La Repubblica, 5 dicembre 2021
Il segretario dem durante l'Agorà dedicata ai diritti della comunità Lgbtqi: "È una missione per la modernizzazione della società". Il leghista Ostellari: "La bocciatura della legge al Senato? È stata colpa sua". "Questa battaglia è una missione, che sentiamo come tale, importante per tutti noi. È una missione che travalica i confini del nostro ambito politico, di modernizzazione della società". Il segretario del Pd, Enrico Letta, torna a parlare della legge contro l'omofobia e della necessità della sua approvazione. Lo fa intervenendo all'Agorà organizzata dai dem sul tema dei diritti delle persone Lgbtqi e l'occasione diventa per il leader del partito il modo per ribadire che il Pd continuerà a dare battaglia in Aula per arrivare all'approvazione del ddl Zan, bocciato al Senato nei mesi scorsi a causa dell'ostruzionismo dei partiti di destra. "La nostra battaglia, che è diventata ormai europea, continua - avverte Letta - Quanto accaduto in Senato è solo una tappa di una battaglia che arriverà a risultato positivo. La società è lì, più avanti".
Parole a cui però replica infastidito il leghista Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia del Senato. "Letta non ha ancora capito che se la maggioranza del Senato ha bocciato il ddl Zan la colpa è principalmente sua", attacca l'esponente del Carroccio. "Dopo aver rifiutato per mesi il confronto proposto da Salvini e dal centrodestra - prosegue Ostellari - e soprattutto ignorando le richieste della Santa Sede e di quanti chiedevano di modificare quel testo, ora vuole alzare nuovamente i toni. Il centrodestra in commissione Giustizia ha un testo pronto per la discussione. Noi ci siamo, senza imposizioni e bandiere ideologiche".
ansa.it, 5 dicembre 2021
Da un'idea di Paola Severino, in prima assoluta nello Speciale Tg1. Quattro studenti universitari della Luiss e un gruppo di detenuti del reparto di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia.
È il film documentario Rebibbia Lockdown - diretto da Fabio Cavalli e nato da un'idea della vicepresidente della Luiss, Paola Severino - che sarà proposto in prima visione assoluta da Speciale Tg1, in collaborazione con Rai Cinema, domenica 5 dicembre alle ore 23.40 su Rai1.
Il film dà voce alle paure e alle inquietudini generate dalla pandemia all'interno dell'universo carcerario e l'impatto sui detenuti e sul personale di Polizia Penitenziaria. Nel periodo in cui il Covid-19 ha costretto tutti all'isolamento, tra i protagonisti del film documentario si instaura un fitto scambio epistolare nel quale ognuno sceglie di raccontare a cuore aperto sogni, speranze e sacrifici. Solo alla fine del lockdown, tutti i protagonisti avranno modo di rincontrarsi personalmente nell'aula universitaria di Rebibbia, sentendosi più legati di prima.
Rebibbia lockdown è anche la naturale prosecuzione del progetto "Legalità e Merito nelle scuole". Nato nel 2017, il progetto è da sempre pensato per gli studenti delle scuole secondarie di II grado e per i giovani detenuti presso gli Istituti Penali Minorili di tutta Italia, per sensibilizzarli sui valori della legalità e del merito, sulla cultura della corresponsabilità, delle regole e del senso civico, della trasparenza e del rispetto dei beni comuni.
"Legalità e Merito nelle scuole" è un'iniziativa sviluppata in collaborazione con il Ministero della Giustizia, il Ministero dell'Istruzione, il Ministero dell'Università e della Ricerca, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e l'Autorità Nazionale Anticorruzione.
Rebibbia Lockdown - una produzione Clipper Media con Rai Cinema, in collaborazione con la Luiss Guido Carli, con il sostegno della Regione Lazio/Fondo regionale per il cinema, realizzato grazie alla disponibilità del Ministero di Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - approda all'interno dello Speciale TG1, dopo essere stato presentato in Venice Production Bridge alla 78/a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
di Asmae Dachan
Avvenire, 5 dicembre 2021
La situazione è drammatica. Amnesty International ha lanciato nei giorni scorsi un appello in favore di almeno 27mila bambini prigionieri nel campo di al-Hol, nella regione di Hassaké, nel nord-est della Siria, per chiederne il rilascio immediato. Le condizioni di vita nel famigerato campo che ospita un totale di oltre 70mila profughi, denuncia Amnesty, sono disumane.
Mancano assistenza medica e umanitaria e l'imminente inizio di un nuovo inverno fa temere per l'incolumità dei bambini. Nella zona vivono circa due milioni di sfollati interni, in un'area montagnosa e ostile dove l'accesso a rifugi, servizi igienici, cibo, acqua e assistenza sanitaria è limitato.
"Abbiamo visto bambini indossare vestiti estivi e non indossare nemmeno le scarpe, mentre fuori si gelava", ha raccontato Shatha Folfola, responsabile della promozione della salute di Medici senza frontiere (Msf), al termine di una attività svolta in un campo a fine novembre. "I campi, situati in aree montuose, sono esposti a venti forti e precipitazioni intense durante l'inverno", ha spiegato Ousama Joukhadar, responsabile per la logistica di Msf. "Ogni anno, le tende devono essere attrezzate per prevenire le infiltrazioni delle piogge". Anche prima del diffondersi della pandemia di Covid-19 gran parte della popolazione soffriva di problemi respiratori, denuncia Msf. "Le insopportabili condizioni di vita hanno dato luogo a gravi problemi di salute mentale, aggravati dalla mancanza di servizi di sostegno sociopsicologico", sottolinea invece Amnesty.
Il 94% degli abitanti del campo sono bambini e donne. Si tratta di minori e adolescenti figli di miliziani del Daesh e di madri, siriane, irachene, ma anche europee, che si sono unite al cosiddetto Califfato. Un recente rapporto di Save the Children ha rivelato che tra quelle tende solo il 40% dei bambini tra 3 e 17 anni riceve una qualche forma di istruzione.
Nel campo, controllato dall'ala siriana del Partito di lavoratori curdi Pkk, con sostegno statunitense, si contano almeno sessanta nazionalità diverse e tra le persone che vi sono detenute ci sono anche vittime dei sequestri operati dai miliziani integralisti, che si trovavano nei territori occupati dal Daesh tra il 2014 e il 2019, in particolare a Deir ez-Zor. Oggi siriani e iracheni si trovano in un'ala, mentre le donne e i bambini stranieri sono concentrati in un campo a parte, chiamato "L'aggiunta".
Tra i pericoli che corrono i più giovani c'è quello dell'indottrinamento e della radicalizzazione. Molte delle madri, infatti, non sono pentite delle loro scelte e continuano a trasmettere idee fanatiche e parole piene di odio. Proprio per questo i dodicenni ritenuti a rischio radicalizzazione vengono spostati in quelli che sono definiti "centri di riabilitazione" al di fuori del campo.
Nel campo le violenze sono all'ordine del giorno. Reclutamento di minori, matrimoni forzati, violenze di genere e traffico di esseri umani sono tra le tragedie a cui sono esposte le bambine e i bambini. Save the Children ha denunciato che nel 2021 ad al-Hol sono state uccise 79 persone e 14 bambini sono morti in circostanza non chiarite. Secondo una denuncia dell'Osservatorio siriano per i diritti umani venerdì scorso alcuni uomini armati legati al Daesh hanno attaccato una zona del campo riuscendo a forzare un posto di blocco di Asayish, la polizia curda. Nella sparatoria sono morti due giovani e un terzo è stato ferito.
di Gian Giacomo Migone
Il Manifesto, 5 dicembre 2021
È attualmente detenuto nel Regno Unito ed è a forte rischio di estradizione negli Stati Uniti, con conseguenze fisiche e morali che non è difficile prevedere. La Camera dei Deputati ha appena respinto, con 225 voti contrari, 22 favorevoli e 137 astenuti, una risoluzione presentata dal gruppo di Alternativa (fuorusciti dal M5S in occasione della costituzione del governo Draghi), prima firma Pino Cabras, vice presidente della Commissione Esteri, che impegnava il governo italiano a intervenire per la tutela di Julian Assange, attualmente prigioniero politico nel Regno Unito e a forte rischio di estradizione negli Stati Uniti, con conseguenze fisiche e morali che non è difficile prevedere.
Se risulta scontata l'opposizione di Forza Italia - il suo portavoce di politica estera, Valentino Valentini, ha denunciato il fondatore di Wikileaks quale autore di "un atto di sabotaggio sistemico" - e della Lega, come anche il parere contrario del governo Draghi, risulta lesivo di ogni elementare diritto umano e di diritto democratico alla conoscenza di atti governativi il voto negativo compatto dei deputati del Pd e, a dir poco, contradditorio, quello di astensione da parte dei loro colleghi del M5S e di LeU che pur continuano a dichiararsi solidali con Assange. Sgombriamo, innanzitutto, il campo da una pur colpevole ignoranza da parte di parlamentari della materia in oggetto, anche se, forse, relativamente poco interessante perché non attinente alla durata della legislatura.
Assange e, successivamente, Frank Snowden, con l'aiuto di Chelsea Manning - più recentemente, proprio pochi mesi Daniel Hale, il giovane esperto di guerra dei droni che ne ha rivelato l'uso criminale nella guerra afghana ed è stato condannato da una Corte militare a 4 anni di carcere - , sono stati i protagonisti di una grande operazione di trasparenza democratica, rivelando la documentazione, abusivamente secretata dal governo degli Stati Uniti, che ha messo a disposizione del pubblico fatti occultati riguardo alle guerre condotte, in alleanza con la Nato, Italia compresa, in Afghanistan, Iraq e Libia, con esiti tragici ancora in atto.
Sulla scia della pubblicazione dei Pentagon Papers, ad opera di Daniel Ellsberg, che in tempi lontani contribuirono in maniera importante a segnare la fine della guerra contro il Vietnam, la nuova documentazione è stata messa a disposizione di un più vasto pubblico, per opera di alcune delle più importanti testate mediatiche internazionali, anche se quelle italiane, con poche eccezioni virtuose, rimasero cospicuamente silenti.
In questi, come in altri casi, hanno rotto questo silenzio, oltre che le forze politiche oggi astenute, alcune testimonianze importanti quali quelle generate dalle iniziative di una commissione del Senato presieduta dal senatore Giovanni Marilotti (anch'egli ex M5S, ora indipendente nel gruppo Pd) e dall'opera d'inchiesta giornalistica di Stefania Maurizi, culminata con la pubblicazione di un libro dedicato al caso Assange (cfr. "Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks", Chiarelettere, 2021); che, in maniera serena e documentata, tra l'altro ricostruisce il non luogo a procedere, da parte della magistratura svedese, per una accusa di stupro, accertata come non sussistente che, in una fase precedente, avrebbe potuto determinare l'estradizione di Assange, agognata dalle autorità di Washington.
Sicuramente più diffusa, alla Camera dei Deputati, anche tra le forze di centro sinistra, è la perdurante "ibidine di servilismo" nei confronti degli Stati Uniti, per usare una definizione coniata, all'epoca della Costituente, da Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del consiglio, liberale. Un fenomeno, o atteggiamento, che si ripropone puntualmente ogni volta che si affaccia anche lontanamente una possibile divergenza di orientamento politico con il pur declinante alleato di Washington.
In questo caso vi è di più. Il caso Assange mette in gioco il diritto democratico dei cittadini alla conoscenza delle scelte di governo e le motivazioni che lo accompagnano. I paladini della Ragion di stato, che a parole si dichiarano favorevoli ad ogni possibile trasparenza, lo temono quale pericoloso precedente. Ad esempio, quale seguito intende dare Mario Draghi ai suoi impegni di accesso ad atti del passato, tuttora politicamente rilevanti, anche recentemente invocati dal presidente Mattarella?
di Carlo Lania
Il Manifesto, 5 dicembre 2021
Più di 2.000 i migranti presenti. E oggi arriva il pontefice. Realizzato con i soldi dell'Ue, è di fatto una prigione per coloro che vi sono richiusi. Quasi sei anni dopo è cambiato poco o niente. Certo, sono più piccole le dimensioni del campo nel quale si trovano i migranti e, di conseguenza, il numero dei disperati che vi sono richiusi oggi è molto inferiore rispetto ad aprile 2016, quando papa Francesco arrivò per la prima volta a Lesbo. Ma le differenze rischiano davvero di finire qui. Quella nella quale atterra oggi il pontefice è un'isola in cui da troppo tempo alcuni diritti che fino a qualche anno fa sembravano intoccabili in Europa - come la libertà di movimento - sono invece sospesi, accantonati insieme alla solidarietà per i più deboli. Un'isola che, suo malgrado, ha accettato di farsi "scudo" per fermare uomini, donne e bambini in fuga da guerra e miseria.
La definizione - infelice - di Grecia come "scudo d'Europa" necessario a fermare i migranti la coniò la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a marzo del 2020, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan minacciava di aprire la frontiere turche permettendo così a decine di migliaia di profughi di attraversare l'Egeo. Oggi la minaccia è rientrata e la Turchia è l'unica cosa che i migranti riescono a vedere dalle loro tende nel campo di Kara Tepe, la struttura realizzata con i soldi dell'Unione europea dopo che nel settembre dell'anno scorso un incendio ha completamente distrutto il campo di Moria, il più grande d'Europa con oltre 10 mila persone ammassate al suo interno.
Attualmente a Kara Tepe ci sono invece 2.200 persone tra migranti e rifugiati, il 72% di origine afghana e un terzo rappresentato da bambini, ma le condizioni in cui sono costrette a vivere restano uguali a quelle, vergognose, del passato. "Le persone sono esposte a venti gelidi e a ogni tipo di condizione atmosferica perché il campo sorge a ridosso del mare. I bagni chimici sono in cattive condizioni, mentre le poche docce disponibili non hanno l'acqua calda", ha denunciato pochi giorni fa Medici senza frontiere, proprio in vista della visita di oggi di papa Francesco.
Come se non bastasse il campo è di fatto una prigione. Circondato da recinzioni e sorvegliato a vista da numerosi poliziotti che ne controllano il perimetro e gli accessi vietando l'ingresso ai giornalisti. A parte tre ore per due volte a settimana, ai migranti è proibito uscire se non per emergenze sanitarie o altri motivi medici. "Le politiche di contenimento mettono a rischio la salute delle persone costringendole a vivere in una condizione paragonabile a una prigionia, con conseguenze devastanti", spiega Augusto Cezar Meneguim, responsabile medico di Msf a Lesbo. Mentre secondo un'altra ong, Intersos, nel campo si trovano donne sopravvissute a violenze domestiche, abusi sessuali, matrimoni precoci subiti nei paesi di origine o durante il viaggio verso l'Europa. Abusi che, spiega sempre l'ong, sarebbero avvenuti anche nel campo di Lesbo.
In una situazione simile, dove l'assistenza è lasciata di fatto alle sole organizzazioni umanitarie, le conseguenze dal punto di vista psicologico sono pesantissime. Msf ha fornito i dati di quanti si sono rivolti alle equipe di medici e psicologi. Tra questi anche 70 bambini, più della metà dei quali presentava disturbi post traumatici da stress, tra cui ansia e depressione. Quasi la metà di loro, inoltre, ha assistito a episodi di violenza e omicidi (40%), mentre il 44% ha vissuto almeno un episodio che ha messo a rischio la loro vita. Circa il 20% dei pazienti ha invece subito abusi o violenze. Vittime anche di torture che, denuncia Msf, non hanno ricevuto alcun aiuto da parte delle autorità.
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 dicembre 2021
Costa: "Sovrapposizione tra potere giudiziario ed esecutivo da superare". Ce n'è uno in Perù, esperto giuridico nell'ambito di un progetto di cooperazione internazionale. Un altro si trova in Tunisia, come "prosecutor adviser" nella missione di assistenza alle frontiere dell'Unione europea in Libia. E un altro ancora a Rabat, come magistrato di collegamento con il ministero della Giustizia in Marocco. E poi toghe dislocate a Parigi, Bruxelles, L'Aja e decine sparse per i vari ministeri, in particolare a via Arenula.
Si tratta di alcuni esempi pescati dal lungo elenco dei magistrati fuori ruolo, 161, stando alle informazioni consultabili sul sito del Csm e aggiornate al 30 aprile 2021. Numeri dei quali ieri ha chiesto conto il deputato di Azione Enrico Costa, in un'interpellanza urgente indirizzata al governo e alla quale ha risposto la sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina, che ha ricordato norme vigenti e impegni futuri, senza però entrare nel merito delle questioni evidenziate dall'ex ministro.
Che ha denunciato il "pericolo" di una sovrapposizione dei poteri dello Stato, con una colonizzazione, di fatto, della politica della giustizia da parte delle toghe. "La commissione presieduta dal professor Luciani ha proceduto a formulare proposte integrative del disegno di legge pendente, miranti alla razionalizzazione delle tipologie di incarichi da svolgere fuori dal ruolo organico della magistratura, e condizionando il collocamento fuori ruolo ad un interesse dell'amministrazione di appartenenza", ha affermato Macina nel concludere il proprio intervento.
Nel quale ha ricordato che il limite di tempo massimo fuori ruolo è di dieci anni complessivi e che il trattamento economico rimane identico a quello goduto da magistrato, salvo specifiche indennità. Ma il nocciolo dell'interpellanza di Costa è ben altro, dal momento che sono un centinaio i magistrati che operano all'interno del ministero della Giustizia. Il che significa, evidenzia Costa, che "noi avremo sempre dei pareri, delle soluzioni, degli emendamenti e delle valutazioni orientati in una certa direzione".
Ma c'è di più: "Il potere giudiziario si inserisce nel potere esecutivo, attraverso questo nucleo e attraverso questa struttura. E io sono certo, sottosegretaria Macina - ha affermato - che quello che mi risponderà lei oggi saranno documenti e atti scritti proprio da quell'ufficio legislativo". Nel suo intervento Costa ha tirato in ballo anche l'Associazione nazionale magistrati, silente, ha evidenziato, di fronte ad un fenomeno che lascia un peso eccessivo sulle spalle dei magistrati che, invece, lavorano nei tribunali. E che sono troppo pochi, come ha evidenziato ieri, a Reggio Calabria, il vicepresidente del Csm David Ermini: "Attualmente il numero dei posti scoperti nella pianta organica dei magistrati ordinari raggiunge le 1.300 unità - ha evidenziato il numero due di Palazzo dei Marescialli - e sono posti che andrebbero coperti con urgenza per far funzionare al meglio le riforme messe in campo".
Certo, 161 toghe in più forse non risolverebbero il problema e comunque rimane forte l'esigenza di nuove assunzioni, per le quali sono state appostate delle risorse nella legge di Bilancio.
Ma di certo sarebbe un'iniezione di forze non di poco conto, data l'urgenza di ridurre i tempi della giustizia, richiesta che l'Europa ha ribadito e che necessita di una risposta. L'occasione per cambiare le cose è, dunque, la riforma del Csm, che però procede a rilento, tanto da spaventare i partiti, che non nascondono i dubbi sulla possibilità di arrivare alla prossima elezione dell'organo di autogoverno (prevista a luglio) con una nuova legge elettorale.
"Penso che ci sia veramente un'intersecazione, un incrocio, che costituzionalmente non è accettabile - ha evidenziato Costa -, soprattutto per quello che attiene al ministero della Giustizia". Alcune domande formulate dal deputato di Azione sono rimaste senza risposta, come quella relativa ai criteri di scelta.
E l'ipotesi di Costa è che anche in questo caso le correnti possano avere un ruolo nella selezione delle toghe. Così l'idea potrebbe essere quella di procedere per sorteggio, "perché mi risulta che in molte circostanze ci siano state assegnazioni finalizzate a rispettare quegli equilibri correntizi, gli stessi equilibri correntizi che il Governo, con un'altra mano, ci dice di volere scongiurare attraverso un disegno di legge". C'è poi un altro aspetto: anche in questo caso sono le toghe inquirenti quelle "preferite".
Come per il Dap, a capo del quale, "anche se non c'è la legge che dice questo, abbiamo solo dei magistrati" e solo pubblici ministeri, "guai a chiamare dei giudici". E poi l'ufficio legislativo del ministero della Giustizia, dove a fianco di 10- 12 toghe siede solo un'unità "laica". "Mi spiace perché, quando faccio una proposta, come mi è capitato l'altro giorno, di un ordine del giorno, ovviamente arriva il parere negativo del ministero della Giustizia. Si diceva, semplicemente, che le sentenze di assoluzione devono avere sui giornali lo stesso spazio dedicato alle inchieste; e non va bene. Perché le inchieste chi le fa? Le fanno i magistrati - ha sottolineato Costa - le fanno i procuratori della Repubblica che fanno le loro belle conferenze stampa; non vogliamo mica togliere questo palcoscenico". Negli uffici del ministero scarseggiano, invece, gli avvocati. "Chiediamoci perché", ha aggiunto Costa, che ha provato anche a rispondere: "Perché probabilmente, gli avvocati li dovrebbero pagare con quel budget ministeriale.
Invece, i magistrati sono già pagati come se svolgessero funzioni giurisdizionali e, quindi, si distoglie la persona ma non si distoglie la risorsa e se ne possono prendere di più. Questa è la vera ragione, è una ragione di convenienza. Lei viene dal M5S, sottosegretaria: questa dovrebbe essere una vostra battaglia", ha concluso, a tutela di "quelli che lavorano e sgobbano nei tribunali.
Quindi la invito anche ad affrontare questo tema nel tempo che ci rimane prima dell'approvazione della riforma del Csm, perché penso che tutti insieme potremmo fare un buon lavoro. Ma, per fare questo, dovremo accantonare quei pareri che vengono da quegli uffici e costruirci un'identità, costruirci un'idea, costruirci delle conoscenze, costruirci delle competenze su questo tema".
di Paolo Comi
Il Riformista, 4 dicembre 2021
La riforma "epocale" che dovrebbe porre fine al mercato delle nomine e alla lottizzazione degli incarichi delle toghe sta diventando una farsa. Il rischio, sempre più concreto, è che alla fine ci sarà solo un maquillage, neppure ben riuscito.
Dopo vari rinvii, ieri sembrava infatti essere arrivato il giorno tanto atteso, con la convocazione dei componenti della Commissione giustizia della Camera per discutere con il governo, come indicato nell'ordine del giorno, della riforma dell'ordinamento giudiziario, dei magistrati in politica e dell'Organo di autogoverno della magistratura. Il testo di questa riforma "epocale" era stato presentato dall'allora Guardasigilli Alfonso Bonafede all'indomani dello scoppio del Palamaragate a maggio del 2019.
di Giulia Merlo
Il Domani, 4 dicembre 2021
Gli emendamenti ministeriali al ddl non sono ancora pronti, nonostante questa settimana la commissione Giustizia alla Camera fosse convocata e li stesse aspettando. "La ministra ci sta lavorando, non manca molto", è l'unico messaggio che filtra dal ministero della Giustizia. L'unica certezza, ad oggi, è che il metodo Cartabia - quello felpato di certosina costruzione di convergenza politica lontano dallo scontro per poi approvare a pacchetto emendamenti condivisi - con la magistratura non sta funzionando, nonostante i moniti di Mattarella e di Ermini.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 dicembre 2021
Il deputato del Movimento 5 Stelle Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia, e relatore del testo base elaborato per dare seguito alla sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo, tiene a chiarire: "Non è nell'intenzione di nessuno sabotare l'orientamento della Consulta". E quando gli facciamo notare che forse è impresa impossibile per un detenuto dimostrare a suo solo carico la certezza di assenza di legami con la criminalità, replica: "In fase emendativa verranno chiarite certamente le perplessità interpretative emerse sulla locuzione "escludere con certezza". Per me è un problema che non si pone".
di Angelo Picariello
Avvenire, 4 dicembre 2021
Presentato l'altro ieri alla Camera il volume "Contro gli ergastoli" curato da Anastasia, Corleone e Pugiotto. "L'ergastolo è costituzionale solo se non è ergastolo". È paradossale, ma è quanto sancito di recente dalla Consulta, in base al dettato costituzionale che sancisce che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
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