di Laura Cappon
Il Domani, 6 dicembre 2021
Picchiato dalla polizia e portato in una cella senza bagno. È il benvenuto con cui, a poche ore dalla prossima udienza che lo riguarda, Patrick Zaki è stato trasferito nel nuovo penitenziario di Mansoura. Il giovane ricercatore egiziano è stato trasferito dalla struttura di Tora al Cairo, dove ha scontato la maggior parte dei suoi 22 mesi di detenzione, ed è arrivato nella sua città natale che da settembre è anche il foro di competenza del processo a suo carico. A darne notizia è stato Mohammed Hazm, amico e attivista della campagna "Free Patrick Zaki", ieri in Italia per partecipare a un evento dedicato a Zaki.
"Negli altri casi era stato portato a Mansoura due ore prima dell'udienza", ha detto Hazm. "Questo spostamento ci preoccupa molto perché quel carcere è noto per le torture e per i maltrattamenti che vengono regolarmente inflitti ai detenuti".
Alcune settimane fa, lo stesso Patrick aveva ricevuto la notizia del suo trasferimento, e lo aveva comunicato ai genitori durante una visita. Ma non è chiaro se Zaki resterà nella struttura di Mansoura anche dopo l'udienza. In questo penitenziario cera già stato nel primo periodo della sua detenzione. Secondo la prassi del sistema carcerario egiziano, dopo il trasferimento, i detenuti non possono mandare lettere né ricevere visite: un altro aspetto che preoccupa famiglia e avvocati.
La prossima udienza è domani. L'ultima si era tenuta il 28 settembre e il giudice aveva accolto la richiesta della difesa di rinviare la seduta affinché gli avvocati avessero più tempo per esaminare le carte del processo. Ciò che i legali non potevano immaginare però era che l'udienza venisse fissata così avanti nel tempo. Anche per questo, prevedere cosa succederà nel tribunale per i reati di Mansoura resta quasi impossibile.
Zaki è stato rinviato a giudizio con delle prove che sono state inserite dagli inquirenti nel suo fascicolo solo poche settimane prima del provvedimento che accusa il giovane di "diffusione di notizie false e diffusione di terrore tra la popolazione". I dieci post di Facebook non sono entrati nel processo e potrebbero tramutarsi in un nuovo rinvio a giudizio insieme alle accuse di terrorismo che per il momento non rientrano nel processo.
La difesa di Zaki non può fare altro che continuare a studiare le carte cercando di capire perché tutti i tentativi per rilasciare il giovane studente del master in gender studies sono andati falliti. Secondo il codice penale egiziano il rinvio al tribunale per i reati minori avrebbe comportato un limite massimo di carcerazione preventiva di 18 mesi. Limite che il detenuto Zaki ha superato già da 4 mesi.
di Martina Napolitano
Il Domani, 6 dicembre 2021
L'11 novembre la procura generale della Federazione russa ha presentato un'istanza di scioglimento di Memorial Internazionale, storica organizzazione per la difesa dei diritti umani sorta nel 1987 per volontà di alcuni dissidenti sovietici tra cui il fisico Andrej Sacharov, Nobel per la pace nel 1975. Tra i suoi progetti più importanti c'è il database online dei nomi dei perseguitati politici dell'Unione sovietica. L'istanza di scioglimento è dovuta alla ripetuta violazione della legge relativa ai cosiddetti "agenti stranieri", nel cui registro Memorial è stata inserita nel 2016.
Gli "agenti stranieri" - Queste realtà hanno l'obbligo di apporre in maniera palese su qualsiasi materiale da loro prodotto, online o offline, una dichiarazione del proprio status giuridico. All'istanza di scioglimento si è aggiunta l'accusa di giustificazione di "terrorismo ed estremismo" indirizzata al centro di difesa dei diritti umani Memorial. Questo caso, le cui udienze preliminari sono in corso dallo scorso 23 novembre e continueranno il 14 e 16 dicembre, è soltanto l'ultimo esempio di come la repressione in Russia oggi abbia assunto forme più burocratiche e perfettamente legali.
Ma cosa vuol dire essere "agente straniero"? La legge è stata introdotta nel 2012 in un periodo di crescente attività legislativa in materia di diritti civili. Da allora, nel registro degli "agenti stranieri" - espressione che rimanda all'epoca sovietica - finiscono organizzazioni, enti, testate giornalistiche e, dal dicembre 2020, anche singoli individui, in genere giornalisti. La terminologia è volutamente ampia, in modo da farvi ricadere una moltitudine di realtà diverse tra loro, accomunate dalla ricezione, anche in questo caso assai vaga in merito a metodi e somme, di finanziamenti dall'estero, e da una certa "attività politica" nel paese.
Tra gli "agenti stranieri" più noti ci sono Voice of America, Radio Svoboda, il giornale online Meduza, il canale televisivo Dožd, il fondo di lotta alla corruzione del noto oppositore ora in carcere Aleksej Navalny, l'unico centro russo di studi sociologici e statistici indipendente, il Levada Center, e diverse associazioni che si occupano di violenza domestica, dipendenze, Aids, diritti Lgbt. L'etichetta è tutt'altro che un pro forma e limita notevolmente le attività di chi rientra nella lista: avere a che fare con un "agente straniero" è rischioso sia per i singoli sia per le aziende; il governo, in genere, non rilascia dichiarazioni a giornalisti e testate riconosciuti come "agenti stranieri", i quali devono fare rapporto alle autorità sulle proprie attività e sono perseguibili penalmente per errori su quanto dichiarato.
Dalle violenze alla burocrazia - Negli ultimi dieci anni la macchina repressiva russa ha cambiato volto, divenendo gradualmente più burocratica, "legalizzandosi". La solerte attività legiferativa ha subito un'accelerazione in risposta alle numerose proteste di piazza che tra il dicembre 2011 e il maggio 2012 hanno portato nel centro di Mosca centinaia di migliaia di manifestanti, uniti contro le manipolazioni dei risultati delle parlamentari del 2011 che hanno garantito al partito presidenziale Russia Unita il 52,88 per cento dei seggi alla Duma. Anche se le elezioni non si sono distinte particolarmente dalle precedenti in termini di brogli e violazioni (problematiche croniche per la realtà russa), si era venuta a creare una consistente massa critica nella società che era pronta a esprimere il proprio dissenso e insoddisfazione. Dopo le presidenziali del marzo 2012, vinte per la terza volta da Putin con il 63,6 per cento delle preferenze, le proteste non si sono affievolite: il giorno prima dell'insediamento del presidente (il 6 maggio), i manifestanti hanno organizzato la cosiddetta "Marcia dei milioni" in piazza Bolotnaja. Nonostante la sua natura pacifica, la manifestazione è stata duramente repressa dalla polizia. Circa 400 persone sono state arrestate e 18 condannate. I media filogovernativi allora hanno aricarato la dose accusando un indefinito occidente di aver sobillato manifestanti allo scopo di indebolire il governo russo.
Da allora, il legislatore russo ha lavorato a un ritmo accelerato nella scrittura e approvazione di misure che vanno a limitare, anche retroattivamente, i diritti civili e politici dei cittadini. Alla legge sugli "agenti stranieri" è seguita quella sulla "propaganda gay" nel 2013, quindi gli emendamenti sul contrasto al terrorismo nel 2016 e ancora la legge sul cosiddetto "internet sovrano" nel 2019. I tribunali russi nel frattempo hanno impartito condanne a oppositori, attivisti e altre voci critiche sulla base di motivazioni politiche più o meno evidenti: ne sono stati vittima, tra gli altri, il regista Oleg Sentsov, il regista teatrale Kirill Serebrennikov, il giornalista Ivan Golunov, lo storico Jurij Dmitriev.
Il sistema di controllo - Di fatto, la repressione è passata dalla materialità delle piazze, delle perquisizioni e degli arresti (pur ancora presenti) alla freddezza burocratica dei tribunali e delle sanzioni amministrative. In questa maniera la procedura si è "legalizzata", trovando sostegno e giustificazione nell'apparato legislativo che garantisce l'efficienza del sistema di controllo, sanzione e repressione. Invece di un autentico stato di diritto che assicuri il rispetto dei diritti e delle libertà dei cittadini, la Russia ha progressivamente applicato una propria versione nazionale di "rule by law" (primato del diritto) che interpreta il diritto come strumento, distinguendo e privilegiando la lex sullo jus.
Proprio questo slittamento burocratico nelle pratiche di controllo del dissenso e dell'opposizione permetterà con ogni probabilità all'attuale situazione politica in Russia di sopravvivere nel tempo, indipendentemente da ciò che il futuro prevedrà per il presidente Putin e il suo entourage.
Con l'introduzione degli emendamenti costituzionali del 2020, gli stessi che hanno azzerato i mandati di Putin, che potrà ripresentarsi alle presidenziali del 2024, il primato del diritto russo su qualsiasi principio giuridico internazionale ha ulteriormente spianato la strada a un approccio prettamente strumentale del diritto, rendendo possibili sentenze arbitrarie e privando i cittadini della possibilità di appello ai tribunali internazionali come invece accadeva in precedenza. In ogni caso, la resistenza e il dissenso non si smorzano: sia la comunità russa che quella internazionale si sono mosse in queste ultime settimane esprimendo solidarietà - anche attraverso una petizione online - nei confronti della storica organizzazione Memorial.
di Marco Grieco
Il Domani, 6 dicembre 2021
Porta con sé tutto il peso della vergogna papa Francesco nell'ultima tappa della suo viaggio a Cipro e in Grecia, perché la sua preghiera all'Europa, fatta cinque anni fa nel campo profughi di Lesbo, è rimasta lettera morta. Il pontefice illumina le contraddizioni europee, che a fronte di un finanziamento per l'erezione di nuovi campi profughi, non mirano ad accogliere e integrare i rifugiati nel tessuto sociale. In Grecia, si fa ancora più netta la distanza tra la chiesa di papa Francesco e i governi sovranisti, che vedono nei flussi migratori una minaccia al futuro di tutti: "Un naufragio di civiltà".
Porta con sé tutto il peso della vergogna papa Francesco nell'ultima tappa della sua visita apostolica a Cipro e in Grecia, perché la sua preghiera all'Europa, fatta cinque anni fa nel campo profughi sull'isola greca di Lesbo, è rimasta inascoltata: "Dopo tutto questo tempo constatiamo che sulla questione migratoria poco è cambiato" ha detto con amarezza davanti ai rifugiati, i tendoni bianchi del centro profughi di Mitilene analoghi a quelle stesse, affollatissime tende che il papa visitò nel 2016. La speranza auspicata allora, oggi prende forma in una doppia preghiera: "Prego Dio di ridestarci dalla dimenticanza per chi soffre, di scuoterci dall'individualismo che esclude, di svegliare i cuori sordi ai bisogni del prossimo. E prego anche l'uomo, ogni uomo: superiamo la paralisi della paura, l'indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini".
Guanti di velluto in Europa - Educato al discernimento del gesuita Ignazio di Loyola, Francesco lo utilizza per illuminare le contraddizioni delle strategie politiche europee. La Grecia, finanziata di recente dall'Ue con 272 milioni di euro, sta costellando le sue isole di campi profughi, riducendoli a prigioni mascherate. Lo denunciava qualche settimana fa la commissaria europea per i diritti umani, Dunja Mijatović. Lo ricordava ieri il papa: "Quanti hotspot dove migranti e rifugiati vivono in condizioni che sono al limite, senza intravedere soluzioni all'orizzonte. È triste sentir proporre, come soluzioni, l'impiego di fondi comuni per costruire muri!". Davanti al primo ministro che lo ha accolto in Grecia, il pontefice ha criticato la scelta di smistare i profughi sulle isole, salutata invece come una soluzione dignitosa dal ministro dell'Immigrazione greco, Panagiotis Mitarachi. Per Francesco si ripete un copione già scritto cinque anni fa, quando Bruxelles stipulò con Ankara lo stanziamento di sei miliardi di euro per la gestione dei flussi migratori. Eppure, oggi la Turchia finanzia i voli di migranti in Bielorussia per spostare la pressione dei rifugiati alle porte dell'Europa approfittando di un "temporeggiare europeo" che suona come avvilente.
L'accusa ai nazionalismi - L'accusa più forte di papa Francesco è ai nazionalismi, che si fanno scudo dei valori evangelici per portare avanti una linea di contrasto all'accoglienza: "Si offende Dio, disprezzando l'uomo creato a sua immagine, lasciandolo in balia delle onde, nello sciabordio dell'indifferenza, talvolta giustificata persino in nome di presunti valori cristiani - tuona il papa -. La fede chiede invece compassione e misericordia". È il più duro attacco di Francesco ai sovranisti, gli stessi che a luglio scorso hanno trascritto il loro impegno nero su bianco in un manifesto, firmato anche da Lega e Fratelli d'Italia.
Il documento, che presume di arginare l'immigrazione di massa con le politiche di sostegno alla famiglia, s'intitola Appello per il futuro dell'Europa. Un futuro che, al contrario, papa Francesco trova proprio nell'integrazione: "Solo se riconciliato con i più deboli l'avvenire sarà prospero. Perché quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi portano a conseguenze disastrose" ha chiosato, rifacendosi all'insegnamento del documento conciliare Gaudium et spes. La distanza tra la chiesa del papa argentino e i nazionalismi nostalgici della destra europea non è mai stata così netta: il Vangelo non presuppone compromessi politici, non nega la giustizia sociale, ricorda il pontefice.
Da mare mortuum a mare nostrum - Nel lessico metaforico di papa Francesco, l'immagine che racchiude il mar Mediterraneo è quella di un deserto, che malgrado la sua infeconda ospitalità che oggi lo rende mare mortuum, nella storia ha connesso popoli e genti. Alla messa presso il Megaron Concert Hall di Atene, Francesco ha ricordato che la chiesa stessa germina nell'aridità: "Proprio lì, nel luogo dell'aridità, in quello spazio vuoto che si stende a perdita d'occhio e dove quasi non c'è vita, lì si rivela la gloria del Signore, che cambia il deserto in un lago, la terra arida in sorgenti d'acqua".
Il Papa oppone il pragmatismo della realtà alle idee che spingono a parteggiare, ma sono slegate dagli sguardi e si alimentano di paura. È una visione del deserto che contrasta con quella ritratta dall'arcivescovo ortodosso di Cipro, Chrysostomos II che a Nicosia ha tuonato contro l'occupazione turca nel nord dell'isola: "Laddove la nostra cultura cristiana fiorì, ora domina il tumulto spirituale della steppa asiatica in questo Golgota nazionale ed ecclesiale, che attraversiamo da 47 anni". Poche ore dopo in Grecia, papa Francesco ha usato la stessa metafora del monte per ribaltare la prospettiva e fare dell'altezza un punto adatto a scrutare gli orizzonti del futuro: "Dal Monte Olimpo all'Acropoli al Monte Athos, la Grecia invita l'uomo di ogni tempo a orientare il viaggio della vita verso l'Alto abbiamo bisogno della trascendenza per essere veramente umani".
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 6 dicembre 2021
Il dramma di Mario, che ha avuto il via libera del Tribunale per il suicidio assistito ma tutto è fermo perché l'Azienda sanitaria, nonostante le diffide, tace. L'ultimo passo. Dopo tanta strada e fatica manca soltanto un pezzetto piccolissimo del percorso. Ma è tutto fermo di nuovo, incredibilmente. Una casella avanti, due indietro, tre turni di stop... un drammatico gioco dell'oca che ha come punto di partenza tre domande. Esiste in Italia una legge che rende possibile il suicidio medicalmente assistito a certe condizioni? La risposta è sì. È stato verificato che la situazione psicofisica di Mario (tetraplegico da 11 anni) rientri in quelle condizioni? La risposta è ancora una volta sì. Il Comitato etico ha dato il suo assenso per procedere? La risposta è sempre sì. Ora, quindi, per arrivare alla casella del traguardo servirebbe quell'ultimo passo, e cioè pronunciarsi sul tipo di farmaco letale che sarà utilizzato e sulle modalità dell'autosomministrazione. Dovrebbe farlo l'Azienda sanitaria a cui Mario fa riferimento, la Asur Marche, e questo non l'ha deciso lui ma l'ha ordinato il tribunale di Ancona il 9 giugno scorso. Ma la Asur è ferma. Nessuna mossa.
L'ordine del tribunale è ignorato, gli apparati statali fanno sapere che osservano ("monitoriamo") ma non intervengono. E nessuno che provi a mettersi nei panni di lui, del povero Mario, immobile e sempre più sofferente a contare le ore, più lente che mai dal 27 agosto 2020. Quel giorno decise di non andare in Svizzera a morire (come stava per fare) ma di far valere a casa sua il diritto al suicidio assistito deciso dalla Corte costituzionale nel 2019 (a certe condizioni, appunto). Ci è riuscito: lui è il primo italiano al quale è stato riconosciuto - ed è una decisione storica - l'accesso alla dolce morte. Peccato che tutto questo, al momento, non valga nulla. Se l'Asur non si esprime sul farmaco è tutto inutile. Zero. L'Associazione Coscioni, a cui Mario si è legato, ha mandato l'altro giorno l'ennesima diffida all'Azienda sanitaria perché si pronunci "in tempi brevissimi". Esito? Il nulla. "State calpestando un mio diritto, mi state torturando" dice la lettera di Mario che il Corriere ha pubblicato due giorni fa. "Ora basta, chi deve si prenda le sue responsabilità". Silenzio. Non una parola per spiegare, concedere, dissentire. Niente. Chi sta tirando il freno? È una questione di politica? Di religione? Mario, che non ha né tempo né voglia di farsi altre domande, indica la via a chi deve decidere quest'ultimo passo: "Venite a casa mia, statemi accanto una settimana, e capirete".
di Giuseppe Currà
ilvibonese.it, 6 dicembre 2021
La struttura non è stata mai avviata, fuori norma già in fase di costruzione e inutile dopo l'abolizione delle Preture. Continua a versare da anni nel degrado più totale nonostante siano stati spesi 16 miliardi di lire.
Doveva essere un carcere mandamentale capace di ospitare, a partire dal 1991, almeno ottanta detenuti. Una struttura di circa 10 mila metri quadri di terreno edificato, realizzata a partire dagli anni '80 dopo decenni di vicissitudini anche giudiziarie (tangenti, contenzioso con le ditte e quant'altro), che invece ancora oggi continua ad assurgere a mesto simbolo di degrado e sperpero di denaro pubblico, non essendo mai stata inaugurato e utilizzato.
Addirittura, all'epoca, erano state in parte realizzate anche le vie di collegamento alle strade principali. La successiva riforma della giustizia, che ha soppresso gran parte delle Preture, ha reso inutile anche la presenza del carcere di Mileto, perché il Piano carcerario varato negli anni 80 prevedeva la realizzazione di case mandamentali ovunque operasse una Pretura. Un "cadavere" di cemento armato mai completato è rimasto, così, negli anni, il carcere ubicato nei pressi della cattedrale di Mileto con i lavori per il suo completamento che si sono interrotti nei primi anni novanta. [Continua in basso]
Oggi, di tutto questo, rimane il marciume che ancora imperversa nell'intera zona e all'interno della stessa struttura in stato di totale abbandono. E, conseguentemente, l'amarezza per i circa 16 miliardi delle vecchie lire spesi per costruirlo e per munirlo di tutti i relativi elementi d'arredo. E pensare che il costo iniziale dell'intera opera ammontava, negli anni ottanta, sulla carta, a 3 miliardi e 600 milioni di vecchie lire, ma alla fine di miliardi ne sono stati spesi ben 16, sebbene la struttura non sia mai stata inaugurata e sia stata depredata, dai soliti vandali, di ogni arredo.
Tracce di mobilia sono, addirittura, ancora oggi visibili all'interno delle stanze, scampate miracolosamente a quanti negli anni hanno depredato e "spogliato" l'intera struttura. Nel giardino esterno, incredibilmente, a trent'anni di distanza resiste parcheggiato, come se il tempo si fosse fermato, un autentico cimelio del periodo: un'autobetoniera della ditta che provvide alla realizzazione dell'opera. Una vergogna indescrivibile, considerato anche il fatto che il carcere era già fuori norma durante la costruzione per una serie di leggi in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro che, nel frattempo, si sono succedute e che richiedevano quindi un adeguamento della struttura.
L'ex carcere mandamentale di località "Zimbarda", nel 2016 è passato a titolo gratuito dall'Agenzia del Demanio al Comune di Mileto. Molte le proposte di riconversione avanzate, ad oggi rimaste però miseramente solo sulla carta. La più ambiziosa, quella della creazione di un Polo d'innovazione tecnologica, presentata nel 2018 in pompa magna nel corso di un incontro preparatorio svoltosi nella sede municipale.
Quel giorno, a Palazzo dei normanni si parlò di ambiti della struttura da trasformare in un grande incubatore di impresa dedicato alla ricerca tecnologica, ai processi produttivi a basso impatto, allo start-up (occupazione giovanile-tecnologie avanzate e innovative) e ad una serie di servizi dedicati alla cultura e alle imprese. Attività poliedriche, rivolte ai circuiti dei mercati locali, nazionale ed estero, puntando all'accesso facile a reti e supporti tecnologici a basso costo e incoraggiando il dinamismo legato alla formazione giovanile e alla dimensione di scambio internazionale. Tra le possibilità, anche quella di realizzare un Polo espositivo e congressuale dove organizzare eventi, incontri e formazione, seguendo una strategia di programmazione e gestione mirata ad aprire gli orizzonti verso realtà similari, in Europa e nel mondo. A oltre tre anni di distanza, tuttavia, duole constatare che nessun progresso si è registrato in tal senso.
Nel giugno del 2020, l'attuale sindaco Salvatore Fortunato Giordano, nel tentativo di dare finalmente il via all'auspicata riconversione, aveva proposto alla Procura della Repubblica di Catanzaro di puntare proprio sull'ex Carcere mandamentale di Mileto per la realizzazione dell'aula bunker in cui celebrare il maxiprocesso Rinascita Scott, poi dirottato nell'area industriale di Lamezia Terme. Nella cittadina normanna rimane così l'imponente ecomostro in cemento armato, il degrado circostante e i tanti soldi pubblici spesi per quello che si è dimostrato solo un vero e proprio monumento allo spreco. Con la rabbia che, in questo caso, non si può parlare nemmeno di... un'incompiuta.
La Repubblica, 6 dicembre 2021
La premio Nobel per la pace è stata condannata per aver incitato a scontri di piazza i suoi seguaci e per violazione delle regole sanitarie sul Covid. La consigliera di Stato deposta del Myanmar, Aung San Suu Kyi, è stata condannata a quattro anni di reclusione, nell'ambito dei processi a suo carico per una serie di capi d'imputazione che potrebbero costarle pene detentive per un totale di oltre un secolo. Suu Kyi, che si trova agli arresti dal golpe militare del primo febbraio scorso, è stata condannata oggi per aver "incitato alla violazione delle restrizioni anti Covid-19". L'udienza culminata nella condanna si è svolta a porte chiuse, e ai legali di Suu Kyi è stato proibito di fornire resoconti alla stampa.
I media di Stato del Myanmar hanno annunciato la scorsa settimana un nuovo capo d'imputazione per corruzione a carico della consigliera di Stato deposta Aung San Suu Kyi. Sul capo della leader democratica gravano già più di 10 altri capi d'imputazione, incluso uno relativo alla presunta violazione di un codice sui segreti di Stato risalente all'epoca coloniale. L'ultimo capo d'accusa riguarderebbe una presunta violazione della legge anti-corruzione in relazioni al nolo e al successivo acquisto di un elicottero tramite fondi pubblici. Win Myint, presidente del governo civile deposto come Suu Kyi a seguito del golpe dello scorso febbraio, è stato accusato del medesimo reato.
Il mese scorso l'ex consigliera di Stato è stata incriminata con l'accusa di frode in relazione alle elezioni de 2020. Assieme a Suu Kyi sono stati incriminati per il medesimo reato altri 15 ex funzionari, incluso l'ex presidente Win Myint e il presidente della commissione elettorale. Suu Kyi, oggi 76enne, si trova agli arresti domiciliari dal giorno del golpe, e sul suo capo il governo militare ha post una lunga lista di capi di imputazione, inclusa l'accusa di aver importato illegalmente walkie talkie, sedizione e corruzione; eventuali condanne potrebbero costare alla leader deposta decenni di reclusione.
di Davide Varì
Il Dubbio, 5 dicembre 2021
Il Csm: "Su 10.751 posti previsti nelle piante organiche, le presenze effettive di magistrati in
servizio in uffici giudiziari sono 9.131". Il Csm si prepara a lanciare l'allarme sulla mancanza di magistrati proprio mentre agli uffici giudiziari devono realizzare gli "ambiziosi obiettivi" del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, cioè lo smaltimento dell'arretrato e il taglio della durata dei processi civili e penali, rispettivamente del 40 e del 25%. E a chiedere perciò al ministro Marta Cartabia di procedere sin dal prossimo bando alla riforma del concorso per l'accesso alla magistratura, consentendo la partecipazione da subito dei giovani appena laureati in giurisprudenza, in modo da allargare immediatamente la platea dei candidati.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 5 dicembre 2021
Il pm antimafia: La vicenda che coinvolge Davigo è grave come quella dell'hotel Champagne"
Nino Di Matteo, da due anni lei è al Csm, eletto dopo il caso Palamara. Le correnti sono più forti o più deboli?
"Il Csm si dibatte tra spinte al cambiamento e controspinte conservatrici, come la difficoltà di liberarsi delle vecchie logiche, dure a morire, e nella tentazione di sopire, ridimensionare".
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 dicembre 2021
Articolo 101 contro il presidente dell'Anm per la mancata consegna dell'elenco degli iscritti ai legali di Palamara. "Ma davvero dobbiamo ancora ricoprirci di ridicolo". L'Anm si spacca sulla mancata consegna degli elenchi degli iscritti alla difesa di Luca Palamara. A contestare la scelta del presidente Giuseppe Santalucia di respingere la richiesta avanzata dall'avvocato Roberto Rampioni è "Articolo 101", la corrente "ribelle" delle toghe, che attraverso una lettera firmata dal magistrato Andrea Reale denuncia la mancanza di trasparenza all'interno dell'Associazione nazionale magistrati, nonché il rischio di ledere il diritto alla difesa dello stesso Palamara, imputato a Perugia per corruzione.
di Danilo Paolini
Avvenire, 5 dicembre 2021
Senza una magistratura libera dai vizi del correntismo, dal protagonismo di alcuni suoi membri e dall'appannamento della sua immagine agli occhi dei cittadini, infatti, non avremo mai un sistema in grado di fornire un buon servizio, né di infondere fiducia agli investitori stranieri. Il Csm, dunque, va riformato. E in fretta, visto che a luglio verrà rinnovato e le sue elezioni rischiano di svolgersi con il medesimo meccanismo messo sotto accusa in seguito al cosiddetto "caso Palamara".
- Gela. "Un garante cittadino per i diritti dei detenuti", Nuova Dc porterà mozione in consiglio
- Treviso. Se la condanna è aiutare i poveri, gli insospettabili della Caritas
- Cartabia non vuole bambini in carcere, ma in Campania ce ne sono 11
- Emilio Scalzo, l'attivista No Tav e per i diritti dei migranti è stato estradato in Francia
- Palermo. Ieri il convegno "Né pena di morte, ne morti per pena"









