di Noemi Penna
La Stampa, 10 dicembre 2021
I dati dell'Oms: 69mila decessi in più. Solo nel 2020 ci sono stati 241 milioni di casi e 627 mila decessi. 14 milioni di casi e 69 mila decessi in più: sono questi i numeri dell'impatto che ha avuto il Covid sulla malaria. I nuovi, tutt'altro che positivi, dati, sono stati diffusi oggi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, rivelando come la pandemia abbia interrotto i servizi essenziali contro la malaria, portando a un marcato aumento delle infezioni e dei morti. Solo nel 2020 ci sono stati 241 milioni di casi e 627 mila decessi e non ci sono motivi per credere che i dati 2021 siano molto diversi, appurato che due terzi di questi "morti aggiuntivi" sono direttamente collegati all'interruzioni nella fornitura di prevenzione, diagnosi e trattamenti nell'Africa subsahariana, assistenza che risulta esser stata ridotta anche quest'anno.
L'Africa subsahariana continua a portare il carico di malaria più pesante, rappresentando circa il 95% di tutti i casi mondiali e il 96% dei decessi, l'80% dei quali sono bambini sotto i 5 anni. Tuttavia, la situazione avrebbe potuto essere ancora peggio. Nei primi giorni della pandemia, l'Oms aveva previsto che, a causa delle interruzioni del servizio, i decessi sarebbero potuti raddoppiare, ma l'adozione di misure urgenti hanno scongiurando lo scenario peggiore.
"Anche prima che scoppiasse la pandemia, i progressi globali contro la malaria si erano stabilizzati", ricorda Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms, che ha stimato un ritardo del 40% rispetto a quelli che erano gli obiettivi previsti nel 2015. "Grazie al duro lavoro delle agenzie di sanità pubblica nei paesi colpiti dalla malaria, le peggiori proiezioni dell'impatto di Covid non si sono avverate ma ora dobbiamo sfruttare la stessa energia e impegno per invertire questa battuta d'arresto e intensificare il ritmo dei progressi contro la malattia".
Negli ultimi cinque anni, sono stati 24 i paesi che hanno registrato un aumento nei decessi per malaria. Per tornare in carreggiata, l'Oms e i suoi partner riconoscono "la necessità di garantire un accesso migliore e più equo a tutti i servizi sanitari, compresa la prevenzione, la diagnosi e il trattamento della malaria, rafforzando l'assistenza sanitaria di base e intensificando gli investimenti nazionali e internazionali".
Un nuovo importante strumento di prevenzione è rappresentato dal vaccino Mosquirix prodotto da GlaxoSmithKline, il primo approvato dall'Oms contro un parassita umano, raccomandato a tutti i bambini che vivono in zone dove la trasmissione è da moderata a severa. Ma secondo il World malaria report 2021 "per raggiungere gli obiettivi 2030, compresa una riduzione del 90% dell'incidenza globale della malaria e dei tassi di mortalità, serviranno nuovi approcci, strumenti e una migliore attuazione di quelli esistenti". Inutile dire che saranno necessari robusti finanziamenti: le sovvenzioni attuali di 3,3 miliardi di dollari all'anno "dovranno più che triplicare, raggiungendo i 10,3 miliardi di dollari entro il 2030".
"Mentre i Paesi africani hanno raccolto la sfida ed evitato le peggiori previsioni di ricaduta da Covid, l'effetto a catena della pandemia si traduce ancora oggi in migliaia di vite perse", ha spiegato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell'Oms per l'Africa. "I governi africani e i loro partner devono intensificare i loro sforzi in modo da non perdere ulteriormente terreno a causa di questa malattia prevenibile".
Ma come mai i progressi contro questa malattia evitabile si sono arenati già prima della pandemia? Secondo il dottor Abdisalan Noor, capo dell'unità strategica dell'Oms, "le ragioni variano di Paese in Paese. In alcuni casi, può essere legato a una copertura ridotta degli interventi o ai ritardi di controllo o inefficienze di vario tipo. Altri fattori includono prestazioni scarse o in peggioramento dei sistemi sanitari e anomalie legate al clima, come piogge eccessive e inondazioni. Dal punto di vista finanziario, il livello è rimasto relativamente invariato per diversi anni, nonostante una rapida crescita popolazione e interventi sempre più costosi. Questo ha limitato le risorse disponibili per far fronte alla malattia nei paesi più a rischio". Sulla base delle stime attuali, "il tasso di incidenza globale dei casi di malaria è di 59 casi per mille persone a rischio, a fronte di un obiettivo di 35, che lo porta fuori target del 40%. Il globale tasso di mortalità oggi è di 15,3 decessi su 100 mila persone a rischio, mentre l'obiettivo era di 8,9".
La vaccinazione ora diventa essenziale: "In Ghana, Kenya, Malawi ha raggiunto più di 830 mila bambini, con un impatto sostanziale sulla salute pubblica. Studi di modellazione hanno dimostrato che è molto efficace anche in termini di costi ma si prevede che l'offerta nel prossimo medio termine sarà limitata. Ecco perché stiamo già lavorando per ampliare le forniture", conclude Noor.
di Daniela Preziosi
Il Domani, 10 dicembre 2021
Dal 13 dicembre inizia l'iter alla Camera, ma i nodi più sensibili non sono stati sciolti. E il destino è segnato: la legge sarà abbattuta in aula a voto segreto. In questa settimana si concluderà la discussione generale, sarà fissato il termine per gli emendamenti. Ma i voti arriveranno a gennaio, o più probabilmente dopo l'elezione del nuovo capo dello stato.
Intanto la Cassazione ha annunciato che le firme sul referendum per l'eutanasia sono legali. Per Cappato e Magi la legge in parlamento è un arretramento rispetto alla sentenza della Consulta.
"La legge sul fine vita finisce come la Zan". A taccuini chiusi, sono molti i deputati che sono pronti a scommetterlo. Stavolta senza troppi traumi, ma con la messa in scena di molti conflitti, la legge Bazoli che da lunedì 13 dicembre inizierà il suo iter in aula a Montecitorio si avvia a essere bocciata in uno dei tanti voti segreti che è facile prevedere. Ma con calma. Non subito, e forse neanche dopo le feste, ma dopo l'elezione del capo dello stato. Dopo la discussione generale, che si concluderà probabilmente già la prossima settimana, ci sarà un primo stop. Il secondo rinvio probabilmente arriverà a gennaio.
Il 9 dicembre in seduta congiunta le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera hanno concluso il primo esame del testo sul suicidio assistito. Alfredo Bazoli, cattolico e capogruppo Pd in commissione Giustizia - e primo firmatario della legge insieme al grillino Nicola Provenza - ha ringraziato tutti, anche le destre, per "lo spirito costruttivo" in commissione e si è augurato "che lo stesso spirito di confronto e dialogo possa essere mantenuto anche in aula, per consentire al parlamento di approvare una legge in linea con i princìpi e le raccomandazioni della Corte costituzionale, su un tema delicato che ci riguarda tutti senza distinzioni".
Il riferimento è alla sentenza numero 242 del 2019, arrivata dopo anni di disobbedienza civile e battaglie legali di Marco Cappato, ex parlamentare radicale, per il caso di dj Fabo, morto in Svizzera con il suicidio assistito il 27 febbraio del 2017. Ma c'è davvero poco da stare allegri, secondo Riccardo Magi, di +Europa e fra i promotori del referendum sull'eutanasia legale: "Vedo un giubilo immotivato per l'approvazione in commissione di un testo sul fine vita che è gravemente insufficiente e stranamente sbrigativo, dopo anni di inadempienza".
Secondo il radicale italiano ci sono almeno tre motivi perché la legge possa essere considerata un "indietreggiamento" rispetto alla sentenza della Consulta: "Si richiede per il malato che voglia scegliere il suicidio assistito la presenza di sostegni sanitari vitali, e con questo si escludono alcune tipologie di malati oncologici; si prevede che i malati debbano essere coinvolti in percorsi di cure palliative, una norma assai fumosa, peraltro non si capisce il concreto significato del concetto di "coinvolgimento"; e infine l'obiezione di coscienza rischia di svuotare la legge, almeno in alcune regioni in cui aderirà la totalità dei medici, come già avviene per la legge 194 sull'interruzione di gravidanza".
Insomma la verità sarebbe che sono stati rimessi all'aula tutti i nodi sensibili, che dovevano essere affrontati in commissione. E i voti segreti faranno la loro parte per abbattere la legge. Anche secondo Magi "il testo farà la stessa fine del ddl Zan".
Ma se per la Zan si poteva concedere al Pd il beneficio della buona volontà, in questo caso traspare la scelta consapevole di portare in aula una legge pur che sia, da immolare al solo scopo di scaricare sulla destra - che il testo non lo vuole e che in commissione ha imposto emendamenti che poi non ha votato - tutta la responsabilità di un nuovo fallimento. Anche stavolta per coprire malumori interni. Raccontando, come fanno al Nazareno, un'altra storia, molto edificante, e cioè quella di "avere imparato la lezione della legge Zan" e cioè di "non aver personalizzato" la legge, e di "non aver agitato bandierine e aver cercato al massimo un percorso condiviso".
E invece le cose stanno diversamente anche secondo Marco Cappato, fra l'altro anche tesoriere dell'associazione Luca Coscioni e promotore della campagna "Eutanasia legale", e secondo Matteo Mainardi, coordinatore della campagna. "Se approvato rappresenterebbe un passo indietro rispetto alla stessa sentenza della Corte costituzionale", dicono in una nota congiunta, "Dopo tre anni di attesa, parlamentari stanno dedicando poche ore per approvare norme che restringono l'applicazione della legge già in vigore grazie alla sentenza della Consulta, perché introducono l'obiezione di coscienza ed escludono la sofferenza di natura solo psichica".
Il disegno di legge è "un'occasione mancata" anche perché non prevede termini certi "per evitare boicottaggi istituzionali" come quello in atto contro "Mario" (l'uomo marchigiano che da anni chiede di poter morire, ndr) e perché conferma la discriminazione dei pazienti che non sono "tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale, come i malati di cancro, che sono i casi più frequenti di richiesta di aiuto a morire".
La Corte di Cassazione ha comunicato che le oltre 500mila firme sul referendum sull'eutanasia legale sono valide. "Lo sapevamo, ma è una buona notizia", twitta Cappato. Con un parlamento così atterrito dallo scontro, e una maggioranza di governo affaccendata in tutt'altro, la strada della legge ancora una volta è quella del referendum. Sempreché la Consulta ammetta il quesito, il termine è entro il 10 marzo.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 dicembre 2021
Il World Food Programme (Wfp) ha sospeso la distribuzione di aiuti alimentari in due città del nord dell'Etiopia coinvolte nel conflitto in corso, Dessié e Kombolcha, dopo assalti armati ai depositi. A Kombolcha, ribelli tigrini hanno minacciato con le armi lo staff del Wfp e saccheggiato le riserve di cibo da distribuire, compreso quello destinato ai bambini malnutriti, ha denunciato l'Onu, secondo quanto riferisce la Bbc. Lo staff del Wfp ha subito "intimidazioni estreme" durante il saccheggio, ha detto un portavoce dell'Onu, che ha accusato anche le truppe del governo di aver preso il controllo di tre camion umanitari del Wfp. "Queste violenze da parte di forze armate sono inaccettabili e minano la capacità dell'Onu e dei nostri partner umanitari di garantire la consegna in una fase di massima necessità" ha detto.
Iniziato un anno fa, il conflitto fra il governo centrale etiope i ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), si è ormai esteso fuori dal Tigray. La guerra civile ha provocato una grave crisi umanitaria, con tredici milioni di persone che hanno bisogno di aiuti alimentari secondo le stime Onu. Vi sono anche migliaia di morti, due milioni di sfollati e 400mila persone al limite della carestia. Dessìé e Kombolcha sono due strategiche città della regione di Amhara, lungo la strada che conduce ad Addis Abeba, conquistate poco più di un mese fa dai ribelli. Le truppe governative, ora guidate personalmente dal premier Abiy Ahmed, hanno annunciato pochi giorni fa di aver ripreso il controllo delle due città, ma i ribelli sostengono che hanno potuto riprendere solo le aree abbandonate dal Tpfl. I ribelli tigrini non hanno commentato le accuse del Wfp.
di Luca De Vito
La Repubblica, 10 dicembre 2021
Sull'attentato nella Repubblica democratica del Congo dello scorso febbraio i dubbi dell'eurodeputato dem: "Va capito il ruolo di chi doveva garantire la sicurezza del convoglio per conto delle Nazioni Unite". Serve più chiarezza per assicurare verità e giustizia alla storia di Luca Attanasio, soprattutto da parte delle Nazioni Unite.
È un intervento duro quello dell'europarlamentare Pierfrancesco Majorino (Pd) che arriva all'indomani dell'annuncio di un incontro programmato tra il sindaco Beppe Sala e la famiglia dell'ambasciatore ucciso nella Repubblica Democratica del Congo lo scorso 22 febbraio, deciso dopo la mancata candidatura di Luca Attanasio per un ambrogino alla memoria. Una lettera in cui si evidenziano lacune e rischi per l'indagine che sta cercando di far luce sull'agguato che ha portato alla morte di Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell'autista Mustapha Milambo.
"Quell'accadimento, un agguato terribile ad un convoglio del Pam (il Programma Alimentare delle Nazioni Unite), va rimesso al centro dell'attenzione delle istituzioni coinvolte - tutte, senza distinzioni - scrive Majorino - Lo esige il bisogno di verità che circonda l'episodio e lo esige la necessità di non cancellare le storie delle vittime. Di Luca Attanasio, persona che esibiva poco quel che di prezioso faceva e donava alla collettività, abbiamo saputo alcune cose importanti nei giorni successivi alla morte. I racconti di molti ci hanno restituito l'immagine di un servitore dello Stato attento e sensibile".
Il sospetto è che ci siano ritardi e ostacoli nella ricostruzione della verità di cui si sta occupando la procura di Roma. "Non può infatti sfuggire a nessuno che di quel che è avvenuto nella zona di Kibumba, in quelle terre tanto instabili e pericolose, si debba ricostruire una verità totale e soddisfacente. In tal senso preoccupano non poco le difficoltà che starebbe incontrando da tempo il Ros per effettuare indagini sul posto, come allarmano alcuni silenzi che sembrerebbero arrivare proprio da settori delle Nazioni Unite. In particolare colpisce la sensazione di opacità che parrebbe trapelare rispetto alla posizione di Mansour Rwagaza, attualmente presente nel registro degli indagati e responsabile della sicurezza dello stesso convoglio per conto del Pam, un ente da cui si deve pretendere la massima collaborazione". Per Majorino "l'opera della magistratura va aiutata e sostenuta e nessuno può permettersi il lusso di girarsi dall'altra parte, sia in Italia che in Europa o ritenere di poter scaricare incredibilmente proprio sullo stesso Attanasio eventuali responsabilità. Lo si deve alla memoria di chi ha perso la vita e a chi non ha smesso di piangerlo".
Il Riformista, 9 dicembre 2021
"C'è troppo carcere: il malato mentale cosa ci fa in cella?". Lo chiede, sperando che si arrivi presto a una soluzione concreta (perché di parola ne sono già state spese tante), la ministra della Giustizia Marta Cartabia che torna ad affrontare il delicato tema del sovraffollamento dei penitenziari in Italia.
"Visitando le carceri mi sono resa conto che è un universo molto vario" e che "c'è bisogno di risposte diverse". La presenza in carcere del malato mentale "destabilizza il clima ed è un problema per gli agenti del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria", anche se "ci sono le Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, ndr) da potenziare", così come "più si dà la possibilità di reinserimento, minore è il rischio della recidiva".
di Marcello Bortolato
volerelaluna.it, 9 dicembre 2021
Partiamo da un film: "Ariaferma", diretto da Leonardo di Costanzo e interpretato da Toni Servillo, Silvio Orlando e Salvatore Striano (attore ex-detenuto, Bruto nel film Cesare deve morire dei fratelli Taviani), in questi mesi sugli schermi italiani. Nel filmare sapientemente l'ordinaria vita del carcere il regista descrive una realtà che non vediamo abitualmente: la noia infinita, l'ozio forzoso di una condizione che dovrebbe rieducare ma invece sopprime umanità, i ritmi estenuanti, l'orribile architettura, il sapore del cibo precotto e l'odore nauseante delle celle (par di sentirlo uscire dallo schermo). Questo è, in poche parole, il carcere oggi in Italia. Forse per la prima volta al cinema, la galera viene raccontata non come ciascuno di noi se la immagina, ma per come è veramente. Il film smonta molti luoghi comuni, quelli di un racconto sociale che del carcere comunemente si fa: "in carcere si vive meglio che fuori", "alla fine in carcere non ci va nessuno", "bella vita: vitto e alloggio gratis e tutto il giorno davanti alla TV". Il carcere che vi si vede, invece, è quello che è in realtà: una galera che esaurisce in sé solo la funzione retributiva della pena, quella meramente afflittiva, cioè l'antitesi del modello costituzionale che vuole la pena da un lato non disumana e dall'altro indirizzata al reinserimento.
di Simona Giannetti
Il Dubbio, 9 dicembre 2021
La battaglia del Partito Radicale che farà visita ai detenuti dei 17 Istituti penitenziari minorili nei giorni che anticipano il Natale. Sarebbe legittima secondo Costituzione la limitazione all'accesso dei minorenni detenuti alle misure alternative. Lo ha annunciato la Corte Costituzionale nel comunicato del 2 dicembre scorso, osservando che "non sono fondate le censure alle norme sui limiti massimi di pena previsti per consentire ai condannati minorenni di accedere alle misure di comunità dell'affidamento in prova ai servizi sociali e della detenzione domiciliare".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 dicembre 2021
Immaginate il Dap, cioè quell'articolazione del ministero della Giustizia che si occupa di carcere e di tutto ciò che gli ruota attorno, come una grande azienda. Gli uffici ministeriali romani sarebbero la sede centrale, gli undici provveditorati regionali sarebbero le filiali sul territorio e i duecento istituti di pena del Paese sarebbero gli stabilimenti. Avrebbe una forza lavoro composta da circa sessantamila persone, i detenuti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2021
Oggi il confronto tra ministra Cartabia e maggioranza sulla riforma già presentata all'Anm. Le proposte diventeranno emendamenti al ddl in discussione alla Camera.
Nessun aumento del numero dei consiglieri; sistema elettorale maggioritario e binominale; possibilità di sorteggio in caso di candidature insufficienti e per assicurare la parità di genere; vincoli sull'assegnazione degli incarichi direttivi e sulle valutazioni di professionalità; riduzione del numero delle toghe fuori ruolo; riforma della disciplina del rapporto tra magistrati e politica con rigorosa disciplina del rientro in magistratura.
E poi concorso per l'accesso in magistratura possibile subito dopo la laurea con tre scritti e riduzione delle materie orali; controllo su ritardi e pendenze affidati a chi ricopre incarichi semidirettivi, con specifica responsabilità disciplinare per chi omette la segnalazione. Ecco i contenuti della riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario ormai in corso di avanzata elaborazione al ministero della Giustizia.
Le proposte che saranno tradotte in emendamenti al disegno di legge in discussione alla Camera, sono state già presentate all'Anm e oggi saranno oggetto di confronto tra la ministra Marta Cartabia e le forze di maggioranza. La riforma, da ultimo sollecitata dallo stesso Capo dello Stato, Sergio Mattarella, passa anche per un nuovo meccanismo elettorale perla scelta dei consiglieri del Csm. Detto che il numero dei consiglieri togati dovrebbe restare quello attuale, cioè 16, il sistema individuato, che dovrebbe limitare l'influenza dei gruppi organizzati nella scelta delle candidature, prevede la costituzione di 7 collegi nazionali (uno di legittimità, due per i pubblici ministeri, quattro per i giudici).
La preferenza sarebbe unica e a essere eletti sarebbero i primi due candidati più votati. Gli ulteriori due consiglieri sarebbero scelti come migliori terzi classificati in percentuale sui voti effettivamente espressi. Per assicurare un numero di candidature sufficiente, un po' come già previsto dal disegno di legge Bonafede, e per garantire la parità di genere sarebbe introdotta anche una forma di sorteggio, pescando per esempio tra candidate che non hanno espresso indisponibilità all'elezione.
Per quanto riguarda un altro tema assai delicato, quello delle nomine agli incarichi direttivi, la proposta invia di ultima definizione formalizza la prassi "antipacchetti", con l'obbligo di trattazione delle pratiche secondo l'ordine cronologico di vacanza, obbliga all'audizione i candidati che già hanno superato una prima selezione, prevede che siano ascoltati anche magistrati, avvocati e personale amministrativo della sede di lavoro del candidato.
Il criterio di anzianità resta residuale per evitare di perdere per strada il migliore candidato per ragioni solo anagrafiche. Tra un direttivo e l'altro potrebbe poi essere prevista una pausa per evitare la corsa da un incarico all'altro. Sarebbero poi 4 i gradi di valutazione: idoneo, discreto, buono e ottimo, con quest'ultimo assegnato solo all'unanimità.
Per la selezione dei magistrati di Cassazione, trai criteri ci sarà anche la tenuta, nei passaggi successivi, dei provvedimenti emessi. Intervento tanto più urgente dopo l'esplodere del caso Maresca (leader del centrodestra nel consiglio comunale a Napoli e giudice in Corte d'Appello a Campobasso), la riforma punta a stringere le maglie sul ritorno in magistratura di chi è stato eletto o anche solo candidato, evitando per 5 anni il rientro dove si era lavorato, la preclusione alle funzioni di Gip, Gup, Pm, di ricoprire incarichi direttivi e semidirettivi e di presidenza di un collegio. Andrà poi ridotto il numero delle toghe fuori ruolo dalle 200 attuali con puntualizzazione degli incarichi e distinzioni dalle aspettative.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 9 dicembre 2021
I fatti risalgono al 2015, quando il ventinovenne marocchino venne arrestato e nonostante i problemi psichiatrici fu abbandonato in cella. Gli avvocati Anselmo e Mascia hanno presentato ricorso. La Corte europea ancora una volta ha sottolineato l'inadempienza della giustizia italiana nei confronti di un detenuto nelle carceri italiane. Era il 15 aprile del 2015 quando Anas Zanzami, 29 enne marocchino, viene arrestato dai carabinieri di Urbania, Pesaro, per una condanna a un anno e sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale e per aver fornito generalità false.
Anas avrebbe potuto chiedere misure alternative alla detenzione entro 30 giorni evitando il carcere. Ma, come spiega l'avvocato Fabio Ansehno, che insieme all'avvocata Antonella Mascia e all'associazione Antigone hanno presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, "il provvedimento viene tuttavia notificato, il 13/11/2013, a un avvocato del foro di Roma il cui nome non risulta indicato. La sospensione viene quindi revocata e Anas, ignaro, viene portato nel carcere di Pesaro. Interviene allora un avvocato pesarese che chiede al Tribunale di sorveglianza di Ancona di poter ottenere, per Anas Zenzami, il beneficio della detenzione domiciliare.
Viene fissata l'udienza per il 21 ottobre 2015. La pena è esigua e i reati di modesta gravità. Anas ne ha diritto. L'esito è scontato ma il ragazzo marocchino deve attendere che la burocrazia faccia il suo corso. 1115 aprile, dunque, fa ingresso in carcere". Il detenuto nel carcere pesarese di Villa Fastiggi però non sta bene, le sue condizioni di salute mentale sono incompatibili con il carcere, vengono prescritte infatti "in maniera perentoria e continuativa un regime di grande sorveglianza" e "la necessità di un ricovero in un ambiente idoneo alla valutazione e alle cure", nonché il "trasferimento in tempi brevi in un centro di osservazione Psichiatrica" e viene di nuovo "raccomandata un'attenta sorveglianza".
Anas Zanzami è uno di quelli che ce l'ha scritto addosso che dal carcere potrebbe non uscire mai vivo e nonostante bastino poco più di 4 mesi per uscire e riottenere la libertà il suo stato mentale non gli permette di rendersene conto. Iniziano da qui numerosi episodi di autolesionismo. Zanzami rifiuti le cure, rifiuta il cibo, rifiuta l'acqua. Come racconta l'avvocato Anselmo "vengono osservati in lui stati di delirio e agitazione psicomotoria. Nell'agosto dello stesso anno viene ricoverato per tre volte all'ospedale di Pesaro "a causa di un forte stato di anoressia, disidratazione e steatosi epatica".
Il 5 settembre tenta il suicidio in carcere provando ad impiccarsi. Gli viene diagnosticata una grave psicosi paranoide. Viene allora trasferito all'istituto di osservazione psichiatrica di Ascoli Piceno dove vi rimane ricoverato una ventina di giorni per poi essere dimesso come "guarito"". Il 24 novembre viene rispedito nel carcere di Pesaro. Per guarire però non basta una certificazione e nonostante venga disposta una massima sorveglianza a intervalli di 15 minuti Anas Zanzami viene trovato nella sua cella impiccato.
Il caso, come troppo spesso accade, viene considerato dalla Procura come "un evento letale non previsto, non prevedibile ed inevitabile". Il Tribunale però non è d'accordo e così inizia un interminabile balletto di richieste di archiviazioni (ben tre) tutte respinte prima dell'archiviazione finale. L'avvocato Anselmo insieme all'avvocata Mascia e Antigone presentano ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo: "Ci crediamo - scrive Fabio Anselmo.
Lo facciamo perché gli è stato negato il sacrosanto diritto alla vita e gli sono pure stati inflitti trattamenti disumani e degradanti. Quelli che per la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo vengono qualificati come tortura. Lo facciamo per la sorella di quel povero ragazzo, per Vania Borsetti di Antigone che tanto si è impegnata coi suoi ragazzi".
Ora la Corte Europea chiede all'Italia se il detenuto "è stato sottoposto ad un trattamento inumano e degradante in violazione all'articolo 3 della Convenzione" e se "le autorità responsabili hanno disatteso il loro obbligo di assicurare che la salute del fratello fosse adeguatamente garantita, fra le altre cose, fornendogli un'assistenza medica appropriata ed efficace". La palla passa ora alla ministra alla Giustizia Cartabia: un suicidio a pochi giorni dalla liberazione merita risposte.
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