di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 11 luglio 2021
È sera quando un migrante rientra da una passeggiata nel centro federale d'asilo di Balerna, a tre chilometri dal confine italiano. Gli agenti di sicurezza lo perquisiscono, usano modi particolarmente aggressivi e umilianti. Il ragazzo si divincola e si rifiuta di sottoporsi alla pratica. Viene immobilizzato, denudato e lasciato per diverso tempo in questo stato negli ambienti comuni, sotto gli occhi di tutti. Poi viene chiuso sempre nudo e per almeno un'ora nella "sala di riflessione", un container senza finestre situato in cortile.
Il coprifuoco - È solo una delle tante storie che arrivano dai centri d'asilo ticinesi. I migranti che popolano queste strutture non sono criminali, si tratta di persone arrivate nel paese e in attesa di vedere accolta o rigettata la loro richiesta di permanenza. Possono restare nei centri fino a un massimo di 120 giorni e la loro condizione non è tanto diversa da quella dei detenuti in stato di semilibertà. Si può uscire solo alla luce del sole, alle 19 scatta il coprifuoco. Per mangiare e prendere i medicinali ci sono finestre temporali prestabilite, guai a violarle. Altre regole ferree, come il divieto di portare beni di vario tipo all'interno, complicano la quotidianità. Se qualcosa non va per il verso giusto nella migliore delle ipotesi si vedrà sospeso il pocket money settimanale e il diritto all'uscita, nella peggiore si dovrà far fronte alla violenza fisica e psicologica.
Un rapporto di Amnesty International uscito a maggio denuncia i maltrattamenti e le violenze subìte dai migranti nei centri federali d'asilo della Svizzera tedesca e francese. Umiliazioni, percosse, forme di contenimento fisico tali da limitare la respirazione e causare una crisi epilettica, isolamenti forzati nei container, ricoveri e negazione delle cure sanitarie, per un totale di decine di casi verificatisi tra gennaio 2020 e aprile 2021. Dalle testimonianze che abbiamo raccolto di associazioni locali per i diritti umani, migranti e di chi in questi centri ci lavora, emerge però che le violenze avvengono in modo sistematico anche nei centri d'asilo di Chiasso e Balerna, situati proprio in prossimità del confine italiano di Como e popolati da una media di 150 ospiti complessivi.
Violenze al confine - C'è il caso di un cane degli addetti alla sicurezza che ha aggredito uno degli ospiti, poi rinchiuso nella "sala di riflessione" per aver colpito l'animale nel tentativo di difendersi. Ci sono ripetute storie di alterchi tra i controllori e i migranti risolti in calci e pugni contro questi ultimi, con ricoveri in ospedale, prognosi di diversi giorni e dolori che si trascinano per mesi. Un'altra costante è l'utilizzo di spray al pepe e al peperoncino all'interno delle sale quando si verificano momenti di tensione, con problemi respiratori per le persone che ne subiscono gli effetti.
A un ospite con pesanti disturbi psichici è stata negata l'assunzione dei suoi psicofarmaci perché si è presentato troppo tardi allo sportello: per quel giorno niente, ne è conseguita una violenta crisi punita nella solita stanza esterna. Nemmeno le donne e i minori vengono risparmiati da questa violenza e in punizione nel container ci sarebbe finito anche chi ha meno di 18 anni. Un'altra testimonianza racconta di un ragazzo chiuso lì dentro che urlava di dover andare urgentemente in bagno. La sicurezza gli ha intimato di stare zitto e di farsela nei pantaloni, lo hanno liberato dopo sei ore.
Denunce e silenzi - Alcuni di questi casi sono finiti in tribunale, un'associazione che si occupa di diritti umani ha raccolto negli ultimi due anni una decina di segnalazioni credibili provenienti dai centri ticinesi. La maggior parte degli episodi rimangono però silenti. I migranti non hanno il tempo di denunciare, i tempi della magistratura sono molto lunghi e la loro permanenza nei centri e più in generale in Svizzera spesso ha i giorni contati. Oltre a questo, esporsi proprio nel momento in cui si è in attesa della concessione dell'asilo rischia di avere controindicazioni per il proprio status. Gli abusi vanno allora avanti e chi lavora all'interno ci descrive un sistema dove "niente funziona e non c'è dignità di trattamento nei confronti delle persone".
Il quadro ricorda quello dei terribili centri per il rimpatrio (Cpr) italiani, dove morti sospette e violenze vengono denunciate da anni. Nel caso dei centri federali d'asilo del Ticino il problema avrebbe a che fare con la società privata che si occupa della sicurezza, la Securitas SA. Come si legge sul sito, i suoi dipendenti fanno un po' di tutto, dalla sorveglianza delle case private durante le ferie al presidio di eventi e fiere, passando per il controllo degli autosilo e della circolazione stradale. In questo pacchetto si inserisce anche l'attività nei centri di accoglienza, svolta dunque da personale con una preparazione generica e poco adatta al contesto particolarmente delicato. Contattata per una replica, la società non ha risposto.
Come ci racconta una fonte, quando la cosa è stata fatta presente all'organo che gestisce i centri, la Segreteria di Stato della migrazione (Sem), la risposta è stata che gli addetti alla sicurezza svolgono un apposito training di comunicazione interculturale e prevenzione del rischio. La sua durata è però di una giornata, a riprova di come si stia sottovalutando il tema dell'addestramento. E se il problema è a monte, anche nella soluzione delle criticità le cose non vanno meglio. Una testimonianza racconta di un addetto di sicurezza particolarmente violento che negli ultimi mesi è stato punito non con il licenziamento ma con trasferimenti continui da una struttura all'altra. Un'altra costante sono poi gli insulti razzisti contro i migranti, rivolti in italiano per non farsi capire. In generale, c'è un clima di ostilità degli addetti contro gli ospiti.
I due volti dei centri d'asilo - Ma la situazione è tesa anche tra i lavoratori dei centri d'asilo. Da una parte chi tra la sicurezza porta avanti un sistema fatto di abusi di potere e rapporti verticali, dall'altra chi tra gli educatori e gli assistenti si batte per mettere una pezza a una situazione definita insopportabile e subisce minacce velate e pressioni. Anne Cesard, portavoce della Sem, ha negato le accuse di violazione dei diritti umani: "Non corrispondono per nulla alla realtà in uno stato di diritto come la Svizzera". Un assistente impiegato in un centro ticinese si rammarica invece dell'opposto: "Chi supera il confine penserebbe di trovarsi in un luogo sicuro. I fatti dimostrano che non è così".
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 11 luglio 2021
Continua la pioggia di soldi verso i Paesi che blindano i confini. Così sceglie di continuare a non risolvere i problemi. E il governo Draghi prende tempo. Urgenza e esternalizzazione. Queste le parole chiave sulle migrazioni che emergono dal recente vertice di Bruxelles. Se è vero, riconoscono i leader europei, che le misure degli ultimi anni hanno ridotto gli arrivi e i flussi irregolari, è vero anche, dicono i numeri, che l'evoluzione di alcune rotte migratorie torna a preoccupare l'Europa che esprime una volta ancora la necessità di "vigilanza costante e interventi urgenti".
A oggi sono circa 20 mila le persone sbarcate irregolarmente lungo le coste italiane. Erano 6.500 lo scorso anno, 2.500 l'anno precedente. Un aumento del 66 per cento dal 2020, destinato ad aumentare con la stagione estiva, che allarma soprattutto i Paesi dell'area mediterranea, chiamati a gestire insieme il flusso migratorio e le scadenze elettorali.
Il Consiglio europeo del 24 e 25 giugno scorsi, che avrebbe dovuto trovare la quadra tra le esigenze dell'Europa meridionale, l'Europa di confine, e le resistenze degli altri che toccano l'apice nell'ostruzionismo del blocco di Visegrad, ha fatto slittare al prossimo autunno gli accordi sui ricollocamenti, rafforzando la dimensione esterna delle politiche in materia di immigrazione. Vanno sostenuti i Paesi terzi, è la sostanza delle intese che si stanno disegnando in Europa. Vanno sostenuti, cioè, i Paesi da cui si originano i flussi, i Paesi che ospitano migranti, i Paesi che bloccano le partenze, i Paesi che, in sostanza, proteggono i confini (sempre più esterni, sempre più lontani) della fortezza Europa.
Senza aver fatto nessun significativo passo avanti sugli accordi di ricollocamenti interni e "redistribuzione" (termini che già da soli descrivono l'approccio europeo alle persone costrette all'esilio o a migrazioni spesso forzate), l'Europa torna quindi a registrare una stasi: tutto è delegato alle relazioni tra Paesi, e i fondi europei destinati a Stati di confine (Turchia, Libano, Giordania e, forse, anche Libia) cui viene di fatto subappaltato il controllo dei flussi. Draghi non è soddisfatto ma nemmeno deluso: il suo obiettivo, l'ha ribadito al termine del Consiglio, non era ottenere un accordo sui ricollocamenti che giudica prematuro, ma trovare un'intesa conveniente per l'Italia sul lungo periodo. L'aveva anticipato alla Camera alla vigilia del vertice: "La solidarietà obbligatoria verso i Paesi di primo arrivo attraverso la presa in carico dei salvati in mare rimane divisiva per i 27 Stati membri".
La responsabilità sulle persone salvate era e resta divisiva per il premier, è dunque per lui più realistico cambiare modello che avere fretta, più concreto impegnare gli Stati europei nel finanziare l'onere dei Paesi terzi che gestire accordi bilaterali tra due o tre Stati dell'Unione. Più pratico spostare il confine a sud, pagando altri affinché contengano ciò che l'Europa non ha saputo gestire, e prendere tempo.
Non tutti però sono d'accordo a temporeggiare. Il risultato del vertice è per il premier italiano un primo passo importante, ma il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha commentato criticamente l'esito del Consiglio definendo "moralmente inaccettabile che le questioni dell'immigrazione e dell'asilo siano legate a vicende elettorali degli Stati membri". Sassoli ha indicato poi due priorità: la prima è una riconsiderazione del meccanismo europeo di ricerca e soccorso in mare che coinvolga i Paesi, le organizzazioni umanitarie, la società civile e le agenzie delle Nazioni Unite, probabilmente recependo le indicazioni del Rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa dello scorso marzo.
Il documento metteva in rilievo le inefficienze delle attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo sottolineando i profili di illegalità dei rimpatri forzati in Libia e i conseguenti trattenimenti prolungati di migranti e richiedenti asilo. La seconda priorità è un sistema di reinsediamento fondato su un appello alla comune responsabilità. Ennesimo appello inascoltato. Già all'inizio di maggio, dopo l'arrivo di 1.400 persone in una settimana a Lampedusa, l'Italia aveva chiesto aiuto all'Europa. In risposta, l'Irlanda aveva accolto dieci persone, altrettante la Lituania e il Lussemburgo aveva espresso solidarietà e intenzione ad accogliere dei rifugiati. Non è ancora chiaro quanti, non è ancora chiaro quando.
Se la responsabilità e la solidarietà si esprimono così, se i ricollocamenti su base volontaria non funzionano, e non funzionano, si sono detti al Consiglio d'Europa, tanto vale consolidare il modello-Turchia. A conclusione del vertice Ue, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen ha dichiarato che l'Europa ha rinnovato "il sostegno pari a tre miliardi di euro di finanziamento per i rifugiati in Turchia". Si mantiene, rafforzandosi, il patto del 2016, nato come soluzione per tamponare la crisi del 2015, anno in cui un milione di persone cercò di attraversare la rotta balcanica per raggiungere l'Europa.
Un accordo controverso che destinava 6 miliardi di euro per i rifugiati siriani in Turchia, in cambio di maggiori sforzi da parte delle autorità turche per arginare il flusso diretto in Europa. Molte cose sono cambiate da allora, la Turchia, che prima che scoppiasse la guerra siriana nel 2011 ospitava solo 60 mila richiedenti asilo, ospita oggi sei milioni di migranti tra cui quasi quattro milioni di rifugiati siriani. Due milioni in più rispetto al 2016, anno della stipula degli accordi. L'Europa ringrazia e paga, sentendosi in debito con Erdogan che tiene chiusi i confini. Intanto, più di un milione di uomini siriani in Turchia non riesce ad ottenere un permesso di lavoro, e mezzo milione di bambini siriani non va a scuola ed è esposto a forme di sfruttamento lavorativo e sessuale. Lo stesso accade negli altri Paesi a cui il Consiglio d'Europa ha destinato altri 2 miliardi: Giordania e Libano. In Libano, che attraversa una crisi economica senza precedenti, il 90 per cento dei rifugiati siriani vive in condizioni di estrema povertà.
Catherine Woollard, direttrice del Consiglio europeo per i rifugiati ed esiliati a Bruxelles, ha affermato di essere preoccupata che i finanziamenti per il controllo delle frontiere impediscano nei fatti alle persone di vivere al sicuro, "se i soldi destinati al supporto sociale e lavorativo vengono destinati al controllo delle frontiere c'è un altro rischio che si finanzino di fatto delle violazioni". Tradotto, significa che è vero che i Paesi come la Turchia vanno supportati economicamente perché ospitano 4 milioni di siriani mentre da noi un intero continente fatica a ospitarne poche migliaia e reinsediarne una trentina, ma significa anche che continuare ad elargire denaro in cambio della gestione dei flussi migratori sta rendendo l'Europa altamente ricattabile. "La Turchia in un certo senso è in grado di chiedere tutto ciò che vuole dall'Unione ed è anche in grado di agire come vuole a causa della dipendenza creata dall'accordo Ue-Turchia", ha detto Catherine Woollard.
Erdogan l'ha già dimostrato nel febbraio 2020 quando ha aperto i confini occidentali del suo Paese e decine di migliaia di profughi siriani si sono ammassati verso il confine europeo mentre le truppe greche cercavano di respingerle. Allora furono proprio Ursula Von der Leyen e lo stesso Sassoli a raggiungere la penisola ellenica e manifestare solidarietà ad Atene sostenendo che la Grecia fosse lo "scudo d'Europa".
L'Europa oggi è un continente spaventato dai suoi elettori che si esprime attraverso politiche di confine, che rischiano di diventare politiche di autoconfinamento. I soldi elargiti per proteggere le frontiere stanno esasperando e isolando le politiche di Paesi frustrati da un fenomeno che andrebbe gestito e non tamponato o arginato. Durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, ad aprile, il premier Draghi (senza mai scusarsi) aveva definito Erdogan un dittatore di cui si ha bisogno. Oggi l'utile dittatore è protagonista su due tavoli cruciali per la gestione del fenomeno migratorio, in Turchia, ovviamente, e in Libia. Sarà difficile perciò non fare i conti con lui anche sulle coste nordafricane, dove le trattative sul ruolo militare di Erdogan in Libia sono destinate a incrociarsi sul negoziato degli accordi sui migranti. E i negoziati, si sa, hanno dei costi. Il prezzo che paga l'Europa dopo il Consiglio del 24 giugno è di dieci miliardi. Il costo umano del Mediterraneo centrale, da gennaio, 800 morti.
di Roberto Mania
La Repubblica, 11 luglio 2021
I licenziamenti specchio di un capitalismo malato. Questo è un capitalismo malato. È malato di egoismi, di finanza, di ipocrisia: dà smaccatamente sempre più ai ricchi e toglie senza remore ai poveri, vecchi e nuovi. La sua malattia sta corrodendo dovunque le regioni della convivenza solidale tra le persone. Le lunghe catene della produzione del valore hanno sradicato le fabbriche dai territori, svalorizzato il lavoro, resi apolidi gli imprenditori, quando al loro posto non è arrivato l'algoritmo a comandare o la sola legge della remunerazione del capitale che guida l'azione dei fondi finanziari e non di rado anche quella dei gruppi multinazionali. La pandemia globale ha tolto la maschera a un modello di sviluppo (globale) sbagliato che ha moltiplicato le diseguaglianze nonostante abbia sottratto dalla povertà oltre un miliardo di persone, generato il rancore dei troppi esclusi, portato al potere i populisti in molte regioni del mondo, sconquassato l'ambiente (di tutti). Un po' alla volta ha travolto l'economia reale del globo, non solo quella delle sue periferie.
Risale all'inizio di maggio la morte della giovane operaia di Prato Luana D'Orazio rimasta intrappolata nell'orditoio probabilmente manomesso perché potesse funzionare più velocemente, violando le norme sulla sicurezza sul lavoro anche per competere con i bassi costi di produzione delle periferie del mondo. Perché c'è sempre una periferia più periferia che minaccia la sopravvivenza della tua produzione nel sistema dell'approvvigionamento globale. Nel mercato (pure in quello dove opera il "capitalismo politico" cinese, sia ben chiaro) c'è sempre qualcuno che si offre a costi inferiori, tanto più dopo la recessione globale generata dal Covid-19. L'Etiopia, per esempio, rispetto a Rupganj nel distretto industriale di Narayanganj, alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, dove giovedì scorso è scoppiato un terribile incendio in una fabbrica di succhi di frutta destinati ad essere esportati anche nei ricchi Stati Uniti d'America. Più di 50 operai sono morti, rimasti intrappolati nello stabilimento perché la porta di ingresso era chiusa dall'interno impedendo ai soccorritori di intervenire. Anche lì una violazione della legge locale che le autorità avevano inasprito dopo una serie di tragedie consumate proprio in quelle fabbriche che producono con i loghi globali, per gli scaffali dei consumatori globali. Gli industriali bengalesi si sono lamentati perché stanno cominciando a sentire il fiato sul collo della tigre africana di Addis Abeba. Periferie contro periferie, appunto.
Ma - l'abbiamo visto - c'è anche il nord del mondo. Quello dove ci sono le grandi fabbriche, le tutele sindacali, il welfare protettivo e risarcitorio, i diritti, un tempo l'area nobile della civiltà del lavoro. Un tempo. Venerdì scorso sulla posta certificata dei 422 operai della Gkn Driveline di Campi Bisenzio (periferia sì, ma di Firenze) è arrivata la lettera di licenziamento. Punto. Mittente il gruppo britannico Melrose che controlla la fabbrica di componenti per auto. Più o meno nello stesso modo si era "liberato", qualche anno fa, di 185 operai di Birmingham. Dev'essere lo stile della casa, da Padrone delle ferriere, il titolo del romanzo di Georges Ohnet, che però lo pubblicò nel 1882. Anche i 152 lavoratori della brianzola Gianetti, controllata da un fondo tedesco, sono stati licenziati con un messaggio via WhatsApp.
La globalizzazione con la sua inedita distribuzione e frammentazione del lavoro ci ha davvero riportati indietro, ma bisogna cominciare a fermare questa slavina. Il mercato ha le sue regole, ma non sono le uniche. Se il cosiddetto "avviso comune" firmato a Palazzo Chigi dal governo e le parti sociali non è sufficiente a fermare i "padroni delle ferriere" lo si cambi, lo si rafforzi, lo si adatti. Quello che sta accadendo riguarda tutti noi. Papa Francesco l'ha scritto con la sua efficace semplicità: "Per molto tempo abbiamo pensato di poter restare sani in un mondo malato. Ma la crisi ci ha fatto accorgere di quanto sia importante operare perché ci sia un mondo sano".
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 11 luglio 2021
La battaglia sulla Giustizia, il bivio sulla transizione ecologica e la sfida dell'Agenzia cyber testimoniano come l'Italia sia una nazione in bilico sulle riforme e decisiva per la ricostruzione dell'Unione Europea.
Il bilico è fra il populismo e il pragmatismo: da una parte c'è la lacerazione dei Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa in Parlamento grazie al voto del marzo 2018 dove prevalse la protesta, e dall'altra c'è il governo Draghi chiamato a risollevare la nazione dalla pandemia per cogliere l'occasione del Recovery Plan europeo. Non si tratta solo di una situazione di instabilità innescata dalla crisi del Movimento 5S, diviso fra il progetto di Giuseppe Conte e la fedeltà a Beppe Grillo, che priva la coalizione di maggioranza della coesione del partito numericamente più importante: c'è dell'altro. A confrontarsi sono due dimensioni diverse di tempo storico.
Come spesso avviene quando la Storia accelera nello stesso spazio, umano e geografico, si trovano a coesistere dimensioni del tempo contrastanti. Ed oggi in Italia c'è chi ancora vive nella dimensione della protesta populista, frutto della rivolta del ceto medio contro le diseguaglianze che ha segnato più Paesi dell'Occidente negli anni precedenti la pandemia, a fianco di chi invece è impegnato nella ricostruzione economica e civile per risollevarci dopo la pandemia. Lo spartiacque è il Covid-19: se il populismo accusava la democrazia rappresentativa di inefficienza, nasceva sulla sfiducia nelle istituzioni e si faceva beffa dello Stato di Diritto, i devastanti danni causati dal virus di Wuhan hanno dimostrato il valore dello Stato di Diritto, il bisogno di istituzioni più efficienti e la validità delle democrazie rappresentative dell'Occidente sul fronte della scienza, della ricerca, della medicina.
Dunque chi ancora si sente protagonista della rivolta populista vive congelato nel tempo della protesta mentre chi affronta la sfida della ricostruzione accetta la difficile sfida del presente. È una linea di demarcazione che passa non solo all'interno dei Cinque Stelle ma anche della Lega che fu l'altro partito vincitore delle elezioni del 2018, che condivise con i grillini il governo Conte I e che oggi è altrettanto lacerata fra chi ancora predica il sovranismo, basato sull'esaltazione delle radici etnico-nazionali, e chi invece lavora per rafforzare l'integrazione europea da cui dipende la sorte della ricostruzione economica. Tanto nella Lega come nei Cinque Stelle la differenza fra i due fronti è netta: chi cavalca ancora la protesta contro lo Stato, adoperando temi come i migranti o presunti complotti, si oppone a chi lavora per un'Italia protagonista della ricostruzione europea affrontando le difficili sfide che il piano Next Generation EU ci impone. C'è chi guarda all'indietro e chi guarda in avanti.
Di questo si è parlato durante la Repubblica delle Idee a Bologna, un laboratorio di proposte ed iniziative che ha visto interagire l'agenda delle riforme necessarie con i bisogni di un Paese a cui servono più protezioni, più lavoro e in ultima istanza più diritti. Sul palco di piazza Maggiore come al Teatro Comunale si sono confrontate visioni diverse sulle priorità della ripresa, sulle tipologie di welfare e sull'interesse nazionale dimostrando come la forza di una democrazia sta nella capacità di dibattere con franchezza prima di unirsi nelle decisioni. Che investono il bisogno di innovazione nel lavoro, sviluppo di un'economia sostenibile e più protezioni dei diritti nell'ambito di un grande patto sociale capace di consentire all'Italia di uscire più forte dalle riforme di pubblica amministrazione, giustizia e fisco. Per poter cogliere le opportunità che ci offrono le nuove tecnologie e la transizione ecologica a partire dal Green Deal che la Commissione Ue sta per approvare. È grazie al piano di resilienza e ricostruzione concordato proprio con Bruxelles che il nostro Paese ha davanti a sé un percorso di sei anni capace di accompagnarci sul palcoscenico della competizione globale. Trasformandoci in tassello strategico del rafforzamento dell'integrazione Ue. È un'occasione che vale la sorte di una generazione e per coglierla governo, aziende, lavoratori, famiglie e singoli cittadini sono chiamati a interpretare lo spirito repubblicano lì dove coniuga creatività personale, rispetto per le istituzioni e unità nazionale.
È questo il patto nazionale sulla ricostruzione auspicato, in forme e con linguaggi diversi, dal capo dello Stato Mattarella, dal premier Draghi e dal commissario europeo Gentiloni. I valori alla base della nostra Costituzione sono l'humus indispensabile della stagione della ricostruzione ma per consentire al Paese di superare resistenze ideologiche e ostilità burocratiche bisogna riuscire a unirsi, lasciandosi alle spalle la stagione della protesta populista-sovranista per entrare in quella delle opportunità. È un passaggio delicato e difficile che coinvolge ognuno di noi e conferma come in ultima istanza ad essere decisiva sarà la responsabilità personale: esercitandola saremo protagonisti della ricostruzione, dimenticandola resteremo prigionieri del passato.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 11 luglio 2021
Il collasso. L'Afghanistan sta rapidamente precipitando nel baratro di un conflitto civile: il peggiore degli scenari, forse più nefasto di una vittoria dei talebani. Gli americani hanno accelerato il ritiro, costringendo anche gli alleati della Nato ad anticipare la partenza, e lasciano un vuoto che neppure l'offensiva del movimento coranico è in grado di occupare. Il Paese si sgretola, aprendo la strada alla resurrezione dei signori della guerra. Ogni giorno nasce una nuova milizia, con il ritorno sulla scena dei comandanti che trent'anni fa guidarono la resistenza contro i sovietici e poi hanno combattuto i talebani. Vecchi condottieri mujaheddin come Ismail Khan, Abdul Rashid Dostum, Gulbuddin Hekmatyar stanno chiamando alle armi i loro fedeli e prendono posizione in città chiave come Herat, Mazar-I-Sharif e nella stessa capitale. Altri capi tribali ostili all'etnia pashtun mettono in campo forze di autodifesa mentre ci sono segnali di una ripresa della branca locale dell'Isis nella regione nord-orientale.
"Rischiamo di ripetere la situazione degli anni Novanta - ha profetizzato il generale Nick Carter, comandante della Difesa britannica - dove dominerà la mentalità dei signori della guerra e molte delle istituzioni più importanti, come le forze di sicurezza, si divideranno secondo linee tribali o etniche. Se accadrà, i talebani controlleranno parte del Paese ma non tutto l'Afghanistan". La stessa preoccupazione espressa da Austin Miller, il generale a cui il Pentagono ha affidato la gestione della ritirata statunitense.
Perché questo scenario fa tanta paura? Ogni fazione cercherà una potenza straniera che la sostenga. Oggi Dostum, l'uomo che nell'ottobre 2001 accompagnò i commandos americani nella celebre carica a cavallo contro i talebani, lancia i suoi proclami dalla Turchia, nazione che potrebbe prendere il controllo dell'aeroporto di Kabul. Hekamatyar guida un partito islamico, sospettato di legami con l'Iran. Anche Ismail Khan in passato è stato protetto da Teheran e oggi i suoi tajiki guardano anche alla Russia. E non a caso Mosca ha intensificato i contatti con altri signori della storica Alleanza del Nord, più vicina alle sue frontiere. Il governo del presidente Ghani oltre al sostegno degli Usa nell'ultimo periodo si è avvicinato all'India. I talebani contano sul Qatar e hanno rapporti controversi ma forti con il Pakistan, che è il principale alleato della Cina.
Insomma, l'Afghanistan rischia di diventare una copia del Libano anni Settanta, con tanti eserciti che combatteranno per sé e per conto terzi. E con tante basi terroristiche. I signori della guerra cercheranno di finanziarsi con traffici di droga, estorsioni e rapimenti, azzerando le realtà imprenditoriali e commerciali nate nel Paese in questo ventennio. E tutti tenteranno di ottenere il sostegno sul campo di truppe esperte, mercenari o guerriglieri. Al Qaeda si impose al fianco dei talebani proprio offrendogli denaro e veterani per andare all'assalto di Kabul. Nelle valle di Surabi - pacificata quindici anni fa dagli alpini italiani - sono ricomparsi i killer di Lashkar-e-Taiba, attiva nel Kashmir e protagonista del terribile assalto a Mumbai del 2008 che provocò 175 morti. E l'Isis, sorta all'improvviso nel Nord grazie ad appoggi mai chiariti, cerca di fare reclute promettendo di creare presto un "Califfato d'Afghanistan".
Nel giro di mesi, le vallate afgane potrebbero popolarsi di campi d'addestramento e centrali operative, dove pianificare attentati in tutto il mondo praticamente senza correre rischi. Pechino, Mosca, Teheran, Nuova Delhi e persino Islamabad sono molto preoccupate per questa minaccia, che potrebbe riversare il terrore nei loro confini: i pachistani stanno velocemente completando una barriera sulla frontiera afgana, un reticolato lungo più di duemila chilometri con sensori per controllare i movimenti e fortini presidiati da commandos. Ma anche l'Occidente ha da temere. In tutto il Paese non resterà una sola struttura della Nato e non ce ne saranno più nemmeno negli Stati confinanti. L'intelligence americana non avrà più uomini sul campo, né alleati affidabili: potrà contare soltanto su droni spia e aerei da ricognizione basati a migliaia di chilometri di distanza. Insomma, quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è la nascita di una colossale sorgente di instabilità globale. Di cui rischiamo di pagare le conseguenze per decenni.
di Luca Cereda
Vita, 10 luglio 2021
Uno degli emendamenti al ddl di riforma del processo penale, voluto dalla ministra della Giustizia e approvato dal Consiglio dei Ministri, disciplina in modo organico il metodo della giustizia riparativa. Nel rispetto di una direttiva europea e nell'interesse sia della vittima che dell'autore del reato.
di Cinzia Sciuto
micromega.net, 10 luglio 2021
Intervista a Luigi Pagano. Le inaudite violenze di Santa Maria Capua Vetere dovrebbero essere l'occasione per modificare radicalmente l'organizzazione delle strutture penitenziarie. Luigi Pagano, ex direttore di carcere, ci spiega perché e come. Le inaudite violenze che si sono verificate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere impongono di interrogarsi sulle condizioni delle carceri italiane, per capire come tali fenomeni siano anche solo possibili. Nel carcere vivono i detenuti, vi lavorano gli agenti penitenziari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 luglio 2021
Il parere del Garante mauro palma dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere. "L'identificazione delle forze di polizia è un elemento di preoccupazione e un problema che avevo sollevato 20 anni fa per Genova e continuo a sollevare. C'è una necessità che le forze di polizia agiscano in maniera riconoscibile". Lo ha detto il garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, durante la presentazione del libro "La vendetta del boss. L'omicidio di Giuseppe Salvia" di Antonio Mattone nell'aula magna dell'Università Federico II di Napoli.
di Nello Trocchia
Il Domani, 10 luglio 2021
"Io non sono riuscito a vederli interamente i video, ho provato brividi. Ma quella scena dei detenuti che passavano sotto i cordoni mi ha impressionato. Successe anche a me, ma erano gli anni ottanta", dice Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli. "Non ho ancora capito come sono riuscito a salire, io non ce la facevo più a camminare. Non ho mai preso così tante botte in vita mia", dice un ex detenuto che ha denunciato. "A me non sembra una cosa normale, dopo articoli, dopo denunce, che mio fratello sia rimasto nello stesso reparto con i suoi aguzzini per mesi. Come avrebbe potuto denunciare? Ha avuto paura di ritorsioni", racconta il familiare di uno dei detenuti picchiati.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 10 luglio 2021
È ricomparso ieri fra noi Alfonso Bonafede. Interrompendo il silenzio stampa che gli esponenti del Movimento Cinque Stelle osservano da quando Conte e Grillo sono ai ferri corti l'ex ministro di Giustizia ha scelto un post su Facebook, sede ormai quasi esclusiva del dibattito politico, per intervenire con parole nettissime sul caso che tiene banco da giorni.
Era molto atteso a raccontare la sua versione dei fatti sulla mattanza di Santa Maria Capua Vetere: uno squadrone punitivo di agenti penitenziari privi di insegne ha massacrato di botte i detenuti inermi. L'unica ragione per cui da settimane si parla della mattanza è che per sbaglio una telecamera di sorveglianza è rimasta accesa ed ha filmato le violenze.
Le quali violenze, si suppone, e in qualche raro caso si sa da testimonianze inascoltate, possono avvenire anche quando le telecamere sono spente - dalla Caserma di Bolzaneto a Genova, vent'anni fa, sino ad oggi. Penso a come si devono sentire di fronte a quelle immagini i familiari di persone detenute, magari in attesa di giudizio. Non che i criminali conclamati si possano prendere a botte, naturalmente: è solo per ricordare che migliaia e migliaia di persone in carcere devono essere ancora giudicate.
Il pilastro del garantismo, la presunzione di innocenza: i fondamenti dello Stato di diritto. Mano, non è su questo che è intervenuto Bonafede. Ha invece bocciato la riforma della giustizia di Marta Cartabia, che ha preso il suo posto al ministero, e i Cinque Stelle che l'hanno approvata con "timoroso e ossequioso benestare": "Il più grande e grave fallimento di uno Stato di diritto", ha detto. Uno dei più gravi, semmai, diciamo. Ma attendiamo il suo prossimo post su Facebook.
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