicembre 2021
La cronaca del voto di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi raccontata da Filippo Facci nel suo libro, "30 Aprile 1993, L'ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica", Marsilio Editore.
La Camera si avvia a votare con scrutinio segreto. Alcuni ministri del nuovo governo indossano ancora l'abito scuro della cerimonia per il giuramento. Il voto per le autorizzazioni a procedere è uno dei pochi voti rimasti segreti perché riguarda opinioni personali e non di partito, come è sempre stato anche per il voto sui provvedimenti disciplinari degli ordini professionali e nondimeno del Consiglio superiore della magistratura e dell'Ordine dei giornalisti. Il voto sempre palese era una peculiarità dei regimi fascisti e comunisti. "Dichiaro aperta la votazione", dice il presidente della Camera, Giorgio Napolitano.
Si vota per la prima autorizzazione, quella per corruzione a Milano. Passano cinque, sei, dieci secondi mentre l'aula si è fatta silenziosa. Napolitano prolunga l'attesa ancora un attimo, guarda verso i banchi democristiani con un piccolo binocolo. "Avete votato tutti?" "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 565, maggioranza 283, favorevoli 273, contrari 291 e un'astensione. La Camera respinge". Un brusio indistinto, come inceppato. "Questa è la maggioranza del Governo Ciampi!", urla Mauro Paissan. "Onorevole Paissan!", lo riprende Napolitano, "Dobbiamo proseguire le votazioni, ce ne sono altre quattro".
"Vergogna, vergogna!", urla a squarciagola il leghista Marco Formentini, "Ladri, ladri!", "Elezioni, elezioni!", fanno eco i suoi colleghi di partito assieme a quelli del Movimento sociale, mentre Stefano Apuzzo dei Verdi grida e si agita. Napolitano: "Lasciate proseguire le votazioni". La protesta è come sospesa, indecisa, mentre si passa alla votazione per le ipotesi di corruzione a Roma. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti e votanti 560, maggioranza 281, voti favorevoli 282, voti contrari 278. La Camera approva".
Gli stessi deputati di prima, leghisti e missini, questa volta applaudono. Napolitano: "Onorevoli colleghi, vi prego di astenervi da applausi in qualsiasi direzione. Non sono votazioni da commentare con gli applausi".
Si passa a votare l'ipotesi di corruzione "in luogo non accertato".
Napolitano: "Onorevoli colleghi del gruppo della Lega Nord, vi prego vivamente di votare ciascuno dal proprio posto. Invito tutti i colleghi a rimanere seduti. Se vi sono indicazioni circa la regolarità della votazione, prego i colleghi di farle segnalare dal presidente di gruppo". Il voto è una scheggia, Napolitano accelera per renderla indolore, ha capito l'aria che tira. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 562, votanti 561, astenuti 1, maggioranza 281, voti favorevoli 257, voti contrari 303. La Camera respinge".
Poi si vota l'ipotesi di violazione del finanziamento pubblico a Milano e a Roma. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 559, votanti 558, astenuti 1, maggioranza 280, voti favorevoli 314, voti contrari 244. La Camera approva". C'è disorientamento, non è chiaro che cosa stia succedendo, si accavallano votazioni contrastanti. Ma è tutto velocissimo.
Si vota l'ipotesi di ricettazione a Milano e connesse ipotesi di violazioni del finanziamento pubblico a Roma. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 561, votanti 560, astenuti 1, maggioranza 281, voti favorevoli 253, voti contrari 307. La Camera respinge". Dai banchi del Movimento sociale si ricomincia a gridare mentre i leghisti scandiscono: "Elezioni, elezioni!". Napolitano: "Abbiamo inteso, onorevoli colleghi... Onorevoli colleghi!".
Ormai è il caos, il Parlamento si è caricato a molla. L'ultimo voto riguarda la possibilità di perquisire Craxi per le due ipotesi di reato per cui l'autorizzazione è stata concessa: quindi poter controllare registri, estratti conto, bilanci, contratti e così via. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti e votanti 561, maggioranza 281, voti favorevoli 245, voti contrari 316. La Camera respinge".
La seduta è terminata. Autorizzazione per quindici casi e mancata autorizzazione per ventisei: in pratica sono state concesse le autorizza zioni per le indagini a Roma e respinte quelle a Milano. Ed è un'esplosione. Mezzo emiciclo batte le mani sui banchi, un deputato leghista alza le braccia e fa il segno delle manette, missini e leghisti lanciano in aria dei foglietti di carta o dei volantini, non si capisce bene, "Ladri, ladri!", "Ladri di regime!", "Mafiosi!", Leoluca Orlando della Rete urla "Bravi, bravi!" e applaude in segno di scherno, il socialista Mario Raffaelli, solitamente mite, avanza verso di lui, "Elezioni, elezioni!", il socialista Giulio Di Donato raccoglie da terra un grosso fascicolo e lo scaglia verso le opposizioni, è il caos, volano oggetti, i socialisti Francesco Barbalace e Giacomo Maccheroni vengono trattenuti dai colleghi mentre cercano di scaraventarsi verso i deputati della Rete, urlano "come fate a chiamarci ladri? Ma voi chi siete, da dove venite? Da dove vengono i vostri voti?".
E ancora strepiti, ingiurie, pugni levati, scontri fisici, la situazione sembra incontrollabile e il presidente Napolitano ordina di sgomberare le tribune della stampa e del pubblico. I commessi della Camera corrono per sedare gli scontri, l'assenza dei neoministri dai loro banchi permette loro di muoversi meglio al centro dell'aula, così formano un cordone umano che divide in due l'emiciclo. E, mentre i parlamentari defluiscono e continuano a litigare animosamente nei corridoi, per terra si vedono dei volantini che evidentemente erano stati preparati, dunque preventivati, previsti.
Tempo due minuti e a Montecitorio è il silenzio. A telefonare a Craxi è il giornalista Nino Neri, suo amico e commensale: "Dimmelo di nuovo", replica incredulo l'ex segretario. Nino Neri, nella foga, sbaglia pure, e gli regala una mancata autorizzazione Francesco Saverio Borrelli, da casa, richiama la sala stampa del tribunale. È gelido come sa essere. La maggior parte dei giornali riporterà le sue parole così: "La decisione della Camera è sconcertante. Sembra studiata allo scopo di sottrarre il parlamentare a una prospettiva di condanna... La procura si riserva di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Si ritiene che il Parlamento abbia invaso la sfera di attribuzione del potere giudiziario". Prospettiva di condanna. Conflitto di attribuzione. Corte costituzionale. Non è molto chiaro, ma Cinzia Sasso della "Repubblica" riporta le parole del procuratore capo in maniera all'apparenza più completa: "Il Parlamento ha sovrapposto una propria valutazione giuridica a quella della magistratura artificiosamente scindendo le qualificazioni e in questo modo invadendo la competenza dell'autorità giudiziaria, giacché l'autorizzazione riguarda il procedimento in relazione a un fatto, ma non può sindacare la qualificazione giuridica che appartiene alla competenza esclusiva del pubblico ministero e del giudice nella fase di giudizio".
Così dovrebbe essere più chiaro. Forse. Con Goffredo Buccini del "Corriere", con il quale Borrelli ha un rapporto preferenziale, le parole del procuratore capo diventano queste: "Hanno concesso l'autorizzazione per tutti i fatti di finanziamento illecito, ovviamente nella prospettiva che presto o tardi il reato venga depenalizzato". Quindi?
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