savonanews.it, 9 luglio 2021
Hanno inviato una lettera al presidente Toti e ai membri del consiglio regionale proponendo il nominativo che "possiede tutti i requisiti indispensabili per assolvere tale incarico". Una lettera inviata al presidente Giovanni Toti e ai membri del consiglio regionale, scritta da professionisti che operano negli ambiti di competenza normati dalla legge della Regione Liguria i quali lo scorso 29 marzo hanno promulgato l'istituzione del "Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale".
"Nel manifestarvi la nostra soddisfazione per la decisione assunta dalla Giunta regionale, relativamente al ruolo indicato è nostra cura segnalare i tratti chiave a cui tale figura dovrebbe rispondere, affinché il ruolo di Garante sia esercitato con impegno e serietà per la durata dell'incarico. In questo senso, ci pregiamo di segnalare il nominativo del Prof. Stefano Padovano" dicono i criminologi, psichiatri e rappresentanti del settore. "La figura che ci permettiamo di indicare possiede, a nostro parere, tutti i requisiti indispensabili per assolvere tale incarico: sia dal punto di vista delle competenze professionali (criminologo, docente, formatore, esperto in tematiche di disagio psichiatrico e dipendenze, sia per le qualità di intermediazione e sintesi con le figure istituzionali degli ambiti coi quali avrà la facoltà di interagire (autorità di pubblica sicurezza, conferenza nazionale garanti, Tribunale di Sorveglianza, Uepe) e in cui è riconosciuta la sua professionalità" continuano.
"Inoltre, risponderebbe ai tratti costitutivi del profilo unanimemente condiviso dalle realtà che hanno partecipato alla recente Audizione della Rete Carcere con l'ufficio di Presidenza e la Conferenza dei Capigruppo: preparazione, età, motivazioni, e quell'insieme di capacità professionali che rappresenterebbero un valore aggiunto per una scelta istituzionale che investe in prima persona la Regione Liguria" concludono.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 9 luglio 2021
I giudici hanno ribadito l'esigenza di assicurare "una pena adeguata e proporzionata alla differente gravità del reato" nel caso in cui sia un "fatto di lieve entità". La Corte costituzionale, ieri, con il deposito delle motivazioni della sentenza numero 143 ha inferto un ennesimo colpo al severo regime del bilanciamento delle attenuanti per i casi di recidiva reiterata.
Il caso in esame riguardava l'attenuante del "fatto di lieve entità" nel sequestro di persona a scopo di estorsione. Una circostanza, peraltro, introdotta dalla stessa Consulta con una sentenza del 2012, espressamente rivolta a mitigare le pene, particolarmente aspre, previste dall'articolo 630 del codice penale, in caso di minor gravità del fatto.
Punti fermi della Consulta, la proporzionalità della pena, la parità di trattamento tra i coimputati e la effettiva funzione rieducativa della sanzione penale, che perde di significato se eccessivamente sproporzionata. Nel reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, visto che la forbice tra il minimo e il massimo della pena edittale è di soli 5 anni, la Consulta ha ribadito l'esigenza di assicurare ' una pena adeguata e proporzionata alla differente gravità del fatto - reato", precisando che "la disposizione censurata, nel precludere la prevalenza sulla recidiva reiterata dell'attenuante del fatto di lieve entità vanifica la funzione mitigatrice che questa Corte ha riconosciuto".
La Corte costituzionale ha riconosciuto, dunque, la possibilità di bilanciare con giudizio di prevalenza l'attenuante del "fatto di lieve entità" rispetto all'aggravante della cosiddetta recidiva reiterata, anche nel reato di sequestro di persona a scopo di estorsione. Il senso dell'intervento è chiaro: da una parte, rammenta che le pene eccessivamente sproporzionate rispetto alla gravità del fatto non giovano alla finalità rieducativa dell'articolo 27 della Costituzione; dall'altra ribadisce che il sistema penale si dota di circostanze attenuanti, la cui funzione mitigatrice non può essere annichilita dal legislatore.
La vicenda, da cui nasce la rimessione della questione di legittimità, da un processo davanti alla Corte d'assise d'appello di Bari che, pur riconoscendo l'attenuante in questione, a parità di fatto, condannava i recidivi a pene più elevate. La disparità di trattamento di pena, rispetto a medesime e non gravi circostanze di fatto, modo e tempi, e la necessità di adeguare la condanna alla non eccessiva gravità del comportamento illecito erano state le argomentazioni della Cassazione poste alla base della questione di legittimità costituzionale.
La corte d'assise d'appello, riformando il giudizio di primo grado, aveva infatti deciso, di riconoscere a tutti gli imputati questa attenuante, in quanto il sequestro si era consumato per poche ore e nei confronti di un partecipante al sodalizio, che aveva sottratto del denaro dalla vendita di stupefacente che gli era stato consegnato dai sodali in custodia.
Al giudice non era però sfuggito nelle sue argomentazioni a sostegno della non manifesta infondatezza della questione, che proprio con la sentenza del 2012 la Consulta aveva affermato la funzione mitigatrice dell'attenuante del "fatto di lieve entità", soprattutto rispetto ai casi di risposte punitive improntate a particolare asprezza anche in ragione di interventi di natura emergenziale. L'avvocatura dello Stato aveva obiettato che la questione dovesse essere considerata infondata visto che il giudice ben avrebbe anche potuto escludere la recidiva reiterata nel caso non obbligatoria. La Corte costituzionale dal canto suo aveva risposto che non avrebbe potuto abdicare dall'offrire una risposta alla questione in concreto proposta.
Il problema si era posto dopo la legge numero 251 del 2005, la 'ex Cirielli', che fu animata da un generale senso di inasprimento del sistema penale soprattutto in riferimento ai recidivi, sia in termini di aumenti della pena che di divieti ai benefici penitenziari. Obiettivo del legislatore era inasprire la risposta sanzionatoria; tuttavia questo ha creato un effetto dirompente sull'esponenziale aumento della pena in modo indipendente rispetto alla gravità del caso concreto. È anche per tale motivo che va ricordato che il regime del divieto della prevalenza delle attenuanti sulla recidiva, introdotto proprio dalla ex Cirielli, sia stato più volte oggetto di verifica della legittimità costituzionale nei singoli casi e che numerose siano state le pronunce, in cui la Consulta ha restituito al giudice il potere di valutare in concreto la prevalenza delle singole attenuanti rispetto alla recidiva reiterata, soprattutto per i reati in cui le prime avrebbero inciso sul giudizio di un minor gravità della condotta, rispetto ad una pena finale proporzionata e costituzionalmente orientata nel senso della finalità rieducativa.
padovaoggi.it, 9 luglio 2021
I risultati in questi due anni sono andati oltre ogni aspettativa. Nel 2018 Il Comune di Padova, la Casa di Reclusione "Due Palazzi" e AcegasApsAmga, hanno sottoscritto un protocollo di intesa denominato "I due Palazzi fanno la differenza", con l'obiettivo di individuare, pianificare e realizzare iniziative per l'ottimizzazione della gestione integrata dei rifiuti urbani e assimilati nell'ambito delle strutture della Casa di Reclusione di Padova, con particolare attenzione alla raccolta differenziata e al successivo avvio a riciclo dei materiali raccolti e con particolare riferimento ai rifiuti di imballaggio.
Differenziata - Con questo protocollo la Casa di Reclusione "Due Palazzi" si è impegnata a realizzare la raccolta differenziata nelle varie sezioni tramite l'utilizzo di personale detenuto, con l'obiettivo di raggiungere elevati standard di qualità. Il Comune di Padova si è impegnato invece a fornire tutto il supporto tecnico necessario alla realizzazione di un'opportuna raccolta differenziata in collaborazione con AcegasApsAmga, a promuoverla, a garantire modalità per l'esecuzione del servizio di "porta a porta" in coerenza con le particolari necessità organizzative e di sicurezza della Casa di Reclusione e a incentivarla attraverso l'erogazione di "premialità" a favore dei detenuti meritevoli: nello specifico percorsi lavorativi esterni alla Casa di Reclusione e la fornitura di 5 schermi tv.
Risultati - I risultati in questi due anni sono andati oltre ogni aspettativa e finalmente oggi si sono potuti celebrare alla presenza dell'assessora all'ambiente Chiara Gallani, del direttore del carcere Claudio Mazzeo, del responsabile servizi ambientali di AcegasApsAmga Giovanni Piccoli, e del responsabile qualità del servizio di AcegasApsAmga Giovanni Cussigh, oltre che dei detenuti maggiormente coinvolti nel progetto. I dati raccolti grazie ai costanti monitoraggi sono infatti eccezionali. Si è partiti con il progetto nella primavera del 2018 con una percentuale di raccolta differenziata inferiore al 20% per arrivare a un valore di RD (raccolta differenziata) pari al 49% ad ottobre 2019, pari al 65% a dicembre 2019, pari al 66,56% a gennaio 2020, fino a raggiungere l'incredibile 84,78% di giugno 2021, per un totale di 3350 kg.
"Un risultato - ha dichiarato l'assessora Chiara Gallani - davvero eccezionale, di cui siamo estremamente fieri, che dimostra come, con costanza e impegno, si possono raggiungere percentuali altissime di raccolta differenziata, elevandone non solo la quantità, ma anche la qualità. Avremmo dovuto celebrare il risultato nella primavera del 2020, quando già era stato ottenuto l'obiettivo previsto, ma purtroppo la pandemia ha limitato estremamente le occasioni di incontro e soprattutto l'ingresso alla Casa circondariale.
Ci siamo tenuti in contatto, in uno scambio epistolare tra Comune e carcere ma ci sembrava importante riuscire a "celebrare" con tutti i protagonisti questo risultato e renderne conto esternamente, in modo da rendere noti i risultati del progetto. Voglio ringraziare l'azienda per il supporto e il direttore Mazzeo, per aver creduto in questo progetto e averlo portato avanti con noi. È importante non solo per la tutela ambientale della città intera, ma anche perché attraverso azioni orientate al bene comune e del territorio e attraverso la conoscenza di un sistema complesso come quello della raccolta rifiuti si costruisce comunità, un ponte tra il mondo dei detenuti e la città di cui sono e devono sentirsi parte. È una sinergia tra istituzioni, aziende e territorio virtuosa".
di Stefano Origone
La Repubblica, 9 luglio 2021
Lunga protesta nel carcere di Marassi, dove i detenuti la scorsa mezzanotte hanno comunicato il loro disagio e insofferenza battendo sulle sbarre delle celle e delle finestre stoviglie e pentolame, mettendo in allerta la polizia penitenziaria, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere. "Il clima è sempre più pesante e pericoloso - spiega Fabio Pagani, segretario regionale della Uil Pa Penitenziari - ma da quanto appreso dal personale di Polizia Penitenziaria in servizio durante il turno di notte, sembra che i detenuti del carcere di Marassi, abbiano protestato contro l'attuale Direzione dell'istituto per via della decisione di ridurre le telefonate e i colloqui. La cosa che preoccupa è che nella protesta c'erano anche i detenuti della sesta sezione alta sicurezza".
Nei mesi della pandemia anche a Genova i detenuti avevano protestato in alcune occasioni sempre con battiture e con l'incendio di lenzuola per attirare l'attenzione della popolazione sulla condizione all'interno del carcere di Marassi che vive un cronico sovraffollamento con condizioni sempre più precarie per i detenuti e non solo.
"In questi giorni si parla molto di carcere - sottolinea Pagani - ma ancora una volta temiamo che lo si faccia in modo sbagliato, più per una contesa politica e mirando, magari, a modificare gli equilibri interni alla maggioranza di governo e alla prossima campagna elettorale, piuttosto che all'organica risoluzione dei problemi che attanagliano l'esecuzione penale del nostro Paese.
A Santa Maria Capua Vetere sono stati commessi errori gravissimi, che vanno indagati sino in fondo e perseguiti. Chi ha sbagliato deve assumersene ogni responsabilità, pure per i rischi a cui sta esponendo le 37mila donne e uomini della Polizia Penitenziaria".
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 9 luglio 2021
Va in carcere ogni settimana e incontra i detenuti che gli chiedono un colloquio, spesso solo per parlare con qualcuno. Don Dino Campiotti è il garante dei reclusi di via Sforzesca dal 2017, quando fu nominato all'unanimità dal Consiglio comunale di Novara, ultima delle dodici città piemontesi con una prigione sul suo territorio a indicare un referente per i carcerati.
All'indomani delle notizie sulle violenze nelle celle di Santa Maria Capua Vetere e delle inchieste aperte in altre realtà, da Opera a Palermo, da Torino a Melfi, don Campiotti commenta: "Mi risulta che qui la situazione sia tranquilla e ci sia rispetto da parte delle guardie nei confronti dei detenuti, anche se le difficoltà non mancano".
Il carcere di Novara ospita un centinaio di reclusi nella sezione giudiziaria in celle con 5-6 persone e altri 70 al reparto del cosiddetto 41/bis, il regime "duro" applicato agli autori di reati di stampo mafioso. Gli educatori in servizio sono due sui tre previsti in organico e questa è una delle situazioni critiche: "Molti detenuti si sentono abbandonati - commenta don Campiotti.
A volte mi capita di incontrare persone che mi hanno invitato a un colloquio senza una vera motivazione o richiesta concreta ma solo per parlare con qualcuno, per sfogarsi e raccontare le proprie difficoltà. Gli operatori sono pochi rispetto ai reclusi che tra l'altro sono più di quanti dovrebbero essere, con un sovraffollamento delle celle che non è altissimo ma comunque c'è".
Il problema pressante, dentro le mura di via Sforzesca come fuori, è il lavoro, o meglio la sua assenza. I detenuti svolgono attività retribuite in cucina e nella pulizia del carcere ma le richieste sono tante: "La turnazione che un tempo era di sei mesi è stata ridotta a tre, per dare modo a più persone di lavorare - sottolinea il garante. A molti mancano anche i pochi euro per le sigarette o gli abiti".
Il momento più critico è l'uscita: tanti temono di ritrovarsi fuori dalla cella senza un soldo e la direzione, per quanto può, cerca di occupare soprattutto chi sta per essere liberato. All'interno del carcere è attiva una tipografia gestita dalla cooperativa "La terra promessa" che lavora con commesse esterne, ad esempio le "Agende della salute" distribuite dalla Regione Piemonte alle famiglie quando nasce un bambino. Altri detenuti sono impegnati nei cantieri di lavoro dell'Assa soprattutto per la sistemazione e pulizia dei parchi della città.
Qualcuno studia nelle aule attrezzate all'interno della casa circondariale di via Sforzesca. Un'altra questione aperta riguarda la socializzazione. Di recente si è tenuto un concerto nel tendone allestito all'interno delle mura: "Si potrebbe fare di più e sarebbe utile per alleggerire la tensione e migliorare la vita in carcere - dice don Campiotti. È una prigione piccola e questo contribuisce a mantenere la situazione tranquilla, grazie anche alla sua struttura divisa in due: da una parte il regime ordinario e dall'altro quello speciale del 41 bis, con detenuti isolati e guardie che cambiano con una turnazione a livello nazionale. Mi sembra che il rapporto tra reclusi e agenti sia corretto e rispettoso, il comandante è una persona con grande senso di responsabilità e la direzione è presente. Sicuramente, manca personale sia tra gli agenti che tra gli educatori".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 9 luglio 2021
La procura: verifiche sul trattamento sanitario e psichico dei "trattenuti" da giugno 2020. Si allarga l'inchiesta sulla morte di Musa Balde, il giovane originario della Guinea morto suicida al Cpr (centro di permanenza per il rimpatrio) di Torino il 23 maggio. I magistrati Vincenzo Pacileo e Rossella Salvati, titolari del fascicolo per omicidio colposo che vede già indagati il direttore della struttura e un medico interno, hanno affidato ai consulenti accertamenti su centinaia (si parla di circa 200), persone che sono transitate negli ultimi 12 mesi dalla struttura di corso Brunelleschi. Obiettivo: verificare il tipo di assistenza che hanno ricevuto. Sia dal punto di vista sanitario che da quello psichico.
Nelle scorse settimane i carabinieri del Nas hanno acquisito centinaia di cartelle cliniche e l'analisi accurata dei documenti è stata demandata dai pm ai professionisti. Tutti coloro che sono transitati dal Cpr da giugno 2020 allo stesso mese del 2021 finiscono dunque sotto la lente dei magistrati nella declinazione del trattamento ricevuto. Non solo dunque coloro che sono stati ospitati in uno specifico reparto del centro destinato a chi ha fragilità psichiatriche, ma tutti i "trattenuti".
L'ampliamento degli accertamenti fa il paio con il passo avanti investigativo di alcuni giorni fa quando nel fascicolo di inchiesta sono rientrati altri cinque casi raccontati nel "Libro nero del Cpr" pubblicato dall'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi). Il testo era stato diffuso nel corso della manifestazione tenutasi in piazza Castello alcune settimane fa organizzata da decine di associazioni per denunciare le condizioni "inaccettabili" in cui gli ospiti del centro sono costretti a vivere. Persone ritrovate nello stesso reparto in cui Musa si è tolto la vita, nel corso delle visite dei legali, in condizioni fisiche e psichiche molto gravi. Si è allora parlato di "celle pollaio".
Quel rapporto su casi limite comunque legati a sopravvissuti è diventato un esposto. Inglobato negli accertamenti in corso. Non a caso una delle prime denunce emerse sulla storia del giovane suicida è legata ai dubbi sulla qualità degli accertamenti psichiatrici che sarebbero stati garantiti. Musa era arrivato al Cpr di Torino due settimane dopo aver subito una gravissima (e ingiustificata) aggressione da parte di tre italiani armati di bastone. Era accaduto a Ventimiglia. Un fatto che - e si sta cercando di accertarlo - avrebbe meritato, per alcuni, un livello di assistenza più elevato. Sul reparto speciale in cui Musa era stato destinato si erano espressi in questi termini gli avvocati della Camera Penale di Piemonte e Valle d'Aosta: "Quella a cui è stato destinato, senza un accertamento sanitario e psicologico (anche in considerazione del fatto di cui è stato vittima in Ventimiglia), non è prevista dalla norma amministrativa che regola l'esistenza dei centri stessi e si tratta di una sezione totalmente isolata in cui i soggetti detenuti - perché di detenzione si tratta - sono isolati dalle altre persone, anche con privazione del telefono cellulare (inspiegabile) e lasciati a se stessi in un luogo di permanenza che fa apparire le fatiscenti e sovraffollate strutture carcerarie come delle strutture ricettive di lusso".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 luglio 2021
Il Garante ha rilevato gravi omissioni nel ricovero di Elena Casetto, la 19enne morta carbonizzata nell'ospedale "San Giovanni "a Bergamo. Tra poco più di un mese, esattamente il 13 agosto, ricorre il secondo anniversario della tragedia, evitabile, che ha coinvolto Elena Casetto, la giovane brasiliana morta carbonizzata a 19 anni in un letto del reparto di psichiatria dell'ospedale "Papa Giovanni" di Bergamo. Non poteva muoversi, perché era in contenzione meccanica.
Aveva appena vent'anni Elena Casetto. H vissuto per sette anni da sola a Salvador de Bahia, studiava, era autonoma. Sognava di dedicarsi alla filosofia, a Londra o ad Amsterdam. Coltivava una vocazione poetica. Aveva anche vinto un premio con un componimento intitolato "Terra de bandidos" dove si evinceva la paura di restare in Brasile, il paese d'origine della madre. Forse era stato quel timore espresso nella poesia a persuadere Elena ad accettare l'invito della madre di raggiungerla in Italia, nell'appartamentino preso in affitto a Osio Sopra. L'ultimo periodo della vita di Elena è un rapido precipizio, fino a un epilogo che attende più di una risposta. L' 8 agosto 2019 tenta il suicidio. Vorrebbe lanciarsi da un ponte, la bloccano i carabinieri. Viene ricoverata prima a Brescia e poi a Bergamo.
L'11 agosto supplica la mamma perché la riporti a casa. Il messaggio è rimasto nel cellulare, sequestrato dopo la sua morte. La mattina del 13 agosto cerca nuovamente di togliersi la vita, stringendosi al collo un lenzuolo. La salvano due infermieri. Viene sedata e contenuta. L'allarme anti- incendio scatta attorno alle 10. I vigili del fuoco trovano Elena Casetto carbonizzata nel suo letto. C'è ancora chiarezza da fare sulla vicenda. Ricordiamo che il Garante nazionale, proprio nel caso della ragazza, ha rivelato alcuni disappunti.
Dal registro aggiuntivo telematico "Psicheweb" delle contenzioni attuate presso l'ospedale il Garante ha rilevato che, nelle disposizioni sui controlli da effettuare sulla persona sottoposta a tale misura privativa della libertà, non si prevede, come dovrebbe, un periodo iniziale di osservazione del paziente immediatamente successivo alla contenzione stessa, nella misura di 15- 30 minuti consecutivi prima di attivare periodicamente i controlli delle funzioni vitali, registrandone appositamente gli esiti ogni quarto d'ora.
Nel caso della ragazza, il Garante ha rivelato con particolare disappunto che "non è stata osservata la specifica raccomandazione rivolta al personale sanitario relativa al controllo dell'eventuale possesso di accendini o fiammiferi da parte del paziente, così come prevede il paragrafo 8 del Protocollo sulla procedura specifica "La contenzione fisica in psichiatria". Ma a gennaio scorso c'è stata la chiusura delle indagini sulla morte di Elena. Sono indagati due addetti della ditta che aveva in appalto il servizio antincendio dell'ospedale. Gli interrogativi, quindi, rimangono. Ad esempio dovrebbe essere chiarito una volta per tutte, se esistessero i motivi dello stato di necessità per contenere e isolare la ragazza o se potessero essere adottate strategie alternative.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 luglio 2021
Il ministro della Salute Speranza ha dichiarato che il tavolo tecnico sulla salute mentale ha prodotto un documento e lo schema di accordo, inviati alla Stato-Regioni, per accantonare per sempre la "pratica". "Se si permette che mani e piedi vengano legati, come prassi di ordinaria amministrazione nell'istituto, a discrezione dei sorveglianti, in breve si riscontrerà nel paziente un totale processo di regressione e si darà l'avvio a ogni genere di trascuratezza e tirannia". Lo disse già nel 1850 lo psichiatra e direttore di manicomio inglese John Conolly. E fu lui, una sorta di Basaglia ante litteram, ad abolire nel suo istituto i tradizionali metodi di repressione fisica e psicologica.
Parliamo, appunto, della contenzione meccanica e psichica. Ad inizio del ventesimo secolo in Italia, in occasione del primo congresso della Società freniatrica italiana, si ribadì la necessità di escludere tutti i mezzi di contenzione dalla pratica manicomiale: "Essi possono - e quindi devono - essere sostituiti dalla sorveglianza continuata di personale idoneo ed in numero sufficiente e dall'impiego di opportuni calmanti".
Anche Basaglia era contrario alla contenzione meccanica - Lo stesso Basaglia, alcuni decenni dopo, in occasione della sua prima visita al manicomio di Gorizia, affermò: "No, io non lo firmo il registro della contenzione". Fu il suo primo no che poi portò alla legge 180 e all'abolizione dei manicomi. Ma siamo nel 2021 e la contenzione meccanica è ancora una pratica diffusa. Lo stesso garante nazione delle persone private della libertà ha posto numerose osservazioni sul problema. Nel corso delle sue visite effettuate presso alcuni Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), ha ribadito che la contenzione non deve essere mai considerata come un atto medico trattamentale e deve essere utilizzata sempre come extrema ratio. Ora, forse, finalmente ci sarà una svolta.
L'impegno del ministro della Salute Roberto Speranza - In occasione della seconda conferenza nazionale "Per una salute mentale di comunità", a conclusione del suo intervento, il ministro della Salute Roberto Speranza ha affermato di aver raggiunto un importante risultato: il tavolo tecnico sulla salute mentale ha prodotto un documento e lo schema di Accordo per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale e tale bozza è stata poi inviata alla Conferenza Permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome. Il primo capitolo del documento approfondisce in che cosa consiste la contenzione meccanica. "È la pratica - si legge nella bozza - volta a limitare o impedire il movimento volontario di una persona in cura, allo scopo dichiarato di evitare che procuri danno a sé stessa o ad altri".
Il documento del tavolo tecnico sulla salute mentale - La contenzione meccanica, per l'immobilizzazione, totale o parziale, della persona utilizza "presidi meccanici quali cinghie, lacci, fasce, polsini, cinture, corpetti, bretelle, tavolini servitori, spondine". C'è scritto nero su bianco che "si tratta di un atto di limitazione della libertà personale, lesivo della dignità e dei diritti della persona". Quella meccanica non è l'unico metodo di contenzione.
Nel documento si sottolinea che nei luoghi di cura sono anche praticate la contenzione fisica, che consiste nel blocco temporaneo della persona da parte dell'operatore con il proprio corpo; la contenzione ambientale, ovvero l'impedimento alla libera circolazione della persona attraverso interventi sull'ambiente (porte chiuse, recinzioni, cancelli, ecc.) e la contenzione farmacologica che utilizza alti dosaggi di farmaci sedativi per ridurre la capacità di vigilanza della persona e la capacità di movimento.
La contenzione meccanica è quella che più interroga dal punto di vista etico e giuridico - "Le ricerche evidenziano che le diverse forme di contenzione di norma coesistono, giustificandosi a vicenda", si legge sempre nella bozza elaborata dal ministero della salute. Ovviamente è la contenzione meccanica quella che più interroga dal punto di vista etico e giuridico, dal momento che si configura come una condizione di "soggezione totale" rappresentando "la più estrema privazione della libertà immaginabile", nonché dal punto di vista sanitario, posto che "non ha né una finalità curativa né produce materialmente effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente", ma al contrario può produrre gravi esiti psicofisici, fino alla morte.
Nei servizi del Dsm la contenzione è pratica diffusa - Il ministero della Salute ammette che la contenzione meccanica nei servizi del Dipartimento di Salute Mentale (Dsm) è un fenomeno poco conosciuto e poco monitorato. I dati disponibili sono parziali, non confrontabili e talvolta non riportati in cartella clinica. Nei servizi del Dsm la contenzione è pratica diffusa, a volte routinaria anche se sommersa, "non omogeneamente applicata nelle diverse regioni ma, soprattutto, con differenze notevoli tra un servizio e l'altro che non trovano giustificazioni di ordine epidemiologico". I servizi del Dsm in cui prioritariamente si attua sono i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc), le strutture residenziali e le comunità terapeutiche, pubbliche e private accreditate.
di Marika Ikonomu
Il Domani, 9 luglio 2021
Il testo approvato in commissione con i voti del centrosinistra può essere affinato, dice il relatore, ma serve una legge dopo la sentenza della Consulta del 2019. Le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera il 6 luglio scorso hanno approvato un testo base per regolare la pratica del fine vita. L'approvazione del testo "Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia" è un primo passo verso ciò che chiedeva la sentenza del 2019 della Corte costituzionale nel "caso Cappato-Dj Fabo": che il parlamento intervenisse in materia.
Hanno votato a favore il Partito democratico, il Movimento 5 stelle, Liberi e uguali, Italia viva, +Europa e Azione, contrari invece i partiti di centrodestra. Il testo prevede la facoltà della persona "di richiedere assistenza medica per porre fine volontariamente e autonomamente alla propria vita, alle condizioni, nei limiti e con i presupposti previsti". Si consente dunque il suicidio assistito, cioè il decesso prodotto con atto autonomo con cui si pone fine alla propria vita "in modo volontario, dignitoso e consapevole".
Il documento approvato riprende la sentenza: può fare richiesta una "persona maggiore di età, capace di prendere decisioni libere e consapevoli e affetta da sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili". Si aggiungono poi altre condizioni: avere una patologia irreversibile o a prognosi infausta, essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale ed essere assistito dalla rete di cure palliative o avere espressamente rifiutato tale percorso assistenziale.
Il testo poi traccia il procedimento per accedere al diritto e prevede la costituzione di Comitati per l'etica. Il fine vita, in questa prima versione, viene dunque legittimato con l'esclusione di punibilità: tutte le persone che abbiano agevolato e/o portato a termine la procedura non sono punibili. Non vengono dunque applicati gli articoli 580 (istigazione o aiuto al suicidio) e 593 (omissione di soccorso) del codice penale. Il relatore della legge sull'eutanasia, Alfredo Bazoli, ha commentato il voto specificando che "il testo rappresenta un punto di partenza, e non pregiudica in alcun modo ulteriori interventi di modifica, miglioramento e affinamento del testo". Il deputato sottolinea che "non è possibile rinviare ulteriormente il provvedimento, perché lasceremmo un inaccettabile ruolo di supplenza ai giudici, come sta accadendo, posto che i pazienti che ritengono di rientrare nelle condizioni individuate dalla Corte costituzionale si stanno rivolgendo ai tribunali per ottenere l'autorizzazione ad accedere al suicidio assistito". Negli ultimi anni la giurisprudenza si è sostituita al legislatore. Nonostante le numerose sentenze e proposte di legge, non si è mai arrivati a un compromesso. Nel 2019 la Corte si è espressa sulla costituzionalità dell'art. 580 del codice penale nel caso di Fabiano Antoniani e ha stabilito che, se sussistono le condizioni riprese dal documento approvato il 6 luglio, non è punibile "chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente".
Il referendum parallelo - "In astratto non ci sarebbe bisogno di questo progetto legislativo perché le sentenze hanno già valore di legge. Ma in concreto serve l'intervento del parlamento per individuare le procedure che rendano effettiva la decisione della Corte", ha commentato Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni e promotore della campagna Eutanasia Legale. Cappato ricorda la vicenda di Mario, affetto da tetraplegia, che ha chiesto di poter accedere al diritto nelle Marche ma, "pur sussistendo tutte e quattro le condizioni previste dalla Corte, in 10 mesi l'Asl non ha mai risposto. L'approvazione del testo impedirebbe di fatto il sabotaggio della sentenza della Corte costituzionale in corso. In un anno e mezzo nessuno è riuscito a esercitare questo diritto".
L'associazione Luca Coscioni, di fronte all'inerzia del legislatore, sta raccogliendo le firme con decine di associazioni e movimenti per depenalizzare l'eutanasia con un referendum abrogativo. L'iniziativa corre in parallelo al testo approvato dalle commissioni perché "ha l'obiettivo di abrogare una parte dell'articolo 579 del codice penale", spiega Cappato. Il testo in commissione, infatti, esclude due situazioni: non prevede che il medico possa somministrare il farmaco, "producendo di fatto una discriminazione per le persone che non possono assumerlo autonomamente e non include le persone che hanno una malattia terminale ma che non sono tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale.
Il referendum apre la strada alla vera e propria eutanasia attiva, sul modello di Spagna e Lussemburgo. È chiaro che con l'abrogazione di parte di quell'articolo cadrebbe anche il requisito dei "trattamenti di sostegno vitale", garantendo così il diritto anche alle persone che hanno un cancro terminale. In Olanda due terzi dei pazienti che richiedono l'eutanasia sono malati terminali di cancro". In Italia, è già possibile interrompere qualsiasi terapia, anche se provoca la morte. Dal 2017 è garantito il diritto di interrompere le cure anche qualora non si abbia più la capacità di intendere e di volere, potendo redigere il testamento biologico, ma mancano molti tasselli perché venga garantito a pieno il diritto.
di Luigina Ambrogio
lafedelta.it, 9 luglio 2021
Un laboratorio di trasformazione frutta e ortaggi all'interno del Santa Caterina. Vengono trasformati i prodotti coltivati a Cascina Pensolato; vi lavorano tre detenuti. Antipasto alla piemontese, zucchine marinate, pesche e albicocche sciroppate, preparato per il minestrone, verdure pronte da saltare in padella... tutto questo e molto altro si sta preparando nel nuovo laboratorio (Ap-Pena-lavorata) allestito nel carcere Santa Caterina in collaborazione con Cascina Pensolato. Il laboratorio, nuovo di zecca, è stato allestito nei locali della vecchia falegnameria - in disuso da circa vent'anni - e costituisce uno sviluppo del progetto di Cascina Pensolato, nata per dare un'opportunità di lavoro ai detenuti e ad altre persone in situazione di difficoltà.
Il progetto è stato realizzato in tempi molto rapidi. "I lavori sono stati eseguiti in gran parte dai detenuti. Tutto è stato realizzato in meno di un anno - dice il comandante della Casa di reclusione Lorenzo Vanacore". "Nel frattempo abbiamo provveduto a selezionare e formare i detenuti destinati a lavorare nel laboratorio" - spiega Antonella Aragno, responsabile dell'Area educativa.
La gestione del laboratorio è in capo a Cascina Pensolato a cui i locali sono stati assegnati in comodato d'uso. I detenuti selezionati dalla Casa di reclusione lavorano alle dipendenze di Cascina Pensolato tramite borsa lavoro. Il progetto del laboratorio di trasformazione è stato ampiamente sostenuto dalla direttrice della casa di reclusione, Assuntina Di Rienzo (vicedirettore anche presso il carcere di Torino) che ora punta alla realizzazione di un secondo laboratorio nei locali rimasti liberi della vecchia falegnameria; un obiettivo a cui si sta lavorando.
Il Consorzio La Granda e la certificazione simbiotica - Nel progetto è stato coinvolto il Consorzio La Granda. "Abbiamo accolto volentieri la proposta di collaborare perché apprezziamo molto l'idea di inclusione che ne è alla base - dice Sergio Capaldo, presidente del Consorzio -; il laboratorio all'interno del carcere è un'ottima opportunità in vista della rieducazione. Da parte nostra possiamo dare un contributo per quanto riguarda la qualità dei prodotti. Abbiamo condiviso con la coop. Pensolato la nostra filosofia di coltivazione, l'agricoltura simbiotica. "Siamo orientati a ottenere la certificazione simbiotica dell'azienda" - conferma Dario Armando. "Il nostro contributo per ora è esclusivamente di natura tecnica - prosegue Capaldo - un domani si potranno aprire altre opportunità. Stiamo lavorando per creare, nell'hinterland di Fossano un'area caratterizzata dall'agricoltura simbiotica e una filiera certificata. I prodotti di questo laboratorio, insieme ai prodotti realizzati in altre carceri d'Italia, potrebbero avere un marchio che li distingua ulteriormente all'interno di questa nostra filiera".
Nino Mana: "Si migliora attraverso le cose belle che sperimentano" - Il direttore della Caritas sottolinea il valore di questo nuovo progetto in collaborazione con il carcere. "Con Cascina Pensolato ci siamo posti l'obiettivo di aiutare, attraverso il lavoro, persone in condizione di disagio. In questo caso si tratta di detenuti che nella vita hanno magari commesso degli errori ma che ora, attraverso il lavoro, possono trovare un'alternativa. Chi entra in questo processo si deve sentire 'migliorare dentro'; attraverso le cose belle e positive che sperimenta deve poter migliorare sé stesso".
Beppe Beccaria, presidente della Fondazione Noi Altri, sottolinea la necessità di rendere partecipe la città di queste realtà"
Ricette particolari, con un occhio alla tradizione e alla cucina locale ma anche innovative - Grazia Oggero, responsabile del laboratorio (con anni di esperienza nel settore) ci presenta i primi vasetti di giardiniera, zucchini e marmellate di frutta realizzate durante il corso di formazione.
"Abbiamo fatto delle prove con una consulente esterna. Adesso, nel mettere in pratica le istruzioni, stiamo provando a realizzare nuove ricette sulla base delle indicazioni di un tecnico della Granda. Intendiamo tener conto dell'orientamento dei consumatori con un'attenzione particolare alla tradizione locale puntando anche a prodotti innovativi. Un punto di forza è la materia prima: i prodotti sono di sicura qualità". In cucina si è creato un buon clima. Uno dei tre detenuti, non nuovo al lavoro tra i fornelli avendo la qualifica di aiuto cuoco, ci dice di aver trovato molto interessante il corso e queste prime settimane di sperimentazione.
Il laboratorio a disposizione delle famiglie per marmellate e conserve - "Questo laboratorio - dice Dario Armando - trasformerà i prodotti di Cascina Pensolato ma potrà lavorare anche per altre aziende e per le famiglie che intendono fare la marmellata o la conserva ma non hanno lo spazio o il tempo per cuocerla in casa". Per informazioni e prenotazioni ci si può rivolgere al punto vendita di Cascina Pensolato in via Sacco 7/B (3511818612).
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