Corriere della Romagna, 10 luglio 2021
"Qui voi fate un lavoro straordinario": con queste parole Riccardo Muti ha preso la parola dopo il concerto dei "suoi ragazzi" della Cherubini nel cortile della Casa circondariale di Ravenna. Un appuntamento che si rinnova da quattro anni, nell'ambito dell'iniziativa "Musica senza barriere", che porta la musica nei luoghi di cura, di recupero, di volontariato. Nella convinzione, sono parole del maestro, che "la musica non è solo un atto estetico, ma anche etico".
È difficile immaginare l'aspetto di un carcere, se non lo si è mai visto, e quanto quelle alte pareti, quei cancelli pesanti, quell'abbondanza di luci e di sguardi possa avere un forte impatto emotivo. Attraversare un lungo corridoio spoglio, arrivare nel cortile (dedicato allo sport, a giudicare dal campo da calcio di erba sintetica) e vedere questo gruppo di ragazzi seduti ad aspettare un evento importante: molti sono giovani, sembrano attenti ed emozionati. Ciò che colpisce subito è il rapporto che lega detenuti e guardie: l'atmosfera è rilassata, scherzosa, c'è reciproco rispetto, collaborazione.
L'arrivo di Riccardo Muti e delle autorità viene salutato da un lungo applauso, ricambiato dall'attenzione del maestro che si dirige subito al gruppo di detenuti e scherza con loro: "avete visto la partita?" e a uno di loro "Come sta lei? È ancora qua?". L'ensemble di musicisti della Cherubini - Elena Nunziante, Debora Fuoco, Gabriella Marchese ed Emanuela Colagrossi ai violini, Francesco Zecchi e Sergio Lambroni alle viole, Matteo Bodini al violoncello, Claudio Cavallin al contrabbasso e Federico Fantozzi al corno - regala al pubblico un bellissimo concerto sulle note de "I classici del rock": gli arrangiamenti di Claudio Cavallin riscrivono le più note canzoni dei Beatles, brani dei Led Zeppelin ("Stairway to heaven") e dei Guns 'n' Roses ("Sweet child of mine"), fino ad una toccante versione di "Bohemian Rapsody" dei Queen. Alla fine del concerto, è la direttrice Carmela De Lorenzo a dare voce all'emozione e alla gratitudine: "serate come queste non sono assolutamente scontate e ancora meno in periodi duri come questo. Il maestro ci fa sentire dei privilegiati, da quattro anni è con noi per serate che sono davvero senza barriere".
Muti si complimenta con i suoi musicisti, che hanno saputo affrontare un genere musicale lontanissimo da quello che frequentano abitualmente in orchestra: "questo genere è diverso ma importante: quando è di qualità, tutto è musica". Il maestro conclude la serata nel gruppo dei detenuti, a scherzare con loro e ad autografare programmi e magliette: "un vero rito", conferma la direttrice. È difficile comprendere le dinamiche sociali di un luogo così particolare e delicato come un carcere, e i fatti di cronaca recente fanno purtroppo immaginare situazioni spaventose e inumane. Gli applausi riservati dai detenuti al personale della struttura, dalla direttrice agli agenti di polizia, le attività in cui sono coinvolti, dai laboratori di teatro e pittura alla preparazione della pizza, fanno capire come a Ravenna ci si dedichi davvero al recupero e alla crescita personale di chi vive nella struttura. E tutto è racchiuso in quel saluto con la mano, quando la serata finisce e gli ospiti se ne vanno.
di Mario Pierro
Il Manifesto, 10 luglio 2021
Il rapporto annuale dell'Istat. Aumenta la povertà al Nord. I più colpiti: giovani, donne e partite Iva. "Consumi al minimo, mai così bassi dal secondo Dopoguerra". Più di una persona su cinque ha avuto difficoltà nel fronteggiare impegni economici e oltre 9 persone su 10 si sono rivolti a un parente, un amico o un vicino per ricevere un aiuto durante la pandemia. Sebbene gli interventi pubblici stanziati - circa 61 miliardi di euro - sono stati cospicui e hanno sostenuto il potere d'acquisto di chi è stato messo in cassa integrazione o ha perso il lavoro, nei primi 15 mesi del Covid le famiglie italiane hanno perso 32 miliardi di euro, mentre i loro consumi finali sono crollati quasi dell'11%, una percentuale mai registrate dal dopoguerra. Lo sostiene l'Istat nel rapporto annuale presentato ieri dal presidente Gian Carlo Blangiardo alla Camera.
Nel 2020 la povertà assoluta è cresciuta e ha coinvolto oltre 2 milioni di famiglie e più di 5,6 milioni di individui, un milione in più nel primo anno del Covid-19. La condizione peggiora di più al Nord che al Centro e nel Mezzogiorno dove però l'incidenza è ancora più elevata. Le più colpite sono le famiglie composte da cittadini stranieri extracomunitari dove il tasso di povertà è al 26,7% mentre quest'ultimo scende al 6% tra le famiglie italiane. Va ricordato che i nuclei stranieri residenti da meno di 10 anni in Italia sono stati esclusi dal cosiddetto "reddito di cittadinanza" da una norma voluta dai Cinque Stelle e dalla Lega nel primo governo di Giuseppe Conte.
Secondo i dati forniti ieri dall'Istat le misure del Welfare dell'emergenza adottate per contenere gli effetti delle chiusure per contenere la diffusione del virus sono state ripartire in questo modo: 13,7 miliardi sono andati alla copertura della cassa integrazione guadagni e 14 miliardi ad altri assegni e sussidi. Oltre 7 miliardi sono stati erogati per il "reddito" e la "pensione di cittadinanza": 1,6 milioni di nuclei familiari percettori e 3,7 milioni di persone coinvolte. Il "reddito di emergenza", creato per evitare di estendere senza condizioni il "reddito di cittadinanza" ha interessato 425mila nuclei familiari, un numero enorme che tuttavia non rispecchia ancora il reale bisogno rimasto sommerso nei mesi della pandemia dove molti sono stati esclusi da questi sostegni di ultima istanza.
A maggio 2021 sono state perse 734 mila posizioni di lavoro, in particolare quelle precarie nel terziario. I più colpiti sono stati i giovani under 29, e le donne. Durante i primi mesi della pandemia è diventata ancora più evidente la diseguaglianza economica e sociale che colpisce le donne che hanno un titolo inferiore alla maturità. Nel 2020 aveva un'occupazione il 76% delle donne laureate (tra i 25 e i 54 anni) con figli sotto i 6 anni, mentre hanno mantenuto un lavoro solo il 26,4% di quelle che possiedono al massimo la licenza media. La disparità imposta dal mercato è aumentata da 47,9 a 49,5% ed è peggiore nel Mezzogiorno, dove gli stessi tassi risultano, rispettivamente, pari al 13,9 e 66,7%. Questa situazione non è solo il frutto di un mercato del lavoro che penalizza in maniera molto grave le donne, imponendo loro anche gravissime disparità salariali rispetto agli uomini. è anche il segno di un fallimento riconosciuto dell'intero sistema dell'istruzione. In Italia i laureati sono solo il 20,1% della popolazione attiva tra i 25-64 anni contro il 32,5% nella Ue27.
Il totale, impressionante, di perdite legate alle occupazioni precarie sono avvenute in particolare tra i lavoratori occupati saltuariamente, e in maniera intermittente negli alberghi e ristoranti (-12%), nei servizi alle famiglie (-9,6%), nel commercio (-3%) e noleggio, nelle attività professionali e nei servizi alle imprese (-2,9%). Il lavoro dipendente a termine, da solo, ha assorbito oltre l'85%. Tra le altre tipologie di occupazione la più colpita è il lavoro autonomo.
Nuovo minimo storico di nascite dall'Unità d'Italia", "massimo di decessi dal secondo dopoguerra. Il totale dei decessi è stato pari a 746.146, 100 mila in più rispetto alla media 2015-2019. E sono stati celebrati oltre 97 mila matrimoni in meno, si presume anche a causa delle norme anti-covid. Ma non solo. Per l'Istat c'è anche la precarietà che impedisce ai "giovani" di "realizzare i loro progetti", mentre "la crisi ha amplificato gli effetti del malessere demografico strutturale". I nati tra i residenti sono stati 404.104, in diminuzione del 3,8% rispetto al 2019 e di quasi il 30% a confronto col 2008, anno di massimo relativo più recente delle nascite. Per la ripresa l'Istat vede una congiuntura favorevole, in particolare nelle costruzioni, nella manifattura e nei servizi. Ma, per il momento, la crisi sanitaria ha compromesso la solidità delle imprese: risultano strutturalmente a rischio la metà delle micro (3-9 addetti) e un quarto delle piccole (10-49 addetti), soprattutto nel terziario. Il 44,8% è per l'Istat "a rischio strutturale".
di Linda Laura Sabbadini
La Repubblica, 10 luglio 2021
Concentrati sui nostri traumi nel nostro mondo di adulti ci stiamo occupando poco dell'impatto di questa pandemia sul mondo dei bambini. Non sono semplici ipotesi, non sono le valutazioni delle associazioni o degli insegnanti. Sono i dati Istat che parlano e preoccupano, quelli presentati nel Rapporto annuale alla Camera dei deputati dal presidente Gian Carlo Blangiardo.
Sì, perché un anno così critico per la formazione dei bambini rappresenta un grave rischio per il Paese, oltre che per la qualità della loro vita. Ricordiamocelo, abbiamo già un basso livello di competenze rispetto agli altri Paesi avanzati e più bassi livelli di istruzione. Non possiamo più permettercelo, questo è un punto cruciale per il futuro del Paese e per la qualità della vita dei bambini. Ci vuole una svolta.
Solo 1 milione e 700 mila bambini, un terzo, hanno fatto lezione tutti i giorni e con tutti gli insegnanti. Si arriva a 2 milioni 630 mila, circa la metà, se si includono quelli che hanno dichiarato di aver fatto lezioni con la maggioranza dei docenti, mentre per gli altri la vita scolastica è stata connotata dalla saltuarietà delle lezioni e dalla parzialità degli insegnamenti erogati. E non dimentichiamoci dei circa 800 mila bambini per i quali l'emergenza sanitaria ha compromesso fortemente la continuità didattica, non pochi.
Per il 65% dei bambini è cresciuto l'impegno dei familiari nell'aiuto nello studio, ciononostante molti hanno avuto un abbassamento del rendimento scolastico, secondo la percezione soggettiva dei familiari. Per di più tra i bambini che hanno seguito le lezioni a distanza, anche se non assiduamente, 4 su 10 hanno avuto problemi di concentrazione e di motivazione, uno su 3 ha avuto difficoltà a seguire le lezioni in autonomia, senza considerare tutti i problemi di connessione a Internet e di carenza di computer in casa.
Ma c'è un altro aspetto critico che non va sottovalutato, l'impatto emotivo - comportamentale della Dad. Un bambino su tre ha espresso irritabilità o nervosismo. Uno su 10 disturbi alimentari, altrettanti del sonno e la paura del contagio. Insomma, si arriva a 4 bambini su 10 che hanno avuto almeno uno dei problemi elencati. Non più rimandabile sarà una assistenza psicologica per i nostri bambini, anche nelle scuole.
La ripresa dell'anno scolastico è stata migliore, ma non per tutti. È avvenuta in modalità mista per il 17,5% ed esclusivamente a distanza ancora per il 13,9%. Certo la continuità didattica è stata garantita in tutte le materie per il 92,7% dei bambini, che erano in gran parte contenti di tornare a scuola. Ma non va sottovalutato quel 15% che non lo era. Il rientro ha portato un miglioramento dell'atteggiamento dei bambini nei confronti della scuola soprattutto tra chi è stato sempre in presenza. Segnali di stanchezza e scarsa concentrazione emergono ancora, e anche problemi di socializzazione. Elementi che possono incidere fortemente sull'apprendimento e il livello delle competenze.
Dobbiamo investire di più sui nostri bambini. Dobbiamo comprendere i segnali di sofferenza che trasmettono. Dobbiamo fare di tutto per garantire la scuola in presenza e le relazioni sociali, punto chiave dell'apprendimento e delle competenze. Se una cosa ci è chiara dopo quest'esperienza tragica è che nulla potrà sostituire il contatto umano, la socializzazione, il pathos e la percezione che lo stare insieme fra umani ha da sempre plasmato.
Abbiamo un problema culturale stratificato negli anni nel nostro Paese che dobbiamo affrontare: lo scarso valore dato alla formazione. Nel Pnrr, in questo senso, ci sono molti segnali positivi e investimenti. Ma dobbiamo cambiare anche il nostro atteggiamento culturale rispetto al valore del titolo di studio. La laurea serve. I laureati hanno resistito di più alla crisi. In tutte le crisi, il livello degli studi raggiunto è fondamentale. I nostri giovani si laureano troppo poco. Non ci credono più. E invece la formazione è decisiva per il riscatto sociale. Al governo il compito di tenere fermo il timone sui diritti dei bambini, fin dall'asilo nido, investendoci di più, e di potenziare le diverse figure professionali. Ai giovani e alle famiglie il compito di riscoprire il valore e la bellezza dello studio, uno strumento fondamentale di lotta alle disuguaglianze.
*Direttora centrale Istat
di Nando Pagnoncelli
Corriere della Sera, 10 luglio 2021
Il 51% lo approva (è prioritario per il 37%). Tra gli elettori di Forza Italia ok dal 48%. A fronte del clima sociale in netto miglioramento rispetto ai mesi scorsi si contrappongono forti divisioni politiche su un tema al centro del dibattito, il disegno di legge Zan. Sono divisioni all'interno delle forze che sostengono la maggioranza e secondo alcuni commentatori potrebbero rappresentare una minaccia per la tenuta del governo. Solo una minoranza degli italiani (14%) si è informato sui contenuti del ddl e ha seguito con attenzione il confronto tra i partiti, il 38% ha seguito abbastanza la questione, il 38% ne ha solo sentito parlare e il 10% ignora il tema.
Nel complesso prevalgono i favorevoli al provvedimento, infatti il 37% si dichiara d'accordo e lo considera prioritario e il 14%, pur mostrandosi favorevole, lo considera un tema poco importante. Viceversa, il 13% disapprova il testo attuale e ritiene che debba essere modificato almeno in parte e il 10% è nettamente contrario. Ma un italiano su quattro (26%) non è in grado di esprimere un giudizio. Le opinioni differiscono in relazione all'orientamento di voto, con gli elettori pentastellati e del centrosinistra nettamente più favorevoli. Tuttavia fa riflettere la quota non marginale (anche se minoritaria) di elettori del centrodestra favorevoli, in particolare tra i sostenitori di FI e delle formazioni "centriste" (il 27% lo considera prioritario e un altro 21% è favorevole). Il consenso è nettamente più elevato tra le persone più informate. E anche tra i cattolici praticanti prevalgono i favorevoli.
Una delle questioni più controverse riguarda il fatto che con il testo attuale si potrebbe mettere a rischio la libertà di opinione di coloro che non accettano orientamenti o comportamenti diversi da quelli eterosessuali o il concetto di "identità di genere". Le opinioni si dividono: il 34% non ritiene che vi sia questo rischio (con picchi del 56% tra gli elettori dem e del 46% tra i pentastellati), il 27% è di parere opposto (47% tra gli elettori di FdI e 43% tra i leghisti), mentre la maggioranza relativa (39%) non prende posizione. In questo caso i credenti sono molto divisi.
Nei giorni scorsi Matteo Renzi ha proposto di introdurre due modifiche al testo: una prevede di togliere il termine "identità di genere", l'altra intende assicurare che la legge preveda il rispetto "dell'autonomia scolastica" a proposito delle iniziative contro l'omofobia nelle scuole. Anche in questo caso si registra una quota molto elevata (43%) di intervistati che non si esprimono; tra gli altri il 17% si dichiara a favore delle proposte (40% tra gli elettori di FI, 33% tra quelli di FdI e 29% tra i leghisti), un altro 17%, pur ritenendo che non migliorino il testo, sono a favore per ragioni tattiche (consentirebbero di far approvare la legge), mentre il 23% reputa che le proposte vadano respinte perché renderebbero meno incisiva la legge (45% tra i dem).
È stato avanzato il sospetto che le proposte di Renzi siano motivate da un calcolo politico, dall'intenzione di porsi come interlocutore del centrodestra, anche in vista di un possibile accordo per l'elezione del prossimo capo dello Stato. Quasi un elettore su due (47%) si dichiara molto (19%) o abbastanza (28%) d'accordo con questa interpretazione, mentre il 17% dissente e il 36% non si esprime.
Le opinioni degli italiani riguardo al ddl Zan evidenziano due elementi interessanti: innanzitutto che a dispetto del rilievo mediatico una quota rilevante di cittadini non è informato e fatica a districarsi con le diverse implicazioni del ddl; in secondo luogo si conferma che quando vengono affrontati i temi che hanno risvolti etici le opinioni possono divergere rispetto alle posizioni dei rispettivi partiti. Insomma, le attuali contrapposizioni politiche appaiono assai distoniche rispetto a uno scenario nel quale la maggioranza dei cittadini esprime una ritrovata concordia, un elevato apprezzamento per l'operato del governo e una ripresa di fiducia.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 10 luglio 2021
Al modo d'essere fondato sulla Carta di Ventotene si contrappone quello dei Paesi ex comunisti. Il bancomat si è inceppato, infine. Dopo anni di ambiguità, raccomandazioni inutili e procedure d'infrazione tardive, l'Unione europea sembra stanca di farsi usare come mera dispensatrice di risorse da membri ostili ai suoi principi ispiratori ("un bancomat", appunto, secondo la tagliente definizione del polacco Kaczynski). Lo scontro di queste ore tra la Bruxelles di Ursula von der Leyen e l'Ungheria di Viktor Orbán è assai più vasto e profondo del suo casus belli: una legge varata a giugno da Budapest.
Il testo, proponendosi in origine la "protezione dei bambini contro i pedofili", getta, tramite quattro emendamenti, nello stesso calderone d'infamia tutti coloro che non rientrino nella morale di Stato ungherese, omosessuali e transessuali in testa. Una normativa che la presidente della Commissione ha definito "vergognosa" e che lede diritti fondamentali protetti dai nostri trattati secondo diciassette Stati membri: in pratica tutta l'Europa dell'Ovest.
Perché questa è, nella sua essenza, la vera questione della quale Orbán oggi rappresenta una sorta di simbolo vivente, il bivio tra due modi d'essere dell'Unione: un'Europa che, sia pure tra drammatiche discontinuità e guerre fratricide, ha tratto dai propri dolori ed errori i motivi per allargare vieppiù i diritti dei suoi cittadini nello spirito della carta di Ventotene; e un'altra Europa che, uscita da mezzo secolo di dittatura comunista, manifesta un ritardo patologico nella comprensione di quei diritti e sceglie di inverarsi nell'ossimoro della "democrazia illiberale" (a titolo di esempio, secondo l'Economist, meno del 50% di ungheresi, polacchi e romeni pensa che gli omosessuali debbano avere gli stessi diritti degli eterosessuali).
Le ripetute crisi dell'Unione (massime quella del debito sovrano a cavallo del 2010) hanno rinviato a lungo il redde rationem. Lo scatto culturale indotto dalla pandemia, con i salvifici danari del Recovery Plan generati per la prima volta da debito comune (e comunitario), ha di colpo sbloccato l'impasse e spinto alla resa dei conti. Perché stavolta Bruxelles non ha dalla sua solo vacue minacce o procedure che per andare a dama richiedono anni di pazienza e improbabili unanimità. Ha l'arma di fine mondo, la micidiale possibilità di non erogare i fondi del Pnrr: una punizione immediata che costerebbe a Orbán sette miliardi e mezzo.
Il leader magiaro è uomo di paradossi, dunque tenta di rovesciare la sua guerra contro le libertà degli ungheresi in una battaglia a favore delle loro libertà contro un'Unione europea "colonialista", presentata quale novella Unione Sovietica (sic). Del resto, pur essendo diventato beniamino della destra radicale italiana deve (paradossalmente) l'ingresso del suo Paese nella casa europea a un padre nobile della nostra sinistra. Fu Romano Prodi, da presidente della Commissione, a battersi e a ottenere nel 2004 l'allargamento della Ue agli "orfani" dell'Urss, con una fretta dettata di certo da lodevoli intenti ma foriera di discutibili risultati. "Invece di scrivere le nuove regole istituzionali dell'Unione prima di aprire le nostre porte ai nuovi arrivati, invitammo a scriverle insieme a noi alcuni Paesi che non avevano tradizioni europeiste ed erano soprattutto interessati a salvaguardare gelosamente la loro sovranità nazionale", ha osservato anni fa su queste colonne Sergio Romano.
L'idea era che il benessere tra le due parti d'Europa si livellasse in fretta. La delusione conseguente al suo fallimento è stata la migliore benzina di Orbán, che dal 2010 ha cambiato in senso autoritario la Costituzione ed è diventato il punto di riferimento del gruppo di Visegrad, ostile ad ogni ripartizione di migranti tra Paesi dell'Unione: oggettivamente, un temibile avversario dell'Italia in uno dei dossier per noi più delicati; ma, per ulteriore paradosso, un rivale difeso a oltranza proprio da taluni sovranisti che vagheggiano la primazia degli italiani. La ragione di questa difesa, diciamo d'ufficio, è che, se Orbán la passasse liscia, si dimostrerebbe davvero che l'Unione è una Disunione, un lasco condominio di confederati che non condividono più nemmeno un'antenna parabolica sintonizzata sul futuro, e l'Europa tornerebbe quella delle piccole patrie, cara a chi non ha capito che il mondo globalizzato non ha il tasto di "rewind" incorporato.
Naturalmente, il blocco dei fondi del Recovery troverebbe giustificazioni più strutturali dell'omofobia normativa di Orbán. Il commissario italiano Paolo Gentiloni ha citato la corruzione, l'accesso alle informazioni, l'indipendenza della giustizia, il controllo degli appalti pubblici: tutti nervi scoperti di una democratura che ha sottomesso da un pezzo giudici e giornalisti ed è sotto scrutinio per l'elevato tasso clientelare dei suoi snodi istituzionali. I due dossier corrono, insomma, paralleli anche se sarebbe ipocrita negare che il primo possa influenzare pesantemente la valutazione del secondo. Il bivio è qui, ora. Per la prima volta, forse perché accomunati dall'angoscia di un anno e mezzo di pandemia, gli europei danno l'impressione di avere compreso quale sia la posta in gioco: contagiare davvero, con la cultura liberale dei diritti, anche quella metà di Unione rimasta indietro o acconciarsi a una tuttora impensabile Eurexit, un'Unione che esca dalla creatura infelice disegnata nel 2004 e si ritrovi, un po' più piccola sul planisfero, ma molto più forte e coesa. Prima di arrendersi, bisognerà tuttavia avere inseguito ancora ed esaurito infine la speranza più grande: che i nostri fratelli dell'Est si liberino delle tirannie mascherate seguite alla grande tirannia sovietica, scoprendo come il bancomat cui hanno attinto finora inconsapevolmente abbia una parola chiave a loro troppo a lungo preclusa. Dieci lettere: democrazia.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 luglio 2021
Nel mondo ogni minuto 11 persone rischiano di morire di fame, quasi il doppio delle vittime provocate dal Covid 19 che uccide 7 persone al minuto. È l'allarme lanciato oggi da Oxfam con il rapporto "Il virus della fame si moltiplica", che fotografa le cause e le dinamiche dell'aumento esponenziale della fame globale dall'inizio della pandemia: 155 milioni di persone in questo momento sono colpite da insicurezza alimentare o denutrizione, ossia 20 milioni in più rispetto all'anno scorso. La guerra resta la prima causa della fame: 2 persone su 3 - quasi 100 milioni in 23 paesi - vivono infatti in aree di conflitto. Oltre mezzo milione di persone in più nell'ultimo anno si trovano sull'orlo della carestia: un numero sei volte superiore rispetto a 12 mesi fa.
All'impatto dei conflitti in corso, nonostante l'appello del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Gutertes di oltre un anno fa per un cessate il fuoco globale, si aggiungono la crisi economica e il progressivo peggioramento dell'emergenza climatica. Il vertiginoso aumento della disoccupazione globale e le prolungate interruzioni nel ciclo della produzione alimentare - che in molti paesi si sono verificate nel corso del 2020 e dall'inizio dell'anno - hanno causato un aumento del 40% dei prezzi globali, il più alto degli ultimi 10 anni.
"Siamo di fronte alla tempesta perfetta in cui guerre, pandemia e caos climatico stringono popolazioni inermi in una morsa che non lascia via di scampo - ha detto Francesco Petrelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia -. In molte aree attraversate da sanguinosi conflitti si continua ad usare la mancanza di cibo come un'arma, lasciando le persone senza acqua o beni di prima necessità e impedendo l'arrivo degli aiuti umanitari alle comunità più colpite. Di fronte a tutto questo, dobbiamo quindi chiederci, come milioni di persone in paesi già poverissimi possano far fronte anche alle più basilari necessità quotidiane, con la pandemia ancora in corso; se il mercato accanto a casa viene bombardato e i raccolti e gli allevamenti da cui dipendono per sopravvivere vengono distrutti".
Nonostante la pandemia, la spesa militare globale è aumentata di 51 miliardi di dollari, una cifra sei volte e mezzo superiore al totale dei finanziamenti richiesti dalle Nazioni unite per fronteggiare la crescita della fame a livello mondiale. I conflitti in corso hanno inoltre portato alla cifra record di 48 milioni gli sfollati interni a fine 2020. La pandemia ha anche aggravato enormemente le disuguaglianze: la ricchezza dei 10 più facoltosi del pianeta l'anno scorso è aumentata di 413 miliardi, ossia 11 volte quanto le Nazioni unite stimano basterebbe per finanziare l'intera risposta umanitaria globale. Una risposta che deve essere potenziata al più presto per salvare i milioni di persone che oggi affrontano livelli di insicurezza alimentare senza precedenti in molti aree del mondo.
"In Paesi come Afghanistan, Etiopia, Sud Sudan, Siria e Yemen, la guerra nell'ultimo anno ha portato a un aumento esponenziale del numero di persone che si trovano ad un passo dalla carestia" ha aggiunto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia. Secondo gli ultimi dati 350mila persone nella regione etiope del Tigray vivono ora in questa condizione, il numero più alto mai registrato dal conflitto in Somalia del 2011, quando morirono di fame oltre 250 mila persone. In Yemen più della metà della popolazione (oltre 15 milioni di persone) è a rischio, a oltre 6 anni e mezzo dall'inizio del conflitto, che ha già causato centinaia di migliaia di vittime. Tra i paesi più colpiti al mondo dall'aumento della fame in questo momento ci sono Brasile, India, Yemen, regione del Sahel, Sud Sudan.
"L'emergenza è globale e colpisce soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione, a partire dalle donne, che in molti casi rinunciano al cibo per sfamare i propri figli, ed in molti contesti sono esposte al rischio di abusi e violenze - ha concluso Petrelli - lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale perché intervenga per il rispetto di un cessate il fuoco globale; ai grandi Paesi donatori perché finanzino al più presto l'appello per la risposta umanitaria delle Nazioni unite nelle più gravi aree di crisi, prima che sia troppo tardi; contribuendo a creare un sistema alimentare più giusto; ai paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu perché intervengano sulle parti in conflitto che continuano a usare la fame che colpisce civili inermi come un'arma. Ma per prevenire morti che si possono ancora evitare è allo stesso tempo indispensabile sconfiggere la pandemia".
di Emanuel Pietrobon
it.insideover.com, 10 luglio 2021
Carceri, luoghi di punizione e di correzione. Carceri, luoghi che possono rivelarsi una condanna nella condanna o che, al contrario, possono condurre alla redenzione. I carceri sono tutto questo: luoghi in cui il bene e il male si mescolano, diventando un tutt'uno indistinto e inscindibile, e dove sono presenti persone aventi a cuore il fato dei detenuti, come operatori sociali, psicologi, insegnanti e religiosi.
Nell'intrico delle carceri, quando si spengono le luci e vengono chiuse le celle, emergono dall'ombra anche degli altri operatori: gli operatori del male. Detenuti, e talvolta personale carcerario - come gli imam -, che lavorano notte e giorno, senza sosta e instancabilmente, per persuadere gli Ultimi a trasformare l'odio covato nei confronti della società in un'idea, o meglio in un'ideologia: il jihadismo.
Carceri, focolai di radicalizzazione - Il divenire del mondo un villaggio globale interconnesso - e connesso (ad Internet) - ha avuto delle implicazioni profonde per l'internazionale del terrorismo islamista, una realtà oggi più che mai de-territorializzata e internetizzata. Moschee e luoghi di ritrovo fisici, come scuole coraniche, centri culturali, palestre, bar e ristoranti, continuano a rivestire un ruolo centrale all'interno delle agende di proselitismo degli apostoli dell'islam radicale, ma la loro rilevanza va scemando di pari passo con l'incremento dell'internetizzazione delle relazioni sociali. Oltre alla cosiddetta "radicalizzazione a cielo aperto", però, c'è (molto) di più: un mondo fatto di camere da letto che diventano luoghi di autoradicalizzazione in rete, cullando futuri lupi solitari e aspiranti tagliagole, e di camere detentive esposte al rischio che i loro ospiti vengano introdotti ad una delle varie scuole dalla sfaccettata galassia dell'islam radicale - come il qutbismo, il salafismo e/o il wahhabismo - e si convertano in assassini una volta rimessi in libertà.
Quello della radicalizzazione religiosa nelle carceri è un problema di rilevanza mondiale, sentito e radicato in ognuna delle terre emerse, dall'Asia all'Africa, passando per Americhe e Oceania. Ed Europa e Stati Uniti, cuori pulsanti dell'Occidente, hanno scoperto di avere delle serpi in seno a partire dall'11 settembre 2001, il giorno che ha sancito l'inizio di una nuova epoca - macchiata dal sangue del terrorismo islamista e alimentata dal carburante offerto da periferie e carceri - che quest'anno compie esattamente vent'anni.
I numeri del fenomeno - Il fenomeno della radicalizzazione religiosa tra i detenuti delle carceri di Europa e Stati Uniti è ampio e datato - le sue origini risalgono, verosimilmente, agli anni della guerra fredda - e può essere illustrato chiaramente per mezzo dei numeri. Numeri che, in quanto imparziali e neutri, possono essere senz'altro utili a comprendere la vastità e l'effettiva pericolosità del problema. Numeri che, stando alle ricerche e alle indagini più recenti, sono i seguenti:
Una ricerca del King's College di Londra, analizzando le biografie di 79 jihadisti europei - nati e cresciuti in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi - allo scopo di studiare il presunto legame intercorrente tra incarcerazione e radicalizzazione, ha concluso come un terzo di loro fosse stato introdotto all'islam radicale durante la permanenza in carcere.
La Francia conta, attualmente, 505 detenuti condannati per reati di terrorismo islamista e 702 detenuti per reati comuni che vengono monitorati ufficialmente perché in odore di radicalizzazione religiosa. Sorvegliare chiunque e separare radicalizzati noti dal resto della popolazione carceraria, però, è impossibile per una semplice questione numerica: i detenuti di fede islamica costituiscono stabilmente il 60% del totale dai primi anni Duemila - una sovra rappresentazione statistica di proporzioni enormi, indicativa di un grave problema di (mancata) integrazione, considerando che i musulmani compongono circa il 9% della popolazione totale francese.
Il Belgio, le cui prigioni hanno cullato alcuni degli attentatori di Parigi 2015 e Bruxelles 2016, presenta un problema molto simile a quello dei cugini francesi: la sovra rappresentazione dei detenuti musulmani, che costituiscono circa il 6% della popolazione nazionale e il 20-30% di quella carceraria. Sovra rappresentazione che, unitamente al sovraffollamento, complica il compito della sorveglianza dei carcerati a rischio e inibisce il funzionamento dei programmi di reintegrazione sociale e de-radicalizzazione. Gli ultimi dati, relativi al 2020, dipingono un quadro cupo, ma certamente migliore di quello francese: "soltanto" 220 detenuti indicati come terroristi islamisti, combattenti di ritorno e/o radicalizzati noti.
In Spagna, nel periodo compreso fra il 2015 e il 2019, è più che raddoppiato il numero dei detenuti condannati per terrorismo islamista e/o monitorati perché in odore di radicalizzazione religiosa: da 118 a 254. Negli Stati Uniti, dove i musulmani costituiscono dal 9% al 20% della popolazione carceraria - una sovra rappresentazione rassomigliante a quelle di Belgio e Francia, dato che i musulmani formano circa l'1% della popolazione totale -, le strutture penitenziarie sono da più di quarant'anni al centro dell'agenda evangelizzatrice della Nazione dell'Islam e sono considerate dei veri e propri incubatori di conversioni all'islam: una media di 35mila "ritornati ad Allah" su base annua, cioè l'80% di tutte le conversioni religiose che avvengono dietro alle sbarre. Quanti di questi convertiti vivano la loro fede in armonia e quanti cadano nella trappola del radicalismo non è noto, ma le autorità ne sono sicure: "[i gruppi islamisti] dominano nel reclutamento carcerario di musulmani".
I numeri di cui sopra sono la conferma della natura intrinsecamente antipodica delle carceri: luoghi che offrono contemporaneamente correzione e corruzione e all'interno dei quali si possono conseguire la redenzione o la perdizione. Luoghi in cui si può riconquistare la fiducia nella società o nei quali si può imparare ad odiarla profondamente, a seconda dell'operatore che il detenuto ha la (s)fortuna di trovare. Luoghi che perscruteremo nel corso di questa rubrica dedicata al fenomeno della radicalizzazione religiosa nelle carceri di Europa e Stati Uniti.
di Elena Basso
Il Manifesto, 10 luglio 2021
La Corte di Cassazione di Roma ha condannato in via definitiva 14 ex militari e gerarchi delle dittature cilene e uruguaiane. "La decisione ha un significato profondo per la giustizia sovranazionale", dice al manifesto l'avvocato dei familiari delle 43 vittime italiane.
Nel primo pomeriggio del 9 luglio a Roma i giudici della Corte di Cassazione hanno letto una sentenza storica: sono stati tutti condannati all'ergastolo gli imputati del maxi-processo Condor. Iniziato nel 2015, riguarda 43 cittadini italiani che sono state vittime delle sanguinose dittature sudamericane degli anni 70.
Sono 14 imputati tra militari e gerarchi dei regimi militari cileni e uruguaiani che ora sono stati condannati all'ergastolo dalla giustizia italiana, fra cui spicca l'ex fuciliere della Marina uruguaiana Jorge Nestor Troccoli. Fuggito nel nostro Paese quando in Uruguay si è aperto un processo contro di lui, vive in Italia dal 2007 e ha la cittadinanza italiana. Sarebbe ricoverato da due giorni in ospedale, per cui non sarebbe possibile al momento arrestarlo. È il primo importantissimo caso in cui un torturatore delle dittature sudamericane residente nel nostro Paese viene processato in Italia. Un precedente fondamentale per avviare nuovi processi contro altre persone, accusate di torture e omicidi avvenuti durante le dittature sudamericane degli anni '70, che oggi vivono in Italia.
Come Carlos Luis Malatto, ex tenente argentino accusato del sequestro e della tortura di decine di militanti, che vive nel nostro Paese da oltre 10 anni e per il cui caso il 26 maggio del 2020 il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha autorizzato a istruire un processo nei suoi confronti. O come don Franco Reverberi, ex cappellano militare accusato di aver assistito alle torture di vari detenuti in un campo di sterminio argentino nella cittadina di San Rafael. Reverberi oggi celebra messa a Sorbolo, un piccolo comune in provincia di Parma e lo scorso aprile dall'Argentina è stata richiesta per la seconda volta l'estradizione nei suoi confronti.
In aula c'è stata enorme commozione tra i familiari e gli avvocati che portano avanti il processo da oltre sette anni. Giancarlo Capaldo, l'ex pubblico ministero che ha dato il via alle indagini per iniziare il processo, ha dichiarato al manifesto: "La sentenza di oggi è un importantissimo traguardo per l'Italia, uno sforzo di civiltà giuridica che potrà essere un insegnamento per tutti gli altri Paesi. È una pagina storica per l'Italia. È stato un percorso lungo e difficile per arrivare alla sentenza pronunciata oggi, un cammino reso possibile dall'incredibile collaborazione umana che si è sviluppata tra i familiari, i sopravvissuti e gli avvocati". È dello stesso parere Andrea Speranzoni, avvocato dei familiari, che dice: "Questa sentenza è importantissima sia per l'Italia che per l'America latina perché si appura una colpevolezza per imputati che si sono macchiati di reati atroci e gravissimi che hanno condizionato la storia di un intero continente. Ora si deve valorizzare il senso di questa sentenza che ha un significato profondo che riguarda sicuramente la giustizia italiana, ma anche quella sovranazionale".
La sentenza è arrivata ieri a conclusione di due intensi giorni di discussione di fronte ai giudici della Corte di Cassazione nell'Aula Magna a Roma. Per molte ore giovedì si sono susseguite le discussioni degli avvocati dei familiari delle vittime, seguiti dagli avvocati difensori degli imputati. L'ultimo a parlare è stato Francesco Guzzo, legale dell'ex fuciliere uruguaiano Jorge Nestor Troccoli, che ha definito l'imputato un "bersaglio". La presidente della Corte, Maria Stefania di Tommasi, ha preso la parola: "Gli unici bersagli sono state le vittime del processo che con le loro dichiarazioni hanno fatto piangere tutti noi, anche lei avvocato Guzzo, ne sono sicura".
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 10 luglio 2021
Lukashenko è riuscito a spegnere le proteste anti-regime con la forza: in carcere oltre 530 prigionieri politici, gli altri costretti all'esilio all'estero. Perquisizioni, arresti, manganellate, oppositori rinchiusi in galera o costretti a fuggire all'estero. Poco più di un anno fa in Bielorussia la gente cominciava a manifestare contro "l'ultimo dittatore d'Europa" Aleksandr Lukashenko e il regime tornava a premere sull'acceleratore della repressione pur di non mollare le redini del potere che tiene in pugno da oltre un quarto di secolo. Dopo le presidenziali dello scorso agosto e l'improbabile trionfo di Lukashenko, ritenuto frutto di massicci brogli elettorali, migliaia e migliaia di persone hanno inondato le strade delle città bielorusse con le bandiere bianche e rosse dell'opposizione chiedendo le dimissioni del satrapo di Minsk. Le proteste sono andate avanti per mesi, nonostante la brutale repressione della polizia.
Divieto di voto - Tutti i principali oppositori oggi sono in carcere o oltreconfine e la persecuzione di dissidenti e giornalisti non accenna a diminuire. Tra ieri e giovedì le forze di sicurezza hanno effettuato dei blitz nelle sedi di diversi media locali e hanno perquisito le case di alcuni reporter. Il sito della testata indipendente "Nasha Niva" è stato bloccato e secondo l'Afp il direttore Yegor Martinovich è stato picchiato e ha riportato delle ferite alla testa quando è stato fermato. Risale a pochi giorni fa anche la pesantissima condanna a Viktor Babaryko. Martedì la Corte Suprema ha inflitto 14 anni di reclusione per corruzione e riciclaggio all'ex capo di BelGazpromBank, ma le accuse contro di lui sono ritenute politiche. L'ex manager era infatti considerato il principale rivale di Lukashenko alla vigilia delle presidenziali del 2020, ed è stato arrestato nel giugno dell'anno scorso, due mesi prima del voto. Non si è potuto candidare neanche l'ex ambasciatore negli Usa, Valery Tsepkalo, che temendo ritorsioni è andato a Mosca e poi in Europa.
E la candidatura è stata negata pure a Mikola Statkevich e a Sergey Tikhanovsky, entrambi in carcere. Statkevich è uno dei leader storici dell'opposizione bielorussa. Sfidò Lukashenko alle presidenziali del 2010 e finì dietro le sbarre per cinque anni. È stato arrestato di nuovo nel maggio dell'anno scorso e ora rischia un'altra dura condanna. Tikhanovsky è invece il videoblogger che ha paragonato Lukashenko alla Grande Blatta, il prepotente scarafaggio coi baffi nato dalla penna di Korney Chukovsky, e ha così ispirato le "proteste della pantofola", con i manifestanti che agitavano simbolicamente una pantofola contro il despota. Anche Tikhanovsky è finito in carcere alla fine di maggio dello scorso anno, ed è stato allora che sua moglie Svetlana Tikhanovskaya ha deciso di sostituirlo e di candidarsi. Tikhanovskaya ha unito il fronte del dissenso alleandosi con la responsabile della campagna elettorale di Babaryko, Maria Kolesnikova, e con la moglie di Valery Tsepkalo, Veronika, e dando vita a un terzetto tutto femminile che è stato uno schiaffo morale a Lukashenko, secondo cui la Bielorussia non era pronta per una presidente donna.
Veronika Tsepkalo ha lasciato la Bielorussia ad agosto e lo stesso hanno poi fatto l'ex ministro della Cultura, Pavel Latushko, e Olga Kovalkova, che racconta di essere stata portata alla frontiera dai servizi di sicurezza. La stessa Tikhanovskaya è stata costretta dal regime ad andare in Lituania subito dopo il voto di agosto. Maria Kolesnikova invece a settembre è stata fatta salire su un pulmino scuro da degli uomini a volto coperto, probabilmente agenti del Kgb, ma pare che pur di non essere portata in Ucraina contro la propria volontà abbia fatto a pezzi il passaporto. Ora è in carcere, così come Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, due giornaliste della tv Belsat condannate a due anni per aver compiuto il loro dovere coprendo le manifestazioni antiregime. Erano state arrestate a novembre dopo aver filmato la violenta repressione di un corteo in memoria del manifestante Roman Bondarenko, morto dopo essere stato picchiato da degli sconosciuti sospettati di essere agenti in borghese.
Detenuti politici - Nelle mani del regime sono finiti anche Roman Protasevich e la sua fidanzata Sofia Sapega. Protasevich è l'ex direttore e il cofondatore di Nexta, un canale Telegram che è stato un punto di riferimento durante le proteste. A maggio lui e la sua ragazza sono stati arrestati dopo che l'aereo sul quale viaggiavano è stato costretto dalle autorità bielorusse ad atterrare a Minsk per un allarme bomba rivelatosi infondato e in cui molti vedono un tranello del regime per arrestare il dissidente. Secondo l'Onu, sono circa 530 i detenuti considerati "prigionieri politici" rinchiusi nelle famigerate carceri bielorusse. Uno di loro era Vitold Ashurak, condannato a 5 anni per aver partecipato alle proteste e morto in cella in circostanze poco chiare.
di Filippo Giordano*
Avvenire, 9 luglio 2021
Gli accadimenti drammatici al Carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020 emersi nei giorni scorsi hanno riportato la questione carceraria sulle prime pagine dei giornali. Difficile non essere turbati da quelle immagini e sostenere tesi negazioniste su quegli episodi di violenza restituiteci in tutta la loro crudeltà dai video delle telecamere di sorveglianza.
- La prima nota sulla mattanza: "I detenuti sono pieni di lividi"
- Non è un fenomeno isolato, non chiamateli "mele marce"
- I Garanti: "Annullare i trasferimenti dei detenuti di S. Maria Capua Vetere"
- "C'erano le denunce, il ministero ha fatto finta di nulla"
- Violenze in carcere, Giovanni Maria Flick: "L'informazione, snodo critico"











