di Enzo Sossi*
Il Tirreno, 13 luglio 2021
Sono un "Civil Servant", un servitore dello Stato da diversi lustri. Lavoro nel carcere di Porto
Azzurro come funzionario da poco più di un anno. Desidero portare il mio contributo al Mondo difficile del pianeta carcere. Non è mia intenzione parlare di quanto avvenuto a Santa Maria Capua Vetere, quel 6 aprile 2020, in piena pandemia di Covid 19, vi sono delle indagini in corso, i media hanno riempito pagine e pagine dei giornali, le televisioni hanno fatto vedere immagini "crude", non piacevoli, purtroppo vere. La ministra Marta Cartabia ha definito quanto accaduto "tradimento della Costituzione: l'articolo 27 esplicitamente richiama il senso di umanità che deve connotare ogni momento di vita in ogni istituto penitenziario".
Appare lapalissiano che il sistema carcerario italiano ha fallito, che la volontà dei padri costituenti non è stata realizzata. Troppe recidive (su 10 detenuti 7 tornano in carcere), sovraffollamento, strutture fatiscenti, stanze detentive che non consentono di avere un proprio spazio fisico e mentale, il carcere inteso come strumento di tortura e non di rieducazione, mancanza di lavoro, carcere come regno dell'ozio. Sembra che nessuno creda più all'articolo 27 della Costituzione, secondo il quale la pena deve tendere alla riabilitazione e al reinserimento del condannato. "Buttare le chiavi" "Marcire in galera", sono espressioni che risuonano troppo spesso e troppo impunemente per non stroncare all'origine il senso stesso di quell'articolo.
Sono diversi anni che si discute e si dibatte sull'opportunità di una riforma delle carceri che coinvolga il personale dirigente, amministrativo e di polizia penitenziaria. Dobbiamo tornare alle origini, alla volontà dei padri costituenti, che hanno garantito la dignità del condannato di qualsiasi reato, e imponeva allo Stato repubblicano appena formatosi la rieducazione. Articolo 27 comma 3 della Costituzione.
Oggi siamo in presenza di un drammatico vuoto di potere nelle carceri e, come sintetizza un dirigente penitenziario, Santa Maria Capua Vetere è figlia di un progetto sicuritario, per utilizzare un'immagine iconica, un complotto delle divise verso i civili dell'amministrazione penitenziaria.
Con il riordino dell'amministrazione penitenziaria del 2019, viene riconosciuta la funzione dirigenziale ai comandanti di reparto, anche se non si specifica il mandato loro assegnato. Il primo passo, nei fatti, che la funzione di garante del direttore sia stata cancellata. E anche la subordinazione gerarchica della polizia penitenziaria nei confronti dei direttori viene messa in pensione. Poi con la circolare Gabrielli del 2021, dove vi è un passaggio, al suo interno, che sancisce la coabitazione di due figure responsabili della struttura carceraria: il direttore è il responsabile della struttura, il comandante di reparto della polizia penitenziaria è il responsabile della sicurezza. Sempre la circolare Gabrielli richiama il regolamento del corpo della polizia penitenziaria, in ordine ai compiti e all'autonomia del comandante di reparto, e in ordine all'intervento delle forze di polizia, affida in via esclusiva al comandante di reparto il mantenimento dell'ordine e della sicurezza all'interno dell'istituto e al direttore la residuale facoltà di chiedere al prefetto l'intervento delle forze di polizia in caso di gravi eventi, non gestibili con le risorse a disposizione. La circolare Gabrielli, emanata dopo le rivolte in 22 istituti carcerari dell'aprile 2020, è nei fatti la conclusione del riordino dell'amministrazione penitenziaria.
La demolizione di un'idea della risorsa carcere quale luogo di sperimentazione, continua e ostinata, all'educazione del principio di responsabilità, individuale e collettiva, rivolta al rispetto delle norme costituzionali e dell'ordinamento penitenziario, avviene ben prima, coinvolgendo in modo bipartisan, le forze politiche che si sono avvicendate nel tempo. Basti pensare a quali ministri hanno dato vita ai Gruppi operativi mobili (Gom), hanno favorito la conversione dell'articolo 41bis da misura straordinaria e a tempo, in strumento definitivo nella lotta, senza mai epilogo e sempre farcita da teoremi, alle criminalità organizzate, hanno avviato e imposto la costruzione di sempre grandi carceri (per le quali il tempo medio di realizzazione è sempre superiore ai 10 se non 20 anni), non hanno imposto la periodica e costante assunzione di direttori penitenziari, educatori e la stabilizzazione degli psicologi, con la giustificazione del blocco delle assunzione, che però non valeva per le forze armate, forze di polizia e magistrati, quasi come se le carceri fossero dei dormitori, per comprendere a chi intestare, per quote le responsabilità politiche e di alta amministrazione.
In conclusione, si rende opportuna un'autopsia di un'amministrazione penitenziaria che andrebbe resuscitata, inalando l'ossigeno della Costituzione. Il pianeta carcere è un Mondo difficile, ma deve prevalere la legalità.
*Funzionario carcere Porto Azzurro
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 luglio 2021
Le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale che ha sancito l'incostituzionalità del carcere obbligatorio in caso di diffamazione. Punire con il carcere il reato di diffamazione è incostituzionale, perché mina una libertà fondamentale qual è quella di manifestazione del pensiero, tutelata sia dalla Costituzione sia dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Ma ciò non autorizza il giornalista a diventare un pericolo per la democrazia, attraverso la diffusione di campagne di diffamazione che minano un altrettanto importante diritto: quello alla reputazione. Solo in casi gravi come questo, dunque, la pena carceraria è compatibile con la Costituzione, in attesa che il legislatore dia seguito all'invito formulato dalla Consulta lo scorso anno, invito caduto nel vuoto.
È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale la Corte costituzionale, lo scorso 22 giugno, ha sancito l'incostituzionalità dell'articolo 13 della legge sulla stampa (n. 47 del 1948), che prevedeva la necessaria applicazione della reclusione da uno a sei anni per la diffamazione a mezzo della stampa aggravata dall'attribuzione di un fatto determinato. La sentenza, dunque, definisce ulteriormente i limiti del diritto di cronaca, che mai può sfociare in in condotte "caratterizzate dalla diffusione di addebiti gravemente lesivi della reputazione della vittima, e compiute nella consapevolezza da parte dei loro autori della - oggettiva e dimostrabile - falsità degli addebiti stessi. Chi ponga in essere simili condotte - eserciti o meno la professione giornalistica - certo non svolge la funzione di "cane da guardia" della democrazia - si legge nella sentenza - che si attua paradigmaticamente tramite la ricerca e la pubblicazione di verità "scomode"; ma, all'opposto, crea un pericolo per la democrazia".
I giudici si sono pronunciati sulle questioni sollevate dai Tribunali di Salerno e di Bari, trattate già a giugno dello scorso anno, ma la cui decisione è stata rinviata di un anno per dare tempo al legislatore di approvare una nuova disciplina in grado di bilanciare meglio il diritto alla libertà di cronaca e di critica con la tutela della reputazione individuale. Riforma che, però, non è arrivata, "costringendo" il giudice delle leggi ad intervenire con la pronuncia di un mese fa. Stando alla sentenza, "per quanto (...) la sanzione detentiva non possa ritenersi sempre costituzionalmente illegittima nei casi più gravi di diffamazione, la sua necessaria inflizione, prevista dalla disposizione censurata in tutte le ipotesi da essa previste - che abbracciano, in pratica, la quasi totalità delle diffamazioni commesse a mezzo della stampa, periodica e non -, conduce necessariamente a esiti incompatibili con le esigenze di tutela della libertà di manifestazione del pensiero, e in particolare con quella sua specifica declinazione costituita dalla libertà di stampa". Dichiarare incostituzionale l'articolo 13 "non crea, del resto, alcun vuoto di tutela al diritto alla reputazione individuale contro le offese arrecate a mezzo della stampa, diritto che continua a essere protetto dal combinato disposto del secondo e del terzo comma dello stesso art. 595 cod. pen.".
Ma se è vero che "la libertà di espressione - in particolare sub specie di diritto di cronaca e di critica esercitato dai giornalisti - costituisce pietra angolare di ogni ordinamento democratico, non è men vero che la reputazione individuale è del pari un diritto inviolabile, strettamente legato alla stessa dignità della persona", prosegue la sentenza. Per tale motivo, "aggressioni illegittime a tale diritto" attraverso la stampa o altri mezzi di pubblicità "possono incidere grandemente sulla vita privata, familiare, sociale, professionale, politica delle vittime. E tali danni sono suscettibili, oggi, di essere enormemente amplificati proprio dai moderni mezzi di comunicazione, che rendono agevolmente reperibili per chiunque, anche a distanza di molti anni, tutti gli addebiti diffamatori associati al nome della vittima.
Questi pregiudizi debbono essere prevenuti dall'ordinamento con strumenti idonei, necessari e proporzionati, nel quadro di un indispensabile bilanciamento con le contrapposte esigenze di tutela della libertà di manifestazione del pensiero, e del diritto di cronaca e di critica in particolare". Non può escludersi, tra questi strumenti, la sanzione detentiva, purché la stessa sia stabilita sulla base di "cautele idonee a schermare il rischio di indebita intimidazione esercitato su chi svolga la professione giornalistica".
La diffamazione deve, dunque, essere di eccezionale gravità, come stabilito anche dalla Cedu più volte anche in riferimento a casi italiani, ritenendo integrate simili ipotesi con riferimento ai discorsi d'odio e all'istigazione alla violenza, ma casi egualmente eccezionali "potrebbero ad esempio essere anche rappresentati da campagne di disinformazione". Atteggiamenti simili creano, dunque, "un pericolo per la democrazia, combattendo l'avversario mediante la menzogna, utilizzata come strumento per screditare la sua persona agli occhi della pubblica opinione. Con prevedibili conseguenze distorsive anche rispetto agli esiti delle stesse libere competizioni elettorali". Proprio per tale motivo, la Corte ha escluso il contrasto con la Costituzione dell'articolo 595, terzo comma, del Codice penale, che prevede, in alternativa fra loro, la pena della reclusione da sei mesi a tre anni ovvero della multa in caso di condanna per diffamazione commessa a mezzo della stampa o di altro mezzo di pubblicità
Nei casi su elencati, infatti, il carcere non può essere inteso come "indebita intimidazione nei confronti dell'esercizio della professione giornalistica, e della sua essenziale funzione per la società democratica. Al di fuori di quei casi eccezionali, del resto assai lontani dall'ethos della professione giornalistica, la prospettiva del carcere resterà esclusa per il giornalista, così come per chiunque altro che abbia manifestato attraverso la stampa o altri mezzi di pubblicità la propria opinione; restando aperta soltanto la possibilità che siano applicate pene diverse dalla reclusione, nonché rimedi e sanzioni civili o disciplinari, in tutte le ordinarie ipotesi in cui la condotta lesiva della reputazione altrui abbia ecceduto dai limiti del legittimo esercizio del diritto di cronaca o di critica".
La Corte ha infine ribadito la necessità "di una complessiva riforma della disciplina vigente, allo scopo di "individuare complessive strategie sanzionatorie in grado, da un lato, di evitare ogni indebita intimidazione dell'attività giornalistica, e, dall'altro, di assicurare un'adeguata tutela della reputazione individuale contro illegittime aggressioni poste in essere nell'esercizio di tale attività".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 13 luglio 2021
La denuncia dei familiari dei detenuti. "Chi sta in carcere è veramente l'ultima ruota del carro". Lo dice con amarezza Emanuela Belcuore, Garante casertana dei detenuti. In questi giorni sta vigilando su tutto quanto sta accadendo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e per questo motivo denuncia un'altra situazione per lei critica. Quella del carcere siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto.
"Lì ci sono detenuti che provengono dal napoletano - racconta - i loro familiari si sono rivolti a me preoccupati per la situazione in cui versano: non sono rispettati i loro diritti. In particolare la famiglia di un quarantenne casertano denuncia che l'assistenza sanitaria è carente e gli fanno fare colloqui di 30 minuti e non di un'ora come previsto da regolamento. Non sempre gli spediscono la posta. In più ha avuto coliche forti e non è stato soccorso adeguatamente. Questa persona ha una figlia minore e una moglie malata. Come potranno rincontrarsi in questa situazione, considerata anche la lontananza? Ho scritto spesso al garante della regione Sicilia e al carcere, per far luce affinché non ci sia un Santa Maria Capua Vetere due".
Il carcere di Barcellona Pozzo di Gotto nasce nel 1925 come manicomio criminale volto ad ospitare autori di reato affetti da patologia psichiatrica. Con la riforma dell'ordinamento penitenziario diventa ospedale psichiatrico giudiziario. Oggi è una Casa Circondariale con sezione di reclusione, un reparto articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile, una Casa di Lavoro. Ed è proprio in questa ultima sezione che si trova internato il quarantenne di origine napoletana.
"Hanno detto che il mio assistito è stato mandato lì per garantirne il recupero e il reinserimento nella società. Ma di tutto questo non ne vedo assolutamente la possibilità", spiega l'avvocato Sosio Capasso. La misura della casa lavoro è poco conosciuta ma potrebbe essere una buona occasione di reinserimento e recupero, almeno come idea o comunque secondo i dettami della Costituzione. La sua definizione precisa è la seguente: "Misura di sicurezza personale detentiva prevista nel codice penale: vi si riuniscono i condannati per far svolgere loro attività di tipo artigianale o industriale".
"La struttura è assolutamente inadeguata a tutto ciò - dice l'avvocato Capasso - Questa misura dovrebbe avviare il detenuto a un lavoro. Ma lì lavoro non ce n'è. A questo si aggiunge la piaga di molte carceri, il sovraffollamento". Ma per l'avvocato c'è ancora un'altra criticità: "Questo tipo di pena vuole che vengano favoriti i contatti con la famiglia con permessi di vario tipo. Invece il mio assistito non ne ha mai avuti". Se dovesse essere avvicinato a casa, rimanendo internato in una casa lavoro, la più vicina sarebbe quella di Aversa. "Il paradosso è che anche lì il lavoro manca completamente", aggiunge la garante Belcuore. "Il giovane che difendo ha avuto problemi di tossicodipendenza - continua Capasso - Ma è stato mandato lì per reinserirsi attraverso il lavoro. Invece per lui non ci sono attività educative di nessun tipo, dalla scuola al giardinaggio. Nulla. È una persona fragile e il suo stato di detenzione peggiora la sua situazione invece di migliorarla".
vocedinapoli.it, 13 luglio 2021
È morto a 65 anni, stroncato da un arresto cardiocircolatorio, il boss dell'ex clan Partenio Amedeo Genovese. Le sue condizioni di salute erano già molto precarie, al punto che era stato trasferito da alcuni giorni nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Poi il quadro clinico è improvvisamente precipitato e Genovese è deceduto per un infarto fulminante.
In regime di 41 bis dal 2010, il 65enne, che aveva fondato assieme al cugino Modestino il clan che dagli anni 90 e fino ai primi anni del 2000 controllava tutte le attività di spaccio, di usura e di racket delle estorsioni ad Avellino e nell'Hinterland, stava scontando la condanna all'ergastolo. Prima di affermarsi come boss era stato molto vicino al clan Cava di Pago Vallo Lauro, in particolare ad Antonio Cava, detto 'Ndo 'Ndo.
Diverse le condanne a suo carico, in particolare quella per l'omicidio di un pregiudicato di Serino, Walter De Cristoforo, che stava tentando di mettersi in proprio per la gestione della piazza di spaccio. Genovese fu riconosciuto come mandante di quel delitto avvenuto il 12 luglio del 2000. Ultimamente la sua storia criminale è tornata alla ribalta dopo la decisione del figlio Damiano di candidarsi al Consiglio comunale di Avellino nel 2018, riuscendo anche a essere eletto nella lista della Lega per poi comunicarlo al padre durante un colloquio.
Mentre, proprio nell'ambito nella maxi-inchiesta sul nuovo clan Partenio, era stato l'ex boss, durante un'altra visita in carcere del figlio, recentemente condannato a tre anni di reclusione per possesso di armi illegali e ricettazione, a suggerirgli di "fare pace" con i nuovi vertici del gruppo criminale, i fratelli Pasquale e Nicola Galdieri, ritenuti da Amedeo particolarmente pericolosi.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 13 luglio 2021
Possibile rinvio a settembre. Salvini: "Vado a Roma per bloccarlo" Renzi: "Non ho messo il Pd all'angolo, ma i voti non ci sono". Da adesso gli occhi di tutti saranno puntati su di loro, i 17 senatori di Italia viva. Prima ancora di vedere - quando sarà il momento - cosa accadrà con il voto segreto sugli emendamenti, le scelte che verranno fatte a partire da oggi dal drappello di parlamentari renziani potrebbero essere rivelatrici della sorte che spetta al ddl Zan.
Tre gli appuntamenti della giornata che vede il testo contro l'omotransfobia approdare finalmente nell'aula del Senato dopo mesi in cui è rimasto impantanato in commissione Giustizia. Alle 15 il presidente della commissione, il leghista Andrea Ostellari, tenterà ancora una volta di far passare la sua mediazione, una riscrittura delle norme contro l'omotransfobia fatta tenendo conto delle modifiche chieste da Lega e Italia viva e la cui principale novità è la cancellazione delle parole "identità di genere". Dato per scontato il fallimento del tentativo, il passo successivo sarà alle 16,30 con l'avvio della discussione in aula dove verranno presentate le pregiudiziali di costituzionalità, ma soprattutto dove probabilmente la Lega proporrà di rimandare il testo in commissione. "Se si insiste con la calendarizzazione in aula si rischia di allungare i tempi e si rischia anche l'affossamento", ha spiegato Ostellari nel tentativo di convincere i renziani.
Ma mentre sulle pregiudiziali Italia viva non seguirà la Lega, visto che ha già votato il ddl alla Camera, sulla seconda proposta resta da vedere cosa farà, per quanto sia improbabile che accetti di rimandare il testo in commissione, cosa che confermerebbe l'esistenza di un asse con i leghisti: "Domani (oggi, ndr) sarà il Vietnam", avvertiva ieri il sottosegretario all'Interno Ivan Scalfarotto (Iv). "Noi stiamo cercando di trovare un accordo che permetta di approvare il provvedimento, il rischio è che in questo momento il ddl Zan non diventi legge".
Se tutto filerà liscio, se la prima serie di ostacoli verrà superata, la presidente del Senato Elisabetta Casellati convocherà i capigruppo per decidere i termini entro i quali gli emendamenti dovranno essere presentati, dando così il via libera allo scontro parlamentare.
E che sarà scontro non ci sono dubbi. Ieri Matteo Salvini era in Calabria, a Lamezia Terme, ma prima di partire ha rilasciato dichiarazioni che suonano come una dichiarazione di guerra: "Domani (oggi, ndr) torno a Roma in aula perché c'è il ddl Zan da bloccare o quanto meno da cambiare in parlamento", ha annunciato mettendo da parte i toni da mediatore delle ultime settimane.
Una delle prime questioni da affrontare riguarderà i tempi: il dibattito in aula non prenderà meno di tre settimane, finendo inevitabilmente con l'incrociarsi con altri provvedimenti come il voto sul Cda Rai, la legge sul processo civile e una serie di decreti da convertire. Nulla di più probabile, quindi, che tutto slitti a settembre quando il semestre bianco, che comincia il 2 agosto, eviterà che un'ulteriore lacerazione della maggioranza possa preoccupare il governo. E del resto Draghi ha già spiegato che il testo contro l'omotransfobia riguarda solo il parlamento, che quindi dovrà sbrigarsela da solo.
Pd, LeU e M5S restano saldi sulle loro posizioni e insistono perché si vada al voto senza toccare il ddl Zan. Al dunque nessuno chiederà il voto segreto, e non lo farà neanche Italia viva, anche perché è sicuro che lo farà il centrodestra. "Non ho messo all'angolo il Pd. Se si vuole trovare un accordo - ha spiegato Matteo Renzi - io sarei contento di portare a casa la legge. Se poi invece si vuole andare alla conta per tenere in mano la bandierina identitaria come fu per le unioni civili e poi si va sotto sappiamo la colpa di chi è".
Al leader di Iv ha risposto indirettamente Nicola Zingaretti. "In questo momento ci sono esseri umani che camminano per le strade e rischiano di essere picchiati o insultati o discriminati per l'orientamento sessuale. Li vogliamo difendere o non ce ne frega niente? È questo il punto", ha detto il governatore del Lazio. "Penso che sia giusto mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità, gli italiani vogliono capire perché gli altri sono contrari e perché all'improvviso si vuole rimandare la decisione".
di Francesco Seghezzi
Il Domani, 13 luglio 2021
Negli scorsi mesi sono circolate molte stime sul numero di occupati che avrebbero lavorato da remoto durante la pandemia. Sondaggi, analisi e altri focus che parlavano del 30/35 per cento sul totale degli occupati, con cifre tra i 5 e gli 8 milioni. La media nel corso del 2020 si fermerebbe invece al 14 per cento, poco sopra i 3 milioni. Cifra di certo maggiore rispetto agli anni precedenti ma che è lontana dal far pensare che la "remotizzazione" del lavoro sia l'inevitabile futuro della maggioranza dei lavoratori.
Negli scorsi mesi sono circolate molte stime sul numero di occupati che avrebbero lavorato da remoto durante la pandemia. Sondaggi, analisi e altri focus che parlavano del 30/35 per cento sul totale degli occupati, con cifre tra i 5 e gli 8 milioni. Numeri importanti, soprattutto per un paese in cui i lavoratori che potevano vantare di eseguire da remoto la loro prestazione erano veramente pochi e all'ultimo posto in Europa. E numeri che hanno fatto parlare più e più osservatori, nell'ultimo anno e mezzo, di una rivoluzione in atto, di una incredibile accelerazione di un trend organizzativo che rispondeva allo zeitgeist del mondo del lavoro in età digitale.
Negli scorsi giorni però il Rapporto annuale Istat ha invece ridimensionato molto la cifra parlando del 19 per cento come picco durante il secondo trimestre 2020, un numero che si aggira quindi intorno ai 4,5 milioni di persone. E questo è appunto il picco, perché la media nel corso del 2020 si fermerebbe invece al 14 per cento, poco sopra i 3 milioni. Cifra di certo maggiore rispetto agli anni precedenti ma che è lontana dal far pensare che la "remotizzazione" del lavoro sia l'inevitabile futuro della maggioranza dei lavoratori.
Ci sarà modo di verificare prossimamente quanto questa cifra sia poi rimasta tale o se nel corso del 2021 sia cresciuta o diminuita, ma è difficile pensare che in una fase di normalizzazione delle condizioni organizzative del lavoro i numeri possano discostarsi eccessivamente da quanto osservato nei mesi più duri della pandemia. Mesi in cui erano in vigore norme in virtù delle quali o si lavorava da remoto o non si lavorava, questo almeno in molti settori produttivi. Sono cifre che frenano abbastanza l'entusiasmo, soprattutto se si entra nei dettagli e si vede come Istat osservi che la maggioranza di coloro che hanno lavorato da remoto l'ha fatto per non più del 50 per cento delle ore lavorate settimanali. E sono cifre che ci allontanano da performance osservate in altri paesi in cui il 30 per cento è stato raggiunto o superato.
Non tutto è smart - Al di là del mero dato quantitativo è interessante però cercare di capire il perché di questo andamento. Da un lato ci sono ragioni strutturali legate alla composizione economica del tessuto produttivo italiano che vede una maggioranza di servizi di prossimità (retail, ristorazione, servizi alla persona) nei quali la dimensione fisica è essenziale per poter lavorare. Minore è invece la presenza di servizi di nuova generazione legati al settore bancario, finanziario, della consulenza ecc. Questo riduce la quota di lavoratori che possono svolgere lavoro da remoto. C'è poi un tema organizzativo che vede molte delle imprese italiane legate a modelli tipici dell'impostazione taylorista fondata su ordini e direttive da parte del datore di lavoro e dei responsabili intermedi e sul controllo della prestazione, controllo spesso esercitato in forma visiva e quindi sulla presenza fisica.
Questo può condurre da un lato le imprese a non consentire il lavoro a distanza o a limitarlo al massimo e, dall'altro, i lavoratori a non voler lavorare sottoposti ad eccessive forme di controllo a distanza che sanno essere più invasive di quelle esercitate in presenza. Un ulteriore fattore è più in generale la polarizzazione dei livelli di innovazione e digitalizzazione delle imprese italiane, polarizzazione sia territoriale che soprattutto dimensionale.
Ma non si può escludere, e diverse indagini più recenti sembrano suggerirlo, che vi sia stata anche la volontà da parte dei lavoratori di tornare, non appena è stato possibile, in presenza. Questo a causa dell'emersione di numerose condizioni di disagio individuale connesse all'eccessiva solitudine, all'aumento dei carichi di lavoro, al venir meno della separazione tra momenti di vita e momenti di lavoro. Rischi psico-sociali di cui si era a conoscenza in astratto ma che la diffusione massiccia e repentina del lavoro a distanza, senza una vera innovazione organizzativa che li limiti, ha fatto emergere.
Non è così scontato quindi che questa modalità di lavoro sia il futuro, se non in una quota importante ma marginale. I processi di digitalizzazione in parte lo suggeriscono se si proiettano i trend attuali nel futuro, ma le preferenze individuali delle persone non possono essere ignorate. Questi numeri ci suggeriscono di mettere a tema uno dei punti deboli del nostro paese: l'organizzazione del lavoro. Ma di farlo senza innamorarci dei modelli ma rinnovando e innovando le fondamenta, liberando il lavoro dai lacci del novecento senza intervenire solo sulle forme esteriori.
regione.basilicata.it, 13 luglio 2021
Le donne nel mondo lavorativo penitenziario, dentro e fuori le mura del carcere. Sarà questo il tema al centro della presentazione del volume fotografico "Una bellezza prigioniera" promosso dall'Ufficio della Consigliera regionale di Parità della Basilicata, dal Ministero della Giustizia- dipartimento Amministrazione penitenziaria e sostenuto dalla Bcc Basilicata, che sarà presentato giovedì 15 luglio a Potenza, nella Sala degli Specchi del Teatro Stabile alle ore 11.
Il volume racconta uno spaccato del lavoro femminile nella Casa circondariale di Potenza ancora poco conosciuto, documentato dalla fotografa Claudia Marone e dalla dirigente della Polizia penitenziaria e referente delle pari opportunità Anna Cestaro. Interverranno Ivana Pipponzi, consigliera regionale di Parità, il sindaco di Potenza Mario Guarente, la presidente della Bcc Basilicata Teresa Fiordelisi e il Procuratore generale della Corte d'Appello di Potenza Armando D'Alterio. Previste le testimonianze di Antonella Paloscia, dirigente dell'Amministrazione penitenziaria e presidente del comitato Pari opportunità della Polizia penitenziaria e di Giuseppe Martone dirigente generale dell'Amministrazione penitenziaria e Provveditore regionale di Puglia e Basilicata.
Avvenire, 13 luglio 2021
NeN lancia il progetto "IntegrazioNeN assieme alla cooperativa Bee4, finalizzato al reinserimento nel mondo lavorativo. Può un detenuto far parte di una start up? La risposta è sì, è possibile, e sta già accadendo nel carcere di Bollate (Milano), grazie all'incontro tra NeN, la prima azienda EnerTech in Italia, e Bee4, l'impresa sociale nata all'interno del carcere di Bollate che occupa oggi circa 90 detenuti (la prima per numero di impiegati tra quelle nate all'interno della struttura).
Qui, la partnership tra le due aziende ha dato vita a "IntegrazioNeN", un progetto di Csr con una doppia finalità, sociale e "di business": da un lato - quello sociale - contribuire al reinserimento lavorativo dei detenuti della struttura; dall'altro - quello operativo - migliorare la qualità del servizio clienti di NeN, affidando a un gruppo di detenuti alcune attività di "controllo qualità" nel processo di sottoscrizione delle nuove forniture di energia.
A Bollate, dopo un periodo di formazione e affiancamento, i detenuti che lavorano insieme a NeN si occupano di data entry, validazione documentale, controllo e inserimento delle autoletture. Il tutto percependo uno stipendio che quasi sempre viene destinato alle proprie famiglie fuori dal carcere (si chiama "mercede" e rispetta le retribuzioni minime previste dai contratti collettivi). Ma, soprattutto, costruendo per sé stessi un efficace percorso di rieducazione e reinserimento nel mondo del lavoro e nella società civile.
"Il carcere di Bollate è, sin dalla sua apertura, un'eccellenza nell'ambito delle politiche di rieducazione dei detenuti. E gli effetti di questo modello si vedono: qui il tasso di recidiva è del 30%, contro il 70% di media nazionale. In altre parole, è la dimostrazione che far lavorare i detenuti abbatte sensibilmente la possibilità che questi tornino a delinquere una volta scontata la loro pena - spiega Pino Cantatore, il presidente di Bee4, che ha in prima persona vissuto un percorso di formazione professionale in carcere prima di fondare la cooperativa.
A Bollate la Direzione lavora per garantire percorsi di rieducazione e opportunità di reinserimento, e i detenuti si impegnano attivamente in percorsi individuali di responsabilizzazione e formazione professionale. In questo contesto, Bee4 agisce come ponte con il mondo esterno e favorisce l'interazione con la comunità territoriale in tutte le sue forme: la cooperativa impiega già oggi circa 120 persone, di cui 90 con problemi di giustizia, ma puntiamo a raggiungere i 200 occupati entro il prossimo triennio. Abbiamo anche un gruppo di detenuti che la mattina si svegliano, raggiungono un ufficio e a fine giornata lavorativa tornano "dentro".
E di lavoro si tratta, a tutti gli effetti, con tanto di obiettivi di performance e attività di team. L'avere affidato al team di Bee4 alcune attività di controllo e validazione documentale sulle attivazioni di nuove forniture ha permesso di ottimizzare alcuni processi e migliorare la qualità del servizio clienti. Le persone che lavorano a Bollate sono considerate parte integrante del team, con cui spesso vengono organizzati momenti di interazione che vanno a beneficio della crescita di tutti: dei detenuti, dei dipendenti NeN e del team nel suo complesso.
dirittiglobali.it, 13 luglio 2021
Il racconto inedito di una persona detenuta nel carcere di Modena nei giorni della rivolta e della morte di nove reclusi. "Ho sentito diverse volte grida e addirittura una voce che ordinava di smetterla 'perché così li ammazzate'. Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo, al momento del trasferimento".
Abbiamo ricevuto questa intervista in forma anonima. La pubblichiamo perché ci pare attendibile e rilevante, dettagliata e facilmente verificabile da chi ha la possibilità, e avrebbe il dovere, di farlo. Ci risulta che una testimonianza della persona detenuta che qui parla sia contenuta nel fascicolo di opposizione che il Garante dei detenuti ha presentato al tribunale di Modena, opposizione che non è stata ammessa dallo stesso, che ha poi proceduto ad archiviare il procedimento. Così anche questa voce è stata destinata al silenzio e la verità è ancora più lontana. Motivo in più per noi per pubblicarla, nonostante l'anonimato.
Come mai ti sei deciso a parlare?
Lo ritenevo assolutamente il mio dovere dopo quello che avevo passato e visto nel corso della rivolta. L'ho potuto fare, però, solo quando ho terminato la pena e sono tornato un uomo libero. È normale che ci siano difficoltà a trovare testimonianze dato che molti detenuti che erano stati trasferiti sono stati riportati nel carcere di Modena, dove ci sono gli stessi agenti, oppure non hanno terminato la pena. Uno di quelli che ha firmato l'esposto per Piscitelli ha avuto una misura di sicurezza detentiva a Castelfranco Emilia dove c'è la stessa direzione che operava a Modena al tempo della rivolta. Forse è un caso, ma di sicuro non ci si espone in casi come questi. Io ho avuto i domiciliari e ho voluto essere sicuro di essere libero prima di parlare.
Com'era la situazione in carcere prima della rivolta?
I giorni precedenti la rivolta erano particolarmente difficili. C'era tensione per le notizie che arrivavano riguardanti il Covid. Io più volte ho cercato di contattare la direzione come portavoce dei miei compagni, ma era difficile avere un colloquio con la nuova Direttrice che era presente per poche ore settimanali. Si riusciva parlare, solo, con degli ispettori che promettevano senza mantenere. La direzione, infatti, era cambiata improvvisamente nel mese di gennaio, noi detenuti avevamo un ottimo rapporto con la prima Direttrice che ci riceveva con facilità e questa nuova situazione aveva aumentato la preoccupazione. Dopo la sua sostituzione, infatti, le notizie, arrivavano solo con avvisi senza possibilità di spiegazioni. L'ultimo che annunciava la sospensione dei colloqui ha scatenato la rabbia. Non corrisponde al vero che già al momento della rivolta si potessero fare videochiamate ai familiari. Forse c'era l'intenzione, ma noi non ne sapevamo niente.
A che ora ti sei reso conto che era iniziata una rivolta?
Io ero nella settima sezione. Era intorno alle 13.40, qualcuno mi ha avvertito che era scoppiata una rivolta. Riuscivamo a vedere dalla finestra perché tutto è cominciato nei passeggi. Le nostre celle erano aperte, ma non il cancello principale che ci avrebbe permesso di scendere alle altre sezioni. Circa mezz'ora dopo, però, con mia grande sorpresa è arrivato un detenuto con le chiavi degli agenti e ha aperto il cancello. Alla mia richiesta di spiegazioni la risposta è stata che gliele avevano date loro. Non posso, ovviamente affermare che sia andata così, ma le chiavi erano in mano ai detenuti.
Nel carcere, come succede quasi sempre nei giorni festivi, la presenza degli agenti è minima (basta controllare il registro delle presenze). Nel momento di grande confusione, mi sono reso conto che gli agenti avevano, evidentemente, avuto ordine di lasciare il carcere, che è rimasto nelle mani dei detenuti rivoltosi e di limitarsi a evitare le fughe. La situazione, all'interno peggiorava, con presenza di fumo e acqua per terra dato che l'assenza di agenti permetteva ai rivoltosi di sfogarsi. Sulle mura c'erano, però, agenti armati che hanno sparato in aria perché alcuni detenuti avevano trovato delle scale e pensavano, stupidamente, di riuscire a scalare il muro, così come c'erano agenti nei punti in cui i detenuti avrebbero potuto evadere. Non ho visto nessuna lotta corpo a corpo, per quello che ho visto è bastato aspettare e entrare con i rinforzi. I rinforzi sono arrivati dopo circa un'ora con moltissimi agenti in tenuta antisommossa, di sicuro è difficile sostenere che potessero essere sopraffatti dai detenuti che erano armati di bastoni, erano esaltati ma non avevano armi né scudi.
Hai assistito all'assalto dell'infermeria o te lo hanno solo riferito?
Non ho assistito all'assalto, me lo hanno riferito. Non c'era più nessun controllo, i detenuti avevano il modo di aprire le porte ed è possibile che ne abbiano approfittato. Non credo, tuttavia, che lo scopo della rivolta fosse solo quello di imbottirsi di metadone che, per i tossicodipendenti, viene largamente distribuito e questo vale anche per gli psicofarmaci. Rimane una mia opinione ma, da ex-tossicodipendente, il carcere non mi ha mai fatto arrivare a una tale crisi di astinenza da farmi desiderare un assalto al metadone. Capisco che gli psicofarmaci possano essere una facile materia di scambio in cella se è vero, come si sostiene, che ci sia stato un vero e proprio saccheggio.
Tu cosa hai fatto?
Io sono sceso dalla mia sezione come ero vestito in quel momento e tale sono rimasto fino alla fine di questa bruttissima esperienza. Erano circa le 15, anche se è difficile essere precisi date le circostanze.
Quando sono arrivati gli agenti in tenuta antisommossa non è stato difficile, infatti, convincere la maggioranza dei detenuti a riunirsi nel campo sportivo. Ho passato anni in carcere e questo ordine mi ha insospettito. Ho, per fortuna, incontrato un agente che mi conosceva e che mi ha aiutato a rifugiarmi in una palazzina (c'è un filmato un cui mi si riconosce mentre mi accompagna lì) insieme ad alcune decine di miei compagni. Ho letto di molte testimonianze di pestaggi. Io non li ho subiti ma, per quello che vale dato che non riuscirò a dimostrarlo, ho sentito diverse volte grida e addirittura una voce che ordinava di smetterla "perché così li ammazzate". Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo al momento del trasferimento. C'era stata una rivolta come dimostrare che non era una inevitabile conseguenza dei tafferugli? Dalla mia postazione vedevo che erano presenti sia la Direttrice che il comandante come era logico in momenti come questi.
Si sostiene che tutti i detenuti siano morti di overdose, tu cosa ne pensi?
Come ho detto sono un ex-tossicodipendente e, per quello che può valere la mia opinione, non ci vuole una laurea in medicina per sapere che per l'overdose si può intervenire con una puntura di Narcan. Anche dai filmati si vede chiaramente un assembramento di ambulanze. Medici ce n'erano di sicuro e non voglio pensare che non siano voluti intervenire, come non credo che un medico non sappia riconoscere una overdose, tanto più che si affermava che avevano assalito l'infermeria.
A che ora hanno cominciato a trasferirvi? Come eravate sistemati nei pullman?
Io e i miei compagni siamo stati chiusi nella palazzina fino alle 24, sempre seduti per terra, senza mangiare e senza bere dall'ora del pranzo. Ci hanno fatto andare una volta sola in bagno. Ci hanno divisi in gruppi, ognuno aveva la sua destinazione che non veniva comunicata. Io e i miei compagni non siamo stati visitati da nessun medico prima della partenza. Siamo stati ore ad aspettare dalla fine della rivolta, tempo e possibilità, credo ce ne fossero. Per chi non ha dimestichezza di queste cose, specifico che nei pullman si è, da un lato, divisi in gabbie occupate ognuna da 4 detenuti. Nell'altro lato c'è la fila degli agenti. Tutti i detenuti hanno tenuto le manette per tutta la durata del viaggio.
Io sono capitato nella stessa gabbia con Slim Agrebi. Fin dall'inizio aveva un comportamento strano, mi cadeva addosso in continuazione. Ho avvertito gli agenti che mi hanno risposto che se ne sarebbe parlato a destinazione. La situazione peggiorava mano a mano che passava il tempo. Ho chiesto che almeno gli venisse dato da bere, ma senza risultato. Quando proprio ormai non si reggeva più, dopo3 /4 ore siamo arrivati nelle vicinanze di Alessandria, dentro al cortile del carcere. È stato scaricato a braccia. C'era in attesa un'ambulanza e so che avevano chiamato un magistrato. È salita un'infermiera che ci ha provato la pressione che, stranamente, era uguale per tutti. Una vera fortuna che nessuno soffrisse di pressione alta, data la situazione non idilliaca. Quando siamo ripartiti ho sentito gli agenti che dicevano che era deceduto ed era stato caricato in ambulanza.
E' proprio questo episodio che mi ha spinto ad espormi. Sento casi in cui si lotta per salvare gli animali, si scrivono articoli per evitare l'abbandono estivo di cani e gatti e nessuno si indigna se un poveraccio per ore sta male, è morto, forse, di overdose e, se è vero, si poteva salvare con una puntura. Quella vita valeva meno di un cane abbandonato in autostrada. Un povero extracomunitario che se l'è cercata, poteva rimanere nel suo paese...
Come è finito il tuo viaggio?
Dopo ore di sosta, siamo ripartiti verso l'alba. Ci siamo fermati a Vercelli a scaricare alcuni detenuti e abbiamo continuato per Aosta che era la mia destinazione. Sono sceso dal pullman verso le 10.30 del mattino. La mia "odissea" è terminata dopo 10 ore e mezza di viaggio, in manette, in una gabbia con uno spazio di circa un metro e mezzo quadrato in quattro, senza bere (tranne la volta in cui sono andato in bagno), senza mangiare dalle 14 del giorno prima, quasi 20 ore, con i pochi vestiti che avevo in cella. Non so cosa significhi tortura e non so cosa si intenda quando si parla della legge contro la tortura, ma ritengo che se ci sono delle indicazioni precise a cui attenersi per far viaggiare gli animali, ce ne dovrebbero essere anche per gli umani, sempre che i detenuti siano considerati tali.
di Manuela Modica
Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2021
La Polizia penitenziaria replica: "Noi vittime". Quello in provincia di Messina è un ex Ospedale psichiatrico giudiziario che mantiene tutt'ora un reparto di salute mentale e sul quale qualche giorno fa ha puntato il dito la garante dei detenuti di Caserta, Emanuela Belcuore. Padre Pippo Insana, da anni volontario all'interno del carcere, racconta: "Persone che hanno diritto a cure che non ricevono e gli episodi si susseguono".
Dopo gli episodi di violenza sui detenuti a Santa Maria Capua Vetere, l'attenzione si sposta sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Non un carcere qualunque, ma un ex Ospedale psichiatrico giudiziario che mantiene tutt'ora un reparto di salute mentale e sul quale qualche giorno fa ha puntato il dito la garante dei detenuti di Caserta, Emanuela Belcuore: "Le istituzioni e la magistratura intervengano per fare luce su quanto avviene nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto". Proprio da un detenuto del carcere siciliano è arrivata una denuncia per maltrattamenti presentata al magistrato di sorveglianza.
Un episodio avvenuto lo scorso novembre, denunciato formalmente solo da qualche settimana che conferma, quindi, l'allarme lanciato da Belcuore durante la conferenza stampa dei garanti tenutasi in seguito alle violenze di Santa Maria Capua Vetere. Un detenuto con gravi problemi respiratori e un altro in sciopero della fame. Sono queste le segnalazioni fatte da Belcuore, dopo le segnalazioni inoltrate al Garante dei detenuti siciliano, Giovanni Fiandaca. Segnalazioni che tuttavia, dopo le verifiche, non sono state confermate: "Non ci risulta nessuno in sciopero della fame, mentre il detenuto con problemi respiratori è stato trasportato all'ospedale Papardo di Messina per accertamenti e la situazione non appare critica", riferisce Fiandaca. Mentre anche la direttrice del carcere, Romina Tajani conferma: "Non ritengo ci siano casi di questo genere, mi sento assolutamente serena, almeno sotto la mia direzione non mi risulta sia avvenuto niente che confermi l'allarme".
Le accuse della garante casertana non sarebbero dunque fondate. Eppure l'ultimo tentativo di fuga dal carcere è solo di due giorni fa, quando uno dei detenuti ha tentato di scavalcare il muro di cinta ed è caduto fratturandosi un piede. La notizia è stata data da Salvatore Chillemi, delegato nazionale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, che punta il dito sulla cronica carenza di organico: "È evidente che se non si provvede in tempi brevi a rimpinguare gli organici, simili criticità non possono che aumentare. Infatti oltre alla Polizia Penitenziaria è necessario che per tutti i soggetti psichiatrici sia previsto un aumento del personale sanitario così come avviene nelle Rems". Ed è di certo questa una delle note dolenti del carcere di Barcellona.
Non un carcere qualsiasi ma un ex Ospedale psichiatrico giudiziario, che, dopo la chiusura degli Opg (la legge è del 2015), adesso ospita detenuti semplici e detenuti per cui a seguito della detenzione sono sopravvenute criticità psichiatriche (non dunque internati giudicati incapaci di intendere e di volere ma socialmente pericolosi com'era negli Opg): sono 56 uomini e 8 donne nel reparto di articolazione di salute mentale, come riferisce il dirigente dell'Asp di Messina, Carmelo Crisicelli. Di questi due sono soggetti che non dovrebbero essere in carcere ma per via del sovraffollamento nelle Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, che hanno sostituito gli Opg) sono momentaneamente detenuti nella casa circondariale del Messinese. Fino a qualche giorno fa erano quattro, ma due sono stati trasferiti alla Rems di Naso, paesino sui Nebrodi, competente per la Sicilia occidentale dall'ex Opg, ormai chiuso per legge e riconvertito in carcere semplice.
Nella riconversione però, qualcosa ancora non funziona del tutto, tant'è che la Corte costituzionale ha ordinato il 24 giugno un'istruttoria sulle difficoltà di applicazione delle misure di sicurezza, sollecitata da un caso nel Lazio di misura non applicata proprio perché mancava posto nelle Rems. E non a caso è il reparto di salute mentale quello a dare più problemi al carcere di Barcellona. L'Osapp aveva già segnalato un episodio di violenza da parte di un detenuto ai danni di un agente lo scorso febbraio, mentre a febbraio del 2020 un altro sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe, parlava di "bollettino di guerra" segnalando "l'impossibilità della gestione della sezione Articolazione salute mentale".
E l'allarme della garante casertana è adesso rilanciato da padre Giuseppe Insana, da anni volontario all'interno del carcere, mentre nella sua casa di accoglienza a Barcellona aveva ospitato negli anni migliaia di internati dell'ex Opg. Attività di volontariato proseguita anche dopo ma interrotta dal Covid: "Adesso è un luogo chiuso, serrato - dice padre Insana.
Ogni detenuto deve scontare la pena, però chi ha un'infermità, ha diritto ad essere curato adeguatamente e nell'articolazione di salute mentale del carcere di Barcellona questo diritto è negato". E spiega: "Oltre agli psicofarmaci sono necessari altri interventi di socializzazione e riabilitazione. Tutti questi aspetti mancano, col risultato che in assenza di un trattamento sanitario adeguato non sono mancati episodi di autolesionismo, tentati suicidi, suicidi e aggressioni, ci vorrebbero gli interventi riuniti della sanità pubblica, interventi da parte dell'Asp e della direzione della casa circondariale ma non avvengono e gli episodi si susseguono".
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