adnkronos.com, 11 luglio 2021
"I filmati diffusi dagli organi di stampa sulle violenze subite dalle persone detenute all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere ad opera della Polizia penitenziaria hanno acceso i riflettori su quello che sono le carceri italiane oggi. Luoghi gestiti dallo Stato, che dovrebbero rappresentare il grado di civiltà del medesimo, in cui sempre con maggiore frequenza avvengono fatti di inaudita violenza e gravità per i quali tutti e nei rispettivi ruoli dovranno assumersi le proprie responsabilità". È quanto si legge in un comunicato della Camera penale di Milano che "chiede pertanto con estremo vigore l'immediata emissione di un provvedimento d'indulto".
Quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere "evidenzia che il sistema penitenziario - al collasso da anni - ha faticato e fatica a reggere situazioni emergenziali, come da ultimo la crisi pandemica che altro non ha fatto se non acuire i problemi già esistenti. Sono oltremodo note le carenze strutturali che caratterizzano la quasi totalità degli istituti di pena che insieme al perenne sovraffollamento generano un clima di inaccettabile tensione e violenza di cui si discute solo in occasione di fatti eclatanti", continua la nota.
"Il cammino verso il rispetto dei principi costituzionali che disciplinano l'esecuzione della pena è quindi ancora assai tortuoso e necessita di essere affrontato con una seria e pronta riforma, ma non può prescindere da un concreto ed immediato provvedimento deflattivo della popolazione carceraria".
di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 11 luglio 2021
Tra i quindici detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere che dopo i pestaggi del 6 aprile 2020 nel reparto Nilo furono messi isolamento ce n'era uno che meno di un mese dopo, il 4 maggio, è morto. Si chiamava Akimi Lamine, era algerino e aveva ventotto anni.
Ed era schizofrenico. Secondo i magistrati che hanno condotto l'inchiesta c'è un legame strettissimo tra il decesso e i pestaggi, e infatti ritengono che i poliziotti penitenziari che lo picchiarono e quelli che ne disposero l'isolamento debbano rispondere di averne provocato la morte in seguito a torture e maltrattamenti. Ma il gip non ha accolto la tesi dei pm: per lui si è trattato di un suicidio, non ci sarebbero responsabili.
Sulla fine tragica di questo ragazzo, però, resta un'ombra enorme. Magari sarà anche vero che a provocarne il decesso fu l'abuso di farmaci, ma è vero sicuramente che quelle medicine che Akimi doveva prendere quotidianamente per mantenere un equilibrio psichico decente non gli furono date per quattro o cinque giorni, quando fu rinchiuso in isolamento al reparto Danubio. Ed è altrettanto vero che quando ricominciarono a dargliele, gli infermieri gliele consegnavano tutte insieme e se ne andavano, perché non era previsto che il detenuto dovesse assumere i farmaci sotto il controllo di un sanitario.
Poteva non prenderli affatto o prenderli tutti in una sola volta, nessuno avrebbe mai controllato. Eppure la mattina del 4 maggio, quando trovarono il corpo, c'erano pasticche sparse sul pavimento. E c'erano vomito e urina. Akimi era morto durante la notte e nessuno se ne era accorto. Perché non gli avevano dato nemmeno il piantone, un altro detenuto che condividesse la cella con lui e lo sorvegliasse. E del piantone l'algerino aveva diritto, ma quello che gli avevano messo accanto all'inizio dell'isolamento se ne era voluto andare perché Akimi urlava in continuazione, chiedeva le medicine, e lui non ce la faceva più a sopportarlo.
Era andata bene i primi giorni, quando l'algerino aveva dormito per ventiquattro o trentasei ore di seguito, e chissà se quel sonno eccessivo non fosse dovuto proprio alle botte prese, perché tutti i detenuti che lo videro la sera del 6 e che sono stati ascoltati dai magistrati, hanno raccontato che "aveva la testa gonfia", che "quella testa non era normale".
Di botte Akimi ne aveva prese tantissime. Più degli altri, perché lui non riusciva a controllarsi e reagì dando un pugno a un agente. "E allora lo schiattarono a terra", riferisce a verbale un detenuto che vide la scena, intendendo dire che lo massacrarono. Lo picchiarono così forte che un altro agente raggiunse i colleghi e li fermò: "Non lo uccidete perché se no lo paghiamo", disse mentre quelli lo riempivano di calci in faccia e dappertutto.
E lo picchiarono anche al Danubio, dove colpì un altro agente e quello reagì schiacciandogli la faccia contro il pavimento e colpendolo alla testa. Gli ultimi giorni Akimi parlava in arabo. Poche ore prima che morisse un poliziotto chiamò un altro detenuto algerino perché voleva capire che cosa stesse dicendo. Ma lui, quando vide il connazionale, disse soltanto: "Salutami mia madre".
di Nello Trocchia
Il Domani, 11 luglio 2021
Gli agenti penitenziari coinvolti nella mattanza del 6 aprile, il pestaggio ai danni di detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, hanno cercato una sponda politica nel leader della Lega Matteo Salvini. L'ex ministro dell'Interno non ha mai nascosto la sua vicinanza agli agenti anche quelli indagati per reati gravissimi, come la tortura, ma dalle informative dei carabinieri che hanno condotto l'indagine emerge anche un messaggio, inviato da uno dei poliziotti penitenziari alla pagina social di Matteo Salvini. Alessandro Biondi è un ispettore capo della polizia penitenziaria. Il giudice Sergio Enea ha disposto per Biondi gli arresti domiciliari perché su di lui, come su altri ufficiali indagati, "grava la responsabilità di aver diretto sul campo le operazioni di perquisizione senza l'adozione di cautela alcuna per scongiurare il sistematico pestaggio dei detenuti, cui alcuni di loro (Biondi Alessandro e Iadicicco Angelo) hanno, seppur sporadicamente partecipato".
Il 15 aprile, una decina di giorni dopo il pestaggio, quando ormai la repentina operazione di procura e arma dei carabinieri aveva messo al sicuro le immagini delle violenze, Biondi scrive un messaggio alla pagina Facebook "collegata, verosimilmente, al leader politico della Lega Nord Matteo Salvini", scrivono i militari dell'arma nelle informative. "Ciao matteo sono un poliziotto penitenziario al momento in quarantena per Covid 19. Nell'istituto di Santa Maria Capua Vetere dal 9 marzo si sono susseguiti una serie di eventi che hanno portato i detenuti ad avere una sorta di indipendenza gestionale. Per riprendere il controllo dell'istituto vi è stata una operazione di autorità", scrive Biondi. L'operazione è il pestaggio generalizzato, celato dietro la perquisizione straordinaria, disposta dal provveditore regionale Antonio Fullone, interdetto e indagato. "I detenuti e loro familiari strumentalizzando la cosa per tramite del garante e difensori si sono rivolti alla locale procura della repubblica e come puoi immaginare noi polizia non abbiamo garanti. Stiamo passando un brutto periodo. Se puoi tramite qualche tuo referente locale cerca di approfondire/intervenire in merito", conclude Biondi che a Salvini chiede anonimato e gli dice che ha sempre creduto nel leader della Lega. Il leader della Lega ha letto quel messaggio? Si è insospettito di quella formula "operazione di autorità"?
Salvini, contatto tramite il suo portavoce, non risponde e il suo staff ricorda il grande seguito che ha sui social il leader leghista. Ma quanto Biondi scriveva viene rappresentato pubblicamente da Salvini, quando l'11 giugno, arriva davanti al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Quel giorno i carabinieri eseguono una perquisizione sequestrando i cellulari a 57 agenti che vengono indagati per tortura. Una perquisizione che scatena un conflitto anche interno alla magistratura.
Il procuratore generale di Napoli Luigi Riello chiede una sollecita relazione alla procura sammaritana e all'arma dei carabinieri "al fine di accertare ogni dettaglio dell'operazione e la veridicità, o meno, di quanto riferito dalla stampa e denunciato da alcuni esponenti sindacali della polizia penitenziaria sulla correttezza del modus procedendi". Viene contestata la perquisizione davanti agli occhi dei familiari dei detenuti. Oggi si scopre, leggendo gli atti dell'inchiesta, che alcuni degli indagati venivano informati da complici ancora da identificare, già a metà aprile, pochi giorni dopo il pestaggio, di elementi dell'indagine coperti da segreto.
I buoni con la divisa - Salvini si precipita a Santa Maria Capua Vetere. "La mia solidarietà ai servitori dello stato indegnamente indagati. I buoni sono quelli in divisa e gli altri devono solo obbedire e fare le persone perbene", dice Salvini mentre gli agenti della polizia penitenziaria, anche alcuni coinvolti nell'inchiesta, lo applaudono. Salvini continua e sposa le tesi degli agenti torturatori che hanno depistato le indagini con foto e video manipolati per giustificare, con il ritrovamento falso di olio bollente e bastoni, l'orribile mattanza. "Una schifezza senza precedenti. Se ci sono state delle rivolte tu le rivolte nelle carceri con coltelli, fornellini e olio bollente difficilmente le plachi con le margherite e i fiorellini", dice Salvini l'11 giugno. L'ex ministro non cambia posizioni neanche dopo la lunga inchiesta di Domani che svela, tra settembre e ottobre, la mattanza.
di Eugenio Fatigante
Avvenire, 11 luglio 2021
Le perplessità del presidente Santalucia: "Valutare se la gente comprenderà l'improcedibilità". Cartabia: si dovevano correggere gli squilibri di Bonafede. Non sono solo i partiti (soprattutto M5s) in fibrillazione per il nuovo processo penale delineato dal tandem Draghi-Cartabia.
"Ci sono aspetti dei disegni di riforma che suscitano perplessità": il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, intervenuto ieri al congresso di Magistratura Democratica a Firenze, ha manifestato dubbi sulle misure contenute negli emendamenti al ddl sulla giustizia penale approvati giovedì sera in Consiglio dei ministri. La ministra della Giustizia ha spiegato ieri in una lunga intervista al Corsera che la nuova struttura "conserva l'impianto della prescrizione in primo grado della legge Bonafede", ma tuttavia "non si poteva evitare di correggere gli effetti problematici" di quel testo. Per questo sono stati stabiliti "tempi certi e predeterminati per la conclusione dei giudizi di appello e Cassazione".
Ed è proprio a questi che si riferisce il "numero uno" dell'Anm e all'impatto sulla società civile delle norme prospettate: "Occorrerà discutere", ha affermato risoluto, precisando però che l'associazione nel suo complesso non ne ha ancora discusso. Santalucia ha citato con preoccupazione le condizioni organizzative degli uffici giudiziari e delle Corti di appello. "Molte Corti territoriali - ha evidenziato - versano in sofferenza organizzativa, bisogna chiedersi se saranno capaci di rispettare la stringente tempistica processuale".
Ma, soprattutto, a dar da pensare è come potranno "impattare" sulla società. Per il presidente dell'Anm, infatti, "bisogna interrogarsi sulla comprensibilità sociale di una eventuale risposta di improcedibilità con vittime che avvertano ancora forte la ferita loro recata dal reato. Reato che la prescrizione non ha estinto, che magari è stato commesso non molto tempo prima, il cui ricordo sociale ben può essere ancora vivido e che potrebbe ancora essere ricondotto nell'area dell'obbligatorietà dell'azione penale".
Il presidente del "sindacato" dei magistrati è tornato poi anche a respingere al mittente l'accusa spesso rivolta alla magistratura di essere "casta": "Se si esprime una critica, qualche dubbio, un punto di vista in apparente controtendenza con quel che appare il pensiero dominante, si è accusati di essere e muoversi come casta", ha fatto notare invitando, dal momento che "viviamo in un tempo complicato, a sperimentare il valore dell'unità".
Un valore sottolineato anche dal vicepresidente del Csm, David Ermini, sempre al congresso di Md, che davanti alle critiche di vari parlamentari ha sostenuto di confidare sul fatto che le forze politiche "responsabilmente convergano su soluzioni condivise e nel solo interesse generale di un sistema giudiziario efficace e giusto". Perché "la sede naturale per riforme condivise" è "il Parlamento, anziché un percorso referendario che, in ragione della sua natura necessariamente abrogativa, potrebbe condurre esclusivamente a esiti parziali e asistematici".
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 11 luglio 2021
Da qualche tempo, e con rinnovato vigore negli ultimi giorni, sulla prescrizione penale si è sviluppato un confronto che farebbe sfigurare i cori delle rispettive curve nei derby Milan/Inter o Roma/Lazio, senza risparmiare neppure il classico dei classici degli insulti da stadio: "Arbitro cornuto". Matteo Renzi questa volta abbandona il più ruvido "asfaltare" e, forse per galanteria verso la ministra, attenua i toni: "Non è la riforma che sognavamo, ma è finita l'era Bonafede. Cartabia lo ha sbianchettato".
Ma non va per il sottile invece l'avvocato Giulia Bongiorno: "La "bomba atomica" di Bonafede è stata finalmente superata". Salvini, che alterna i toni da "legge e ordine" con il sostegno ai referendum "garantisti", si tiene le mani libere limitandosi a un più prudente preannuncio di modifiche da presentare in Aula. Meno sobrio l'avvocato Gian Domenico Caiazza in un lungo intervento così sintetizzato nel sommario: "Piangono i forcaioli d'Italia: è morta la legge che voleva tutti prigionieri del processo, un obbrobrio fuori dalla Costituzione".
Per non farsi mancare nulla il quotidiano "Libero" si esibisce in una ardita incursione al Tribunale di Tempio Pausania. "Coincidenze sospette. Grillo aiuta la Cartabia e Ciro non va a giudizio. Il fondatore fa digerire ai Cinque Stelle la riforma della giustizia che sconfessa Bonafede. Il giorno successivo l'udienza preliminare del processo al figlio slitta al 5 novembre". Il tema prescrizione irrompe nel dibattito in corso all'interno dei 5 Stelle: "Grillo si schiera con Draghi. L'ira di Conte".
Alcuni schieramenti erano prevedibili. Curiosa la posizione dell'ex Guardasigilli Bonafede che liquida la riforma Cartabia: "Una falcidia processuale che produce isole di impunità e che, comunque, allungherà i tempi dei processi". L'intervento sulla prescrizione tecnicamente è oggetto di un emendamento aggiuntivo all'art. 14 del Disegno di legge AC 2435, che l'on. Bonafede dimentica forse di aver a suo tempo presentato quale ministro. Degli altri 17 emendamenti della "riforma Cartabia", alcuni recepiscono le innovative proposte della commissione Lattanzi, nominata dalla stessa ministra, ma non pochi sono i miglioramenti tecnici a originarie formulazioni della "riforma Bonafede".
Ma torniamo alla prescrizione. La legge ad personam ex Cirielli ha ormai da tempo raggiunto gli scopi per i quali era stata introdotta, ma seguita a vanificare indagini e processi anche per reati gravi e anche dopo la pronuncia di primo grado. Era maturo il tempo per un intervento e nel dibattito tra i giuristi vi erano diverse proposte per attuare un ragionevole equilibrio.
La prescrizione è concetto ignoto al processo accusatorio. Il blocco dopo il giudizio di primo grado è la regola in gran parte d'Europa, ma nella nostra situazione potrebbe portare al "fine processo mai". La equilibrata modifica introdotta con la riforma del ministro Orlando non ha fatto in tempo a essere sperimentata, per la sopravvenuta riforma del governo giallo-verde. Il processo infinito non è la soluzione, ma occorre evitare che la prescrizione sia agevolmente raggiungibile.
L'emendamento Cartabia o lodo Draghi che dir si voglia, propone una tra le tante opzioni tecnicamente possibili. Si pongono dei limiti temporali oltre i quali il processo si blocca, ma l'obbiettivo deve essere quello che i processi si concludano in tempi ragionevoli e che la prescrizione non operi se non in casi del tutto marginali. Non dobbiamo dimenticare ovvietà.
La ragionevole durata del processo non in ogni caso è un obbiettivo che l'imputato desidera perseguire: anche ove consapevole che le probabilità di sfuggire alla condanna sono limitatissime cercherà almeno di rinviare l'esito negativo il più possibile e solleciterà il difensore a utilizzare tutti, nessuno escluso, i mezzi previsti dalla legge utili allo scopo. Il difensore, nei limiti della correttezza processuale, ha il dovere di fornire il supporto tecnico alla scelta del cliente. Il difensore ha il dovere deontologico di avvertire il cliente che una impugnazione meramente dilatoria con possibilità di successo zero, può far fruttare la prescrizione.
Sono le regole del processo che devono individuare il punto di equilibrio tra fondamentali e irrinunciabili garanzie di difesa e l'obbiettivo che il processo si concluda il più celermente possibile. Del tutto opportuno è avere compreso anche i processi per corruzione tra quelli con prescrizione più lunga. Non è questa la sede per una analisi delle tante innovazioni, tra processo telematico, notificazioni, criteri per l'archiviazione, per citarne solo alcune, che contribuiranno a velocizzare i processi. Ma forse la novità più importante è quella dell'art.15 bis che introduce il "Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia penale".
Servono norme processuali più agili, ma il nodo fondamentale è l'aspetto organizzativo. Vi sarà una ragione se oggi, a parità di normativa, il problema prescrizione è pressoché irrilevante a Milano, mentre raggiunge percentuali pesanti in altre sedi e se la durata dei processi di appello vede una forbice inaccettabile tra le Corti più virtuose e quelle meno. L'organizzazione della giustizia non è "un altro discorso" e sarebbe auspicabile che suscitasse una benché minima percentuale dell'interesse dedicato alla prescrizione.
di Giulia Merlo
Il Domani, 11 luglio 2021
La prescrizione approvata ieri dal drammatico Consiglio dei ministri in cui si è rischiato lo strappo del Movimento Cinque Stelle prevede lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione. Per le due successive fasi di giudizio, invece, sono previsti tempi prefissati: una durata massima di due anni per i processi d'appello e di un anno per quelli di Cassazione. È prevista la possibilità di una ulteriore proroga di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione per processi complessi relativi a reati gravi, tra i quali sono previsti associazione a delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, violenza sessuale e, per volontà dei Cinque stelle, i reati gravi contro la pubblica amministrazione come corruzione, concussione. Sono esclusi i reati imprescrittibili, cioè quelli puniti con ergastolo. Decorsi tali termini, interviene l'improcedibilità: il reato dunque non si prescrive, ma viene dichiarato improcedibile per decorso dei termini.
Quanto all'entrata in vigore, una volta approvata dal parlamento, la nuova previsione verrà applicata per tutti i reati commessi a partire dal 1 gennaio 2020, esattamente la data in cui avrebbe dovuto prendere efficacia lo stop alla prescrizione voluto dal precedente governo.
Contro - Contro la prescrizione di Cartabia, le critiche più forti sono state espresse da Alessandro Di Battista, che ha condiviso il contenuto di un editoriale di Marco Travaglio in cui si evidenzia il rischio che la prescrizione processuale lasci tutti impuniti. Secondo i detrattori della riforma, infatti, basterebbe che gli avvocati o i magistrati decidano di perdersi in lungaggini processuali per pilotare il processo di appello e cassazione sul binario per l'improcebidilità.
Pro - In realtà - ammesso che questi strumenti dilatori siano percorribili nonostante le deroghe per i reati più gravi - la logica che ha guidato la riforma è quella di salvaguardare la ragionevole durata del processo, che non ha termini fissati per il primo grado, evitando di incorrere in sanzioni europee: "Il processo penale, nel suo complesso, non potrebbe durare più di nove anni dopo l'esercizio dell'azione penale. Un tempo massimo comunque considerevole, se si considera che non comprende la fase delle indagini", si legge nella relazione della commissione.
Sostanzialmente, l'argomento a favore della riforma è quello di ritenere che, anche con la prescrizione processuale per i gradi di appello e cassazione, il tempo per arrivare a sentenza definitiva è comunque consistente.
L'inquadramento complessivo - I sostenitori della riforma, inoltre, non considerano la prescrizione come un provvedimento isolato ma lo contestualizzano nel testo complessivo del ddl penale, che prevede una serie di norme per velocizzare i processi, in modo che tutti giungano a sentenza senza finire nella tagliola nè della prescrizione sostanziale prima della sentenza di primo grado, né di quella processuale negli altri due. Gli strumenti sono da un lato la digitalizzazione e le tecnologie informatiche che dovrebbero ridurre le lungaggini burocratiche, dall'altro le previsioni procedurali.
Si stabilisce che il pubblico ministero possa chiedere il rinvio a giudizio dell'indagato solo quando gli elementi acquisiti consentono una "ragionevole previsione di condanna", con una rimodulazione dei termini di durata massima delle indagini rispetto alla gravità del reato. Inoltre, alla scadenza del termine di durata massima delle indagini, fatte salve le esigenze specifiche di tutela del segreto investigativo, si prevede un meccanismo di discovery degli atti, a garanzia dell'indagato e della vittima, anche per evitare la prescrizione del reato associato a un intervento del giudice per le indagini per le indagini preliminari che in caso di stasi del procedimento. Vengono estese le ipotesi di citazione diretta a giudizio, riducendo ai reati di particolare gravità la previsione dell'udienza preliminare.
Infine, si allargano le maglie di accesso ai procedimenti speciali. In particolare per il patteggiamento: si prevede che, quando la pena detentiva da applicare supera i due anni, l'accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene accessorie e alla loro durata.
Per il giudizio abbreviato si prevede che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, nel caso di mancata proposizione di impugnazione da parte dell'imputato. Nel giudizio ordinario si prevede che, nell'ipotesi di mutamento del giudice o di uno o più componenti del collegio, il giudice disponga, in caso di testimonianza acquisita con videoregistrazione, la riassunzione della prova solo quando lo ritenga necessario sulla base di specifiche esigenze. Tutto questo dovrebbe produrre l'effetto di limitare significativamente i procedimenti a rischio prescrizione.
La Nazione, 11 luglio 2021
Una protesta è in corso dalla serata di sabato 10 luglio nel carcere fiorentino di Solllicciano da parte di otto detenuti che sono saliti sul tetto del carcere. "Otto detenuti si sono rifiutati di far rientro nelle rispettive celle all'orario previsto delle 21 e successivamente hanno divelto le inferriate delle finestre del locale docce. Da lì si sono arrampicati fino al tetto del carcere, da dove hanno inscenato una protesta ancora in corso. I motivi sarebbero riconducibili al non aver ottenuto alcuni benefici richiesti alla magistratura di sorveglianza", spiega Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria.
Secondo le prime informazioni, all'interno del carcere ci sarebbe stato anche un principio di incendio, tanto da richiedere l'intervento dei vigili del fuoco.
De Fazio continua: "Dopo i drammatici video di Santa Maria Capua Vetere il clima nelle nostre carceri è ancora più incandescente. Da un lato il Corpo di polizia penitenziaria colpito nell'orgoglio, mortificato e ancor di più demotivato, dall'altra alcune frange della popolazione detenuta animate da sentimenti di rivalsa e convinte anche di poter infrangere impunemente le regole. Questi elementi, di per sé fortemente destabilizzanti, divengono assolutamente pericolosi in un carcere come quello di Firenze Sollicciano da mesi senza né direttore né comandante della Polizia penitenziaria titolari e con ben 650 detenuti presenti, di cui 451 stranieri, a fronte di una capienza regolamentare inferiore a 490 posti".
Al momento, dice ancora De Fazio "gli otto detenuti sono ancora sul tetto, sorvegliati a distanza dalla Polizia penitenziaria che cerca di negoziarne il rientro. È di tutta evidenza, però, che il Governo, la ministra Cartabia e il sottosegretario Sisto non abbiano molto tempo per le teorizzazioni accademiche e servano immediati interventi concreti. Non è tollerabile, per esempio, che a fronte di sei diverse dirigenze annoverate nell'Amministrazione penitenziaria, cui aggiungere i magistrati fuori ruolo, si lascino carceri con migliaia di detenuti e operatori privi di una guida stabile e certa, tanto più se, proprio come nel caso di Sollicciano, il comandante titolare della Polizia penitenziaria viene per scelta destinato a compiti non operativi.
Il Roma, 11 luglio 2021
Oggi nel carcere di Poggioreale è terminato il progetto "È in gioco la tua vita" un intervento socio-educativo diretto al trattamento della ludopatia, iniziativa promossa da Samuele Ciambriello Garante campano dei diritti delle persone private della libertà personale e realizzata dall'associazione "Sognatore nel deserto".
Il manuale disgnostico e statistico dei disturbi mentali definisce la ludopatia come "comportamento problematico persistente e ricorrente legato al gioco d'azzardo". Esso viene inserito nella categoria diagnostica dei disturbi ossessivi compulsivi e inquadrato nelle "dipendenze senza sostanze". Il corso si è svolto due volte la settimana presso il reparto Roma, il martedì e il sabato, dalle 13 alle 15.
Il numero totale degli incontri è stato di 33, ovvero dal 9 marzo 2021 al 3 luglio 2021, per un totale di 66 ore., ed ha visto coinvolti 16 detenuti. Presenti all'iniziativa per la consegna degli attestati il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, la vicedirettrice del carcere Giulia Leone, il garante di Napoli Pietro Ioia, le animatrici del progetto Maria Donata Chiarappa e Simona Napoli.
Per Samuele Ciambriello:" la ludopatia è fortemente connessa ad ulteriori patologie psichiatriche e di dipendenza, del quale quest'ultima può esserne in alcuni casi causa, in altre conseguenza, in altri ancora può affiancarsi in maniera indipendente e influenzarle. Obiettivo specifico del progetto è stato l'avvio di un percorso di consapevolezza rispetto alla dipendenza da gioco patologico. I sotto-obiettivi sono stati la suddivisione per aree di intervento: emotiva, cognitiva e comportamentale. Ringrazio l'associazione Sognatore nel deserto che anche per altri progetti sia a Poggioreale che in altri istituti ha mostrato la sua sensibilità e competenza per tematiche sensibili".
di Maso Notarianni
Il Domani, 11 luglio 2021
Nella notte di venerdì, dopo giorni di navigazione difficilissimi, la Ocean Viking è arrivata nel porto di Augusta. A bordo della nave della ong Sos Méditerranée ci sono 572 naufraghi raccolti nel Mediterraneo centrale. Complicato effettuare il test anti Covid a tutti. I migranti potrebbero dover rimanere a bordo per giorni in condizioni impossibili.
"Un delirio". Inizia così il racconto dalla nave Ocean Viking che venerdì, dopo giorni di navigazione, ha attraccato al porto di Augusta. Un delirio perché non si sa quanto tempo servirà per fare il test per il Covid a tutti i 572 naufraghi raccolti dalla ong Sos Méditerranée che saranno così costretti a scendere a terra e poi tornare a bordo perché sulla nave manca lo spazio fisico per poter effettuare i tamponi. Nel frattempo hanno iniziato a sbarcare i più fragili. "Abbiamo a bordo un pupo di 4 mesi, due ragazzi paraplegici uno dei quali in sedia a rotelle, che sono a bordo dal primo salvataggio e cioè da undici giorni, abbiamo donne incinte, abbiamo persone ferite da spari, abbiamo persone ustionate. Circa 150 minori non accompagnati. Un delirio". Appunto.
Le violenze libiche - "Le donne portano in grembo il "frutto" delle violenze subìte nelle prigioni libiche. Donne e uomini hanno ferite da arma da fuoco perché sono stati colpiti dalle pallottole dei carcerieri e delle guardie libiche, magari pallottole prodotte in Italia e poi regalate dal nostro governo". Moltissimi dei naufraghi raccolti hanno ustioni anche gravi causate da quella devastante miscela che si forma quando acqua salata e benzina si mescolano producendo un liquido pericolosissimo.
Di quel liquido era pieno il fondo della barca del terzo dei quattro soccorsi effettuati in questa missione della Ocean Viking. "Un salvataggio casuale. Il barchino, di legno, non era stato segnalato da nessuno degli aerei della società civile che fanno spotting sul Mediterraneo centrale e tantomeno dalle autorità. Lo abbiamo visto per caso: un puntino bianco nella immensa vastità deserta. Erano le sette di sera quando uno dei volontari che costantemente monitorano il mare con i binocoli lo ha notato. Ci siamo avvicinati con i gommoni dopo aver capito che era un'imbarcazione. A bordo c'erano 26 persone. Non un telefono, non una radio, non un gps. Nulla per comunicare la loro disperata situazione. Sul fondo della barca c'erano già 20 centimetri di acqua e benzina. Erano le sette di sera, per fortuna il mare era ancora calmo. Alle dieci c'era un metro e mezzo di onda. Non li avessimo trovati sarebbero tutti morti annegati. La maggior parte di loro erano minori. Non sarebbero nemmeno finiti nelle statistiche che contano i morti e i dispersi, perché nessuno sapeva che fossero in mezzo a quel nulla infernale che può diventare il Mediterraneo centrale quando sei in una situazione come quella".
Gli invisibili - Quando chi opera sulla frontiera più assassina del mondo dice che le cifre ufficiali sono enormemente sottostimate lo fa perché è stato testimone diretto della casualità di certi salvataggi, e perché solo stando in mezzo a quel mare ci si rende conto di quanta fortuna ci vuole per essere visti nel mezzo del nulla se non si hanno mezzi per comunicare, è capitato anche a chi scrive. "È stata davvero una missione durissima", raccontano ancora da bordo mentre la Ocean Viking entra nel porto di Augusta. "Era notte quando abbiamo fatto l'ultimo soccorso, uno dei più numerosi degli ultimi anni: una wooden boat con a bordo 369 persone. Un delirio".
Le wooden boat sono le imbarcazioni di legno che hanno ricominciato ad attraversare il Mediterraneo, o quantomeno a provarci. Molto più grandi dei gommoni, erano scomparse negli ultimi quattro anni dalla rotta libica. Da qualche tempo sono ricomparse, segno che i libici - che gestiscono i flussi di persone per ottenere regalie oppure più distrazione verso i loro traffici di petrolio e armi di contrabbando - stanno spingendo per ottenere qualche cosa dall'Italia e dall'Europa. "Ma quattro anni fa, quando si trattava di soccorrere una wooden boat in difficoltà, intervenivano più navi, o delle ong o delle marine militari o della guardia costiera. Insomma c'era un coordinamento, perché gestire un trasbordo di centinaia di persone è una impresa davvero difficile e rischiosa". Il barcone era stato visto da un aereo di Pilotes Volontaires durante il giorno. Ma quando la Ocean Viking è arrivata in zona, era già notte. "Ci siamo messi a pattugliare la zona sia con i gommoni sia con la nave. Ma per quanto possa essere grande una imbarcazione, di notte è come cercare un ago in un pagliaio".
La luce che può emettere una wooden boat arriva a un miglio e mezzo, forse due. E la zona che i volontari di Sos Méditerranée si sono trovati a pattugliare era di molte decine di miglia. "Nel nostro caso si trattava, in sostanza, di trovare una lucetta in mezzo al nulla. È andata bene, l'abbiamo trovata. Ma era tanto fioca che credevamo fosse una boa. Quando abbiamo acceso le nostre torce, ci siamo trovati davanti a una imbarcazione che dai gommoni pareva enorme. Abbiamo impiegato quasi sei ore per fare il trasbordo di tutti i naufraghi.
Ci sembrava che non finissero mai, perché tanti caricavamo sui gommoni tanti salivano da sottocoperta. A un certo punto si sono messi a vomitare tutti, perché erano troppo compressi gli uni sugli altri. Un delirio. Abbiamo fatto avanti e indietro più di trenta volte con due gommoni per portarli tutti a bordo della nostra nave. Noi ce l'abbiamo fatta, ma è davvero assurdo che si sia rimasti soli, che non ci siano le istituzioni a operare i salvataggi. E che poi, per giunta, ci abbiano fatto attendere tutto questo tempo per assegnarci un porto di sbarco".
Enrico Letta nel 2015 twittava: "Ripristinare Mare Nostrum. Che gli altri paesi europei lo vogliano oppure no, che ci faccia perdere voti oppure no". Speriamo che non abbia cambiato idea, e che ripensi anche alla concessione del finanziamento italiano alla cosiddetta guardia costiera libica.
di Floriana Bulfon
L'Espresso, 11 luglio 2021
L'emergenza Covid in un primo momento ha colto alla sprovvista le organizzazioni del narcotraffico. Che però si sono adeguate in fretta. Adottando i bitcoin per i pagamenti, il web per il monitoraggio e finti rider per le consegne in zona rossa.
Inventività e flessibilità. Le narcomafie hanno saputo adattarsi all'emergenza da pandemia riconvertendo in fretta il business più redditizio. Hanno intrecciato joint venture transnazionali per aggirare i lockdown e le frontiere chiuse, assicurandosi nuove rotte per gestire l'intera filiera, dalla produzione al consumo. Hanno nascosto i carichi di cocaina in sottomarini capaci di attraversare l'Atlantico o stipato l'eroina liquida nei serbatoi dove nessuno controlla. E, come tutte le altre attività imprenditoriali durante il Covid-19, si sono convertite ovunque alla dimensione digitale, dalle contrattazioni online con servizi di messaggistica criptata fino alle consegne a domicilio con i pusher travestiti da rider.
All'inizio la pandemia li ha spiazzati. Per loro è stata una doppia minaccia, che ostacolava le vendite al dettaglio nelle piazze e le esportazioni all'ingrosso tra nazioni. C'è stata una rapida carenza di materiali e mezzi. Basti pensare ai precursori per le metanfetamine, prodotti soprattutto in Cina. Proprio a Wuhan, dove tutto è partito, ha sede la Yuancheng Group un'azienda chimica premiata in patria come innovativa, ma che per il giornalista americano Ben Westhoff, autore del libro Fentanyl, Inc, ha una clientela privilegiata: i cartelli messicani. Gli effetti della crisi però sono stati temporanei, il traffico di droga è la fonte più remunerativa e le organizzazioni criminali hanno sviluppato schemi operativi innovativi. Con un salto di qualità. Basta con i corrieri che ingoiano ovuli: si è passati completamente alle catene logistiche commerciali e ai container. Quanto allo spaccio, meglio il web: ordini telematici, quasi mai in contanti, e spedizioni postali a domicilio.
Così dopo un iniziale rallentamento i traffici sono volati. Un segnale arriva dai sequestri e per l'Italia è record: ben 58 tonnellate, oltre il 7 per cento in più del pre-pandemia. A colpire sono soprattutto i dati sulla cocaina: 13,4 tonnellate con un aumento del 62,2 per cento rispetto al 2019, che aveva già segnato un traguardo mai raggiunto di oltre 8 tonnellate sequestrate. Più della metà arriva dal porto di Gioia Tauro. La conferma che questo è sempre l'affare principale per la 'ndrangheta che "mantiene un ruolo egemone nei circuiti globali con Gioia Tauro come hub anche per i carichi diretti nella regione balcanica", come spiega il vicecapo della Polizia Vittorio Rizzi. Le organizzazioni albanesi e serbo-montenegrine hanno ormai consolidato un ruolo di primo piano nel traffico, instaurando rapporti di stretta collaborazione sia con i cartelli dei produttori sia con le nostre mafie.
La relazione annuale della Direzione centrale dei servizi antidroga fotografa lo sviluppo dello spaccio online: ci si muove sul dark web o sui canali social. Si può acquistare comodamente dal divano, pagando in criptovalute su piattaforme terze. I servizi di delivery sono garantiti da pusher camuffati da rider o da dog sitter, categorie libere di muoversi anche in zona rossa: l'accordo avviene con il telefonino, su una chat criptata, e allo spacciatore sarà sufficiente nascondere la droga in un posto concordato. Naturalmente, come per l'e-commerce ci sono pure le spedizioni postali. "La pandemia ha fatto accelerare questi processi, per questo stiamo lavorando ad accrescere l'intervento nel territorio virtuale", sottolinea il generale della Guardia di Finanza Antonino Maggiore a capo dei nostri servizi antidroga.
Si punta a formare il personale e acquisire software di ultima generazione per monitorare le consegne gestite da corrieri pubblici e privati. Con un occhio di riguardo alle droghe sintetiche, trattate soprattutto in rete: il lockdown ha fatto decollare il consumo tra i giovanissimi. C'è un boom delle nuove sostanze psicoattive, molecole ottenute attraverso una costante manipolazione delle strutture chimiche di base e ancora non inserite tra le sostanze vietate: solo lo scorso anno ne sono state individuate ben 46.











