di Alessandro Di Matteo
La Stampa, 9 luglio 2021
Martedì il testo in Aula: nel centrosinistra non c'è accordo e la Lega prepara gli emendamenti. La metafora della roulette russa è sicuramente abusata, sul ddl Zan, ma è anche quella che meglio descrive il clima che si sta creando in Senato sulle norme anti-omofobia e sono soprattutto due i protagonisti che rischiano di rimanere seduti al tavolo con la pistola puntata sulla tempia.
Basta leggere le dichiarazioni di ieri per capire che, alla fine, la faccenda sta diventando una questione tra Pd e Italia viva, tra Matteo Renzi ed Enrico Letta. Martedì, a palazzo Madama, inizierà un gioco che nessuno sarà in grado di controllare fino in fondo, la Lega già prepara un diluvio di emendamenti e la richiesta del voto segreto. In queste condizioni è difficile dire persino se si arriverà a un voto prima dell'estate o se tutto slitterà a settembre. Non a caso tra Pd e Iv è iniziato un rimpallo di responsabilità per cercare di scaricare sull'avversario la colpa dell'eventuale patatrac. "Se ognuno è coerente con quello che viene detto e fatto, il ddl Zan verrà approvato", attacca Letta. Il richiamo alla coerenza ha un destinatario ben preciso, ovviamente Renzi che alla Camera ha fatto votare il provvedimento e che ora chiede di cambiarlo perché - sostiene - bisogna tenere conto dei numeri al Senato. Ma il leader Iv replica alla sua maniera, provocatorio: "Non capisco la testardaggine con cui si dice "non si discute". Non mi ricordo di grandi previsioni di Letta che poi si sono realizzate negli ultimi anni... Il mio amico Enrico non è propriamente attendibile".
Salvini si gode lo scontro, scrive una lettera aperta ai parlamentari - "Concentriamoci su quello che ci unisce" - e assicura che lui è d'accordo a prevedere pene severe per "chi discrimina, offende o aggredisce due ragazzi o due ragazze che si amano". Poi conclude dicendo che "la responsabilità dell'eventuale bocciatura della legge è tutta della sinistra". Stessa linea di Licia Ronzulli, Fi: se tutto salta, "chi ha insistito per una prova muscolare rifiutando ogni mediazione dovrà assumersi la responsabilità".
Anche Renzi usa lo stesso argomento: "Martedì 13 io vado in Aula, chiedo la parola e dico che il Parlamento non è fatto per sputarsi addosso. Chi fa saltare la legge ha una responsabilità storica". Peccato che il Pd non creda affatto alla buona fede di Salvini. "Lega e FdI hanno votato contro la risoluzione che condanna la legge ungherese anti-Lgbtq. Davvero qualcuno crede che vogliano approvare una legge contro i crimini d'odio?", dice la capogruppo Simona Malpezzi.
L'obiettivo, è la convinzione di Letta, è modificare il ddl Zan per poi affossarlo alla Camera. Renzi assicura che non chiederà il voto segreto e che, comunque, i suoi voteranno a favore della legge. Ma lui stesso sa che i voti segreti ci saranno perché "basta la richiesta di 20 senatori". Impossibile, a quel punto, prevedere se davvero ci saranno i franchi tiratori dentro M5s e Pd, come dice Renzi, o se quelli di Iv affosseranno il provvedimento nel segreto dell'urna come temono i democratici. Una roulette russa, appunto.
noinotizie.it, 9 luglio 2021
È stata sottoscritta a Lecce, nella sala conferenze del Rettorato dell'Università del Salento, la convezione per il diritto agli studi universitari in carcere tra il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Provveditorato Regionale della Puglia e Basilicata (PRAP) e le Università pugliesi.
Firmatari: il Provveditore Regionale Giuseppe Martone, il Rettore dell'Università del Salento Fabio Pollice, il Rettore del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino; il Rettore dell'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", Stefano Bronzini, il Rettore dell'Università LUM "Giuseppe De Gennaro", Antonello Garzoni e, per il Rettore dell'Università di Foggia Pierpaolo Limone, la delegata professoressa, Anna Maria Campanale.
Con la firma della convenzione, gli Atenei pugliesi aderiscono alla CNUPP - Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari, istituita dalla CRUI - Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e rappresentata nel corso dell'incontro dal Presidente nazionale Franco Prina. Presenti inoltre i delegati dei Rettori per i Poli Universitari pugliesi per studenti detenuti Ignazio Grattagliano (Università di Bari) e Marta Vignola (Università del Salento).
Obiettivo principale della convenzione è la collaborazione tra le istituzioni firmatarie, che si impegnano a individuare aree di intervento mirate a favorire lo sviluppo culturale e la formazione universitaria: per sostenere i detenuti negli istituti penitenziari della Puglia con l'obiettivo primario del reinserimento; per favorire la formazione universitaria del personale operante nel territorio di competenza del Provveditorato della Puglia; per giungere alla costituzione di un "Polo didattico universitario penitenziario Appulo-Lucano" quale sistema integrato di coordinamento delle attività volte a consentire ai detenuti e agli internati negli istituti penitenziari interessati il conseguimento di titoli di studio di livello universitario, secondo le modalità che saranno disciplinate negli atti regolamentari e le procedure e le condizioni vigenti presso ciascun Ateneo.
La realtà dei Poli Universitari Penitenziari italiani, iniziata più di venti anni fa a Torino e replicata, pur con differenze locali, in numerose altre sedi universitarie, coinvolge attualmente circa 40 Atenei che operano in oltre 80 istituti penitenziari. Nell'anno accademico in corso sono 1.034 gli studenti detenuti iscritti, dei quali 109 (10,5%) si trovano in regime di esecuzione penale esterna, 549 (53,1%) scontano una pena in carcere in circuiti di media sicurezza, 355 (34,3%) in alta sicurezza e 21 (2,1%) in regime 41bis. Le studentesse sono 64, quindi il 6,2% del totale degli studenti.
Nel primo triennio di vita della CNUPP - Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari, gli Atenei aderenti con studenti attivi sono passati da 27 nel 2018/19 a 32 nel 2020/21 (con un incremento del 18,5%); gli Istituti Penitenziari in cui operano i Poli Universitari Penitenziari da 70 a 82 (con un incremento del 17,1%); il numero di studenti iscritti da 796 a 1034 (con un incremento del 29,9%). Tra questi dati spicca il notevole incremento della componente femminile, che passa da appena 28 studentesse nel 2018-19 a 64 nel 2020-21, quindi con un incremento del 128,6%.
La costituzione della CNUPP ha permesso agli Atenei impegnati a garantire il diritto agli studi universitari per le persone private della libertà personale di agire in maniera coordinata e interloquire a una voce sia con il sistema universitario sia con quello penitenziario. Le interazioni avviate con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, in particolare con la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del DAP, competente per le attività formative, ha permesso di siglare nel settembre del 2019 un protocollo d'intesa che definisce le modalità per il confronto permanente tra CNUPP e DAP. A breve saranno emanate delle linee guida condivise per regolamentare le attività di studio universitario all'interno degli istituti penitenziari italiani.
La costituzione della CNUPP permette inoltre ai referenti delle singole università di confrontarsi continuamente su varie problematiche, scambiarsi buone pratiche, rivolgere istanze al DAP su singole situazioni e affrontare problematiche complesse come, per esempio, i disagi dovuti ai trasferimenti dei detenuti studenti universitari da un istituto penitenziario a un altro. In questi casi la CNUPP funge da network interconnesso, in cui docenti e uffici amministrativi collaborano tra loro e con l'Amministrazione Penitenziaria per facilitare il trasferimento degli studenti da un ateneo a un altro.
La CNUPP è quindi un esempio di rete istituzionale e inter-istituzionale promossa da Università che ritengono doveroso onorare il proprio ruolo garantendo l'accesso e lo svolgimento degli studi universitari anche a persone private della libertà, che in questo modo esercitano un loro diritto costituzionale. Non solo gli Atenei, ma anche singoli docenti, amministrativi e tutor svolgono la loro attività nell'ambito dei rispettivi ruoli istituzionali e della missione inclusiva che è propria delle Università. Impegni sono inoltre previsti sul fronte della formazione del personale dell'Amministrazione Penitenziaria (polizia penitenziaria e operatori dell'area trattamentale), nonché sullo sviluppo di attività di ricerca sulle problematiche carcerarie.
Come sottolineato nel corso dell'incontro, percorsi in sinergia con l'Amministrazione Penitenziaria possono consentire di trasformare la detenzione da un tempo "sospeso" a un periodo fecondo, in cui il cittadino condannato possa intraprendere percorsi formativi anche di alto livello, che gli consentano di investire sul proprio capitale umano - strumento indispensabile per ridurre i rischi di recidiva - con benefici sia per il singolo che per la società. La presenza delle Università nei luoghi di detenzione ha, in questo senso, una profonda valenza culturale per il Paese e per la più ampia discussione sul significato che possono avere la pena e l'esecuzione penale.
di Gianni Cuperlo
Il Domani, 9 luglio 2021
Le due date coincidono, o quasi. Martedì 13 luglio vedrà l'approdo nell'Aula del Senato della legge Zan. Su questo giornale Daniela Preziosi ha riassunto scena e retroscena, compresi numeri, insidie e future ritorsioni se, come parecchi temono e qualcuno spera, uno o più voti segreti dovessero impantanare il testo.
Due giorni più tardi, giovedì 15 luglio, sarà la volta della Camera dove arriverà il decreto governativo che rifinanzia le missioni internazionali, testo comprensivo dei rinnovati accordi tra l'Italia e la Guardia Costiera libica. Coincidenza? Può darsi, anche se i calendari del Parlamento non sono mai sino in fondo casuali. Talvolta dal loro incastro possono derivare effetti destinati a qualche incidenza sul clima d'opinione. Nel caso specifico conviene attenersi ai fatti, seppure in parte di là da compiersi. Sono tra quanti spera che la legge contro discriminazioni e violenze per motivi fondati "sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità" venga approvata nella formulazione attuale.
I motivi sono noti. Si tratta di una mediazione giunta dopo un lungo lavoro che ha tenuto in conto rilievi di varia natura e provenienza, ma al netto di questo (poiché ogni cosa è perfettibile) sembra spericolato affidarsi a una mediazione con chi da sempre si è dichiarato ostile a quel provvedimento. Per altro, si tratta di forze che hanno sottoscritto una Carta dei valori dell'Europa assieme a una compagnia che su gay e transessuali la pensa come Orban. Anche per questo modificare la legge per rimandarla alla Camera in una staffetta senza garanzie di tagliare il traguardo atteso da moltissimi pare poco più che un impegno scritto sulla sabbia.
Come si è visto i numeri ci sono e se ciascuno dovesse fare la propria parte, cominciando da chi si dice a favore della norma, l'Italia a giorni quella legge potrebbe vedere licenziata.
Detto ciò, perché la coincidenza con l'altro dibattito alla Camera dovrebbe spingere a un allarme? Mettiamola così: perché è probabile che i riflettori puntati sul passaggio di verità del Senato distrarranno da un tema altrettanto serio: il rinnovo dell'accordo con quella Guardia Costiera libica che nel corso dei mesi ha proseguito un'azione complice nell'infinita strage che si consuma nel Mediterraneo centrale.
Le tragedie silenziate - Nelle scorse settimane dati e statistiche hanno confermato come l'avere impedito, con la sola eccezione della Ocean Viking, di agire in quello specchio di mare per il salvataggio di naufraghi e persone in difficoltà abbia determinato un incremento degli incidenti e delle vittime. Esistono testimonianze tragiche sul ruolo svolto da coloro che dovremmo assistere e formare nel riportare donne, uomini, bambini, in fuga da torture e violenze dentro l'incubo peggiore. Parliamo di centri di detenzione dove in tante e tanti vengono ricondotti dopo l'intercettazione in mare con i mezzi della Guardia Costiera libica a operare nella zona di competenza SAR senza i requisiti previsti dalle convenzioni internazionali a cominciare dall'esistenza di un porto sicuro dove sbarcare quanti vengono soccorsi.
Vi saranno deputate e deputati di gruppi diversi che leveranno la voce per segnalare questa e altre storture chiedendo che la proroga della missione di assistenza italiana alle istituzioni di quel paese non venga autorizzata. L'esito di quella battaglia, almeno sulla carta, pare a oggi scontato, ma tanto più sarebbe importante che sulla pagina non calasse il silenzio. Perché i diritti non hanno gerarchia e calpestando quelli umani si incrina tutta intera la loro impalcatura, al Senato come alla Camera. A conferma che almeno in questo, purtroppo, il bicameralismo funziona benissimo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 luglio 2021
Gli economisti Boeri e Perotti su "Repubblica" si avventurano in analisi e propongono soluzioni anacronistiche sul sistema carcerario. "Le misure alternative sono inutili, le depenalizzazioni sono una foglia di fico, bisogna costruire più carceri".
di Liana Milella
La Repubblica, 8 luglio 2021
Shock in via Arenula per le immagini delle violenze degli agenti contro i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Immagini definite "devastanti" dai vertici del Dap. Condanna ferma nei confronti di chi ha esercitato le violenze, ma fiducia negli agenti sani che rappresentano lo Stato. Agenti che vanno messi al riparo da possibili reazioni esterne che via via si stanno manifestando.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 luglio 2021
La ministra: "Non perdiamo l'occasione". Il 15 convocati i provveditorati. Coinvolto anche Draghi. "Non intendo lasciar cadere le riflessioni che stanno emergendo sul carcere in questi giorni, ne ho parlato anche con il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Non bisogna perdere l'occasione per il rinnovamento di un comparto così cruciale a vari livelli. Alcuni sull'immediato, altri richiedono riflessioni più ampie, a più lungo periodo". La ministra Cartabia ha spiegato così perché ha voluto convocare ieri le 24 organizzazioni sindacali dell'amministrazione penitenziaria (non solo quelle della sicurezza), per un incontro via web. In via Arenula, insieme a lei c'erano il capo del Dap Petralia, i due sottosegretari Sisto e Macina, il Garante dei detenuti Palma e il capo di Gabinetto Piccirillo. La settimana prossima, il 15 luglio, Cartabia convocherà tutti i provveditorati d'Italia.
di Don Gino Rigoldi*
Corriere della Sera, 8 luglio 2021
Per capire davvero quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere occorre conoscere le strutture, sapere ciò che c'è e ciò che manca. Le scene del pestaggio dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere (945 detenuti per una capienza di 809, dati del ministero al 31 maggio 2021) ha suscitato indignazione e tristezza in molti italiani, ma c'è molta sofferenza anche tra le persone che lavorano nelle carceri, sia come poliziotti che come educatori, psicologi, assistenti sociali, cappellani. Posso immaginare che dopo il ripetuto spettacolo del pestaggio molti cittadini si siano domandati se ci sono, e quanti sono, gli istituti penali dove la violenza prevale sul dialogo e, in generale, sulla impresa della riabilitazione come richiesto dalla Costituzione.
www.redattoresociale.it, 8 luglio 2021
L'autore della riforma che nel 2016 ridisegnava il volto dell'esecuzione penale interviene sui fatti di Santa Maria Capua Vetere: "Quello che è accaduto non è un caso isolato". E "quando i riflettori dei media si spegneranno su questa inquietante vicenda, il mondo del carcere tornerà nel buio di quella rimozione sociale in cui la nostra cultura l'ha relegato".
"Quello di Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato: è l'ultimo di episodi analoghi, alcuni dei quali soltanto accidentalmente sfuggiti all'omertà o all'insabbiamento". Glauco Giostra va dritto al punto. La realtà del carcere la conosce a fondo e non solo come ordinario di procedura penale alla Sapienza. Sa bene come funzionano certi meccanismi, lui che al sistema carcere aveva provato a mettere le mani seriamente 'guidando' una riforma che abbracciava tutta 'l'istituzione totale' con il fine primario di restituire dignità a detenuti e operatori, quella stessa dignità che ancora una volta è stata calpestata.
Aveva infatti presieduto la Commissione di riforma, istituita nel 2016 dal ministro Orlando, il cui prodotto venne abbandonato in un cassetto, dopo due anni intensi di lavoro e di ricerca, da un governo che non ebbe la volontà, e probabilmente anche il coraggio, di calendarizzare l'ultimo step.
Ora il professore assiste sconcertato a immagini "che offendono la retina del diritto e dell'umanità. Si tratta di un fenomeno la cui dimensione è ben più rilevante - sottolinea Giostra - come sa bene chiunque abbia una non prevenuta conoscenza del mondo penitenziario. Ed è proprio questa consapevolezza, verosimilmente, che ha indotto alcune forze politiche a opporsi all'introduzione del reato di tortura prima e ora all'adozione del numero identificativo per la riconoscibilità degli agenti della polizia penitenziaria".
Dall'altra parte, professore, ci sono tanti agenti e ufficiali di Polizia penitenziaria che indossano la divisa con onore e dedicano la vita a un lavoro tra i più usuranti..
"Di sicuro sarebbe ingiusta ogni generalizzazione. Il corpo della Polizia penitenziaria è prevalentemente formato da persone che assolvono il loro difficile e ingrato compito con abnegazione e senso della legalità. Comportamento anzi ancor più meritevole in un contesto in cui il rispetto della dignità delle persone recluse viene da alcuni deriso come imbelle buonismo, quando non come riprovevole connivenza".
Una mentalità diffusa anche all'esterno delle carceri, con parte dell'opinione pubblica convinta che la durezza della repressione sia un prezzo da pagare per la sicurezza collettiva..
"Sì, mentre credo che sia vero proprio il contrario: chi, oltre alla legittima privazione della libertà, ha subìto gratuite sopraffazioni, fisiche e psicologiche, dolorose e umilianti, ne ricaverà solo una sorta di legittimazione a far ancora del male, una volta tornato in libertà. Se persino coloro che dovrebbero rappresentare lo Stato e il diritto ricorrono a ogni forma di angheria per far valere le loro distorte ragioni, quale remora etica dovrebbe trattenere dal ricorrere alla violenza per raggiungere i propri obbiettivi colui che su questa strada si era già incamminato, incontrando lungo la stessa addirittura i tutori della legalità?".
L'emersione degli episodi di violenza ha suscitato un coro univoco di condanna da più ambienti. Non si rischia però, come già accaduto, che tutto torni alla 'normalità' se oltre a condannare non si agisce per intervenire sulle cause?
"Quando i riflettori dei media si spegneranno su questa inquietante vicenda, il mondo del carcere tornerà nel buio di quella rimozione sociale in cui la nostra cultura l'ha relegato. Un mondo lontano dall'occhio e dall'interesse pubblico, un mondo in cui, non vogliamo sapere con quali mezzi, uomini pagati poco e poco considerati hanno il compito di segregare soggetti che si sono resi responsabili di gravi reati per tenerli lontani il più possibile dalla società onesta. Il carcere come infetto angiporto del consesso civile è il contesto ideale perché alcune menti deboli cerchino un riscatto alla propria frustrazione professionale nella prevaricazione e nel sopruso. Se non cambiano davvero il valore e la funzione sociale del carcere, avremo altri episodi di violenza umiliatrice".
Più volte, non ultimo con il tentativo di riforma del 2016, lei ha indicato una rotta che però non è stata seguita fino alla fine. Che cosa prevedeva la riforma in merito al corpo della Polizia penitenziaria?
"Gli Stati Generali avevano prodotto una "miniera" culturale di riflessioni e di suggerimenti, in gran parte recepiti nel progetto di riforma penitenziaria. Ma il governo che aveva promosso questo tentativo di profondo cambiamento non ne difese i risultati. Chi arrivò dopo, fece il resto, asportando le parti più importanti. Se fosse stata sposata e realizzata l'idea che il carcere dovrebbe essere il luogo in cui le persone che hanno ferito la società, giustamente private della libertà, sono rispettate e possono godere della possibilità, da meritare con un impegno duraturo e inequivoco, di ricostruire la propria esistenza nel solco della giustizia e della legalità, anche la considerazione collettiva, e, quindi, l'auto-percezione professionale della Polizia penitenziaria sarebbe mutata completamente.
Sarebbe stata abbandonata la diffusa, quanto infondata, convinzione che la Polizia penitenziaria sia una forza dell'ordine di grado inferiore. Si sarebbe invece acquisita la consapevolezza del compito delicatissimo che è chiamata a svolgere. Gli appartenenti alla polizia penitenziaria sono donne e uomini impegnati quotidianamente nella custodia delle persone detenute e nella difesa della sicurezza degli operatori e degli stessi ristretti. Donne e uomini lontani dalle gratificazioni mediatiche che spesso accompagnano le operazioni di successo della Polizia giudiziaria.
Donne e uomini che affrontano sacrifici quotidiani in un ambiente doloroso e mortificante, che devono essere in grado di cogliere i primi indizi di rischio e i primi segnali di speranza, che devono riuscire a comprendere culture e storie individuali spesso lontane dalla propria mentalità e dal proprio vissuto. Non a caso dai lavori degli Stati Generali era emersa la necessità di assicurare al corpo di Polizia penitenziaria una specifica formazione multidisciplinare, per mettere questi operatori in grado di assolvere una così delicata e insostituibile funzione".
E ora?
"Ora, se trascorso il momento della sacrosanta condanna non interverranno cambiamenti sostanziali, se gli istituti di pena continueranno a essere, salvo, come oggi, lodevolissime eccezioni, contenitori in cui rinchiudere soggetti socialmente infetti, l'agghiacciante attualità che stiamo commentando sarà anche l'attualità di domani. E limitarci ancora allo sdegno non basterà ad assolverci".
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 8 luglio 2021
"Sì, ho visto i video delle violenze. Non c'è nulla da commentare. Le cose sono di tutta evidenza. Ora ci dobbiamo riprendere l'onore". Parla Carmelo Cantone, 64 anni, provveditore dell'amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise e da una settimana incaricato "ad interim" quale provveditore della Campania. Cantone, da una settimana, sostituisce Antonio Fullone, indagato nell'ambito dell'indagine sulle violenze subite dai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020.
Provveditore Cantone, naturalmente tutti ci auguriamo che non sia una pratica usuale nelle carceri quella di picchiare i detenuti...
"Secondo me no, non lo è. E lo dico anche per la mia storia professionale. So quanta gente valida c'è in giro in tutti i ruoli professionali. Un conto è dire che questo è un problema, un rischio. Un altro è dire che in giro per gli istituti ci sono le squadrette pronte a picchiare i detenuti. Questo no. Non appartiene all'amministrazione penitenziaria italiana, assolutamente".
Parole rassicuranti le sue, ma quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere non lo è per niente.
"Quello che è accaduto è una cosa che offende non solo l'amministrazione penitenziaria, ma offende lo Stato, offende un intero Paese, perché è chiaro che noi non siamo questo. Però il lavoro che si fa tutti i giorni in un istituto penitenziario è tutta un'altra cosa".
Andrà subito a Santa Maria?
"Certo. Andrò appena possibile e andrò anche in altri istituti".
Ci sono anche problemi di personale in questo momento...
"Stiamo lavorando per risolverli. Ci sono delle assegnazioni di personale che si stanno facendo in questi giorni da parte del dipartimento. Si tratta di personale che era nelle graduatorie per il trasferimento in Campania. Noi invece stiamo mandando personale in missione per un periodo di 15 giorni, a rotazione, provenienti dagli altri istituti della Campania. La fase è estremamente delicata ci sono le ferie estive in atto, bisogna mantenere i servizi".
Ma come è stato possibile che detenuti picchiati e agenti coinvolti siano rimasti nello stesso istituto carcerario per tanto tempo insieme?
"Guardi, questo non glielo so dire, perché bisogna avere una lettura di quelle questioni e oggettivamente io non ce l'ho ancora e non pretendo di mettermi a fare congetture su situazioni che non ho vissuto e non ho conosciuto".
Però i trasferimenti di detenuti ci sono stati pochi giorni fa...
"C'è stato uno sfollamento del carcere che non c'entra niente con tutto questo. Era un provvedimento del dipartimento di una serie di persone, circa quaranta persone".
Ma il Garante dei detenuti si è lamentato di questo trasferimento improvviso...
"Capisco che possono essere sollevate alcune sensibilità su questo, ma non c'entra proprio niente. È un provvedimento del dipartimento, perché sono categorie di detenuti che sono gestite direttamente da loro. E sono detenuti che in buona parte appartenevano ad altre sezioni, non al reparto Nilo".
Gli ispettori inviati dal Dap dovranno verificare chi ha dato l'autorizzazione per la perquisizione e se c'erano le condizioni per effettuarla...
"Ha detto niente... è quello uno dei temi di estrema rilevanza penale. Poi devono accertare come ha funzionato la catena di comando".
Ma a chi spetta il compito di stabilire una perquisizione in un carcere?
"Direttore e provveditore, con l'amministrazione penitenziaria centrale. Normalmente di concerto. Passo passo si capirà come ha funzionato la catena di comando".
In tanti parlano di "mele marce".
"Ora dobbiamo ripensare alla formazione del corpo di polizia penitenziaria. Ma molto vale anche l'esperienza sul campo. Si impara col tempo e anche sbagliando. Perciò è bene avere anche nuovi maestri. Che i giovani arrivino e trovino anche anziani bravi, vale tanto".
di Vincenzo Iurillo e Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2021
L'ex capo del Dap sentito come testimone: "Lessi la relazione del provveditore Fullone il 27 aprile 2020: non aveva scritto nulla delle violenze". C'è un momento in cui l'allora capo del Dap sembra esser informato che nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere qualcuno "doveva aver esagerato durante le operazioni di perquisizione del 6 aprile 20".
Gli "rappresentò, adombrò" "la sua convinzione" il provveditore campano alle carceri Antonio Fullone "in tempi che non riesco a contestualizzare, durante una telefonata, non so sulla base di quali fonti. Ciò avvenne durante una conversazione relativa a un altro argomento, le problematiche dell'emergenza Covid. Io, comunque, attesi la relazione di Fullone del 22 aprile 2020". Che, conferma l'ex capo del Dap, non riportava una riga sulle aggressioni ai detenuti.
È uno dei pass aggi chiave del verbale reso da Francesco Basentini davanti ai pm di Santa Maria Capua Vetere che indagano sui furiosi pestaggi compiuti dalla polizia penitenziaria nel carcere sammaritano. Sentito il 30 ottobre 2020 come persona informata dei fatti, ricostruisce il clima di quei giorni: le azioni messe in campo per contenere la diffusione del contagio negli istituti penitenziari, la conseguente sospensione dei colloqui tra detenuti e familiari, le rivolte.
Che ci furono anche a Santa Maria Capua Vetere. E poi quella "perquisizione straordinaria" ordinata oralmente da Fullone e degenerata nelle violenze ormai note attraverso la diffusione di numerosi video. Fullone è stato sospeso dal giudice e poi sollevato dall'incarico. La Procuralo accusa, tra l'altro, di aver disposto una perquisizione "arbitraria e abusiva perché operata al di fuori dei casi consentiti dalla legge".
Sul punto, Basentini dice ai pm: "Durante la mia esperienza non ricordo alcuna situazione in cui il provveditore regionale abbia disposto una perquisizione straordinaria orale, non ho idea se ciò sia mai accaduto". Aggiungendo che durante i suoi 2 anni alla guida del Dap "non sono stato mai informato delle modalità formali, scritte o meno, attraverso cui era stata disposta una perquisizione straordinaria od ordinaria, non rientrando ciò nelle funzioni del capo del Dap". Basentini ai pm racconta anche di una telefonata durante la quale "Fullone - è scritto a verbale - mi rappresentò e adombrò, durante una telefonata - non so sulla base di quali fonti - la sua convinzione del fatto che qualcuno doveva aver esagerato durante le operazioni di perquisizione del 6 aprile".
Abbiamo chiesto a Basentini chiarimenti su questo passaggio. Già in quei giorni vi era il sospetto di violenze? E cosa fu fatto dopo? "Sicuramente neanche Fullone aveva alcuna convinzione o certezza, poteva aver maturato l'idea che era successo qualcosa... ma bisogna contestualizzare, a Santa Maria Capua Vetere c'era stato un mese prima un atto di sommossa e stava per essercene un altro. Ma mai in quei giorni immaginammo quelle violenze".
Al Dap poi il 27 aprile arriva la relazione di Fullone: "Diedi subito disposizione al direttore generale di svolgere valutazioni di tipo disciplinare", spiega Basentini al Fatto. Ma torniamo all'interrogatorio davanti ai pm.
Basentini parla anche di una denuncia dell'associazione Antigone. In un passaggio del verbale l'ex pm dice che l'esposto riguardava il carcere di Opera, in un altro - stando al verbale riassuntivo - però spiega che invece parlava di Santa Maria Capua Vetere.
"Quando ad un esposto proveniente da Antigone ho proceduto ad inoltrarla alla procura di Santa Maria Capua Vetere. (...) Non ho preso alcuna iniziativa a seguito di tale esposto, limitandomi a trasmetterlo, senza procedere a iniziative ispettive, come normalmente accade nei casi di indagine preliminare in corso". "Io ricordo un esposto che riguardava il carcere di Opera (Milano), non nego ciò che ho detto ai pm ma ricordo una cosa diversa ora", spiega Basentini al Fatto. Ma perché non mandare un'ispezione? "Le ispezioni straordinarie non possono essere disposte finché non c'è un nulla osta dell'attività giudiziaria".
E aggiunge: "Anche se avesse voluto disporre l'ispezione straordinaria il 17 aprile non sarebbe stato possibile: non entrava nessuno in carcere, tutto sospeso per il Covid". Al pm Basentini ha consegnato anche le sue chat con Fullone. Il 15 aprile ad esempio i due tornano a messaggiarsi. Fullone lo informa che "sembrerebbe che stasera Chi l'ha visto? dedicherà spazio al presunto caso Santa Maria... io penso che stiano montando una vera e propria regia". Fullone quindi gli invia le foto di taglierini, pentole e oggetti contundenti rinvenuti nelle celle. "Un piccolo assaggio di quello che abbiamo trovato", dice.











