di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 luglio 2021
Dopo 2 anni l'appello muore, ma il Movimento ottiene 12 mesi in più in secondo grado e 6 in Cassazione anche per i reati contro la Pa: è la modifica che ha favorito il via libera. Alla fine, dopo una lunga e difficilissima giornata di trattative, la ministra Cartabia e il premier Draghi sono riusciti a porre il sigillo sulla riforma del processo penale con il consenso di tutta la maggioranza.
L'atto conclusivo è arrivato intorno alle 20.30, quando il presidente ha chiesto al Consiglio dei ministri se tutti avrebbero sostenuto convintamente il testo della riforma e sarebbero stati leali in Parlamento: nessuna obiezione tra i presenti. È passata così la proposta della guardasigilli su processo e prescrizione. Non un voto formale ma il sostegno unanime al testo. Prima però gli animi si erano infuocati: nel pomeriggio, a poco meno di un'ora dalla riunione di Palazzo Chigi, dai 5 Stelle - incerti e divisi per l'intera giornata - era trapelata la volontà di astenersi, e questo nonostante rimbalzassero rumor di un Draghi molto fermo sul testo: "Prendere o lasciare".
Dopo ore di tensione, con i grillini pronti a far saltare tutto, soprattutto sul fronte dei contiani e dell'ala vicina a Bonafede, la quadra sul pomo della discordia della prescrizione è stata trovata. Come? Dal punto di vista politico grazie alla umiltà e alla saggezza del premier e di Cartabia, che hanno visto i ministri del M5S per tentare una nuova intesa prima di entrare in Cdm, che quindi è iniziato alle 19 con due ore di ritardo. Dal punto di vista tecnico invece l'accordo si è materializzato sull'improcedibilità dell'azione normata dall'inserimento dell'articolo 14-bis nel ddl penale.
Si prevede la conferma, come nella legge Bonafede, dello stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di condanna che di assoluzione, ma si annunciano tempi certi per i processi d'appello (2 anni) e Cassazione (1 anno). A questi limiti, oltre i quali il giudizio muore, fanno eccezione i reati puniti con l'ergastolo, che sono imprescrittibili, e altri reati gravi per i quali i termini massimi diventano 3 anni in appello e 1 anno e 6 mesi in Cassazione: l'associazione a delinquere semplice di tipo mafioso, il traffico di stupefacenti, la violenza sessuale e, proprio per venire incontro alla richiesta grillina, anche gli illeciti contro la Pa, con tutte le sfumature della corruzione. Possibilità di proroga anche per la complessità del giudizio (ad esempio per il numero di vittime, delle parti o delle imputazioni).
Un aspetto importante è che, come per la prescrizione del reato in primo grado, in appello e Cassazione l'imputato potrà rinunciare all'improcedibilità. L'improcedibilità poi non pregiudica gli interessi delle parti civili in quanto, se l'imputato era stato condannato al risarcimento del danno per la parte civile e poi interviene in appello la "morte del processo", il giudice penale trasmette gli atti al giudice civile, per la decisione sul risarcimento (valutando le prove acquisite nel penale). Questa nuova disciplina si applica per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, data di entrata in vigore della legge Bonafede. In questa ottica si ribalta la prospettiva: il problema non è più la prescrizione del reato, ma la durata del processo. Il rimedio all'irragionevole durata è così interno al giudizio: l'improcedibilità, appunto, che non estingue il reato.
"Lo sforzo della riforma è stato dare un'immagine del processo penale in cui tutti potessero riconoscersi" ha detto Cartabia. È bene sottolineare che gli emendamenti governativi sulla prescrizione fanno parte di un ddl delega, da attuarsi nel termine di un anno, in linea con gli impegni assunti nell'ambito del Pnrr. Ma guardiamo agli altri punti nodali del restyling operato dalla guardasigilli sul testo, con gli emendamenti "promossi" ieri: sul piano dell'obbligatorietà dell'azione penale si prevede che gli uffici del pm, nell'ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento, individuino priorità trasparenti e predeterminate, da sottoporre al Csm. Un passo indietro è stato fatto sulle impugnazioni: resta in via generale la possibilità - tanto del pm, quanto dell'imputato - di presentare appello contro le sentenze. Si recepisce solo un principio giurisprudenziale (sezioni unite della Cassazione - Galtelli, 2017): inammissibilità dell'appello per aspecificità dei motivi. Via dunque il cosiddetto appello a critica vincolata, come richiesto dall'avvocatura. Un altro aspetto non da poco è che in linea col principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, la mera iscrizione del nominativo della persona nel registro delle notizie di reato non può determinare effetti pregiudizievoli sul piano civile e amministrativo. Nella fase preliminare viene confermata la previsione che il giudice dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentono una ragionevole previsione di condanna.Ora la palla passa al Parlamento ma, dopo il placet di tutta la maggioranza, il lavoro sub-emendativo sarà agevole. Anche se permangono, in casa 5 Stelle, malcontento e divisioni, con Bonafede che viene descritto deluso e amareggiato dal "verdetto" uscito dal Cdm.
Un commento a caldo ce lo fornisce Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto processuale penale all'università di Roma "La Sapienza": "È da rilevare positivamente che la ministra Cartabia ha tenuto conto delle riserve espresse sia dall'accademia, sia dall'avvocatura che dalla magistratura in questi mesi, a conferma del reale metodo di dialogo preannunciato all'inizio delle trattative".
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 9 luglio 2021
Sì unanime del Consiglio dei ministri al testo della riforma della Giustizia proposto dalla ministra Marta Cartabia. Decisiva la mediazione del Presidente del Consiglio Mario Draghi. È partito due ore in ritardo il Cdm, a causa di una riunione tra lo stesso Draghi, la ministra Cartabia e i ministri del Movimento 5 Stelle. Il compromesso è stato raggiunto inserendo tempi più lunghi per i reati contro la Pubblica amministrazione, compresi dunque corruzione e concussione, come richiesto dai ministri grillini. La riforma Cartabia tocca numerosi punti: dalla prescrizione all'appello alle indagini preliminari alle misure alternative.
Confermata la prescrizione con lo stop dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di assoluzione che di condanna, e si prevede una durata massima di due anni per i processi d'appello e di un anno per quelli di Cassazione. Previsto un'ulteriore proroga di un anno e sei mesi in Cassazione per i reati gravi, come associazione a delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, violenza sessuale, corruzione, corruzione. L'improcedibilità interviene trascorsi questi termini. I reati puniti con l'ergastolo restano esclusi dalla disciplina. Si delega inoltre il Governo a rendere più efficiente e veloce la Giustizia penale tramite digitalizzazione e tecnologie informatiche. Il deposito degli atti potrà essere effettuato per vua telematica, con notevole risparmio di tempo.
Per quanto riguarda le indagini preliminari, si stabilisce che il pubblico ministero possa chiedere il rinvio a giudizio dell'indagato solo quando gli elementi acquisiti consentono una "ragionevole previsione di condanna". Si rimodulano i termini di durata massima delle indagini rispetto alla gravità del reato. L'iscrizione del nominativo della persona nel registro delle notizie di reato non può determinare effetti pregiudizievoli sul piano civile e amministrativo - in linea con il principio costituzionale di non colpevolezza. La previsione dell'udienza preliminare si limita a reati di particolare gravità e, parallelamente, si estendono le ipotesi di citazione diretta a giudizio. Il giudice dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna.
Si conferma in via generale la possibilità in grado di Appello, sia del pubblico ministero che dell'imputato, di presentare appello contro le sentenze di condanna e proscioglimento. Si recepisce il principio giurisprudenziale dell'inammissibilità dell'appello per aspecificità dei motivi. Si prevedono limitate ipotesi di inappellabilità delle sentenze di primo grado, per esempio in caso di proscioglimento per reati puniti con pena pecuniaria e di condanna al lavoro di pubblica utilità. Per quanto riguarda la Cassazione si introduce un nuovo mezzo di impugnazione straordinario, in linea con le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Novità anche per i procedimenti speciali: quando la pena detentiva supera i due anni sul patteggiamento si prevede che l'accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene accessorie e alla loro durata come alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare; nel giudizio abbreviato si prevede che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, nel caso di mancata proposizione di impugnazione da parte dell'imputato.
Il governo è delegato a estendere la procedibilità a querela a specifici reati contro la persona e contro il patrimonio con pena non superiore nel minimo a due anni, salva la procedibilità d'ufficio, se la vittima è incapace per età o infermità. La riforma punta anche a razionalizzare e semplificare il procedimento di esecuzione delle pene pecuniarie. Altre deleghe al Governo: misure alternative alla detenzione, estensione dell'istituto della messa alla prova, disciplinare in modo organico la Giustizia riparativa.
"Lo sforzo della riforma è stato dare un'immagine del processo penale in cui tutti potessero riconoscersi", ha detto, secondo quanto riporta Il Corriere della Sera, la ministra Marta Cartabia, illustrando gli emendamenti al Cdm. Il Movimento 5 Stelle aveva minacciato di astenersi mentre Forza Italia aveva chiesto la sospensione del Cdm. Draghi, che incassa l'approvazione unanime, ha invitato le forze politiche "a sostenere il provvedimento con lealtà in Parlamento".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 9 luglio 2021
Assunzioni e processi più brevi, così l'Italia avrà i fondi dell'UE. Premessa indispensabile, su cui tutti i partiti, nessuno escluso, concordano: i tempi della nostra giustizia sono troppo lenti. In Europa siamo uno scandalo. E quindi ecco perché la Commissione europea ha subordinato i miliardi del Recovery Plan a una riforma della giustizia penale che garantisca un taglio del 25% (del 40% per il civile) sui tempi per arrivare a sentenza. Detto questo, come fare? Il vero grande investimento della ministra Marta Cartabia è sugli organici (16.800 assunzioni triennali di laureati in materie giuridiche ed economiche). Daranno vita a un Ufficio del processo che assisterà i magistrati, istruendo i fascicoli, studiando i precedenti, facendo da segreteria. Poi c'è tutto il resto.
Sotto il profilo normativo, la scommessa è scandire meglio i tempi, a cominciare dalle inchieste preliminari e poi le varie fasi del processo. E poi i riti alternativi e la giustizia riparativa: fuori di gergo, significa che il grosso dei processi dovrebbe essere definito subito, per le vie brevi, con sentenze immediatamente eseguibili. La speranza è che i dibattimenti saranno riservati ai casi importanti. Se così sarà, forse la rapidità è davvero dietro l'angolo.
Superata la prescrizione. Se si sforano i tempi c'è l'improcedibilità - Non chiamatela prescrizione, quella non esiste più dopo che Alfonso Bonafede l'ha eliminata. Ora la parola magica è "improcedibilità". Il compromesso, che è linguistico, ma anche giuridico, alla fine soddisfa tutti, amici e nemici della prescrizione. Perché è la sostanza quel che conta. E allora: la riforma Cartabia immagina che la vecchia prescrizione, cioè la cancellazione di un reato dopo un determinato periodo, può scattare soltanto se in quel tempo non si riesce ad avere nemmeno una sentenza di primo grado (come era nel ddl Bonafede), poi è sospesa a tempo indefinito. Casi rari.
A quel punto, per celebrare il secondo e il terzo grado, si concedono 2 e 1 anno. Altrimenti scatta la tagliola della "improcedibilità" detta altrimenti prescrizione processuale. Di fatto, guai a sforare quei tempi. È una clausola di garanzia contro i processi-lumaca. Ma con le debite eccezioni. Quando si celebrano processi di particolare complessità, i tempi per appello e Cassazione saranno più lunghi: 3 anni e 18 mesi. Andrà così anche per corruzione e concussione. Restano esclusi dalla tagliola del tempo i reati da ergastolo, attualmente imprescrittibili.
Più spazio alla riconciliazione. L'archiviazione per i reati minori - Un altro strumento per disboscare la massa dei procedimenti sarà l'archiviazione da parte del pm per particolare tenuità del fatto. Già, perché in Italia si celebrano processi, lenti e costosi, davvero per tutto. Celebre il caso del furto di una melanzana da un campo, arrivato fin in Cassazione. Bene, la riforma ne estende l'ambito di applicabilità. Ad esempio quando la pena detentiva non è superiore nel minimo a due anni, sola o congiunta a pena pecuniaria.
Si potrà applicare, ad esempio, al furto in supermercato di generi alimentari di modico valore. Con provvedimento successivo, il ministero rivedrà i casi di esclusione da questo tipo di archiviazione. Si vuol dare più importanza alla condotta susseguente al reato (esempio classico, la riparazione del danno). La ministra tiene molto alla giustizia riparativa. Un percorso di riconciliazione tra vittima e reo - sempre su base volontaria - sarà valorizzato nelle diverse fasi del processo e dell'esecuzione della pena, con il consenso libero e informato della vittima e dell'autore, e la positiva valutazione del giudice. Si prevede la ritrattabilità del consenso, la confidenzialità delle dichiarazioni e la loro inutilizzabilità nel procedimento penale.
La stretta sui rinvii a giudizio. L'udienza preliminare solo per crimini gravi - L'udienza preliminare è un incredibile appesantimento dei tempi del processo penale. Ed è un fallimento sotto tutti i punti di vista: trent'anni di dati statistici, hanno spiegato i saggi chiamati dalla ministra Cartabia, sono impietosi. Nei casi in cui l'udienza preliminare si conclude con un rinvio a giudizio, pari al 63% dei casi, essa genera un aumento di durata del processo di primo grado di circa 400 giorni. Di fatto l'udienza preliminare filtra poco più del 10% delle imputazioni per i processi nei quali è prevista e non incide peraltro in modo significativo sul tasso dei proscioglimenti in dibattimento, tanto è vero che c'è una percentuale molto alta di assoluzioni in primo grado, pari a circa il 40%.
Ora si intende cambiare prospettiva: il pubblico ministero chiederà il rinvio a giudizio solo quando gli elementi acquisiti consentono una "ragionevole previsione di condanna". Anche il gip dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere, quando gli elementi acquisiti non consentono una "ragionevole previsione di condanna". Intanto l'udienza preliminare si terrà soltanto per reati di particolare gravità; parallelamente, si estendono le ipotesi di citazione diretta a giudizio.
Gli accordi tra pm e imputati. L'estensione dei riti abbreviati - Il ragionamento della ministra Cartabia, sulla scorta della commissione dei saggi che ha lavorato a questa riforma, presieduta dall'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, è che non si riuscirà mai a velocizzare la giustizia se resta intatta la massa dei processi che va a dibattimento. La macchina è ingolfata irrimediabilmente. L'unica soluzione sono i riti alternativi.
Per quanto riguarda il patteggiamento, si prevede che quando la pena detentiva da applicare supera i 2 anni, l'accordo tra imputato e pubblico ministero potrà estendersi anche alle pene accessorie e alla loro durata, nonché alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare. Attualmente c'era un secondo round che sovente scoraggiava l'accordo. Per il giudizio abbreviato, si prevede che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto nel caso di rinuncia all'impugnazione da parte dell'imputato, stabilendo inoltre che la riduzione della pena sia applicata già dal giudice dell'esecuzione. Si salta così un ulteriore passaggio, che appesantiva inutilmente la procedura.
Prima dell'eventuale condanna. Niente sospensione per gli indagati - Porta una cifra garantista, la riforma Cartabia. E quindi non può meravigliare la disapprovazione di un ex presidente della Corte costituzionale nei confronti della cosiddetta "gogna mediatica" che scatta immancabile quando una figura pubblica si trova al centro di un procedimento penale. A volte basta un avviso di garanzia, che certo non è una sentenza di colpevolezza. I processi sui media e sui social sono tanto più veloci di quelli che si fanno faticosamente nelle aule di giustizia.
E se poi sono sommari, chi ci bada? Incalcolabili, però, gli effetti, in termini non di pena, ma di perdita della reputazione. Per raddrizzare la barra, e mandare un segnale culturale controcorrente, la riforma Cartabia introduce una novità coraggiosa: "in linea con il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza", si prevede che la mera iscrizione del nominativo di una persona nel registro delle notizie di reato non può determinare "effetti pregiudizievoli" sul piano civile e amministrativo. In pratica, non ci potranno essere sospensioni dal lavoro o altri provvedimenti disciplinari per i dipendenti pubblici indagati, fintanto che non ci siano le condanne. Quelle vere.
L'indirizzo del parlamento. L'ordine delle priorità con una legge - Un punto particolarmente delicato è l'ordine di priorità nell'esercizio dell'azione penale. Che occorra, lo dicono tutti. "In un sistema ad azione penale obbligatorio tutti i reati devono essere perseguiti - dice anche il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia - e quando ci sono molti reati bisogna stabilire delle priorità, ma un principio deve essere sacrosanto: tutti i reati vanno perseguiti, priorità non significa accantonarli in attesa che vadano prescritti".
Il punto è chi deve fissare queste priorità. Perché si rischia di coartare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, che è un valore costituzionale. Con la riforma Cartabia, si prevede che gli uffici del pubblico ministero, "per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale", individuino priorità trasparenti e predeterminate, da indicare nei progetti organizzativi delle Procure, e da sottoporre al Consiglio superiore della magistratura. Ma il tutto nell'ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento. Non sarà sufficiente dunque un "atto di indirizzo", bensì una legge. E come è noto, il giudice in Italia è soggetto solo alla legge.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 9 luglio 2021
Le proposte della ministra Cartabia incidono positivamente non solo sui procedimenti penali. Il dibattito politico si è concentrato troppo a lungo sul tema della prescrizione. Le proposte che la ministra Cartabia ha ieri portato all'esame del Consiglio dei ministri sono di largo respiro e giustamente si intitolano alla riforma della giustizia penale e non del solo processo penale. Sono infatti interessati aspetti del processo penale e del diritto penale sostanziale, in particolare del sistema sanzionatorio. Finalità, limiti, garanzie costituzionali operano in ognuno di questi settori della materia penale. E vi sono soluzioni processuali (come patteggiamento, giudizio abbreviato), che comportano conseguenze sulla quantificazione della pena, così che diviene perfino difficile segnare i confini tra diritto e processo penale. Pregio del testo in discussione è dunque quello di considerare e incidere su ognuno di essi.
Il dibattito politico e i contrasti esposti alla opinione pubblica si sono concentrati sul tema del regime della prescrizione dei reati, in una realtà di patologica -anche se sistematica- troppo lunga durata dei procedimenti. Le posizioni che si sono scontrate hanno a lungo impedito l'esame di soluzioni ragionevoli, rispettose di diverse esigenze di principio, riguardanti i limiti del diritto dello Stato di punire, il diritto degli accusati di non esser considerati colpevoli fino alla condanna definitiva e a una durata ragionevole del processo, le conseguenze insuperabili del rispetto dei diritti che rendono equo il giudizio. La soluzione portata all'esame del Consiglio dei ministri, frutto della negoziazione politica, non sembra quella preferita dalla Commissione Lattanzi. Se diverrà legge, saranno i risultati ad offrire il metro per valutarla. Superate ora, come pare, le difficoltà politiche in Consiglio dei Ministri, si può sperare che il tema della prescrizione non continui a lasciare in ombra i tanti altri aspetti della riforma elaborata dalla Commissione Lattanzi. Anche se non tutte le proposte formulate dalla Commissione sono state portate all'esame del Consiglio dei Ministri, essi, tutti insieme, rappresentano un importante ed organico intervento riformatore. Le proposte vengono formulate come emendamenti al testo già in Parlamento, presentato dal precedente governo. In realtà, con aggiunte, eliminazioni e modifiche si propongono riforme di ben altro respiro, per ampiezza e per ispirazione culturale. Si vede il congiungersi delle indicazioni che la ministra Cartabia espresse nella sua prima esposizione delle linee programmatiche in Parlamento, con l'esperienza e professionalità proprie della Commissione Lattanzi.
La questione della durata dei procedimenti penali è in Italia gravissima, come quella dei processi civili. Da tempo e ripetutamente se ne sono discusse cause e conseguenze. Ora pesano anche i richiami -anch'essi ripetuti- che vengono dalle sedi europee di cui l'Italia è parte: l'Unione europea anche con il grande progetto di finanziamento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e il Consiglio d'Europa con la Corte europea dei diritti umani per gli aspetti che riguardano il diritto fondamentale all'equo processo di durata ragionevole. Le proposte che sono state elaborate dalla Commissione ministeriale ne tengono conto, così come considerano le esperienze di altri Stati europei, con un'attenzione non usuale ai suggerimenti che vengono dalla comparazione giuridica. La Commissione ha preso le mosse dalla constatazione che la crisi del processo penale di stampo accusatorio introdotto dalla riforma del 1989 è legata dallo scarso (e molto diseguale nelle diverse sedi giudiziarie) successo dei riti alternativi a quello "normale", che conduce al dibattimento e all'applicazione del pesante insieme di regole che lo caratterizzano. Così si propongono nuovi vantaggi per l'accusato che adotti un rito alternativo. Il successo di questo tentativo condiziona il miglioramento dei tempi dei giudizi ordinari (per la deflazione che dovrebbe verificarsi), ma ne è anche condizionato poiché la prospettiva dei loro tempi infiniti (e la possibilità di prescrizione) è un motivo che sconsiglia l'accettazione dei riti semplificati.
Nello stesso ordine di idee viene proposta l'introduzione di un nuovo istituto, chiamato archiviazione meritata: per reati di scarsa gravità, al termine della indagine del pubblico ministero sarà possibile richiedere al giudice la archiviazione per estinzione del reato, come conseguenza dell'adempimento di una serie di prestazioni in favore della vittima del reato o della collettività. Si tratta di una misura che potrebbe rivelarsi efficace, anche in favore della vittima, cui si rivolge anche direttamente la proposta di introdurre le pratiche proprie della c.d. giustizia riparativa. Si tratta di sistemi che tendono a ricostituire i rapporti offesi e interrotti tra il responsabile del reato e la vittima. In generale una attenzione speciale viene prestata alla vittima del reato, anche in linea con indicazioni che vengono dall'Unione europea e che finora erano state trascurate.
La ministra Cartabia ha anche accolto e portato in Consiglio dei ministri le proposte elaborate dalla Commissione sul terreno delle sanzioni. Da un lato vi è una maggior varietà di sanzioni sostitutive di quella detentiva (detenzione domiciliare, affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, lavoro di pubblica utilità, pena pecuniaria) e dall'altro esse verranno applicate dal giudice all'esito del giudizio e non più in sede di esecuzione di una pena detentiva astrattamente comminata. Il giudice considererà la individualità della posizione del condannato, la sua personalità, la sua capacità di reagire positivamente sul piano della risocializzazione e della riparazione della lesione cagionata dal reato.
Nella rimodulazione dell'insieme delle pene rientra l'attenzione portata alla pena pecuniaria, divenuta ormai evanescente perché solo il 2% di quelle inflitte dal giudice sono poi effettivamente eseguite. Rendere effettiva la sanzione pecuniaria è condizione preliminare al suo recupero, anche nei confronti della pena detentiva (spesso peraltro sospesa). Sulla scorta dell'esperienza già maturata da altri Stati europei, si propone di modulare la sanzione pecuniaria per quote giornaliere, di cui il giudice stabilirà il numero e l'ammontare pecuniario, tenendo conto naturalmente del fatto di reato, ma anche della capacità economica del condannato. Come si vede nelle proposte della Commissione e ora del governo si intrecciano e sostengono temi diversi, che insieme intervengono sulla efficienza del processo penale e sull'ammodernamento del sistema di giustizia penale. Al Parlamento il governo offre ora una occasione da non perdere.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 9 luglio 2021
Ma era scontato anche che alla fine i grillini l'avrebbero votata: altrimenti si sarebbero trovati isolati e insieme spaccati. Prigionieri non di una strategia ma dell'assenza di qualunque strategia. Le convulsioni del Movimento Cinque Stelle sulla riforma della giustizia erano prevedibili. Ma era scontato anche che alla fine i grillini l'avrebbero votata: altrimenti si sarebbero trovati isolati e insieme spaccati. Prigionieri non di una strategia ma dell'assenza di qualunque strategia, e risucchiati in un passato nostalgico. Esiste un grillismo giustizialista che soffia sul fuoco dell'indignazione. Grida d'ufficio alla "controriforma" proposta dalla Guardasigilli, Marta Cartabia, demonizzata in realtà per boicottare l'azione del governo di Mario Draghi. E ieri ha cercato di forzare la mano al premier, facendo tardare la riunione a Palazzo Chigi.
Alla fine, però, i Cinque Stelle si sono piegati. Si sono resi conto che la maggioranza sarebbe andata avanti lo stesso, approvando la mediazione. Così, è arrivato il "sì", dopo avere riaperto per un'ora la trattativa; minacciato l'astensione; e preteso qualche concessione sulla prescrizione. Tre anni fa la linea del manicheismo giudiziario avrebbe prevalso senza resistenze. Stavolta si è affacciato e poi ritratto, indebolito da chi, nello stesso Movimento, ha chiesto senso di responsabilità: seppure timidamente, per il timore di essere sbranato dai cosiddetti puri e duri.
D'altronde, il tema divide una formazione che sulla delegittimazione anche giudiziaria degli avversari ha costruito la propria sottocultura e le proprie fortune elettorali. Quel grillismo ritiene di poter sopravvivere solo se non perde referenti e parole d'ordine estremiste: al punto da utilizzare la propria crisi per tentare di riproporle e imporle. Sembra non vedere, o forse banalmente non gli interessa, che senza una riforma della giustizia come quella preparata faticosamente dall'esecutivo i contraccolpi saranno pesanti; e non solo per i processi, i giudici, le vittime e gli imputati. Lo saranno perché il sistema così com'è viene ritenuto incapace di offrire garanzie all'Europa. E può spingerla a porre condizioni-capestro all'Italia prima di concederle una parte dei finanziamenti del Fondo per la ripresa. Una giustizia inefficiente comporta costi non solo sociali. Favorisce una florida economia dell'inefficienza che genera corruzione e acuisce le disuguaglianze. Forse sarebbe più saggio prendere atto che la riforma controversa dell'ex Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede non è solo figlia di un altro governo. Riflette una stagione populista finita da tempo, e non rimpianta: se non da qualche orfano del potere.
Non stupisce che nello scontro consumatosi ieri nelle file del M5S siano stati i seguaci dell'ex premier Giuseppe Conte a bersagliare la mediazione di Palazzo Chigi, difesa invece dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. È tipico, nei momenti di difficoltà, che i partiti scarichino i problemi interni sul governo. Ma stavolta lo schema era così smaccatamente strumentale che Draghi l'ha smontato rapidamente. D'altronde, è difficile bloccare una soluzione magari parziale, imperfetta, eppure obbligata. Anche perché si intravede un'altra incognita, simmetrica e opposta a quella rappresentata dalle convulsioni del M5S.
Si tratta dei sei referendum sulla giustizia promossi dai radicali e dalla Lega, e abbracciati in parte anche da Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. Sebbene tocchino per lo più temi che non rientrano nella riforma, finiscono per raccogliere un fronte eterogeneo, teso a ridimensionare il potere di una magistratura in crisi di identità e di credibilità. Il testo preparato dal governo serve a evitare una contrapposizione tra supposti alleati e supposti nemici dei giudici: schema da muro contro muro tra populismi, in questo caso contrapposti e non solidali.
Puntare i piedi per un'ora minacciando sfracelli e poi intascare le piccole concessioni del premier, per il M5S è un magro bottino. Il richiamo giustizialista, per quanto prepotente, si è rivelato un'arma spuntata. Un tempo, l'immagine di un Movimento "solo contro tutti" sarebbe stata la certificazione di cromosomi virtuosamente antisistema. Oggi, invece, nasconde malamente la guerra interna. La novità è che il resto della coalizione guidata da Draghi va avanti, indifferente al minaccioso lessico grillino. Anche sotto questo aspetto, i tempi sono cambiati.
di Paolo Colonnello
La Stampa, 9 luglio 2021
Il magistrato: "Questa occasione non può essere sprecata Il patteggiamento doveva arrivare almeno fino alla metà della pena". Più coraggio. Per Eugenio Albamonte, ex presidente dell'Anm e attuale segretario di Area, corrente di sinistra della magistratura, nonché pm a Roma, questa riforma è vittima dei veti incrociati della politica. "Manca un vero ampliamento dei riti alternativi che era una proposta congiunta di magistrati e avvocatura e che non è stata recepita. Siamo un po' perplessi".
Un pannicello caldo per riceve i fondi dall'Europa?
"La riforma ci voleva, la stiamo aspettando da tempo e quindi, dato che è anche collegata ai fondi europei, l'occasione non può essere sprecata. Forse ci voleva un po'più di coraggio su altri passaggi".
Quali?
"Per esempio va bene il potenziamento dell'udienza preliminare, va male che non ci sia un effettivo potenziamento dei riti alternativi. Si era detto che patteggiamento poteva arrivare fino alla metà della pena invece questa possibilità è scomparsa. C'era bisogno di scelta coraggiosa. Allora sì che avremmo avuto una decurtazione degli arretrati e una riduzione tempi".
Gli avvocati storcono il naso sulla differenza di trattamento per i reati della Pa: più durezza verso i politici come volevano i 5 stelle. Ma non si crea una disparità di trattamento?
"Qua bisogna intendersi molto chiaramente: la misura dell'improcedibilità di fatto agli occhi delle parti del processo e del cittadino, produce gli stessi effetti della prescrizione, l'altro profilo è che un anno per la Cassazione può pure andare bene, due anni per l'appello non sono sufficienti, quando le 10 corti d'appello più importanti d'Italia, sforano quasi del doppio. Quindi o si mettono deroghe per i reati più gravi oppure creeremo un incentivo a fare più appelli per avere l'effetto dell'improcedibilità. Quindi la misura adottata per i reati più gravi, compreso corruzione è concussione, era una scelta senza alternativa".
Per i pm come lei la vita si fa più dura: dovrete avere una previsione di ragionevole condanna prima di chiedere il rinvio giudizio e il gup diventa dirimente.
"È così e quella norma è positiva, abituerà il pm a svolgere una selezione ancora più accurata del materiale che manda a giudizio. Questo potenziamento del gup viene accompagnato però a una riduzione dei reati che passano per il gup e questo secondo me è altro passaggio mancato"
I criteri generali indicati dal Parlamento per l'azione penale non mettono a rischio indipendenza e obbligatorietà dell'azione penale?
"Un criterio generale e astratto previsto dal Parlamento può ben essere introdotto a patto che a livello locale siano definiti criteri commisurati alle singole emergenze criminali del territorio. L'Italia è una lunga penisola..."
di Livio Pepino
Il Manifesto, 9 luglio 2021
Oggi i temi sul tappeto, strettamente connessi con la questione morale, sono di nuovo quelli di una giustizia disuguale, di una repressione spesso cieca e guidata da ragioni di ordine pubblico, di una frequente caduta delle garanzie, di un continuum tra potere politico e giurisdizione. Luigi Pintor descriveva i magistrati come "mostri spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere" e Fabrizio De André cantava Il giudice, mentre la magistratura aveva il sostegno incondizionato della destra. Non per caso, ma per la prevalente intraneità del corpo giudiziario al sistema di potere che governava il Paese.
Trent'anni dopo il quadro sembrava capovolto. La giustizia era tra i pochi temi capaci di mobilitare una sinistra smarrita, divisa, priva di idee e accodata (un po' innaturalmente) a una concezione della giurisdizione come veicolo di progresso e di democrazia, mentre ad attaccare giudici e pubblici ministeri, con un accanimento a dir poco inconsueto, erano la destra e suoi paladini. Anche qui, non per caso ma per i profondi mutamenti intervenuti nel sistema giustizia, in conseguenza del clima politico esterno e della spinta di vivaci componenti interne.
Oggi il quadro è nuovamente cambiato. I magistrati hanno scoperchiato santuari intoccabili e affermato diritti precedentemente privi di tutela ma nello stesso tempo (e talora insieme, in un intreccio perverso) ci sono state gravi cadute sul piano delle garanzie, assunzione di compiti impropri in particolare da parte di pubblici ministeri, riallineamenti con i forti a scapito dei deboli. Poi è intervenuto il "ciclone Palamara", spia del vuoto di ideali di un ceto associativo impegnato a tempo pieno nel distribuire favori e promozioni con una volgarità disinteressata finanche alle forme. Così sembra essere crollato un mito, c'è nei confronti dei magistrati (e del loro Consiglio superiore) una diffidenza bipartisan e sono in molti a cogliere l'occasione per tentare di riportare i giudici "sotto il trono" del sistema politico. In parallelo, nella maggioranza della magistratura è forte la sindrome della "cittadella assediata" che amplifica il corporativismo e l'incapacità di dialogo con la società.
Si colloca su questo crinale il congresso di Firenze di Magistratura democratica, un appuntamento importante e non di routine. Delle vicende della magistratura negli ultimi 50 anni, infatti, Md è stata protagonista fondamentale e con una spiccata autonomia, come ricordano, non senza ironia, Paolo Borgna e Jacopo Rosatelli nella ricca conversazione Una fragile indipendenza (Edizioni SEB 27, 2021): "Md non era la cinghia di trasmissione del Pci. Casomai, nella testa di qualche dirigente di Md il rapporto era rovesciato, il Pci doveva fare quello che diceva Md".
Ciò - merita sottolinearlo - è avvenuto in stagioni non meno complicate di quella attuale: basti pensare alla conventio ad excludendum degli anni '70 nei confronti dei giudici progressisti, ai rapporti con Sindona di un magistrato potente come Carmelo Spagnuolo, agli ammiccamenti con la P2 del segretario della corrente maggioritaria dell'Associazione magistrati. Allora Md, pur numericamente ridotta, seppe essere, dentro e fuori l'istituzione, un imprescindibile elemento di confronto e realizzò una vera e propria egemonia culturale nella costruzione di un modello alternativo di magistrato, di organizzazione giudiziaria, di politica della giustizia egualitaria, garantista e coerente con il modello costituzionale. Poi, per una pluralità di ragioni, quel ruolo si è attenuato. E se ne sono visti gli effetti...
Oggi i temi sul tappeto, strettamente connessi con la questione morale, sono di nuovo quelli di una giustizia disuguale, di una repressione spesso cieca e guidata da ragioni di ordine pubblico, di una frequente caduta delle garanzie, di un continuum tra potere politico e giurisdizione (a volte longa manus di poteri forti: non ingannino alcune rumorose indagini sedicenti eccellenti!). La storia non si ripete mai allo stesso modo ma di nuovo, per uscire in avanti da questa situazione ci vogliono intelligenza politica, coerenza e, soprattutto, consapevolezza che senza conflitto, anche interno al corpo giudiziario, vincono sempre corporativismo e status quo. Per questo, e non per ragioni di schieramento, il congresso di Md non può essere rituale.
di Giovanni Guzzetta
Il Riformista, 9 luglio 2021
In materia di referendum sulla giustizia si è già acceso un notevole dibattito, come del resto accade sempre quando simili iniziative tocchino temi particolarmente "caldi". E che la giustizia sia uno di questi è evidente, "oltre ogni ragionevole dubbio". Nei dibattiti sulle iniziative referendarie c'è sempre un rischio: quello di confondere il merito politico con le questioni di legittimità giuridica della proposta. Sul merito politico, ovviamente ogni opinione è lecita. Proprio perché è politica la decisione che il corpo elettorale dovrebbe assumere nel momento in cui si andasse a votare.
Ma, come sappiamo, perché si possa votare il quesito referendario è necessario, per i promotori, superare una serie di ostacoli giuridici. La Costituzione, come interpretata dalla Corte costituzionale che giudica l'ammissibilità dei referendum, pone, infatti una serie di limiti anche sostanziali. Non si possono, ad esempio, promuovere referendum per abrogare norme costituzionali o per intervenire su determinate materie disciplinate dalla legge (amnistia e indulto, trattati internazionali, leggi tributarie o di bilancio). Il quesito, inoltre, dev'essere chiaro e omogeneo, cosicché gli elettori possano esprimere un voto consapevole. E via discorrendo. Il rischio a cui accennavo è che chi partecipa al dibattito utilizzi presunti limiti giuridici per rafforzare le proprie, legittime, contrarietà di merito. Ad esempio, nel caso dell'attuale iniziativa referendaria è stato autorevolmente (ma erroneamente) sostenuto che sarebbero costituzionalmente inappropriati i referendum sulla magistratura, in quanto ne minaccerebbero l'indipendenza garantita dalla Carta fondamentale.
L'onestà intellettuale, in un dibattito così cruciale, vorrebbe invece che i due piani si tenessero chiaramente distinti, e si evitassero gli argomenti "a effetto", soprattutto da parte degli esperti, la cui responsabilità, nell'aiutare i cittadini a capire e scegliere liberamente, è importantissima. Per questo non convincono affatto le perplessità di Piercamillo Davigo sull'ammissibilità del referendum relativo alla responsabilità civile dei giudici. Davigo infatti ritiene che la previsione di una azione diretta del cittadino nei confronti del singolo magistrato renderebbe il quesito inammissibile. L'unica reazione possibile di fronte al danno causato da dolo e alla colpa grave del magistrato sarebbe quella di rivolgersi allo Stato (solo questo potrebbe poi "rivalersi" sul magistrato). L'azione diretta invece determinerebbe una illegittima "personalizzazione" della responsabilità, tale da intimidire il magistrato e da potere persino indurlo a "svendere" la propria indipendenza. In particolare, poi, la giurisprudenza costituzionale, riferita ai principi di indipendenza della magistratura, conforterebbe questa lettura critica e sbarrerebbe la strada alla soluzione proposta dai promotori dell'iniziativa.
Nessuno di noi può sapere cosa deciderà la Corte costituzionale sul punto. I precedenti, però, offrono alcune indicazioni che vanno in direzione opposta a quella preconizzata da Davigo. Innanzitutto perché di responsabilità "diretta" dei pubblici funzionari (tra cui i magistrati) parla espressamente l'art. 28 della Costituzione, mentre manca qualsiasi deroga "espressa" a tale disposizione negli articoli che si occupano della magistratura. Inoltre appare difficile che la Corte costituzionale tradisca un proprio precedente specifico. Con la sentenza 26 del 1987, la Consulta ha già ammesso, come ricorda lo stesso Davigo, un referendum sulla responsabilità civile dei giudici. Un referendum che, peraltro, aveva una portata assai più estesa, in quanto, puramente e semplicemente, abrogava le norme del codice civile (art. 55, 56, 74) che limitavano la responsabilità civile dei magistrati rispetto agli altri dipendenti pubblici. In quella sentenza, peraltro molto breve, la Corte sottolineava due aspetti assai importanti.
Innanzitutto (riprendendo anche un precedente del 1968) affermava che l'art. 28 della Costituzione stabilisce un "principio generale" che rende tutti i pubblici funzionari "sia pure magistrati (...) personalmente responsabili". In secondo luogo, sebbene riconoscesse che la Costituzione ammette che la "responsabilità sia disciplinata variamente per categorie o per situazioni" (in particolare con riferimento alla magistratura), la Consulta affermava chiaramente che, in questo campo, non esiste una scelta "obbligata", per cui il referendum non incontrerebbe il limite di intervenire su norme "a contenuto costituzionalmente vincolato", così da dover essere dichiarato inammissibile. Insomma, non è opportuno soprattutto in presenza di tali precedenti (e se si vuole, con onestà intellettuale, contribuire al dibattito), tirare per la giacchetta il giudice costituzionale. È sufficiente dichiararsi, nel merito, contrari al referendum. E anche per Davigo è assolutamente lecito schierarsi politicamente contro. Ancor meglio se facendolo da cittadino, più che da "esperto".
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 9 luglio 2021
Ci sono magistrati che guerreggiano, gli uni contro gli altri, a colpi di dossier e denunce, e poi ci sono magistrati che disegnano percorsi di riforma, immaginano un mondo nuovo, con regole e prassi capaci di coniugare diritto e buon senso. Forse l'età della saggezza aiuta a guadagnare distacco, a formulare analisi più lucide e autonome rispetto all'andamento correntizio e alle schermaglie quotidiane che certo non favoriscono il necessario processo di riabilitazione di una magistratura in crisi di autorevolezza.
Bruti Liberati: "Riorganizzare la geografia giudiziaria"
"Il primo tema da affrontare è la lentezza dei processi civili e penali - dichiara al Foglio Bruti Liberati, Nordio e Rossi, Edmondo Bruti Liberati, toga storica di Md -. Prima del Covid-19 in alcune sedi i tempi erano ormai allineati con quelli europei. Il programma Best Practices, finanziato dall'Ue con il Fondo sociale europeo e promosso dal Csm, ha prodotto a partire dal 2007 innovazioni organizzative importanti. Rimaneva la distanza tra i pochi uffici virtuosi e i tanti in difficoltà. Oggi con gli ulteriori problemi posti dal virus è urgente un intervento riformatore e i fondi europei sono un'occasione da non perdere. Per essere efficace la riforma deve muoversi simultaneamente sui due piani delle riforme processuali e dell'innovazione organizzativa. Quest'ultimo punto sembra appassionare meno il dibattito politico ma dovrebbe essere centrale nell'impegno di spesa del Pnrr. Senza radicali interventi sull'organizzazione, le riforme processuali cadrebbero nel vuoto. Vi sono buone premesse su due punti e totale silenzio su un terzo". Quale? "La ministra Marta Cartabia si impegna per rendere operativo l'Ufficio del processo con un piano di assunzione di 16.500 addetti, rilanciando l'iniziativa promossa nel 2014 dal ministro Andrea Orlando. Oltre all'assunzione di segretari e cancellieri, ma anche informatici e statistici, la novità è quella degli assistenti dei magistrati che mette a regime la positiva esperienza dei giovani laureati che hanno svolto periodi di tirocinio negli uffici giudiziari.
La ministra inoltre ha rilanciato l'iniziativa delle Best Practices promuovendo la diffusione dei migliori modelli organizzativi nelle situazioni di maggiore difficoltà. Ma vi è un terzo, essenziale, settore di intervento sul quale invece tutto tace: la geografia giudiziaria. La riforma Severino di dieci anni addietro è rimasta incompiuta, per gli insensati limiti posti dalla legge delega: mantenimento di tutte le corti di appello e dei tribunali dei capoluoghi di provincia e per finire la ciliegina della regola del 3, tre tribunali almeno per ogni distretto di Corte di appello. Ma è sotto gli occhi di tutti che il Tribunale 'sotto casa' non ce lo possiamo più permettere. Vi è almeno una ventina (se non di più) di piccoli, troppo piccoli, tribunali che per loro ridotte dimensioni non sono in grado di garantire efficienza, ed entrano in crisi totale quando sopravvengono emergenze. Per le corti di appello il principio è quello di una per regione. Ma la Sicilia ne ha quattro: Palermo, Caltanissetta, Messina e Catania; la Puglia ne ha tre: Bari, Lecce e Taranto. Se due corti sono sufficienti per macroregioni come Lombardia e Campania altrettante dovrebbero bastarne per Sicilia e Puglia. È stato insensato mantenere un tribunale in ogni capoluogo di provincia, tanto sono diversificate le situazioni. L'assurda 'regola del 3' mantiene tre tribunali anche nelle mini corti di appello che, invece, andrebbero soppresse. Il ministero della Giustizia dispone di tutti i dati aggiornati necessari per procedere alla revisione. Non ignoro le resistenze dei deputati, degli amministratori locali e di una parte dell'avvocatura. Ma deve essere chiaro che in mancanza di un incisivo e preventivo intervento sulla revisione della geografia giudiziaria sarà inevitabile un gigantesco spreco dei fondi europei e si renderà più difficile il raggiungimento dell'ambizioso obiettivo di ridurre la durata dei processi nel civile del 40 percento e nel penale del 25 per cento".
La commissione ministeriale, presieduta dall'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, disegna un nuovo processo penale. "La Commissione Lattanzi modifica significativamente la proposta Bonafede: piuttosto che ideologia e propaganda, prevede interventi coraggiosi sul processo per assicurare insieme celerità e garanzie. Meno casi a giudizio, grazie a un ampliamento dei criteri per l'archiviazione da parte del giudice dell'udienza preliminare, e dunque maggiore celerità per quelli che effettivamente meritano di andare a processo. S'introduce anche il concetto dell'archiviazione meritata, una misura innovativa per i reati meno gravi, subordinata a riparazioni verso la vittima o a lavori di pubblica utilità. L'effetto deflattivo sul dibattimento potrebbe essere significativo".
La maggioranza però sembra spaccata sul nodo della prescrizione. "Vi sono diverse proposte per attuare un ragionevole equilibrio. Il blocco dopo il giudizio di primo grado, che peraltro è la regola in gran parte d'Europa, nella nostra situazione potrebbe portare al 'fine processo mai'. Ma non dimentichiamo che grazie alla riforma ex Cirielli la prescrizione ha vanificato indagini e processi anche per reati gravi e anche dopo la pronuncia di primo grado. Altrettanto potrebbe accadere per alcune posizioni nel processo per il crollo del ponte Morandi. Il processo infinito non è la soluzione ma occorre evitare che la prescrizione sia agevolmente raggiungibile. Non dobbiamo dimenticare l'ovvio: il difensore ha il dovere deontologico di avvertire il cliente che una impugnazione meramente dilatoria con possibilità di successo zero può far fruttare la prescrizione. Tempi ragionevoli per il processo e obiettivo prescrizione (pressoché) irraggiungibile: così imporrebbe un approccio razionale".
Con i sei referendum sulla giustizia promossi da Lega e Radicali torna il tema della responsabilità civile su cui gli italiani si espressero in modo netto già nel 1987. "La semplificazione del 'chi sbaglia paga' è ricorrentemente proposta - risponde Bruti Liberati - ma rimane fuorviante. Se in un sondaggio di opinione si chiede se sia opportuno che il giudice sia tenuto a risarcire i danni che abbia cagionato con una decisione colpevolmente errata, i più risponderanno di sì. 'Chi sbaglia, paga', sembra ovvio. Ma che la responsabilità personale del giudice per i danni (problema, si noti, diverso e indipendente dalla responsabilità dello stato) costituisca uno strumento efficace e opportuno allo scopo, non è affatto ovvio, anzi. Già dieci anni fa si esprimeva così, sul Corriere della sera, un grande professore di Diritto civile, Pietro Trimarchi, e non si potrebbe dire meglio. La responsabilità dello stato per le disfunzioni della giustizia esiste dovunque in Europa. La responsabilità diretta del magistrato che qualcuno vorrebbe introdurre da noi non esiste da nessuna parte in Europa. In caso di condanna dello stato, esiste già nel nostro sistema la cosiddetta azione di regresso nei confronti del magistrato ma i casi sono stati pochissimi e, a mio avviso, giustamente. In Francia, dove è previsto un sistema abbastanza simile al nostro, l'azione di regresso, action récursoire, nei confronti del magistrato di fatto non è mai stata esercitata. Una disciplina 'vendicativa' nei confronti del singolo magistrato avrebbe il solo risultato di renderlo più timoroso di fronte a quei casi difficili che però sono il pane quotidiano della giustizia. Gli eccessi sulla responsabilità professionale dei medici hanno portato alla medicina difensiva. I magistrati professionalmente attrezzati, quale che sia la futura disciplina, continueranno ad assumersi le loro responsabilità".
Nordio: "Rimettiamo mano al codice Vassalli"
Per l'ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, toga blu della magistratura e oggi in pensione, "è bene distinguere le riforme necessarie e urgenti tra quelle possibili, quelle difficili e quelle impossibili. Tra le prime vi è quella della giustizia civile, perché i suoi ritardi incidono gravemente sull'economia con un impatto sul pil stimato in due punti percentuali. È una riforma facile perché esistono dei sistemi, come quello tedesco, che si possono copiare. Non è divisiva come quella penale, e per di più è quella che ci vien chiesta con maggiore insistenza dall'Europa. Questa riforma è dunque possibile. Poi vi sono almeno un paio di reati che impattano negativamente sull'economia, perché rallentano o paralizzano l'attività amministrativa: mi riferisco all'abuso d'ufficio e al traffico di influenze, aggiungiamoci anche la legge Severino. Andrebbero aboliti, e non ci sarebbe un vuoto di tutela. Ma ci sarebbero forti resistenze parlamentari, soprattutto da parte del M5s. Sarebbe quindi una riforma difficile. Infine, quelle impossibili. Prima di tutto un nuovo Codice di procedura penale. L'attuale codice Vassalli è stato così snaturato, demolito e imbastardito che ormai è un mostriciattolo da sopprimere, nessuno ci capisce più nulla. Va riscritto di sana pianta, recuperando l'originale disegno di un rito accusatorio e liberale.
L'idea che si possa fare entro cinque o sei mesi è metafisica perché con questo Parlamento conservatore si arriverebbe al massimo a un pasticcio. A seguire, con le altre riforme necessarie ma impossibili, vi è quella del Csm, ormai screditato come tutto il sindacato della magistratura. Io auspico da sempre l'elezione per sorteggio, e sono stato considerato a dir poco un eretico; mi rallegro che oggi anche molti colleghi, unitamente a illustri giuristi, la pensino così. Il sorteggio non è previsto dalla Costituzione ma associarlo a un'elezione di primo o secondo grado potrebbe superare il problema. Anche qui le resistenze sarebbero enormi. In tempi normali un governo con un capo così autorevole e una ministra come Marta Cartabia, in assoluto la migliore dai tempi di Gonella, potrebbe anche provarci, ma occupato com'è dalla crisi pandemica ed economica non so se sarà in grado di rischiare".
Non abbiamo parlato del ruolo delle procure. "Non mi sottraggo. Ogni procura ha centinaia di 'fascicoli virtuali', vale a dire esposti che si riferiscono ai fatti più diversi. E da lì pesca se e quando vuole. Poi esiste il 'fascicolo clonato', cioè quello che il pm estrae dalle sue stesse indagini creandone di nuove ed estendendole a soggetti diversi. Questo in nome dell'obbligatorietà dell'azione penale che in realtà è diventata arbitraria e conferisce ai pm un potere enorme, con una facoltà di intervento virtualmente illimitata, senza alcuna responsabilità. Rilevo che nel sistema accusatorio il District attorney americano dirige le indagini ma la sua attività è valutata alla fine del suo mandato quadriennale attraverso le elezioni. Chi sbaglia paga con la rimozione, non con il giudizio disciplinare che da noi è una favola vuota, e tantomeno con il risarcimento, che peraltro è affidato a un ente assicurativo. Finché avremo un pm che in nome della cosiddetta cultura della giurisdizione - espressione di vuota astrazione speculativa - gode dell'indipendenza del giudice ma con un potere di iniziativa insindacabile, non risolveremo il problema. Personalmente preferisco il sistema britannico dove il pm è l'avvocato dell'accusa ma le indagini sono affidate a Scotland Yard. In ultimo, c'è da rifare il Codice penale firmato da Mussolini e da re. Cosicché, paradossalmente, se entrasse in vigore la legge Zan avremmo delle condanne fondate sull'impalcatura di un Codice elaborato da chi ha promulgato le leggi razziali... E questo la dice lunga sulla disgregazione complessiva del nostro sistema penale". Che opinione ha dei referendum di Lega e Radicali? "Credo che solo il referendum possa dare uno scossone a un'impalcatura marcita. Pur nutrendo molti dubbi sulla formulazione dei quesiti, l'importante sarebbe il messaggio innovatore che arriverebbe da una larga partecipazione e magari da una convincente vittoria".
Rossi: "Niente più leader unici o notabili nel Csm"
Per Nello Rossi, già procuratore aggiunto di Roma e oggi direttore della rivista Questione Giustizia, "la crisi della magistratura non passa. Montata due anni fa, l'ondata di piena non accenna a placarsi, alimentata da campagne martellanti, dai toni spesso parossistici e da mediocri conflitti interni al mondo dei magistrati che ostacolano la severa 'critica di se stessi' indispensabile per rialzarsi e ricostruire". La credibilità della magistratura, dottor Rossi, è ai minimi storici: quali sono le conseguenze? "Una magistratura quotidianamente additata al sospetto e una giustizia inefficace e paralizzata sono un danno incalcolabile per il paese. Nasce da qui la scommessa ambiziosa della ministra della Giustizia Cartabia di puntare su riforme che restituiscano alla giurisdizione un accettabile grado di efficienza e tempestività favorendo una visibile rinascita etica della magistratura".
Con quale ordine e quali priorità? "È giusto - prosegue Nello Rossi - che il processo riformatore inizi dal luogo in cui la crisi è nata: il Csm, organo che la Costituzione prevede 'eletto', nella sua componente togata, da tutti i magistrati. Non c'è spazio per il sorteggio. Proprio chi è convinto che le aggregazioni tra magistrati che hanno una comune visione della giustizia e dei suoi problemi siano non solo legittime ma anche indispensabili deve 'volere' che il sistema di elezione dei membri togati del Csm sia liberato dal peso opprimente dei leader unici e incontrastati (à la Cosimo Ferri, per intenderci), dei notabili onnipotenti (à la Palamara, per capirci), delle oligarchie onnipresenti, anche in seno alla magistratura progressista".
Insomma, il correntismo ha da finire. "Muoiano pure le correnti come apparati di potere, signore delle elezioni e dispensatrici di posti, se questo può servire a far rivivere i gruppi di magistrati che hanno ancora voglia di pensare insieme, ragionando del diritto e della sua politica, della giustizia e della sua organizzazione e alimentando quei vivaci centri di elaborazione culturale che sono le riviste. È un fatto che la vigente legge elettorale del Csm, datata 2002 e targata Berlusconi-Castelli, ha miseramente fallito l'intento proclamato di annullare o ridurre il peso elettorale delle correnti. Eppure quella legge era il trionfo dell'atomismo: i gruppi associativi non vi erano mai menzionati, non c'erano liste di candidati, le candidature erano tutte rigorosamente individuali. Piccolo inconveniente: quella legge non faceva i conti con la ritrosia dell'elettore per il voto inutile. E poiché tutti i voti espressi a favore di un candidato non eletto venivano cancellati e mandati al macero, i gruppi associativi hanno avuto buon gioco nel suggerire di concentrare i voti su chi aveva - sulle base delle loro indicazioni o, nel migliore dei casi, sulla base di elezioni primarie - concrete possibilità di essere eletto. Un boomerang classico delle riforme mal concepite: la produzione di effetti opposti a quelli desiderati".
La commissione ministeriale, presieduta dal professor Massimo Luciani, intende riformare il sistema elettorale per la componente togata del Csm. "Oggi, sulla scorta delle indicazioni della commissione Luciani, si punta sul sistema elettorale del 'voto singolo trasferibile' che chiede all'elettore di dare una pluralità di preferenze 'in scala' nell'ambito di una platea di candidati presentati da pochi sostenitori. Il sistema dovrebbe consentire agli elettori scelte più articolate e attente alle qualità dei candidati, e sparigliare i calcoli meramente elettoralistici. Il meccanismo funzionerà se le candidature saranno numerose e se sarà alto il numero di preferenze che l'elettore 'dovrà' esprimere. Nel rispetto, tra l'altro, dell'esigenza di una equilibrata rappresentanza di genere, sempre più avvertita in una magistratura ricca di presenze femminili".
Dunque per lei, dottor Rossi, il metodo di elezione del Csm resta la priorità. "L'urgenza della riforma del meccanismo elettorale nasce dalle cose, il rinnovo del Csm non è lontano, e dalla consapevolezza che solo un Consiglio rigenerato e depurato da scorie clientelari potrà gestire efficacemente le molte modifiche dell'ordinamento giudiziario prefigurate dalla Commissione in tema di nomine e conferme dei dirigenti, formazione dei magistrati e organizzazione degli uffici". La Commissione Lattanzi invece si è concentrata sul processo penale. "È l'altro grande ammalato della nostra giustizia che pone in evidenza il nodo, oggi enormemente controverso, della collocazione istituzionale e del ruolo processuale del pubblico ministero. Su questo terreno la commissione Lattanzi si muove su due linee diverse e parallele, ma non contraddittorie.
Da un lato propone di intensificare il controllo del giudice sull'operato del pubblico ministero e impone al pm di rinunciare all'appello contro le assoluzioni, in perfetta coerenza con la regola che chiede al giudice di primo grado di assolvere l'imputato in presenza di un ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza. Dall'altro, al fine di ampliare i riti alternativi e deflazionare il dibattimento, conferisce all'organo inquirente maggiore discrezionalità e libertà di manovra, ad esempio in tema di patteggiamenti e di proposte di archiviazioni 'meritate' per effetto della riparazione delle conseguenze dannose dei reati. È mia opinione che la nuova fisionomia del pubblico ministero richiederà, con ancora più forza, che l'ufficio rimanga ancorato alla giurisdizione e alle sue regole. Si tratta di sanzionare rigorosamente le violazioni e le cadute (che ci sono) ma non di trarne spunto per snaturare il modello italiano che sta orientando la riflessione sul pubblico ministero in corso di svolgimento in ambito europeo. Del resto, quali alternative vi sono al nitido disegno costituzionale?".
Che idea si è fatto dei referendum promossi da Lega e Radicali? "Il referendum radical-leghista sulla separazione delle carriere è così mal congegnato che non porterà da nessuna parte. Le cinque leggi coinvolte e una infinità di quesiti referendari di segno divergente rendono impossibile per il cittadino rispondere con un secco sì o no, come impone la logica dell'istituto del referendum abrogativo. Diversa è la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall'Unione delle Camere penali: concorsi di accesso separati, carriere separate, due Consigli superiori distinti. L'Unione proclama di voler salvaguardare l'indipendenza dei magistrati del pubblico ministero e l'obbligatorietà dell'azione penale rivendicando la perfetta buona fede della sua iniziativa.
C'è da crederle: gli avvocati penalisti non hanno infatti alcuna voglia di veder iniziare i processi con la formula che si ascolta nei legal thriller televisivi: 'Lo stato di New York contro XY'. Ma è difficile pensare che i pubblici ministeri italiani, una volta divenuti, a seguito della riforma, altrettanti samurai senza padrone, reggerebbero l'urto delle prime dure polemiche dovute al distacco. Infine, ad agitare le acque, ritorna l'eterno tema della prescrizione che si potrà risolvere solo a patto che si scelga il pragmatismo delle soluzioni mediane e compromissorie indicate dalla commissione Lattanzi. Senza dar vita a guerre di religione promosse da forze politiche che, dichiarandosi estranee alle ideologie, finiscono con il trasformare in totem ideologici questioni che meritano di essere affrontate con ragionevolezza e sensibilità istituzionale".
di Claudio Tito
La Repubblica, 9 luglio 2021
Il rapporto europeo sulla salute degli ordinamenti giudiziari evidenzia i ritardi del nostro Paese. Gli impegni del Pnrr ora diventano centrali: "Bisogna investire nella giustizia e assumere più magistrati, per questo il Recovery è importante".
"Sulla giustizia l'Italia ha ancora molta strada da fare". Mentre il rapporto annuale di Bruxelles sullo stato di salute degli ordinamenti giudiziari dell'Unione torna a illuminare i severi ritardi che riguardano il nostro Paese e in modo particolare sui tempi dei processi, il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders, avverte che ancora c'è molto da fare. Che gli impegni del Pnrr a questo punto assumono una centralità senza precedenti.
E anche sul provvedimento approvato ieri dal Consiglio dei ministri che disciplina in particolare la prescrizione dei reati, ripete: "L'importante è che si migliori l'efficienza del sistema e che si tuteli la garanzia di un processo equo". Mentre sulle violenze perpetrate contro i detenuti del Carcere di Santa Maria Capua a Vetere avverte: "Gli Stati dell'Unione hanno il dovere di impedire questi episodi. La violenza non è mai tollerabile. Contro i cittadini in libertà e contro i detenuti".
Intanto Commissario, i dati sui processi civili in Italia non sono affatto confortanti.
"Questo rapporto è soprattutto un modo per conoscere la situazione. È chiaro che la pandemia ha avuto un impatto sull'efficienza dei sistemi. E quest'anno abbiamo insistito su alcune priorità: in primo luogo la digitalizzazione. Dovevamo capire quanto siamo avanzati, ad esempio, nell'uso delle tecnologie come le videoconferenze. Il Covid ha reso necessario adeguare le procedure".
L'altra priorità?
"L'efficienza. In dieci Stati membri è migliorata e in nove è peggiorata. La media delle cause civili è di due anni. In Italia molto di più. E questo genera anche una nuova percezione sui magistrati. Proprio durante la pandemia è cresciuta la sensazione nei cittadini - in almeno metà degli Stati - che ci siano delle pressioni della politica e dei poteri economici".
Ma si tratta di percezione o di realtà?
"Difficile dire se è realtà. In ogni caso dobbiamo fare in modo che non ci sia. E per questo bisogna investire proprio a cominciare dalla digitalizzazione. Almeno la metà degli Stati membri è pronta a farlo. Bisogna impiegare più soldi nella Giustizia".
Anche in Italia?
"Certo, so bene che questo argomento nel vostro Paese è un elemento importante di discussione. Non voglio nascondere che si sono stati anche dei miglioramenti. Ma nello stesso tempo sappiamo che il Covid non ha migliorato la situazione. In Italia c'è stato un avanzamento, ad esempio, sul pesante arretrato. Ma è una battaglia che non si può considerare esaurita".
In che senso?
"Se guardiamo ai tempi dei processi, alla loro durata, e quindi all'efficienza del sistema si capisce che nonostante i progressi la strada da compiere è molto lunga. La media temporale è molto alta. Ne parlerò anche la prossima settimana con il ministro della Giustizia Cartabia".
In questo quadro quanto contano gli impegni del Pnrr?
"Sono fondamentali. Faccio un esempio: il numero di magistrati è tra i più bassi nell'Ue. L'efficienza non è determinata da una loro qualità bassa ma dal numero. L'Italia ha già ricevuto una raccomandazione specifica su questo. Per questo è importante il Recovery. Il nuovo governo ha assunto un impegno preciso: ridurre i tempi dei processi civili del 40 per cento e di quelli penali del 25 per cento. Se stai sotto la media europea, il problema è tuo. E l'Italia ha una lunga storia al riguardo".
Sta arrivando in Parlamento una prima riforma del processo penale. Che ne pensa?
"Ci aspettiamo dei passi avanti. Non ne conosco ancora i dettagli ma l'importante è migliorare l'efficienza. E tutelare i diritti fondamentali e l'equità del processo. Naturalmente è una questione delicata che monitoreremo".
Nei mesi scorsi in Italia è stata presentata anche una riforma del Csm. Che ne pensa?
"Non è ancora un testo definitivo. L'obiettivo per noi è garantire l'indipendenza, questione fondamentale. E prevedere una stretta separazione tra il ruolo dei magistrati e le funzioni politiche. L'assenza o la percezione di assenza di indipendenza incide anche sull'economia".
Perché?
"Un imprenditore che non ha la certezza dell'indipendenza dei magistrati e non sa se la giustizia è efficiente, esita a fare investimenti in quel Paese".
In questi giorni in Italia si sta consumando un vero e proprio scandalo. Le violenze nei confronti dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Cosa ne pensa?
"Prima di tutto vorrei dire una cosa in generale: prima di questo episodio avevo già chiesto a tutti i ministri della Giustizia di avviare una discussione sulle condizioni dei detenuti e sull'uso della custodia cautelare. La Pandemia aveva infatti creato situazioni difficili. Si possono utilizzare, anche in questo caso degli strumenti nuovi come i dispositivi elettronici. E poi servono investimenti per modernizzare gli edifici carcerari".
E sul caso specifico?
"Lo stiamo seguendo. L'Ue è contro tutte le violenze. So che questa è una competenza nazionale ma ci aspettiamo una inchiesta trasparente e indipendente per capire cosa sia davvero successo. È dovere delle autorità nazionali proteggere tutti i cittadini dalla violenza. In ogni circostanza e quindi anche durante la detenzione".
Ma lei, leggendo o guardando in tv quelle immagini, come si è sentito?
"Male. Serve un'indagine accurata ed eventualmente delle misure perché non si ripeta più. Dobbiamo tutti ricordarci che la detenzione non può essere una tortura".
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