di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 8 dicembre 2021
Un sommerso che invece si salva, torna libero, si riguadagna un pezzo inatteso di futuro. Preparati a lasciare la tua cella, Patrick Zaki, figlio sgradito d'Egitto, fratello di tanti studenti italiani che ti hanno adottato. Questione di ore, massimo di giorni, e l'incubo senza fine dove eri precipitato svanirà. O almeno dovrebbe, condizionale d'obbligo quando si ha a che fare con Paesi che non praticano la democrazia ma il suo contrario.
Hai nelle ossa, nei polmoni, negli occhi l'enormità di 670 giorni di carcere infame, senza materasso per dormire, senza medicine per curarti l'asma, senza una colpa da cui difenderti né una ragione per sopportare il fatto che di colpo, un giorno, il 7 febbraio 2020, a neanche 29 anni, ti hanno tolto all'improvviso la libertà. Ma tu hai resistito a tutto.
Ti sei aggrappato come un naufrago alla speranza che da qualche parte, specialmente in quell'Italia dove eri stato studente per un master a Bologna, non si erano dimenticati di te. E forse questo ha contato nell'esito clamoroso di queste ore. Forse la mobilitazione di movimenti, università, città, instancabile nonostante le frustrazioni dei ripetuti prolungamenti della tua detenzione preventiva (45 giorni più altri 45 più altri 45), qualcosa ha smosso nei meccanismi ineluttabili e perversi del potere.
Forse la richiesta di cittadinanza italiana, avanzata all'unanimità dalla maggioranza del Parlamento che sostiene il nostro governo, ha aiutato una diplomazia impigrita da una ragion di Stato che, in nome degli affari e delle convenienze strategiche, è spesso capace di chiudere un occhio, e anche tutti e due.
Forse hanno avuto un peso le parole di Liliana Segre, quando si è spinta fino in Senato a Roma per sostenerti: "Sono qui come nonna di Zaki, e come lui so che cosa vuole dire la porta chiusa di una cella e l'angoscia che possa succedere di peggio quando si apre". E forse, da ultimo, non è stata inutile anche la pressione di alcuni giornali, e il Corriere della Sera è tra questi quando ancora ieri raccontava il tormento dei tuoi genitori e di tua sorella, in attesa come tutto il mondo libero di quello che ti sarebbe successo all'indomani, udienza importante del tuo irreale calvario giudiziario.
I fari tenuti accesi sul buio della tua prigione hanno magari impedito che quel buio diventasse impenetrabile. Vero che non è finita. Non è quasi mai finita quando c'è di mezzo un regime che si considera arbitro e padrone delle vite degli altri, dei suoi cittadini, dei sudditi. Dovrai ripresentarti davanti a una Corte egiziana il primo febbraio, perché sarai anche libero ma non ancora assolto (da quale accusa, chissà). Potrebbero decidere di tornare a rovinarti l'esistenza in qualsiasi momento. Ma intanto sei praticamente fuori, potrai dormire prestissimo, una delle prossime notti, nella tua casa di Mansoura, con la famiglia che ti ha aspettato ogni secondo di questi 22 mesi, o magari anche tornare a studiare in quella Bologna, dove in ogni tua lettera dal carcere bestiale di Tora, al Cairo, chiedevi di poter ripartire dopo il tunnel dove ti avevano cacciato. "Riportatemi in piazza Maggiore. Grazie alla città, alle bandiere gialle. Io combatterò per questo".
Combattere e vedere riconosciuto, in un giorno di festa, che non è impossibile, che non è tutto inutile, è un segno che pretende un seguito. Le pressioni delle piazze, della società civile, e l'effetto domino che determinano sulle attenzioni di un Paese come l'Italia, possono davvero cambiare il corso delle cose, anche per gli ultimi, le vittime più incolpevoli della perdita di qualsiasi valore per il rispetto dei diritti fondamentali dell'essere umano. Salvato, per adesso, il soldato Zaki, arruolato in una guerra di inciviltà che non lo ha mai riguardato, diventa ancora più urgente proseguire con convinzione sulla stessa strada. È evidente che il prossimo passo, nei confronti dell'Egitto, non può che avere a che fare con la riapertura del processo sulla fine ignobile di Giulio Regeni. Quella vita meravigliosa non si può più salvare. Ma almeno tutta la verità sulla sua esecuzione e i suoi assassini, ecco, quello è un obiettivo non contrattabile, non più rinviabile, irrinunciabile. La liberazione di Patrick è benedetta ma si completa soltanto con la fine dell'omertà sullo studente Giulio, italiano del mondo.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 8 dicembre 2021
La decisione del tribunale di Mansoura: non è assolto dalle accuse, ma lascerà a breve la prigione dove è detenuto da 668 giorni. Prossima udienza il primo febbraio 2022. Il fascicolo contro lo studente rimane aperto. La difesa: datecelo. Non potrà lasciare l'Egitto ma non avrà obbligo di firma, fa sapere la sua legale.
Era l'incredulità ieri a occupare i corridoi del tribunale per i reati contro la sicurezza dello Stato di Mansoura, sul Delta del Nilo. Ci si aspettava un rinvio, o addirittura la sentenza. Il giudice ha optato per una terza via: la scarcerazione di Patrick Zaki in attesa della prossima udienza, la quarta, che si terrà il primo febbraio 2022. A piede libero, dunque, o come dicono in Egitto quando un prigioniero politico esce dal carcere "sull'asfalto".
Non c'è stata assoluzione, il processo continua, ma è anche vero che dopo 668 giorni dietro le sbarre il giovane studente egiziano dell'Università di Bologna torna a casa dalla sua famiglia. Non più in una cella piccola, sporca, costretto a dormire a terra. I primi a non crederci erano proprio loro, i suoi familiari. In alcuni video si vede la sorella Marise camminare avanti e indietro fuori dall'aula con il telefono in mano, quasi non ci credesse. E poi il pianto, insieme alla madre. Sul rilascio effettivo, ieri sera non c'erano certezze: potrebbe avvenire oggi, ma forse dovrà ripassare prima dalla maxi prigione di Tora, al Cairo, dov'era detenuto. Di certo, spiegava ieri all'Ansa Luban Darwish, rappresentante dell'ong con cui collaborava, l'Egyptian Initiative for Personal Rights, che "la procura non può fare ricorso contro la decisione". L'udienza di ieri, la terza dall'apertura del processo lo scorso 14 settembre, è durata appena quattro minuti, Zaki li ha trascorsi nella cella destinata agli imputati, vestito con la tuta bianca. Al rappresentante diplomatico italiano ha detto di stare bene, ha alzato il pollice.
La sua legale, Hoda Nasrallah, ha chiesto alla corte di poter accedere all'intero fascicolo della procura per preparare la difesa, ai verbali della Sicurezza nazionale e alle registrazioni delle telecamere di sorveglianza dell'aeroporto del Cairo, dove Patrick è stato arrestato il 7 febbraio 2020 di ritorno dall'Italia. Poco dopo, l'annuncio del rinvio e del rilascio.
Non potrà lasciare l'Egitto, ma non sarà sottoposto a obbligo di firma, secondo quanto detto da Nasrallah all'agenzia egiziana Mada Masr. La libertà provvisoria non pone fine al procedimento legale: resta aperto il fascicolo per diffusione di notizie false (considerato reato politico) per cui rischia cinque anni, sulla base di tre articoli scritti per la rivista online Daraj sulle condizioni della minoranza copta. Ieri l'intero - o quasi - spettro politico italiano ha festeggiato. Anche il governo, a partire dal presidente del Consiglio Mario Draghi che, riporta una nota di Palazzo Chigi, "esprime soddisfazione per la scarcerazione di Patrick Zaki la cui vicenda è stata e sarà seguita con la massima attenzione dal governo italiano".
Il ministro degli esteri Luigi Di Maio su Twitter lascia intendere un ruolo dietro le quinte della diplomazia italiana: "Adesso continuiamo a lavorare silenziosamente, con costanza e impegno. Un doveroso ringraziamento al nostro corpo diplomatico". Un tweet che sembra confermare quanto riportato da fonti del ministero all'Adnkronos: Di Maio avrebbe avuto in merito una serie di incontri con l'omologo egiziano Sameh Shoukry.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 8 dicembre 2021
Marilena Umuhoza Delli, papà leghista bergamasco, mamma ruandese, a Cannaregio sta crescendo la sua bimba che, trent'anni dopo, si trova alle prese con un po' di problemi identici ai suoi. "Perché non te ne torni a casa tua?" È una vita che Marilena Umuhoza Delli, papà leghista bergamasco, mamma ruandese sposata quando lui era missionario in Africa, si sente fare la stessa domanda. E una vita che risponde, con l'accento di Bèrghem: "Io mi trovo esattamente nell'unico paese abbia mai conosciuto: l'Italia. Dove sono nata, sono cresciuta, sono stata insultata. Non c'è altro posto in cui vorrei essere".
Certo, ha studiato e vissuto pure in California, dove ha trovato Ian Brennan, un produttore musicale che ha sposato e si è tirata dietro nelle amate terre, "ma è l'Italia casa mia". Più precisamente, oggi, sta sciacquando i panni nelle acque veneziane. A Cannaregio ha casa, a Cannaregio sta crescendo la sua bimba che, trent'anni dopo, si trova alle prese con un po' di problemi identici ai suoi. A partire da quel "vezzeggiativo", diciamo così, che anche a lei fu appiccicato e che non ha mai sopportato: "negretta".
La parola scelta per ricostruire la sua storia nell'ultimo libro edito da Red Star Press: "Negretta, Baci razzisti". Dove racconta luci e ombre, momenti di felicità e di sconforto di una donna con due anime, italiana e africana. Le stesse che, con un'altra amica italo-africana, Sambu Buffa, consulente in comunicazione e marketing inclusivo, ha riassunto ieri presentando su Instagram un progetto: l'Academy dell'antirazzismo. Obiettivo: "Colmare il vuoto accademico dei curricula scolastici italiani che oscurano la storia della comunità italiana di origine straniera, un importante pezzo della cultura del nostro Paese. E che omettono le responsabilità italiane nel corno d'Africa, contribuendo ad alimentare stereotipi negativi legati al corpo nero (già vilipeso e ridicolizzato dai mass media e negli stessi libri scolastici, dove il colore nero e il suo portatore sono associati al male, alla violenza, alla disperazione).
Non solo, gli attuali curricula non riflettono la diversità presente nelle aule italiane, dove studenti di origine straniera non si sentono rappresentati e dove è assente un vero e proprio percorso didattico di intercultura". Il sogno? "Sarebbe riuscire a confrontarci con ragazzi nati e cresciuti in ambienti in cui era facile cadere nei preconcetti che han ferito anche me e Sambu. E sostenere famiglie transrazziali perché possano prevenire e difendersi dagli attacchi di razzismo e crescere consapevoli, empatici e orgogliosi della loro identità".
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2021
Decine di migliaia di bambini di oltre 60 paesi, detenuti nel campo di al-Hoq, nel nord-est della Siria, gestito dall'Amministrazione autonoma curda, languono in condizioni inumane nell'indifferenza dei governi che non mostrano alcuna intenzione di rimpatriarli. Lo ha denunciato Amnesty International, sottolineando che questi bambini non hanno accesso adeguato al cibo, all'acqua potabile e a servizi essenziali come le cure mediche e l'istruzione e vivono separati dai genitori o da chi ne ha la tutela.
Da quando, nel 2019, è terminato il conflitto col gruppo armato Stato islamico, circa 60 mila persone - soprattutto donne e bambini - di nazionalità siriana, irachena e di altri stati sono state poste in stato di detenzione nel campo di al-Hoq. In questa struttura, sotto il controllo dell'asayish, la polizia dell'Amministrazione autonoma curda, si trovano sospettati di affiliazione allo Stato islamico, ma anche migliaia di persone che per fuggire dal conflitto avevano trovato riparo nel campo. La sezione principale ospita siriani e iracheni, mentre in quella chiamata "L'aggiunta", separata dal campo principale da un posto di blocco, si trovano donne e bambini provenienti da altri stati. Qui operano organizzazioni umanitarie che forniscono un minimo di cure mediche e altri servizi essenziali.
I bambini e le bambine vengono separati dai genitori o dai tutori: da 12 anni in su, per evitare rischi di "radicalizzazione", si finisce in "centri di riabilitazione" al di fuori del campo dove la tubercolosi e la scabbia sono diffuse. Gli altri, anche a soli due anni di età, vengono portati fuori dal campo in strutture sanitarie senza che i genitori o i tutori ricevano informazioni sulla loro salute o sulla loro sorte. Per un breve periodo la direzione del campo ha consentito alle organizzazioni umanitarie di assumere uomini e donne ma la decisione è stata annullata per ragioni non chiarite.
Un recente rapporto di Save the Children ha rivelato che solo il 40 per cento dei bambini e delle bambine di età compresa tra i tre e i 17 anni riceve qualche forma di istruzione. Durante la pandemia da Covid-19 i corsi in presenza sono stati sospesi e non è stato possibile seguirli online a causa della mancanza di connessione Internet e di telefoni cellulari. L'insicurezza è sempre più dominante. Nel 2021, sempre secondo Save the Children, nel campo sono state uccise 79 persone, tra cui tre bambini, e altri 14 bambini sono morti in circostanze non chiarite.
Le insopportabili condizioni di vita hanno dato luogo a gravi problemi di salute mentale, aggravati dalla mancanza di servizi di sostegno sociopsicologico. Molte delle persone di nazionalità siriana autorizzate dall'Amministrazione autonoma curda a lasciare il campo si sono trovate di fronte a ostacoli insuperabili: la paura di tornare in zone controllate dal governo siriano, i costi proibitivi del trasporto e, per quanto riguarda le donne, la riluttanza ad andar vie da sole mentre i loro mariti risultano ancora scomparsi o dispersi. In altri casi solo alcuni componenti di un gruppo familiare sono rilasciati, con la conseguenza che famiglie prima riunite nel campo si sono ritrovate separate.
A causa degli insufficienti finanziamenti, le organizzazioni umanitarie che operano nel nord-est della Siria non sono in grado di fornire protezione ai bambini e alle bambine che escono dal campo, che diventano dunque facili prede del traffico di esseri umani, del reclutamento da parte dei gruppi armati e dei matrimoni forzati e precoci. Per le persone di altra nazionalità - cittadini iracheni e di stati terzi - l'unica possibilità di lasciare il campo di al-Hoq consiste nel rimpatrio. L'Iraq ha avviato un programma di rimpatri che va a rilento. Nella maggior parte dei casi, gli altri stati sono riluttanti a impegnarsi nel rimpatrio dei bambini e delle bambine.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 8 dicembre 2021
Dall'Egitto all'Arabia saudita, dall'Iran alla Turchia ma gli arresti indiscriminati seguiti da lunghe detenzioni senza processo sono praticati anche dall'esercito israeliano contro i palestinesi.
L'arresto cautelare è l'espressione elegante che in Medio oriente definisce la detenzione arbitraria, spesso non seguita da un processo, e abbinata a torture, maltrattamenti e abusi di ogni genere. La vicenda di Patrick Zaki è servita a puntare i riflettori sulla situazione dei diritti umani in Egitto dove, secondo i dati in possesso da Human Rights Watch, sarebbero circa 60mila i cittadini incarcerati per motivi politici - uno dei più noti è Alaa Abdel El Fattah, protagonista nel 2011 della rivolta contro il presidente Hosni Mubarak -, non pochi dei quali sono soggetti a torture in centinaia di luoghi di detenzione, con 13 nuove prigioni costruite dal giorno del colpo di stato militare del 2013. I rapporti strategici ed economici che legano diversi paesi occidentali, Italia inclusa, all'Egitto, assicurano una sorta di immunità al regime di Abdel Fattah El Sisi. Ma la detenzione per motivi politici, senza processo, è largamente diffusa in altri Stati della regione, incluso Israele che pure si proclama a ogni occasione "l'unica democrazia del Medio oriente".
L'Arabia saudita detiene oltre 2.600 prigionieri politici, tra cui avvocati, accademici, religiosi e attivisti, molti dei quali sono in carcere senza accuse formali o sono stati condannati a lunghe pene detentive senza vere e proprie sentenze giudiziarie. Questo quadro è ulteriormente peggiorato con l'ascesa al potere del principe ereditario Mohammed bin Salman, accusato da più parti tra le altre cose di essere il mandante dell'uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, un oppositore della monarchia Saud. In Siria, secondo Amnesty International, dall'inizio della guerra interna nel 2011 decine di migliaia di persone sono state incarcerate, tra queste molte non hanno mai subito un processo e sono state torturate. Il governo siriano è anche accusato, sempre da Amnesty, dell'uccisione di 13.000 prigionieri nella prigione di Saydnaya. Damasco nega. Si ritiene inoltre che altre migliaia di siriani siano stati detenuti, torturati e uccisi da gruppi armati schierati contro il governo.
In Turchia circa 50.000 persone sono state arrestate dopo il tentato colpo di stato di qualche anno fa contro il presidente Erdogan. Poche sono state accusate formalmente di aver preso parte al golpe e sono state imprigionate in modo sommario. Amnesty denuncia che "la detenzione preventiva arbitraria, lunga e punitiva" vada avanti in Turchia malgrado le proteste internazionali e dei centri per la difesa dei diritti umani. I più colpiti dalla misura sono gli attivisti curdi. Non va meglio in Iran dove il governo iraniano continua a reprimere, spesso con violenza, dissidenti e attivisti di ogni tipo per "propaganda contro lo Stato" e per aver "insultato" personaggi politici o religiosi. Il Bahrain ha incarcerato oltre 3.000 sciiti dopo le manifestazioni di massa del 2011-12 che chiedevano riforme e diritti politici nel regno. Accuse simili sono rivolte alla Giordania, all'Autorità nazionale palestinese e i paesi del Golfo, in particolare agli Emirati.
Israele fa il possibile per definirsi davanti al resto del mondo uno "Stato ebraico e democratico" eppure continua a governare oltre cinque milioni di palestinesi sotto la sua occupazione facendo uso nei territori di Cisgiordania e Gaza e Gerusalemme Est di leggi militari che contemplano che la detenzione amministrativa. Le origini delle leggi militari israeliane relative agli ordini di detenzione amministrativa senza processo devono essere ricondotte al Mandatory Emergency Law Act del 1945. Questa misura restrittiva consente all'esercito di trattenere l'arrestato a tempo teoricamente indeterminato - per mesi, in alcuni casi addirittura per anni - sulla base di "informazioni segrete" dell'intelligence, senza formalizzare accuse e rinviarlo a giudizio. Il detenuto e il suo avvocato non possono accedere a queste "informazioni segrete". Contro i palestinesi la detenzione amministrativa è stata usata sin dall'inizio dell'occupazione militare nel 1967 e prima di allora sotto il Mandato britannico. Dei circa 5mila prigionieri politici (tra cui anche donne e minori) al momento nelle carceri israeliane quasi 500 palestinesi sono detenuti senza aver mai subito un processo.
La Corte suprema israeliana non ha mai realmente messo in discussione l'uso di tale forma di "custodia cautelare" che pure viola le leggi internazionali e i diritti umani. Contro la detenzione amministrativa i prigionieri palestinesi spesso, anche nelle scorse settimane, hanno messo in atto forme di proteste e praticato lo sciopero della fame. Uno di loro, Hisham Abu Hawash, continua a digiunare da 114 giorni contro il carcere senza processo. In Europa però, tanti fra coloro che lodevolmente si sono battuti per far scarcerare Patrick Zaki, non hanno posto alcuna attenzione sulla sua protesta.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 8 dicembre 2021
Mentre la Ue mostra le sue vergogne e mentre la sua pavidità su questioni cruciali (diritti umani, accoglienza dei migranti, stato di diritto) si traduce in una sorta di rigor mortis, viene alla luce un'altra Europa. Un'Europa di individui che si muovono velocemente, superando di un balzo solo le barriere etniche, linguistiche e culturali: soggetti non istituzionali e tuttavia informati e competenti, non legati ai partiti, eppure politicamente sagaci e solleciti del bene pubblico, non riconducibili alle internazionali del secolo scorso (socialista, popolare, conservatrice), ma cosmopoliti per esperienza e vocazione.
Sono i "giovani europei", le cui radici non sono circoscritte al perimetro del Vecchio continente, ma si allungano fino al Medio Oriente e al Nord Africa. Sono loro, da Berlino ad Atene, dal Cairo a Tunisi, che hanno tenuto viva la mobilitazione per quel giovane uomo, Patrick Zaky, sottoposto alla tortura di veder rinnovato, ogni 45 giorni, il dispositivo di una carcerazione insensata; sono loro che hanno comunicato questo sentimento di affinità elettiva con un "prigioniero di coscienza", che ha dormito per 660 notti sul pavimento di cemento della sua cella.
Per questo, mi viene da pensare Patrick Zaky come un giovane europeo: per come ha vissuto la sua adolescenza in Egitto e la sua appartenenza a una minoranza religiosa, per come ha fatto della sua sensibilità civile una occasione di formazione intellettuale e politica, per come ha voluto allargare i propri orizzonti recandosi nel cuore della cultura europea, in quella Università di Bologna che è la più antica del mondo occidentale. E, infine, per come ha affrontato la detenzione: senza mai abdicare ai propri principi e perseguendo con una caparbietà, quasi ascetica, il proprio desiderio "di studiare".
Su Internet si trova una sequenza di foto, disegni, dipinti, dove l'immagine di Zaky viene reiterata migliaia di volte. Questa ossessione iconica potrebbe apparire a qualcuno come la celebrazione di un rito funebre. Ma è, piuttosto, l'autorappresentazione allegorica di una identità plurima, cangiante, mobile, fatta della speranza e del coraggio dei tanti giovani europei, che hanno "indossato" i panni e la faccia di Zaky per affermare, con la sua, la propria libertà. Non un cerimoniale del lutto, bensì - direbbe Susan Sontag - il modo per accedere al dolore dell'altro, sottraendolo allo spettacolo mondano, e assorbendolo nello sguardo e, dunque, nell'anima.
Una comunanza generazionale che ha contribuito alla scarcerazione, seppure non definitiva, di Zaky e che mostra una imprevista tenacia, ma anche una irreparabile fragilità. Tale perché questa alleanza sovranazionale rimanda a un'epopea tragica, fatta di vittime ventenni e trentenni. Un tessuto di idee e biografie, intelligenze e passioni, che propone i volti di Andy Rocchelli, finito dai colpi di mortaio in Ucraina il 24 maggio 2014, Valeria Solesin, uccisa nella strage al Bataclan di Parigi il 13 novembre 2015, Giulio Regeni torturato a morte al Cairo nei primi giorni del febbraio 2016, Antonio Megalizzi, trucidato nell'attentato a Strasburgo dell'11 dicembre 2018; e, insieme a loro, i tanti anonimi combattenti per i diritti umani in Turchia, in Egitto e nel Maghreb.
Molti di questi non hanno ottenuto giustizia: e proprio perché l'Unione politica e istituzionale, quella che tollera sovranismi e fili spinati, non ha saputo darsi una strategia unitaria nemmeno per tutelare i valori che, si afferma, sono alla base della stessa idea e costituzione di Europa. Di conseguenza, oggi c'è da rallegrarsi per questo primo esito positivo, ma si deve continuare a vigilare perché sono sempre possibili le più amare sorprese.
L'autorità che ha disposto la scarcerazione di Zaky è un'articolazione di quel regime dispotico di Abdel Fattah al-Sisi, che ha sprezzato la dignità di Giulio Regeni e ha tentato di sfregiarne la personalità. Da quel feroce sistema di potere, è lecito attendersi qualunque inganno. E resta il rammarico per come la domanda di verità e giustizia per Giulio sia stata lasciata senza risposta. I quattro governi italiani che si sono succeduti fino al 2020 hanno rivelato una colpevole sudditanza psicologica nei confronti dell'autocrate egiziano.
L'unica azione politico-diplomatica intrapresa - il richiamo a Roma dell'ambasciatore italiano al Cairo - è durata appena 16 mesi e non è stata sostituita da altri provvedimenti efficaci. Solo l'attuale governo, costituendosi come parte lesa nel processo contro i quattro ufficiali della Nazional Security, ha mostrato una qualche determinazione. Ma, come si sa, ora si deve ricominciare daccapo. Sembra sfuggire all'intera classe politica che nel caso di Giulio Regeni, così come in quello di Patrick Zaky è in gioco, certo, un fondamentale principio umanitario. Ma, ancor più, una essenziale questione di sovranità nazionale: l'indipendenza e l'autorità di uno Stato si misurano, in primo luogo, nella sua capacità di tutelare l'incolumità dei propri cittadini. E di chi, come Zaky, si vuole, a pieno titolo, cittadino europeo.
swissinfo.ch, 8 dicembre 2021
Sono 38 le persone morte e 69 quelle gravemente ferite a causa del vasto incendio che prima dell'alba si è propagato nel carcere sovraffollato situato nella capitale del Burundi, Gitega.
Lo ha detto ai giornalisti il vicepresidente Prosper Bazombanza, che ha visitato la scena dell'incidente con dei ministri. Quello dell'interno ha affermato via Twitter che l'incendio è stato causato da un corto circuito elettrico. Le fiamme sono divampate alle 04.00 circa (ora locale), distruggendo alcune aree della prigione che ha quasi un secolo di vita ed è la terza in ordine di grandezza nel paese. Il carcere ospita prigionieri politici e detenuti prevalentemente di sesso maschile, ma c'è anche un'ala dedicata alle donne.
La struttura alla fine di novembre registrava oltre 1.500 persone, secondo i dati dell'autorità penitenziaria, quindi molto di più della sua capacità di 400 per cui è stata progettata e nonostante la liberazione di 5.000 prigionieri a giugno dopo l'amnistia voluta dal presidente. Il carcere è stato colpito da un altro incendio lo scorso agosto, con il ministero dell'interno che lo ha analogamente attribuito a un corto circuito elettrico. In questo incidente, però, non c'era stata alcuna vittima.
di Riccardo Polidoro*
Il Dubbio, 7 dicembre 2021
"Dove eravamo rimasti?", l'indimenticabile frase pronunciata da Enzo Tortora il 20 febbraio 1987, quando ritornò sugli schermi Rai, è stata riproposta dall'Unione Camere Penali Italiane, al Convegno sulla Riforma Penitenziaria, che si è tenuto a Roma il 3 e 4 dicembre scorsi. Rivolgendo il suo pensiero ai detenuti, il presentatore aggiunse "questa cara buona gente che mi ha offerto quello che poteva ed io sono qui anche per loro, che parlare non possono e sono molti e sono troppi".
di Giulia Merlo
Il Domani, 7 dicembre 2021
I magistrati temono che il ritardo della riforma del Csm, di cui da sei mesi si attendono gli emendamenti ministeriali, sia causato dalla partita per il Quirinale e le aspettative della ministra Marta Cartabia. "La ministra sta chiudendo la definizione degli emendamenti, è questione di giorni", assicurano da via Arenula, garantendo che entro dicembre verranno depositati. Eppure proprio il grande attivismo della ministra in direzioni diverse rispetto a una riforma politicamente spinosa come quella della magistratura è stato letto come un ulteriore segnale dell'ipotesi di un volontario ritardo per non crearsi inimicizie politiche in prospettiva futura.
Le strategie politiche intorno al Quirinale impattano anche sulla giustizia e in particolare sul Consiglio superiore della magistratura. In particolare, il timore di buona parte della magistratura associata è che le mille incognite che si apriranno da qui a febbraio a causa della corsa al Colle siano all'origine di un ritardo definito "inspiegabile" nella presentazione degli emendamenti del ministero della Giustizia al ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario.
La relazione della commissione di tecnici guidata da Massimo Luciani è stata depositata sei mesi fa, la commissione Giustizia in parlamento è prontissima a discutere gli emendamenti che ne dovrebbero essere la sintesi, ma del testo finale ancora non c'è traccia. E, come ben sa la ministra Marta Cartabia, qualsiasi soluzione lei sceglierà per riformare il sistema elettorale del Csm scontenterà una parte della maggioranza.
Per questo, si ragiona tra i magistrati ma anche tra i tecnici interni a via Arenula, la ministra preferirebbe ritardare il più possibile la presentazione degli emendamenti, così da evitare di inimicarsi qualcuno nell'ottica delle due prospettive politiche per cui il suo nome continua a girare. Da una parte il Quirinale, per cui tuttavia le sue possibilità sembrano essere diminuite. Dall'altra invece palazzo Chigi in una staffetta con Mario Draghi al Colle, di cui si starebbe invece discutendo concretamente vista l'affinità ancora solida tra il premier e la sua ministra.
L'ipotesi di un ulteriore slittamento della riforma sarebbe giustificato anche da un dato sostanziale: è vero che la riforma dell'ordinamento giudiziario è contenuta nel Pnrr, ma le due misure chiave - il ddl penale e il ddl civile - per accorciare i tempi dei processi e rispondere alle richieste europee (e dunque a sbloccare i fondi) sono state approvate con successo nei tempi previsti. Il terzo ddl, pur se formalmente inserito nel pacchetto e da approvare entro dicembre, non è invece determinante. Questo darebbe alla ministra avrebbe più ampio margine di manovra per diluirlo nel tempo sulla base dell'evolversi del quadro politico.
Questione di giorni - I timori dei magistrati e anche i retroscena politici vengono allontanati seccamente dal ministero. "La ministra sta chiudendo la definizione degli emendamenti, è questione di giorni", assicurano da via Arenula, garantendo che entro dicembre verranno depositati. Poi si procederà con il classico "metodo Cartabia": confronto con l'Associazione nazionale magistrati, l'avvocatura e i capigruppo in parlamento, poi chiusura del testo e approvazione. Il ritardo nella presentazione, infatti, viene spiegato con ragioni tecniche: negli ultimi mesi sono stati definiti i limiti della riforma della magistratura onoraria e anche le nuove norme contro la violenza sulle donne, oltre ad aver predisposto il maxi concorso per altri 500 magistrati e aver portato avanti i bandi di assunzione per la nascita dell'ufficio del processo. Insomma, una grande mole di lavoro tale da giustificare lo slittamento del ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario, che comunque arriverà "in tempo per le elezioni del prossimo Csm" a luglio 2022.
Eppure proprio questo grande attivismo della ministra in direzioni diverse rispetto a una riforma politicamente spinosa come quella della magistratura è stato letto come un ulteriore segnale dell'ipotesi di un volontario ritardo.
Fonti ministeriali, infatti, hanno notato l'attivismo di Cartabia per consolidare il suo profilo all'esterno e in questa prospettiva è stato letto anche il prestigioso viaggio negli Stati Uniti con annesso incontro con il vertice della Corte Suprema John Roberts. Un attivismo che avrebbe infastidito non solo i magistrati - che lo hanno interpretato con qualche malizia come un modo per garantirsi un futuro politico - ma anche qualche tecnico.
Segnali di massimo gradimento, invece, sarebbero arrivati da palazzo Chigi: Draghi avrebbe molto apprezzato le mosse di Cartabia nell'attestare a livello internazionale non solo se stessa ma l'intero governo.
Anche grazie a questo, il suo profilo avrebbe ripreso quota tra quelli papabili per la possibile staffetta di governo. Il dato politico, però, è complicato da un ulteriore elemento. Il termine del luglio 2022 per l'approvazione della riforma del Csm è stato cristallizzato in modo esplicito in un intervento pubblico addirittura dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che difficilmente si sbilancia con auspici tanto chiari. Rispettare questo termine vorrebbe dire discutere gli emendamenti proprio a ridosso del voto per il Colle. Disattenderlo per non surriscaldare la maggioranza, per Cartabia vorrebbe dire rompere la fiducia con il suo primo riferimento politico. E per farlo, avrebbe bisogno di essere considerata più di una ipotesi tra le tante ancora sul tavolo.
di Davide Varì
Il Dubbio, 7 dicembre 2021
Il ministro Marta Cartabia: "Dal sistema giustizia i cittadini si attendono che i giudici siano indipendenti, autonomi, competenti". La riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario è "imminente".
Lo ha detto la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, intervenuta, da remoto, alla seconda edizione del Global Dialogue of Justice Leaders. "Dal sistema giustizia i cittadini si attendono che i giudici siano indipendenti, autonomi, competenti. Si attendono che i loro diritti processuali siano pienamente rispettati e che le decisioni giudiziarie siano accurate e adeguatamente motivate. Ma si aspettano anche che la risposta alla loro domanda di giustizia arrivi in tempi ragionevoli. Si aspettano efficienza - ha sottolineato - Queste sono le componenti fondamentali di un sistema giudiziario affidabile, credibile e meritevole della fiducia dei cittadini, per il quale il governo italiano sta lavorando".
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