di Stefano Taglione
Il Tirreno, 8 dicembre 2021
Il ministero dovrà pagargli 5.869,08 euro. Questa la decisione della giudice del lavoro del tribunale di Roma Anna Maria Lionetti, in una sentenza depositata lo scorso 29 novembre, che ha condannato il dicastero della Giustizia a risarcire un ex detenuto del carcere delle Sughere, che aveva lavorato dal novembre 2016 al settembre 2017 come mungitore, giardiniere e aiuto-agricoltore (anche nella colonia penale agricola di Gorgona).
Un cinquantanovenne - originario di Aversa, in provincia di Caserta - durante la detenzione (nel conto c'è anche il periodo trascorso nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, in Campania, dal marzo al giugno 2016 in cui aveva operato come scopino) avrebbe ricevuto delle spettanze inferiori rispetto a quanto stabilito. "Una mercede - si legge negli atti della causa civile intestata con successo dalla sua avvocata, Tiziana Ilice - inferiore ai minimi retributivi dei contratti collettivi nazionali di lavoro". "Le somme corrisposte a titolo di tredicesima mensilità, indennità sostitutiva di ferie e Tfr - si legge ancora - erano inferiori ai minimi dovuti e nulla era stato corrisposto a titolo di quattordicesima mensilità".
La giudice ha stabilito come vada "riconosciuto il diritto al pagamento della quattordicesima mensilità nella misura prevista dai contratti collettivi richiamati, atteso che l'applicazione parametrica del contratto collettivo nazionale di lavoro obbliga il datore di lavoro al riconoscimento degli istituti retributivi di natura convenzionale". "La retribuzione del mio assistito, così come previsto dalla legge - spiega Ilice - veniva già decurtata di un terzo dal ministero, ma il problema è che le paghe erano ferme al 1993, dato che la commissione ministeriale non si era mai riunita per aggiornarle. Quindi, nel 2017, lui veniva pagato come un detenuto nel '93. Oltre alla quattordicesima la giudice ha riconosciuto l'emolumento da me richiesto, già decurtato di un terzo come previsto". Il ministero dovrà inoltre pagare le spese processuali per 1.540 euro.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 8 dicembre 2021
Ripristinare l'autorizzazione a procedere. Perché no? Se ne parla, e lo auspica uno studio molto serio. Guardate chi c'era, una sera a Milano. Rilassato, fuori dalla mischia del Palazzo di giustizia e di una procura covo di vipere come non mai, abbiamo ritrovato Francesco Greco impegnato a discutere di un tema decisamente più alto di quelli che lo avevano visto coinvolto nelle ultime settimane che hanno preceduto il suo pensionamento. Immunità parlamentare, check and balance, equilibrio tra i poteri: aria pura, o almeno così dovrebbe essere. L'occasione è data dalla presentazione milanese del libro dell'avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, "L'eutanasia della democrazia. Il colpo di Mani Pulite" (Rubbettino, 14 euro), prefazione di Sabino Cassese. Cento pagine da distillare, concetti da assaporare uno a uno, perché c'è proprio tutto.
Il quadro comparato tra i sistemi anglosassoni di common law e quelli europei di civil law. Il dibattito sull'articolo 68 dei padri costituenti tra il 1946 e il 1948, e poi quello in Parlamento tra il 1992 e il 1993. I primi cercavano di ricostruire l'equilibrio tra i poteri dopo gli anni sanguinosi, anche per il diritto, del fascismo. I secondi, terrorizzati durante la stagione di Mani Pulite, mostrarono di preferire alla fine la repubblica giudiziaria rispetto a una democrazia liberale. Francesco Greco ha il tono e la giovialità ritrovata di chi si è veramente tolto un peso. Anche se gli costa un po' dirlo. Preferisce pizzicare, non senza una certa allegria, un paio di testate giornalistiche che non si sono fatte coinvolgere dal momento bello del suo commiato. Ho offerto champagne francese, quello vero, rivendica, e Repubblica il giorno dopo ha titolato "Greco lascia, brindisi al veleno". E sul Riformista (fa il nome di una giornalista che conosce da molti anni) mi voleva in pensione sei mesi prima del tempo, e diceva "ma quando se ne va?".
Ma, champagne a parte, il veleno tra toghe, quello che ha portato la procura di Brescia a sottoporre a indagine diversi magistrati milanesi, non è arrivato dall'esterno della casta. Non dai giornalisti. Men che meno dalla politica. Hanno fatto tutto da soli.
Sull'equilibrio tra i poteri e sul rapporto, in Italia decisamente malato, tra politica e giustizia, il procuratore Greco non cede di un millimetro. Rispetto al libro, la cui tesi sul tragico errore del Parlamento sull'articolo 68 è molto chiara, ma anche molto documentata e motivata, anche con il supporto e l'autorevolezza di Sabino Cassese, butta lì subito "Ritenevo assorbito il problema dal '93". Il suo ragionamento è elementare: non siamo stati noi di Mani Pulite a distruggere i partiti della prima repubblica, i partiti si sono distrutti da soli, perché la politica costa e in Italia si commettono troppi reati. Problema assorbito dalla cultura del Paese, dunque?
E' stata solo una giusta punizione nei confronti della classe politica, e quindi del Parlamento, l'eliminazione dell'autorizzazione a procedere, che aveva il compito di impedire iniziative politiche da parte della magistratura? L'avvocato Benedetto spiega con chiarezza perché, in un sistema in cui la magistratura è totalmente autonoma e nominata in modo burocratico, dove non c'è la separazione delle carriere e oltre a tutto esiste l'obbligatorietà dell'azione penale, è indispensabile un contrappeso che difenda le prerogative del Parlamento.
Ma non c'è verso di comprendersi. Perché ogni richiamo ai principi sacrosanti di ogni società liberale, quelle in cui l'immunità dei parlamentari fa parte dell'equilibrio dei poteri, viene considerata come un attentato a quelle inchieste che furono, ai tempi di Tangentopoli. Non a caso Greco recita più volte "il revisionismo non mi è mai piaciuto". Vasto programma, vien da dire. Ma lui lo precisa: "Su Mani Pulite vedo molto revisionismo". E non è un caso il fatto che lui stesso ricordi come, avendo conosciuto, nel suo ruolo di capo della procura più famosa d'Italia, pubblici ministeri di tutto il mondo, si sia sempre sentito "un privilegiato". Infatti il caso italiano è unico al mondo. Ma per la carenza di democraticità, andrebbe aggiunto. E per la protezione assoluta della casta dei magistrati, in particolare dei pubblici ministeri che non rispondono a nessuno.
I suoi colleghi inglesi e americani infatti, e soprattutto i pm, nelle patrie del principio dell'habeas corpus, hanno uno stretto rapporto con il potere politico. Il quale non necessita quindi di essere protetto da particolari guarentigie, al contrario dei Paesi europei del civil law dove esiste il giudice burocrate, una figura impensabile sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito. Ma anche nella stessa Europa l'Italia rappresenta una "stranezza". Perché il pubblico ministero è un soggetto potentissimo e irresponsabile (in altri Paesi risponde al guardasigilli), ma anche perché, al contrario di quel che accade in Francia, in Germania e in Spagna, con la controriforma del 1993, il parlamentare è un cittadino in balia di qualunque anomalia politico-giudiziaria, senza protezione alcuna. E non è che manchino gli esempi di quel che è accaduto, dal 1992 in avanti. Un argomento molto in uso è quello che dell'immunità parlamentare e dell'autorizzazione a procedere si era abusato nel passato.
Verissimo. Ma altrettanto vero è che, prima di tutto proprio negli anni di Tangentopoli il Parlamento aveva cambiato registro, con esami più oculati di ogni singolo caso e concessioni più frequenti alla magistratura di indagare. E comunque, perché eliminare le guarentigie solo perché erano state mal applicate? Il cibo può essere buono anche se qualcuno ha fatto indigestione.
Tra l'altro, nel corso del dibattito che tenne impegnati a lungo Camera e Senato, si era arrivati a una buona mediazione, spostando il momento della richiesta di autorizzazione alle Camere dall'inizio delle indagini a quello dell'esercizio effettivo dell'azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm. Ma non ci fu nulla da fare. Spirava in quel periodo un'ariaccia fetida in cui il ruolo di moralizzatore dei costumi se lo era assunto la Lega Nord, un po' come più di recente i seguaci di Beppe Grillo. Il Parlamento era pieno di politici indagati, la gran parte dei quali anni dopo verrà assolta. Inutilmente Marco Pannella, uno dei pochi ad avere a cuore la sacralità del Parlamento, radunava tutti alle sette del mattino. Ma era in gran parte gente terrorizzata, che cercava solo il modo di non finire in galera. Avrebbero votato qualunque cosa.
E così fu, purtroppo. E inutilmente un giorno lo stesso Pannella nell'aula gridò contro la demagogia e il populismo: "Il nostro compito, per non essere antipopolari, è di essere semmai impopolari in alcuni momenti. Viva la Costituzione repubblicana! Viva l'articolo 68! Viva il Parlamento che saprà difenderlo!". Andò diversamente. Il revisionismo non piace ai procuratori? Un motivo di più per riformare l'articolo 68 della Costituzione e rendere l'Italia un Paese più liberale e più libero.
di Guido Salvini
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
Un giudice racconta il "trucchetto" grazie al quale le richieste del pool di Milano finivano sempre sulla scrivania di un unico Gip. Ho appena letto un ampio articolo di Fabrizio Cicchitto nel trentennale di Mani pulite e quindi dell'origine del giustizialismo e, per alcuni, dell'idea di un socialismo per via giudiziaria.
L'autore fa un breve accenno al ruolo svolto a Milano dall'ufficio Gip. Anche allora, negli anni 90, vi prestavo servizio e quindi posso dare un contributo raccontando meglio una storia che pochi conoscono. È solo un aspetto tra i tanti di un fenomeno giudiziario con molte angolazioni, ma non è secondario, vale la pena di ricordarlo e posso narrarlo in prima persona.
Cicchitto parla di un unico Gip che accentrò, indebitamente, tutti filoni di quell'indagine rivolta pressoché all'intero mondo politico e imprenditoriale. Non sbaglia e spiego meglio cosa è successo. L'ufficio Gip in quel momento era un passaggio decisivo perché era chiamato ad accogliere o respingere la richiesta di cattura presentate dal Pool e poi le istanze di scarcerazione o di arresti domiciliari, un meccanismo da cui in pratica dipendeva il funzionamento e lo sviluppo di quell'inchiesta "sistemica".
Era comodo per la Procura avere un unico Gip già sperimentato, per alcuni già "direzionato", e non doversi confrontare con una varietà di posizioni e di scelte che potevano incontrare all'interno dell'ufficio Gip, formato da una ventina di magistrati.
Andava evitata e prevenuta una possibile variabilità di decisioni dei giudici che potesse in qualche modo creare "difficoltà" alle indagini o comunque costringere chi le conduceva a confrontarsi con punti di vista diversi. Così il Pool escogitò un semplice ma efficace trucco costituendo, a partire dall'arresto di Mario Chiesa, un fascicolo che in realtà non era tale ma era un "registro" che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse unificate solo dall'essere da gestite dal Pool. Il numero con cui iscrivevano qualsiasi novità che riguardasse tangenti in tutti i settori della Pubblica amministrazione era sempre lo stesso, il 865592, quello del Pio Albergo Trivulzio, un fascicolo estensibile a piacere, tra l'altro anche a vicende per cui la competenza territoriale dell'autorità giudiziaria di Milano non esisteva.
Invece le regole nella sostanza volevano che ad ogni notizia di reato fosse attribuito un numero e ad ogni numero seguisse la competenza di un Gip non individuabile priori. Ma questo espediente dell'unico numero impediva la rotazione e consentiva di mantenere quell'unico Gip iniziale, quello dell'indagine sul Trivulzio, Italo Ghitti, che evidentemente soddisfaceva le aspettative del Pool. Un paio gli anni dopo, nel 1994, vale la pena di ricordarlo, Ghitti divenne consigliere del Csm: un'elezione e un prestigioso incarico propiziati quasi esclusivamente dall'essere stato appunto il "Gip di Mani pulite".
I principi dell'Ufficio furono quindi sovvertiti radicalmente e non si trattava di regole puramente organizzativo o statistiche ma che dovevano presiedere al principio del giudice naturale e cioè che il giudice fosse del tutto indipendente e non fosse scelto da altri, soprattutto non dalla Procura.
Ci fu anche un episodio che mi riguardò. Nel maggio 1993 un filone arrivò a me per "sbaglio". Si trattava di quello relativo ad alcune presunte tangenti, peraltro romane, pagate nella Asst l'Azienda dei Telefoni, una storia che nulla aveva a che fare ovviamente con il Trivulzio. Ma portava scritto sulla copertina quel famoso numero. Nel giro di pochi giorni, prima ancora che potessi decidere su alcune richieste del Pool, il fascicolo mi fu sottratto senza tanti complimenti e passò al Gip Ghitti, evitando così che non solo io, questo non è affatto importante, ma che qualsiasi altro Gip dell'ufficio "interferisse" nella macchina di Mani pulite.
Questa abnormità fu più che tollerata, e tollerata forse è dir poco, dai capi dell'ufficio Gip. Feci loro notare con una nota documentata la situazione del tutto illegittima che si era creata. Le mie osservazioni furono semplicemente cestinate. Non era il tempo di seguire le strada giusta ma di adeguarsi al mainstream. È andata così. Conservo ancora a distanza di tanti anni una cartellina con quegli atti e la lettera che avevo inviato al capo Ufficio. Del tutto inutile. L'ufficio Gip si inchinò e fece una triste figura.
di Aldo Varano
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
In Italia in pochi, se interrogati, si rendono conto di vivere in uno dei paesi più sicuri del mondo grazie ad una drastica riduzione dei reati più gravi che si consumavano nel Belpaese nei decenni scorsi. Questa tendenza si colloca all'interno di un processo mondiale.
Ormai da tempo studiosi ed esperti nelle loro analisi distinguono con nettezza la "condizione di sicurezza" di un paese, che misurano sulla base di dati oggettivi e verificabili, dalla "percezione di sicurezza" che ne hanno i suoi abitanti. Per esempio in Italia in pochi, se interrogati, si rendono conto di vivere in uno dei paesi più sicuri del mondo grazie ad una drastica riduzione dei reati più gravi che si consumavano nel Belpaese nei decenni scorsi.
Questa tendenza, in Italia più accentuata rispetto ad altri luoghi, si colloca all'interno di un processo mondiale che negli anni scorsi il sociologo Pino Arlacchi, il teorico di "mafia imprenditrice", intervistato dal Corsera, ha spiegato e definito di "ingentilimento progressivo del Pianeta".
In Italia tutti i reati, o quasi, a cominciare da quelli più gravi e devastanti, sono clamorosamente precipitati. Nel 2017, anno per il quale c'è un dato certo grazie allo svolgimento definitivo di indagini e processi, gli omicidi sono stati 368. Un numero inaccettabile per i luoghi avanzati della coscienza civile del nostro presente storico. Ma niente di paragonabile neanche lontanamente ai 1938 ammazzati nell'anno 1991. Ed è straordinaria la circostanza che da allora in Italia abbiamo iniziato a scendere sempre di più e sempre più rapidamente.
Ovviamente, la contrazione progressiva, talvolta addirittura precipitosa, del più grave inquietante e inaccettabile dei reati, è connessa ai colpi subiti dalle organizzazioni criminali in Italia a cominciare da Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra che sono state drasticamente ridimensionate nella loro furia omicida. Insomma, siamo stati bravi anche a farci spingere dai sacrifici e dal sangue di forze dell'ordine, magistrati, uomini di giustizia, uomini e donne di buona volontà.
Nel 2020 anno della pandemia, atteso con grandi paure e preoccupazioni per la fosca previsione dello scatenarsi di istinti incontrollabili, gli omicidi complessivi (dato provvisorio) sono crollati a 271, tra questi e in crescita, 112 femminicidi e, secondo il trend degli ultimi anni, 28 attribuiti alle mafie.
Si può fare di più e meglio. Ma intanto, sulla base dei dati odierni verificabili (la "condizione di sicurezza" di un paese) l'Italia è una delle nazioni più sicure del pianeta. Anche il paragone tra l'Italia e gli altri paesi europei (e l'Europa sulla base dei dati è il continente più sicuro del mondo) mostra insospettabili successi dell'Italia. I paesi, secondo le convenzioni sociologiche internazionali, vengono confrontati rapportando il numero degli omicidi annui a ogni 100mila abitanti.
L'Italia è allo 0,6 (cioè registra in media poco più di mezzo omicidio ogni 100mila abitanti). In Europa ci superano in virtù soltanto Lussemburgo, Repubblica Ceca e Cipro. Virtuosi quasi quanto noi sono invece Spagna, Portogallo, Grecia e Austria. Un po' più indietro ancora, Olanda e Polonia. Abbiamo la migliore performance, cioè registriamo un tasso più basso di omicidi, rispetto a Francia (1,3), Regno Unito (1,2) Germania (1,3). Solo il Giappone (0,3) è più virtuoso di noi tra le nazioni del G8. E nel mondo, Europa a parte, solo la Cina registra l'identico 06 italiano. Impossibile il paragone col 5,3 americano (ogni cittadino di quel paese rischia dieci volte di più di un italiano, di morire ammazzato) o il 9,2 della Russia. Per non dire del 30,5 brasiliano o del 35,9 del Sudafrica.
Ma tornando alla "condizione di sicurezza" del paese, bisogna subito ragionare sul fatto che gli omicidi non sono tutti uguali. Ci sono quelli degli uomini (omicidi) e quelli delle donne (femminicidi) e qui l'ingentilimento progressivo del pianeta sembra essersi bloccato. Infatti in Italia gli uomini ammazzati diminuiscono mentre le donne uccise aumentano.
In realtà, la drastica contrazione registrata nel trentennio che abbiamo alle spalle è interamente dovuta alla riduzione complessiva degli omicidi degli uomini (a partire dalle vertiginose quote degli omicidi di mafia) mentre è rimasta costante o è addirittura lievitata la quota dei femminicidi e delle donne uccise in ambito familiare e affettivo. Non è quindi infondata la conclusione che la più urgente emergenza italiana da affrontare, non sia più ormai a tempo quella mafiosa ma quella del femminicidio.
Chiarificatrice la valutazione di Salvatore Lupo, forse lo storico italiano più autorevole rispetto alle mafie, che intervistato nei giorni scorsi da Errico Novi per questo giornale, ha osservato che "La violenza delle cosche è stata innanzitutto inframafiosa, e sappiamo come oggi l'incidenza degli omicidi legati al crimine organizzato sia diminuita nettamente: ora parliamo dei femminicidi, cioè di delitti legati a dinamiche sociali e sottoculturali".
Se questo è il quadro che emerge dalla "situazione di sicurezza" del paese si rafforza la legittimità di una domanda. Serve ancora la Commissione nazionale antimafia, istituita per la prima volta nel nostro paese nel 1963 per una legislatura, e da allora rinnovata puntualmente, con una nuova legge a ogni inizio di nuova legislatura? L'interrogativo è antico, anzi vecchio, come sanno quanti hanno letto o studiato un classico sociologico di dimensione mondiale come La mafia Siciliana di Diego Gambetta (1992).
Il sociologo che ha costruito la teoria della mafia come "industria della protezione privata" di attività illegali (forse l'unico schema imperniato su una lettura del fenomeno mafioso scardinato da ogni suggestione antropologica e quindi razzista), nell'introduzione del 1993 (per Einaudi Tascabili, firmata da Oxford dove Gambetta lavorava in quella università), annotava: "In passato l'apporto della Commissione non fu privo di ambiguità...".
Per poi concludere: "Si ha l'impressione che questo istituto - di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia (fatta nella società reale e non, ovviamente, nella Commissione, ndr) - sia servito come una palestra in cui le forze al governo permettevano all'opposizione di sinistra di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto". E tralascio, perché non bisogna mai esagerare, le considerazioni e le ironie dirette o indirette sull'Antimafia sparse negli scritti e negli interventi di Giovanni Falcone. L'impietoso giudizio di Gambetta a trent'anni dall'istituzione della prima Antimafia appare oggi, passati altri trent'anni, educato e generoso rispetto a quanto è nel frattempo accaduto a quell'istituto.
In realtà, l'esperienza dell'Antimafia, se si esclude il periodo, peraltro molto discusso e criticato in cui fu presieduta da Luciano Violante (uno dei pochi o forse l'unico magistrato a dimettersi dalla magistratura quando venne eletto in Parlamento), si ritrova per intero nella sferzante valutazione di Gambetta. Ma trent'anni dopo di allora (cioè 58 anni dall'inizio di questa vicenda, un periodo storico troppo lungo per non capire che tutto nel frattempo è cambiato) la Commissione sembra avere assunto una funzione ancora più inutile e priva di prestigio.
Non servono infatti particolari ricerche specialistiche per verificare che l'Antimafia si è via via trasformata in una specie di ricovero per personaggi politici decaduti o emarginati, lì confinati perché sconfitti nello scontro politico interno al proprio partito, o perché considerati inadatti allo svolgimento di ruoli di rilievo e responsabilità. Senza voler mancare di rispetto ad alcuno dei presidenti degli ultimi anni, il loro succedersi alla guida della Commissione, via via sempre più degradata politicamente, racconta quel che è accaduto in modo impietoso.
Il ministro dell'Interno senatore Pisanu (Fi) cade in bassa fortuna dopo le elezioni del 2013 nel suo partito per la strisciante e sottintesa accusa di aver malgestito le elezioni? Forza Italia lo marginalizza facendolo eleggere Presidente dell'Antimafia. Rosy Bindi, già ministra della Repubblica, viene rieletta alla Camera nelle liste Pd nonostante la guerra che le muove contro l'allora potente Matteo Renzi?
Per lei niente ministero o ritorno al governo: si accontenti della presidenza dell'Antimafia. In passato, la Rifondazione comunista di Bertinotti, quando si era ormai appassita facendo tutti i guai possibili, non contava nulla ma aveva ancora voti utili alla Camera e in Senato? Il centrosinistra le rifila la presidenza dell'Antimafia. E ancora oggi: il pentastellato Morra è stato considerato dai capi dei 5s (chissà perché e forse ingiustamente, ma non lo sapremo mai) inadatto al ruolo di ministro, specie dell'istruzione, come avrebbe preferito? Anche lui Presidente Antimafia dove il Pentastellato, qualche dichiarazione a parte, non può fare danni.
Ci sono giornali che ad ogni inizio di legislatura parlamentare pubblicano articoli (cambiando solo la data) per chiedere che si metta fine al cinismo che usa l'Antimafia per coprire qualche buco. Sempre inutilmente. A Roma un posto in più (con tutti i connessi) fa bene alla maggioranza, e anche all'opposizione. L'Antimafia serve a concedere ad un parlamentare che ha peso, ma meno peso di tutti gli altri parlamentari che hanno peso, il titolo di Presidente e, insieme al titolo, tutte le prebende annesse e connesse: supplemento di stipendio, autista, struttura e staff nei fatti alle dipendenze del Presidente per aiutarlo a far meglio il suo (in questo caso inutile) lavoro.
Lo sanno tutti che le cose stanno così. Compresi i parlamentari che alla fine accettano di farsi nominare perché un titolo, l'autista, un aumento sia pur modesto dello stipendio, uno staff di persone è sempre meglio di un calcio negli stinchi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
Il Due Palazzi, per la commissione carcere della Camera penale di Padova che lo ha visitato a ottobre scorso, si segnala per le tante attività di rieducazione dei detenuti, ma presenta anche delle note dolenti. Il Due Palazzi di Padova è un carcere dove entra la cultura, l'Università, il lavoro. Un carcere dove è fortemente presente il terzo settore. Per la Commissione carcere della Camera penale di Padova - che vi ha fatto visita ad ottobre scorso - sono tutti fattori che fanno un passo importante verso la finalità rieducativa della pena. Ma nel contempo presenta talune criticità al livello strutturale. Ad esempio, tra gli altri problemi, i penalisti hanno osservato che l'infermeria ha gravi carenze logistiche e necessita di una ristrutturazione.
La visita nel Due Palazzi Commissione Carcere della Camera penale di Padova - La visita, che risale al 18 ottobre scorso, è stata effettuata dalla Commissione Carcere della Camera penale di Padova, di cui fanno parte Annamaria Alborghetti, Laura Capuzzo, Alessandra Chiantoni, Serena Fornaro e Michele Grinzato, unitamente al Presidente, Michele Godina, e a Simone Bergamini, responsabile regionale Osservatorio Carcere Ucpi. Si legge nella loro relazione, che alla data della visita risultano in carico 525 detenuti di cui 15 semiliberi in licenza Covid, a fronte di una capienza regolamentare di 438 unità. Si legge ancora che la gran parte dei detenuti fa parte della media sicurezza, solo 17 sono in AS1, mentre 100 sono classificati come protetti, gli ergastolani sono circa 60, e nell'area semiliberi e art. 21 sono 35.
Svolgono lavori di di pubblica utilità per il Comune e la Provincia di Padova - Ben 140 sono i detenuti che lavorano per le Cooperative mentre 80 lavorano per l'Amministrazione. I penalisti della Commissione carcere evidenziano che vi sono inoltre detenuti che svolgono lavori di pubblica utilità con il Comune e la Provincia di Padova per la manutenzione delle strade ed aree verdi. Per tali attività i detenuti percepiscono solo un rimborso spese. Si apprende che il Liceo Curiel è stato ristrutturato proprio dai detenuti. La delegazione della Commissione carcere Ucpi di Padova ha fatto visita al Polo Universitario che, finalmente, è tornato in funzione.
I penalisti spiegano nella relazione, infatti, che durante la pandemia era stato riconvertito in reparto Covid. Vi è una stanza con i computer, con la possibilità di collegamenti con l'esterno e con il controllo del server centralizzato. "Quindi si può fare!", sottolineano i penalisti, facendo così intendere che tale esperienza si può replicare in tutte le carceri. Si evidenza che il Polo è sempre stato sezione aperta. Uno studente di ingegneria informatica, che ha fatto la triennale e ora sta concludendo la magistrale si dice "molto contento di essere tornato al Polo, ora può studiare nella sala comune di studio, un luogo tranquillo e silenzioso. È l'unica sezione dove esiste il refettorio", scrivono nella relazione.
Nel carcere di Padova si producono i famosi panettoni Giotto - I penalisti hanno visitato la pasticceria dove lavorano 42 detenuti. Ogni mattina sfornano un migliaio di brioches che escono dal carcere alle 5 di mattina per essere consegnate nei vari bar. Si legge nella relazione che l'ambiente è pieno di impastatrici, forni ed altro che lavorano a pieno ritmo. Ogni giorno vengono fatti 1200 kg di impasto per i famosi panettoni della Giotto. Vi si dedicano ben 15 detenuti. La Cooperativa cerca poi di fare rete per aiutare i detenuti a reinserirsi una volta scarcerati. Nel Due Palazzi osservano che ci sono 2 call center. Qui 30 detenuti si occupano delle prenotazioni per il Cup dell'ospedale di Padova e Mestre. Vengono effettuate anche le prenotazioni Acli e quelle per i medici liberi professionisti di Mestre. La Commissione ha visitato anche il capannone dove viene effettuato l'assemblaggio per la valigeria Roncato. C'è anche il tacchificio.
Si lavora anche per le grandi firme della moda - I penalisti spiegano che lì vengono realizzati circa 3000/4000 paia di tacchi al giorno per una ditta della riviera del Brenta che rifornisce le più grosse marche, da Vuitton a Gucci e altri, per realizzare scarpe di prestigio. È un lavoro che richiede grande precisione e accuratezza perché quei 12 cm. lunghi e sottili hanno bisogno di un sostegno particolare per non rompersi o piegarsi.
"Chissà cosa direbbero le signore che camminano su quei tacchi se sapessero che la sicurezza dei loro passi dipende dalla bravura e serietà del lavoro dei detenuti", osservano i penalisti. Gli avvocati hanno visitato anche la Cooperativa Altracittà che effettua commesse per 6 aziende oltre all'attività di legatoria. Ci sono 28 detenuti addetti all'assemblaggio delle bustine di thè e caffè, alla confezione dei fondi delle bottiglie di maraschino oltre che all'assemblaggio di valvole per riscaldamento.
Pochi infermieri e strutture carenti - Ma nella relazione della Commissione carcere dell'Ucpi di Padova, non mancano le note dolenti. C'è l'infermeria che, nell'insieme, rasenta molte criticità, nonostante gli sforzi del personale che è riuscito a gestire il periodo più difficile che ha dovuto affrontare la primavera scorsa, prima con la diffusione di vari focolai Covid e poi con la vaccinazione dei detenuti. Non vi sono stanze per ricoveri temporanei e di conseguenza - sottolineano i penalisti - chi sta male deve curarsi in cella, che spesso condivide con altri, o nei casi più gravi viene ricoverato in ospedale. In più zone piove all'interno. Sono previsti 13 infermieri e un coordinatore ma al momento sono in 8. È previsto un concorso che dovrebbe portare a 23 unità il personale infermieristico. Si osserva che non vi sono infermieri h24 in quanto il turno termina alle 22. Mancano alcuni specialisti come l'ortopedico, il radiologo e il diabetologo, il cardiologo viene una volta alla settimana. "Si consideri che le patologie più diffuse sono il diabete e problemi cardiologici", sottolinea la relazione.
Al blocco 2 celle risultano piccole con i due letti messi a L - Per quanto riguarda il blocco 2, i penalisti spiegano che si trovano 37 detenuti sul lato A e 44 sul lato B. Le celle risultano piccole con i due letti messi a L. Il wc e il lavandino sono separati ma lo spazio limitato costringe a riporre cibo e frutta a pochi centimetri dal wc. I sanitari sono vetusti e spesso rovinati. Le docce sono all'esterno e, nonostante siano state rifatte 4 anni fa, sono piene di muffa e l'intonaco cade a pezzi in più punti. I penalisti osservano come i blocchi destinati ai comuni sono quelli in condizioni peggiori, non solo per problemi di manutenzione e, forse, strutturali, ma anche perché si nota poca cura e molto disordine. Non è da escludere - secondo i penalisti della Commissione carcere - che la cosa si colleghi alla tipologia dei detenuti di queste sezioni, poco stimolati, senza un lavoro, moltissimi di loro stranieri. La conferma di questa ipotesi la trovano visitando il blocco 5 dove sono presenti i lavoranti. Le stanze, pur presentando gli stessi problemi, sono tenute molto meglio sia a livello di ordine che di pulizia.
Tuttavia, a causa dell'umidità diffusa in tutto l'istituto, la sala socialità, benché tenuta bene e ridipinta da poco dai detenuti, presenta in più punti molte infiltrazioni d'acqua. "Possiamo dire che un carcere dove entra la cultura, dove entra l'Università, dove entra il lavoro, in cui è fortemente presente il terzo settore sicuramente fa un passo importante verso la finalità rieducativa della pena. Ma è anche importante che gli ambienti siano sani e puliti per rispettare la dignità di tutti", conclude la relazione della commissione carcere della camera penale di Padova.
di Antonio Sabbatino
comunicareilsociale.com, 8 dicembre 2021
Ciambriello: "Serve più attenzione da parte delle istituzioni". Ripensare il mondo carcerario, riflettere su come adottare misure alternative per una platea di detenuti a cui va garantito il reinserimento nella società. Cosa che, con le attuali condizioni negli istituti penitenziari e l'ordinamento giuridico in vigore, sovente rimangono al palo. Di questo, e non solo, s'è parlato nell'auditorium della Regione Campania all'isolato C3 del Centro Direzionale intitolato "Scegliere la libertà: carcere, misure alternative e magistratura di sorveglianza" presieduta dal Garante regionale delle persone private delle libertà Samuele Ciambriello con gli interventi di diversi rappresentanti del mondo forense, dell'autorità giudiziaria e carceraria.
Tema scomodo - Proprio Ciambriello nel suo intervento ha sottolineato come il carcere sia un "tema scomodo in termini di consenso politico" chiedendo perciò una "rinnovata attenzione politico-istituzionale verso l'intero pianeta carcere, per promuovere iniziative che riorganizzino l'amministrazione penitenziaria".
I numeri, quelli freddi e inequivocabili, supportano l'appello del garante regionale dei detenuti. In Campania ci sono attualmente 6.732 detenuti, di questi 366 donne, 917 stranieri e 152 in regime di semilibertà. "Le carceri del nostro Paese - la sottolineatura di Ciambriello - vivono uno stato di eccezione permanente da molti anni; complice di questo eterno ritorno è l'estensione ipertrofica dell'area penale che ha periodicamente aumentato gli ingressi e le permanenze nelle strutture detentive, nonostante la consistente diminuzione dei reati. Ci siamo dovuti confrontare con misure gattopardesche e rimaneggiate".
A ciò va aggiunta l'assenza di un numero congruo di operatori, psicologi, psichiatri e agenti di polizia penitenziaria nelle carceri campane. A Poggioreale per circa 2600 detenuti ci sono solo 9 educatori e mancano mediatori culturali linguistici mentre in Campania le pratiche inevase rispetto alla carcerazione preventiva e all'eventuale accordo di una pena alternativa, sono 13000. Inoltre, l'aggiunta di Ciambriello, la "recidiva con le misure alternative scende al 21%" stando all'Uepe, l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna. A lanciare l'allarme sui numeri spropositati in carcere e tutto ciò che ne consegue, anche Carmelo Cantone, provveditore ad interim dell'amministrazione penitenziaria della Campania.
"La mancanza di risorse economiche, il sovraffollamento e l'assenza di personale sono frutto di scelte politiche. I tagli trasversali si notano di più perché i detenuti sono persone e non pacchi postali. Dal 2013 al 2017 - stando alle parole del provveditore Cantone - è stato ridotto di circa il 25% l'organico con la soglia che è stata fissata sulla Capienza ottimale dei detenuti e non di quanti detenuti effettivamente ci sono in un istituto penitenziario.
Ci sono carceri in cui interi padiglioni di diversi piani sono sorvegliati anche da una sola persona e sono gli stessi detenuti a non condividere quest'andamento, preoccupati del mancato intervento in caso di emergenza. La vicenda epocale del Covid poteva essere una occasione per abbattere qualche totem come quello del 4 bis relativi ai reati di seconda fase, si doveva preparare l'alternativa al carcere, la dimissione. Non è accaduto" ha concluso il provveditore ad interim.
Il ruolo delle associazioni - Ma ammesso e non concesso che il Tribunale di Sorveglianza, pur compulsato, accetti di dare il via libera a una pena alternativa al detenuto, c'è penuria di associazioni, cooperative o strutture in grado di accogliere chi esce di prigione. A confermarlo Pietro Ioia, garante dei detenuti per il Comune di Napoli.
"Le associazioni sul territorio che si occupano dei detenuti sono pochissime. Tante non ci aiutano forse perché non interessa la tutela dei carcerati". Le "mosche bianche" citate da Ioia sono, ad esempio nel quartiere Scampia, la cooperativa "L'Uomo e il Legno", l'Officina delle Culture Gelsomina Verde, la palestra di Gianni Maddaloni. Ancora Ioia: "Lancio l'appello alle associazioni a contribuire. Di recente ho parlato con delle forze dell'ordine e mi hanno messo al corrente di detenuti clochard che devono scontare pochi mesi, sarebbe meglio una pena alternativa con qualcuno che li possa accogliere. Spero che in futuro si facciano avanti più associazioni, le carceri sono strapiene, è un brutto periodo".
Don Franco Esposito - Non può essere tacciato di immobilismo nel conforto ai detenuti don Franco Esposito, cappellano della pastorale carceraria di Poggioreale e punto di riferimento della onlus Liberi di Volare. "Il tema fondamentale non è il problema del carcere, è il carcere che è un problema. Fa del male a chi sta dentro e anche alla società fuori perché produce recidiva. Queste persone devono essere accompagnate nel cammino della liberazione, ma in realtà diventa impossibile in questa istituzione che è contro l'uomo" il ragionamento di don Franco ricordando che "come chiesa di Napoli abbiamo realizzato all'esterno del carcere, con la nostra presenza a volte sterile di questo sistema, un segno con centinaia di detenuti con i quali abbiamo organizzato un cammino di reinserimento della società. La politica deve capire che si deve fare diversamente se si vuole raggiungere nel detenuto la vera coscienza del suo sbaglio e l'impegno a poter vivere una vita legale. Solo incontrando le realtà positive si può vivere in modo nuovo e questo non si può farlo in un carcere dove vengono tolte le libertà al movimento e a scoprire le potenzialità che sono dentro la persona. Il carcere uccide questa potenzialità: il vero carcere deve aiutare a scoprire il bene che alberga all'interno di ogni persona, invece ucciso dal carcere".
di Romina Marcea
La Repubblica, 8 dicembre 2021
Parla la sorella del ragazzo tunisino morto a 26 anni al Servizio psichiatrico San Camillo, dopo tre giorni passati legato a un letto. Era arrivato su un gommone in Sicilia, poi è finito in un centro per il rimpatrio a Ponte Galeria.
"Non mangerò fino a quando non vedrò il corpo di mio fratello. L'Italia mi dica la verità sulla sua morte". Rania Abdel Latif ha iniziato lo sciopero della fame quattro giorni fa. Parla un francese stentato al telefono ma è battagliera. È la sorella di Wissem Abdel, il ragazzo tunisino morto a 26 anni al Servizio psichiatrico San Camillo, dopo tre giorni passati legato a un letto. Era arrivato su un gommone in Sicilia, poi è finito in un centro per il rimpatrio di Roma, a Ponte Galeria. Lì avrebbe mostrato segni di aggressività. È stato trasferito in due ospedali prima di morire il 28 novembre in circostanze ancora misteriose. Ieri gli uomini della squadra mobile hanno acquisito le carte su Wissem su disposizione della procura.
Rania, cosa sa sulla fine di suo fratello?
"Ci è stato detto che era morto solo quattro giorni dopo. So che l'hanno preso a botte senza pietà in quel centro, colpito allo stomaco. Forse anche alla schiena".
E chi lo avrebbe picchiato?
"C'è il video di un ragazzo che è uscito dal Cpr e denuncia che sia lui sia Abdel sono stati picchiati dalle forze dell'ordine. Mio fratello lo aveva confidato anche a mio cugino Munir, al telefono. Non voleva che ci preoccupassimo per lui. So che ci sono altri testimoni".
Sono accuse pesanti. Gli agenti di quali forze dell'ordine avrebbero aggredito Abdel?
"Questo non lo so per certo. Aspetto che me lo dica lo Stato italiano. So però che Abdel aveva chiesto aiuto a un'avvocata che non l'ha aiutato".
Abdel a un certo punto è stato curato con farmaci per patologie psichiatriche. Lo sapevate?
"No. L'hanno drogato contro la sua volontà. Mio fratello era un ragazzo tranquillo, stava bene. In quarantena, all'arrivo in Sicilia, si era anche rasato la barba per la contentezza. Sognava di andare a vivere in Francia. Nessuno merita la fine che gli è stata riservata".
Quando è stata l'ultima volta che l'ha sentito?
"Quindici giorni prima che morisse. Mio fratello non aveva alcuna malattia. Era buono, aveva tanti amici, giocava a calcio".
Lei verrà in Italia?
"Certo, devo sapere cosa è successo e voglio vedere presto mio fratello, poi tornerò a mangiare. Chi ha partecipato alla morte di Abdel deve essere punito. Lo ripeto, le autorità italiane mi dicano la verità".
Tre testimoni delle botte al Cpr sono stati già rimpatriati, altri sono stati trasferiti. Il garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma, segue la vicenda. Il gruppo indipendente Lasciatecientrare sta raccogliendo altre testimonianze. "Voci su aggressioni da parte delle forze dell'ordine risultano anche a noi - dice Yasmine Accardo, la portavoce - ma prudenza, aspettiamo il corso delle indagini".
di Antonio Bincoletto
Ristretti Orizzonti, 8 dicembre 2021
Così comincia una lettera che il detenuto Gianfranco Duini desidera venga resa pubblica, perché vuole si sappia che è lui protagonista del miracolo. "Il detenuto Duini Gianfranco ha salvato dalla morte il compagno di cella M.B. che con le lenzuola aveva preparato la pica".
Gianfranco prosegue spiegando che "la pica" è il termine con cui nel gergo carcerario si definisce il cappio, quello con il quale tanti detenuti disperati pongono fine alla loro vita impiccandosi, e continua descrivendo il miracolo: "un botto e vado in bagno, me lo trovo lì appeso, urlo 'Aiuto!' e con tutta la forza lo alzo. Dopo pochi secondi entrarono le guardie e lo salvarono dalla morte".
Così conclude il suo breve racconto del miracolo: "Devo ringraziare il Signore perché bastava qualche secondo in più e moriva. Ringrazio Dio Signore dell'Universo.".
Gianfranco Duini è ancora scosso dall'evento. Per aver salvato il compagno di cella si sente artefice di un atto eroico voluto dal cielo e, alla luce di questo, ripensa al grave reato che lo ha portato a scontare una lunga pena in carcere. Sa di aver fatto del male, si definisce "detenuto con disturbi schizo affettivi". Ora però grazie a lui è successo qualcosa di buono, ha restituito alla vita una persona. Affida a me il foglietto, scritto in stampatello con grafia incerta: vorrebbe che il gesto compiuto fosse reso noto. Lo ricevo e m'impegno con lui a farlo pubblicare: in fondo a volte i miracoli succedono. Anche in carcere.
*Garante delle persone private o limitate nella libertà personale del Comune di Padova
di Alessandra Martino
Il Mattino, 8 dicembre 2021
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, recita l'articolo 27 della Costituzione. Ieri mattina il convegno, "Carcere, misure alternative e magistratura di sorveglianza", promosso dal Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello ci ha condotto all'interno degli istituti di pena campani e non solo, alla scoperta dei progetti di lavoro e delle iniziative culturali per i detenuti: ancora poche, ma in crescita.
In carcere la libertà può assumere forme inaspettate. Può raccontare e riflettere attraverso la filosofia. Le attività che i detenuti portano avanti all'interno degli istituti di pena, non sono soltanto occupazioni e lavori fini a sé stessi, ma hanno l'obiettivo di essere un vero e proprio progetto sociale, e di influire sulla vita dei detenuti.
Non solo, l'esperienza lavorativa in carcere produce un aumento dell'autostima e della fiducia in se stessi, e promuove l'interazione con gli altri, la puntualità, l'affidabilità nella relazione. Il lavoro in carcere è contro la recidiva. Il lavoro in carcere è un ponte con la società, tra chi sta dentro e chi vive fuori.
A raccontare questa realtà due detenuti, Gino e Zito a testimoniare quanto siano importanti progetti di rieducazione all'interno delle case circondariali. "Sono qui per testimoniare quella che è stata la mia vita carceraria, sono state dette tante cose ma oggi parlo della mia riflessione: Ho trascorso 5 anni in carcere e quella misura restrittiva ti porta in ogni modo a cambiare, però è chiaro che deve essere un atto di volontà del detenuto a voler cambiare la sua vita. Ho cercato attraverso lo studio di capire che tipo di persona sono stato per un quarto di secolo, ho studiato in modo approfondito gli eventi che si sono succeduti - ha raccontato Zito -. E di conseguenza che adulto sono stato, che marito sono stato, che padre sono stato. Questo scalo dentro me stesso è avvenuto soprattutto quando sono stato in cella isolato, è stata un'auto scrittura della mia vita che mi ha aiutato ad avere una visione diversa della mia vita".
"L'iscrizione volontaria all'università nel Polo Universitario Penitenziario di Secondigliano, è stata per me la rinascita. Mi ha dato la cassetta degli attrezzi per poter vedere la realtà che mi circonda e capire finalmente che quello che io ritenevo un abuso era tutt'altro che abuso. L'università mi ha dato le qualità e la visione giusta per conoscere territori nuovi. Non smetterò mai di ringraziare il mio magistrato di sicurezza, che nonostante io sia stato un ergastolano mi ha dato fiducia e ha investito su di me. Io sono responsabile del mio cambiamento e non perché devo essere accettato dalla società ma per accettare me stesso".
"Per poter raggiungere questo tipo di consapevolezza e uscire da questo labirinto, - ha sottolineato Zito -, deve avere anche gli strumenti per poter cambiare. Nel mio caso, ho avuto tutti gli strumenti per poterlo fare, inoltre durante il mio percorso di studi universitari ho avuto la possibilità di conoscere un professore che da un anno che mi ospita a casa sua. Ma parliamoci chiaro, chi ospita a casa sua un ergastolano. Io devo la vita a lui".
Zito oggi è un detenuto in semilibertà, ovvero, trascorre parte del giorno fuori dell'istituto per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale ma da un anno non torna più nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere ma torna ogni giorno a casa del professor B, professore che ha conosciuto durante i suoi studi universitari, che ha messo a disposizione la sua casa per far sì, che lui possa avere un tetto sulle spalle.
Dunque, misure alternative alle sbarre di una cella, per risolvere la questione carceraria. Le chiedono a gran voce i garanti dei detenuti attivi sul territorio che hanno risposto questa mattina all'invito del Garante della Regione Campania, Tra i presenti gli attori del sistema carcerario regionale, magistrati di sorveglianza, provveditori, avvocati e anche figure più vicine alla popolazione penitenziaria, tra questi cappellani ed esponenti del terzo settore.
"Questo convegno organizzato dal mio ufficio d'intesa con conferenza nazionale dei garanti territoriali ha una valenza importante, ha messo intorno allo stesso tavolo attori importanti per l'inclusione sociale dei detenuti. Questo è un modo concreto di vivere il dettato costituzionale, le pene e il carcere servono per rieducare. Le testimonianze che ci sono state, anche di detenuti ci hanno portato a vivere questa cosa: occorre meno carcere e più misure alternative al carcere e soprattutto occorre decarcerizzare e depenalizzare il nostro sistema - ha spiegato il Garante. Il nostro sistema è un sistema troppo carcero centrico".
Oggi in Campania, ha denunciato il Garante delle persone private della libertà personale, 31% dei detenuti è in attesa di giudizio, 963 sono immigrati, 391 donne e poi quasi della metà dei detenuti sono in carcere per reati di tossicodipendenza o persone con sofferenza psichica.
Durante il convegno, nel pomeriggio è sopraggiunto anche Gino, un detenuto del carcere di Secondigliano, in permesso per poter partecipare al convegno promosso da Ciambriello. Gino, esce ogni giorno alle 7.30 dal carcere di Secondigliano per recarsi allo Stadio Militare Albricci e rientrano alle 16. In questo lasso di tempo, Gino ha la possibilità di poter iniziare ad incontrare anche la sua famiglia. "In questo stadio militare ci hanno accolto con umanità, con fratellanza. Siamo a contatto con la natura e abbiamo imparato le varie mansioni che servono per la cura del verde", ha raccontato Gino.
"Io ringrazio il Dottor Ciambriello per questo invito, sono onorato di essere qui. Ringrazio il magistrato di sorveglianza che ha firmato il permesso per essere presente qui insieme a tutte queste persone. Iniziative del genere sono importantissime, io mi auguro che ci possano essere maggiori iniziative come queste perché in carcere si soffre molto. -ha confessato Gino-. Vivere in un carcere è disumano. Io sono cambiato tantissimo in questi anni, ho lasciato la mia compagna in attesa e l'ho lasciata partorire senza il mio supporto, in carcere ho studiato e sono riuscito a prendere la qualifica elementare, ho imparato tanti mestieri. Queste iniziative all'interno del carcere sono momenti vero calore ma dovrebbero essercene di più, abbiamo bisogno di più opportunità. Ci sono tanti detenuti anche migliori di me che devono avere queste possibilità perché se ha funzionato con me, può funzionare con tutti".
Tutto questo, probabilmente sono e gocce nel mare, rispetto ai dati allarmistici sul soprannumero di detenuti nelle carceri italiane e le conseguenti difficoltà annesse. Elementi però che svolgono una funzione fondamentale per trasformare il tempo in carcere in tempo di rieducazione e dignità, così come previsto dall'articolo 27 della nostra Costituzione.
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 8 dicembre 2021
Dopo la bocciatura della Corte dei Conti l'esposto della Garante dei diritti dei detenuti. "Profili di irragionevolezza" nelle gare. Si muove anche la ministra Cartabia e il Garante della concorrenza. Incostituzionale (in quanto lesiva del diritto alla salute) e anti-concorrenziale la fornitura del vitto ai detenuti è oggetto di un'indagine per frode in pubbliche forniture da parte del procuratore aggiunto Paolo Ielo.
L'inchiesta, aperta su sollecitazione della Garante capitolina dei diritti dei detenuti, Gabriella Stramaccioni, punta ai vertici del Dap che, nell'indifferenza generale, avrebbero varato gare d'appalto apparentemente sartoriali, l'ultima delle quali ha visto vittoriosa la Ventura, collegata allo storico gruppo di Arturo Berselli, da sempre felpato aggiudicatario del servizio di ristorazione nelle carceri.
L'ultimo ribasso praticato dai dipartimenti di Lazio, Abruzzo e Molise - 2 euro e 39 centesimi per colazione, pranzo e cena di ciascuno - era finito due mesi fa all'attenzione della Corte dei Conti (sezione del Lazio), il cui presidente Antonio Mezzera scriveva: "Emergono profili di irragionevolezza nelle scelte dell'amministrazione (penitenziaria, ndr) che, in luogo dell'indizione di due diverse gare, una per l'affidamento dell'appalto di servizio di vitto e l'altra per la concessione del servizio di sopravvitto (spaccio, ndr) ha imposto agli operatori di formulare offerte tali da considerare in via di fatto la mera eventualità di dover fornire anche il diverso servizio del sopravvitto".
In soldoni, le imprese della ristorazione carceraria che si aggiudicano la fornitura del vitto decidono volta per volta se allestire anche il servizio di spaccio con un "potenziale conflitto d'interesse". La (scarsa) qualità di quei tre pasti al giorno, confezionati all'irrisoria cifra pro capite, spingerà infatti il detenuto a ricorrere allo spaccio interno dove i prezzi raggiungono o superano cifre di mercato e l'adozione di un unico prodotto rende impossibile risparmiare. Un meccanismo di compensazione tollerato dalla direzione carceraria che, come documentato nell'esposto depositato in Procura, arriverebbe a promuovere il regime monomarca imposto dalle ditte attraverso avvisi affissi in bacheca.
Gli interrogativi sono molti. Ma il primo è come sia stato possibile garantire anni di simile monopolio nel silenzio istituzionale? A tale proposito affiora una circostanza inquietante. Il pronunciamento dell'allora presidente dell'Authority Antonio Catricalà inviato al ministro della Giustizia dell'epoca Angelino Alfano sul tema del vitto nelle carceri e rimasto lettera morta. Scriveva Catricalà nel 2011: "L'autorità ritiene che le modalità di realizzazione del bando di gara in questione siano in grado di determinare distorsioni della concorrenza e del corretto funzionamento del mercato". Eppure fornitori e qualità del vitto son rimasti gli stessi, con punte di grave scadimento nella fornitura di carni, generalmente polacche o danesi.
In seguito al pronunciamento della Corte dei Conti, inoltrato al ministero competente, Anac e Authority per la concorrenza, il Guardasigilli Marta Cartabia ha sospeso le gare. Il risultato, al momento, è un limbo nutrizionale per i carcerati. Osserva Stramaccioni: "I fornitori stanno utilizzando le rimanenze di magazzino per rifornire i detenuti. Ci auguriamo che si superi questo stallo che acuisce le sofferenze in carcere. Lo Stato sia impeccabile nella applicazione delle regole". Parallelamente l'Authority per la concorrenza si è già espressa con una bocciatura, trasmessa al ministero della Giustizia, nel merito delle gare d'appalto.
- Lecce. La comunità si stringe attorno al carcere: consegnati beni di prima necessità
- Bambini invisibili, il progetto della Comunità di Sant'Egidio contro lo sfruttamento di minori
- Disuguaglianze, cosa può davvero fare la sinistra su diritti civili e sociali
- Firenze. "Piedelibero", nelle strade le bici restaurate dagli ex detenuti
- Zaki: ora trasformare la libertà a tempo in libertà definitiva, l'Italia lo aiuti









