di Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2021
C'è una nota del 10 aprile 2020 del coordinatore dei magistrati di sorveglianza, Giuseppe Provitera, che forse è il primo atto ufficiale a mettere nero su bianco la mattanza dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, avvenuta il 6 aprile.
di Valentina Stella
Left, 9 luglio 2021
La mattanza di Santa Maria Capua Vetere ha radici profonde e rivela problemi strutturali nel sistema carcerario, dice il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. "Occorrono radicali interventi nella formazione della Polizia penitenziaria".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 9 luglio 2021
Incontro tra i garanti di Caserta, Napoli e della Campania con il provveditore. I reclusi del reparto Nilo, pestati il 6 aprile 2020, spostati a 600 chilometri da casa dopo le misure cautelari disposte dal gip per gli indagati. Incontro ieri tra il provveditore reggente dell'amministrazione penitenziaria Carmelo Cantone, subentrato ad Antonio Fullone (sospeso perché indagato) e il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, quello napoletano Pietro Ioia e la garante di Caserta Emanuela Belcuore.
Al centro del colloquio soprattutto l'inchiesta sulla "perquisizione straordinaria" del 6 aprile 2020 al reparto Nilo del carcere di S. Maria Capua Vetere, quella che il gip ha descritto come "un'orribile mattanza" disponendo le misure cautelari per 52 indagati, i reati vanno da tortura a maltrattamenti, lesioni, falso e depistaggio. I garanti hanno messo sul tavolo la questione dei detenuti trasferiti dopo l'esplosione dell'inchiesta, la scorsa settimana.
Per oltre un anno "maltrattanti e maltrattati sono stati nello stesso istituto", hanno spiegato, in un clima difficile poiché i detenuti ai magistrati hanno raccontato delle percosse e hanno fatto mettere a verbale i nomi degli agenti che hanno riconosciuto. Da venerdì scorso, di notte, sono cominciati gli spostamenti fuori regione, fino a 600 chilometri di distanza. Per ora sono in 42 a essere finiti a Modena, Sollicciano, Civitavecchia, Rieti, Palermo, Palmi. La disposizione è arrivata su segnalazione della procura, ha spiegato Cantone. "Ma la procura - la replica di Ciambriello - non ha specificato che dovessero essere tradotti così distanti". E Belcuore: "L'allontanamento danneggia le famiglie e rende difficile il rapporto con il difensore. Poi è strano che chi ha fatto domanda di trasferimento sia rimasto e proprio loro, solo ora, siano stati spostati". Da Cantone l'impegno a verificare il rientro.
Sono rimasti 15 mesi nello stesso carcere con gli indagati perché né il Dap né il provveditore campano hanno preso iniziative prima che arrivassero le misure cautelari. Eppure la notizia che qualcosa fosse successo è iniziata a circolare anche sulla stampa dopo i post sui social dei detenuti pestati, siamo all'8 aprile 2020. Lo stesso giorno Ciambriello fa un esposto in procura. Il magistrato di sorveglianza Marco Puglia il 9 fa un'ispezione, inoltra la relazione e, sulla base di quanto riscontrato, l'11 vengono sequestrate le telecamere. A giugno arrivano gli avvisi di garanzia. I pm negli atti raccontano il clima in carcere. Pasquale Colucci (comandante del nucleo traduzioni e piantonanti), Gaetano Manganelli (comandante della polizia penitenziaria), Anna Rita Costanzo (responsabile del Nilo) con altri ispettori e agenti sono accusati di "minacce gravi, azioni crudeli, degradanti e inumane, prolungatesi per circa 4 ore del giorno 6 aprile e nei giorni successivi".
Al detenuto Ciro Motti è stato riscontrato "un trauma policontusivo, principalmente localizzato al dorso, ai glutei, alla mano destra e al piede sinistro e un trauma psichico consistente in "disturbo da stress post-traumatico". Il 6 aprile era nella cella 3, IV sezione del Nilo. Arrivano gli agenti e lo mettono faccia al muro, si deve spogliare per essere perquisito: flessioni con colpi inferti ai fianchi e la minaccia "mo' ti mettiamo il manganello nel culo e ti facciamo uscire il telefono". Lo portano nella sala socialità tra pugni, calci e schiaffi fino a farlo cadere al suolo. Nella stanza finisce ancora faccia al muro, in ginocchio. Il pestaggio è talmente forte da fatargli mancare l'aria. Nel ritorno in cella altre botte tra due file di agenti.
Dopo il 6 il regime cambia: rasatura quotidiana della barba per tutti, inibite le videochiamate con i familiari o comunque il contatto con l'esterno. La conta si deve fare in piedi, le mani dietro la schiena, lo sguardo basso. Gli agenti commentano: "Chiusura per sempre e non possono fermarsi vicino a nessuna cella, solo passeggio, nessuno parla, solo grazie scusate e per favore, non vola una mosca. E chi non lo fa giù al gabbione".
Il 9 aprile, in occasione della conta, un agente trova Motti seduto a leggere la corrispondenza. Lo preleva e lo porta al piano terra, difronte all'infermeria. In quattro lo prendono a schiaffi e pugni. Il 17 aprile il medico del carcere riporta in cartella clinica "riferito trauma cranico da percosse". Motti ha spiegato che i disturbi alla testa e alla vista sono una conseguenza delle aggressioni del 6 e 9. Dopo 2 o 3 giorni, due agenti lo invitano a modificare la versione resa: "Il verbale fatto dal medico non va bene - gli dicono -, perché non si capisce le lesioni da chi sono state fatte" e gli suggeriscono di dire che sono opera di altri detenuti. A dare manforte arrivano altri 10 poliziotti: "Farai una brutta carcerazione - aggiunge uno di loro - e ti cito per diffamazione perché non hai niente. Guarda che qui devi stare 3 anni". Il 25 aprile nuova visita con un altro medico, che chiama il 118. Due agenti dirottano l'ambulanza verso un altro detenuto. Si ripete la minaccia: "Ti denunciamo per diffamazione se continui a sostenere di stare male".
di Angela Stella
Il Riformista, 9 luglio 2021
L'accusa del Garante Ciambriello: "Non ci sono alibi per aver lasciato gli agenti al proprio posto. I detenuti hanno raccontato di essere stati minacciati, ora trasferiscono loro a 600 km da casa. Insisto: serve un indulto". Le indagini sull'orribile mattanza del 6 aprile 2020 avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono nate grazie ad un esposto presentato due giorni dopo dal Garante regionale dei diritti dei detenuti Samuele Ciambriello, con cui facciamo il punto della situazione.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 9 luglio 2021
Il presidente emerito della Corte costituzionale: "Si riesce a trasformare in un conflitto politico una constatazione di tradimento della Costituzione". "Ci si stupisce di questi fatti come fossero un caso eccezionale, mentre il meccanismo fa parte della quotidianità e della mentalità. Ci si indigna per tre giorni e poi ricomincia tutto daccapo, fino alla prossima volta". L'ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, interviene sulle violenze ai danni di detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: "Giusto condannare ma ora c'è bisogno di agire per recuperare una fiducia nella giustizia perduta prima con le vicende elettorali e del Consiglio superiore della magistratura, e con quelle della correntocrazia e degli incarichi direttivi, ora con le vicende dell'organizzazione e dell'esecuzione della pena e con la tortura".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 9 luglio 2021
Inchiesta sull'universo delle rappresentanze. Stefano Anastasia: "Manca la consapevolezza di un ruolo che li rende differenti dalla polizia di Stato". Gennarino De Fazio (Uilpa Pp): "Il nostro punto debole è che troppo spesso ci facciamo orientare dalla pancia del Corpo, da esigenze estemporanee e dalla campagna di tesseramento. Invece di avere uno sguardo ampio e lungo per migliorare le forze di polizia al servizio del Paese".
Santa Maria Capua Vetere è solo la punta di un iceberg? La domanda risuona da giorni, di nuovo, come ogni volta che, forza maggiore, siamo costretti ad aprire gli occhi su quel mondo separato e apparentemente lontano da noi che è l'universo carcerario. Dal 5 luglio 2017, quando il reato venne introdotto nel nostro codice penale, sono molti i procedimenti per tortura attualmente aperti in Italia: San Gimignano, Ferrara, Firenze, Torino, Palermo, Milano Opera, Melfi e Pavia, secondo l'associazione Antigone. Ogni volta che le cronache ricalcano "non solo la definizione giuridica ma anche quella letteraria e cinematografica di tortura", per usare le parola del pm di Santa Maria, assistiamo allo stesso rituale: da un lato i processi mediatici, dall'altro i sindacati di polizia penitenziaria che si chiudono a riccio a difesa quasi incondizionata della "purezza" del corpo, rifiutando persino a volte di ammettere ciò che è ormai sotto gli occhi di tutti. Un universo nell'universo carcerario, quello delle sigle sindacali degli agenti penitenziari (almeno una ventina), all'interno del quale si fa fatica a distinguere destra o sinistra, ispirazioni, programmi, orientamenti politici. Sembrano tutti uguali, ma non lo sono.
Solitamente però, e forse non a caso, ogni agente è iscritto a più sindacati contemporaneamente. Le sigle ammesse alla contrattazione nazionale dal ministero della Pubblica amministrazione (quelle che hanno una rappresentatività non inferiore al 5% del dato associativo complessivo) sono il Sappe con 8 distacchi sindacali, l'Osapp e la Uilpa con 5, il Sinappe con 4 sindacalisti a tempo pieno, l'Uspp e la Cisl Fns con 3, la Cgil Fp/pp e la Fsa Cnpp con due distacchi.
Ma l'altro giorno ad essere convocati dalla ministra Cartabia erano in 24, perché nell'universo detentivo hanno un peso, seppur minore, anche i medici e gli operatori socio-sanitari. E naturalmente i dirigenti, che nell'amministrazione penitenziaria rappresentano una selva a sé stante: "Solitamente ai vertici del Dap siedono persone provenienti da altre dirigenze, spesso in conflitto con la dirigenza della polizia penitenziaria - riflette Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Pp che conta 4600 agenti iscritti -. Proprio riguardo i fatti di S.M. Capua Vetere abbiamo fatto presente che nell'amministrazione penitenziaria ci sono sei dirigenze, con cinque carriere diverse, con regimi e determinazioni giuridiche diverse. Per dirla in termini banali, alla fine non si sa chi comanda".
E non è mica facile comandare un corpo di 37.181 unità, di cui realmente operativi solo 32.545. Secondo il XVII rapporto di Antigone, "la differenza fra personale previsto e effettivamente presente è pari al 12,5%. La carenza di agenti non è però equamente distribuita a livello nazionale. Abbiamo infatti provveditorati con un sotto organico superiore al 20%, come in Sardegna e in Calabria, e altri invece con un numero di unità effettive leggermente superiore a quelle previste, come in Campania e in Puglia-Basilicata". Dati smentiti però dal Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello: "Nella mia regione mancano 700 agenti ma né i governi gialloverdi né quelli giallorossi hanno risolto il problema. Gli agenti fanno turni massacranti, dovrebbero essere di 6 ore e ne fanno 8 o anche 10. Nessuno si preoccupa della loro salute mentale, del burnout provocato da quel tipo di lavoro (Ciambriello è uno dei pochi ad aver organizzato un corso, ndr), dei suicidi che sono più frequenti che in ogni altro corpo di polizia (circa 12 l'anno, ndr). Poi c'è da dire che almeno da dieci anni, dei 4500 agenti penitenziari campani, per vari motivi, ogni giorno nei 15 istituti della regione mancano all'appello tra le 300 e le 500 unità".
Perché i poliziotti vengono allocati anche in altre funzioni: scorte, picchetti ai varchi dei tribunali e in altri posti di sicurezza (circa 6 mila). Poi ci sono quelli impiegati nell'amministrazione (circa mille), un numero imprecisato di persone che ogni giorno si occupano delle traduzioni, delle matricole, del sopravvitto, dei conti correnti e così via, ed alcune centinaia che gestiscono i bar, le mense e gli spacci interni agli istituti. "Tutti ruoli istituzionali", tiene a precisare Donato Capece, segretario generale del Sappe (9350 iscritti, di cui 86 dirigenti). Sì, perché nel 2020 è stato corretto il decreto legislativo 95/2017 che separava i compiti amministrativi da quelli istituzionali dando così agli agenti la possibilità di "evadere" dal contatto diretto con i detenuti. Il Dap di Basentini aveva comunque calcolato un fabbisogno a livello nazionale di 17 mila nuove unità.
"Il problema - evidenzia Capece - è che il nostro è un Corpo di persone anziane, il personale che non ce la fa più. E lo stress, la sopportazione quotidiana di aggressioni fisiche e verbali - azzarda - può portare qualcuno a perdere il controllo". Capece è tra i più accaniti difensori della teoria delle "poche mele marce", considera Fratelli d'Italia e la Lega i partiti più vicini, parla di "grande inflazione di Garanti, che a mio avviso non dovrebbero neppure esistere" perché "già ci sono i magistrati di sorveglianza", dei detenuti dice che gli unici che sicuramente "non creano problemi" sono i mafiosi e i camorristi, e crede che sui fatti di Santa Maria "bisogna essere garantisti" con gli agenti ritratti in video. I migliori ministri di Giustizia? Per lui sono stati "Martelli, Vassalli, Conso, ma pure Orlando".
Di tutt'altro orientamento, De Fazio: "Non si può parlare di mele marce o schegge impazzite: è un sistema che non funziona e va riformato. Punto", dice. Il problema, spiega, è il reclutamento, e il grado di istruzione: solo da quest'anno agli aspiranti agenti di penitenziaria viene richiesto almeno il diploma superiore e "fino al 2017 si accedeva solo per il tramite delle forze armate, cosicché gli agenti avevano una formazione militaresca, abituati più a teatri di guerra che a compiti di "riabilitazione" nei quali il rapporto umano ha una grande importanza". Di per sé, ragiona il segretario Uilpa, "l'ostacolo potrebbe anche essere superabile, ma i corsi di formazione post-concorso dovevano durare un anno, sono subito stati ridimensionati a 9 mesi e l'altro giorno ho sentito perfino chiedere di ridurli a 3 soli mesi".
Dunque, una grande differenza di vedute, tra le sigle sindacali. Anche se, come ricorda Ciambriello, "il vecchio motto degli agenti penitenziari era "Vigilare per reprimere", che tradiva una concezione custodiale. Adesso, da anni, è "Infondere speranza", che è più adatto al dettato costituzionale. Anche se col tempo c'è stata un'evoluzione, però, purtroppo l'imprinting è rimasto". "La riforma della penitenziaria è arrivata nel 1990, dopo quella della polizia di Stato che risale al 1981 - spiega il portavoce dei Garanti territoriali Stefano Anastasia - Per loro il processo di democratizzazione e sindacalizzazione è iniziato tardi, e da allora per quel sindacato, caratterizzato sempre più da dinamiche corporative, è stata sempre una rincorsa ad ottenere ciò che avevano già ottenuto gli altri. Ed è questo che rischia di caratterizzarli come un Corpo di serie B. Mi sembra che manchi in loro la consapevolezza di un ruolo che li rende differenti dalla polizia di Stato, mentre la loro importante qualificazione professionale è essere operatori del trattamento penitenziario".
Certo, l'immagine del provveditore campano Fullone che spiega a Basentini perché era "indispensabile riportare la calma e dare un segnale al personale", mostra che la catena di comando è al contrario: il vertice del Dap più che comandare sembra essere comandato. Dal sindacato. Che a sua volta, come riconosce lo stesso De Fazio, "è troppo spesso disposto a farsi orientare dalla pancia del Corpo, da esigenze estemporanee e dalla campagna di tesseramento. Invece di avere uno sguardo ampio e lungo per migliorare le forze di polizia al servizio del Paese".
di Federico Marconi e Nello Trocchia
Il Domani, 9 luglio 2021
Aveva definito le nostre inchieste dello scorso autunno "articolacci". Aveva parlato di olio bollente, spranghe, bastoni, presenti il giorno prima della "orribile mattanza" del 6 aprile all'interno del carcere. Aveva raccontato di un magistrato di sorveglianza, Marco Puglia, trattato malissimo dai detenuti contraddicendo le dichiarazioni rilasciate da lui stesso. Aveva detto che Lamine Hakimi, il giovane algerino morto abbandonato da tutti un mese dopo il pestaggio degli agenti di polizia penitenziaria, era morto perché voleva strafarsi. Insomma, aveva creduto appieno alla linea depistaggio.
Parliamo della direttrice del carcere di Santa Maria Capua Vetere, Elisabetta Palmieri. Il suo nome non è presente tra quelli dei 117 indagati per le violenze e le torture che sarebbero state commesse a inizio aprile 2020 nel suo carcere: 52 persone sono state destinatarie di un'ordinanza di custodia cautelare, 77 sono state temporaneamente sospese dal servizio per disposizione del ministero di Giustizia. Dopo la diffusione dei video da parti di Domani, si era diffusa la notizia falsa che anche lei fosse presente il giorno dei pestaggi con un manganello tra i detenuti: non era vero, Palmieri non era in carcere. È tornata due mesi dopo.
Nei giorni delle proteste dei detenuti per la paura dell'epidemia e della mattanza, così come nelle settimane successive, la direttrice Palmieri era assente per malattia. La reggenza dell'istituto di pena era nelle mani della vicedirettrice Maria Parenti, anche lei non indagata. La direzione del carcere infatti, come emerge dagli atti di indagine, era stata completamente scavalcata nella decisione di effettuare la "perquisizione straordinaria" da quelli che la procura considera i "registi" del pestaggio: il provveditore regionale delle carceri Antonio Fullone, il comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del carcere di Secondigliano Pasquale Colucci, il commissario della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli, e il commissario capo responsabile del reparto Nilo Anna Rita Costanzo.
Anche se la direttrice Palmieri non ha nessuna responsabilità delle violenze e il suo nome non risulta tra quelli degli indagati, a inizio ottobre sembra aver creduto al depistaggio portato avanti dai "registi" della mattanza, con cui ha continuato a lavorare per mesi, quasi senza informarsi di ciò che era veramente avvenuto ai detenuti dell'istituto sotto il suo controllo. Durante una lunga telefonata con Domani dello scorso ottobre, per chiarire alcune questioni prima della pubblicazione delle nostre prime inchieste, la direttrice Palmieri aveva parlato di oggetti non consentiti, come olio bollente, spranghe, bastoni ricavati dai piedi dei tavolini, utilizzate dai detenuti il 5 aprile. Strumenti atti ad offendere che sarebbero stati ritrovati il 6 aprile, giorno della perquisizione, ma anche l'8, due giorni dopo. Questi oggetti però, secondo la pubblica accusa, sarebbero stati fabbricati e fotografati successivamente per giustificare le violenze: "Un atto deprecabile di depistaggio".
Il carcere in mano agli uomini in divisa - Palmieri dirige il carcere in provincia di Caserta dal dicembre del 2017. Nel corso degli anni, come ha potuto ricostruire Domani, alcuni detenuti hanno lamentato la sua scarsa presenza con loro. "Alcuni detenuti dell'alta sicurezza non l'avevano mai vista prima di un incontro di qualche mese fa", racconta una fonte all'interno del mondo carcerario campano. "Ci sono tanti che la considerano una figura assente, hanno la sensazione che il carcere sia gestito dalle persone in divisa (la polizia penitenziaria, ndr) piuttosto che dai civili".
Domani ha contattato la direttrice Palmieri. Avremmo voluto sapere da lei in che modo è stata informata della "perquisizione straordinaria" del 6 aprile, se era stata aperta un'indagine conoscitiva su quei fatti, com'è stato lavorare per tanti mesi con le persone accusate delle violenze, come è stato possibile che un detenuto possa morire ingerendo un gran numero di pillole mentre era tenuto in isolamento nonostante i suoi problemi psicologici, perché ad ottobre sosteneva le tesi del depistaggio. Palmieri però, dopo aver voluto sentire solo la prima domanda, non ha voluto rispondere perché "non autorizzata a parlare, è necessaria un'autorizzazione del provveditore". Gli interrogativi, dunque, rimangono.
L'inchiesta sulla diffusione dei video - Lunedì 12 luglio il tribunale del riesame si esprimerà sulle misure cautelari, con la procura di Santa Maria Capua Vetere che ha chiesto l'inasprimento di alcuni provvedimenti. Ieri mattina, dopo l'interrogatorio di garanzia, uno degli agenti di Santa Maria Capua Vetere è stato scarcerato dopo l'interrogatorio di garanzia. Inizialmente arrestato e sottoposto ai domiciliari perché accusato di essere tra gli autori del pestaggio, l'agente ha fatto emergere che non era in servizio il 5 e il 6 aprile 2020 e che c'era stato un errore nell'identificazione, non era lui quello ripreso dai video. Intanto i magistrati campani hanno aperto un'inchiesta sulla diffusione dei video delle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. L'apertura del fascicolo da parte dei pm avviene a 9 giorni di distanza della pubblicazione da parte di Domani delle immagini della "orribile mattanza". Si apprende dalle agenzie che "in questa fase di indagine gli atti non possono essere divulgati".
di Diego Bianchi
La Repubblica, 9 luglio 2021
Mi scusi, ho capito bene? State vaccinando anche nel carcere?", chiesi al responsabile del centro vaccinale della Fiera di Bergamo. Era il mese di marzo, i vaccini cominciavano ad essere somministrati in tutto il Paese, e io mi trovavo in Lombardia a scoprire per la prima volta la procedura con la quale avremmo familiarizzato nei mesi a seguire.
Quella che passava da prenotazioni, convocazioni, sms, disguidi, efficienza, anamnesi, dubbi e preferenze sul vaccino da iniettare. E ancora: effetti collaterali veri, presunti o immaginari, quindici minuti di attesa dopo la somministrazione, la Tachipirina a portata di mano. Erano i giorni in cui il vaccino passava per privilegio o azzardo a seconda delle sensibilità, e fu pertanto con compiaciuto stupore da potenziale cittadino di paese civile che recepii la notizia fin lì ignota che tra i soggetti "fragili" o comunque più a rischio contagio della media, si stava vaccinando anche la popolazione carceraria, detenuti e guardie.
Immediatamente per un riflesso dovuto alla consapevolezza di non stare in un Paese civile quanto vorrei, pensai fosse strano che nessun politico avesse ancora scritto un post reclamante "prima il vaccino agli italiani incensurati". Il ghiotto boccone di basica propaganda per qualche settimana scappò, fino al giorno in cui Salvini o chi per lui se ne accorse, e puntualmente protestò. Ripenso a quel momento nelle ore in cui Salvini si reca a Santa Maria Capua Vetere a margine della mattanza perpetrata da oltre cinquanta guardie penitenziarie ai danni di detenuti rei di aver protestato per la propria salute nell'aprile del 2020.
La rara capacità dell'ex ministro dell'Interno di precipitarsi nel posto giusto a dire sempre la cosa sbagliata, tocca un nuovo apice di mancanza di decenza, di vergogna, di senso dello Stato. È vero che siamo pur sempre nel Paese in cui la Meloni pensa che il reato di tortura possa impedire agli agenti di fare il proprio lavoro, ma per qualche ragione ogni tanto mi illudo che davanti all'evidenza di immagini orribili, qualcosa possa cambiare. Quasi sempre sbaglio.
L'esigenza di esprimere solidarietà alle forze dell'ordine da non confondere con 52 "mele marce", l'assurdità di equiparare la mattanza dei 52 agenti alle proteste dei detenuti ("anche la rivolta dei detenuti fu mattanza" ha detto Salvini), fanno raggiungere nuovi picchi di disumanità a chi, parlando di carcere, finisce ogni frase con le espressioni "buttare la chiave", o "marcire in galera", senza accorgersi che tanto parlare di marciume rischia di far marcire ogni giorno più mele, soprattutto se la mela più guasta e contagiosa sei tu che ne parli. Che il tutto avvenga a vent'anni dal G8 di Genova, è solo la conferma di quanto e come la percezione di vivere in un Paese civile, ancora oggi sia spesso fallace.
di Stefano Feltri
Il Domani, 9 luglio 2021
Quasi ventimila persone hanno firmato una petizione lanciata da Domani tramite change.org che chiede, tra l'altro, una cosa molto semplice: che il ministro della Giustizia Marta Cartabia venga in parlamento a spiegare come è stata possibile la violenza di Stato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quali lezioni ne ha tratto e cosa farà il governo per evitare che si ripeta.
Spetta proprio a lei, perché gli agenti che si sono macchiati delle violenze rivelate dal nostro giornalista Nello Trocchia appartengono al corpo della polizia penitenziaria che risponde al ministero della Giustizia. Ministero che, durante il governo Conte 2, ha avallato la versione fornita dai responsabili del pestaggio anche se era già ampiamente noto, grazie agli articoli di Domani e non solo, che era fondata su bugie e parte di un tentativo di depistaggio dell'inchiesta giudiziaria.
In questi giorni la ministra Cartabia ha sospeso gli agenti indagati che, incredibilmente, erano ancora in servizio nelle carceri a oltre un anno dal pestaggio. Poi ha fatto sapere a Repubblica di avere "un nodo alla gola" di fronte alle immagini (che pure noi avevamo cercato di farle vedere in anteprima, senza successo). Da un retroscena sempre di Repubblica apprendiamo poi che la ministra pensa che occorra "una riflessione sull'accaduto" che "bisogna capire come questi fatti siano potuti avvenire" e così via. Sappiamo anche che ha parlato col premier Mario Draghi.
Benissimo, ma la notizia del pestaggio a Santa Maria noi l'abbiamo pubblicata il 28 settembre 2020, i 13 morti dopo la rivolta nel carcere di Modena risalgono a marzo 2020. Di quanto tempo pensa di aver bisogno la ministra Cartabia per farsi un'idea? Come pensa si sentano i 53mila detenuti nelle carceri italiane e i loro parenti a vedere una ministra della Giustizia che ha il tempo di confidare i suoi turbamenti a tutti i giornali ma non di intervenire in parlamento e fare un'analisi chiara e prendere impegni netti e precisi? In questi giorni è molto occupata a negoziare la contro-riforma della prescrizione, lo capiamo, ma se trovasse una mezz'ora per parlare di Santa Maria Capua Vetere in parlamento la credibilità vacillante del sistema giustizia ne trarrebbe un gran beneficio.
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 9 luglio 2021
Parlano i garanti - La vicenda dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere venuta alle cronache nei giorni scorsi ha scosso l'amministrazione carceraria italiana e i Palazzi del Governo fino alla presa di posizione del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, che ha chiesto immediatamente "un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull'intera catena di responsabilità".
L'anno scorso, in piena emergenza Covid, in numerose carceri italiane divampano le proteste dei detenuti accese dalla sospensione di visite, attività formative e per la carenza di dispositivi anti-contagio. E la convivenza già problematica, in strutture spesso obsolete e sovraffollate, si fa critica. Il 5 aprile nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere "Francesco Uccella" (Caserta) c'è un caso Covid e i reclusi reclamano test e mascherine: gli agenti reagiscono con un raid "per ripristinare la calma", 300 detenuti vengono malmenati con ferocia. Ci sono video inequivocabili che documentano i fatti che portano ad un'inchiesta con 117 indagati e misure cautelari per 52 agenti e responsabili della sicurezza del penitenziario.
Una vicenda venuta alle cronache nei giorni scorsi che scuote l'amministrazione carceraria italiana e i Palazzi del Governo fino alla presa di posizione del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, che ha chiesto immediatamente "un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull'intera catena di responsabilità" e relazioni sulle altre carceri, perché, purtroppo, il penitenziario casertano non è l'unico ad essere teatro di scontri tra reclusi e agenti, segno di un malessere diffuso nelle "patrie galere".
E mentre le indagini sono in corso, anche i Garanti dei detenuti (in primis Mauro Palma, Garante nazionale) che operano nei penitenziari italiani hanno espresso subito forte preoccupazione: "Le immagini dei ristretti presi a manganellate dagli agenti non possono lasciarci indifferenti" commenta Bruno Mellano, garante della Regione Piemonte "occorre una risposta istituzionale alta e di lungo periodo perché quello che è successo a Caserta non deve essere la regola. Tutte le istituzioni che si occupano di carcere devono fare uno sforzo organizzativo per la comunità penitenziaria: investire sulla formazione professionale degli agenti, inserire operatori non militari negli istituti e nominare un Sottosegretario dedicato ai penitenziari".
Bruno Mellano sottolinea come un episodio così tragico "debba essere occasione di ripartenza per ripensare lo sconto della pena in chiave trattamentale così come prevede la nostra Costituzione". Concorda sulla necessità di formazione degli agenti in contatto soprattutto con i giovani reclusi, Maria Cristina Gallo, garante dei detenuti del Comune di Torino, che lo scorso anno, in seguito a denunce di alcuni ristretti, aveva segnalato all'autorità giudiziaria violenze nel carcere torinese avviando un'inchiesta che sfociò in 25 indagati.
"Siamo indignati su quanto è avvenuto per mano di chi dovrebbe usare il potere per ripristinare un clima di legalità all'interno dei penitenziari" ribadisce la garante "fatti come questo riportano l'ordinamento carcerario indietro di cento anni: e dobbiamo ringraziare se i pestaggi sono stati ripresi dalle telecamere. Diversamente sarebbe stato molto complesso mettere alla luce le efferatezze compiute. Ma quante zone d'ombra ci sono all'interno delle sezioni, quante voci di soprusi e brutalità vengono raccolte da noi garanti, cappellani, insegnanti, volontari?".
Monica Cristina Gallo segnala come le regole anti-contagio abbiano "svuotato" le carceri di presenze esterne mettendo in luce la necessità di una riapertura rapida. "Ma con un incremento di personale civile, con ispezioni più frequenti che si avvalgano di periti non dipendenti dell'amministrazione carceraria che possa svelare ciò che non funziona e con una magistratura di sorveglianza più attenta alle dinamiche interne ai penitenziari non conformi alla rieducazione della pena".
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