di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 7 dicembre 2021
Niente Super Green pass, tantomeno Green pass base, per parenti e avvocati dei detenuti, che possono accedere alle carceri senza dover mostrare alcuna certificazione. La polemica si riapre ogni volta che entrano in vigore una nuova regola e un nuovo decreto. Perché, se ai detenuti è lasciata la possibilità di vaccinarsi o meno, a discrezione e per scelta, alla polizia penitenziaria, agli amministrativi, agli educatori, agli assistenti sociali, ai dipendenti tutti, a cominciare dal Direttore, invece, questa possibilità non è consentita, perché per loro c'è l'obbligo di vaccinazione, e quindi di Super Green pass.
di Fabio Anselmo
Il Domani, 7 dicembre 2021
Il 15 aprile Anas Zenzami fa ingresso in carcere. Ma quel detenuto in realtà non sta bene. Le sue condizioni di salute mentale vengono riconosciute dalla stessa amministrazione penitenziaria come incompatibili con il carcere pesarese di Villa Fastiggi. Viene prescritto infatti "in maniera perentoria e continuativa un regime di grande sorveglianza" e "la necessità di un ricovero in un ambiente idoneo alla valutazione e alle cure". Il 25 settembre Anas Zenzami si suicida in carcere. Il suo caso arriva alla Corte europea dei diritti dell'uomo che esprime un parere negativo contro il suo trattamento da parte della giustizia italiana, la quale dovrà rispondere a diversi quesiti di inadempienza.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 dicembre 2021
La Fondazione Antonino Caponnetto è una fondazione privata che ha lo scopo di proseguire la lotta alla mafia nella scia degli insegnamenti del magistrato che fu a capo del pool di Palermo. È un suo diritto che le fa onore. Ha appena concluso "in modo riservato e chiuso al pubblico", com'è nel suo diritto, un "vertice", dedicato all'ergastolo ostativo nella prospettiva delle norme antimafia.
Le conclusioni rese note, sotto il nome un tantino roboante di "Dichiarazione di Vallombrosa", sono molto critiche con il disegno di legge in discussione per modificare l'ergastolo ostativo, come richiesto da tempo da una sentenza della Corte costituzionale. Contro la riforma (o contro la Consulta?) esiste da tempo una opposizione di parte della magistratura e dei partiti, ed è nel diritto anche della Fondazione Caponnetto essere contraria.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 7 dicembre 2021
Oggi il Csm chiederà la revisione delle regole. L'ipotesi: via i 2 anni di tirocinio. Il Csm chiederà oggi, con una specifica risoluzione, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, di rivedere la normativa per i concorsi in magistratura. Dopo un anno di lockdown, di prove esclusivamente da remoto, i consiglieri spingono per un ritorno in via stabile al test scritto. Chiederanno anche un confronto con via Arenula affinché l'accesso alla professione torni a essere un concorso di primo grado e che ai 10 mila magistrati attuali ne vengano aggiunti altri mille.
Una richiesta che apre una questione non da poco, quella della adeguata preparazione dei candidati nei concorsi. Succede, infatti, che dalla correzione dei compiti per il concorso da 310 posti, che si è svolto dal 12 al 16 luglio 2021, su 5.827 candidati hanno consegnato il test 3.797, ma la maggior parte è stata bocciata alla prova scritta. Le correzioni sono ancora in corso, i numeri, però, parlano chiaro: alla data del 2 dicembre la commissione ha esaminato 1532 buste (ognuna contiene due elaborati) e sono stati definiti idonei solo 88 di questi. Un numero decisamente basso che mostra un trend già verificatosi in passato, ovvero che gli aspiranti magistrati non sanno scrivere. C'è chi ha lacune tecniche, ma anche chi non conosce bene la grammatica. E questo non fa che rallentare la selezione alla professione a causa dell'elevato numero di respinti.
Una situazione simile si è verificata anche nel 2008. "Troppi errori di grammatica", ha liquidato la vicenda la Commissione dell'epoca, mostrando un grosso disappunto. La storia si è ripetuta nel corso degli anni, ma il dato recente è un vero campanello di allarme. La ministra Cartabia ha più volte invitato a una riflessione gli organismi competenti: facoltà, Ministero dell'università. Serve una migliore formazione, ha sottolineato in diverse occasioni. L'ultima volta è successo il 24 novembre scorso, a Scandicci, all'apertura del nuovo anno della Scuola della magistratura davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
"Affido alla vostra riflessione la formazione degli aspiranti magistrati - ha dichiarato la ministra. È un aspetto che preoccupa, su più fronti, anche molti di voi, come più volte mi è stato confidato. Troppe volte i concorsi per l'accesso alla magistratura non riescono a selezionare neppure un numero di candidati sufficienti a ricoprire tutte le posizioni messe a bando.
È questo un dato su cui riflettere, che segnala un problema che deve essere affrontato. A dieci anni dall'istituzione della Scuola superiore della magistratura - ha aggiunto - in un tempo di bilanci, valutazioni e prospettive forse si può avviare una riflessione pure su quest'ulteriore capitolo, che riguarda direttamente il rapporto con le nuove generazioni, la trasmissione di un sapere, di una esperienza e di un'arte l'arte del giudicare - a chi verrà dopo di noi".
L'intervento, dunque, è quanto mai necessario. Anche perché, oggi ci sarà l'approvazione della risoluzione da parte del plenum del Csm con la richiesta di mille unità in più. Nel frattempo si sta concludendo la correzione delle prove scritte del concorso di luglio per 310 posti, ed è in arrivo il bando per il concorsone da 500 posti, una cifra mai registrata finora. Questo vuol dire che bisognerà trovare almeno 810 candidati che siano preparati a superare la prova. E visti i precedenti si rischia di non riuscire a raggiungere la copertura del numero di posti banditi. Inoltre, le giovani toghe dovranno anche fare 18 mesi di tirocinio.
La Guardasigilli sta lavorando a un sistema che consenta di presentarsi al concorso in magistratura subito dopo il corso di laurea, tornando al passato, e saltando quindi i due anni oggi obbligatori per il periodo di tirocinio di 18 mesi da effettuare in tribunale, oppure frequentando per due anni una scuola di specializzazione per le professioni legali, o ancora ottenendo un dottorato di ricerca.
E infine, essendo già avvocato, che comporta comunque 18 mesi più quell'esame. Ma eliminare il biennio post laurea non è detto che sia sufficiente ad accelerare i tempi per l'accesso alla professione. E con le tante bocciature all'esame scritto, la questione diventa ancora più complessa. "Formazione per i magistrati - ripete Cartabia -, ma formazione, ovviamente, anche per i giovani giuristi, di cui il Ministero, con l'aiuto della stessa Scuola, si sta facendo carico, affinché questi rinforzi arrivino negli uffici con un adeguato livello di preparazione".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 dicembre 2021
Intervista ad Alberto Cisterna. "Il legislatore dovrebbe avere il coraggio e la forza, che non ha, di tracciare delle linee chiare. La politica non riesce purtroppo a tirarsi fuori dai condizionamenti che la magistratura esercita su di essa".
Per Alberto Cisterna, presidente di sezione al Tribunale di Roma, "la politica non riesce purtroppo a tirarsi fuori dai condizionamenti che la magistratura esercita su di essa. Tutti vogliono il procuratore amico perché nessuno lo vuole nemico". E ancora: "Io non credo a tutto questo dibattito ideale sulla palingenesi etica della magistratura: le norme sono chiare e stringenti per le procedure di nomine dei dirigenti e se non è bastato il codice penale, certo non serviranno codici etici aggiornati".
Come legge le recenti elezioni nei distretti locali dell'Anm?
Bisogna tenere presente che dai soli distretti di Roma e Palermo non si può ricavare una misurazione esatta dell'andamento dei nuovi assetti all'interno della magistratura. Certamente però esprimono forme di malessere in parte diverse, visto che nella prima ha vinto Magistratura Indipendente e nella seconda i 101. Mentre questi ultimi rappresentano un voto di protesta, il risultato romano esprime una sorta di complessiva presa d'atto della magistratura laziale sul fatto che non si può far coincidere la vicenda Palamara semplicemente con quella di due gruppi associativi che sono rimasti più direttamente impigliati nel trojan e postergando tutto il resto. Credo che i colleghi abbiano ritenuto che le responsabilità, che all'inizio sembravano troppo spinte verso alcune componenti, vadano invece meglio ripartite tra tutti i gruppi associativi.
Il cammino di Unicost è sicuramente più in salita...
È probabilmente più complesso. A parte l'Hotel Champagne, nelle chat di Palamara ci sono molti più colleghi di quel gruppo associativo coinvolti. Mentre da un lato ci sono alcuni esponenti di una corrente, MI, che hanno lavorato solo - si fa per dire - per sponsorizzare un magistrato alla Procura di Roma, dall'altro lato le chat di Palamara hanno evidenziato una rete diffusa di collegamenti e contatti tra molti appartenenti ad Unicost. In pratica nel voto sembrano aver avuto più peso le chat che l'incontro all'hotel Champagne. Lo scarto vero di tutta questa vicenda sarà la nomina del Procuratore di Roma. Questa vicenda, se passata al setaccio, rivela debolezze associative ma anche cedevolezze istituzionali. Sembra che le valutazioni dell'Hotel Champagne fossero più prossime al corretto merito di quanto lo siano state successivamente quelle del Consiglio Superiore della Magistratura e le sentenze della giustizia amministrativa vanno in quella direzione.
Non c'è il pericolo che per una parte della magistratura la dura sanzione inflitta a Palamara possa estinguere il problema?
Io non credo a tutto questo dibattito ideale sulla palingenesi etica della magistratura: le norme sono chiare e stringenti per le procedure di nomine dei dirigenti e se non é bastato il codice penale, certo non serviranno codici etici aggiornati. Quindi si tratta di un problema che non attiene alla rifondazione morale, anche perché la maggior parte della magistratura è sana, ma alla necessità di fissare regole che risultino in qualche misura inderogabili quando si tratta di andare a valutare gli incarichi direttivi e a decidere la carriera dei magistrati.
Non è possibile che l'autogoverno della magistratura si trasformi in una sorta di spazio vuoto in cui si creano le regole per poi violarle. Sono state regole lasche a generare un carrierismo ma soprattutto quel clientelismo che costringe i giudici a soggiacere alle disponibilità e alle concessioni dei capi- corrente. Le regole devono essere fissate per legge e non per circolare. In questo 101 ha un vantaggio perché punta il dito sulle regole.
E punta sul sorteggio...
Sono contrario al sorteggio. Non si può fare tabula rasa del Consiglio. Il presidente Mattarella nel suo discorso alla Scuola superiore della Magistratura ha detto: "L'attività del Csm, sin dal momento della sua composizione, deve mirare a valorizzare le indiscusse professionalità su cui la Magistratura può contare, senza farsi condizionare dalle appartenenze". Quindi ha fatto capire che una legge elettorale che punti al sorteggio non è compatibile con la Costituzione. Aggiungo che sarebbe una resa per la magistratura. Scegliere i migliori è incompatibile con il sorteggio. Rappresenta, quella del Quirinale, una forte indicazione sul tipo di legge elettorale che il legislatore dovrà configurare. Queste "indiscusse professionalità" sono dei colleghi che negli ultimi dieci, quindici anni sono completamente scappati dalla vita associativa, che lavorano tanto e in silenzio. Recuperare questi colleghi dagli anfratti in cui si sono rifugiati per seguire la propria idea di giustizia al riparo da influenze è un'operazione complicata, per un sistema abituato ad altri metodi.
Torniamo un attimo alla questione degli incarichi semidirettivi e direttivi...
I tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di tutta una categoria di magistrati che, come loro bravissimi, erano penalizzati dall'anzianità per ricoprire determinati ruoli, sono finiti. La magistratura italiana vive in una aurea mediocritas: non ci sono quelle eccellenze, quelle punte di novità per le quali occorra ancora derogare alla regola dell'anzianità. Quest'ultima, ovviamente senza demerito, può essere tranquillamente ripristinata e aggiustata. Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un rampantismo carrieristico fortemente incentivato dall'essersi fatto beffa dell'anzianità.
Ma non le sembra che le correnti ancora non vogliano abbandonare alcune trincee, mentre Mattarella, Cartabia e Ermini costantemente ricordano che l'unica trincea è quella dell'indipendenza e autonomia?
È crollato un sistema e ciò porta ad una serie abbastanza numerosa di regolamenti di conti interni alla magistratura. Il legislatore dovrebbe avere il coraggio e la forza, che non ha, di tracciare delle linee chiare. La politica non riesce purtroppo a tirarsi fuori dai condizionamenti che la magistratura esercita su di essa, che non sono solo quelli dei processi ma anche quelli che si innestano su rapporti e vicinanze, che caratterizzano quel mondo opaco della contiguità tra le due realtà. Tutti vogliono il procuratore amico perché nessuno lo vuole nemico. Manca il coraggio di dire che il mio destino di politico non può dipendere dal Procuratore della Repubblica e di invocare regole coerenti. Ci ha provato Renzi ma ora mi pare che non stia messo benissimo.
Nel dopo Palamara, la magistratura è pronta ad abbandonare il suo ruolo di moralizzatrice?
Certo. L'aspetto positivo dell'affaire Palamara è l'aver intaccato, non tanto l'idea del magistrato custode della moralità, ma il moralismo. I magistrati con una mano complottavano per le carriere e con l'altra pretendevano di giudicare l'abuso d'atti di ufficio di un sindaco o di un funzionario. La scoperta del clientelismo ha finalmente collassato il moralismo. Che poi i magistrati non debbano esercitare un controllo sulla moralità pubblica è un altro discorso ancora. Luciano Violante qualche giorno fa sul Foglio individua in una norma del codice di procedura penale, ossia l'articolo 330 (acquisizione delle notizie di reato, ndr) la rottura della separazione tra potere giudiziario e potere amministrativo. Il pm può acquisire anche di propria iniziativa le notizie di reato, una crisi del principio di separazione dei poteri dice Violante, perché non è più la Pg a portare la notizia di reato. Ciò ha fatto sì che la magistratura si impossessasse del controllo di legalità che non le appartiene. E a questo fenomeno è molto complicato mettere un freno. D'altra parte nel Paese si sono mossi gruppi di magistrati e di Pg coesi l'uno con l'altro che hanno fatto carriera insieme e si promuovono a vicenda, ficcandoci dentro qualche giornalista, come ricorda Palamara.
Ma non ci sono anche Pg che fanno concorrenza alle Procure?
Ci hanno provato fino a qualche decennio fa. Poi tre o quattro inchieste ben assestate sul Ros dei carabinieri hanno fatto capire a tanti che era meno pericoloso sottostare alle indicazioni del Pubblico ministero.
di Angela Stella
Il Riformista, 7 dicembre 2021
Per Eugenio Albamonte, pubblico ministero a Roma e Segretario di Area democratica per la giustizia, che la vittoria dei 101 a Palermo "possa essere indicativa del fatto che la magistratura in toto o una parte significativa di essa abbia abbracciato le posizioni dei 101 sul sorteggio" rappresenta "una lettura molto strumentale".
Palamara? "Non si può pensare di risolvere la crisi di credibilità della magistratura soltanto con le condanne di chi è stato più direttamente protagonista di alcuni fatti". E sulla proposta dell'Ucpi di vietare il distacco dei magistrati fuori ruolo al Ministero della Giustizia: "Scelta irrazionale. Non sarebbe però sbagliato dare più spazio anche agli avvocati e alla cultura universitaria".
Per quanto concerne la nuova legge sull'ergastolo ostativo: nessun timore, "non si vuole menomare la lotta alla mafia". Alla proposta di Di Matteo replica: "Concentrare tutto in un solo Tribunale di Sorveglianza non vuol dire determinare anche in questo modo una sovraesposizione di questi magistrati?"
Delle proposte del Governo per Csm e ordinamento giudiziario neanche l'ombra. E il tempo scorre. Siete preoccupati?
Siamo estremamente preoccupati. Noi di Area siamo stati tra i primi a sottolineare circa sei mesi fa l'importanza di un intervento di riforma del Csm e della sua legge elettorale. Siamo convinti, e credo lo siano anche il Governo e le forze politiche, che l'attuale legge elettorale è corresponsabile della deriva clientelare che la magistratura ha avuto dal 2002 ad oggi. Tuttavia la sola riforma della legge elettorale non basta. Eppure è impossibile pensare che il Governo metta mano alla riforma complessiva del Consiglio che prenderebbe molto più tempo.
Che lettura dà dei nuovi assetti delle sezioni locali dell'Anm?
I risultati delle elezioni devono essere letti nel senso di una progressiva creazione all'interno della magistratura di due poli: uno progressista e uno conservatore. Questa non è una buona cosa, in quanto la magistratura sicuramente è portatrice di culture e sensibilità ben più ricche di quelle rappresentate da Area da una parte e da Magistratura Indipendente dall'altra. Ciò dipende dalla situazione di crisi che ha colpito soprattutto Unicost, che tuttavia sta mettendo in atto una seria operazione di rinnovamento. Dato questo quadro, è necessario che per le elezioni del Csm si metta in campo un sistema elettorale che non rafforzi la spinta alla polarizzazione ma che favorisca la rappresentanza di tutte le anime.
Ritiene giusto, come ipotizza qualcuno, che, prendendo atto della vittoria di Articolo 101 a Palermo, occorra sostenere l'idea del sorteggio per i membri del Csm?
Il fatto che siano riusciti a presentare una lista solo a Palermo mi dà l'idea che per il momento i 101 siano un gruppo che vive prevalentemente dell'impegno profuso da alcuni leader che sono rappresentati in Anm nazionale, e che riscuotono un consenso sulla base dell'affidamento che queste persone ottengono negli ambienti in cui operano più direttamente. Che questa affermazione molto settoriale possa essere indicativa del fatto che la magistratura in toto o una parte significativa di essa abbia abbracciato le posizioni dei 101 sul sorteggio mi sembra una lettura molto strumentale. Per il resto chi sostiene il sorteggio, a mio modesto avviso, non solo promuove un sistema incostituzionale ma appoggia una riforma destinata a privare il Consiglio di ogni autorevolezza, trasformandolo in un mero ufficio del personale dei magistrati.
Uno snodo cruciale della riforma dovrebbe essere quello degli incarichi semidirettivi e direttivi...
La legge Castelli del 2006 ha determinato una forte spinta carrierista, incontrando una disponibilità aperta di alcuni gruppi associativi a cavalcarla più di altri attraverso il clientelismo. All'interno di Area si sta ragionando su tre possibili interventi: ridurre il numero di questi incarichi, che al momento è sproporzionato rispetto alle esigenze; imporre al magistrato di condurre al termine l'incarico degli otto anni, spezzando quel circuito della carriera dirigenziale, nel quale l'aspirazione ad un incarico direttivo o semidirettivo è funzionale non tanto alla efficace gestione organizzativa di un ufficio o di una sezione, quanto alla costituzione di un titolo da spendere nel proprio curriculum professionale; prevedere che il magistrato non possa presentare domanda per un nuovo incarico direttivo o semidirettivo prima di aver completato il precedente ovvero dopo un certo termine (due, tre anni) dalla cessazione del precedente incarico.
Crede esista il rischio che la sanzione durissima nei confronti di Luca Palamara possa essere interpretata come una estinzione del problema da parte di una fetta della magistratura?
Bisogna che la magistratura vigili affinché ciò non avvenga. Un conto sono le sanzioni inflitte a Palamara e in misura minore ad altri. Un conto è la questione etica che investe tutta la magistratura: non si può pensare di risolvere la crisi di credibilità della magistratura soltanto con le condanne di chi è stato più direttamente protagonista di alcuni fatti. Perché è vero che c'era una offerta di clientela ma c'era anche una richiesta di clientelismo da parte del corpo della magistratura. Se non mettiamo in atto, come ci chiede il Capo dello Stato Mattarella, una profonda attività di ripensamento del nostro essere magistrati non potremo compiere un passo avanti tale da impedirci per il futuro di ritornare su quelle pratiche distorsive. Però rispetto a due anni fa al nostro interno una serie di prese di coscienza ci sono state: soprattutto l'Anm ma anche i gruppi tradizionali stanno cercando di dare delle risposte. Certamente non sono ancora sufficienti e definitive, tuttavia non è vero che la magistratura è rimasta immobile come sostengono diversi detrattori.
Il vice presidente del Csm Ermini ha detto: "la valutazione di professionalità dovrebbe prevedere controlli sulla qualità e sulla tenuta dei provvedimenti". Ha detto anche di credere che "la normativa sui fuori ruolo possa essere rivista, peraltro sarebbe opportuno ricorrere anche a figure diverse come gli avvocati nei diversi ruoli dell'amministrazione". È d'accordo?
Per quanto concerne il primo punto, una valutazione della performance giudiziaria dei provvedimenti come parametro di valutazione professionale del magistrato porta al paradosso che gli unici che avranno la valutazione positiva saranno quelli della Cassazione perché sono gli ultimi a giudicare. Inoltre non vorrei che questo tipo di valutazioni ci costringesse, per paura di essere smentiti, ad assumere delle decisioni un po' burocratiche, che si fondano sul precedente. Sarebbe un ostacolo insormontabile all'evoluzione del diritto applicato. Con gravi danni per i cittadini e per l'avvocatura che promuove la tutela dei diritti. Per quanto riguarda i magistrati fuori ruolo, non sono favorevole alla lettura che del tema viene data dall'onorevole di Azione Costa, e dall'Unione Camere Penali. Sarebbe assurdo sostenere che al Miur non debbano andare i professori e al Ministero della Salute i medici. Estromettere i magistrati sarebbe un errore oltre che una scelta irrazionale. Ciò nonostante, visto che i protagonisti del processo e della giurisdizione non sono solo i magistrati, non sarebbe sbagliato dare più spazio all'interno del Ministero della Giustizia anche agli avvocati e alla cultura universitaria.
In questo particolare momento storico che rapporto c'è tra magistratura e politica? Ad esempio il presidente Caiazza ha tuonato: "Magistratura a pezzi, ma a fare le leggi è ancora lei"...
A me sembra che le ultime riforme, prima fra tutte quella del processo penale, siano state scritte dagli avvocati e in relazione ad alcuni interessi della difesa. La norma sulla improcedibilità certamente non l'ha proposta la magistratura. Non solo la magistratura non detta legge ma, anzi, ci sono tutta una serie di iniziative che vogliono tentare in tutti i modi di ridimensionare sia il ruolo della magistratura requirente all'interno del processo sia quello istituzionale all'interno del Paese. Basti pensare al sorteggio per il Csm, al divieto di distacco dei magistrati fuori ruolo, alla nuova norma sui tabulati telefonici e presunzione di innocenza. A me sembra che gli scandali che hanno colpito la magistratura vengano utilizzati strumentalmente da una parte della politica non per eliminare le cause che li hanno determinati ma per mettere in atto delle riforme che nulla hanno a che vedere con essi.
A proposito del recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza: riuscirà a frenare gli eccessi di protagonismo di alcuni magistrati?
A me sembra che questa norma sia stata costruita pensando alle esternazioni che alcuni magistrati fanno soprattutto nei talk show, in cui spesso vengono espresse delle considerazioni che non fanno onore alla magistratura e danno un'idea della categoria investita di un qualche ruolo morale, come fustigatrice dei costumi, che dà giudizi sommari sui fatti del giorno, tradendo l'idea di ponderazione che la comunicazione di un magistrato dovrebbe sempre soddisfare. Tuttavia la nuova norma va ad incidere invece sulla comunicazione giudiziaria che rigorosamente deve essere data agli organi di informazione quando le vicende sono rilevanti. Non presentare l'indagato come colpevole è un principio di civiltà; limitare però il flusso delle notizie può costituire un problema generale per il Paese.
L'Europa, e di conseguenza il Governo, vi hanno chiesto di alzare i vostri standard di produttività per rispondere alle esigenze del Pnrr. Non c'è il rischio che si abbassi la qualità delle decisioni?
Una spinta alla iperproduttività, in un contesto di tipo culturale che presuppone una elaborazione intellettuale, è sempre dannosa, soprattutto quando si vuole aumentare la quantità a parità di risorse in una realtà come la nostra dove il contenzioso è sempre più complesso. Da questo punto di vista le risorse dell'Ufficio per il processo possono dare un contributo relativo: verranno sì introdotti laureati giovani e preparati ma potranno essere di aiuto per le vicende più semplici.
Il professor Giorgio Spangher, commentando la circostanza per cui il conto corrente di un ex premier è finito sulle pagine del Fatto Quotidiano, ha detto: "il problema non riguarda tanto la pubblicabilità o meno degli atti, ma la pertinenza delle acquisizioni al fascicolo. Mentre per le intercettazioni si è riusciti a far inserire nell'archivio riservato quelle irrilevanti ai fini delle indagini, il legislatore ancora non si è posto il tema dell'irrilevanza rispetto all'attività di acquisizione di materiale da perquisizione e sequestro. Questo episodio dunque deve indurre il legislatore a ripensare la norma"...
I problemi tecnici sono esattamente quelli delineati dal professor Spangher. Io faccio il pubblico ministero e quando svolgo una attività di indagine sono obbligato a inserire nel fascicolo qualsiasi esito raggiungo. Alla fine delle indagini il fascicolo del pm è sottoposto alla discovery. Da qual momento in poi entra nella disponibilità di tutta una serie di soggetti. Quindi come vengono trattati gli atti dipende molto dall'attenzione e dalla eticità di tutti quelli che hanno in mano il fascicolo. Se non c'è una norma che in qualche momento del giudizio consenta, casomai nella forma del contraddittorio, di selezionare alcuni elementi, io non potrò che continuare a inserire tutto seguendo la legge.
Si sta discutendo molto di ergastolo ostativo. Qual è la posizione di Area su questo?
Noi siamo convinti che le linee espresse dalla Consulta costituiscano un principio centrale intorno al quale costruire una riflessione molto attenta. Non si tratta di abolire il carcere duro o menomare il contrasto alla mafia, ma di eliminare un automatismo. È importante che una volta che la legge venga recepita dal Parlamento l'amministrazione penitenziaria si doti di tutti quegli elementi sostanziali e non formali necessari per consentire al magistrato di sorveglianza di esprimere una valutazione compiuta che tenga conto del percorso umano fatto dal detenuto.
Però il consigliere Nino Di Matteo vuole centralizzare tutto al Tribunale di Sorveglianza di Roma, alterando la giurisdizione di prossimità. Sostiene che servirebbe ad evitare effetti pericolosi sotto il profilo della sicurezza dei giudici di sorveglianza chiamati a decidere.
Innanzitutto va assolutamente respinta la lettura di una magistratura di sorveglianza non professionalmente adeguata al suo compito. Poi il tema della concentrazione a Roma a me sembra una forzatura di sistema rispetto all'attuale. C'è effettivamente un principio di prossimità che deve essere salvaguardato, soprattutto se si vuole che il giudice di sorveglianza faccia una valutazione in concreto. Più ci si allontana dal detenuto più il rischio di errore aumenta. Poi, se c'è un pericolo di incolumità, concentrare tutto in un solo Tribunale di Sorveglianza non vuol dire determinare anche in questo modo una sovraesposizione di questi magistrati?
di Bruno Lago
Il Dubbio, 7 dicembre 2021
Tra i referendum promossi da Lega e Partito Radicale, quello sulla responsabilità civile dei magistrati è probabilmente il più importante: una riforma seria non può partire che dalla responsabilizzazione del magistrato nell'amministrazione della giustizia. Tuttavia, con l'esperienza di chi è stato vittima di un errore giudiziario e ha cercato invano di avere giustizia attraverso la legge Vassalli, posso tranquillamente affermare che il quesito è sbagliato per almeno due ragioni.
La prima: cancellare la parola "Stato" dal testo della legge per chiamare il magistrato a una responsabilità diretta è giusto in linea di principio, ma non necessariamente riflette gli interessi del ricorrente, certamente meglio tutelato dalla responsabilità civile in capo allo Stato. La responsabilizzazione del magistrato si poteva ottenere modificando le norme scandalose per l'azione di rivalsa (art. 7 e seguenti) che obbligano lo Stato a rivalersi (parzialmente) sul magistrato per via giurisdizionale (in caso di vittoria del ricorrente in Cassazione, dopo forse 10 anni!). Lo Stato ha due anni per avviare il recupero con altri tre gradi di giudizio e il magistrato "pagherebbe" forse dopo 20 anni per l'errore commesso.
La seconda: ottenere una responsabilità diretta senza aver modificato la clausola di salvaguardia all'art. 2 che "assolve" il magistrato per errori di interpretazione delle norme o dei fatti è totalmente inutile ai fini dell'obiettivo del referendum. Quasi tutta l'attività del magistrato viene esclusa da responsabilità, a meno che non ricorrano la colpa grave o il dolo, fattispecie quasi impossibili da provare visto che da trent'anni la Cassazione si esercita con scappatoie lessicali per vanificare qualsiasi responsabilità in capo al magistrato.
Inoltre, se passasse il referendum, le modifiche legislative che poi dovranno essere definite sul testo di legge nel rispetto della volontà popolare saranno scritte dagli uffici parlamentari e dal ministero di Giustizia. L'importante sarà seguire con attenzione questo lavoro per evitare l'influenza delle lobby dei magistrati per annacquare i risultati della consultazione popolare, come avvenuto sistematicamente in passato.
Infatti, il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici, approvato dall'80% dei votanti, era stato organizzato sull'onda emotiva del caso Tortora e portò alla approvazione della legge Vassalli nel 1988 sulla responsabilità civile dello Stato per gli errori dei giudici. Si preferì cioè optare per una responsabilità indiretta del magistrato per salvaguardarne l'indipendenza, si disse. Ma come affermò la professoressa Severino in un convegno sulla riforma della legge Vassalli, la legge del 1988 era stata "congegnata per non funzionare" e il dottor Cantone aggiunse che "era stata tradita la volontà popolare" visto il risibile numero dei procedimenti in cui lo Stato era stato condannato.
Questo era ben noto a tutti ma la politica non ha agito per debolezza nei confronti della magistratura e ci siamo tenuti una legge inefficace per quasi trenta anni. Finché una azienda italiana (Traghetti del Mediterraneo), dopo il rigetto in Cassazione della propria citazione, fece ricorso alla Commissione Europea per violazione delle norme europee sulla concorrenza. La Commissione aprì la procedura di infrazione contro l'Italia nel 2009 con il deferimento alla Corte di Giustizia che nel 2011 giudicò inaccettabile che lo Stato non rispondesse degli errori dei suoi giudici nell'applicare le norme europee, per altro recepite dalla legislazione nazionale.
Il governo Renzi fu perciò obbligato a far approvare nel 2015 una legge di riforma della Vassalli sulla base di un difficile compromesso con i magistrati che ne hanno pesantemente influenzato il testo per annacquare l'attribuzione di eventuali responsabilità. Ma la riforma non funziona perché: il cittadino deve citare lo Stato nella persona del Presidente del Consiglio e non i magistrati sui quali lo Stato si potrà rivalere secondo specifiche modalità. Questo significa che, in caso di sentenze di primo o secondo grado favorevoli al ricorrente, l'Avvocatura dello Stato ricorrerà sempre fino in Cassazione. Il ricorrente, per la disparità di forze in campo, sarà scoraggiato all'azione per i costi legali da sopportare e i tempi necessari; poi c'è la clausola di salvaguardia da abolire per le ragioni dette.
Si può perciò concludere che il quesito referendario è insufficiente rispetto all'obiettivo di rendere efficace la legge e realizzare la responsabilità diretta del magistrato. I magistrati naturalmente non condivideranno mai questa analisi e sosterranno che si tratta di aspetti indispensabili per salvaguardare il principio prioritario di rango costituzionale, quello dell'indipendenza dei giudici. Ma a ben vedere si tratta di un tabù evocato per mantenere garanzie e privilegi: non è forse altrettanto importante garantire al cittadino danneggiato dagli errori dei magistrati il diritto al risarcimento come richiesto dalla Corte di Giustizia?
di Stefania Totaro
Il Giorno, 7 dicembre 2021
Il sindacato si lamenta dopo l'escalation di violenze da parte di detenuti: "Non ci sono specialisti presenti h24, gli agenti sono in pericolo". "La realizzazione del reparto psichiatrico nel carcere di Monza è un progetto fallimentare ed è assolutamente da chiudere perché non ci sono specialisti presenti h24 e non c'è una struttura idonea per gestire questi detenuti.
Il personale di polizia penitenziaria non può continuare a rischiare quotidianamente di tornare a casa con danni permanenti". Dopo la denuncia di un'altra aggressione ad agenti di sorveglianza nella casa circondariale monzese da parte del sindacato Uilpa, prende la parola anche l'Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria, che punta il dito sul reparto di osservazione psichiatrica di via Sanquirico. Perché tra i ripetuti episodi di violenza da parte di detenuti contro gli agenti, ci sono anche quelli dei soggetti con problemi psichiatrici.
Come è accaduto domenica poco dopo le 13 quando un detenuto posto nel reparto di osservazione psichiatrica, mentre veniva accompagnato per l'ora d'aria, si è scagliato prima contro una sovrintendente e poi contro altri tre agenti intervenuti. Uno di questi ha subìto la frattura delle dita di una mano e con la collega sono stati accompagnati al pronto soccorso. L'agente ha avuto una prognosi di 30 giorni e ha dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico. Sulla vicenda la Procura monzese aprirà un'indagine. Il detenuto violento si trovava da pochi giorni nel reparto osservazione psichiatrica del carcere di Monza, proveniente da un'altra Regione. Perché non tutte le case circondariali hanno questo reparto, voluto dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e gestito dalla Asst territoriale. Sulla carta per tenere in osservazione per 30 giorni i detenuti con problemi psichiatrici prima di deciderne la destinazione.
In realtà spesso un 'parcheggio' per soggetti bisognosi di cure specifiche che, quando diventano violenti, mettono a repentaglio la sicurezza e l'incolumità del personale di polizia penitenziaria e devono essere trasferiti nel reparto psichiatrico in ospedale.
"Per noi i detenuti con problemi psichiatrici sono pazienti come gli altri - spiega Gianluca Peschi, direttore socio sanitario della Asst di Monza che segue il carcere monzese - Il reparto di osservazione psichiatrica è uno dei servizi che gestiamo con un medico presente h24, non c'è uno psichiatra 24 ore presente perché non è previsto dalla normativa. Per i detenuti che richiedono osservazione particolare intervengono gli psichiatri durante il giorno e lo specialista di medicina generale di turno anche la notte, quindi in caso di urgenza si attiva l'intervento del medico e, se necessario, del pronto soccorso.
È chiaro che avere nel nostro territorio una casa circondariale provvista di reparto di osservazione psichiatrica determina un certo afflusso di detenuti con queste problematiche, ma noi li gestiamo come gli altri pazienti con problematiche analoghe provenienti dal territorio". La questione è quindi sempre quella della coperta troppo corta per quanto riguarda gli organici della polizia penitenziaria (in numero insufficiente per affrontare non solo i detenuti psichiatrici, ma anche altri con comportamenti violenti sempre più in aumento, e sprovvisti di protocolli di intervento e di adeguati equipaggiamenti), ma anche le risorse di personale medico e di operatori specializzati nel gestire soggetti con grossi disagi comportamentali, che soltanto un intervento da parte del welfare della sanità a livello regionale può apportare.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 7 dicembre 2021
La causa di non punibilità dei delitti contro il patrimonio per assenza di violenza sui familiari non sarebbe comunque applicabile a tale reato. Il reato di estorsione non è scriminato ex lege se è diretto contro i genitori o i fratelli conviventi. Perché è reato che scatta solo quando la violenza non si limita alle cose, ma attinge la persona della vittima anche solo con la minaccia.
La non punibilità prevista dal comma terzo dell'articolo 649 del codice penale per quasi tutti i delitti contro il patrimonio agiti in ambito familiare - solo con violenza sulle cose e non sulle persone - è inapplicabile a priori per la rapina, l'estorsione e il sequestro di persona a fini di estorsione. Questa la lettura secca della Cassazione (sentenza n. 44916/2021) sulla causa di non punibilità prevista dal Codice penale sui delitti contro il patrimonio.
La scriminate - Al contrario, di quanto affermato dal ricorso, secondo cui andava seguita una diversa interpretazione normativa che applicherebbe la scriminante della sola violenza sulle cose, a tutti indistintamente i reati contro il patrimonio nei confronti di coniuge, figli, fratelli e genitori conviventi. Pretesa difensiva bocciata sulla base della chiara lettera della norma che esclude esplicitamente i tre reati, tra cui l'estorsione, appunto.
Il rinvio - Inoltre, ai fini della prova dell'elemento soggettivo del reato (cioè quello di ottenere un ingiusto profitto) non è irrilevante che quanto "estorto" fosse già di proprietà dell'imputato. Così come non è irrilevante che non vi sia stata diminuzione del patrimonio del padre, vittima delle condotte del figlio. Infatti, la Corte di cassazione con la sentenza n. 44916/2021, annullando la condanna, con rinvio, afferma che i giudici che ritengano consumato il reato di estorsione non possono pretermettere un'adeguata motivazione sull'argomento difensivo che faccia rilevare l'esistenza della prova processuale, che quanto ottenuto fosse già di proprietà dello stesso imputato.
È perciò da rifare il processo che si era concluso con la condanna per estorsione del figlio che minacciava di morte il padre per ottenere denaro in realtà proveniente dal proprio conto corrente alimentato solo da somme di diretta spettanza del figlio stesso (stipendi e indennità di disoccupazione).
cagliaripad.it, 7 dicembre 2021
Maria Grazia Caligaris: "Nelle colonie penali la media tende sempre a diminuire (39,6%) e gli spazi disponibili a svuotarsi". "La realtà penitenziaria delle case di reclusione della Sardegna appare sempre più squilibrata. Mentre nel carcere di Oristano-Massama i detenuti mese dopo mese aumentano e la percentuale è arrivata al 105,8%, nelle colonie penali la media tende sempre a diminuire (39,6%) e gli spazi disponibili a svuotarsi.
Il caso più emblematico però è quello di Arbus - Is Arenas dove si registra il minimo storico 28,9% di presenze (di cui 68,6% stranieri). Leggendo questi dati appare evidente che la nostra realtà penitenziaria non sembra rispondere pienamente al ruolo di recupero sociale e riabilitativo a cui è demandata. Le Case di Reclusione all'aperto dovrebbero infatti essere il luogo privilegiato in cui il lavoro è anche occasione di crescita civile e culturale". Lo afferma Maria Grazia Caligaris dell'associazione Socialismo Diritti Riforme osservando i dati dell'Ufficio Statistica del Ministero della Giustizia che fotografano con i numeri la condizione delle carceri al 30 novembre 2021.
"Non bisogna dimenticare - osserva Caligaris - che dietro ogni numero c'è una persona con la sua famiglia e che poter accedere a una colonia penale significa imparare un mestiere legato alla terra, pagare il mantenimento carcerario e poter aiutare i familiari. Appare quindi inspiegabile a molti il perché sia così difficile approdare in un luogo creato proprio per favorire il recupero di chi sta scontando una pena detentiva. Dai dati peraltro emerge che nelle case di reclusione all'aperto mediamente si trova il 39% di detenuti italiani e il 61% di stranieri. Quasi 20,86% (415 su 1989 ristretti) è invece la media degli stranieri reclusi nei 10 Istituti ma sale al 23,4% la media considerando Uta (111 stranieri su 541) e Bancali (107 su 389)".
"I problemi nella nostra Isola però non si limitano agli spazi - rileva infine l'esponente di SDR - ma anche all'intera organizzazione che soffre per la carenza di personale in tutti gli ambiti dalla direzione agli amministrativi, dagli agenti penitenziari ai funzionari giuridico pedagogici. Senza garanzie sul personale non è possibile rendere la presenza in carcere di chi ha commesso un reato un momento utile per ripristinare un rapporto positivo con la società e le sue norme".
- Santa Maria Capua Vetere (Ce). 20 detenuti positivi al Covid: il nodo colloqui e permessi
- Pistoia. La Garante mancata attacca: "Negati i diritti dei detenuti"
- Più libri più liberi. La fiera dei ragazzi: diecimila studenti alla Nuvola
- Larino (Cb). Il carcere ha la sua panchina rossa. Momento di riflessione coi detenuti foto
- Alessandria. Tre pannelli con la storia di Pinocchio: regalo dei detenuti all'Ospedale Infantile









