di Paolo Aquilanti
L'Espresso, 11 luglio 2021
I fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere rivelano un mondo a parte, oggi visibile ai più ma noto da sempre a chi se ne occupa. Il carcere è l'istituzione più anacronistica, relitto di tempi che fuori di esso hanno lasciato il posto a una realtà diversa in ogni aspetto.
di Francesco Occhetta
L'Espresso, 11 luglio 2021
Il 69% di recidivi indica il fallimento della rieducazione; i lunghi tempi delle sentenze non placano la violenza tra le parti e il dolore delle vittime rimane fuori dal processo. La violenza di Santa Maria Capua Vetere dimostra che dall'albero che affonda le sue radici nella volontà di ripagare il male con altro male possono nascere solo frutti velenosi.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 luglio 2021
Magistratura democratica: "Serve l'amnistia per i piccoli reati". Il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia: "Non vorremmo che si mandassero al macero un gran numero di processi". Non la pensano come Davigo. Per loro la riforma Cartabia non sarà un'amnistia.
Ma tra le toghe rosse, riunite a congresso a Firenze, c'è chi pensa che solo una vera amnistia per i piccoli reati sgombrerebbe le corti d'Appello, specie la dozzina più intasata, ed eviterebbe un regalo ai colletti bianchi corrotti. Ma non è una platea anti-Cartabia quella di Magistratura democratica. Tutt'altro. Lei ha dato forfait solo per via dei suoi impegni. Sulla sua riforma si raccolgono ombre, ma non stroncature, e pure giudizi positivi. Nonché l'invito a osare di più, come la stretta ai ricorsi in Appello.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 11 luglio 2021
Dall'epoca di Berlusconi ai grillini, con la mediazione finale della ministra Cartabia. Mettiamo il caso di una truffa. Quella di un promotore finanziario che abbia abbindolato un cliente e che sia scappato, da qualche parte, con i suoi soldi. Fino a gennaio del 2020, cioè al tempo della "riforma Berlusconi", il reato si prescriveva in sette anni e sei mesi. Questo era il tempo massimo in cui tutto il procedimento penale doveva concludersi: denuncia, indagini preliminari, rinvio a giudizio, primo e secondo grado, ricorso in Cassazione. In sette anni e sei mesi bisognava scrivere la parola fine su quella truffa, e cioè dare una riposta al truffato e al truffatore.
Poi, ecco la "riforma Bonafede", gennaio 2020/luglio 2021, nata proprio con l'intenzione di allungare quei termini: la prima sentenza, di assoluzione o di condanna, interrompe la prescrizione in via definitiva. E quindi, dopo il processo di primo grado, ci sarà ancora tutto il tempo necessario per arrivare alla verità processuale. Per paradosso: anche una vita intera. Per scrivere la parola fine e restituire una giustizia alle parti.
Ora siamo alla "riforma Cartabia". Siamo a oggi, quindi. A questo nuovo processo penale. Il compromesso politico che la produce si basa su una questione formale, quasi linguistica. E cioè: la prescrizione resta identica a come era stata fissata dall'ex guardasigilli Alfonso Bonafede. Ma accanto ad essa compare adesso un nuovo istituto: quello della "improcedibilità". In sostanza: due anni di tempo massimo per fissare e concludere il processo d'appello. Altrimenti quel processo verrà dichiarato "improcedibile". Cosa cambia rispetto a un reato prescritto? Nulla. Il processo si estinguerà per implosione. Per incapacità. Per lentezza sistemica.
Ma l'obiettivo della riforma è ottenere, con queste nuove scadenze, un processo celebrato più in fretta e una giustizia più giusta. Nel caso di truffa finanziaria, per restare all'esempio, in circa la metà del tempo. Da 7 anni e mezzo, dovrebbe chiudersi in tre anni e mezzo o qualcosa del genere: dipenderà dal primo grado. Sono già previste deroghe e eccezioni per i processi più articolati e per quelli con reati più gravi, sono già previste sospensioni temporali se il secondo grado di giudizio richiederà nuovi interrogatori o perizie. Insomma, deroghe per cercare di salvare tutto: il tempo per fare bene, il dovere di fare in fretta.
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 11 luglio 2021
Guerra nel Movimento. I contiani per il no, pesano i dubbi dell'Anm sui tempi dell'appello. I timori di Letta per il governo: ma con Giuseppe non ci divideremo. La ministra della Giustizia Marta Cartabia, col pieno sostegno di Draghi, difende a spada tratta la sua riforma. Ma nel M5S il fronte del no guidato da Conte e Bonafede non arretra. E si prepara a dare battaglia, senza escludere l'uscita dalla maggioranza.
per oggi è prevista una tesissima riunione tra la truppa parlamentare e i ministri 5S, che si annuncia come un processo a chi ha detto sì al compromesso senza aver ricevuto un via liberA. "Le forze politiche dell'attuale maggioranza hanno sensibilità opposte e molto infiammate sulla giustizia", ha detto Cartabia al Corriere. "Che si sia riusciti ad approdare a un testo condiviso e comunque incisivo rende il traguardo ancora più significativo".
Per la guardasigilli la nuova riforma "conserva l'impianto della prescrizione in primo grado della legge Bonafede: chi l'aveva allora proposta potrebbe ritenersi soddisfatto". Tuttavia, "non si poteva evitare di correggere gli effetti problematici di quella riforma. Per questo abbiamo stabilito tempi certi e predeterminati per la conclusione dei giudizi di appello e Cassazione. Giudizi lunghi recano un duplice danno: frustrano la domanda di giustizia delle vittime e ledono le garanzie degli imputati. La riforma proposta vuole rimediare ad entrambi questi problemi: è ciò che ci chiede la Costituzione".
Per i duri del M5S arriva come un sollievo la presa di posizione del presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, che parla di "perplessità" sulla riforma, in particolare per il tetto di due anni per i processi d'appello (tre per i reati più gravi), dopo in quali scatterebbe l'improcedibilità. Il numero uno dell'Anm è preoccupato che le Corti d'appello possano non essere in grado di rispettare tempi così stretti e per il rischio che le vittime non abbiano giustizia.
"Non siamo isolati", esulta il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni (M5S). "Le conseguenze sociali della morte dei processi sarebbero insopportabili". Giulia Sarti rincara la dose: "I nostri ministri dovranno rendere conto di fronte a tutti per l'annacquato papocchio sulla prescrizione. Io non voterò mai questa schifezza incostituzionale. Non mi rappresenta. E non rappresenta nessun parlamentare del M5S che abbia la capacità e la voglia di prendere posizione".
La faglia sulla giustizia riapre la ferita sulla leadership del Movimento che si stava tentando di ricomporre (a fatica) con i sette saggi. Da una parte i contiani che difendono la riforma Bonafede, dall'altra chi sta con il fondatore e accetta la mediazione trovata nel governo. Ma anche tra i contiani non tutti tifano per l'uscita dalla maggioranza. "Uscire non è la soluzione se non risolviamo i nostri problemi interni. Anzi, potrebbe rappresentare un ulteriore danno perché sarebbe vissuta come un "liberi tutti" e perderemmo ancor più incisività", avverte la senatrice contiana Alessandra Maiorino. Quanto al ruolo di Grillo, dice la senatrice: "È tempo che il M5S si emancipi dalla figura paterna".
Per il Pd le tensioni in casa dell'alleato restano un grave problema. "Senza le riforme, innanzi tutto quella della giustizia, non ci saranno i soldi del piano europeo e non ci sarà la possibilità della ripartenza", dice Letta augurandosi che il dibattito nel M5s "non abbia ripercussioni sul governo". "Con Conte abbiamo un approccio diverso sulla giustizia, ma il rapporto tra noi è positivo e faremo lunghi pezzi di strada insieme", dice il leader Pd. Inusuale arriva l'appello del vicepresidente del Csm David Ermini a tutti i partiti a "convergere su soluzioni condivise". Un appello che viene letto, tra le righe, come un segnale delle preoccupazioni del Quirinale.
di Emanuele Buzzi e Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 11 luglio 2021
Grillo incoraggia Di Maio, l'ira di Conte sul premier. Oggi l'assemblea degli eletti del Movimento 5 Stelle di Camera e Senato. L'ira dell'avvocato sul premier. Quel post sparato a sera da Beppe Grillo in difesa del ministro degli Esteri minacciato di morte dall'Isis, per qualche lungo minuto ha scatenato il panico nel Movimento. "Luigi Di Maio non ti preoccupare - lo ha abbracciato a distanza il fondatore. Sono meno pericolosi dei grillini più agguerriti!". Visto il clima incandescente per lo scontro sulla giustizia, i contiani hanno temuto un altro siluro contro l'ex premier. Ma dall'entourage del comico è arrivata la rassicurazione che no, era solo "una battuta nello stile di Grillo". La tensione resta altissima, i 5 Stelle sono al tutti contro tutti. Lo scontro tempestoso sulla prescrizione - ministri da una parte e Conte dall'altra e poi la telefonata risolutiva di Draghi a Grillo - ha complicato il lavoro dei sette "saggi", che da giorni si confrontano in videocall per conciliare i "punti fermi" dell'aspirante leader con il ruolo un po' ingombrante del fondatore e garante.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 11 luglio 2021
Intervista alla consigliera del Cnf Giovanna Ollà: "L'addio alla prescrizione è positivo, ma la strada scelta è piena di incognite". "L'improcedibilità manda in archivio la prescrizione bloccata dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di condanna che di assoluzione, voluta dall'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E questo credo sia già un successo", esordisce così l'avvocata Giovanna Ollà, consigliera Cnf e coordinatrice della commissione Diritto penale della massima istituzione forense, in una prima analisi sul "restyling" del ddl sul processo proposto giovedì al Consiglio dei ministri dalla guardasigilli Marta Cartabia.
La riforma si è resa necessaria per rispettare gli impegni presi con la Commissione europea, in particolare la riduzione del 25 per cento della durata media dei giudizi per il penale. L'Italia, come si ricorderà, è il primo Paese nell'area del Consiglio d'Europa per numero di condanne da parte della Corte Edu di Strasburgo per l'irragionevole durata dei processi. La nuova disciplina con cui la ministra della Giustizia rimedia al "fine processo mai" si applicherà a tutti i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, data di entrata in vigore della legge Bonafede che dunque, nella propria versione originaria, non avrà effetto su alcun imputato.
Consiglierà Ollà, il nuovo sistema voluto dalla ministra Cartabia funzionerà? Si garantiranno tempi certi per lo svolgimento dei processi?
Rispondere adesso non è facile. Ci sono diversi punti da chiarire.
Ad esempio?
Che cosa succede quando un giudizio diventa improcedibile perché la Corte d'appello non ha rispettato i tempi, in particolare se ci troviamo in presenza di una condanna in primo grado? Il casellario giudiziale riporterà o no la sentenza? Dalla lettura delle norme, quanto meno dal testo che è stato sottoposto al Consiglio dei ministri e che però non risulta ancora depositato in Parlamento, non è chiaro.
L'incognita sul destino dell'imputato è tutt'altro che marginale...
Infatti, non è chiaro. Si tratta di un concetto nuovo. Ripeto, se il reato non si è estinto ed essendo l'azione penale obbligatoria, cosa succede? Sotto il profilo tecnico giuridico diversi punti sono, almeno per adesso, oscuri. Teniamo presente che la prescrizione è una norma di diritto sostanziale.
Una norma con più ombre che luci?
A me pare abbastanza pasticciata, anche se una valutazione più approfondita andrà fatta probabilmente fra qualche giorno.
Di positivo, nel pacchetto di emendamenti presentato dalla guardasigilli cosa ha visto?
Ho letto molto velocemente. Però devo dire che ero partita con tanto ottimismo. Ad esempio, per l'ampio spazio riservato al rafforzamento delle misure alternative, delle sanzioni pecuniarie, della messa alla prova. Ma forse, leggendo bene, non è proprio il caso.
L'udienza preliminare pare essere migliorata. Il giudice, in pratica, dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere, quando gli elementi acquisiti non consentono una ragionevole previsione di condanna...
Spero che l'udienza preliminare faccia effettivamente da filtro. Adesso non è così. È indiscutibile che l'intervento su quella parte della procedura sia un passo avanti, e si tratta di un punto sul quale il Cnf e le altre rappresentanze dell'avvocatura si battono da anni.
Un'altra parte del testo riguarda i riti alternativi...
Mi limito a valutare positivamente le norme relative al patteggiamento con le quali si prevede che, quando la pena detentiva da applicare supera due anni, quindi nel cosiddetto patteggiamento allargato, l'accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene accessorie e alla loro durata, nonché alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare.
E le modifiche relative al giudizio abbreviato?
Si può essere d'accordo sulla parte in cui si prevede che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, nel caso di mancata proposizione di impugnazione da parte dell'imputato, stabilendo che la riduzione sia applicata dal giudice dell'esecuzione.
È scomparsa, poi, la Corte d'appello monocratica per i reati a citazione diretta...
Era una riforma attesa.
Modifiche anche per la querela...
Credo possa essere efficace l'estensione a specifici reati contro la persona e contro il patrimonio con pena non superiore nel minimo a due anni, salva la procedibilità d'ufficio, se la vittima è incapace per età o infermità.
Sulle sentenze di assoluzione?
Qui invece è mancato il coraggio. Resta in via generale la possibilità, tanto del pm, quanto dell'imputato, di presentare appello contro le sentenze di condanna e proscioglimento. Ecco, si poteva eliminare l'appello del pm e alla fine quella ipotesi è tornata nel cassetto.
Quindi è presto per un giudizio?
Vedremo che modifiche ci saranno quando il provvedimento andrà in Aula. Non sono sicura che resterà così.
di Barbara Jerkov
Il Messaggero, 11 luglio 2021
La questione morale nella e della magistratura, per l'impatto e le ricadute sull'opinione pubblica, più che questione democratica è ormai una vera emergenza democratica. Perché il crollo di fiducia che ha colpito l'ordine giudiziario e il suo organo di governo autonomo mina alle fondamenta la legittimazione democratica della stessa giurisdizione". David Ermini parla al congresso di Md. Parole chiare, davanti a una platea di toghe. Tanto che, approvando senz'altro la riforma Cartabia appena varata dal Cdm, avverte: "La premessa è una svolta culturale prima ancora che normativa".
Quale valutazione dà della riforma, presidente Ermini?
"Ottima sul piano del metodo. Nel merito giudicherà il Parlamento. La ministra è riuscita intelligentemente a trovare un punto di caduta per riforme condivise. Era opportuno che si arrivasse a un accordo, perché una riforma del processo penale e civile è necessaria non solo per dare un segnale all'Europa ma in primo luogo per i cittadini. L'auspicio è che in Parlamento il clima non ridiventi gladiatorio, la giustizia deve restare fuori da strumentalizzazioni o pregiudiziali ideologiche e di interesse".
L'improcedibilità dopo due anni dall'avvio dell'appello secondo i detrattori della riforma è una prescrizione di fatto. Lei cosa ne pensa?
"Mi limito a un'osservazione di principio. Se in Costituzione è sancita la ragionevole durata del processo, perché non ci concentriamo sulla celerità? Senza ovviamente limitare le garanzie. L'obiettivo deve essere quello di accorciare la durata dei processi portandoli su standard europei, se un processo dura il tempo giusto anche la risposta dello Stato sarà più giusta. Voglio aggiungere che gli interventi per la celerità dei percorsi processuali mediante la fissazione di termini da rispettare è importante siano accompagnati da misure organizzative che rendano concretamente possibile ed esigibile il rispetto dei termini".
Spicca un rafforzamento del ruolo del giudice rispetto al pubblico ministero. Una svolta opportuna?
"Posso rispondere con una domanda? Non lo prevedeva già il codice Vassalli dell'89? E' tempo che si capisca che il dominus del processo è il giudice, il pubblico ministero svolge e dirige le indagini nell'interesse dello Stato, è chiamato a raccogliere prove a carico e a favore dell'imputato ma è comunque una parte. Forse si dovrebbe fare un ragionamento sui rapporti tra le procure e i mass media".
Il principale obiettivo è velocizzare i processi e smaltire l'arretrato-monstre del sistema giuridico italiano, anche alla luce di una richiesta cogente dell'Europa. Lo ritiene possibile, alla luce delle nuove norme?
"Aspetto di conoscerle nel dettaglio, è possibile se si rafforzano i riti alternativi. Il processo vero e proprio, ossia il dibattimento, dovrebbe essere riservato ai reati che hanno oggettivamente la necessità di un vaglio approfondito. E così nel civile si dovrebbe dare largo spazio alla mediazione e alla risoluzione alternativa delle controversie. Mi sembra sia la strada che si sta percorrendo, perché è chiaro che l'arretrato diminuisce se si riesce a ridurre il nuovo contenzioso.
C'è chi sostiene, penso a ciò che ha detto Flick sulla Stampa l'altro giorno e non è certo il solo, che senza un cambio di mentalità da parte degli stessi magistrati non c'è riforma in grado di scardinare il sistema. Secondo lei?
"Sono pienamente d'accordo. Le riforme della precedente legislatura che tendevano a deflazionare il contenzioso, come ad esempio la tenuità del fatto, la messa alla prova e la depenalizzazione, devono trovare sempre più profonda applicazione. Ogni riforma per funzionare richiede la convinta applicazione da parte degli operatori, altrimenti è lettera morta. E' questo che intendo quando dico che la premessa è una svolta culturale prima ancora che normativa".
L'ultima classifica della Commissione UE sull'efficacia della giustizia nei Ventisette ha certificato come in Italia si destini alla giustizia la stessa quota di Pil come in Germania ma i magistrati italiani sono solo la metà di quelli tedeschi. C'è un problema di efficientamento della macchina giudiziaria in termini di costi?
"C'è sicuramente un problema di numeri, sono troppo pochi i magistrati e gli amministrativi e servono interventi di edilizia giudiziaria. Forse si possono impiegare meglio le risorse, l'intervento sull'ufficio per il processo è un passo importante in questo senso: investire nella giurisdizione, perché di questo si tratta quando parliamo di giustizia, significa investire nella democrazia. L'accesso alla giustizia e l'indipendenza della magistratura sono strumentali all'esercizio dei nostri diritti e libertà".
La stessa classifica dice che l'Italia è agli ultimi posti in Ue per la fiducia delle imprese nell'autonomia del sistema giurisdizionale da governo e pressioni politiche. Un dato disastroso sulla credibilità delle toghe...
"Che la percezione possa essere quella non discuto, ma la realtà è un'altra, è che l'autonomia e l'indipendenza della nostra magistratura ci sono, sono piene e garantite dal Consiglio superiore. Non nego certamente la portata degli scandali di questi anni, ma fermarsi solo a quelli dà una rappresentazione inevitabilmente deformata della magistratura. L'immagine di una parte, comunque contenuta, di faccendieri delle nomine non può e non dovrebbe offuscare quella di una stragrande parte di magistrati che quotidianamente fanno il loro lavoro con competenza, indipendenza, imparzialità e dedizione. È chiaro però che il patto fiduciario con i cittadini va rinsaldato perché la mancanza di fiducia nella magistratura mina alle fondamenta la legittimazione democratica della stessa giurisdizione".
Mentre la riforma del processo ha fatto un balzo in avanti, sembra tornata nelle nebbie quella del Csm. Ma non era una priorità per far ripartire il Consiglio scevro da correntisti e vecchi vizi?
"La riforma dell'ordinamento giudiziario e della legge elettorale del Csm è sempre una priorità. Ed è urgente, anche perché poi andranno cambiati i regolamenti interni per far funzionare al meglio il prossimo Consiglio. Noi siamo una consiliatura di transizione, ci è esplosa in mano una bomba il cui innesco risale a molto tempo prima, ma che ora è un'opportunità per un cambio netto di mentalità. Va rigettato il carrierismo, che ha infettato le correnti trasformandole in oligarchie di potere e scambi immorali e non più in importanti luoghi di confronto e riflessione culturale. Noi abbiamo fatto i conti con il passato, ora il nostro compito è spianare la strada al nuovo Csm affinché la svolta sia definitiva. Se andrà in porto, potremo esserne orgogliosi".
di Gianpaolo Catanzariti
Il Riformista, 11 luglio 2021
A Milano per lavoro ancora per qualche giorno, decido di andare, al Palazzo delle Stelline, per assistere alla manifestazione sui referendum promossa dalla Lega a Milano. Presenti il senatore Siri (Lega), Irene Testa (Partito Radicale), il professor Guzzetta, l'ex procuratore Nordio e il professor Becchi. Partecipazione notevole e attenta in sala (piena ed erano le 21, sino alle 22.30) mentre fuori si firma continuamente. Sono molto perplesso e titubante, come sempre, quando ascolto rappresentanti di forze politiche secondo cui "si deve marcire in carcere" perché si deve "buttare la chiave" o che "in carcere si sta troppo bene" o che "è il più sicuro" e giù di lì... e lo sono ancor di più perché non riesco a controllare l'irrequietezza viscerale che mi attraversa ogni volta che ascolto simili baggianate. Ascolto timoroso mentre prende la parola Siri.
Ed ecco 'o miracolo, direbbero a Napoli... non di San Gennaro, ma di "Santo Pannella". Dal podio il senatore leghista (segreteria nazionale) si lancia in una filippica contro lo strapotere giudiziario, ma soprattutto contro il carcere che oggi così come è non va perché "è estremamente afflittivo" e "non sempre è necessario" insomma si teorizza il carcere come extrema ratio e soprattutto il venir meno dello Stato di diritto. I nostri referendum saranno un messaggio dirompente per un sistema ed un parlamento che non farà mai quelle riforme (testuale). Capite, allora, il passaggio rivoluzionario: dallo scandalo radicale al miracolo radicale. Siamo andati oltre lo scandalo.
Sentire parlare, due mondi sideralmente distanti, la stessa lingua su obiettivi comuni dinanzi ad una platea che, in silenzio, ha ascoltato e applaudito quegli argomenti - quella stessa platea che magari ascolta in tv da Giletti con la bava alla bocca che il carcere deve essere estremamente punitivo - fa tremare "le vene e i polsi". E allora, saranno traditi i referendum? Salvini giocherà a fare il furbetto gettando a mare milioni di firme (i primi segnali diffusi sul territorio dimostrano che potrebbero essere davvero vicino al milione)? Non ci credo! E quand'anche dovesse succedere, ne è valsa la pena e ne varrà per parlare con i cittadini sino a settembre di tutto ciò... per arrivare a dire loro messaggi dal profondo significato civile e politico su cui difficilmente, senza i referendum, verremmo ascoltati.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 11 luglio 2021
L'eco di quello che accade "là fuori" rimbalza nel congresso di Magistratura democratica: la lotta degli operai di Campi Bisenzio, le morti sul lavoro, le violenze delle forze di polizia, le condizioni dei migranti, delle persone con disagio psichiatrico, dei carcerati. A parlarne sono sia gli ospiti esterni, come i rappresentanti dell'Arci, dei sindacati e delle associazioni di avvocati, sia i membri della corrente delle toghe progressiste: la visione è comune, sempre dal punto di vista dei soggetti più deboli e più meritevoli di tutela. Franco Corleone, garante dei detenuti di Firenze e presidente della Società della ragione, chiede a Md un impegno contro l'ergastolo: "La Corte costituzionale ha dato un anno di tempo al parlamento per intervenire sul tema, bisogna farsi sentire". Altro terreno di iniziativa auspicato da Corleone è quello contro il proibizionismo in materia di droghe, una delle cause del sovraffollamento dei penitenziari italiani.
Inevitabile, però, che il dibattito congressuale, entrando nel vivo nel secondo giorno, sia soprattutto dedicato alle questioni "interne". Sono quelle che riguardano l'intera magistratura e la politica sulla giustizia, risuonate anche negli interventi del vicepresidente del Csm David Ermini e del presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, tornati entrambi a puntare il dito contro il carrierismo, "virus letale e motore di scambi immorali - così Ermini - che hanno inquinato la vita consiliare". Ma sono soprattutto le questioni legate alla linea politica della corrente: il nodo da sciogliere è il rapporto con Area, il "gruppo dei gruppi" delle toghe di sinistra al quale Md aveva ceduto il compito di rappresentarla nel Csm e nell'Anm. La maggioranza sottolinea l'importanza della riconquista dell'autonomia piena di Md, la minoranza "filo-Area" paventa il rischio di un ripiegamento identitario e settario.
A farsi portavoce di queste preoccupazioni sono in particolare Alessandra Dal Moro, consigliera del Csm, e Cristina Ornano, giudice a Cagliari, che di Area è la presidente: per loro la via di uscita è la doppia iscrizione, il rischio da evitare "la competizione aggressiva" fra i due gruppi progressisti. La maggioranza difende la scelta di recupero della piena sovranità di Md. "C'è una sensibilità dentro la magistratura che solo una Md nuovamente autonoma può riuscire a intercettare": questa la tesi di Stefano Musolino, nuovo segretario in pectore del gruppo. Le parole non spaventano: viene invocata "radicalità", il presidente uscente Riccardo De Vito, giudice di sorveglianza a Sassari, si richiama al "valore dell'eresia" perché una corrente non deve essere "un ufficio di collocamento per dirigenti degli uffici giudiziari".
Per Simone Silvestri, gip a Lucca, è stato un errore avere abbracciato, attraverso Area, "posizioni più moderate", rivendicando la scelta solitaria di Md di schierarsi per il "no" al referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi. L'avversario culturale è "il populismo giudiziario che dilaga", sottolinea Emilio Sirianni, giudice della corte d'appello di Catanzaro, terra del procuratore e star mediatica Nicola Gratteri. Chi ha spinto per il nuovo inizio di Md tiene a evidenziare però la necessità dell'unità politica del fronte progressista. Può sembrare un paradosso, ma non lo è: l'idea è quella del marciare divisi per colpire uniti. Rita Sanlorenzo, ex segretaria e una delle maggiori artefici di questa svolta, parla di "geometrie variabili" nel rapporto fra Md e Area, che andranno trovate volta per volta. Stamattina si chiuderanno i lavori, i dettagli della mozione finale saranno importanti per una conclusione unitaria oppure no.
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