di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 dicembre 2021
Per ora non c'è una vera e propria emergenza Covid nelle carceri, ma i nuovi focolai destano comunque preoccupazione. Due importanti casi di contagio sono avvenuti nelle carceri di Taranto e di Santa Maria Capua Vetere. In quest'ultimo strutturata si sono verificati più di 20 casi di positività, 15 tra i detenuti e 5 tra il personale del carcere. Una circostanza che il capo del Dap, Bernardo Petralia, ha confermato tre giorni fa alla presenza della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, in occasione della presentazione del calendario 2022 del corpo della Polizia penitenziaria. "In entrambi i casi - ha precisato il Capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - tutti i soggetti sono asintomatici".
C'è il segretario generale del Sindacato Polizia penitenziaria, Spp, Aldo Di Giacomo, che chiede ai ministri della Salute e della Giustizia di istituire un Open day al penitenziario sammaritano come in tutte le carceri, con le stesse modalità con cui si svolgono gli Open day fuori. "È da tempo - spiega il sindacalista - che ripetiamo inascoltati i nostri appelli: l'obbligo vaccinale per il personale penitenziario, che ci vede convintamente favorevoli non risolve in alcun modo la prevenzione dalla diffusione del Covid se l'obbligo non viene esteso a tutti, a cominciare dai detenuti, dai familiari e dagli avvocati dei detenuti".
Sottolinea sempre Di Giacomo: "A Santa Maria Capua Vetere, dove ci sono flussi di ingressi settimanali dieci volte superiori al numero dei detenuti, a cui aggiungere i colloqui con diverse decine di avvocati e una durata anche di un paio d'ore, si pensa di contingentare i colloqui detenuti- familiari. Non può essere questa la soluzione, sottovalutando che nelle rivolte della primavera 2020 la sospensione dei colloqui è stata la scintilla che ha innescato le violenze che tutti dovrebbero ricordare".
Il nodo è proprio quella di una eventuale sospensione dei colloqui, possibilità presa in considerazione dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, specie se il focolaio dovesse ulteriormente estendersi. In realtà, al momento, i detenuti positivi sono stati posti rigorosamente in isolamento ma il carcere non possiede abbastanza celle per questo genere di emergenze. E, oltre al problema dei colloqui con i familiari, esiste anche quello dei permessi natalizi di cui possono usufruire molti detenuti vicini alla fine pena e per buona condotta. Per questo motivo, la Garante dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore, ha proposto al magistrato di sorveglianza la dilazione dei permessi in un periodo più lungo ed evitare che i permessi vengano sospesi. La stessa garante Belcuore chiede anche all'Asl di Caserta un open day vaccinale dedicato ai detenuti all'interno del carcere. "La maggioranza dei detenuti non ha la prima dose, mentre alcuni che l'hanno fatta non hanno ricevuto la seconda. Al momento la Asl non ci ha dato alcuna risposta" conclude la garante.
Il Tirreno, 7 dicembre 2021
La rabbia di Giulia Melani candidata unica ma non votata per tre volte dalla maggioranza del Consiglio comunale. "Pistoia non avrà un Garante (dei detenuti, ndr), il perché non chiedetelo a me, nessuno lo ha dichiarato in consiglio comunale". Ha sfogato su Facebook l'amarezza e la delusione per la mancata elezione a garante dei detenuti (o meglio: "dei diritti delle persone private della libertà personale", come recita la legge) per il Comune di Pistoia, nonostante che fosse l'unica candidata e che il posto sia scoperto da ormai ben sei anni.
Giulia Melani, 33 anni, ricercatrice in sociologia del diritto, con dieci anni di volontariato alle spalle nelle carceri di Sollicciano, Prato e Pistoia, era l'unica ad aver risposto al nuovo bando dell'amministrazione Tomasi (il precedente era andato deserto) per scegliere questa importante figura di tutela dei diritti delle persone detenute.
Ma nella sua ultima seduta, il consiglio comunale, in seduta segreta, per ben tre volte non ha raggiunto i voti necessari. Melani ha ottenuto al massimo sei voti, contro gli almeno 12 che sarebbero stati necessari nella terza votazione. Tutti gli altri 17 consiglieri si sono astenuti. A pronunciarsi pubblicamente in suo favore sono stati tre consiglieri comunali del Pd e Tina Nuti (Pistoia spirito libero). Dal centrodestra, che in tutta evidenza si è astenuto, nessun intervento di spiegazione della scelta. Nei giorni scorsi lo stesso gruppo Pd ha attaccato la maggioranza per la mancata elezione.
"Io - ha scritto ancora Giulia Melani su Facebook - intanto mi preparo ad entrare giovedì (il giorno in cui svolge colloqui con i detenuti, ndr) e a spiegare a quelle cinquanta persone che, ancora una volta, i loro diritti sono stati scavalcati da un qualcos'altro, che io non so e non posso capire, ma che comunque ci sono e sarò al loro fianco, come e più di ieri, e che mi ripresenterò per questa carica a qualsiasi futuro bando". In effetti la figura del garante dei diritti dei detenuti a Pistoia manca dal 2015, quando terminò il suo incarico Antonio Sammartino, autore di numerose denunce sulle gravi carenze della casa circondariale di Santa Caterina in Brana. Da allora la figura - che deve rimanere in carica tre anni - non è stata più nominata.
di Sara Scarafia
La Repubblica, 7 dicembre 2021
Tanti giovani anche all'Arena Robinson. Oggi in programma incontri con Gianrico Carofiglio, Ezio Mauro, Carlo Verdone. La terza giornata di "Più libri più liberi" è stata quella dei ragazzi: ieri hanno attraversato la Nuvola oltre 10mila studenti. Oltre agli istituti del Lazio, c'erano classi arrivate da Abruzzo, Marche, Umbria e Campania. Numeri record nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia. E i giovani sono stati anche i protagonisti degli appuntamenti all'Arena Robinson: erano in tanti al dibattito tra Gianluca Di Feo e Mario Consani su Tangentopoli spiegata a chi non c'era e per la lectio di Matteo Nucci sulla libertà nel Fedro di Platone. Moltissimi studenti pure per l'incontro sui manga con i fumettisti Lrnz e Roberto Recchioni, e con i direttori editoriali di Bd e Star comics Marco Schiavone e Claudia Bovini, moderati da Luca Valtorta.
Oggi l'Arena Robinson aprirà alle 10 con la rassegna stampa di Angelo Melone e Federico Pace. Alle 15 Luca Valtorta modererà Elsa Menini, Risuleo & Pronostico e Zuzu sul tema "Nuovi fumettisti crescono". Alle 16 Silvia Ronchey con Gregorio Botta su "Il mio James Hillman". Alle 17 Ezio Mauro con Wlodek Goldkorn per l'incontro letterario "Il maestro Bulgakov e lo scrittore fantasma". Alle 18 Gabriele Mainetti parlerà di rivoluzione freak con Luca Valtorta; infine alle 19 ci sarà Saverio Raimondo con i suoi 101 modi tutti da ridere per usare i libri senza leggerli.
Fuori l'Arena è il giorno di Gianrico Carofiglio: alle 16, nello Spazio Rai, ci sarà l'evento "I libri che ci hanno liberato", la cerimonia di consegna dei libri donati dagli ospiti della Fiera ai detenuti. A ritirali simbolicamente, Gemma Tuccillo, capo dipartimento del ministero della Giustizia. Con Carofiglio ci sarà pure Salvatore Striano, l'attore che ha conosciuto il teatro in carcere. Alle 17, in Auditorium, Carofiglio dialogherà con il vice direttore di Repubblica Francesco Bei in un incontro dal titolo "Fare cose con le parole".
Alle 18,30 Ciriaco Scoppetta presenta il suo libro La ladra di cervelli, con Carlo Verdone. Alla stessa ora, in auditorium, l'evento "Canzoni tra vita e poesia": Franco126 in dialogo con Ernesto Assante. Alle 19 incontro sul futuro dell'Europa e il fronte dell'Est con Adam Michnik, saggista, editore e politico polacco ed Ezio Mauro moderati da Wlodek Goldkorn.
primonumero.it, 7 dicembre 2021
Il 27 novembre anche nella Casa Circondariale di Larino si è svolta la cerimonia per la Giornata internazionale in onore delle donne vittime di violenza. L'iniziativa è stata promossa dalla Direzione della Casa Circondariale di Larino in collaborazione con il Comitato Pari Opportunità del Corpo di Polizia Penitenziaria rappresentato dal sostituto Commissario di Polizia Penitenziaria, la dottoressa Anna Di Niro, la quale, nella duplice veste di rappresentante della Polizia Penitenziaria e componente nazionale di parte sindacale del Comitato stesso, ha voluto con forza ribadire l'impegno delle istituzioni e delle donne impegnate in settori strategici quali la sicurezza sociale, al contrasto dei fenomeni alla ribalta delle cronache che investono le donne quali vittime di violenza.
Immediata la collaborazione della Direzione dell'istituto, delle donne e degli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, dell'area Giuridico-Pedagogica, del Cappellano e dei volontari. Commoventi le letture delle appartenenti al Corpo e la scenografia al contempo rispettosa e calzante, quasi a riprodurre "il flusso di violenza" che investe le donne, le quali spesso, per scelte necessitate dalla protezione dei figli o per timore, non denunciano.
"L'impegno del Comitato pari opportunità - ha continuato il sostituto commissario - è rivolto anche ad azioni concrete quali proposte di legge al vaglio delle Commissioni Giustizia, pareri in relazione ai nuovi reati da 'codice rosso' inseriti con le ultime riforme, formazione specifica agli appartenenti del Corpo e ai tecnici del trattamento rieducativo".
In un'atmosfera di unione di intenti, in una cornice religiosa, ma laica al contempo, con l'ottima omelia del cappellano, Don Antonio di Lalla, alla presenza anche di una platea di detenuti, e allietati dal coro della cattedrale di Larino, "che il Signore ci diriga", hanno espresso il loro pensiero il Direttore dell'Istituto, dottoressa Rosa La Ginestra, la quale nel ribadire la rabbia che si prova ogni qualvolta si apprende di un nuovo caso di femminicidio, ha voluto lanciare un messaggio di speranza e di fiducia che partendo dall'impegno delle istituzioni arrivi, attraverso una vera educazione alla "non violenza", a tutti i contesti civili e sociali. Il saluto del Commissario d'istituto, il dottor Rossano Varricchio, ha chiuso il ciclo di interventi con riferimenti al principio di solidarietà e uguaglianza degli esseri umani tutti, a prescindere dall'identità di genere.
La cerimonia si è conclusa con l'apposizione in via permanente presso i giardini dell'intercinta dell'istituto penitenziario della "panchina rossa", realizzata da un detenuto e che servirà, simbolo indelebile per chiunque si volgerà a guardarla facendo ingresso in istituto, come monito e contrasto alla violenza di genere.
radiogold.it, 7 dicembre 2021
Inaugurato questa mattina l'ultimo dei tre pannelli raffiguranti la storia di Pinocchio che, grazie ai detenuti del carcere di San Michele, rallegrano i corridoi del Presidio Infantile dell'Azienda Ospedaliera di Alessandria. Donata nell'ambito delle iniziative della terza edizione del Festival delle Arti Recluse "Artiviamoci", l'opera è il frutto dei laboratori artistici realizzati grazie a Piero Sacchi, maestro della bottega della pittura e ideatore del percorso artistico.
"Abbiamo scelto Pinocchio perché è la pecora nera dei grandi classici, è il protagonista che disobbedisce e la sua vicenda presenta alcuni aspetti borderline che abbiamo poi commentato e analizzato insieme durante il laboratorio. In particolare questo pannello rappresenta l'episodio in cui Pinocchio derubato viene arrestato e si presenta davanti al giudice scimmione: i personaggi riempiono gli spazi lasciati vuoti dalla vegetazione brillante dove il colore spesso rappresenta il desiderio di libertà".
Un progetto che vede uscire la creatività dei detenuti fuori dalle mura del carcere a beneficio dei piccoli pazienti del "Cesare Arrigo" che possono così godere di un ambiente sempre più colorato e accogliente. "Siamo molto lieti di poter inaugurare questo terzo quadro - afferma Luciano Bernini, Direttore Sanitario dell'Ospedale di Alessandria - simbolo della ripartenza di attività che da tempo interessano il presidio pediatrico e che si inserisce perfettamente nei percorsi di Medical Humanities che stiamo conducendo nell'ottica di un'umanizzazione delle cure che passa anche attraverso l'inserimento dell'arte e della cultura nei luoghi di cura". Il direttore del carcere Elena Lombardi Vallauri ha infine ricordato come l'iniziativa sia molto significativa e gratificante per i detenuti coinvolti e rappresenti una rinnovata vicinanza del territorio all'Ospedale Infantile.
vitatrentina.it, 7 dicembre 2021
Giovedì 9 dicembre, al secondo incontro di Passi di Vangelo, i detenuti di Spini di Gardolo porteranno la loro testimonianza "indirettamente". Sarà condotto "indirettamente" da un gruppo di detenuti della casa circondariale di Spini di Gardolo il secondo incontro di "Passi del Vangelo". La riflessione, "Oltre la misura", si svolgerà giovedì 9 dicembre alle 20.30 nella chiesa del Collegio Arcivescovile di Trento e sarà incentrata sul tema del perdono.
Si parte da alcune domande che un brano del Vangelo secondo Matteo (18, 21-25) suscita: che cosa significa perdonare? Il perdono si può misurare? Come si impara a perdonare si può riuscire ad andare oltre la logica umana del conteggio, del "tanto... quanto"?
Stimolerà il dibattito don Mauro Angeli, cappellano del carcere di Trento, accompagnato da alcuni volontari che, con lui, prestano servizio nella casa circondariale di Spini di Gardolo. Don Mauro condividerà le provocazioni e gli spunti di riflessione nati dopo la lettura, da parte di alcuni detenuti, del brano del Vangelo di Matteo che sarà letto anche dai ragazzi che parteciperanno alla serata del 9 dicembre. "Passi del Vangelo" è rivolto in particolar modo ai giovani tra i 18 e i 30 anni. Per accedere all'incontro, è necessario il Green Pass. Streaming disponibile sul sito della Diocesi di Trento.
di Lorenzo Cipolla
interris.it, 7 dicembre 2021
Falegnameria, botteghe, apicoltura. Carmine Falanga della cooperativa "Idee in fuga" racconta a Interris.it le loro attività con i detenuti. L'economia carceraria come materia viva per costruire ponti tra "dentro" e "fuori", superando oltre alle sbarre fisiche, metalliche, degli istituti di pena anche quelle dell'indifferenza e dello stigma della società nei confronti delle persone detenute o che hanno scontato una pena. Su 53.637 detenuti nelle carceri italiane, al 30 giugno 2021 quelli che lavorano sono 17.957, e di questi quasi il 12% non è alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria.
Una realtà che da alcuni anni costruisce un collegamento tra interno ed esterno, facendo rete con i piccoli produttori del territorio - ma non solo - con attività come una falegnameria sociale, le botteghe per la vendita e la coltivazione di un luppoleto, si chiama "Idee in fuga", cooperativa sociale che collabora con l'istituto penitenziario "Cantiello e Gaeta" di Alessandria e che attualmente ha tra le sue fila undici detenuti assunti con regolare contratto. La prima ad aprire, nel 2015, un negozio sulle mura di un carcere - pur senza collegamento con l'interno della struttura - per vincere una sfida. "Portare le persone ad acquistare dove nessuno avrebbe pensato di venire", spiega a Interris.it Carmine Falanga, volontario della cooperativa. "Abbiamo approccio autoironico, ci scherziamo anche sui claim pubblicitari perché sappiamo quello che le persone pensano".
Dare un'opportunità - L'idea di aprire un negozio in una location così inedita è stata ispirata dal principio che "un'opportunità va data a tutti", spiega Falanga. Da quel primo passo si è innescato un processo che ha portato a raccogliere varie produzioni di economia carceraria, riscuotendo l'interesse di altre realtà locali. Fino alla nascita, nel 2020 in piena pandemia, della cooperativa "Idee in fuga" per la gestione delle attività. "Ci sono due falegnamerie, una interna e una esterna" - per il progetto Social Wood, che si prefigge di dare una formazione ai detenuti per agevolare il loro reinserimento lavorativo - illustra il volontario, "il luppoleto in carcere, le arnie per l'apicoltura, le botteghe".
Il ponte tra "dentro" e "fuori" - "Come diciamo noi, 'dentro siamo tutti bravi a lavorare': la vera sfida da vincere è che l''esterno' dia un lavoro", sottolinea con serio spirito Falanga. Nel corso della loro esperienza, i volontari della cooperativa hanno visto quanta diffidenza ci sia nei confronti delle persone detenute o ex detenute, per via di uno stigma sociale non facile da sradicare. Ciononostante, sono stati in gradi di formare una rete con il territorio, costruendo un ponte tra i due mondi, quello dentro e quello fuori del carcere.
"Inizialmente avevamo solo prodotti interni al penitenziario e vendevamo quelli, ora collaboriamo con tanti piccoli produttori". Ciò che realizzano oggi Falanga lo definisce "non a chilometro zero, ma a chilometro Italia" perché quelli che utilizzano deve essere prodotti al "100% italiani" provenienti da piccole realtà territoriali del Paese, attente all'ambiente al sociale. "Ci rivolgiamo a chi impiega persone con disabilità o donne vittime di violenza di genere". Non solo, infatti si utilizzano anche prodotti di altri istituti di pena. "In tutti c'è un elemento di economia carceraria, come il panettone fatto con i canditi del carcere di Siracusa", precisa Falanga.
Una nuova vita al legno - La cooperativa piemontese non è però in rete solo con i piccoli produttori, ma anche con nomi più noti e blasonati. "Un produttore di mobili internazionale un mese fa ci ha contattato perché aveva molti mobili che non può più vendere per motivi burocratici, così li prendiamo noi", racconta il volontario. "In falegnameria utilizziamo solo legno che sarebbe scartato e gli diamo nuova vita, realizzando scatole per il birrificio piemontese Baladin o ancora box per le bottiglie di vino e arredi per la conduttrice televisiva e imprenditrice Tessa Gelisio". L'ultima iniziativa è il temporary shop all'outlet di Serravalle Scrivia, sempre nell'alessandrino. gestito un ragazzo della cooperativa e da una persona detenuta.
Al lavoro - "Nell'istituto penitenziario", spiega ancora Falanga, "andiamo a dare una possibilità di lavoro a chi ha seguito corso di formazione interno, inoltre un'azienda agricola ci ha assegnato dei ragazzi per l'apicoltura e la coltivazione del luppoleto". Ma, se "dentro siamo tutti bravi a lavorare", riprendendo le sue stesse parole, come fanno "fuori"? "La possibilità è data a detenuti ex articolo 21 della legge sull'ordinamento penitenziario" - cioè che possono essere assegnati al lavoro all'esterno - "che per esempio possono uscire per andare ad aprire il negozio dove gestiscono la cassa. Chi viene ad acquistare qui sa chi lo sta servendo e anche questo è un modo per abbattere lo stigma".
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 7 dicembre 2021
Si comincia a prendere atto che l'eccezione potrebbe diventare regola, che saremo comunque minacciati a lungo dal Covid. Quindi dobbiamo chiederci come tutelare il più possibile il sistema delle libertà nel medio-lungo termine senza compromettere la nostra capacità di impedire una nuova diffusione del virus.
Nelle situazioni di emergenza, si tratti di guerre, catastrofi naturali, pandemie, vengono presi, necessariamente, provvedimenti che implicano - talvolta in misura minima, talvolta più estesa - restrizioni della libertà personale. Per conseguenza, ci sarà sempre chi riterrà che l'emergenza sia stata artificialmente creata dai governi allo scopo di indebolire o distruggere quella libertà. È vero che tante volte ciò è accaduto. Per esempio, resterà sempre un dubbio: non ebbero nessun aiuto o facilitazione di sorta i ribelli ceceni che fecero esplodere alcune abitazioni a Mosca nel 1999? Da quella emergenza derivò una stretta autoritaria in Russia e una nuova guerra in Cecenia. Tante altre volte però dubbi non ce ne sono: in molte situazioni l'emergenza esiste sul serio, non è stata concepita a tavolino. Nel caso delle democrazie sufficientemente antiche e consolidate, se l'emergenza durerà poco, le conseguenze non saranno durature: superata l'emergenza anche quel minimo di restrizioni della libertà personale che si erano rese necessarie verrà abolito, si tornerà a condizioni di normalità.
Ma che succede se la minaccia alla vita delle persone non scompare rapidamente, se la condizione di pericolo che all'inizio appariva come un fatto contingente, presto superabile, diventa permanente o tale da accompagnare l'esistenza di quelle democrazie per molto tempo? Come impedire che, nel lungo periodo, quella condizione di pericolo finisca per minacciare sul serio le libertà dei cittadini?
La pandemia, come sempre accade in questi casi, ha innescato anche nelle democrazie consolidate occidentali una tendenza alla centralizzazione del potere: indebolimento del ruolo dei Parlamenti e rafforzamento di quello dei governi, gli unici che possano coordinare efficacemente gli sforzi per contenere e, possibilmente, eliminare la sfida pandemica. La concentrazione del potere è risultata minore negli Stati Uniti a causa della loro struttura federale: l'Amministrazione Biden non dispone degli strumenti per imporre la propria volontà ai singoli stati federati. Per inciso, sembrano valere anche in questa circostanza certe differenze fra il federalismo americano e quello tedesco.
Fino a poco tempo fa, comunque, pensavamo in tanti che l'emergenza Covid fosse di breve durata. Ora si comincia a prendere atto che forse non sarà così, che l'eccezione potrebbe diventare regola, che saremo comunque minacciati a lungo (prima che la scienza riesca a trovare un rimedio definitivo) dal Covid. Anche perché in un mondo interdipendente, con le frontiere porose - e tanto più in società aperte come quelle occidentali - non c'è verso di allontanare definitivamente la minaccia dal proprio Paese se nel resto del mondo la pandemia continua a imperversare. Nemmeno nei casi, come quello italiano, in cui l'azione governativa sia risultata efficace nel contenimento della malattia.
Quali strategie porre in essere per tutelare il più possibile il sistema delle libertà nel medio-lungo termine senza compromettere la nostra capacità di impedire una nuova diffusione del virus? Si tratta di pensare al futuro in termini di minimizzazione del danno. Il danno c'è, ed è inevitabile. Come ridurne le conseguenze il più possibile?
Proviamo per un momento a immaginare (per meglio esorcizzarlo) lo scenario più cupo: una ripresa più o meno incontrollabile della diffusione del virus. Immaginate che in Paesi come il nostro il senso del pericolo svanisca o per lo meno si abbassino quelle barriere psicologiche che oggi spingono tante persone a muoversi con cautela. Immaginate che si diffonda l'illusione che l'emergenza sia definitivamente alle nostre spalle. Le conseguenze politiche sarebbero immediate. Alla centralizzazione del potere (di fatto) provocata dall'emergenza seguirebbe una sua nuova diluizione/diffusione. I governi perderebbero capacità di iniziativa. Per giunta, in Paesi come l'Italia, ove i rapporti centro-periferia (anche in materia sanitaria) sono resi confusi e difficili a causa dell'assetto istituzionale vigente, si andrebbe rapidamente verso forme di paralisi decisionale. Verrebbero meno le difese di fronte a una ripresa in grande stile dei contagi. Ne seguirebbero un'ennesima forte ondata di morti, strutture sanitarie al collasso, nuovi lockdown. Svanirebbero di nuovo le condizioni che sorreggono la vita ordinaria, ci sarebbe un nuovo blocco delle attività economiche all'interno dei Paesi. Per contagio, si andrebbe verso un crollo dell'economia internazionale. Quanto a lungo pensate che potrebbero resistere le democrazie? Quante democrazie sopravvivrebbero? Alcune forse sì ma molte si estinguerebbero. Magari senza che si verifichi nulla di spettacolare: niente colpi di Stato o altri fatti visibilmente traumatici. Semplicemente, una misura dopo l'altra, un passo alla volta, la democrazia si trasformerebbe in un regime autoritario o semi-autoritario.
Ciò significa che se dovremo convivere a lungo con la minaccia pandemica, dovremo anche conservare la capacità di distinguere. Tra le misure indispensabili e quelle che non lo sono. Dovremo capire che ci sono provvedimenti più o meno restrittivi della libertà che sono necessari per garantirci vita e salute ma anche per assicurare il mantenimento di condizioni di vita civile nonché un regime di libertà. Si tratterà, in ogni occasione, di scegliere il danno minore per evitarne uno maggiore.
Al momento sembra probabile che nel nostro futuro ci siano forme di vaccinazione obbligatoria annuale e che controlli (green pass o equivalenti) ci accompagnino a lungo. Ci sono tante restrizioni della libertà personale che accettiamo da sempre come ovvie e necessarie. Come l'assicurazione obbligatoria delle auto. O l'obbligo di mostrare i documenti se così richiesto da un agente di polizia. Dovremo accettare allo stesso modo i controlli sulle vaccinazioni. Nonché il fatto che i governi mantengano grande capacità di intervento in materia sanitaria. Per non trovarci domani in una crisi così grave da fare tracimare i poteri di quei governi in ogni ambito mettendo a rischio, questa volta sì, libertà e democrazia. Ci sarà sempre, naturalmente, chi protesterà per la "intollerabile" violazione della sua libertà. Ma se sarà chiaro ai più che l'alternativa è fra due mali, riusciremo a capire quale sia il minore, e potremo anche arginare l'area della protesta. Persino le più litigiose democrazie possono sviluppare anticorpi che ne assicurino la sopravvivenza.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 7 dicembre 2021
"Il Terzo settore va sostenuto, non colpito": sono le parole di Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum del Terzo settore, dopo l'approvazione da parte del Senato di un emendamento al dl fiscale che assoggetta al regime Iva anche le associazioni che noin svolgono alcuna attività commerciale. Il testo ora passa alla Camera.
Non ci si può credere, e invece l'hanno rifatto: lo Stato italiano, con l'approvazione del Senato, prova di nuovo a far ricadere nel regime Iva anche le associazioni del Terzo settore che non svolgono alcuna attività commerciale. La stessa cosa che era stata tentata l'anno scorso, prima che il provvedimento fosse ritirato. "Una grande delusione", dice la portavoce del Forum del Terzo settore Vanessa Pallucchi. Adesso si spera nella Camera.
L'emendamento in questione è stato approvato in sede di conversione del dl fiscale al Senato e imporrebbe appunto alle associazioni, dal 1 gennaio 2022, di essere assoggettate al regime Iva pur non svolgendo alcuna attività commerciale. Il provvedimento prevede il passaggio da un regime di esclusione Iva a un regime di esenzione per i servizi prestati e i beni ceduti dagli enti nei confronti dei propri soci. Sembra una piccola variazione, neutra economicamente, ma che invece comporta i costi di tenuta della contabilità Iva, oneri e ulteriori adempimenti burocratici. Già oggi il Terzo settore sta affrontando il delicato passaggio di entrata in vigore del Registro Unico del Terzo settore, con tutte le problematiche conseguenti. L'introduzione di questo ulteriore adempimento è peraltro disallineato con la normativa oggi in vigore e produrrà disorientamento e sfiducia negli enti, soprattutto quelli più piccoli.
"Se l'annuncio della riforma del Terzo settore è stato salutato con soddisfazione per l'attesa semplificazione - sottolinea Vanessa Pallucchi - provvedimenti come questo producono grande delusione. Esattamente un anno fa ci siamo battuti perché nella formulazione della legge di bilancio era stato inserito questo stesso provvedimento, poi fortunatamente espunto. Oggi, dopo un anno, ci troviamo di nuovo al punto di partenza". Il testo passa ora alla Camera. "Ci auguriamo - conclude la portavoce del Forum - che l'Articolo 5, nei commi da 15-bis a 15-quater, del dl fiscale venga soppresso. Non possiamo immaginare di gravare ulteriormente sulle nostre associazioni e di mettere a rischio la loro sopravvivenza. Il Terzo settore va sostenuto, non colpito".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 7 dicembre 2021
Il giovane egiziano trasferito dal Cairo a Mansoura per il processo. Il tribunale per la sicurezza deciderà per un nuovo rinvio o emetterà la sentenza, senza appello. La sorella Marise: "Ha difeso i diritti di tutti, ora battetevi per lui". L'amico Mohamed: "Ci siamo conosciuti all'università, siamo stati in piazza Tahrir insieme. È un amico e un compagno".
"Speriamo nel meglio, ma come fatto negli ultimi 22 mesi ci aspettiamo il peggio". Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia sintetizza in poche battute il clima alla vigilia della terza udienza del processo a Patrick Zaki.
Si svolge oggi, a Mansoura, la sua città natale sul Delta del Nilo. Qui lo studente egiziano dell'Università di Bologna è stato da poco trasferito dalla prigione di Tora, al Cairo, suo "domicilio" forzato dal marzo 2020, appena un mese dopo il suo arresto all'aeroporto del Cairo, di rientro dall'Italia per una visita alla famiglia. Dopo mesi di carcere preventivo, rinnovato con crudele puntualità ogni 15 o 45 giorni, nel settembre scorso Patrick è stato incriminato. Quale sia l'accusa non è del tutto chiaro: diffusione di notizie false sulla base di un articolo che scrisse anni fa sulle condizioni di marginalizzazione della minoranza copta. Pare, perché prima il sistema giudiziario egiziano lo accusava anche di terrorismo per alcuni tweet. Quei tweet, mai resi pubblici, sono spariti dal quadro.
C'è speranza, c'è sempre, ma anche paura. Non si sa se sperare in un verdetto o meno. Secondo la sua legale, Hoda Nasrallah, l'udienza di oggi dovrebbe servire a presentare la memoria difensiva degli avvocati di Patrick, dopo aver finalmente ottenuto gli atti del processo il 28 settembre scorso: prima di allora non gli era stato consegnato nulla di quello che la procura avrebbe in mano, a Nasrallah erano state concesse solo un paio d'ore per visionare il fascicolo in fretta.
E poi si vedrà: i processi di fronte a tribunali della sicurezza dello Stato, deputati a decidere di casi che rientrano nelle fattispecie di reato previste dalla legislazione d'emergenza (ovvero quelli più utilizzati contro attivisti e società civile) sono molto più brevi degli altri. Poche settimane, al massimo pochi mesi. Oggi si potrebbe dunque assistere a un ulteriore rinvio oppure a una sentenza definitiva. Perché questi processi non prevedono appello. "Solo la grazia del presidente della Repubblica egiziana - spiega Noury alla Nuvola, nell'evento di domenica a Più libri più liberi dedicato a Patrick Zaki - I legali la chiederanno in caso di condanna. In quel caso, nella richiesta di grazia sotto la loro firma dovrebbe esserci anche quella di Mario Draghi".
L'Italia - i cui rappresentanti saranno oggi in aula a monitorare l'udienza insieme a diplomatici di altri Paesi - torna spesso nel dialogo di domenica, che ha coinvolto Mohamed Hazem Abbas, tra i migliori amici di Patrick e anima della campagna per la sua liberazione: "Il governo italiano non sta facendo molto, a differenza del parlamento che chiede di riconoscergli la cittadinanza - dice Mohamed - Se fossero sulla stessa linea, la pressione potrebbe essere sufficiente a liberarlo visto i legami tra Italia ed Egitto. Europa e Stati Uniti hanno i mezzi per migliorare le condizioni degli egiziani". Sono pessime, fuori e dentro dal carcere. Fuori la povertà è in costante aumento, mentre repressione strutturale e leggi liberticide "hanno spazzato via l'intera società civile", aggiunge Noury. Ong, sindacati e media indipendenti, attivisti della comunità Lgbtqi+, artisti: "Non c'è settore che non sia stato toccato. Per questo Patrick è una storia egiziana".
Come altri 60mila prigionieri politici stimati, ma potrebbero essere molti di più, vista la costruzione in corso di altre mega prigioni, dopo le decine già aperte dal presidente al-Sisi: "Abbiamo saputo che le sue condizioni fisiche e psicologiche sono peggiorate - Mohamed risponde così a una nostra domanda - Da più di 650 giorni dorme a terra, ha problemi alla schiena e alle ginocchia. In passato è stato picchiato dalle guardie carcerarie". Non ha accesso a prodotti igienici e sanitari, vive da quasi due anni in una cella piccola, sporca e senza aerazione. "Ci siamo conosciuti all'Università tedesca del Cairo - aggiunge nell'incontro pubblico - Siamo stati in piazza Tahrir insieme nel 2011".
"È un amico e un compagno. La vera ragione della sua prigionia sono i suoi ultimi dieci anni di attivismo". Che continua comunque a portare avanti, anche dietro le sbarre. Lo dicono le parole consegnate alla famiglia quando ha saputo che all'Eur si sarebbe svolta un'iniziativa su di lui: "Ha mandato due messaggi - dice Mohamed - Il primo: non dimenticatevi di me e dei 60 mila prigionieri egiziani. Il secondo: leggete il libro di Alaa Abd el-Fattah".
Il blogger e pensatore egiziano è in carcere, come Patrick. E come Patrick è detenuto a Tora. La sua udienza si terrà il prossimo 20 dicembre, insieme a lui alla sbarra anche il suo avvocato Mohamed al-Baqer (arrestato in un palazzo di giustizia proprio mentre lo difendeva) e il blogger Mohamed "Oxygen" Ibrahim, tutti accusati di diffusione di notizie false e in detenzione preventiva dal settembre 2019.
A Roma dall'Egitto, nell'attesa sfibrante dell'udienza, arriva anche la voce di Marise, la sorella di Patrick: "Ha sempre avuto il coraggio di difendere i diritti degli altri anche a rischio della propria libertà. Ora tocca a voi battervi per lui".
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