di Valerio Valentini
Il Foglio, 8 luglio 2021
Alla fine il vertice è saltato davvero. E del resto fare una sintesi politica tra i vari partiti, senza che prima il partito di maggioranza relativa l'abbia fatta al suo interno, sarebbe complesso. E infatti i ministri del M5s per tutto il giorno hanno tenuto il doppio filo di comunicazione: e se da un lato provavano a evitare le crisi di nervi nei gruppi parlamentari in perenne subbuglio, dall'altro spiegavano a Palazzo Chigi che no, "adesso proprio non è il caso". Per cui forse della riforma del processo penale se ne parlerà nel Cdm di oggi; e sennò si rimanderà ancora. Del resto a Via Arenula evitano drammi, e anzi mostrano la serenità di chi sa che il pacchetto di emendamenti su prescrizione e dintorni è già definito, e si attende semmai solo di ricamarci intorno un'intesa politica.
Solo che nell'imminenza della capitolazione, il M5s va nel panico. "Eppure sono mesi che gli diciamo che la legge Bonafede non poteva essere mantenuta, che dovevano trovare un compromesso accettabile", sbuffano dal Nazareno. E invece, ancora pochi giorni fa, il redivivo Rocco Casalino provava a fomentare i big di Camera e Senato: "Dobbiamo difendere le nostre conquiste, dobbiamo ribadire che noi abbiamo vinto le elezioni e che non possono pensare di scardinare la Spazzo-corrotti o il reddito di cittadinanza". E quelli forse devono averci creduto fin troppo. Se ieri, nelle riunioni di prammatica, hanno perfino paventato ammutinamenti di massa ("Noi la soppressione della Bonafede non la voteremo mai") e scissioni su scissioni, col ministro Federico D'Incà, volto dialogante del grillismo in frantumi, che spiegava perché l'ipotesi di un'insubordinazione dei ministri di fronte a Mario Draghi non era pensabile.
Anna Macina, sottosegretaria alla Giustizia che stando vicino a Marta Cartabia s'è rassegnata da tempo all'arte del realismo, ha provato a lodare il senso della proposta di Via Arenula ai parlamentari delle commissioni competenti. Spiegando che "non si tratta di un'abrogazione della Bonafede, ma semmai di una sua integrazione", nel senso che il calcolo della prescrizione resterà sospeso fino al primo grado, benché poi la sospensione s'interromperà nel caso in cui venissero superati i limiti imposti per l'Appello (due anni) e la Cassazione (tre anni), col tempo trascorso che a quel punto tornerebbe a essere computato. Insomma, non il massimo che si potesse desiderare, ma il massimo ottenibile nelle condizioni date. Il che d'altronde, nell'ottica della ministra, consente comunque di evitare il rischio reale dell'irragionevole durata dei processi.
Ad ascoltare c'era pure lui, Alfonso Bonafede: rassegnato a dover annuire di fronte all'osservazione che sì, un pezzo almeno dell'impianto della sua riforma sopravviverà comunque. E, come in uno strano scambio delle parti in commedie, stavolta erano i deputati, e non i senatori, quelli più intransigenti, con Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti a recitare il ruolo degli oltranzisti ("Così è un'umiliazione"). Il tutto, ovviamente, davanti agli occhi del capo delegazione Stefano Patuanelli. Il quale s'è preso la briga di tentare un'ulteriore mediazione: ottenere, cioè, l'indicazione di alcuni reati gravi per i quali resterebbe pienamente in vigore il blocco della prescrizione. Una concessione, però, su cui i tecnici di Via Arenula si dicono abbastanza scettici. Quello su cui invece i consiglieri della Cartabia hanno lavorato nei giorni passati è una postilla che preveda una proroga dei termini della prescrizione (i due anni per l'Appello e l'anno per la Cassazione) in caso di particolari complessità nel processo che porterebbero a una dilazione dei tempi.
Altro successo che il M5s potrà comunque rivendicare, poi, sta nell'aver ammorbidito parecchio, rispetto alle iniziali proposte formulate dalla commissione dei tecnici ministeriali guidati dal prof. Lattanzi, sia la norma sull'inappellabilità delle sentenze di primo grado sia l'indicazione da parte del Parlamento rispetto ai reati da perseguire. Stando alle ultime bozze, su quest'ultimo punto si prevede che le Camere forniscano solo un quadro d'indirizzo generale, lasciando però una sostanziale libertà d'azione alle procure.
Questo, insomma, è il piatto che il M5s dovrà accettare di mangiare. Ed è su questo accordo che domani, salvo inciampi dell'ultim'ora, i ministri forniranno un consenso informale, così da fare in modo che gli emendamenti governativi al disegno di legge sul processo penale arrivino alla commissione Giustizia di Montecitorio col crisma della piena condivisione. E a quel punto l'iter del provvedimento, rimasto a lungo sospeso in attesa di un'intesa politica, dovrebbe diventare assai agevole. Anche perché la riforma va approvata, stando al Pnrr, entro il 2021. Il che, stando a chi maneggia il calendario parlamentare, vuol dire prima di ottobre, quando cioè Camera e Senato saranno impantanate nella sessione di bilancio.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 8 luglio 2021
L'ex ministro: "In gran parte le modifiche contengono cose che provammo a fare 23 anni fa io e Giorgio Lattanzi. All'epoca io guidavo il ministero e lui era direttore generale, ma purtroppo allora fallimmo per indifferenza politica e ostilità delle toghe". "Se i superlativi in Italia non fossero abusati, direi che l'impianto della riforma penale mi pare molto positivo - dice Giovanni Maria Flick, docente e avvocato penalista, ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Corte costituzionale -. L'unico rammarico è che in gran parte contiene cose che provammo a fare 23 anni fa - io ministro e Giorgio Lattanzi all'epoca direttore generale del ministero, lui che oggi ha contribuito a scriverla come collaboratore di Marta Cartabia. Allora fallimmo per indifferenza politica e ostilità della magistratura, speriamo che ora ce la facciano".
È ottimista?
"Demoralizzato e ragionevolmente perplesso dallo spettacolo, a volte sconcertante, in cui si muovono gli attori: politica, magistratura, avvocatura, mass media. Ma non dispero, anche perché mi pare che la ministra si stia muovendo molto bene sul piano della diplomazia".
Quali sono i punti che motivano il suo giudizio positivo?
"Mi piace molto, fra l'altro, il rafforzamento del ruolo del giudice nel controllo del pubblico ministero nella fase delle indagini preliminari. Il rapporto tra queste due figure resta irrisolto: si pensi a quanto accaduto nell'inchiesta sul disastro della funivia del Mottarone. Evidentemente non si è ancora capito che è il giudice, e non il pubblico ministero, a emettere i provvedimenti sulla libertà personale".
La convince il tentativo di aumentare il filtro processuale nell'udienza preliminare?
"Finalmente si capovolge il criterio di valutazione del materiale raccolto nelle indagini: non si rinvia a giudizio per cercare le prove, ma solo quando di per sé sarebbero sufficienti per una condanna, se confermate in dibattimento".
Funzionerà?
"Solo se i magistrati non lo vanificheranno, perpetuando una tendenza perversa a considerare indagine e dibattimento un tutt'uno, senza soluzione di continuità".
I magistrati possono vanificare la riforma?
"Mi pare evidente, senza bisogno di citare Giolitti, per cui le leggi s'interpretano per gli amici e si applicano per i nemici. Ogni principio è interpretabile, dunque nessuna legge, nemmeno la migliore avrà efficacia senza un profondo cambiamento culturale. Della politica, dell'avvocatura, ma soprattutto della magistratura".
Quale?
"Bisogna uscire dalla stagione del panpenalismo, la dottrina per cui tutte le emergenze sociali vanno soddisfatte con nuovi reati, e del pancarcerismo, per cui il tema della sanzione penale si risolve nel carcere. E liberarsi dalla concezione della giustizia come missione".
In che senso?
"Ma non ci si rende conto che i due frutti che dovrebbe generare l'albero della giustizia, la ragionevole durata del processo e la ragionevole prevedibilità dell'esito, sono rinsecchiti? Che il terzo frutto, la pena e la sua esecuzione, è marcito come ci siamo finalmente accorti a Santa Maria Capua vetere (e non solo lì)? Non si può continuare a stiracchiare i principi per arrivare a esprimere posizioni di potere. In uno slogan: più umiltà e meno autoreferenzialità".
Della riforma della prescrizione che cosa pensa?
"Mi rifiuto di entrare in un ginepraio di tecnicismi elaborati solo per nascondere o attenuare contrasti politici di fondo. La politica usa la prescrizione come strumento di lotta. Ostenta un'infastidita indifferenza ai problemi della giustizia, salvo quando può strumentalizzarla a fini di parte".
La riforma del Csm è indietro perché più difficile?
"A parità di metodo, a differenza della commissione Lattanzi, da quella sull'ordinamento non è venuto fuori granché. Resto convinto che l'apertura dei consigli giudiziari agli avvocati sia sacrosanta, purché abbiano diritto di voto, e che gli illeciti disciplinari dei magistrati non debbano essere valutati da altri magistrati, ma da un'alta corte esterna al Csm".
È realistico l'obiettivo di ridurre i tempi dei processi del 25%?
"Vent'anni fa, quando provammo ad abbattere l'arretrato, verificammo che in pochi mesi si ricreava come prima. Quindi se non si cambia cultura incidendo prima di tutto sugli spigoli autoreferenziali, tutto è inutile".
È una delle condizioni per accedere ai fondi europei.
"Giusta esigenza, ma non vorrei che si dimenticasse che la giustizia non è solo questo. Pensiamo molto all'economia, meno all'umanità. Restituire i soldi europei sarebbe doloroso, ma possibile. Ma come si restituisce la dignità ai detenuti di Santa Maria Capua Vetere?".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 luglio 2021
Oggi in Consiglio dei ministri gli emendamenti di Cartabia alla riforma: sulla prescrizione, un'opera di ingegneria tecnico normativa, per rimediare all'assurdo della legge Bonafede senza traumatizzare i 5 stelle. La soluzione c'è e si regge su un filo sottilissimo, intessuto con accorgimenti tecnici e con una particolare cura nel modello di comunicazione. Oggi finalmente arriva in Consiglio dei Ministri il restyling della riforma del processo penale con gli emendamenti elaborati dalla commissione Lattanzi e definiti da Marta Cartabia. Nessun passaggio dunque ieri per la cabina di regia governativa: si è continuato a trattare informalmente con i partiti per sciogliere gli ultimi nodi. L'equilibrio si regge sull'opera di ingegneria normativa messa in atto dai professori soprattutto in tema di prescrizione, per raggiungere un risultato che da un lato riporti nell'alveo costituzionale la durata del processo, ma che, allo stesso tempo, possa permettere alle forze di maggioranza di rivendicare una parte dell'obiettivo riformatore.
Da qui anche la scelta della ministra di preferire il termine 'improcedibilità' a quello di 'prescrizione', che poi rappresenta l'ipotesi B della commissione su cui si sarebbe raggiunta la sintesi. In pratica la prescrizione si blocca dopo il primo grado, come da riforma Bonafede, ma poi subentra l'improcedibilità dell'azione penale. Si avranno due anni di tempo per il processo di appello, un anno per quello in Cassazione. Se i giudici non rispetteranno questi termini il processo stesso decadrà, ovviamente per l'assolto in primo grado ma anche per il condannato.
Ed è questa la novità, che potrebbe essere difficile da far digerire al Movimento 5 Stelle ma su cui punterebbe la guardasigilli per non andare in conflitto con i principi di uguaglianza e di presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Tuttavia su questo si continuerà a trattare, fanno sapere da Leu, per trovare una formula di maggiore gradualità nel caso della sentenza di condanna.
Dunque questa sintesi accontenterebbe un po' tutti: l'ex ministro Bonafede il cui totem in parte resta, il Pd che pure aveva proposto la prescrizione processuale un po' semplificata, Leu che si era mosso più o meno allo stesso modo già dal 2019, Forza Italia che si era opposta all'ipotesi dello sconto di pena come sostituto dell'improcedibilità, la Lega favorevole alla necessità di ridurre drasticamente i tempi del processo penale ma non le garanzie - come aveva detto Giulia Bongiorno dopo aver incontrato la Cartabia -, Italia viva che si era opposta alla discriminazione tra assolti e condannati dopo il primo grado.
Soddisfatto anche l'onorevole di Azione Enrico Costa: "Gli emendamenti del governo alla riforma del processo, ne siamo certi, andranno nella direzione da noi auspicata del rispetto dei principi costituzionali, della presunzione di innocenza, del diritto alla difesa, della ragionevole durata del processo e della certezza della pena".
Secondo il sottosegretario Francesco Paolo Sisto "la commissione Lattanzi ha lavorato bene in stretta aderenza ai principi costituzionali. Poi spetterà al Parlamento dire la sua". Dietro le parole del sottosegretario probabilmente si cela il detto "non dire gatto se non ce l'hai nel sacco": infatti a poche ore dal Cdm c'è comunque chi teme che la pattuglia pentastellata faccia saltare il banco, considerate le indiscrezioni che hanno fatto circolare - "i tempi non sono maturi, una posizione non c'è ancora, si sta accelerando troppo".
E i nodi da sciogliere non sono pochi: sicuramente quello dell'appello che aveva messo in allarme sia l'accusa che la difesa, considerato che nella proposta originaria della commissione Lattanzi si voleva impedire al pubblico ministero di appellare le sentenze di assoluzione e si voleva trasformare il secondo grado in un giudizio a critica vincolata, svuotandolo della valutazione di merito. Adesso sembrerebbe invece che il pm potrà continuare a presentare appello, anche se con dei paletti, e altrettanto potrà fare il difensore per conto del proprio assistito. Una scelta di buon senso per evitare il fuoco incrociato di magistratura e avvocatura.
Un'altra questione che aveva agitato il dibattito era stata quella del temperamento dell'obbligatorietà dell'azione penale. Inizialmente era previsto che fosse il Parlamento a determinare periodicamente, anche sulla base di una relazione presentata dal Consiglio Superiore della Magistratura, i criteri generali dell'esercizio dell'azione penale. Adesso si va verso un Parlamento che darà solo un'indicazione di massima, dei criteri indicativi molto generici, ma poi saranno le procure a fissare le vere priorità dell'esercizio dell'azione penale, in base alle esigenze del singolo territorio.
Su questo aveva presentato delle perplessità proprio al nostro giornale il costituzionalista Cesare Mirabelli: "Non ci può essere neanche una diversità di criteri per i diversi territori. Di fatto alcuni reati verrebbero perseguiti o meno a seconda del luogo dove sono stati commessi e sarebbe leso il principio di eguaglianza".
di Maso Notarianni
Il Domani, 8 luglio 2021
Le cifre ufficiali delle Nazioni Unite ci dicono di 886 morti nel Mediterraneo centrale in questa prima metà di 2021. Nel mondo, i "morti per migrazione" sono 1.750. Anche quest'anno il Mediterraneo centrale si conferma la frontiera di gran lunga più letale. Ma le immagini dei cadaveri che ci giungono dalle spiagge libiche e i racconti dei pochi operatori umanitari che ancora riescono a solcare il mare a bordo delle navi della società civile ci dicono che quella cifra è estremamente sottostimata. Le istituzioni sottostimano, anche per loro stessa ammissione, i numeri dei morti in mare, ma il vero dramma è che di quello che sta accadendo ai i nostri confini pare non interessi più a nessuno. E quindi non interessa alla politica.
È evidente che il principale partito del centrosinistra, il Pd, abbia barattato in nome della governabilità non solo ogni tipo di presa di posizione, ma anche ogni briciolo di umanità. Sarebbe indegno di un qualsiasi Paese civile spendere quattrini pubblici per finanziare dei killer prezzolati, eppure è quello che il Parlamento italiano si appresta a fare rifinanziando per l'ennesima volta il sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica, proprio mentre viene pubblicato l'ennesimo filmato in cui è del tutto evidente che il ruolo assunto dai libici non è quello di salvare vite umane ma di seminare il terrore tra chi cerca di scappare dall'inferno. E spesso seminare il terrore a bordo di una carretta del mare o di un gommone stracarico di persone significa provocare un naufragio.
Persone: stiamo parlando di uomini, di donne, di bambini con una vita, una storia - spesso terribile - delle speranze per il futuro, dei sogni. Persone che hanno tutto il diritto di cercare asilo, di chiedere rifugio, o di cercare una vita migliore o semplicemente possibile, come dicono le convenzioni internazionali e la nostra Costituzione che ci hanno strappato dalla barbarie nazifascista.
Eppure a questa barbarie ci si sta avvicinando sempre più velocemente, nell'indifferenza generale. In queste ultime settimane non sono mancate notizie di naufragi, di nefandezze compiute dai carcerieri o dalla "guardia costiera" libica. Son arrivate delle fotografie terribili di bambini, donne e uomini trovati cadaveri sulle spiagge bagnate dal nostro stesso mare e drammatici filmati di salvataggi compiuti dalla nostra guardia costiera o dalla Ocean Viking, in questi giorni unica nave della società civile in grado di navigare, essendo tutte le altre bloccate dalla furbizia del ministero dell'Interno.
Sappiamo bene che spesso le leggi e i regolamenti in Italia sono di libera interpretazione e perfino di libera applicazione. La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, da buon prefetto, non urla ma si limita ad applicare quelle leggi e quei regolamenti - spesso assurdi e quasi mai imposti alle navi commerciali - per ottenere il risultato politico che le è stato affidato: quello di limitare gli sbarchi, a costo di renderci tutti, governanti e governati, corresponsabili di stragi, barbarie, torture, stupri. Quando i nostri nipoti ci chiederanno: "se avessi fatto anche tu il tuo dovere, se avessi cercato di far valere la tua volontà, sarebbe successo ciò che è successo?", in pochissimi sapremo rispondere.
di Carlo Pizzati
La Repubblica, 8 luglio 2021
Malato di Parkinson, 84 anni, era noto per le sue battaglie a favore degli aborigeni e dei Dalit. Accusato senza vere prove di legami con i ribelli maoisti e di aver fomentato violenze inter-casta, grazie a una norma "anti-terrorismo". Bisogna essere affetti da una grave forma di incurabile crudeltà per lasciar morire in carcere un prete gesuita di 84 anni, malato di Parkinson, che non era più in grado di mangiare, bere o lavarsi da solo. Ci vuole un certo livello di ostinata stupidità per maltrattare un malato, il più anziano indagato per terrorismo in India, che in prigione è stato contagiato dal Covid-19 ed è deceduto dopo otto mesi di prigionia, senza alcuna vera prova di colpevolezza. Padre Stan Swamy è stato eliminato, questa è la parola giusta, grazie a una legge antiterrorismo manipolata per soffocare il dissenso al governo, norma piegata a mero strumento per imbavagliare le critiche, pugno di ferro contro le minoranze.
Quando a ottobre nel 2020 un'agguerrita task force antiterrorismo dell'Agenzia investigativa nazionale irrompe nella casa comune a Ranchi, capitale dello Stato di Jharkhand nell'India dell'est, dove abitava il paladino dei diritti delle popolazioni aborigene degli Adivasi e delle caste più basse dei Dalit, non trova nulla di incriminante, ma lo arresta lo stesso, assieme ad altri 15 avvocati, scrittori, poeti e militanti. L'accusa è d'aver fomentato violenze inter-casta nel 2018, nel caso "Bhima Koregaon", e di avere dei collegamenti con i ribelli maoisti naxaliti nella pianificazione dell'assassinio del premier Narendra Modi.
Di nuovo: parliamo di un prete gesuita di 84 anni con il Parkinson, il quale per mezzo secolo ha difeso gli ultimi contro gli interessi e gli abusi delle grandi società minerarie, aiutate da funzionari corrotti. Padre Stan era difatti noto per la militanza nel fornire assistenza legale gratuita agli Adivasi nella difesa dei loro diritti costituzionali a terreni, fiumi e sorgenti. Ciò ha sempre dato molto fastidio ai poteri forti. E non si è trovato di meglio che escogitare un pretesto per togliersi dai piedi il prete, come si è fatto con decine di professori universitari, autori e poeti in galera, grazie alla Legge per la prevenzione delle attività illecite con la semplice accusa d'aver guidato manifestazioni o aver postato messaggi di critica politica sui social.
In una conferenza video che padre Swamy era riuscito a trasmettere poco dopo l'arresto, il gesuita aveva chiesto clemenza: "A causa dell'età ho delle complicazioni. Ho cercato di comunicarlo alle autorità e spero che prevalga un senso di umanità". Non è stato così. In quel video si notava già il tremolio delle mani di questo figlio di contadini del Tamil Nadu divenuto novizio già da adolescente. Non riusciva più a mangiare e a lavarsi e aveva chiesto al tribunale di poter avere una tazza con cannuccia per nutrirsi da solo. Richiesta negata. Solo dopo una mobilitazione sui social, grazie alla quale centinaia di sostenitori hanno acquistato per lui tazze e cannucce inviandole al tribunale, e postando la ricevuta: solo dopo un mese le autorità hanno ceduto. Un inutile accanimento, considerando oltretutto che una squadra americana che un hacker ha usato un software per istallare 22 files incriminanti nel computer di uno degli accusati. Proprio in questi file posticci ci sarebbero le prove usate per arrestare Swamy.
"Questa non è stata una semplice morte", ha accusato la scrittrice Meena Kandasamy, "è stato un assassinio giudiziario e sono tutti complici". "Non è morto, è stato ucciso", le fa eco l'autrice Sonia Faleiro. Lo storico Ramachandra Guha parla anche lui di "omicidio giudiziario". E un giudice a riposo della Corte suprema indiana, Madan Lokur, è affranto: "Da due anni osservo la disintegrazione totale dei diritti umani in India, una tragica discesa culminata con questa morte". Ma padre Swamy lo sapeva. Nel suo ultimo messaggio video si era dichiarato pronto al martirio: "Questo è un processo che mette in questione i poteri forti. Sono pronto a pagarne il prezzo. Qualunque sia".
di Francesca Paci
La Stampa, 8 luglio 2021
Non cambierà la storia il fatto che il Parlamento italiano, nella sua interezza, abbia dato ieri via libera alla mozione per concedere la cittadinanza a Patrick George Zaki, lo studente dell'università di Bologna arrestato al Cairo il 7 febbraio 2020 con l'accusa pretestuosa di cospirare ai danni dello Stato e da allora in attesa di giudizio. Eppure pesa.
Come pesa l'immagine di quei calciatori che, pur senza l'ambizione di sconfiggere il razzismo, si sono inginocchiati in solidarietà con il movimento Black Lives Matter attendendo il fischio d'inizio della partita ma soprattutto le polemiche a venire. La questione è cosa succede adesso che Senato e Camera hanno esplicitamente dato mandato a Palazzo Chigi di prendere l'iniziativa e sfidare il regime egiziano sul terreno di quei diritti di cui l'Europa si sente paladina.
La risposta tragicamente più onesta è: niente. A meno di un per ora inverosimile cambio di prospettiva geopolitica nei confronti dei "dittatori necessari", non succederà niente. Da mesi è chiaro ormai che il nostro governo, consapevole del rinnovato protagonismo mediterraneo dell'Egitto, ha ridimensionato i toni che pure a un certo punto aveva alzato di fronte ai depistaggi del Cairo su Giulio Regeni. E parliamo di un italiano arrestato, torturato e ammazzato dalla paranoia degli apparati di sicurezza di cui la magistratura ha messo nero su bianco responsabilità e omissioni. Figurarsi un giovane egiziano, la generazione perduta dei 1058 Giulio Regeni che secondo Commitee for Justice sono morti nelle carceri del presidente Abdelfattah al Sisi dal golpe popolare del 2013.
Si è discusso di diritti nell'incontro di alcuni giorni fa tra il ministro del Turismo Garavaglia e l'ambasciatore egiziano?, chiede retoricamente il deputato di Più Europa Riccardo Magi. Non se n'è discusso nemmeno quando, a marzo, è stata confermata la vendita di due fregate al Cairo, il nostro principale acquirente di armi, inossidabile anche nei mesi più bui del caso Regeni. D'altra parte, obiettano i pragmatici, quelli che legittimamente ritengono controproducente il muro contro muro, sospendere le forniture belliche agli Emirati Arabi ci è valso lo sfratto dalla base militare di al Minhad. Touché.
C'è un punto chiave però nella giornata di ieri, quella in cui i deputati italiani hanno chiesto coralmente la cittadinanza per Patrick Geoge Zaki con la sola eccezione di Fratelli d'Italia, che pure non ha votato contro. L'iniziativa popolare lanciata da una piccola associazione di Bologna su Change.org è cresciuta fino a coinvolgere centinaia di città e raccogliere le 270 mila firme che sono state appena consegnate al presidente del Parlamento europeo David Sassoli. Fare il passo più lungo della gamba non si può, ma neppure fare finta di niente.
Lo sa il governo, lo sanno i diplomatici che solo un anno fa sono andati vicini alla crisi con la Francia nientedimeno che per lo spot della Pizza Coronavirus. E comunque, se ce ne fosse stato bisogno, l'ha ricordato a più riprese la senatrice a vita Liliana Segre, una che su questa storia ha messo la faccia sin dal primo giorno scandendo le parole "ricordo cosa si prova da innocente in prigione". Fare finta di niente oggi è più difficile. Almeno questo. Anche perché Zaki ci ascolta, scruta l'avvocato e la sorella durante le rarissime visite concesse cercando un segno, Zaki è vivo e ci guarda. C'è ancora tempo.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 8 luglio 2021
In parlamento conferenza stampa del tavolo asilo. Il decreto missioni va alla Camera il 15 luglio. Non ancora calendarizzato al Senato. Nella sala Caduti di Nassirya del Senato sono risuonate ieri le voci di chi si oppone al rifinanziamento della Guardia costiera libica. Da un lato gli organizzatori, le 32 associazioni che compongono il tavolo asilo e immigrazione: un pezzo consistente del terzo settore che riunisce le principali realtà nazionali (come Arci, Asgi, Acli, Emergency, Sant'Egidio) e alcune tra le più grandi Ong del mondo (ad esempio Oxfam, Amnesty, Intersos, Msf, Save The Children). Dall'altro la pattuglia di onorevoli pronti a votare No alla misura. Ieri sono intervenuti: Loredana De Petris ed Erasmo Palazzotto (LeU), Emma Bonino e Riccardo Magi (+Europa), Doriana Sarli, Gregorio De Falco, Yana Chiara Ehm e Paola Nugnes (ex M5S, ora al misto), Francesco Verducci (Partito Democratico).
Tra Camera e Senato alla fine dovrebbero essere una cinquantina quelli che rifiuteranno di "essere complici di un crimine", come hanno ripetuto diversi interventi. Si tratta del 5,3% dei 945 parlamentari eletti. L'esito della vicenda sembra quindi già scritto. "Almeno dobbiamo perdere onorevolmente", ha detto Filippo Miraglia, dirigente nazionale di Arci. Per questa situazione di debolezza Miraglia ha attaccato il Pd: "Non c'è una forza politica che faccia dei diritti umani una sua questione identitaria, mentre la destra costruisce consenso sulla loro negazione". Il principale partito di centro-sinistra aveva votato a febbraio 2020 una mozione, all'unanimità, contro i finanziamenti alla sedicente "guardia costiera" libica. Ma Enrico Letta, che pure nel 2013 ha messo in mare l'operazione Mare Nostrum da primo ministro, non ha dimostrato particolare interesse a discostarsi dalla linea prevalente nel governo. Tutto lascia credere che darà il suo Sì insieme a Matteo Salvini e al resto della maggioranza.
Secondo Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, la vicenda del voto sul decreto missioni mostra che sono stati messi da parte i parametri che dovrebbero orientare le scelte politiche: "Si parla ormai solo di numeri senza considerare l'impatto che queste politiche producono sulla vita di migliaia di persone". Omicidi, torture, stupri, naufragi, sevizie, detenzioni arbitrarie. Sono queste alcune delle conseguenze concrete del flusso di denaro che parte da Roma e raggiunge le milizie libiche con lo scopo di ostacolare i flussi migratori: i milioni di euro passeranno dai 10 del 2020 ai 10,5 nel 2021 (lo ha denunciato Oxfam nei giorni scorsi). Le associazioni hanno inviato una lettera al premier Draghi per chiedere di cambiare rotta.
"L'Italia adotta una strategia politica per il contenimento di chi fugge dagli orrori libici. Pensate se si fosse deciso di "contenere" chi scappava dalla Germaniza nazista", ha detto Palazzotto. Il deputato di LeU ha anche denunciato la strumentalizzazione dei corridoi umanitari: posto che bisognerebbe evacuare con urgenza tutti i centri libici, ha sostenuto, le poche centinaia di persone che al momento riescono ad arrivare legalmente sono utilizzate dalla politica per spostare l'attenzione da ciò che accade nei centri di prigionia a terra e con le intercettazioni illegali in mare. Sono state circa 60mila dal 2017, anno della firma del memorandum italo-libico.
A chiamarle "respingimenti" è De Falco che punta il dito contro la nave della marina militare italiana di stanza al porto di Tripoli. "Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha detto che serve ad addestrare, riparare e sviluppare i mezzi a disposizione dei libici. Ma gli fornisce anche i sistemi di comunicazione per coordinare la cattura dei migranti. Sotto il profilo giuridico l'Italia è autrice di questi delitti, non complice. Stiamo facendo noi i respingimenti", ha detto. Il voto sul decreto missioni è già calendarizzato alla camera, ma non ancora al senato. Andrà in aula il 15 luglio.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 8 luglio 2021
Sulla vicenda indaga la Corte dei Conti che a sei anni dall'esposto è però ancora nella fase preliminare degli accertamenti. C'è un nuovo finanziamento da un milione e mezzo di euro per l'aula bunker del carcere di Opera, l'edificio eretto a fianco del penitenziario di massima sicurezza progettato nel 1996, iniziato a costruire tre anni dopo e mai terminato.
Era il secolo scorso: i vertici del Tribunale di Milano, sull'onda lunga di Tangentopoli e delle inchieste di mafia, pensavano in grande, a una struttura che potesse ospitare i maxi processi con tanto di alloggi per i magistrati nel caso di lunghe camere di consiglio. Dopo decine di appalti più volte modificati e almeno 12 milioni di euro messi a disposizione del Provveditorato regionale alle Opere Pubbliche dal Ministero della Giustizia, quel 'sogno' si è trasformato in uno sgraziato edificio di calcestruzzo in eterna attesa di un taglio del nastro tra i larghi campi di grano e le rogge sottili che scorrono attorno all'abitato di Opera.
Le fonti giudiziarie da cui l'AGI ha appreso dell'arrivo di denaro fresco non esplicitano a cosa servano questi soldi. Intanto, interpellata sullo stato dell'inchiesta per 'danno erariale da opera incompiuta' aperta sei anni fa, la Corte dei Conti attraverso il suo presidente Luigi Cirillo fa sapere che "siamo in fase istruttoria", cioè nella parte iniziale degli accertamenti. A presentare l'esposto erano state due magistrate della Procura Generale e della Corte d'Appello di Milano che, dopo un sopralluogo da cui era emerso lo stato di degrado del cantiere, avevano investito della questione anche la Procura, la quale non risulta abbia mai compiuto atti d'indagine.
Nel progetto elaborato dal Provveditorato l'anno in cui Micheal Johnson batteva record di velocità all'Olimpiade di Atlanta e Antonio Di Pietro decideva di entrare in politica, era prevista una struttura con un interrato riservato alle celle per i detenuti e due piani in grado di ospitare un'aula bunker, due camere di consiglio con annesse otto stanze per i magistrati nel caso di notti a meditare sulle sentenze e un archivio. Era in anche in programma una strada lunga circa 300 metri per consentire a toghe, avvocati e pubblico di accedere al bunker da ricavare dopo l'espropriazione dei terreni. Mai avvenuta. Tra i vari intoppi nei due decenni, anche l'allagamento della struttura e una serie di perizie necessarie perché nel progetto originario non si era tenuto in debito conto della permeabilità del terreno dove scorrono le rogge.
"Non abbiamo la bacchetta magica" - L'AGI ha visitato nei giorni scorsi una parte dell'interno del prefabbricato, l'altra non è stato possibile perché i responsabili del cantiere non lo hanno consentito. La situazione non sembra essere cambiata di molto rispetto a quando, nel marzo del 2015, l'allora Provveditore Pietro Baratono aveva garantito che entro il luglio di quell'anno i lavori sarebbero stati conclusi spiegando di essere arrivato nel 2012 e di essersi reso conto che "l'appalto è nato male, senza una visione unitaria" e che a creare difficoltà "sono state anche le diverse esigenze dell'usuario nel corso del tempo".
Oggi come allora sono rimaste le gabbie metalliche da riservare ai detenuti durante le udienze che, nel frattempo, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto lesive della dignità dei reclusi condannando il nostro Paese. Nel cantiere era presente tra gli altri un funzionario del Provveditorato.
Alla domanda su quando sia previsto il termine dei lavori, ha risposto: "Non lo so, non abbiamo la bacchetta magica. Chi è il responsabile dei lavori? Non lo so". I maxi processi sono diventati una rarità, qualcuno nei corridoi della giustizia milanese sostiene che sarebbe meglio abbattere il frutto dell'infinito cantiere perché non è più utile e i costi di mantenimento sarebbero esorbitanti considerando che i soldi per la giustizia, oggi, sono assai meno che nel secolo scorso.
di Associazione Yairaiha Onlus
Il Riformista, 8 luglio 2021
Vincenzino è uno dei tre "boss" al centro del finto scandalo scarcerazioni che spinse Bonafede a fare retromarcia con un decreto. In isolamento a Parma, soffre di demenza conclamata, non riconosce i familiari. Perché torturarlo? Cartabia intervenga.
Egregio Direttore, le scriviamo per sottoporre alla sua cortese attenzione e dei suoi lettori un caso di cui ci stiamo occupando da diverso tempo e di cui non si intravede alcuna soluzione, ovvero quello del detenuto Iannazzo Vincenzino. Sabato scorso abbiamo inviato la sesta sollecitazione alle autorità competenti affinché venga messo nelle condizioni di poter essere curato adeguatamente.
In un paese "normale" questa sarebbe la prassi, in Italia, invece, non bastano né le condizioni oggettive di un uomo che non è più in grado di badare a sé stesso, né le perizie dei medici penitenziari, né tanto meno i numerosi appelli alle istituzioni. Vincenzino lannazzo è uno dei tre "boss" al centro del famoso "scandalo scarcerazioni" che tanto clamore suscitò nell'opinione pubblica, e che spinse l'ex ministro della Giustizia a varare in tutta fretta un decreto che agevolasse il loro ritorno in carcere.
Il Sig. Iannazzo soffre di una serie di patologie fra le quali spicca senza dubbio, per gravità e manifestazioni che comporta, la demenza a corpi di Lewy. Tale malattia, diagnosticata con assoluta certezza dal reparto di medicina protetta dell'Ospedale di Belcolle di Viterbo dove il Sig. Iannazzo è stato ricoverato ininterrottamente da giugno a novembre 2020, comporta per il detenuto gravi deficit di tutte le funzioni cognitive (memoria, attenzione, ragionamento, linguaggio), allucinazioni visive con conseguenti stati di agitazione e difficoltà a svolgere in maniera autonoma le attività del vivere giornaliero.
Nonostante questo quadro di assoluta gravità descritto dai sanitari che lo hanno avuto in cura, il Sig. Iannazzo è attualmente detenuto presso il Sai del carcere di Parma in regime di 41 bis, con tutte le restrizioni che esso comporta. In particolare, lo stato di isolamento h24 sta contribuendo, come peraltro già segnalato dai medici, a peggiorare inesorabilmente le condizioni di salute del detenuto, che si presenta ai colloqui con i familiari disorientato, confuso, spesso non riconoscendoli e con evidenti difficoltà comunicative con loro.
Basti pensare che i familiari sono costretti a portare nuovi indumenti a ogni colloquio senza mai ricevere indietro quelli sporchi. Stesso discorso per quanto riguarda i soldi che puntualmente accreditano sul conto del proprio congiunto: nessuno ne ha contezza né, tanto meno, riescono a sapere se vengono utilizzati. Lo stesso Istituto penitenziario ha segnalato l'impossibilità di fornire assistenza continuativa e cure adeguate al detenuto, che tuttavia continua ad essere ristretto in tali assurde condizioni. Ci siamo sempre chiesti, fin dall'inizio della trattazione di tale caso, e abbiamo rivolto, e rivolgiamo con maggior forza oggi, una serie di interrogativi alle istituzioni competenti: qual è il senso del regime detentivo, oltretutto particolarmente restrittivo, imposto per un soggetto che versa in tali condizioni psico-fisiche?
Quale rieducazione può realizzare la pena se lo stesso detenuto non è in grado di comprenderne il senso? Qual è la pericolosità sociale di una persona ormai demente e la minaccia che corre la società italiana da un suo cittadino, ormai completamente inerme e in balia degli eventi di cui ha poca contezza, tanto da dovergli applicare il regime del 41bis?
Si potrebbe obiettare, magari, che il Sig. Iannazzo non abbia collaborato con la giustizia ma, pur volendolo oggi fare, allo stato attuale ne è impossibilitato a causa della malattia, o di rivolgersi all'autorità giudiziaria, cosa che è stata fatta, ma l'udienza del tribunale di sorveglianza di Roma (competente per le istanze avverso al rinnovo di tale regime) fissata dopo oltre un anno dal decreto di rinnovo (datato giugno 2020), è stata rinviata al mese di novembre.
Nel frattempo, per il Sig. Iannazzo continua a essere perpetrata una detenzione, che in tali condizioni equivale a una tortura e per la quale ci pare vi siano tutti i presupposti per essere considerata un trattamento disumano e degradante, in palese contrasto non solo con l'articolo 27 della nostra Costituzione e 3 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, ma anche con il supremo principio, più volte richiamato in tale periodo di pandemia e tale da spingere il Governo a varare misure emergenziali per la sua tutela, del diritto alla salute, che troppo spesso viene calpestato per chi si trova all'interno delle mura carcerarie.
Inoltre, stridono profondamente le urla che si sono levate durante la fase dello pseudo scandalo scarcerazioni e la tempestività con cui si è provveduto a emanare il decreto affinché il Sig. Iannazzo, e tanti altri, venissero ricondotti in carcere con il silenzio assordante delle istituzioni e il lassismo con cui gli organi competenti stanno affrontando un caso urgente come questo. Ci auguriamo che presto le autorità possano ripristinare e far rispettare la legalità costituzionale affinché quei principi, su cui si fonda la nostra Repubblica e il nostro vivere civile, siano effettivi e non lettera morta.
di Claudio Tito
La Repubblica, 8 luglio 2021
"Il buon funzionamento e la piena indipendenza del sistema giudiziario può aver un impatto positivo sugli investimenti e contribuire alla produttività e alla concorrenza". Questa frase è contenuta nell'introduzione al Rapporto annuale della Commissione europea sulla Giustizia. Certo, si tratta ancora di una bozza. Il documento definitivo verrà presentato stamattina. Ma fa capire quanto attenzione l'Unione europea stia dedicando all'efficacia dei sistemi giudiziari.
Questo studio, che si ripete da nove anni, è in sintesi una enorme "pagella" con tanto di voti che l'Europa assegna a tutti gli Stati membri nell'amministrazione dei processi civili. E, come spesso accade, i giudizi assegnati all'Italia non sono purtroppo tra i migliori. Lentezza nelle procedure, tempi mostruosi per dirimere le liti civili, numero di magistrati decisamente sotto la media dell'Unione e ritardo nella digitalizzazione.
I parametri di riferimento utilizzati per esprimere la valutazione - si legge ancora nella bozza - sono tre: "Efficienza, qualità e indipendenza". E soprattutto sul primo punto, il nostro Paese è tra i fanalini di coda. Prova finale della necessità delle riforme e del vincolo reclamato dall'Ue rispetto ai finanziamenti del Recovery Fund. "Il Covid - si osserva infatti - ha creato nuove sfide e ha messo in luce l'importanza di accelerare le riforme".
La maggior parte delle statistiche, in realtà, fa riferimento al 2019. E allora, tanto per cominciare, si evince che il numero di cause civili, commerciali e amministrative intentate negli ultimi otto anni è rimasto stabile. Circa quattro milioni l'anno. Quasi nella media continentale. I problemi, giganteschi, nascono sui tempi di evasione delle liti. Basta allora prendere i giorni che si impiegano per ottenere la sentenza di primo grado. E subito si passa nella classifica dei "cattivi": siamo al quintultimo posto con 13 mesi di attesa. Ma se si depura il dato dal contenzioso amministrativo, ecco precipitiamo ancora più a fondo: penultimi con oltre 500 giorni di processo per ascoltare la prima sentenza.
Se poi si prende il dato relativo alla decisione definitiva, quella in terzo grado, allora l'Italia finisce davvero dietro la lavagna. Siamo i peggiori di tutti: oltre 1300 giorni ad aspettare. Quasi quattro anni. Tanto per capire: il Paese al penultimo posto è Malta ed impiega la metà del tempo. Anche per le cause amministrative: quasi 900 giorni solo per il primo appello.
Va un po' meglio per quanto riguarda gli arretrati. Ogni anno il sistema riesce a smaltirne una piccola percentuale anche se da questo punto di vista il 2012 - l'anno di pubblicazione del primo "Scoreboard" sulla giustizia europea - era stato più efficace del 2019. I tribunali amministrativi, però, hanno una performance migliore: quasi il 25 per cento degli arretrati è stato licenziato.
Di nuovo fanalino di coda per le cause civili e commerciali pendenti. Quasi 4 ogni cento abitanti. Una montagna alta tre milioni.
Ultimi in graduatoria anche in un settore processuale specifico, quello relativo alla violazione della proprietà intellettuale: almeno 800 giorni solo per affrontare il primo grado di giudizio. Oltre 400, invece, per le cause a tutela dei consumatori. Dato tra i più sensibili nell'Unione.
Un capitolo a parte riguarda le procedure che disciplinano uno specifico reato penale: il riciclaggio di denaro. Fenomeno che incide in maniera particolare sul corretto ed equo funzionamento dell'economia. L'Italia, in questo caso, non raggiunge i record delle cause civili, si piazza verso la metà classifica: ma servono comunque con 600 giorni di udienze per concludere il primo grado.
Sostanzialmente nella media europea la spesa pubblica per la giustizia. Poco più dello 0,3 per cento del Pil. Eppure non è nella media il numero di magistrati. Una dozzina ogni 100 mila abitanti. Un paragone: la Germania ne ha il doppio. E al contrario sono tantissimi gli avvocati: quasi 400 sempre ogni 100 mila abitanti. Non benissimo neppure nella parità di genere nei ruoli apicali: solo il 37 per cento dei componenti le Supreme corti è donna. Ultimo aspetto: il nostro Paese segnala un ritardo anche nell'uso della tecnologia digitale nei processi. Quasi nella media nelle cause civili e commerciali, al di sotto per i processi penali. Quasi inesistenti nei Tar.
Soprattutto negli ultimi due anni, in questo caso la ricerca contempla anche il 2020 e il 2021, emerge poi un sensibile problema reputazionale per i magistrati. Solo un terzo degli italiani li considera indipendenti. Il 40 per cento di cittadini ritiene che siano sottoposti alle pressioni e alle interferenze dei politici o dei gruppi economici. Giudizio severo anche delle aziende. Meno del 30 per cento considera le toghe del tutto indipendenti. Un quadro, insomma, che indurrà i vertici di Bruxelles a seguire con ancora più attenzione gli impegni del governo sulle riforme della Giustizia e l'applicazione del Recovery Fund.
Giustizia, come sarà la magistratura ita











