di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 dicembre 2021
Gli effetti delle novità giuridiche introdotte dalla riforma penale relativamente all'esecuzione, il ruolo degli "attori" (magistratura di sorveglianza, amministrazione penitenziaria e avvocatura istituzionale) coinvolti nell'esecuzione delle pene sia carcerarie che alternative, la tutela dei diritti fondamentali di migranti e persone vulnerabili (detenute madri e minori).
Sono le quattro linee di intervento individuate dalla presidente facente funzioni del Consiglio nazionale forense, Maria Masi, e dal presidente dell'Autorità garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, per rinnovare la collaborazione istituzionale tra il Cnf, con la Commissione per le persone private della libertà personale coordinata dal consigliere Piero Melani Graverini, e il Garante.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 dicembre 2021
Gli appunti del diario clinico di Vincenzino Iannazzo, morto al regime duro lo scorso 13 novembre: nelle ultime ore di vita lo avevano trovato in condizioni disumane e raccapriccianti al 41 bis di Parma. Vincenzino Iannazzo, durante l'ultimo periodo della sua vita, viene trovato in condizioni sempre più disumane e raccapriccianti al 41 bis del carcere di Parma. Drammatici gli appunti del diario clinico: viene ritrovato spesso nudo e sporco di feci. "Ha evacuato per terra - si legge - e ha spalmato per tutto il pavimento della cella, sporco da capo e piedi di feci". Ancora: "Visto le condizioni scarsi di igiene personale del paziente con demenza a corpi di Lewy, per la profilassi delle malattie infettive della persona e di tutta la sezione, si richiede assistenza h24 alla persona per supervisione e aiuto nell'espletamento delle necessità personale quotidiane". Un'assistenza h24 che non ci sarà mai. Iannazzo, nonostante le innumerevoli segnalazioni da parte dei suoi famigliari e dell'associazione Yairaiha onlus, verrà lasciato al 41 bis. Solo quando le sue condizioni si erano ulteriormente aggravate, verrà trasferito d'urgenza in ospedale, sempre in regime duro, e morirà il 13 novembre scorso.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 3 dicembre 2021
Secondo Luigi Manconi, sociologo dei fenomeni politici, già alla guida della commissione Diritti umani del Senato, presidente di A Buon Diritto Onlus, "il Parlamento, in tema di ergastolo ostativo, invece di sviluppare coerentemente il principio indicato dalla Corte, sembra impegnato alacremente a disattenderne l'indirizzo, a contraddirne le finalità, a incepparne la piena attuazione. Non un sabotaggio, bensì un lavoro ai fianchi piccino e mediocre".
La sensazione è che si voglia sabotare la decisione della Consulta, per tornare a un ' nuovo ergastolo ostativo'. Condivide questa preoccupazione?
di Gianluca Salcioli
laltramedicina.it, 3 dicembre 2021
"Il carcere è un luogo malsano e le persone detenute hanno spesso bisogno, anche a causa dei contesti di provenienza, di interventi di cura rilevanti e urgenti. Ma ancora oggi ci sono troppi ostacoli per un dignitoso diritto alla cura", è la denuncia di Alessio Scandurra dell'Osservatorio diritti e garanzie Associazione Antigone, nel suo intervento in occasione dell'evento sul tema: "L'ecosistema integrato della Digital Health nei diversi istituti" - La telemedicina e il teleconsulto come miglioramento dell'accesso alle cure in regime di restrizione".
Scandurra ha evidenziato che: "nelle strutture penitenziarie manca il personale e le risorse adeguate per garantire all'interno tutti i servizi necessari e non è facile organizzare scorte e traduzioni per portare fuori i detenuti. Inoltre non tutte le carceri sono vicine a un ospedale e molti grandi istituti, come Gorgona, sono piuttosto isolati. In un quadro simile la telemedicina, ed in generale un rafforzamento di tutti i servizi digitali, dovrebbe essere scontato, ma nella realtà il carcere vive ancora una anacronistica arretratezza informatica".
La convention ha avuto l'obiettivo di avviare un dibattito su un tema importante come quello della telemedicina e del teleconsulto all'interno delle carceri italiane, ma anche nelle Rsa, e sul contributo che questi nuovi strumenti possono apportare per migliorare la qualità di cura e della salute dei detenuti e degli anziani. Dato allarmante di partenza è che il 70% dei detenuti ha almeno una malattia Il 70% fuma, quasi il 45% è obeso o sovrappeso, oltre il 40% è affetto da almeno una patologia psichiatrica, il 14,5% da malattie dell'apparato gastrointestinale, l'11,5% da malattie infettive e parassitarie, circa il 53% dei nuovi detenuti è stato valutato a rischio suicidio (Fonte Dap concessi da Antigone). A oggi lo Stato spende oltre 8 miliardi per l'amministrazione della giustizia e il 35% di queste risorse sono destinate al carcere che, attualmente, ospita circa 53.000 persone, un anno fa erano oltre 61.000.
Tra il 2017 e il 2021, il bilancio del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP) è cresciuto del 18,2% passando da 2,6 a 3,1 miliardi, una cifra che batte ogni record negli ultimi 14 anni e rappresenta il 35% del bilancio del Ministero della Giustizia. Entrando nel dettaglio di alcune voci si nota che, rispetto al 2020, aumentano i fondi, tra gli altri, per il funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico, il mantenimento detenuti tossicodipendenti presso comunità terapeutiche (da 152 a 168 milioni), 4,5 milioni sono destinati a professionisti psicologi per le attività di osservazione e trattamento dei detenuti (fonte XVII rapporto sulle condizioni di detenzione Ass. Antigone). Alcune delle criticità più evidenti del SNN penitenziario sono la disomogeneità delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione; la farraginosità, obsolescenza e lentezza delle procedure per l'erogazione delle prestazioni sanitarie; l'inefficiente programmazione della spesa sanitaria e assenza di dati statistici sul "fabbisogno di salute".
Dal confronto è emerso che l'uso telemedicina e del teleconsulto può contribuire in maniera determinante ad abbattere le barriere geografiche e temporali, facilitare la comunicazione e l'interazione tra il medico e il paziente, e più in generale per raggiungere un maggior numero di persone, comprese quelle che vivono in zone non dotate di adeguate strutture sanitarie, assistere i malati cronici o anziani direttamente a casa, eliminare le lunghe liste di attesa riducendo l'accesso a strutture già affollate e risparmiando quindi sui costi.
Il moderatore Giuseppe Assogna (Presidente Società Italiana per Studi di Economia ed Etica sul Farmaco e sugli interventi Terapeutici), ha rilevato che, tra le barriere all'accesso della telemedicina, c'è la questione che: "i sanitari non si sentono ancora sicuri nell'utilizzo delle tecnologie digitali per erogare prestazioni sanitarie, inoltre il sistema sanitario è in grave ritardo nella definizione dei processi organizzativi necessari, anche per la lentezza nella formulazione di norme specifiche di settore".
Giuseppe Emanuele Cangemi (Vicepresidente Consiglio Regionale Lazio), ha ricordato: "fui il primo rappresentante istituzionale in veste di assessore regionale a promuovere e portare nelle carceri del Lazio insieme al Garante dei detenuti un progetto pilota di telemedicina, in quella occasione i detenuti dell'istituto Regina Coeli affetti da problemi cardiaci hanno potuto contare su un nuovo servizio di telemonitoraggio e teleconsulto specialistico gestito da una struttura di eccellenza, il Dea cardiologico dell'ospedale San Giovanni di Roma", ha poi evidenziato che: "occorre creare un fascicolo sanitario elettronico e una cartella clinica digitale e mettere in funzione una piattaforma informatica a livello nazionale che consenta ad Asl e istituti di detenzione di dialogare e avviare un servizio di teleassistenza in ambito carcerario, sia adulto che minorile".
Sergio Pillon (Coordinatore della trasformazione digitale ASL di Frosinone), ha spiegato che "la Telemedicina negli istituti penitenziari funziona bene solo se è una costola della Telemedicina dell'azienda sanitaria che eroga i servizi clinici, con gli stessi meccanismi con cui vengono offerti sul territorio" - e ha poi sottolineato: "la telemedicina ha un ruolo importantissimo per gli aspetti psichiatrici. Stiamo sviluppando un progetto pilota per le REMS (Residenze per Esecuzione in Misure di Sicurezza) che, tramite un sistema di Teleconsulto, consente di avere uno psichiatra presente anche dal suo smartphone H24 che interagisce con il paziente e con gli infermieri presenti nella struttura. Parallelamente stiamo avviando un percorso di teleconsulto psichiatrico e cardiologico per gli istituti penitenziari della nostra ASL".
La senatrice Maria Rizzotti, in rappresentanza dell'Ass. di iniziativa Parlamentare e Legislativa per la Salute e la Prevenzione presieduta dal Sen. Antonio Tomassini, che ha patrocinato l'incontro, ha rilevato che si si occupa di questo tema dal 2017 e ha riconosciuto che: "nel privato sono stati fatti passi più veloci nella digitalizzazione" e che "la telemedicina deve entrare nel sistema medicina territoriale e tutti i sistemi sanitari dovranno ragionare con lo stesso criterio". La Rizzotti ha poi sottolineato che: "il PNRR con il contributo di 7 miliardi di euro apporterà sicuramente numerosi benefici allo sviluppo delle reti di prossimità, strutture e telemedicina per l'assistenza sanitaria territoriale".
garanteinfanzia.org, 3 dicembre 2021
Insediato il comitato scientifico. L'iniziativa sarà svolta in collaborazione con l'Istituto degli Innocenti e il Ministero della giustizia. La giustizia riparativa come risposta ai reati commessi dai minorenni. Su questo tema l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza ha avviato oggi, con l'insediamento del comitato scientifico, un progetto che mira a favorirne lo sviluppo. Oggetto dell'indagine saranno i programmi di giustizia riparativa in uso in Italia e l'impatto che essa produce per la vittima, per l'autore del reato e per la comunità.
di Danilo Paolini
Avvenire, 3 dicembre 2021
È ripresa giovedì in commissione Giustizia alla Camera, e subito è stata aggiornata, la discussione generale sul disegno di legge delega di riforma del Consiglio superiore della magistratura. Una riforma chiave, insieme alle altre due messe in campo dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e già approvate dal Parlamento.
Ma, senza nulla togliere alle revisioni dei processi penale e civile - alle quali è affidato l'ambizioso compito di restituire rapidità ed efficienza al nostro sistema giudiziario - si può dire che la riforma del Csm sia la 'vera' riforma della giustizia: senza una magistratura libera dai vizi del correntismo, dal protagonismo di alcuni suoi membri e dall'appannamento della sua immagine agli occhi dei cittadini, infatti, non avremo mai un sistema in grado di fornire un buon servizio, né di infondere fiducia agli investitori stranieri. Per capirne l'importanza, è il caso di ricordare che al Consiglio superiore spettano le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.
Il Csm, dunque, va riformato. E in fretta, visto che a luglio verrà rinnovato e le sue elezioni rischiano di svolgersi con il medesimo meccanismo messo sotto accusa in seguito al cosiddetto 'caso Palamara'. Scriviamo cosiddetto perché si illuderebbe chi (molto distratto, molto ingenuo o molto ipocrita) pensasse che, radiato Luca Palamara dalla magistratura, siano finite in soffitta certe note dinamiche che hanno fin qui presidiato all'assegnazione di incarichi apicali negli uffici giudiziari, soprattutto (e ci sarà un perché) nelle più importanti Procure della Repubblica. Palamara, insomma, sarà stato pure un caso, ma non un caso isolato. Come per altro ben dimostra l'effetto domino che la sua caduta ha provocato, tra dimissioni in serie, provvedimenti disciplinari e procedimenti penali che hanno investito toghe anche di primo livello.
A due anni da quel terremoto, però, ancora niente si è mosso. E il tempo stringe. Lo ha ricordato qualche giorno fa, con la consueta puntualità, il presidente della Repubblica e dello stesso Csm, Sergio Mattarella: "Il dibattito sul sistema elettorale dei componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme che, poste a tutela della competizione elettorale, sono state talvolta utilizzate per aggirare le finalità della legge. È indispensabile, quindi, che la riforma venga al più presto realizzata, tenendo conto dell'appuntamento ineludibile del prossimo rinnovo del Consiglio superiore".
E ancora, a scanso di equivoci: "Non si può accettare il rischio di dover indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili". Questo intervento del capo dello Stato, pronunciato alla Scuola superiore della magistratura, ha dunque rimesso in moto l'iter del ddl delega. Ma non va dimenticato che, appunto, si tratta di una legge delega: una volta approvata in via definitiva dal Parlamento, occorrerà lasciare al governo il tempo necessario per i decreti delegati e allo stesso Csm per adeguare alle nuove norme i suoi regolamenti interni. La tabella di marcia prevede (ma forse prevedeva, a questo punto) di arrivare a gennaio con la legge delega approvata, per lasciare un discreto margine agli adempimenti delle fasi successive.
Tuttavia, la citata tabella risale a ottobre, mentre a inizio dicembre siamo ancora alla discussione generale in commissione, nel primo ramo del Parlamento chiamato a occuparsene. Mentre l'esame della legge di bilancio (anche se avrà inizio dal Senato) e poi l'elezione del nuovo presidente della Repubblica sono destinati a impegnare gran parte dei lavori parlamentari da qui a febbraio.
Non si stanca di far notare l'urgenza di procedere la guardasigilli Cartabia, che ha tra l'altro sottolineato un punto importante e forse mai illuminato così esplicitamente: la posta in gioco non è tanto l'autonomia della magistratura né la sua indipendenza dal potere politico, bensì "la garanzia dell'indipendenza del singolo giudice anche all'interno della stessa magistratura". Un elemento che dovrà essere determinante per immaginare il Csm di domani, perché non si può pensare di riparare tutti i guasti emersi soltanto cambiando la legge elettorale. Una riforma che voglia essere minimamente incisiva, per esempio, non potrà tralasciare il capitolo relativo ai procedimenti disciplinari. Luglio, per i tempi della nostra politica, è davvero dietro l'angolo. Ma il fallimento, su un tema come questo, non può essere un'opzione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 dicembre 2021
Dopo l'appello di Mattarella, la Commissione Giustizia fa ripartire la discussione sul Csm. Scontro sul sorteggio in attesa degli emendamenti della ministra Marta Cartabia. Riparte la discussione in Commissione Giustizia alla Camera sulla riforma del Csm. Un incontro interlocutorio, convocato dopo l'appello lanciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in attesa che la ministra della Giustizia Marta Cartabia depositi gli emendamenti governativi sulla proposta di legge.
Sui tempi, al momento, non c'è alcuna certezza. Ma affinché sia possibile portare in Aula la proposta in tempo utile per votare il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una nuova legge elettorale è necessario che le proposte governative arrivino ai deputati prima di Natale. Dopodiché verrà dato un termine per la presentazione dei subemendamenti, in modo che a inizio gennaio si possa votare in Commissione.
I partiti, nel corso della riunione di ieri, non hanno nascosto la propria preoccupazione per gli stretti margini di manovra, dal momento che si tratta di una legge delega e dato anche il prossimo impegno del Parlamento con il voto per l'elezione del Capo dello Stato. "Il rischio è che siamo già fuori tempo massimo", conferma il deputato Pierantonio Zanettin, di Forza Italia. Che nel suo intervento di ieri ha ribadito la necessità di introdurre il sorteggio temperato come forma di sistema elettorale, per evitare lo strapotere delle correnti che ha portato ad una gestione poco trasparente delle nomine. Zanettin ha evidenziato quanto accaduto a Palermo, dove Articolo 101, il gruppo nato in aperta polemica con le correnti tradizionali della magistratura, ha vinto l'elezione per il rinnovo della giunta locale. Un risultato che rappresenta anche un cambiamento culturale, dal momento che le toghe "dissidenti" propongono il sorteggio e la rotazione degli incarichi direttivi come antidoto al "sistema" descritto da Luca Palamara.
"Credo che il governo debba tenere conto di queste manifestazioni di interesse che provengono anche dal mondo della magistratura ha sottolineato Zanettin -. Solo la parte più conservatrice delle toghe reagisce con sdegno". La proposta viene condivisa anche dalla Lega, come confermato ieri in aula da Ingrid Bisa, mentre il M5S, per il quale è intervenuto l'ex sottosegretario Vittorio Ferraresi, sostiene la bontà della riforma scritta dall'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, che prevedeva l'introduzione di sistema maggioritario a doppio turno.
Alla discussione di ieri ha assistito il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che però non si è sbilanciato sulle proposte ribadite ieri in Commissione. Quel che è certo, al momento, è che finora la ministra ha sempre manifestato parere contrario all'ipotesi sorteggio, ma la speranza dei forzisti è che i risultati di Palermo possano indurre "ad un atteggiamento di maggiore apertura". Ma il tema non è solo quello del sistema elettorale: la riforma dovrà riguardare anche i fuori ruolo, la separazione delle carriere, le valutazioni di professionalità, il ruolo degli avvocati nei Consigli giudiziari e le porte girevoli con la politica, temi finora assenti dal dibattito con la ministra.
Sul tema delle porte girevoli Zanettin ha ricordato una risoluzione del Csm del 2015, con la quale viene auspicato che una volta terminata l'esperienza in politica le toghe non possano tornare a svolgere attività giudiziaria. E Forza Italia ha presentato un emendamento che prevede il transito obbligatorio di questi magistrati nell'avvocatura dello Stato, "idea che non sarebbe penalizzante dal punto di vista della carriera e consentirebbe di evitare il ritorno alla funzione giurisdizionale".
Una prima risposta potrebbe arrivare stamattina, quando il governò risponderà all'interpellanza urgente presentata dal deputato di Azione Enrico Costa, con la quale chiede di rinforzare l'attività giurisdizionale riducendo il numero dei fuori ruolo.
Ma il problema riguarda anche il "condizionamento che l'ordine giudiziario esercita fattivamente sul potere legislativo ed esecutivo", che è "strategicamente organizzato, mediante il distacco di centinaia di magistrati presso i dicasteri governativi", dei quali circa un centinaio a via Arenula, "quasi a rappresentare plasticamente una concezione proprietaria della giustizia stessa". Un fenomeno senza eguali, "che assicura alla magistratura un livello di ingerenza assolutamente decisivo nella politica giudiziaria del Paese, così vanificando il fondamentale principio della separazione tra i poteri dello Stato".
Secondo Costa è dunque necessaria "una proposta di legge che assicuri il supporto di competenze esterne ai ministeri, ricorrendo a soggetti che non esercitino altri poteri statuali, quali, ad esempio, il personale amministrativo, i dirigenti pubblici, i docenti universitari, gli avvocati".
La riforma del Csm rappresenta dunque l'occasione per affrontare il tema, ma prima è necessario conoscere "da quanto tempo, in media, i magistrati fuori ruolo si trovino in tale posizione", "quale sia la loro retribuzione media", nonché se e quali iniziative il governo "intenda adottare a livello normativo per modificare le disposizioni che disciplinano gli incarichi in posizione di fuori ruolo dei magistrati ordinari". La Commissione Giustizia, ieri, ha anche spostato dal 7 al 10 dicembre i termini per la presentazione degli emendamenti sulla riforma dell'ergastolo ostativo.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 3 dicembre 2021
Contro le indagini trasformate in sentenze definitive. Contro la barbarizzazione delle carceri. Contro i negazionisti del sovraffollamento. La discontinuità sulla giustizia è possibile. Dialogo con Marta Cartabia.
Ministro, noi, come sa, siamo ottimisti a volte anche in maniera un po' irresponsabile, e cerchiamo di vedere opportunità ovunque, anche laddove è molto complicato vederne qualcuno. Quando parliamo di giustizia però un po' ci blocchiamo e tendiamo a essere più preoccupati che ottimisti. E d'altronde, ministro, se si guarda a quella che è la situazione della giustizia in Italia in questo momento ci sono alcuni dati che colpiscono e che persino spaventano. L'Italia è il paese delle 1.202 condanne per durata irragionevole dei processi. L'Italia è il paese dei 3 milioni di procedimenti pendenti. L'Italia è il paese dove, in tribunale, un procedimento dura 348 giorni, 627 giorni in appello e due anni e quattro mesi se non ricordiamo male in Cassazione. Ministro, onestamente: come si fa a essere ottimisti sulla giustizia oggi in Italia?
"Come si fa a essere ottimisti in generale, io direi, perché l'ottimismo deve radicarsi in qualcosa di molto solido nel presente, per cui parlare con uno sguardo positivo all'ottimismo, uno sguardo positivo sul futuro, credo che sia ragionevole soltanto offrendo alla riflessione dei cittadini e degli osservatori qualche dato concreto di ciò che è frutto del lavoro di questi mesi e che ci fa recuperare un senso di fiducia simile a quello che io respiro quando visito le Corti d'appello. È un compito che mi sono data, quello di andare a vedere la situazione nelle varie realtà italiane. Quello che io vedo è non solo fiducia, ma anche una gran voglia di rinnovamento. Mi sembra che siano ingredienti sufficienti per guardare con positività verso il nostro futuro".
Una delle caratteristiche di questo di questo governo è la discontinuità con il passato. E il tentativo di costruire una giustizia un po' più garantista e un po' meno giustizialista è senz'altro una discontinuità importante rispetto a stagioni precedenti. Può spiegarci perché introdurre una dose maggiore di garantismo in Italia potrebbe aiutare a rendere il paese più giusto e anche più attrattivo dal punto di vista economico?
"L'unico faro che io ho sempre in tutte le azioni e le proposte che abbiamo fatto è la Costituzione. La Costituzione è la mia cultura, io vengo da lì, sono una costituzionalista, ho avuto un'esperienza di nove anni alla Corte costituzionale. L'impostazione che naturalmente ho è 'la Costituzione fondamento del potere e limite al potere'. Serve un potere giudiziario, è necessario, altrimenti avremmo la legge del più forte, che non ha argini, quindi il potere giudiziario fa parte di una delle funzioni fondamentali di ogni stato. Ma trattandosi di uno dei poteri come gli altri, anzi, forse più severo degli altri per la possibilità di incidenza che ha nella vita delle persone e degli attori economici, come tutti i poteri deve incontrare limiti e garanzie per i diritti dei cittadini, degli imputati ma anche delle vittime. Il lavoro che stiamo facendo è connotato da un obiettivo molto chiaro: è l'obiettivo che ci siamo presi con l'Europa, è l'obiettivo di ridurre i tempi dei processi. I dati che lei ha letto all'inizio sono dati che potrebbero essere ancora più corroborati: la situazione che abbiamo trovato era molto grave, e per questo nel Pnrr ci siamo impegnati a ridurre del 40 per cento la durata del processo civile in cinque anni e del 25 per cento la durata del processo penale in cinque anni. Lo stiamo facendo con investimenti, interventi di organizzazione, di digitalizzazione e anche con tre riforme già messe in atto. Io credo che questo tipo di interventi non soltanto debba nutrire l'ottimismo, ma anche quella fiducia da parte degli investitori e degli operatori economici che mi auguro presto possano vedere un cambio di passo nel nostro paese. Devo dire, andando in giro per il mondo, che già lo vedono".
Ci fa un esempio?
"Sono appena tornata da un viaggio negli Stati Uniti dove ho incontrato i vertici dell'amministrazione giudiziaria americana, sia l'Attorney general che il Chief Justice della Corte Suprema. In questo viaggio, a parte l'attenzione, abbiamo parlato proprio delle riforme. Volevano sapere, volevano conoscere. Ma questa stessa curiosità, piena di aspettative, l'ho incontrata anche in tanti operatori economici, sia a Washington che a New York. Abbiamo fatto diversi incontri, almeno tre, con operatori finanziari, imprenditori, professionisti, e il loro interesse è capire in che direzione ci stiamo muovendo, cosa stiamo facendo, quali sono le cose che sono in campo. Devo dire che c'è una grande ammirazione perché in nove mesi sono state approvate dal Parlamento tre riforme importanti: la riforma del processo penale, quella della crisi d'impresa e quella del processo civile, che si è conclusa proprio la scorsa settimana. Ma soprattutto il livello di trasformazione organizzativa della giustizia, questa strutturazione dell'ufficio del processo per cui la scorsa settimana abbiamo concluso già i concorsi (manca una sede che ha avuto un rallentamento per il maltempo) l'assunzione di 8.250 giovani giuristi che vanno ad affiancarsi ai quasi 10.000 giudici è un cambiamento importante, soprattutto per quanto riguarda il modo di lavorare. Il giudice non lavora più da solo, ma ha uno staff che dovrebbe aiutarlo ad abbattere gli arretrati, ad abbattere i tempi e, se possibile, garantire di aumentare la qualità della risposta della giustizia".
In questi ultimi vent'anni qual è stato il grande tabù sulla giustizia con cui l'Italia deve finalmente fare i conti?
"Non saprei dirle qual è il tabù, forse lei ce l'ha in mente... mi dica lei qual è quello a cui sta pensando perché sinceramente non so quale sia".
Ministro, io credo che il grande tabù di questi anni sia stata la non consapevolezza che vi è in Italia di un problema enorme che è quello della separazione dei poteri. Non oso pensare a cosa potrebbe scrivere oggi Montesquieu osservando l'Italia...
"Secondo me la nostra magistratura ha una forte indipendenza e autonomia dal potere politico. È diversa la situazione che si sta ponendo per esempio in paesi come l'Ungheria o la Polonia, dove invece c'è un problema serio di separazione dei poteri che l'Europa sta monitorando in modo molto attento e su cui sta intervenendo in un modo incisivo perché lì davvero c'è, come combatteva Montesquieu, un governo, una struttura politica che sta togliendo spazi di azione alla magistratura. Ciononostante, qual è il problema che si è creato nel nostro paese? È un problema della garanzia dell'indipendenza del singolo giudice all'interno della stessa magistratura. Da noi, sin dal primo anno delle lezioni di Giurisprudenza, si insegna che l'indipendenza della magistratura deve essere esterna verso gli altri poteri ma anche interna, di ciascun giudice, di ciascun ufficio giudiziario. È il lavoro che si sta cercando di fare, lo faremo con la prossima riforma del Csm, che ci è stata sollecitata anche in modo molto energico dal presidente della Repubblica".
La mia domanda, ministro, non era legata a quanto la magistratura sia indipendente dalla politica, ma quanto la magistratura riuscirà nei prossimi anni a non cedere a una tentazione importante: quella di esercitare un ruolo di supplente della politica. Oggi in Italia credo che sia questo il tema: in che modo un piccolo pezzo della magistratura ha avuto talvolta la tentazione di esercitare in modo spregiudicato un potere di supplenza...
"Lei ha ragione a notare il fatto che c'è una grande corpo della magistratura che fa un lavoro straordinario. Non dobbiamo farci abbagliare da alcuni casi clamorosi. Teniamo ben distinti quelli che sono alcuni casi da stigmatizzare e che sono sotto gli occhi di tutti. Quello che io vedo andando in giro per gli uffici giudiziari è che non ci sono uno, due o tre nomi di magistrati, ma ci sono migliaia di persone che sono operosissime e secondo me la maggiore garanzia per la vera autonomia e indipendenza della magistratura è l'alta qualità professionale, perché più c'è amor proprio nel lavoro che si fa, meno attaccabili si è dal punto di vista di tentazioni di tipo diverso".
In diverse occasioni abbiamo colto nella sua azione di governo una sensibilità sul tema del processo mediatico, una volontà quasi di eliminare alcune circostanze che possono favorire il processo mediatico. Ci spiega perché questo, secondo lei, è un problema per l'Italia?
"C'è stato anche in questo caso uno spunto molto forte che è venuto da una direttiva europea che non era stata attuata in Italia, ed è una direttiva sulla presunzione di innocenza. Noi nella nostra Costituzione parliamo di presunzione di non colpevolezza. È interessante perché questa direttiva europea, alla quale noi abbiamo dato seguito con un decreto legislativo che è quello che ha suscitato l'attenzione nel dibattito pubblico, collega la garanzia di questo principio, che è un diritto storico, di quelli nati con l'inizio del costituzionalismo, proprio con il problema mediatico. All'inizio non era così. All'inizio la presunzione di non colpevolezza voleva dire che la persona non poteva avere sanzioni, non poteva essere punita giuridicamente fino alla fine del processo, fino alla sentenza definitiva. Perché c'è questo collegamento? Perché nonostante tutte le garanzie giuridiche siano lì da molto tempo, oggi è cambiato il contesto: il solo fatto di una notizia di indagini, oppure che siano stati aperti determinati filoni di inchiesta, se viene immediatamente proposto sulla stampa come se si fosse già individuato l'esito di quel processo, può pregiudicare nei fatti quel principio che noi vogliamo garantire, cioè il fatto che la persona non è considerata colpevole fino alla fine della sentenza di condanna. Se posto male dal punto di vista mediatico, il processo può arrecare un danno alla reputazione - e quindi anche a tutta la vita professionale, alla vita di una persona o alle sue attività economiche - pressoché irreversibile. Questo non vuol dire che non serva parlare delle indagini: è importantissimo che si preservino spazi di riservatezza e spazi di trasparenza così come sono nel processo. Tutto il processo penale ha l'udienza pubblica che da sempre è aperta e deve poter essere raccontata, ma ha anche dei momenti di riservatezza che debbono rimanere tali. È cambiato il mondo mediatico, è cambiata la possibilità di far circolare informazioni: bisogna farlo con delle nuove garanzie per preservare questo che è un caposaldo del rapporto tra il cittadino e il potere giudiziario. Occorre un bilanciamento diverso, un equilibrio diverso".
Lei, ancor prima di diventare ministro, ha dedicato molta attenzione al tema delle carceri. Durante la pandemia, se non ricordo male, ci sono stati 18-19 morti all'interno delle carceri: è una cosa che non è capitata in nessun paese occidentale in un numero così elevato. Che cosa dice oggi a chi nega che in Italia vi sia un problema di sovraffollamento delle carceri?
"L'unica cosa che vorrei dire è: leggete i dati. Il punto saldo da cui possiamo partire è il dato della realtà. Quanti sono i detenuti oggi? Circa 54.500. La capienza regolamentare delle carceri è di poco superiore a 50 mila posti per l'ospitalità, di cui circa 3.500 non sono attualmente disponibili per problemi di struttura, di inagibilità di determinati settori, di determinate carceri. Quindi il problema sussiste: se abbiamo tra i 4.000 e i 7.000 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare, evidentemente c'è un problema di sovraffollamento. Spesse volte si dice: 'Sì, ma è un sovraffollamento calcolato sulla base di alcune indicazioni della Corte europea che, anni fa, nel caso Torreggiani, chiese di avere almeno a disposizione per ogni detenuto 3 metri quadrati'. Certo, è così, il sovraffollamento va calcolato alla luce degli standard europei. Quella sentenza ha messo in atto nel nostro ordinamento delle riforme, se non sbaglio fu proprio il governo Monti - e saluto il presidente Monti che vedo qui in prima fila - che dovette affrontare quella emergenza straordinaria insieme ad altre emergenze, proprio perché fino a quell'epoca non c'erano nemmeno 3 metri quadri disponibili per ogni detenuto. Il che significa che il problema del sovraffollamento carcerario c'è. Si sta lavorando tantissimo sul settore delle carceri, però il bisogno è immenso. Ci sono istituti che gridano vendetta. Ho promesso al sindaco Nardella che ci fermiamo un attimo dopo per prendere un accordo per una visita a Solliciano. Vorrei poter veramente andare a visitare quel carcere al più presto perché, lo dico sempre, bisogna aver visto. Come abbiamo visto con il presidente Draghi la situazione di Santa Maria Capua Vetere, quando si vede che cos'è la vita in un carcere poi ci si va piano a fare certi commenti".
Qualche giorno fa, ministro, quando è stato dato l'ok alla riforma della giustizia civile, lei ha ringraziato il Parlamento per, così ha detto, "l'alto senso di responsabilità dimostrato". Ora, il Parlamento avrà qualche mese di tempo per trasformare in realtà questa legge. Lei è ottimista sulla capacità che la politica, sulla giustizia, riesca a imparare dagli errori del passato?
"Io parlo con i fatti. Quando si parla soprattutto della giustizia penale, parliamo di un argomento che ha diviso, ha polarizzato in modo estremo il nostro dibattito politico. Con fatica, non neghiamolo, ai primi di agosto abbiamo approvato una riforma del processo penale. Abbiamo approvato una riforma del processo civile che aveva meno sensibilità politiche, ma tante divergenze di punti di vista, ci sono anche tante sensibilità dei vari stakeholders della giustizia, gli avvocati, i giudici pubblici ministeri, i tribunali dei minorenni... abbiamo fatto un pezzo di riforma importante della giustizia di famiglia, che è un terreno sensibilissimo per altre ragioni nel nostro paese. Certo, abbiamo fatto un lavoro di convergenza verso obiettivi possibili. Io non credo che queste riforme siano perfette, definitive, però le abbiamo fatte. Abbiamo fatto queste due grosse leggi delega della riforma del processo penale e del processo civile, il Parlamento, con uno sforzo anche quantitativo, ha assecondato diciamo così i tempi del governo che erano tempi imposti dall'Europa: se non finivano entro il 31 dicembre queste grosse riforme sarebbe stata compromessa l'erogazione dei fondi di tutto il Pnrr, non solo di quelli per la giustizia: i 209 miliardi sarebbero stati a rischio. C'è stato questo input dall'esterno che ci ha molto aiutati, ma alla fine, con un po' di pazienza e, non lo nego, con una certa disponibilità alla mediazione perché forse io avrei voluto fare qualcosa di più in una certa direzione o in un'altra, si sono trovate l'energia e la forza di arrivare a un consenso comune. Non era scontato: il clima politico sulla giustizia era forse il clima più infiammato di tutti. Eppure, devo dire che i fatti dicono che si può fare, perché è stato fatto. Quindi sì, sono fiduciosa. Adesso il compito è nostro, non è del Parlamento: i decreti legislativi sono del governo, sul penale abbiamo già all'opera vari gruppi di lavoro, abbiamo un anno di tempo per attuarli ma io spero di far prima, di metterci qualche mese".
Qual è, secondo lei, l'elemento più importante di discontinuità sulla giustizia portato avanti da questo governo nella sua azione quotidiana?
"Poterne parlare e poter costruire trovando una strada condivisa. Io però non so se parlerei proprio di discontinuità: questo governo ha dentro di sé delle componenti politiche che sono anche dei governi precedenti, al plurale. I governi precedenti avevano visioni molto diverse sulla giustizia, l'uno dall'altro. L'elemento di cui io sento di dire sia il risultato politicamente più significativo è l'essere ritornati a parlare di giustizia e a parlarne per fare delle riforme condivise. Questo mi sembra l'elemento diverso rispetto al passato a breve termine, ma anche più a lungo termine. La storia che non si potevano fare le riforme della giustizia pesca lontano nella nostra storia. A me sembra il dato più significativo: un inizio di condivisione di un percorso".
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 3 dicembre 2021
Tanti anche gli atti di autolesionismo, spiega la Garante dei detenuti. "Manca l'assistenza sanitaria e il principio della rieducazione della pena è dimenticato". C'è un carcere dove tre persone, di 47, 36 e 37 anni, si sono tolte la vita nel giro di un mese, tra il 25 ottobre e il 30 novembre. Dove "la rieducazione non esiste, manca l'assistenza sanitaria e anche chi è vicino a finire di scontare la pena vede davanti a sé solo il baratro". Siamo alla Casa circondariale della Torre del gallo di Pavia e l'atto di accusa più pesante arriva dalla garante locale dei detenuti, Laura Cesaris. "A ottobre - racconta all'AGI - ho scritto due volte al Provveditorato per segnalare una situazione che è gravissima senza riceverne una risposta".
Non solo i suicidi. "Sono numerosissimi gli atti di autolesionismo - spiega la docente di Esecuzione Penale. Due casi molto pesanti risalgono all'estate scorsa con una persona che è andata in arresto cardiaco per avere perso troppo sangue". Dei tre reclusi che si sono tolti la vita uno, di 47 anni, "aveva dei problemi psichiatrici gravi tanto che gli era stato concesso di scontare la misura all'esterno del carcere ma aveva commesso dei reati mentre era 'fuori'". Nessuno dei tre avrebbe lasciato dei messaggi per spiegare il gesto. "Quello che mi lascia più amarezza - dice Cesaris - è che l'ultimo che si è suicidato, 37 anni, aveva un fine pena vicino, ad aprile 2023, e il fatto che si sia ucciso indica che nel suo futuro vedeva il nulla".
"Mancano medici, lo psichiatra cuce le ferite" - Uno dei problemi che Cesaris sottolinea è quello della mancanza dell'assistenza sanitaria. "Siamo al lumicino, non è pensabile che lo psichiatra debba cucire le ferite. Ci sono solo due medici che si alternano. Ad agosto tutti e sei i medici che c'erano si sono dimessi perché hanno avuto accesso alla scuola di specialità. Del resto se si pensa che un medico vaccinatore guadagna di più di uno che sta in carcere si può capire quanto non sia appetibile come posto".
Una particolarità di Pavia "è l'elevata presenza di sex offender e collaboratori di giustizia, persone che hanno problematiche particolari. Inoltre, più del sessanta per cento ha condanne definitive ed elevate e non dovrebbe stare quindi in una casa circondariale dove non ci sono trattamenti per la rieducazione. È la negazione di ogni principio costituzionale". E a infiammare ancora di più il disagio, "il Covid che ha allargato la distanza tra i detenuti e il mondo".
Silenzio, secondo Cesari, anche dalla direttrice di lungo corso del carcere, Stefania D'Agostino, che al momento risulta essere in congedo fino al 5 dicembre. "In queste condizioni - è la preoccupazione della Garante - è facile che i più forti prendano la supremazia sugli altri detenuti in carcere. Spero che la Procura indaghi. Come si sono potuti uccidere tre reclusi senza che l'agente della polizia penitenziaria se ne accorgesse?".
Gli avvocati di Pavia, mai così tanti suicidi in poco tempo - "Sono molto preoccupata, non si sono mai verificati tanti suicidi in un arco così ristretto di tempo. Siamo in contatto con la direttrice del carcere con la quale avevano già programmato un accesso al carcere ai primi di gennaio - prosegue la rappresentante degli avvocati -. Alla luce di quello che sta succedendo, vogliamo capire le cause che hanno spinto questi reclusi a togliersi la vita e quali siano le difficoltà nell'esercitare il controllo che deve essere garantito".
Per Grossi, "è importante che non cali il silenzio su queste morti e andare a fondo della questione. Ci chiediamo per esempio se sia diminuito il numero di agenti penitenziari, magari anche per il Covid. Non vogliamo accusare nessuno ma vogliamo trovare soluzioni. Tra i problemi del carcere c'è che una parte di chi è ospitato sta nella struttura vecchia dove, proprio a causa della fatiscenza, spesso si verificano problemi come l'acqua calda che manca o altri disagi che possono provocare tensioni".
Antigone: "Necessario indagare le cause di tipo sistemico" (redattoresociale.it)
L'osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone era stato in visita nell'istituto di pena lunedì 29 novembre. Verdolini: "Il carcere di Pavia presenta moltissime criticità: strutturali, di sovraffollamento, legate al personale sottodimensionato. Infine, criticità connesse ad una popolazione detenuta particolarmente sofferente".
"Siamo sgomenti per il terzo suicidio avvenuto in un solo mese nel carcere di Torre del Gallo di Pavia, il secondo nell'ultima settimana". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. L'osservatorio sulle condizioni di detenzione dell'associazione era stato in visita nell'istituto di pena lunedì 29 novembre, poche ore prima di questo ennesimo gesto estremo.
"Il carcere di Pavia - sottolinea Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia e una delle osservatrici che ha effettuato la visita - presenta moltissime criticità: strutturali, di sovraffollamento, legate al personale sottodimensionato (medico, in primis, ma anche penitenziario e trattamentale); infine criticità connesse ad una popolazione detenuta particolarmente sofferente che si trova ristretta tra quelle mura, in parte composta da detenuti cosiddetti 'protetti', ovvero isolati dagli altri per tutelarli dai rischi di aggressione (uno dei più grandi reparti protetti del nord Italia con oltre 300 presenze) e in parte portatrice di una fragilità sociale e psichica, situata nella struttura per la presenza dell'articolazione di salute mentale lombarda". "Certo ogni suicidio è un caso a sé e va considerato nella sua complessità, valutando anche la disperazione individuale di chi commette questo atto - ricorda Patrizio Gonnella -. Ma è anche vero che quando il numero dei suicidi supera una certa soglia è necessario indagare oltre, per capire se ci sono delle cause di tipo sistemico".
Venerdì l'osservatorio di Antigone sarà di nuovo nel carcere di Pavia, a breve distanza dalla precedente visita.
di Alessandra Arachi
Corriere della Sera, 3 dicembre 2021
Le nuove misure per fermare i femminicidi. C'è un pacchetto di norme molto dure che arriva oggi sul tavolo del governo. Un giro di vite sulle violenze domestiche, quelle perpetuate da mariti, fidanzati, compagni. La violenza contro le donne non accenna a diminuire. È una dramma quotidiano. Per questo il governo ha pensato addirittura di dare alle vittime la scorta come per i testimoni di mafia. Per una tutela così stringente, tuttavia, c'è un rovescio della medaglia che probabilmente oggi porterà un ripensamento: non è giusto incidere sulla libertà delle vittime, imporle movimenti limitati. Si può tutelare la vittima anche con un pattugliamento sotto casa, ad esempio.
Procedibilità d'ufficio - Ma arriverà un aiuto ancora più importante per le vittime: non costringerle a denunciare il proprio carnefice. Troppe volte le donne non riescono ad uscire di casa per raccontare ai giudici i loro drammi, domestici, pietrificate dal terrore.
Ecco perché si è deciso di estendere la procedibilità di ufficio alle molestie e le violenze domestiche che adesso sono a querela di parte. Con la procedibilità di ufficio lo stalker sarà accerchiato. Le forze dell'orine potranno intervenire direttamente, magari perché avvisati dai vicini delle urla dentro la casa. C'è un unico presupposto per questa procedibilità: il patner violento deve aver già avuto un monito per questo stesso tipo di reati, ma non necessariamente nei confronti della vittima, il monito sarà valido anche se il reato è avvenuto altrove.
Cartabia e Lamorgese le ideatrici - Le norme del pacchetto sono state volute e confezionate principalmente dai ministeri dell'Interno Luciana Lamorgese e da quello della Giustizia Marta Cartabia, anche se le idee sono arrivate da più parti, da più ministri. L'obiettivo è quello di rendere la vita impossibile al massacratore: il braccialetto elettronico contribuirà a questo scopo. E' la sua libertà che deve essere sacrificata.
Braccialetto elettronico - Su disposizione del giudice il braccialetto elettronico verrà messo ai polsi dei patner che violano i divieti di allontanamento dalla casa familiare e quelli di avvicinamento dei luoghi frequentati dalla vittima. Qualunque siano: palestra, scuole dei figli, scuole di ballo, supermercato.
Il braccialetto elettronico, già usato per altri reati, non può essere applicato se non con il consenso dell'interessato. E, come è facilmente prevedibile, l'interessato spesso rifiuta la misura. Ed ecco la novità. Il giudice potrà mettere il violento davanti a un bivio: o accettare il braccialetto elettronico oppure venire sottoposto a misure alternative più pesanti. Come ad esempio gli arresti domiciliari, ma anche l'obbligo stringente di dover firmare in questura tre volte al giorno.
Gps per localizzare i violenti - Il braccialetto elettronico è dotato di un gps per la geolocalizzazione. A disposizione ce ne sono tanti. Ovvero ce ne è per tutti i violenti. In questa maniera sarà molto facile individuare lo stalker che viola il divieto voluto dal questore di allontanamento dalla casa familiari e di avvicinamento i luoghi della vittima: in questo caso per lui scatta immediata la custodia cautelare. E sarà difficile ottenere le misure alternative: il violento dovrà dimostrare di aver compiuto un percorso di riabilitazione con esito positivo, certificato.
Tutela psicologica per le donne - Tutto il pacchetto arriverà sul tavolo del consiglio dei ministri di oggi, con la benedizione del premier Mario Draghi e l'impegno in prima persone di un po' tutte le ministre del governo. Anche per questo motivo si è arrivati ad un'altra tutela psicologica nei confronti delle donne: si dovrà informarle sui dove si trovano i centri anti violenza più vicini. Un altro modo per far capire alle vittime che non sono sole.
- Milano. Iniziative green per il Pianeta: tra i protagonisti, i detenuti del carcere di Bollate
- Vibo Valentia. L'industria conserviera aiuta il reinserimento dei detenuti nel mondo del lavoro
- Volterra (Pi). Agricoltura sociale, progetto di formazione per detenuti ed ex tossicodipendenti
- Grosseto. "Cosa c'è dentro al cilindro": un video sulla vita dei detenuti durante la pandemia
- Cagliari. Detenuto in isolamento da 8 mesi chiede trasferimento









