di Gian Domenico Caiazza*
Il Dubbio, 10 luglio 2021
Oggi il forcaiolismo nostrano è listato a lutto. La riforma (sia detto senza offesa) della prescrizione firmata 5 stelle è deceduta. Piangono, i poveretti, la dipartita di una grande conquista di incompresa civiltà. Quella per la quale se uno Stato, per propria incapacità strutturale, non sa impiegare meno di una decina di anni per stabile se sei innocente o colpevole, beh chissenefrega. Devi rimanere prigioniero del tuo processo fino a quando ci aggrada. Stai lì e aspetta, quando stiamo comodi te lo diremo, se la tua presunzione di innocenza (che palle con ' sta storia, suvvia!) debba trovare conferma o smentita. Nel frattempo, la tua vita è maciullata, divorata dal pubblico discredito. Sei un presunto colpevole d'altronde, la prossima volta imparerai a non metterti in condizione di essere sospettato.
Sarei curioso di sapere cosa ne pensano gli alfieri di questa roba - i Caselli, i Davigo, i Travaglio e travaglini vari, nonché i sommi giuristi di comesichiama Appula - della recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che in tema di prescrizione ha appena finito di ribadire i seguenti principi: "Il rispetto del principio di legalità richiede, quindi, che la norma, la quale in ipotesi ampli la durata del termine di prescrizione (art. 157 cod. pen.), ovvero ne preveda il prolungamento come conseguenza dell'applicazione di una regola processuale, sia sufficientemente determinata". Ed ancora, che il rispetto del principio di legalità esige "la predeterminazione per legge del termine entro il quale sarà possibile l'accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale".
Sapete cosa significa questo, illustri signori? Che la vostra conquista di civiltà è, molto semplicemente, un obbrobrio fuori dalla Costituzione. Firmato: Corte costituzionale. Senonché il Paese è così malridotto, che da due mesi stiamo impazzendo per capire come non irritare gli artefici e i corifei di una simile porcheria. Invece di come si diceva un tempo - mandarli a ripetizione di diritto costituzionale, tocca rispettarne "l'identità politica", che si risolve ormai solo in quella robetta incostituzionale lì. E poiché questo non è più oltre possibile e tollerabile, è toccato dargli il contentino forcaiolo buono per tutte le stagioni.
Inseriamo qualche reato "identitario" nel famoso catalogo (mafia, terrorismo, violenza sessuale eccetera) per i quali il giudice, a determinate condizioni, potrà prorogare di un annetto il nuovo termine di prescrizione processuale (due anni per l'appello, un anno per la Cassazione). Quindi dentro corruzione, concussione, peculato. Per questi eroi del nostro tempo, la cosa riveste evidentemente una funzione analgesica, balsamica. Almeno questo! Hanno frignato.
E il governo li ha dovuti accontentare, a quanto pare contro la volontà degli altri partner di maggioranza, ma quando devi quadrare un cerchio può accadere anche questo. Quindi ora un processo - per dire - a carico di un vigile urbano che ha preteso mille euro dal barista per chiudere un occhio sui tavolini messi fuori senza licenza, può finalmente durare un po' di più del processo al bancarottiere miliardario che ha depredato migliaia di risparmiatori. Sono soddisfazioni, diciamoci la verità. È confortante sapere che ci sono costoro - i Di Battista, i Crimi, quell'altra dello scatarro (mi sfugge il nome), gli Scanzi e i Barbacetto eccetera - a vegliare su ciò che resta della pubblica moralità. Certo, hanno dovuto arrendersi alla Corte costituzionale, ma almeno qui hanno tenuto il punto caspita.
Questo, amici miei, è il Paese nel quale, al momento, ci tocca vivere. Quale "riforma della giustizia" potevamo e possiamo seriamente attenderci da queste macerie del diritto, della ragione, e anche del senso del ridicolo? E infatti il prodotto di una simile "mission impossible" è una cosa mezza sì e mezza no, costellata da qualche buona idea, da tante altre abortite a svuotate, e da altre ancora contro le quali occorrerà che il Parlamento si impegni molto seriamente.
Oggi possiamo dire questo: la obbrobriosa riforma Bonafede della prescrizione è alle spalle; il tentativo di stravolgere il processo di appello è stato in larga parte sventato; qualche altra buona idea, di schietta ispirazione costituzionale, è stata incartata dal Governo in una legge delega che, non dimentichiamolo, era da brividi. È la riforma del processo che vorremmo, e che scriveremmo noi? Nemmeno lontanamente, ed il nostro impegno per migliorarla ora dovrà moltiplicarsi. Ma, questo essendo il Paese che abbiamo democraticamente scelto di darci, almeno salutiamo come merita la fine di una stagione che non avremmo mai voluto vivere, e che ora comincia davvero a scivolarci dietro le spalle.
Che quella della ministra Cartabia sia più o meno una "mission impossible" è chiaro a tutti. I temi della giustizia penale sono radicalmente identitari per tutte le parti in gioco. I pentastellati sono avvinghiati al loro mostriciattolo - la riforma Bonafede della prescrizione - come le cozze allo scoglio; la Lega continua a voler essere il partito del "buttate le chiavi" delle galere, dunque strepita appena si mette mano a riti alternativi e pene diverse dal carcere; Forza Italia appena fiata viene sospettata di essere il partito degli avvocati di Berlusconi; il Pd, come da tradizione, si occupa solo di interpretare i desiderata più minuti e dettagliati della magistratura associata. Lavoro quest'ultimo, del tutto inutile: ci pensa già l'Ufficio Legislativo del ministero, da sempre consegnato agli avamposti della magistratura distaccati, come una falange oplita, presso le felpate stanze di via Arenula.
Siamo l'unico Paese al mondo - ripeto: l'unico in tutto il mondo - che affida la amministrazione qualificata della politica di governo sulla giustizia al potere giudiziario, e non è certo un caso che quella del sacrosanto divieto di distacco dei magistrati nell'esecutivo sia l'unica riforma sulla quale non si riesce nemmeno ad iniziare una parvenza di discussione.
Siamo tutti in attesa di conoscere il testo degli emendamenti governativi alla legge delega, frutto di questo generoso tentativo di quadratura del cerchio. Siamo solidali con l'immane sforzo della Ministra, apprezziamo molto che - almeno da quanto ci dicono le cronache - abbia concreta considerazione di alcune delle obiezioni fondamentali che i penalisti hanno sollevato nelle loro interlocuzioni con il Governo (no al blocco della prescrizione, no alla compressione del diritto di impugnazione delle sentenze), e ne valuteremo gli esiti. Ma intanto, sarebbe il caso che nessuno dimentichi che le sentenze della Corte costituzionale, almeno quelle, debbano prevalere sulle testarde pretese identitarie delle forze politiche.
Mi riferisco alla sentenza che la Corte costituzionale ha pronunziato solo qualche giorno fa in tema di prescrizione. In soldoni, si è dichiarata incostituzionale la norma emergenziale Covid che prevedeva la sospensione del decorso della prescrizione determinata da imprevedibili esigenze organizzative di ciascun ufficio giudiziario. Ebbene, nel motivare la decisione la Corte ha statuito un principio le cui ricadute sulla sciagurata riforma Bonafede appaiono inesorabili. Afferma infatti la Corte che "la garanzia del principio di legalità richiede che la persona incolpata di un reato deve poter avere previa consapevolezza della disciplina della prescrizione concernente sia la definizione della fattispecie legale, sia la sua dimensione temporale".
Per conseguenza, "Il rispetto del principio di legalità richiede, quindi, che la norma, la quale in ipotesi ampli la durata del termine di prescrizione (art. 157 cod. pen.), ovvero ne preveda il prolungamento come conseguenza dell'applicazione di una regola processuale, sia sufficientemente determinata".
La riforma Bonafede ha esattamente introdotto una "regola processuale" (sospensione del corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado) che comporta come conseguenza un prolungamento assolutamente indeterminato di un termine che la Corte ritiene invece indispensabile sia prefissato. Quale? "la predeterminazione per legge del termine entro il quale sarà possibile l'accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale". Difficile essere più chiari di così nel dire che il principio barbaro sancito da quella riforma, per il quale il cittadino, dopo la sentenza di primo grado, resta prigioniero del proprio processo fino a quando lo Stato non deciderà, con tutto comodo, di concluderlo, si colloca al di fuori di ogni parametro di legalità costituzionale.
Morale: capisco le questioni di identità politica, capisco i rapporti di forza in Parlamento, capisco tutto. Ma a quel tutto c'è un limite: nessuno può pretendere il rispetto di un principio di inciviltà giuridica così esplicitamente qualificato come incostituzionale da un pronunciamento fresco fresco della Corte costituzionale. Se qualcuno avesse la bontà di spiegare ai 5S, con parole semplici, il senso di questa sentenza (n. 140/ 2021), in modo che alla fine riescano anche a comprenderlo, faremmo tutti un bel passo avanti.
*Presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane
di Paolo Riva
Corriere della Sera, 10 luglio 2021
Compie 30 anni la legge sulle "infiltrazioni", applicata 356 volte. E la percentuale annua dei Comuni colpiti non è cambiata di molto. Strumento utile ma da aggiornare, specie su appalti e trasparenza.
L'ultimo in ordine di tempo è stato Marano, in provincia di Napoli. A metà giugno questo Comune campano di quasi sessantamila abitanti è stato sciolto per infiltrazioni della camorra e ha portato le amministrazioni fermate nel nostro Paese a quota 205. Il 20 per cento di queste, pari a 41 Comuni, è stato sciolto per mafie. E cioè, dice la legge, perché sono emersi "concreti, univoci e rilevanti elementi sui collegamenti degli amministratori con la criminalità organizzata".
Come ben spiegato da Openpolis, che su questo tema ha istituito un osservatorio specifico, si tratta di "una misura di prevenzione straordinaria" che "si applica quando esiste il reale pericolo che l'attività di un Comune o di un'altra amministrazione locale sia piegata agli interessi dei clan mafiosi". Lo strumento è stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 1991, trent'anni fa esatti. Da allora sono stati 356 gli scioglimenti, distribuiti su 262 Comuni. Non è raro infatti che alcuni vengano commissariati anche più volte, come nel caso di Marano, che era stato già toccato dal provvedimento in altre tre occasioni.
Ma cosa succede esattamente quando un'amministrazione viene sciolta per mafia? Sindaco, assessori e consiglieri comunali perdono le loro cariche e vengono sostituiti nella gestione provvisoria del Comune da una commissione straordinaria di tre funzionari statali, che resta in carica per un periodo che va da un minimo di un anno a un massimo di due, in casi eccezionali. Poi si torna a votare. Nel prendere questo provvedimento, quindi, le autorità devono prendere in considerazione sia la doverosa lotta alla criminalità organizzata sia il rispetto della volontà popolare, decidendo quando la prima prevale sulla seconda. Quest'anno, è successo cinque volte. Lo scorso, undici. Nel 2019, ventuno. E numeri simili si sono registrati anche negli anni precedenti, con il picco massimo raggiunto nel 1993, con 34. Trovare una tendenza nel corso degli anni però è difficile: i valori spesso oscillano e i fattori che influenzano l'andamento sono numerosi. La pandemia per esempio ha posticipato la data delle elezioni amministrative e quindi ha prolungato alcuni commissariamenti ma, al tempo stesso, ha anche complicato le attività delle prefetture, uno degli organi con il compito di proporre gli scioglimenti. A livello geografico invece la situazione è più chiara. I dati di Avviso Pubblico, associazione di enti locali contro la corruzione, evidenziano come la stragrande maggioranza dei comuni sciolti si trovi al Sud. Calabria, Campania e Sicilia contano per quasi il 90 per cento dei provvedimenti dal 1991 ad oggi.
"Eppure, ormai è noto, la presenza mafiosa esiste anche al nord. L'hanno sancito inchieste e commissioni", commenta Simona Melorio, ricercatrice di criminologia all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Conferme A confermarlo è anche il Ministero degli Interni che, nell'ultima relazione annuale sul tema, scrive: "Lo scioglimento del consiglio comunale di Saint Pierre in Valle D'Aosta, disposto nel 2020, è il nono provvedimento dissolutorio disposto nei confronti di un Comune del Nord e il primo cha ha interessato la Regione". La geografia dei comuni sciolti, quindi, potrebbe cambiare, ma secondo Melorio andrebbe cambiata anche la legge, in meglio.
"La normativa del 1991 nasce da un'idea molto giusta: la forza delle mafie sta nel loro saper dialogare con pezzi di politica e di stato. Dopo 30 anni e alcune modifiche, però, la legge andrebbe ulteriormente aggiornata per combattere meglio le mafie anche al nord. Lì la presenza della criminalità organizzata è più legata all'economia, più subdola e meno riconoscibile", sostiene la ricercatrice, che ha collaborato con Avviso Pubblico. Una definizione ancora più precisa degli elementi "concreti, univoci e rilevanti" che collegano mafie e amministrazioni sarebbe quindi un modo per migliorare la situazione. Un altro potrebbe essere una più efficace applicazione della legge 190 del 2012, che prevede la rotazione dei dirigenti pubblici per abbassare il rischio di corruzione.
Infine, aggiunge Melorio, sarebbe importante anche una maggiore trasparenza nei documenti delle commissioni, che oggi non sono pubblici. "Se, per esempio, un Comune viene sciolto per appalti dati a una certa azienda l'opinione pubblica non sa se questa ha continuato a lavorare anche in seguito. Più trasparenza - conclude la ricercatrice - potrebbe portare anche a più fiducia dei cittadini nelle istituzioni".
di Giulia Merlo
Il Domani, 10 luglio 2021
Al via il XXIII congresso di Magistratura democratica a Firenze. L'evento segna un passaggio fondamentale per il gruppo associativo, chiamato a discutere non solo il contenuto delle riforme della giustizia, ma anche la propria collocazione dentro Area. Sul tema del ruolo dei gruppi associativi e della crisi della magistratura è intervenuto il professor Luigi Ferrajoli, con una lectio magistralis che si è chiusa con un lungo applauso. A seguire, la relazione della segretaria Maria Rosaria Guglielmi e le tavole rotonde dedicate al Csm e all'ordinamento giudiziario, al diritto e al processo penale.
La colpa è del carrierismo - Ferrajoli ha ragionato su quali misure sono idonee a garantire indipendenza e imparzialità della giurisdizione, e "perciò da un lato a garantire e a rifondare la legittimazione e la credibilità della magistratura e, dall'altro, a porre riparo ai guasti dell'autogoverno rivelati dagli scandali recenti". Quanto all'indipendenza, Ferrajoli ha richiamato la prima battaglia di Md, negli anni Sessanta, "contro le carriere e le gerarchie". Contro il carrierismo suggerisce tre rimedi. La prima, "la regola deontologica, per così dire di stile, dovrebbe consistere nel rifiuto della carriera: nell'aspirazione, più che ai ruoli dirigenti, al miglior esercizio dei ruoli giurisdizionali, a garanzia dei diritti fondamentali delle persone".
La seconda, "ridurre quanto più possibile i poteri dei dirigenti degli uffici - a cominciare dai poteri di assegnazione dei processi, che andrebbero sempre sostituiti, anche nell'organizzazione delle procure, da meccanismi automatici - onde ridurre le ragioni delle ambizioni a ricoprirli" con l'abolizione dunque della riforma Castelli del 2006. La terza, "riabilitare, quale criterio di conferimento degli incarichi direttivi, il vecchio principio oggettivo dell'anzianità, ovviamente salvo che il più anziano abbia chiaramente demeritato. I giudizi di professionalità potrebbero quindi limitarsi alla sola segnalazione dell'inidoneità del magistrato. Certamente il criterio dell'anzianità può apparire un prezzo. Ma tutte le garanzie hanno un prezzo". In sintesi, se l'indipendenza interna è minacciata "allora il rimedio deve essere radicale: la riduzione sia dei poteri dei capi degli uffici che dei poteri di chi designa i capi".
I tre rifiuti - Per garantire l'indipendenza, infine, i magistrati dovrebbero attenersi ad altre tre regole. "Il rifiuto di ogni atteggiamento partigiano o settario, non solo da parte dei giudici ma anche dei pubblici ministeri. La giurisdizione non conosce - non deve conoscere nemici, neppure se terroristi o mafiosi o corrotti - ma solo cittadini. È chiaro che questa concezione del processo esclude non solo qualunque spirito partigiano o settario, ma anche l'idea, frequente nei pubblici ministeri, che il processo sia un'arena nella quale si vince o si perde".
"Il rifiuto del protagonismo giudiziario, oggi favorito dai media televisivi. L'imparzialità è incompatibile con il protagonismo dei magistrati. Dobbiamo riconoscere che ogni forma di protagonismo dei giudici nei rapporti con la stampa o peggio con la televisione segnala sempre, inevitabilmente, partigianeria e settarismo, incompatibili, ripeto, con l'imparzialità. Di qui il valore della riservatezza del magistrato riguardo ai processi di cui è titolare".
Infine, Ferrajoli elenca "l'etica del dubbio quale elemento essenziale della deontologia giudiziaria, e perciò il rifiuto di ogni arroganza cognitiva, cioè della convinzione di essere in possesso della verità, la prudenza del giudizio - da cui il bel nome "giuris-prudenza" - come stile morale e intellettuale della pratica giudiziaria, la disponibilità all'ascolto di tutte le diverse ed opposte ragioni e alla rinuncia alle proprie ipotesi di fronte alle loro smentite".
La relazione di Guglielmi - È seguita la relazione della segretaria di Md, Maria Rosaria Guglielmi. I temi principali: la crisi della magistratura e dell'autogoverno; le riforme e l'autonomia di Md per il futuro. Sulla crisi della magistratura, Guglielmi ha detto che "la crisi innescata dallo scandalo delle nomine ha mostrato in questi mesi pericolosi segnali di avvitamento intorno a un intreccio, sempre piu' inestricabile, fra cause irrisolte delle degenerazioni e delle cadute, analisi incompiute e letture strumentali, proposte di cure sbagliate, tentativi di rinnovamento di facciata e progetti concretissimi, capaci di travolgere l'assetto costituzionale voluto a tutela di una giurisdizione indipendente. Dopo l'iniziale rivolta venuta dalle assemblee autoconvocate, la magistratura appare immobile, percorsa da divisioni e contrapposizioni al suo interno, incapace di dare segnali riconoscibili di una svolta unitaria verso il necessario cambiamento".
Il clima nel paese, infatti, è quello "della più recente stagione di imperante populismo: la volontà del popolo contro i giudici-nemici del popolo, l'interesse dei cittadini contro privilegi della corporazione, i giudici che se vogliono interpretare le leggi devono farsi eleggere. È un argine che sta cedendo sotto il peso di questi attacchi ripetuti. È l'argine che in democrazia protegge le istituzioni dalle pericolose delegittimazioni".
Secondo Guglielmi, la crisi innescata dallo scandalo delle nomine "ha mostrato in questi mesi pericolosi segnali di avvitamento intorno a un intreccio, sempre più inestricabile, fra cause irrisolte delle degenerazioni e delle cadute; analisi incompiute e letture strumentali; proposte di cure sbagliate, tentativi di rinnovamento di facciata e progetti concretissimi, capaci di travolgere l'assetto costituzionale voluto a tutela di una giurisdizione indipendente".
Il rapporto con Area - Infine, Guglielmi è entrata nel merito della posizione di Md rispetto al gruppo di Area. "Dopo il mandato ricevuto a Bologna, abbiamo cercato di riavviare il percorso di Magistratura democratica, ritrovando slancio e presenza come soggetto collettivo nella societa?, nella magistratura, e come parte importante del fronte progressista rappresentato da AreaDG" ma, ha aggiunto, "l'impegno a continuare nel percorso unitario, anche come gruppo non ha portato ai risultati attesi".
La critica è chiara: "Chi in questi anni piu? ha lavorato a questo progetto, e con questa prospettiva, ha scommesso sulla capacita? di aggregazione che nasce dall'unita? nei valori e ha scommesso sul pluralismo interno di AreaDG, come tratto caratterizzante di un nuovo soggetto", tuttavia "nessuna delle proposte che hanno in seguito variamente declinato l'opzione di cedere sempre più soggettività a favore di AreaDG, e di arrivare ad una unita? di voce anche all'esterno, ha mai chiaramente teorizzato lo scioglimento di Magistratura democratica. E la richiesta di maggiore investimento politico in AreaDG si e? sempre fondata sull'assunto dell'irrilevanza dei contenitori rispetto alla preminenza dei contenuti".
Volendo ricostruire il percorso passato, "le ragioni dell'evoluzione dei nostri rapporti interni sono strutturali ma sempre piu? chiaramente nel tempo ne e? emersa la cifra politica. Il mancato scioglimento dei gruppi fondatori, per molti necessario punto di approdo del progetto di fare uscire AreaDG dallo stato di liquidita?; in parallelo, la scelta di AreaDG di strutturarsi nelle forme di gruppo, di cui in origine voleva rappresentare il superamento, con la sua dirigenza e i suoi iscritti; quella di Magistratura democratica di non assecondare la prospettiva".
In conclusione, le perplessità sono emerse in modo sempre più evidente, anche a causa di quelli che Guglielmi chiama "processi paralleli a quelli dichiarati e ribaditi nelle mozioni congressuali unitarie. Percorsi non esplicitati nei nostri luoghi di discussione e di confronto". La richiesta di Guglielmi è di "giudicare se questa dirigenza ha represso il dissenso interno, guidando il gruppo verso l'autoreferenzialita? e la chiusura, dividendo e indebolendo il percorso di AreaDG, o se invece la linea unitaria ha dato sempre concretissima prova di se? con il sostegno unitario, decisivo e convinto al progetto di AreaDG, e a tutti i candidati chiamati ad attuarlo nell'autogoverno e in ANM".
L'interrogativo sarà il filo rosso che guiderà gli interventi congressuali dei prossimi tre giorni, in cui Md è chiamata a scegliere il suo futuro. La sensazione tra i congressisti è che la linea probabile sia quella di una dichiarazione di indipendenza da Area in virtù proprio di una divaricazione di intenti tra i due gruppi associativi. I primi interventi della giornata, infatti, si sono focalizzati su questo punto e hanno confermato una volontà di chiarificazione tra due gruppi, dopo che da anni il rapporto non era più funzionale. Dovrebbe rimanere, però, la possibilità per i magistrati di iscriversi a entrambe le correnti. Incognita, invece, rimane la formazione eventuale di un gruppo autonomo in Anm e Csm.
di Simona Giannetti
Il Riformista, 10 luglio 2021
La decisione dei magistrati di sorveglianza di Milano, che hanno scarcerato Ambrogio Crespi il 23 giugno scorso, ha un valore che scavalca i confini del singolo caso. "Nei lunghi anni trascorsi dal fatto oggetto della condanna, ad oggi Crespi Ambrogio non solo ha condotto la sua esistenza nei binari della legalità, in una dimensione ... che non ha registrato ombre, ma ha indirizzato le proprie capacità professionali verso produzioni pubblicamente riconosciute come di alto valore culturale di denuncia sociale e impegno civile, ed efficaci strumenti di diffusione di messaggi di legalità e di lotta alla criminalità. Proprio questo impegno, che lo ha portato via via ad essere identificato come esempio positivo dal pubblico delle sue opere e da chi gli ha conferito vari riconoscimenti, appare come elemento eccezionale nella valutazione delle ripercussioni di una pena detentiva applicata a distanza di molti anni per un reato riconducibile proprio alla criminalità organizzata".
Questo è quanto scrivono nell'accogliere la richiesta del differimento della pena, che scadrà il 9 settembre prossimo, a sei mesi dall'irrevocabilità della sentenza. A distanza di una decina di anni dal fatto, pur senza aver mai smesso di rivendicare la sua innocenza, Crespi accettava la decisione definitiva e l'11 marzo scorso si costituiva nel carcere di Opera. Dello "stile di comportamento tale da apparire certamente al di fuori del contesto detentivo" scrive la relazione dell'istituto penitenziario; l'assenza di collegamenti con la criminalità è l'esito delle rituali note delle direzioni nazionale e distrettuale antimafia. Evidente è l'anacronismo giuridico di una pena in carcere a ogni costo, che si scontra con l'urgenza di un correttivo in nome della giustizia sostanziale. Diversamente significherebbe accettare il rischio di trasformare la pena in una duplicazione del percorso di riabilitazione: se il carcere è rieducazione, la sua inutilità nei confronti di una persona chiaramente reinserita socialmente diviene trattamento inumano e degradante, seppur ritualmente disposto con una sentenza di condanna.
È qui che il caso Crespi fa i conti con un ordinamento, che non prevede l'ipotesi della rieducazione inesigibile al di là dell'automatismo della pena a ogni costo: cosa che fa il paio con l'irrinunciabile pretesa punitiva dello Stato, che utilizza l'alibi della rieducazione senza prevedere gli anticorpi a una pena ingiusta nei confronti del condannato che, durante l'attesa di un processo che duri ben oltre i tempi della funzione risocializzante della pena, abbia già dato prova di aver riparato nei fatti e di essersi riabilitato. È qui che si esprime tutta l'urgenza di riparare nell'ordinamento al rigorismo legislativo della pena che si presenti illogica: il fatto che Crespi fosse stato letteralmente dimenticato dallo Stato per quasi nove anni e che, solo a sentenza definitiva, fosse stato costretto a fare le valigie per entrare in una cella, era già un anacronismo. Del resto anche l'impegno artistico dei suoi film costituirebbe una forma di riparazione. La domanda di grazia è stata per Crespi la richiesta di un atto di clemenza che, come scrivono anche i magistrati nel considerarla non manifestamente infondata ai fini del differimento della pena, risponde a "un'esigenza di rimedio agli anacronismi legislativi".
Ciò avviene in un contesto normativo, in cui la irrinunciabile pretesa punitiva dello Stato, in termini di carcere ad ogni costo, va a braccetto con l'automatismo della pena detentiva per condanne al di sopra dei 4 anni - soglia che non ha limiti nel caso si versi nell'ipotesi dei reati dell'art 4 bis dell'ordinamento penitenziario. Nel suo ultimo Congresso, Nessuno tocchi Caino dedicò un'ampia discussione al tema del diritto penale e della pena in una sessione dal titolo, appunto, "Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale". Oggi, anche in attesa del Congresso che si terrà a dicembre, conforta sapere che la Guardasigilli Marta Cartabia, emerita Presidente della Consulta, abbia dichiarato di recente che una riforma del sistema penale non possa lasciar fuori, senza essere incompleta, la materia dell'esecuzione della pena: sullo sfondo c'è la sua idea di un sistema sanzionatorio che si orienti verso il superamento del carcere, come unica risposta al reato, e che dia spazio all'incremento del valore delle condotte riparatorie.
Vogliamo essere speranza e augurarci che il caso Crespi possa costituire fonte di ispirazione per un rinnovamento dell'esecuzione penale, che non consideri più il carcere come l'unica via della rieducazione. L'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Milano è una traccia perfetta per una riforma legislativa, tanto necessaria quanto urgente, volta ad affrontare e risolvere le migliaia di altri casi di condannati in via definitiva per i quali la pena carceraria può rivelarsi in concreto non solo inutile, ma anche dannosa.
di Alessandro Pirozzi
internapoli.it, 10 luglio 2021
Si chiama Rosario Toriello il detenuto che, due giorni fa, ha tentato il suicidio nel carcere di Avellino. L'uomo, 63 anni, ha utilizzato un lenzuolo per compiere l'estremo gesto, procurandosi anche un taglio alla gola. Ora è in coma, dopo i primi soccorsi della Polizia Penitenziaria e poi del personale sanitario.
La storia di Rosario, il 63enne aveva già tentato una volta il suicidio - A quanto pare non è la prima volta che il detenuto ha tentato di uccidersi. Ma iniziamo dalla sua storia e, per fare questo, bisogna tornare indietro a 25 anni fa. L'uomo è accusato di associazione a delinquere e contraffazione. Rosario lavorava in un deposito che realizzava prodotti 'pezzotti'. Dopo 25 anni, a dicembre 2020, la causa finisce in Cassazione e quando la sentenza diventa definitiva, con fine pena nel 2031, tra 10 anni, Rosario si costituisce nel carcere di Secondigliano. Lì resta per un mese, fino a quando non scatta il trasferimento nella casa circondariale di Avellino.
Per il 63enne non è facile. L'uomo, infatti, combatte anche contro un tumore alla prostata. Dopo un primo tentativo di suicidio, sono allertate le autorità, sia per le sue condizioni di salute sia per il supporto psicologico di cui ha bisogno: fuori dal carcere, infatti, Rosario era seguito da psichiatri e psicologi. Nel corso della permanenza l'uomo ha espresso costantemente il suo malessere e, in diverse occasioni, avrebbe accennato anche al folle gesto commesso poi lo scorso 7 luglio.
Lo sfogo del figlio - "Dopo 25 anni la causa è finita in Cassazione e mio padre avrebbe dovuto scontare una pena fino al 2031. Nel carcere è stato lasciato da solo, perché aveva già tentato il suicidio e noi lo abbiamo fatto presente alle autorità. Abbiamo tutto documentato". Inoltre, sulle condizioni di Rosario: "Adesso è ricoverato all'ospedale Moscati di Avellino, dove si trova in coma. Inoltre - spiega il figlio Luigi - i medici ci hanno riferito che potrebbe uscirne anche in stato vegetativo. Non riesco a darmi un perché". Anche nelle chiamate di famiglia, Rosario dimostrava il suo malcontento: "Ci diceva che ogni giorno lottava contro i suoi demoni, e che prima o poi avrebbe tentato il folle gesto". Adesso non resta altro che tanta rabbia nei familiari di Rosario, convinti che la vicenda poteva concludersi diversamente. L'uomo adesso è costretto a lottare per restare accanto alle persone di cui ha bisogno, strette nel dolore e nella rabbia per quanto accaduto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 luglio 2021
Nel Cpr di Via Corelli a Milano sono in aumento i migranti con patologie psichiche. Lo denuncia l'associazione Naga, alla quale le cooperative che gestiscono il Cpr hanno chiesto un aiuto. C'è bisogno di medici volontari che effettuino visite specialistiche.
"Tale richiesta sarebbe un'ulteriore conferma dell'assenza di un protocollo d'intesa tra Prefettura e strutture pubbliche sanitarie sul territorio, previsto all'art. 3 del Regolamento CIE 2014. Questa assenza risulta a nostro avviso di estrema gravità, considerando soprattutto l'apertura del Cpr a settembre 2020 e il conseguente vuoto di tutela della salute di chi si ritrova rinchiuso all'interno", scrive il Naga sulla sua pagina Facebook.
Tale mancanza di protocollo è stata denunciata anche dal senatore Gregorio De Falco che ha fatto visita al Cpr di Milano il 5 e 6 giugno scorso. Il senatore ha denunciato di aver trovato all' interno del centro una situazione di abbandono, mala gestione e assenza di tutele nei confronti delle persone, stranieri e migranti, che vi sono ospitate. "È peggio di un carcere: in un carcere ci sono delle regole. (...) Non c'è tutela per le persone. Come facciamo a dirci un paese civile? Noi critichiamo l'Egitto quando reitera in maniera indefinita la carcerazione di Patrick Zaki. Bene, noi facciamo la stessa cosa in tutti i Cpr!", così ai microfoni di Radio Popolare ha raccontato il senatore De Falco.
Per capire meglio, è interessante leggere la sua diffida al gestore del Cpr e prefettura. Sabato 5 giugno, intorno alle 13 subito dopo aver fatto accesso nella struttura del CPR di via Corelli a Milano, il senatore si è trovato nella sala di controllo nella quale sono posti gli schermi che mostrano quanto ripreso dalle numerose telecamere distribuite nel Centro stesso.
Su uno degli schermi ha visto il sig. B. che in un cortile stava compiendo atti di autolesionismo praticandosi numerosi tagli su braccia e tronco, mentre un gruppo di agenti in tenuta antisommossa, introdottisi nel corridoio che conduceva al cortile, si dirigevano nella sua direzione, salvo tornare sui propri passi al cenno di altro componente, verosimilmente superiore gerarchico.
Il sig. B veniva quindi condotto nella sala d'ingresso, dove il senatore De Falco lo ha potuto incontrare dinanzi all'accesso dell'infermeria. "Egli era a torso nudo e sul suo corpo erano visibili lunghi e numerosi tagli sanguinanti che coprivano l'intero addome ed entrambe le braccia. Presentava segni di sutura alle labbra. Parlava in modo confuso e piuttosto incoerente, ripetendo in modo ossessivo ' Voglio uscire da qui, se non esco mi ammazzo, mi impicco'", scrive il senatore nella diffida. Sottolinea, inoltre, che gli atti di autolesionismo di quel giorno non erano i primi da quando era trattenuto, avendone egli già messi in atto molti altri, come ebbe ad ammettere.
Non è l'unico caso, ma la gestione di questi casi avverrebbe soltanto tramite la somministrazione di sedativi. Il senatore De Falco, sempre nella lettera di diffida, sottolinea che il signor B gli ha anche elencato i farmaci che ufficialmente servirebbero per dormire ma che, come osservava lo stesso interessato, erano eccessivi. "Egli stesso - si legge nella diffida - denunciava di esserne ormai dipendente. Il sig. B. evidenziava un modo di parlare sconnesso e grosse difficoltà di concentrazione, non riuscendo nemmeno a ricordare la propria data di nascita e continuando a chiedere di essere rilasciato, minacciando insistentemente il suicidio".
Ma ritorniamo alla denuncia dell'associazione Naga. "Nel maggio scorso - si legge nella nota su Facebook -, il direttore del Cpr, Federico Bodo, ha scritto una mail al Garante Nazionale dei diritti delle persone private e delle libertà personali e al Garante Diritti Milano del Comune di Milano in cui denuncia che sono soprattutto le condizioni psicologiche e psichiatriche dei rinchiusi a destare preoccupazione". Il direttore stesso conferma "la mancanza di un protocollo di intesa tra l'Ats Città Metropolitana di Milano e la Prefettura di Milano". Una mancanza che "fa sì che gli ospiti del Cpr possano accedere a visite specialistiche e presa in carico da parte del Sistema Sanitario Nazionale con i tempi previsti per i cittadini italiani, e quindi con lunghe liste di attesa".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 luglio 2021
La prescrizione rischia di abbattersi sul processo per i presunti pestaggi avvenuti tra il 2012 e il 2014 nella "cella zero", l'unica non numerata, la più temuta del carcere di Poggioreale secondo il racconto di quattro ex detenuti che anni fa denunciarono di aver subìto botte e umiliazioni nel grande penitenziario cittadino. Il processo sui fatti di "cella zero", avviato a dicembre 2017, non ha avuto un iter molto spedito e in questo anno e mezzo di pandemia è stato caratterizzato da una serie di rinvii che hanno diluito ancor di più i tempi del dibattimento. Dodici agenti della polizia penitenziaria, all'epoca in servizio a Poggioreale, sono imputati a piede libero. Il prossimo appuntamento in aula è previsto per il 16 settembre: bisognerà ascoltare ancora altri testimoni, valutare indizi e trovare riscontri alle testimonianze e alle varie versioni agli atti. Il momento della sentenza, dunque, non è imminente, il che inizia a far delineare la possibilità che alcuni dei reati contestati possano andare in prescrizione.
Due tesi a confronto nel processo, accusa e difesa: da una parte gli agenti della polizia penitenziaria che respingono le accuse di violenza, dall'altra parte quattro ex detenuti e la moglie di un quinto che circa sette anni fa denunciarono i presunti pestaggi in carcere. Tra coloro che hanno raccontato le torture di "cella zero" c'è Pietro Ioia, attuale garante dei detenuti di Napoli ed ex detenuto. Nei racconti di chi ha denunciato, "cella zero" è descritta come un luogo di torture, di umiliazioni e violenza. Oggi, a Poggioreale, quella stanza di punizioni non c'è più, ma nella ricostruzione al vaglio dei giudici che scava nel passato del carcere cittadino "cella zero" sarebbe una stanza spoglia, spesso imbrattata di sangue, al piano terra, non numerata, arredata con un letto ancorato con le viti al pavimento e lenzuola di carta. Lì si finiva rinchiusi per punizione o con un banale pretesto. "Verso le 22 e 30 ero fermo accanto alle sbarre della cella quando un assistente della polizia penitenziaria, addetto alla sorveglianza del piano, si avvicinò a me e in dialetto napoletano disse: "Tu hai detto che voglio fare il guappo".
Fu il pretesto per condurre il detenuto "in una saletta senza arredi". "Mi fecero spogliare, mi fecero togliere anche gli indumenti intimi - si legge nel racconto agli atti del processo - e in tre iniziarono a picchiarmi, a insultarmi e a farmi eseguire flessioni sulle gambe". Diversamente da quanto sta accadendo in questi giorni nell'ambito dell'inchiesta sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, le accuse relative ai fatti di "cella zero" non sono sostenute anche da filmati delle telecamere del circuito di videosorveglianza per cui il confronto tra accusa e difesa si fonda principalmente sulle testimonianze.
L'indagine, nata dalla denuncia dell'allora garante regionale dei detenuti Adriana Tocco e del Carcere Possibile, la onlus della Camera penale di Napoli impegnata per la tutela dei diritti dei reclusi, fu lunga e complicata, i pm conclusero la fase preliminare chiedendo il rinvio a giudizio per i dodici agenti e l'archiviazione per altri otto. Cinque gli episodi di presunti pestaggi al cuore delle accuse. Nel processo i capi di imputazione spaziano, a vario titolo, dall'abuso di potere nei confronti di persone detenute a maltrattamenti. Una violenza con cui si sarebbero regolati i rapporti tra detenuti e guardie carcerarie, sguardi o parole di troppo. Una violenza che mostra il lato più critico e fallimentare dell'istituzione carcere.
quinewspistoia.it, 10 luglio 2021
Per proporsi c'è tempo fino al 23 agosto per quanti siano in possesso di laurea magistrale o diploma di laurea. La scelta avviene su base curriculare. Il Presidente del consiglio comunale, nel rispetto del Regolamento del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale approvato il 10 maggio scorso, rende noto che è stato indetto un avviso pubblico per la presentazione delle candidature per l'elezione del Garante. Gli aspiranti potranno presentare la propria candidatura entro e non oltre lunedì 23 agosto 2021, cioè entro 45 giorni dalla pubblicazione dell'avviso.
Il Garante, in possesso di laurea magistrale o diploma di laurea, verrà individuato sulla base di un curriculum dettagliato che ne evidenzi l'esperienza e competenze maturate nell'ambito sociale e socio-sanitario, delle scienze giuridiche, dei diritti umani. Spetterà al Garante favorire, con contestuali funzioni d'osservazione e vigilanza, l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale, con particolare riferimento ai diritti fondamentali al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport. Inoltre, saranno promosse iniziative di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani delle persone private della libertà personale e organizzati momenti congiunti con il Difensore Civico territoriale e con altri soggetti pubblici competenti nel settore. Sarà cura del Garante rivolgersi alle autorità competenti per avere informazioni rispetto a possibili segnalazioni che giungano, anche in via informale, alla sua attenzione e riguardino violazioni di diritti, garanzie e prerogative delle persone private della libertà personale e, eventualmente, segnalare il mancato o inadeguato rispetto di tali diritti. Potrà infine promuovere con le Amministrazioni interessate - Regione Toscana, Provincia di Pistoia, Comuni della Provincia di Pistoia - protocolli di intesa finalizzati all'espletamento delle proprie funzioni anche attraverso visite ai luoghi di detenzione, concordandole preventivamente con gli organi preposti alla vigilanza penitenziaria.
di Federica Pistone
italia2tv.it, 10 luglio 2021
La decisione del Tar: "Struttura non adeguata. Infondato ricorso del Comune". Il Tar respinge il ricorso presentato dal Comune di Sala Consilina e dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Lagonegro nel quale veniva richiesta la riapertura del Carcere di Sala Consilina. La struttura penitenziaria in via Gioberti, quindi secondo il Tribunale Amministrativo Regionale non riaprirà. "Il motivo di ricorso, si legge nella sentenza del Tar, è infondato". Gli snodi valutativi che hanno condotto alla decisione di chiudere la struttura sono 8 e sono i motivi per cui il Tribunale Amministrativo ha deciso di respingere il ricorso.
"1) la considerazione dell'elemento strutturale, in quanto l'edificio consiste in una vecchia sede vescovile, edificato nell'anno 1809 e nel 1948 trasformato in carcere, risultando oggi non adeguato agli standards nazionali ed europei;
2) il carattere storico dell'edificio limita, e comunque rende più complessa e condizionata, la possibilità di interventi di adeguamento, dato il vincolo di tutela monumentale, che impedisce di apportare quelle modifiche strutturali che consentirebbero il raggiungimento di standards adeguati;
3) tra i vari deficit strutturali vi è ad esempio il mancato rispetto della disciplina in tema di abbattimento delle barriere architettoniche;
4) altro grave difetto consiste nella non conformità della struttura alla disciplina della sicurezza sul lavoro sotto il profilo dell'igiene edilizia;
5) inoltre, a parte il problema della sicurezza sul lavoro, emerge la generale angustia e ristrettezza dei vari ambienti, tale da compromettere la qualità della presenza dei detenuti, del personale, e dei visitatori;
6) tra i locali inidonei vi sono anche gli spazi insufficienti degli uffici, della caserma, della mensa;
7) anche l'accesso alla struttura con veicoli risulta non agevole;
8) sono presenti aree scoperte collocate in centro abitato, tanto da compromettere le norme di sicurezza che impongono l'adeguata separazione dei detenuti dal pubblico.
Sulla base di questi rilievi l'amministrazione ha valutato l'inidoneità della struttura ad assolvere la funzione rieducativa della pena, senza che sussistano adeguati e ragionevolmente agevoli margini di adeguamento dell'edificio. "In aggiunta a tali valutazioni, il Tar ritiene legittima la chiusura del carcere di Sala Consilina, considerando il più ampio piano nazionale di riorganizzazione delle strutture penitenziarie, che prevede in linea di massima la chiusura delle strutture penitenziarie più piccole, per concentrare gli sforzi organizzativi, lavorativi ed economici nelle strutture più grandi". Non viene ritenuta "risolutiva" nemmeno l'offerta dell'amministrazione comunale di contribuire all'adeguamento della struttura, sia perché la tipologia dell'edificio e il vincolo storico impedirebbero l'adeguamento integrale, sia perché in ogni caso non si riuscirebbe a superare la soglia minima di 100 posti per i detenuti (così come previsto dalla Legge).
chietitoday.it, 10 luglio 2021
L'associazione lavora nelle carceri di Chieti e Pescara e accoglie, come volontari, ex detenuti e affidati dagli uffici di esecuzione penale esterna. Il nuovo numero di Voci di dentro, la rivista realizzata dall'omonima associazione di Chieti e da detenuti ed ex detenuti, è una fotografia amara di quello che è il carcere al suo interno con una carrellata di immagini che sembrano appartenere a un'altra epoca e a un'altra terra. Sono invece state scattate in un carcere del Nord Italia nel 2016. "Cos'è il carcere? chi va lì? come e perché ci vanno, cosa succede lì? e qual è la vita dei detenuti, e quella, ugualmente, del personale di sorveglianza? come sono gli edifici, il cibo e l'igiene? come funzionano i regolamenti interni, il controllo medico e le officine; come si esce e cosa significa essere, nella nostra società, uno di quelli che sono usciti".
"Sommersi da montagne di informazioni e notizie - si legge nell'editoriale - ancora oggi la realtà resta ben nascosta. "Mascherata". Davvero, se la pena del carcere fosse visibile allora nessuno invocherebbe il carcere...per nessuno. Perciò, ecco le fotografie e i testi che provano a raccontare il carcere, quello di oggi, quello dove la dignità umana è calpestata in tutte le sue forme, in tutti i suoi momenti".
L'ultimo numero della rivista contiene anche gli articoli di detenuti ed ex detenuti, il testo del professor Ceraudo, autore di "Uomini come bestie. Il medico degli ultimi", un viaggio nelle carceri come nei campi di concentramento raccontati in "Se questo è un uomo" da Primo Levi.
E ancora: un'intervista all'arcivescovo Forte e al presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze Bortolato, autore con Edoardo Vigna di un libro dal titolo "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia", le riflessioni del portavoce di Amnesty International Riccardo Noury con il quale Voci di dentro approfondisce anche la vicenda di Zaki, in carcere dal febbraio dello scorso anno. C'è anche un'ampia sezione "il corpo e il diritto" con un intervento sul Ddl Zan e un approfondimento sullo spettacolo teatrale "Stabat Mater", fino a un viaggio con Eric Salerno in Israele e Palestina. Per sfogliare la rivista: https://ita.calameo.com/read/0003421546318817bbaa1
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