di Angelo Aparo*
Il Giorno, 16 luglio 2021
A volte mi viene chiesto come funziona il gruppo della trasgressione, cosa faccio, quale metodo uso per coordinarlo. Non ho ancora scritto il libro sul gruppo e non è detto che riesca a farlo; al momento ho solo il titolo: Il corriere dei panni sporchi. Ogni tanto, però, mi sembra di riuscire a individuare qualche aspetto del metodo.
Uno di questi è che a volte, quasi senza rendermene conto, tratto le persone (e tra queste detenuti in carcere per avere spacciato, ucciso, fatto parte di organizzazioni criminali) come fossero bambini che possono giocare a mettere le mani sul mondo senza toccare pistole, soldi e senza ubriacarsi di potere e di eccitazioni a basso prezzo. Fra le tante piccole cose, una riguarda la necessità di costruire il masso di Sisifo, visto che domenica detenuti e comuni cittadini si troveranno a spingere il masso di Sisifo alla fine di due giornate al Parco delle memorie industriali nell'ambito di un progetto promosso della nostra associazione Trasgressione.net e dal Municipio 5 del Comune di Milano per la prevenzione di droga, bullismo e devianza.
Per rendere il masso visibile, mi sono convinto che debba avere circa un metro e mezzo di diametro. Qualcuno, fra studenti e detenuti, ha suggerito che un volume così grande potrebbe essere riempito con bottiglie d'acqua minerale. A questo punto ho chiesto al tavolo del gruppo quante bottiglie d'acqua da un litro e mezzo sarebbero state necessarie. E da qui il gioco (...) Al gruppo mi servo anche di queste piccole cose per stuzzicare le persone a svegliarsi dal torpore, pur se l'obiettivo principale è il ragionamento sulla relazione e soprattutto la coltivazione della relazione con l'altro.
*Psicologo
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 luglio 2021
Dal gennaio 2021 è sottoposto a trattamento chemioterapico da effettuarsi ogni 28 giorni previ esami del sangue. Ma Enrico Fumia, attualmente detenuto presso l'istituto penitenziario di Secondigliano, fino ad oggi la somministrazione della chemioterapia sarebbe avvenuta con ritardo e senza che vengano effettuati le dovute analisi.
Non solo, dalla denuncia che ha depositato presso la Procura, si evince che anche le visite di controllo programmate presso l'ospedale Cardarelli non sarebbero state effettuate. C'è anche una perizia medico legale che attesta l'incompatibilità con la detenzione: nonostante ciò, il tribunale di sorveglianza ha rigettato l'istanza di sostituzione della misura detentiva con quella domiciliare riservandosi però di delegare la direzione penitenziaria, di concerto con il Dap, a individuare una "sistemazione consona con lo stato di salute".
Ma anche questa, ad oggi, stenterebbe a concretizzarsi. A farlo presente alle autorità, a partire dal ministero della Giustizia, è l'Associazione Yairaiha Onlus. "Ci chiediamo - si legge nella missiva a firma della presidente dell'associazione Sandra Berardi -, e Vi chiediamo, quale altra sistemazione consona può esserci per un soggetto con patologie così gravi se non una struttura clinico- ospedaliera? Crediamo che ricordare a lor signori gli articoli costituzionali e di legge posti a tutela della salute di tutti i cittadini, detenuti compresi, sia oltremodo superfluo; pertanto auspichiamo che la situazione del sig. Fumia possa essere risolta in maniera consona alle gravissime condizioni di salute in cui versa prima che sia troppo tardi".
Il quadro clinico del detenuto, è molto preoccupante. Dal referto si evince che è affetto da tumore neuroendocrino del pancreas localmente avanzato con metastasi, distrofia bollosa degli apici polmonari, microangiopatia trombotica neoplasia - correlata, lieve rigurgito mitralico, ectasia radice aortica e del tratto ascendente. Per quanto riguarda il cancro non operabile, sono fondamentali le tempestività delle diagnosi e delle terapie. "Che cosa deve accadere? - si legge nell'esposto del detenuto - La prognosi è già nefasta, così rischio di morire in tempo brevissimi a causa della inadempienza, della noncuranza di tutti qui diritti fondamentali quali salute, e diritto di essere curati secondo le più idonee terapie e trattamenti".
Com'è detto, il magistrato di sorveglianza gli ha rigettato l'istanza per la detenzione domiciliare. "Nel rigetto - scrive il detenuto nell'esposto - si legge che è sempre presente un medico. Ma la presenza del medico non significa assistenza idonea necessaria per questo tipo di patologia". Per il detenuto, giustamente ci vuole l'assistenza da parte degli specialisti come l'oncologo. Il magistrato di sorveglianza, nel rigetto, ha indicato che è compito del Dap collocare il recluso in centri diagnostici operativi adeguati e idonei alla cura e terapia del caso concreto. "Nel caso di specie - denuncia però il detenuto - al momento non appaiono esistere condizioni che indichino simili interventi". Conclude amaramente che al carcere di Secondigliano non stanno tutelando la sua salute.
radicali.it, 16 luglio 2021
Nella giornata di ieri, il medico e Consigliere regionale Michele Usuelli (Più Europa - Radicali) insieme ad altri membri della Commissione Carceri di Regione Lombardia, accompagnato da Barbara Bonvicini, sua collaboratrice e membro della Direzione Nazionale di Radicali Italiani, ha effettuato una visita ispettiva programmata alla Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza di Castiglione delle Stiviere, l'unica struttura di sicurezza lombarda che ospita malati psichiatrici altrimenti destinati al carcere. Attualmente sono ospitate 155 persone su 160 posti, essendo vuoti alcuni letti del reparto femminile.
"La lunga lista di attesa maschile è dovuta non già a questo Rems, ma alla inadeguatezza complessiva regionale e nazionale della gestione del detenuto psichiatrico in carcere." - commenta il consigliere Usuelli all'uscita.
"Colpisce innanzitutto la condizione di poca sicurezza sul lavoro degli operatori sanitari e sociosanitari non essendo presente nella struttura alcun agente di alcun corpo di polizia. Dal punto di vista medico, l'assenza di un medico internista o di un medico di medicina generale, accanto agli psichiatri e psicologi complica la qualità del lavoro dei sanitari, aumenta in maniera inappropriata la frequenza degli invii in ospedale (situazione nella quale lo specialista psichiatra è costretto ad accompagnare l'ospite fungendo anche da piantone) e peggiora la qualità di cura delle persone."
"Accanto alle palazzine da 20 posti letto, abbiamo chiesto di visitare il padiglione acquario che ospita 70 persone con le quali ci siamo fermati a parlare. - prosegue Usuelli - Le dimensioni di questo padiglione pregiudicano fortemente la qualità del lavoro degli operatori e la qualità di vita degli ospiti. Rispetto alle visite nelle carceri colpisce il fatto che al di là delle poche borse lavoro, finanziate da Regione Lombardia, i lavori di pulizia e distribuzione del vitto non sono retribuiti, come invece avviene in tutti gli istituti di pena".
"Anche in questo istituto la pandemia è stata gestita in maniera efficiente grazie al lavoro del personale sanitario; - osserva il consigliere radicale - auspichiamo che prontamente le visite da parte dei parenti possano riprendere e ampliarsi rispetto al contingentamento attuale di un'ora massima a settimana. L'allungamento della durata della visita è particolarmente importante dato che essendo l'unico Rems lombardo molte famiglie sono davvero distanti dai loro cari. Le videochiamate alle famiglie, attualmente 10 minuti a settimana, debbono essere potenziate. Anche questi piccoli dettagli, frustranti, possono contribuire ad aumentare il livello di aggressività di un paziente psichiatrico detenuto e spesso con doppia diagnosi. In maniera del tutto simile a qualunque altro carcere che abbiamo visitato, la cronica e strutturale mancanza della possibilità di lavorare rappresenta il primo e più importante grido di dolore."
"Infine, - conclude Usuelli - sono state talmente frequenti e reiterate, da parte di quasi tutti gli ospiti con cui abbiamo parlato, le segnalazioni di un eccessivo ricorso all'istituto della proroga di pena che ci permetteremo, senza certezze o opinioni precostituite, un approfondimento con i responsabili di questo istituto per acquisire informazioni più complete. Alla visita di oggi seguirà un approfondimento il più possibile condiviso che ci porterà a presentare un ordine del giorno Rems in Lombardia nel prossimo assestamento di bilancio".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 16 luglio 2021
Visite mediche davanti agli agenti accusati, telecamere rotte, picchiatori mai identificati. Una storia gemella di quella campana, denuncia Antigone. Ma i pm chiedono di archiviare.
Può darsi che sia una frottola. Può darsi che dodici testimonianze univoche e concordanti non costituiscano la prova, e neanche l'indizio, di un pestaggio di massa di 60 detenuti, "salutati" così dagli agenti della Penitenziaria prima del trasferimento. Può darsi che sia normale che nella casa circondariale di Melfi (136 reclusi divisi in quattro sezioni di Alta Sicurezza) le telecamere di sorveglianza interne non avessero un sistema di registrazione, e quelle installate presso la portineria e le mura perimetrali fossero inservibili e con le memorie cancellate.
E può darsi anche che i lividi e le escoriazioni sui volti e sulle costole dei trasferiti siano stati davvero causati "da cadute o scivolate accidentali", come si legge nella richiesta di archiviazione della procura di Potenza, che dopo un anno di indagine non ritiene che ci sia più alcunché da approfondire. Può darsi. Quando si parla di carceri, tutto può essere. E però, a leggere l'opposizione all'archiviazione presentata da Antigone (il Gip non si è ancora espresso), il dubbio di insabbiamento resta.
Chi conosce la vicenda delle violenze denunciate dai detenuti di Melfi trasferiti d'urgenza alle 3 di notte del 17 marzo 2020, come conseguenza delle rivolte del 9 marzo per la mancata adozione delle misure anti-Covid, descrive quei fatti come la fotocopia della mattanza di Santa Maria Capua Vetere senza però i filmati. E senza che un magistrato di sorveglianza si sia interessato del caso sin da subito, quando ancora l'omertà non aveva cucito le bocche.
Dodici detenuti in particolare hanno raccontato di essere stati prelevati dalle celle, ammanettati ai polsi con fascette da elettricista, fatti inginocchiare faccia al muro e poi trascinati fuori nel piazzale. Con brutalità, stando a quanto hanno riferito. "Alcuni agenti ci schiaffeggiavano e prendevano a calci", "qualcuno aveva la testa rotta e sanguinante, occhi tumefatti, nasi rotti...", "ci sputavano addosso", "perdevo sangue dalle gambe", "tutti venivano colpiti coi manganelli", "le guardie avevano il passamontagna", "hanno pestato mio zio che è cardiopatico", "mi hanno fatto spogliare e colpito nelle parti intime", sono le voci raccolte da avvocati e famigliari.
Nessuno, ribatte però la procura, al momento della visita medica, necessaria per il nulla osta al trasferimento, ha parlato di calci e pugni. Forse perché le visite si sono tenute davanti agli stessi agenti presunti autori delle violenze. "Sicuramente era presente personale della Penitenziaria", ha dichiarato ai pm il dottore del carcere di Melfi Vito Antonio Spelacchio.
"Nessuno mi ha segnalato malori o di essere stato vittima di pestaggi, quindi non ho proceduto a un esame più approfondito. Farli denudare (...) poteva essere inteso come atto umiliante o invasivo". I detenuti hanno ritrovato la parola una volta lontani da Melfi, con altri dottori. Per due di loro il riscontro sanitario delle percosse è pieno, ma - non essendo stati in grado di riconoscere chi li ha menati - la procura si è fermata. Anche perché, nonostante gli agenti siano stati descritti col volto coperto da passamontagna, ha escluso "indebite forme di travisamento da parte degli operatori".
Che poi non si sa nemmeno chi c'era a Melfi quella notte, come ricorda l'avvocato di Antigone Simona Filippi nell'atto di opposizione all'archiviazione. I pm non hanno chiesto la lista degli agenti del Gom (il reparto mobile della Penitenziaria) intervenuti. E non è stato possibile identificare i poliziotti in servizio a Melfi, nonostante i denuncianti avessero fornito, se non i nomi, elementi per risalire alla loro identità: "L'appuntato che conosco, che sta ai colloqui, e l'appuntato che era in sezione", "l'ispettore dei colloqui", "un appuntato di cui non conosco il nome ma che ha circa 35 anni...". Segnalazioni di questo tipo. Che nessuno, evidentemente, ha avuto la forza, la voglia o l'interesse di andare a verificare.
di Chiara Saraceno
La Stampa, 16 luglio 2021
Risultati dei test Invalsi spazzano via ogni narrazione consolatoria sulla "tenuta della scuola" durante la pandemia, sull'efficacia della Dad e sulle scorciatoie inventate per non prendere atto della perdita di apprendimenti maturati in questi due anni di scuola a singhiozzo: tutti promossi e esami facili, senza preoccuparsi, e senza mettere in atto strategie serie per contrastarle, delle voragini conoscitive e prima ancora del venir meno dell'interesse e della fiducia.
Accanto alla dispersione esplicita si è allargata così anche l'area della dispersione implicita, fatta da chi continua a rimanere a scuola, ma apprende poco o nulla ed entrerà nella vita adulta e nel mercato del lavoro pochissimo attrezzato per esercitare i suoi diritti e doveri di cittadinanza e per trovare una collocazione decente nel mercato del lavoro. Si è ampliata anche la disuguaglianza, perché gli effetti negativi della scuola a scartamento ridotto non sono distribuiti uniformemente tra tutti i ceti e tutti i contesti territoriali. Non è tutta colpa della Dad, naturalmente. Questa non ha fatto che esplicitare e rafforzare i problemi di una scuola troppo spesso incapace di coltivare l'interesse delle bambine/i e adolescenti e di contrastare le disuguaglianze nelle risorse e nei contesti familiari e sociali a motivo di una didattica ingessata (che nella Dad si è spesso tradotta in una trasposizione online delle lezioni frontali), dove l'attenzione, doverosa, per i contenuti disciplinari non riesce a restituirne il senso e valore di comprensione del mondo e di scoperta del nuovo. Una scuola in cui negli anni si sono succedute riforme che poco o nulla hanno riguardato i contesti, le modalità, le risorse umane e materiali necessarie per favorire i processi di apprendimento, in cui gli studenti non hanno mai avuto centralità negli obiettivi di volta in volta individuati. Lo scandalo delle chiusure più lunghe d'Europa senza che nel frattempo nulla si sia fatto per rendere le scuole, e la frequenza scolastica, più sicure e più favorevoli agli apprendimenti, testimonia di questa ormai strutturale marginalità degli interessi degli studenti nell'agenda politica (ed anche sindacale). Non è forse un caso che la scuola elementare abbia retto meglio: non solo perché in questo anno scolastico è stata meglio preservata dalle chiusure, salvo che in alcune regioni meridionali dove, di conseguenza, i danni sono stati subiti anche dagli alunni più piccoli, ma perché in generale è la scuola che negli anni è stata più aperta alle innovazioni didattiche e in cui è più difficile, per le insegnanti, ignorare le diverse provenienze e capacità dei loro alunni/e.
A fronte del vero e proprio disastro antropologico di cui troppi alunni/e sono vittime a causa della sciatteria e irresponsabilità di chi ha in mano il loro destino, desta preoccupazione che nulla sia pensato e programmato per contrastarlo in modo sistematico (salvo l'evocazione del ritorno delle bocciature e la promessa di qualche corso di recupero). Così come sconcerta, per usare un eufemismo, che a metà luglio si sia ancora incerti su se e come riprenderà la scuola in presenza a settembre e con quale organico. Il ministro, di cui si apprezzano le belle parole e la visione della scuola futuribile, per il futuro prossimo sembra non possa che aspettare le indicazioni del Cts. Come se non avesse responsabilità per le aule ancora mancanti dopo un anno e mezzo di pandemia e un organico ancora incerto, numericamente insufficiente e non sempre adeguatamente formato ad una didattica efficace in termini sia di apprendimenti sia di inclusività - inclusa la didattica con gli strumenti digitali a prescindere dalla Dad. Come se non fosse suo compito interpellare ministero dei trasporti, regioni e comuni per garantire la mobilità degli studenti. Nessuno ha la bacchetta magica, ma i processi vanno messi in moto tempestivamente e con sistematicità. Evocarli non basta. Non basta neppure erogare fondi a pioggia, come è stato fatto questa estate, senza un disegno organico e un sistema di priorità.
Temo che di questo passo, mentre la pandemia riprenderà forza con le varianti, saranno le/gli adolescenti e i giovani ad essere individuati come la causa delle nuove chiusure: perché si "assembrano" spontaneamente per divertirsi e non solo con il permesso della Fifa, dei governi (incluso il nostro) e della Fgci, per vedere le partite di pallone e festeggiare la vittoria tra il tripudio dei commentatori; perché non si vaccinano (o i loro genitori non li fanno vaccinare), non perché le vaccinazioni rallentano ed anche chi si è mosso per tempo verrà vaccinato, forse, in agosto. E se non troveranno lavoro perché non avranno appreso abbastanza a scuola, sarà colpa loro: perché non hanno studiato, non si sono impegnati. Stiamo riducendo le possibilità di crescita e maturazione di una fetta importante delle giovani generazioni con decisioni sconsiderate e miopi ed abbiamo persino l'impudenza di dire che è colpa loro.
spotandweb.it, 16 luglio 2021
Pianosa è un puntino al largo dell'Elba, uno scoglio piatto nel mar Tirreno che fin dall'antichità è stata una prigione, un altrove dove mandare chi era sgradito. L'isola del diavolo.
Silvia Giralucci, giornalista, il cui papà fu vittima del primo omicidio delle Brigate Rosse, ci capita in vacanza e rimane affascinata dal contrasto tra un luogo dal paesaggio paradisiaco e la sua storia: per 150 anni Pianosa è stata un carcere, colonia penale agricola e poi carcere di massima sicurezza dove sono stati detenuti anche alcuni degli assassini di suo padre, insieme ai vertici del terrorismo rosso, e in quelle stesse celle è stata poi imprigionata la cupola della mafia dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio.
'Pianosa, l'isola del diavolo' è un viaggio tra le storie del passato e del presente di Pianosa, storie che intrecciano la storia d'Italia e che portano a una riflessione profonda sul senso della pena. Il carcere duro lenisce il dolore delle vittime? A cosa serve davvero la pena? Che cosa succede alle persone dentro un carcere di massima sicurezza?
L'autrice, Silvia Giralucci ritorna sugli interrogativi che l'assillano fin da bambina, e attraverso le voci di chi ha abitato Pianosa - da bambino, da detenuto, da agente, da guida turistica, da avvocato - racconta i segreti di un luogo sospeso tra inferno e paradiso, esplorando allo stesso tempo il nostro complicato rapporto con la pena. Con una guida ambientale si addentra nella zona carceraria, dove le sezioni sono rimaste in un tempo sospeso dal 1998 quando, improvvisamente, il carcere venne chiuso e l'isola abbandonata. Si trova davanti alla sezione Agrippa, dove sono stati rinchiusi anche alcuni degli assassini di suo padre, e attraverso il racconto di Franco Bonisoli, uno degli autori del rapimento di Aldo Moro, si interroga sul carcere duro e su che cosa possa portare i terroristi ad assumersi la responsabilità dei reati commessi.
Nel viaggio, nel tempo e nello spazio, incontra Gaetano Murana, condannato per la strage di Paolo Borsellino, detenuto per 18 anni, di cui 16 al 41 bis la maggior parte a Pianosa, prima di essere riconosciuto completamente innocente e vittima di depistaggi; il direttore di carcere Luigi Pagano, che ha iniziato la sua carriere come vicedirettore del penitenziario di Pianosa, e che dopo una vita passata nell'amministrazione penitenziaria è convinto che il carcere andrebbe abolito, e poi Stefano Ricci Cortili, antropologo fisico che racconta il passato lontano che emerge dagli scavi di Pianosa; i detenuti in semilibertà che abitano l'isola oggi lavorando con i turisti, e i due agenti di polizia penitenziaria Claudio Cuboni e Michele Comune che da trent'anni vivono questo posto sperduto come due eremiti.
"Pianosa l'isola del diavolo "di Silvia Giralucci è stato selezionato da Radio 24 ed Audible lo scorso anno nell'Audible Academy, all'interno del Master in Storytelling Audio creato della 24ORE Business School con Radio 24. Un corso volto alla formazione e alla crescita delle professionalità nel settore dell'audio entertainment in Italia, ideato per sviluppare competenze e professionalità in grado di pensare e realizzare formati audio innovativi.
La versione integrale in 7 puntate di "Pianosa l'isola del diavolo" sarà in onda nel palinsesto estivo di Radio 24, che prende il via il 26 luglio, al sabato alle 17 ed alla domenica alle 19, e sarà disponibile in Podcast Audible Original da settembre solo su Audible.it. Una versione ridotta della serie è disponibile dal 15 luglio sul sito di Radio 24 e sulle principali piattaforme.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 16 luglio 2021
Probabile il rinvio a settembre, ma la strada è minata dal rischio del voto segreto. I dissidenti dem: un azzardo la strategia del leader. Le lacrime nell'aula del Senato della forzista Masini.
"Cresce la schiera di chi non vuole morire in battaglia sul ddl Zan, ma portare davvero a casa la legge contro l'omotransfobia". Andrea Marcucci riassume così la riunione dei senatori del Pd, convocata ieri, dopo che in aula a Palazzo Madama l'esame del disegno di legge è stato aggiornato a martedì prossimo. Martedì sarà probabilmente l'ultimo giorno del ddl Zan prima della pausa estiva: ci sono infatti tre decreti legge da votare subito (il decreto Semplificazioni, il dl Sostegni e quello sulla Cybersecurity). È probabile quindi che sia rinviata a settembre la legge che porta il nome del deputato dem e attivista Lgbt, Alessandro Zan.
Il rischio dell'altro ieri, quando per un solo voto il ddl Zan è riuscito a evitare la sospensione, ha lasciato strascichi. Nell'assemblea del Pd se ne parla senza girarci attorno. "Una discussione franca, e spero si apra una breccia", twitta sempre Marcucci. Il Pd annuncia che non presenterà emendamenti (che vanno depositati entro martedì mattina), così come non li presenteranno i 5Stelle. Ma se ne attendono una valanga dalle destre, e dalla Lega soprattutto. Matteo Renzi, nel videoforum con Repubblica, ha assicurato: "Ci saranno gli emendamenti presentati da altre forze politiche, non da Italia Viva.Il ddl Zan l'abbiamo votato e continueremo a farlo". Ma per la legge contro l'omofobia la strada è minata dai voti segreti e dai "franchi tiratori".
Ex capogruppo ed ex renziano di ferro, Marcucci è il più critico sulla strategia di Enrico Letta di andare avanti comunque sul ddl Zan così com'è stato approvato alla Camera il 4 novembre scorso. È convinto vadano cercati compromessi con Matteo Salvini e con Renzi. Scatta tra i dubbiosi del Pd l'ultimo pressing su Letta affinché cambi strategia e cerchi una mediazione. Lo conduce la pattuglia dei dissidenti, che non vogliono essere chiamati fronda, perché - spiegano - "abbiamo diverse strategie ma un obiettivo comune: approvare la legge". Oltre a Marcucci e a Stefano Collina, Valeria Valente, presidente della commissione sul femminicidio, Valeria Fedeli, ex ministra della Scuola, Mino Taricco sono la prima linea. Chiedono al segretario Letta "un supplemento di riflessione". Dice Taricco: "È un azzardo non provare a lavorare sui contenuti".
In aula ieri, nel lungo elenco di interventi, la commozione di Barbara Masini, la senatrice di Forza Italia che ha fatto coming out e voterà il ddl Zan. Ricorda: "Quando capì di me, mia madre disse ho paura per te... a tutti voi auguro di potere guardare negli occhi i vostri cari anche quelli che un domani saranno diversi dai vostri desideri e potergli dire: io vi ho protetti dalla paura".
La linea del Pd la illustra la capogruppo Simona Malpezzi: "Andiamo avanti in attesa degli emendamenti delle altre forze politiche per vedere quale direzione vogliono prendere. Noi non presenteremo emendamenti, ma qualificanti ordini del giorno". Gli odg stanno a cuore a "Base riformista", la corrente degli ex renziani, come afferma Alessandro Alfieri.
Riguardano ad esempio, l'articolo 7 e le iniziative nelle scuole sull'omofobia. È anche il punto su cui il Vaticano nella nota diplomatica di contrarietà è intervenuto richiamando il Concordato. Franco Mirabelli ribadisce: "Sono irricevibili le modifiche proposte dalle destre". Rincara Alan Ferrari, altro senatore critico: "Al Pd interessa solo uscire da qui con un diritto in più. Perché uscire senza un diritto in più vorrebbe dire esporre per ancora molto tempo le persone più fragili".
di Annamaria Bernardini de Pace
La Stampa, 16 luglio 2021
Tutti ne parlano, ma pochissimi hanno capito quali siano i problemi che fanno discutere. Peraltro, non si sa chi abbia letto il testo. Mi riferisco al disegno di legge Zan, da molti - anche politici - definito malamente "decreto". Dunque, questo disegno di legge contiene "misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità".
In sintesi: all'art. 1 si definisce cosa siano il sesso, il genere, l'orientamento sessuale, l'identità di genere. L'art. 2 modifica l'art. 604 del codice penale, che già punisce i comportamenti d'odio e discriminazione, aggiungendo le definizioni del Ddl Zan alle altre tipizzazioni di vittime di questi reati.
Così come l'art. 3. L'art. 4 dice che "sono fatte salve la libera espressione di convincimenti e opinioni, nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee". L'art. 5 coordina aspetti tecnici del codice e della possibile nuova legge, come l'art. 6. L'art. 7 riconosce la giornata contro l'omofobia e promuove iniziative per le scuole e per gli uffici. Gli articoli dall'8 al 10 puntano a rafforzare la consapevolezza sugli atti discriminatori. Ora, mi inquieta che, per approvare una legge contro i crimini d'odio, i partiti abbiano messo in campo tanto odio e tanta capacità discriminatoria tra di loro. Come se non avessero ben capito il senso di quello che stanno facendo. Possibilità non peregrina, in verità!
Ma ciò che più mi impressiona è che un po' della destra, dopo avere combattuto a gran voce la legge in sé, ritenendola inutile, incredibilmente ha dichiarato di essere pronta ad accogliere il contenuto integrale della legge, purché senza gli articoli 1, 4 e 7. Il buon, già democristiano, Letta, però, si è opposto con tutte le forze, dichiarando, più o meno, "o tutto o niente". Il che è molto strano per il noto spirito democristiano, da sempre con la vocazione di mediare; ma è soprattutto strano che un democristiano difenda così duramente una legge certamente più nelle corde di chi è da sempre di sinistra. Per di più, tutta questa discussione è avvenuta al Senato dopo che la legge era stata approvata alla Camera. Se ha un senso la discussione al Senato, dopo il placet della Camera, è perché non si può abdicare alla funzione parlamentare. È una legge di importanza storica, alla necessità della quale credo fermamente. Però, le nostre Camere devono legiferare componendo, una dopo l'altra, interessi opposti; come sono gli interessi di tutta la nazione rappresentata, spesso con percentuali differenti, dai partiti politici nei due rami del Parlamento. E, purtroppo, la maggioranza parlamentare, ora non è la maggioranza della nazione per quanto riguarda idee e interessi. Perché il confronto tra i partiti non deve essere più misurato e nel rispetto del mandato di ciascuno? Perché una legge, che pure ha avuto l'approvazione della Camera, non deve poter essere modificata nell'evidenza di una differente maggioranza al Senato? Quali sono i punti di scontro? In particolare, l'art. 1, l'art. 4 e l'art. 7. Senza i quali, o modificando i quali, la legge, secondo la maggioranza di destra, potrebbe essere varata in tempi brevissimi. Ma Letta non vuole. Perché l'art. 1 non piace a tutti? L'art. 1, tra le varie definizioni, recita che "per identità di genere si intende l'identificazione percepita e manifestata di sé, in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendente dall'aver concluso un percorso di transizione". Al contenuto di questa seconda parte anch'io sono contraria: infatti, accettandola, è possibile che, surrettiziamente, si stravolga la legge 164/82, quella che definisce esattamente il percorso della transessualità. Con il Dddl si potrebbe persino autocertificare il genere di appartenenza, anche modificandolo nel corso della vita. Senza controllo di medici, psicologi e giudici, senza terapie e perizie. Su questo punto, è indispensabile un dibattito pubblico che coinvolga, invece, medici, psicologi, psichiatri e giudici. E si vedrà se modificare, o no, la legge 164. Con l'eliminazione dell'inciso sulla percezione dell'identità e i suoi complicati effetti, si troverebbe l'accordo di tutti i partiti. Perché, allora, continuare a combattere all'insegna del proprio personalismo, anziché assicurare alle persone omosessuali e transessuali l'indispensabile tutela?
Non riesco poi a capire perché si possa considerare reato d'opinione l'art. 4, e su questo, quindi, è la destra a dover cedere e non fare come Letta sull'art. 1: è evidente che la libertà di opinione è assolutamente salvata. Se, poi, capita il solito magistrato che interpreta nel proprio, purtroppo libero, convincimento in modo diverso, è con lui che ce la prenderemo e non col Ddl Zan. Quanto poi alla propaganda nelle scuole, una sorta di incontro nello scontro tra Letta e Salvini potrebbe essere nello specificare come facoltativa l'educazione alla non omotransfobia nelle scuole. O, trovare una soluzione come quella dell'ora di religione.
Peraltro, si dovrebbe parlare più di diritti che di reati, come invece si è finito col fare; inoltre, sarebbe bene trascurare l'inasprimento delle pene, o evitare il carcere, in uno Stato come il nostro nel quale le carceri fanno orrore per organizzazione e per assembramenti.
Sarebbe, infatti, meglio introdurre pene pecuniarie altissime, da sostituire, eventualmente, con pesanti lavori di utilità sociale. O no? Modificando queste poche cose, si farebbe l'interesse di tutti, senza litigi, ma proteggendo le vittime e sanzionando i carnefici.
Dobbiamo sbrigarci, però. Il Parlamento europeo ha iniziato, infatti, ad approvare sin dal 2004 risoluzioni con le quali raccomanda agli Stati membri di "adottare legislazioni penali che vietino l'istigazione all'odio sulla base dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere". La più severa è stata la Svezia. Mentre, Francia, Spagna e Germania, per esempio, sono sostanzialmente in linea con il Ddl Zan. Perché in Italia dobbiamo distinguerci sempre per la litigiosità non produttiva? Quante sedute dobbiamo ancora vedere nel Parlamento come quella imbarazzante dell'altro giorno? Aveva ragione Letta, il quale critica il passo indietro della destra, dimentica di avere approvato alla Camera? O avrà ragione Salvini, affermando sicuro che, se la legge sarà affossata, sarà colpa della sinistra? Sembra che l'ago della bilancia sarà Renzi, il quale, comunque sia, ha tra le sue fila Scalfarotto, che, per primo, ha elaborato un Ddl contro l'omotransfobia, quando ancora era nel Pd, e ora, dal partito di Renzi, è firmatario anche del Ddl Zan. O, alla faccia dei diritti civili, tutti, senza discriminazioni, ma con un po' di odio, stanno facendo il loro gioco elettorale?
iltorinese.it, 16 luglio 2021
Cosa ha significato vivere e convivere all'interno del carcere in tempo di emergenza sanitaria? E dopo cosa succede? Questa la domanda da cui muove il terzo Concorso nazionale di scrittura di Liberazioni - festival delle arti dentro e fuori. Il tema del bando, aperto sia a detenuti di qualsiasi istituto penitenziario italiano, sia a persone in misura alternativa, deve essere svolto con narrazioni inedite in forma di racconto breve per ricordare passioni, paure, detti e non detti e come queste hanno cambiato i molteplici spazi e tempi della reclusione durante la pandemia.
Curato da Eta Beta Scs e dall'Associazione Sapereplurale "Vivere questo tempo" è il significativo titolo scelto per il Concorso nazionale di scrittura aperto sino al 27 agosto 2021. Termine ultimo per poter inviare i testi tramite mail o posta ordinaria a Eta Beta Scs. Successivamente entro il 10 settembre verranno selezionati i 20 racconti finalisti, tra i quali due giurie, una composta da esperti e una da persone detenute presso la Casa Circondariale di Torino "Lorusso e Cutugno", decreteranno il vincitore del Premio in denaro del valore di 1.000€ lordi.
LiberAzioni ha una doppia anima, locale e nazionale. Infatti se Torino, il quartiere Vallette e la Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno", rappresentano i luoghi dove si svolgerà, tra la fine di settembre e inizio ottobre 2021 un festival della creatività, ci sono anche due concorsi, uno di cinema e uno di scrittura, a carattere nazionale. Sono ammessi fino al 31 agosto al Concorso cinematografico, curato dal Museo Nazionale del cinema di Torino, i cortometraggi di finzione, documentari e film d'animazione realizzati da autori italiani o residenti sul territorio nazionale, senza limiti d'età che riflettano sui temi della reclusione, della pena, della libertà e la relazione dentro/fuori. (https://amnc.it/liberazioni-2021-aperti-i-bandi-cinema-e-scrittura/)
Come sempre e ancora di più quest'anno LiberAzioni, vuole rappresentare un'occasione per riflettere attorno al tema del carcere e della pena, stimolando una conoscenza e uno scambio tra chi in carcere c'è o lo vive, la società ed il territorio. LiberAzioni è possibile grazie all'impegno di Associazione Museo Nazionale del Cinema ente capofila, Eta Beta SCS, Associazione Sapereplurale, Antigone Piemonte, con il sostegno di Fondazione CRT e Coop - Novacoop, in collaborazione con Ufficio Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino e Direzione della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno. Link per Scaricare il Bando: https://www.lettera21.org/news/liberazioni-vivere-questo-tempo.html
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 luglio 2021
Intervista a Francesca Izzo, femminista, docente universitaria e ricercatrice di scienze orientali ed ex deputata dei Ds. "Il ddl Zan ha aspetti condivisibili, ma la definizione di identità di genere rischia di creare mutazioni di tipo antropologico. È un'operazione politico-culturale e farlo con una legge penale è inaccettabile". A dirlo è Francesca Izzo, femminista, docente universitaria e ricercatrice di scienze orientali ed ex deputata dei Ds.
Dottoressa, cosa non va secondo lei in questa norma?
Sono d'accordo perché ci sia una legge che renda più stringenti le norme già esistenti contro i crimini di odio e di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e transessuali. Quello che sin dall'inizio, ovvero da quando il ddl Zan era alla Camera, non mi convince, e non solo me, è la presenza, in questa legge, di un aspetto che è di tipo ideologico-politico, legato al termine identità di genere.
Perché?
Si tratta di una formulazione che ha molti significati, ma il significato che viene spiegato all'articolo 1 - una identità sessuale sulla base della percezione del soggetto, al di là di qualsiasi dato obiettivo legato al sesso - rappresenta una posizione molto discussa, discutibile, oggetto di molte controversie negli anni sul piano accademico e del dibattito pubblico, che non può entrare in una legge di rilievo penale. Se ne deve discutere, perché ha a che fare con un mutamento di quelle che sono le convinzioni e gli aspetti di che cos'è la sessualità umana e modifica il sentire comune. Questo può certamente accadere, possiamo cambiare e nel corso dei millenni sono successe tante cose, ma non in questa maniera surrettizia e all'interno di una legge che ha rilievo penale. Questo è inaccettabile.
Il rischio qual è?
In una legge penale ci devono essere cose certe, stabili e definite a cui il giudice e il magistrato possano fare riferimento senza ricorrere a interpretazioni che possono essere arbitrarie. Ci sono molte preoccupazioni sulla libertà di pensiero e di espressione. Se si fa passare, in una legge penale, una posizione che è suscettibile di dibattito e di posizioni diverse, significa che si rischia di non essere liberi di dire che una donna di sesso femminile è diversa da un uomo che si dichiara donna, al di là di qualsiasi transizione. Potrei anche trovare un giudice che stabilisca che questo è discriminatorio e che la mia affermazione mostra disprezzo per quella realtà. È una cosa che reputo inaccettabile. Considero questo tipo di posizioni come misogine, per cui devo essere assolutamente libera di poterlo sostenere. Ma una volta che passa in una legge penale questo principio il rischio è che si limiti la mia libertà.
Ma la clausola "salva opinioni" non evita rischi del genere?
Si rende conto che hanno dovuto mettere una clausola rispetto ad un diritto riconosciuto dalla Costituzione? È abbastanza bizzarro.
È stata frutto di una mediazione tra i partiti...
Perché la norma è congeniata male su questo punto. Tra l'altro, se si parla di identità transessuale tutti vengono difesi. Perché non lo si fa? In una legge che è contro l'omotransfobia il termine transessuale non c'è. Un anno e mezzo fa avevamo proposto come "Se non ora quando? - Libere", assieme all'Arcilesbica, di inserire questa definizione al posto di identità di genere, espressione ambigua che fa nascere tanti problemi. A maggio dello scorso anno abbiamo scritto una lettera aperta agli estensori della legge e a tutti i parlamentari del centrosinistra, spiegando le ragioni delle nostre perplessità e chiedendo un incontro. Ma la proposta è stata rifiutata.
Perché?
Non siamo state proprio prese in considerazione. A questo punto va da sé che l'intenzione non è quella di difendere le persone omosessuali e transessuali da crimini di odio e discriminazione, ma di voler far passare in maniera surrettizia una diversa visione della sessualità umana. E questo è inaccettabile. Serve una discussione che coinvolga l'opinione pubblica. La popolazione italiana è d'accordo nel proteggere di più le persone omosessuali e transessuali, ma bisogna vedere se lo sia anche su un mutamento così profondo della visione della sessualità. Non si vuole fare questa discussione e, dunque, si risolve così, dicendo che lo si fa per difendere omosessuali e transessuali. Ma è un'operazione politico-culturale e fare ciò all'interno di una legge penale non è accettabile.
Perché ha parlato di misoginia?
Una donna che decide di diventare uomo cancella completamente la propria identità di donna. Al contrario, quando gli uomini che decidono di rimanere tali si dichiarano donne gli stereotipi di genere diventano gli unici e soli segni di distinzione. Bisognerebbe davvero discuterne a fondo e vederne tutte le implicazioni. Vengono fuori degli aspetti paradossali. E sono molto colpita e sorpresa dal comportamento del mio mondo di riferimento politico-culturale. Non mi sarei mai aspettata da un partito di cui ho fatto parte una totale chiusura.
Cosa salva di questa legge?
Ci sono tanti punti buoni. Basterebbe togliere l'identità di genere, tornando alla formulazione Scalfarotto, e cadrebbero tante altre criticità. Ma su questo hanno fatto le barricate. Si possono fare degli emendamenti che non stravolgono il testo per arrivare all'obiettivo che si vuole raggiungere, ovvero combattere i crimini d'odio contro omosessuali e transessuali.
Ci sono altri rischi secondo lei?
L'altro aspetto è che facendo passare questa formulazione di identità di genere, non essendoci più alcuna distinzione tra una donna di sesso femminile e una donna di genere femminile, se quest'ultima accampa il diritto ad avere un figlio, sentendosi in caso contrario discriminata, l'unica maniera per farlo sarebbe quella di ricorrere alla maternità surrogata, alla quale sono fermamente contraria.
E perché lo è?
Perché considero la gravidanza un processo unitario, uno degli aspetti della manifestazione dell'umanità, invece con la maternità surrogata il processo unitario viene meno, viene spezzato in varie parti. Gli ovociti vengono estratti e messi sul mercato, viene messo sul mercato un ventre e viene comprato e venduto anche il prodotto bambino. La procreazione diventa una produzione, come se fosse una merce. Prima di arrivare a trasformare la procreazione in produzione vorrei che se ne discutesse a fondo e non si considerasse questo un atto di libertà. E questo perché c'è una mutazione di tipo antropologico. Si rivendica la libertà di ognuno di fare quello che vuole, anche di vendere se stesso, ma noi abbiamo vietato la schiavitù, per cui esistono anche dei divieti alla libertà individuale, quando si mettono a rischio beni di carattere collettivo e che riguardano l'antropologia e gli elementi di fondo dell'umanità.
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