di Rosario Cauchi
quotidianodigela.it, 5 dicembre 2021
La Nuova Dc, che in città si è presentata ufficialmente la scorsa estate e in giunta schiera l'assessore Giuseppe Licata, è in piena fase di organizzazione. Questa mattina, lo stesso Licata, il coordinatore cittadino Natino Giannone e l'avvocato Floriana Cacioppo (neo responsabile del dipartimento legale e giustizia del partito locale) hanno preso parte, insieme ad altri esponenti del partito cittadino, ad una tavola rotonda sui diritti dei detenuti, che si è tenuta all'Ars, su convocazione dei vertici regionali del partito, ad iniziare dall'ex presidente della Regione Totò Cuffarò, leader della Nuova Dc.
A seguito di una proposta che i centristi della Nuova Dc stanno perorando sull'intera isola, anche in consiglio comunale verrà chiesta la nomina di un garante cittadino dei diritti dei detenuti. I responsabili regionali del dipartimento giustizia del gruppo hanno scritto anche al sindaco Lucio Greco. "Reinserire i detenuti che hanno espiato le loro pene - dicono Licata, Cacioppo e Giannone - è molto importante, nel pieno rispetto dei loro diritti ma anche delle norme che regolano questa delicata materia. In consiglio comunale, porteremo una mozione, che impegnerà l'amministrazione comunale, proprio per arrivare alla nomina di un garante cittadino". La proposta verrà avanzata, probabilmente, dal consigliere comunale Vincenzo Cascino, che a breve potrebbe ufficializzare la sua adesione alla Nuova Dc.
"Stiamo lavorando per un incontro, a Balate, con il garante regionale dei diritti dei detenuti, Giovanni Fiandaca - spiegano ancora Licata e Cacioppo - che nel corso del dibattito di oggi ha esposto in maniera sicuramente chiara l'esigenza di assicurare i diritti che la nostra Costituzione e le leggi in materia prevedono per chi sconta la pena e non può essere dimenticato. Non escludiamo la stipula di convenzioni con il Comune, per attività da destinare ai detenuti". Anche l'adesione dell'avvocato Cacioppo viene visto come un passo in avanti nella fase di strutturazione del gruppo locale del partito, rilanciato da Cuffaro.
Corriere del Veneto, 5 dicembre 2021
Devono solitamente espiare piccole condanne, la maggior parte delle quali sono per guida in stato di ebrezza o per reati minori, o vogliono semplicemente arrivare alla sospensione del procedimento penale nei loro confronti. C'è la messa alla prova tra le misure alternative sempre più utilizzata e scelta da chi si trova ad avere a che fare con la giustizia, magari solo per una serata in cui si è alzato un po' troppo il gomito.
Sono normali cittadini, operai ma anche insospettabili professionisti. Grazie a questa possibilità, dopo un periodo dedicato al volontariato, è possibile estinguere il reato. In molti scelgono la Caritas di Treviso, grazie ad una convenzione da tempo esistente con il tribunale. Sono al massimo tre le persone che contemporaneamente possono prestare servizio per l'organismo pastorale dopo l'ok del giudice che fissa quanti giorni o quante ore debbano essere svolte dall'imputato.
"Le richieste sono tantissime e riguardano, per la stragrande maggioranza, persone a cui è stata sospesa la patente - spiega il direttore della Caritas Tarvisina, don Davide Schiavon - nel corso del 2021 sono state circa 25 le persone che hanno svolto servizio di volontariato qui da noi". Cosa fanno? "Dipende, alcuni seguono il servizio mensa, altri hanno compiti più logistici ma quasi mai hanno relazioni dirette con i più poveri sottolinea il direttore alcuni si occupano anche di sistemare le stanze o aiutano nel giro di recupero delle eccedenze alimentari. Il percorso da seguire è un progetto individualizzato e personale: io sono il responsabile del tutoraggio e quando la persona ha eseguito le ore previste, firmo e le certifico".
Nei giorni scorsi il tribunale di Treviso ha ammesso ai lavori socialmente utili, proprio alla Caritas un'avvocatessa friulana, finita a processo per truffa e sostituzione di persona per una vicenda riguardante un immobile di proprietà della figlia che la 72enne aveva messo in affitto a sua insaputa, falsificandone la firma. La messa in prova dovrà concludersi entro il 27 gennaio 2023, data in cui il giudice ha fissato l'udienza per verificare che il periodo di volontariato dell'avvocata abbia avuto buon esito. "Non appena ci sarà un posto libero disponibile potrà cominciare" dice don Davide.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 dicembre 2021
Ci sono undici i bambini "reclusi" in Campania. Hanno dai pochi mesi di vita a qualche anno di età. Il loro mondo è chiuso nel perimetro dell'Icam di Lauro, istituto a custodia attenuata per detenute madri. Nella nostra regione è l'unica struttura attrezzata per ospitare donne detenute con figli piccoli al seguito. Secondo i dati ministeriali aggiornati al 30 novembre, nell'Icam campano ci sono attualmente dieci detenute madri e undici bambini, dei quali la metà di etnia rom o proviene dai Paesi dell'Est o del Nordafrica.
Vivono in un contesto che prova a non essere un grigio e desolato vero e proprio carcere, ma che nella realtà resta un luogo di restrizione della libertà personale. Rispetto allo scorso mese una novità c'è: un neonato di due mesi è stato "scarcerato" insieme alla sua mamma e un altro bimbo, la cui nascita è prevista tra pochi giorni, potrà vivere in un luogo diverso dall'Icam di Lauro perchè anche la sua mamma è stata scarcerata. Per il resto, quante battaglie, quanti proclami, quante parole si sono spese in questi anni su questo aspetto del regime penitenziario. E quante volte abbiamo sentito dire che in carcere i bambini non ci dovrebbero stare, per poi constatare che negli istituti di pena i bambini non solo continuano a viverci ma alcuni addirittura ci nascono. "Anche un solo bambino in carcere è di troppo", ha affermato la ministra della Giustizia Marta Cartabia intervenendo ieri alla Quarta Conferenza nazionale sulla famiglia. "L'obiettivo primario della riforma - ha spiegato - è realizzare gli interessi superiori del minore. L'espressione anglosassone primigenia di best interests of the child è non a caso declinata al plurale.
Gli stessi interessi che mi hanno già portato ad occuparmi anche dei bambini in carcere con le loro madri e di cui, anche insieme al garante dell'infanzia, presto tornerò ad occuparmi concretamente". "Non è possibile - ha aggiunto la ministra - che bambini di tenerissima età, innocenti per definizione, scontino la pena che è stata inflitta alla madre. Occorre trovare una soluzione definitiva a questo problema, che grazie a Dio riguarda ormai pochissimi casi anche per la generosa disponibilità di tanti operatori del terzo settore". Grazie all'iniziativa del deputato Paolo Siani, il Governo ha previsto fondi da destinare alle Regioni per la realizzazione di case protette in cui ospitare le donne detenute con i propri figli al seguito. Per la Campania sono stati previsti 240mila euro all'anno per i prossimi tre anni ma al momento non c'è alcuna casa famiglia avviata.
Il Garante campano Samuele Ciambriello ha sottolineato la carenza di case protette nella nostra regione. In Italia ce ne sono a Roma e a Milano. Sarebbe quindi ora di passare davvero dalle parole ai fatti ed evitare che d'ora in poi anche un solo bambino debba vivere i suoi primi anni di vita in un luogo di reclusione. Quanta strada c'è ancora da percorrere per la piena tutela dei diritti dei bambini. In Campania il 17,4 % della popolazione è minorenne eppure per bambini e ragazzi si fa ancora troppo poco in termini di opportunità di studio, di sport, di salute, di diritti. Ieri il Riformista si è occupato dell'ultimo report stilato dal gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti per l'infanzia e l'adolescenza, un bilancio dal quale la Campania ne esce piuttosto male con un alto tasso di mortalità infantile, bassi livelli di servizi legati al mondo dei più piccoli e disuguaglianze territoriali. "Sarebbe molto utile - ha commentato Siani - avere un'agenzia che si occupi di infanzia, in grado di monitorare gli interventi a livello nazionale e locale così da poter meglio comprendere la condizione dei bambini a livello territoriale e organizzare politiche di reale tutela e garanzia dei loro diritti".
Il Fatto Quotidiano, 5 dicembre 2021
Arrestato lo scorso 15 settembre su richiesta dell'autorità giudiziaria francese, era stato in seguito messo ai domiciliari. È accusato di aver colpito un gendarme durante una manifestazione No Border avvenuta oltralpe
Emilio Scalzo è stato estradato in Francia. Lo storico leader del movimento No Tav è stato consegnato alla polizia francese al confine con l'Italia, dove è stato accompagnato dalla polizia penitenziaria del carcere di Torino. L'attivista, accusato di aver colpito un gendarme durante una manifestazione No Border oltralpe, era tornato in carcere dagli arresti domiciliari in attesa dell'estradizione dopo che la Cassazione aveva respinto il ricorso presentato dai suoi avvocati. Scalzo era stato arrestato lo scorso 15 settembre su richiesta dell'autorità giudiziaria francese e in seguito era stato mandato ai domiciliari.
di Marco Gullà
Giornale di Sicilia, 5 dicembre 2021
Situazione all'interno delle carceri italiane, dal sovraffollamento ai servizi primari fino all'aspetto educativo. Di questo si è parlato durante il convegno "Né pena di morte, ne morti per pena" che si è svolto ieri presso l'Aula Mattarella di Palazzo dei Normanni, a Palermo. L'incontro è stato presentato da Eleonora Gazziano, responsabile regionale degli art. 3 e 27 della Costituzione Italiana per la Dc, da Lidia Licata, dirigente provinciale di partimento Giustizia della Dc e da Sabrina Renna, componente del direttivo "Nessuno Tocchi Caino". Presente il commissario regionale della Democrazia Cristiana nuova, Salvatore Cuffaro e Turi Lombardo.
"Le carceri italiane sono un incubo da tempo, sono luoghi dove la gente non viene rieducata ma posti di pena e, a volte, anche tutto il sistema è vessatorio - dichiara Cuffaro. Il problema non è solo per il sovraffollamento, con stanze con il 30-40% di gente in più rispetto a quanto le celle ne potrebbero contenere, ma perché tutto il sistema che riguarda i servizi primari è vessatorio.
Le celle purtroppo diventano luoghi dove la gente si lascia morire. Nel nostro Paese è sempre più in aumento, infatti, il numero di suicidi in cella: ci sono più suicidi nelle carceri italiane di quanto ne faccia la pena di morte negli Stati dove è ammessa. Un paese di diritti come il nostro non può non attenzionare ed umanizzare un luogo dove la gente, anche se ha sbagliato va rieducata, salvando dignità".
"È un momento particolare per la giustizia e la questione carceri non deve essere abbandonata - dichiara Eleonora Gazziano. Ci sono numeri aberranti sui suicidi in carcere. Vogliamo accendere un faro di speranza verso tutti i cittadini e cittadine detenuti perché possono anche morire, con l'aggravante che esiste un ergastolo ostativo che è la prossima nostra battaglia".
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 5 dicembre 2021
La Giornata internazionale del Volontariato costituisce l'occasione per porsi il problema del sostegno agli enti che continua a slittare. Uno sberleffo. Anche il mondo del Terzo settore ha pagato economicamente gli effetti del Covid: per questo gli enti non profit avevano chiesto di poter accedere al Decreto Ristori e per questo, prendendo atto dei servizi che le realtà hanno continuato a garantire durante i mesi difficili della pandemia, era stato dato il via all'operazione. Peccato che il documento, che il ministero del Lavoro aveva varato la scorsa primavera, abbia avuto una lunghissima gestazione nelle stanze di altri ministeri, al Mef in particolare. Risultato: a fine novembre è arrivato il decreto che consente agli enti del Terzo settore di chiedere l'atteso sostegno. E la richiesta va presentata entro l'11 dicembre: neppure due settimane di tempo per organizzarsi, capire, accedere al portale e mandare avanti la pratica.
Lo sberleffo in realtà è doppio: oltre ad essere arrivati in zona Cesarini e ad aver gettato volontarie e volontari in un discreto panico (dal momento che non sempre hanno strutture e personale in grado di gestire pratiche burocratiche, più o meno complesse), i soldi anche per il 2021 non ci saranno. E quindi: il 2020 li ha messi in ginocchio, nel 2021 hanno aspettato i soldi, i soldi arriveranno, forse e per chi sarà velocissimo, nel 2022. Ma è giusto?
Stiamo parlando di centinaia di migliaia di enti che anche durante la pandemia hanno rappresentato la sola àncora di salvezza per famiglie, bambini, anziani, poveri, disabili. Enti che si sorreggono spesso soltanto con le donazioni di privati e aziende e che nell'anno dell'emergenza hanno visto decimate le entrate perché a loro volta privati e aziende hanno dovuto fare i conti con la crisi. Qualcuno ha dovuto chiudere servizi, tutti si sono adoperati per evitare il tracollo e per non far mancare il sostegno ai più fragili. Ma lo Stato ha dimenticato proprio loro. Oggi 5 dicembre è la Giornata internazionale del Volontariato: invece di pacche sulle spalle, medaglie, celebrazioni, al Terzo settore diamo rispetto e considerazione.
di Ritanna Armeni
L'Osservatore Romano, 5 dicembre 2021
Una suora Emma Zordan, della Congregazione delle adoratrici del Sangue di Cristo, ha lavorato per sei anni come volontaria nel carcere penale di Rebibbia. Ha ascoltato i detenuti, si è occupata della preparazione dei sacramenti, ha organizzato un laboratorio di scrittura. Non tutti sanno è il risultato di tante giornate passate con loro, di discussioni, confidenze e preghiere. Voci dal carcere che provano a comunicare con chi è fuori. Che raccontano, che spiegano, che ricordano, che gemono. A volte sono grida di dolore. Ma sono soprattutto voci che insegnano.
Che cosa? Lo scrive nella sua introduzione il cardinale Giuseppe Petrocchi. Ci dicono che "la persona non coincide con il male che ha compiuto", che "nessuno può essere rinchiuso irreversibilmente nell'errore". Che - come ha ricordato di recente Francesco nella sua visita a Regina Coeli "nessuno può condannare l'altro per gli errori che ha commesso, né tanto meno tantomeno infliggere sofferenze offendendo la loro dignità umana".
Eppure la maggior parte di noi nei confronti di chi ha perduto la libertà si limita a condannare. Con durezza, persino con ferocia. E a emettere giudizi inappellabili cancellando la pietà e il perdono. "Per la società - denuncia nel suo scritto accorato M.L - tra detenuto ed ex detenuto cambia poco, anzi nulla, comunque siamo visti dal pregiudizio come "avanzi di galera", delinquenti pregiudicati all'infinito, senza possibilità di trovare anche un piccolo spazio per rifarsi la vita".
Tristezza? Angoscia? Pessimismo? Questi sentimenti ci sono tutti nelle pagine raccolte con cura e amore da suor Emma Zordan. Ma c'è anche molto altro. C'è la speranza. "Sarà dura, molto più di quanto immaginassi - scrive A.R. nel suo primo giorno di carcere - ma questa vita insegna che ci si può piegare, ma non spezzare". C'è la conoscenza. "Fin dal giorno in cui ho superato la porta del primo carcere mi sono trovato nel mezzo di una nuova umanità fatta di un crogiolo di razze". C'è la fiducia nell'amore. C'è la richiesta di aiuto. C'è infine - importantissima - la voglia di riscatto. G.S. racconta di un traguardo insperato.
"Ho 75 anni, ma sono orgoglioso di per dire che la scorsa estate ho preso il diploma anch'io. Vorrei dire ai lettori che il carcere può diventare un luogo di riscatto". R.L. aggiunge: "Quando sono entrato non sapevo quasi scrivere, ma sono riuscito a diplomarmi. Attualmente sono iscritto al primo anno di Giurisprudenza". Le voci, nelle testimonianze raccolte da Emma Zordan nel carcere di Rebibbia si inseguono, si incrociano, a volte si sovrappongono. Chiare o confuse, arrabbiate o rassegnate, tristi o ostinate hanno bisogno di ascolto. Sapremo darglielo?
di Davide Falco
dietrolanotizia.eu, 5 dicembre 2021
Domenica 5 dicembre, in seconda serata, su Retequattro, nuovo appuntamento con le inchieste di "Confessione Reporter", il programma di Stella Pende, a cura di Sandra Magliani. La nuova edizione è interamente dedicata alle donne: ai loro diritti, ai loro sogni, al loro coraggio. La seconda puntata è un reportage sulle carceri femminili. Anche se il carcere è maschio. Così come le rivolte e le condanne, il dolore e la quotidianità, che sono sempre raccontati dagli uomini.
Primi anche in prigione. Ma come vivono la prigionia le donne? Il viaggio del programma Mediaset nelle carceri femminili è senza filtri. Emerge una verità dura e una realtà dimenticata da troppi.
Le carceri dedicati alle donne sono solo cinque: Empoli, Pozzuoli, Rebibbia, Venezia e Trani. Le altre, secondo la Legge 354, sono sparse in 52 altri istituti che ospitano detenuti maschi. Un'ulteriore prova che il carcere femminile è una sorta di alieno, in una realtà pensata solo per gli uomini. L'invita Giulia Pezzolesi ha raccolto le testimonianze di alcune carcerate, persone che hanno preso coscienza del male fatto e recuperato la forza per riaffiorare dall'abisso. Una resilienza emersa in particolare a Venezia, nel carcere della Giudecca, un simbolo una speranza che, prima o poi, ogni luogo di pena possa diventare uno spazio di ripensamento e di voglia di futuro.
La Nazione, 5 dicembre 2021
Il progetto è rivolto a soggetti svantaggiati e punta alla formazione di personale qualificato. Imparare a potare gli olivi e a partecipare alla raccolta delle olive, ma anche a curare i vigneti e a dare il proprio contributo alla vendemmia. Il primo step del progetto "Olivocultura Sociale", promosso da Confagricoltura Toscana e presentato a Volterra, è rivolto a dodici persone (disabili, detenuti, ex tossicodipendenti) selezionate dalla cooperativa La Torre e da altre cooperative sociali che si occupano di disabilità, dal Serd della Asl, e dall'amministrazione carceraria di Volterra, che in due anni seguiranno corsi di formazione tecnico-pratica per essere poi inserite in due aziende agricole del Comune di Peccioli: la Banti Ruffo e la Fattoria di Monti.
Il progetto coinvolge anche l'associazione di produttori Olivicoli Toscani Apot (capofila del progetto) e la Fondazione Crv. "Auspichiamo che questo sia solo un primo step di un progetto in cui crediamo. Questa iniziativa ha un interesse sociale perché il primo obiettivo è quello di dare degli strumenti a persone svantaggiate per aiutarli a raggiungere una propria autonomia - spiega il presidente di Confagricoltura Toscana Marco Neri - Pensiamo che questa sia un'opportunità per le aziende agricole alla continua ricerca di manodopera. È importante poter contare su personale qualificato che possa essere inserito in azienda".
di Matteo Garavoglia
Il Manifesto, 5 dicembre 2021
Abdel Latif ha 26 anni, è originario di Kebili nel sud della Tunisia e il 28 novembre scorso è morto all'ospedale San Camillo di Roma in circostanze ancora da chiarire. Della sua storia personale sappiamo ancora poco: arrivato a Lampedusa a fine settembre, ha passato dieci giorni in una nave quarantena ad Augusta prima di essere trasferito al Cpr di Ponte Galeria.
Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di +Europa Radicali, insieme al Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio Stefano Anastasia ha effettuato ieri una visita ispettiva al Centro di permanenza per i rimpatri e ha potuto visionare anche i documenti sanitari.
"Abdel Latif arriva al Cpr previa certificazione dell'idoneità della vita in comune, un certificato che serve per dire che la persona è idonea a essere messa in una struttura del genere - è la ricostruzione che Capriccioli fa al manifesto.
Qui il personale medico si accorge che il ragazzo ha un problema psichiatrico a cui segue una prima terapia prescritta da uno psichiatra della Asl. Passano alcuni giorni e questa volta lo psichiatra della Asl richiede che la seconda valutazione venga effettuata mediante ricovero ospedaliero. Latif arriva così in ambulanza al pronto soccorso dell'ospedale Grassi il 23 novembre, dove passa due giorni prima di essere trasferito al reparto psichiatrico del San Camillo. Il 26enne ha subito misure di contenzione il 25, 26 e 27 novembre, però non è specificato per quanto tempo. Per quanto si capisce dalla documentazione potrebbe anche essere continuativa, non si sa".
Dal Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria arriva anche un'altra notizia: Abdel Latif non mostrava segni di aggressività nei confronti delle altre persone presenti al Cpr e non era considerato un soggetto pericoloso. Nelle annotazioni presenti all'interno della contenzione, si cita l'aggressività come uno degli elementi che hanno reso necessario questo tipo di intervento. Al momento è da verificare se il 26enne avesse presentato o meno domanda di protezione internazionale durante il suo periodo in Italia.
A una vicenda che già di per sé presenta diversi punti di domanda, si aggiunge la chiamata del consolato tunisino alla famiglia di Latif per annunciare la morte del ragazzo, avvenuta la mattina del 3 dicembre, quasi una settimana dopo il decesso. Uno squarcio nella vita dei genitori e dei suoi parenti più stretti per una persona che fino a quel momento non aveva mai dato segni di particolari problemi fisici che potessero portare, secondo i familiari, a una morte prematura.
"Ho solo le urla della madre al telefono", sono le parole del deputato tunisino Majdi Karbai (Attayar), da sempre attivo sul tema migratorio e contattato da un cugino di Latif una volta appresa la notizia. "Quando ha chiamato mi ha riferito del consolato e del fatto che si trattasse di morte naturale. Il ragazzo è uno sportivo e non soffre di malattie croniche. È una storia che mi ha stupito molto", prosegue Karbai che ha già segnalato il caso al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e alla campagna "LasciateCIEntrare".
Non è un caso che Abdel Latif si trovasse al Cpr di Ponte Galeria. La Tunisia è il primo paese per i rimpatri dall'Italia. Una procedura che avviene attraverso pratiche chiare e ben definite dopo il riconoscimento consolare all'aeroporto di Palermo e un periodo di fermo amministrativo in uno dei centri di permanenza per il rimpatrio. Un processo che si era fermato durante l'emergenza sanitaria e che è ripreso con forza dopo l'incontro dell'agosto 2020 dei ministri Di Maio e Lamorgese in Tunisia con il presidente della Repubblica Kais Saied e l'allora primo ministro Hichem Mechichi. A seguito di quell'incontro venne firmato un accordo di 8 milioni di euro tra i due ministeri degli Esteri per la manutenzione ordinaria di sei motovedette già in possesso della guardia costiera tunisina, in cambio del ripristino delle procedure di rimpatrio.
Da agosto a dicembre 2020 i rimpatri sono stati oltre 2mila, mentre da gennaio 2021 a novembre dello stesso anno sono stati più di 1600. Secondo i dati forniti dal Dipartimento della pubblica sicurezza elaborati dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, sempre nel 2021 meno del 50% delle persone transitate nei Cpr è stata effettivamente rimpatriata, la maggior parte di queste (più del 70%) era di origine tunisina. Il deputato Majdi Karbai il 30 novembre scorso ha riportato un cospicuo aumento dei voli di ritorno verso l'aeroporto di Tabarka, città a nord della Tunisia: al momento sarebbero tre a settimana, 40 persone alla volta.
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