di Fabio Martini
La Stampa, 18 luglio 2021
"Il vero partito contrario è il Pd, pensa di usare questa battaglia per le Amministrative. Ma Letta farà marcia indietro".
Matteo Renzi, sul ddl Zan oramai siamo allo "stallo alla messicana": lei, Letta e Salvini vi tenete sotto tiro a vicenda, in modo che nessuno possa attaccare senza essere contrattaccato, col risultato che la legge sta per essere insabbiata e rinviata all'autunno. Senza sparigliare, non se ne esce?
"La legge è ancora aperta soltanto perché il Pd la sta rinviando. L'ostruzionismo lo ha fatto per mesi la Lega. Ma oggi il vero partito no-Zan è il Pd. Faccio una proposta per sbloccare l'impasse: i capigruppo di maggioranza del Senato coinvolgano quelli della Camera per stabilire assieme un cronoprogramma stringente: si approva la legge Zan con le modifiche concordabili e al tempo stesso alla Camera si impegnino subito a calendarizzare la terza e ultima lettura. Il prima possibile".
Letta è arrivato a negare la possibilità di discutere di modifiche, ma ora con la presentazione degli emendamenti si capirà chi è in buona fede: lei crede davvero che la Lega presenterà testi votabili anche dagli altri? Da qualche tempo lei non si fida molto di Salvini?
"A me della Lega non interessa niente. Siamo avversari politici e partecipiamo alla stessa esperienza di governo, come chiesto dal Capo dello Stato. La Lega ha fatto un passo avanti enorme nella persona del presidente della Commissione Giustizia Ostellari, bravo nell'ascoltare le posizioni altrui. Ha abbandonato una posizione ostruzionistica e va riconosciuto. Dall'altra parte ci saranno emendamenti da parte dei socialisti, dei mondo delle autonomie. A me non interessa della Lega, ma delle migliaia di giovani omosessuali, transessuali e disabili che potrebbero avere una legge, che invece viene impedita dall'atteggiamento arrogante di una parte del Pd che preferisce tenere alta la bandierina a fini di consenso piuttosto che trovare una soluzione".
Lei propone un "lodo", che metterà alla prova la buona fede di tutti, anche la sua, ma sul piano delle proposte come se ne esce?
"Il Parlamento non è il regno degli influencer, ma un luogo dove si devono fare i conti con i numeri. Modificando gli articoli 1, 4 e 7 la legge si chiude col consenso se non di tutti, di tanti. La politica è accordo, altrimenti diventa velleitarismo arrogante e inconcludente".
In questa vicenda il Pd ha assunto una posizione legittimamente ma insolitamente rigida: come se lo spiega, al netto delle buone ragioni diverse dalle sue?
"Trovo incredibile che quei movimenti e chi nel Pd avevano posto i problemi dell'identità di genere e della scuola - penso alle senatrici Fedeli e Valente, al movimento femminista di sinistra, a "Se non ora quando", ad Arcilesbica - non siano stati ascoltati dal segretario del Pd. Qualcuno in quel partito pensa di utilizzare questa battaglia in vista delle amministrative. Ma io penso che nelle prossime ore Letta sarà costretto ad una marcia indietro evidente".
Nella lotta al Covid lei invoca la "dottrina Macron": ma sino in fondo o condivide con la destra la riserva su ristoranti, bar e non solo?
"Sono macroniano spinto. Il contagio da Covid tornerà a crescere in modo molto significativo ma con una differenza fondamentale rispetto al passato: nel Regno Unito nel novembre 2020 c'erano circa 30mila contagi al giorno e 1500 morti, oggi c'è lo stesso numero di contagiati ma i morti sono quindici. Il "generale vaccino", con gli anticorpi, blocca la gravità della pandemia. Dunque, vaccino, vaccino, vaccino e tra Macron e Salvini, scelgo Macron tutta la vita".
Renzi, in Toscana la sua classe di età poteva prenotare il vaccino da fine maggio e lo stesso in Lombardia: lei e Salvini, pur potendo vaccinarvi da un mese e mezzo, siete ancora "renitenti". Siete per il vaccino, ma non ve lo fate: sarà pure un messaggio in codice, ma non le pare incoerente?
"Guardi, se lei non me lo avesse chiesto non lo avrei detto, per evitare le foto. Ma io sto per mettermi in coda: mi vaccino questa sera al Mandela Forum alle 21,02. Ho la prenotazione e come tutti i cittadini ho aspettato il mio turno. Poi, è vero, ho perso due settimane, perché ho dovuto fare un viaggio all'estero. Vorrei sommessamente notare che tre mesi fa, nella mia veste di professore a contratto alla Stanford University, avrei potuto vaccinarmi. Non l'ho fatto per evitare polemiche. Trovo abbastanza surreale che uno col mio curriculum di difensore del vaccino possa essere sia pure velatamente accusato di essere addirittura un no-vax".
I personaggi pubblici sono "costretti" a rendere conto: Salvini farà il vaccino ad agosto e Conte non si sa...
"Non ci sono immagini di Salvini e Meloni e mi pare neppure di Giuseppe Conte, che è solito mostrarsi in foto in tante situazioni. Ma non mi interessa quello che fanno loro, io da stasera sono vaccinato".
Approda in Parlamento la riforma della giustizia penale che è costata un faticoso compromesso in Cdm: voi proverete a cambiarlo? Su una materia delicata, non c'è il rischio di rimettere tutto in discussione?
"So che la riforma Cartabia non risolve tutti i problemi della giustizia: è il primo passo che ti toglie da dove sei, ma non ti porta dove vuoi. Intanto ci allontana da quello scandalo che era il governo della giustizia da parte del peggior Guardasigilli della storia, Alfonso Bonafede, che assieme a Conte è il responsabile politico di ciò che è accaduto nelle carceri nel terribile 2020 e che è il responsabile anche di quella assurdità che è il processo senza fine. Una prevaricazione dello Stato".
Gli emendamenti Conte-Grillo sono di bandiera e saranno tutti respinti? Alla fine il "Cartabia" resterà come è uscito da palazzo Chigi?
"Se ci saranno emendamenti Cinque stelle, noi porteremo i nostri ma nonostante ci sia ancora molto da fare nella riforma della giustizia e nei comportamenti dei magistrati e della politica, penso che andare oltre il "Bonafede" sia in ogni caso un passo in avanti".
Da 46 anni nel Cda Rai non è mai mancato un esponente dell'opposizione, fosse comunista o missino: perché - esattamente come nel caso Copasir, sempre con la Lega sugli "scudi" - lei è restato indifferente all'esclusione di un esponente della minoranza, in questo caso indicato dal Fdi?
"Due vicende diverse. Sul Copasir ci siamo rimessi all'orientamento espresso nelle diverse fasi dai presidenti delle Camere. Un comportamento del tutto cristallino. Sulla vicenda Rai non siamo stati minimamente coinvolti né considerati da Pd, Cinque stelle, Lega e Forza Italia. Abbiamo preso atto e non abbiamo partecipato alla votazione. Dopodiché il modello della legge di riforma della governance Rai, che ho voluto io, prevedeva che il Parlamento nominasse quattro membri del Cda, due di opposizione e due di maggioranza. Sotto il mio governo è accaduto: questo tema lei non lo deve porre a me".
L'equilibrio di potere nei Cinque stelle li porterà a ricercare un po' dell'identità perduta e dunque a logorare il governo?
"Ogni giorno che passa il governo Draghi è più forte e il Movimento Cinque stelle è più debole. Sono incerti e divisi: un giorno per Draghi e un giorno contro. Mi sembra che si siano riportate le persone al loro habitat naturale: Conte a pranzo con Grillo, Draghi con Biden, Credo siano destinati ad esplodere e il loro redde rationem finirà per essere un bene".
Sta per aprirsi il semestre bianco. Occasione ghiotta per guastatori abili a tirare la corda senza romperla? Una festa per Renzi?
"Però questo semestre bianco mi vede impegnato con un'altra maglietta: quella di principale sostenitore e difensore del governo. Mi consenta un parallelo: così come Donnarumma, dopo la parata decisiva, non si è accorto di aver vinto la finale, non avendo seguito il computo dei rigori, così diversi italiani nei primi mesi non si sono accorti che, aver cambiato Conte con Draghi, è stato come parare un rigore che consente ora all'Italia di essere campione d' Europa. L'Europa politica".
di Noemi Penna
La Stampa, 18 luglio 2021
I dati dell'Osservatorio Placido Rizzotto e della Caritas non lasciano spazio a dubbi sulla salute dell'economia agricola nel nostro Paese. Con un approfondimento su quanto la pandemia abbia aggravato la situazione. 180 mila vittime del caporalato su oltre 2,6 milioni di lavoratori irregolari. La maglia nera dell'economia illegale italiana spetta proprio all'agricoltura. Un lato oscuro del cibo che troppo spesso dimentichiamo, per poi indignarci davanti agli ultimi casi di cronaca che coinvolgono i braccianti così come alla mancanza di manodopera, quando sentiamo dire c'è tanto lavoro nei campi ma nessuno lo vuole fare.
Le stime Istat sull'economia non osservata - che comprende sia l'economia sommersa che quella illegale - ne quantificano il volume in 211 miliardi di euro, con un'incidenza sul Pil dell'11,9%. "Il ricorso al lavoro irregolare, eludendo la normativa fiscale e contributiva, è da reputare al connotato strutturale del mercato del lavoro nazionale. Nel 2018, erano 2.656.000 i lavoratori subordinati in posizione irregolare e da sola l'occupazione irregolare, intesa come occultamento di valore economico riconducibile al ricorso al lavoro sommerso, vale 79 miliardi di euro", si legge nel V Rapporto Agromafie e caporalato a cura dell'Osservatorio Placido Rizzotto, che ha fotografato la situazione degli ultimi due anni.
E' stato stimato che nel 2017 le vittime del caporalato sono state fra le 140 e le 150 mila. Nel 2018 anche il Ministero del Lavoro ha prodotto una stima a riguardo, che ammontava a circa 160 mila mentre l'Osservatorio ha spostato ancora più in alto la stima, portandola a circa 200 mila unità: 180 mila è la media. "Le organizzazioni mafiose, in maniera diretta o indiretta, riescono ad infiltrarsi nel settore agroalimentare dirottando a loro vantaggio parti della ricchezza prodotta lungo la catena di valore che parte dalla semina fino al mercato, quindi al consumatore. Alle pratiche di sfruttamento vanno contrapposti i diritti dei lavoratori, diritti che vanno tutelati e garantiti a prescindere dalla nazionalità delle maestranze. E a questo si vanno a sommare anche le condizioni alloggiative: poiché una parte di questi ultimi vive all'interno di insediamenti di fortuna, come ghetti o baraccopoli, incrociando tale situazione con le basse retribuzioni si genera un circolo vizioso che rende praticamente impossibile fuoriuscire da questo perverso meccanismo emarginante".
L'agricoltura costituisce poi il settore dove si riversano gran parte delle donne migranti. "In questo ambito - proseguono dall'Osservatorio - emerge un maggior isolamento delle lavoratrici agricole che specularmente tende a caratterizzarsi con una forte dipendenza dal datore di lavoro, rendendo i rapporti particolarmente permeabili a forme di abuso, incluse quelle a sfondo sessuale. Anche le donne, come gli uomini, sono reclutate da caporali - o dalla "caporala", come accade nel brindisino e tarantino - o da datori di lavoro che mirano a sfruttare a loro vantaggio la loro maggior vulnerabilità e ricattabilità, soprattutto in presenza di figli o genitori a carico".
"Nonostante i successi sul piano investigativo e giudiziario favoriti dalla legge 199/2016 - ricordano i segretari generali della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, e della Flai Puglia, Antonio Gagliardi nell'anniversario della morte della bracciante Paola Clemente in un vigneto di Andria, diventata simbolo della lotta al caporalato e allo sfruttamento nelle campagne - ancora migliaia di lavoratori e lavoratrici sono vittime di sfruttamento, violazione dei diritti e sottosalario. E in questi anni altri lavoratori hanno pagato con la vita le insostenibili condizioni di lavoro imposte dai caporali, ultimo il 27enne maliano Camara Fantamadi, deceduto nelle campagne del brindisino". Ma su 260 procedimenti monitorati, più della metà - per l'esattezza, 143 - non riguardano il Sud Italia. Tra le regioni più colpite, oltre a Sicilia, Calabria e Puglia, ci sono il Veneto e la Lombardia, seguite da Emilia Romagna, Lazio e Toscana. In ogni area censita nella decennale attività dell'Osservatorio Placido Rizzotto "si registra la coesistenza di diverse categorie di lavoratori agricoli. A fianco degli occupati con contratti regolari sono attive componenti irregolari sottoposte a forme variegate di sfruttamento, con differenti gradazioni di stato di bisogno e vulnerabilità. Una situazione che determina un'accentuata sofferenza occupazionale riassumibile nel vassallaggio e nella sottomissione ai caporali e agli sfruttatori". E a una situazione già grave, si è sommata la pandemia che ha inevitabilmente avuto conseguenze anche su questo settore.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 18 luglio 2021
È la decisione a cui sono giunti sei stati del Nord del Paese dopo l'ennesimo attacco a un istituto pubblico. Il 5 luglio un gruppo armato ha rapito 140 studenti, è il quarto assalto dall'inizio dell'anno: oltre 1.000 ragazzi portati via, 9 uccisi, 200 sono ancora nelle mani di chi li ha prelevati. Tra loro anche bambini piccoli.
Sarebbe importante che, per onestà, chi ritiene che l'Italia e l'Europa non debbano accogliere chi scappa dall'Africa, raccontasse anche quali sono i motivi che spingono molte persone a decidere di lasciare i propri luoghi di origine. Allo stesso modo, sarebbe importante che chi dice "aiutiamoli a casa loro" avesse almeno una vaga idea di come fare a portare reale sostegno. Aiutarli a casa loro si può, ma si tratta di un processo lungo, che non si può liquidare con una manciata di post e che comporterebbe un totale ripensamento anche delle nostre politiche.
Aiutarli a casa loro si può, sostenendo organizzazioni che si occupano di creare progetti di lavoro in Africa e di emancipazione femminile; che si preoccupano di costruire scuole perché i bambini, da adulti, possano avere un futuro che non sia di stenti. Ma tra pensiero e azione, volontà e risultato spesso i tempi sono molto lunghi. Perché le cose cambino, lavorando duramente, occorrono decenni. Sarebbe importante aggiungere questa fondamentale informazione quando si dice: "Io mica sono contro gli immigrati! Dico solo che invece di accoglierli qui, dovremmo aiutarli a casa loro". Poche parole per descrivere un progetto immenso, difficile, complesso, che per dare frutti dovrebbe vedere coinvolte molte energie e soprattutto la reale volontà di cambiamento. Volontà più nostra che loro. Mi ha colpito una notizia che, per motivi quasi ovvi per un Paese come l'Italia - che ha dimenticato il proprio passato coloniale e che si ritiene marginale negli equilibri geopolitici, pur aumentando di anno in anno le esportazioni di armi verso luoghi in guerra - è stata trattata qui da noi in maniera del tutto marginale.
Nella foto, in primo piano, un libro di matematica, delle brande, lenzuola, una maglietta rossa: è ciò che resta della presenza di 160 studenti nella scuola ostello Bethel Baptist della città di Kaduna, in Nigeria. Lunedì 5 luglio, 140 studenti sono stati rapiti da gruppi armati che chiederanno un riscatto per liberarli. Dall'inizio dell'anno questo è il quarto assalto nelle scuole dello stato di Kaduna, dove le autorità non trattano con i rapitori. Oltre 1.000 studenti rapiti, 9 uccisi e 200 ancora nelle mani dei rapinatori; tra loro anche bambini di meno di 3 anni. Domenica 4 luglio mattina, molto presto, altri gruppi armati avevano fatto irruzione al Centro nazionale per la tubercolosi e la lebbra di Zaria; contemporaneamente, come diversivo, alcuni probabili complici aprivano il fuoco su una stazione di polizia. Un gruppo attaccava la polizia mentre l'altro assaltava i dormitori degli operatori del centro sanitario, dove hanno rapito 12 persone, tra cui tre bambini piccoli e un adolescente.
Per contrastare questo fenomeno non esiste strategia vincente: i rapimenti hanno luogo sia dove i riscatti vengono pagati, sia dove non si è disposti a scendere a patti. Laddove si mostra maggiore indisponibilità a trattare, come nello stato di Kaduna, gli attacchi sono più frequenti. Provate a immaginare di vivere in un luogo dove sotto attacco si trovino ospedali e scuole, luoghi fondamentali, di cui non si può fare a meno. E che non si possa fare a meno di ospedali e scuole funzionanti lo abbiamo sempre saputo, ma da quando il Covid ha devastato le nostre vite, ne abbiamo avuto forse maggior contezza. Basta leggere i rapporti di Save the Children per comprendere l'entità dei danni che le scuole chiuse nel sud Italia hanno prodotto in termini di dispersione scolastica e di mancata occupazione femminile per immaginare, moltiplicando per mille, cosa possa significare per i popolosi stati africani non poter contare su scuole e ospedali.
Sì perché presidiare le scuole si è dimostrato inutile; i rapitori saranno sempre di più, più violenti e meglio armati, ecco perché in 6 stati del nord della Nigeria, per prevenire attacchi e rapimenti, si è deciso di chiudere le scuole pubbliche. Avete letto bene: una sconfitta per tutti. La prossima volta che sentirete qualcuno dire "aiutiamoli a casa loro" ripensate a questa foto, ripensate a questo libro di matematica, tutto ciò che resta del rapimento dei 140 studenti della scuola Bethel Baptist di Kaduna, in Nigeria, dove le scuole non sono un luogo sicuro. Da studenti, da genitori, da cittadini, cosa fareste se il mondo che vi circonda fosse tanto feroce? Vivreste la vostra vita con fatalismo o provereste a darle una direzione diversa? Non si tratta di migrare per avere qualche possibilità in più, un posto fisso in luogo di un lavoro precario. Si tratta di migrare per sopravvivere.
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 18 luglio 2021
Spiace dirlo: il Governo italiano e il Parlamento hanno perso un'occasione per voltare davvero pagina sulla sciagurata collaborazione con le autorità libiche nella gestione degli arrivi dal mare di profughi e migranti. L'auspicato passaggio di consegne alla Ue con l'operazione Irini-Eunavfor Med, o l'evocazione di una risoluzione dell'Onu, o le promesse di discutere prossimamente dello smantellamento dei campi di detenzione in Libia non cambiano l'approccio di fondo.
Oggi si continua a foraggiare la delega ai libici del lavoro sporco di blocco dei transiti delle persone in fuga, domani si discuterà (forse) della tutela dei loro diritti nell'instabile ex-colonia italiana: un tema peraltro su cui la maggioranza governativa è tutt'altro che unanime. Né c'è da aspettarsi molto dall'eventuale passaggio di responsabilità alla Ue.
L'operazione Irini, infatti, non ha per oggetto il salvataggio di chi rischia la vita attraversando il mare, ma la retorica della lotta al traffico di armi e di esseri umani attraverso il Mediterraneo: è una missione di rafforzamento delle frontiere, non di protezione dei diritti umani. La posizione della Ue in materia di confini e diritti umani, del resto, è resa plasticamente evidente dalle notizie che giungono da un altro punto critico delle frontiere europee: il fiume Evros, che divide Turchia e Grecia. Lì è stata appena completata una recinzione metallica lunga 40 chilometri e alta cinque metri per impedire gli attraversamenti dei profughi, provenienti in larga parte dai conflitti mediorientali e afghani.
Radar, telecamere e a quanto sembra anche cannoni sonori vengono impiegati dalle autorità greche per scovare e respingere chi cerca di attraversare il confine. Nonostante qualche occasionale distinguo sui mezzi utilizzati, la Ue da anni appoggia la Grecia nelle più dure misure di contrasto degli ingressi 'non autorizzati', come sono quasi sempre quelli dei rifugiati. Buona parte dell'opinione pubblica europea e italiana si è indignata per l'aggressivo rilancio di Trump del muro ai confini tra Usa e Messico, ma non si è lasciata commuovere da un muro analogo che ci riguarda più da vicino.
Né i mass-media se ne sono granché occupati. La solidarietà verso chi cerca asilo è più intensa quando altri sono chiamati ad accoglierli, mentre i muri fanno più ribrezzo quando sono lontani di quando ci riguardano da vicino. L'idea sottostante della necessità di scongiurare flussi, come si dice, incontrollati, è ancora una volta sconfessata dai dati. Lasciando da parte il banale dettaglio per cui chi fugge da una guerra, in Siria o in Afghanistan, non ha molte possibilità di ottenere un visto e di viaggiare con mezzi legali, secondo Eurostat nel 2020 le persone respinte ai confini di un paese della Ue sono state 137.800, contro 670.800 nel 2019: più di un quarto in Ungheria (36.500), un quinto in Polonia (28.100), seguite da Croazia e Romania.
Non si vede nessun assalto alle frontiere, ma solo una crescente ostilità verso migranti e rifugiati, inalberata da alcuni governi nazionali come un simbolo di sovranità nazionale a fini di consenso interno. È triste constatare che la Ue di fatto segua questo modello, sebbene con toni felpati e retoricamente ineccepibili, rafforzando una politica di esternalizzazione delle frontiere e di contrasto degli ingressi ammantato da lotta al traffico di esseri umani. Ancora più triste che l'Italia, sul fronte libico, si confermi portabandiera di questa stessa strategia.
di Nello Scavo
Avvenire, 18 luglio 2021
I militari in missione per la Ue che non hanno ottenuto il permesso di ingresso nel Paese sarebbero almeno cinque, non solo quindi il comandante Agostini. Manovre anti Ue di Tripoli. La notizia della mancata concessione del visto di ingresso a Tripoli per il comandante ed altri ufficiali dell'operazione navale europea "Irini" ha suscitato preoccupazione in ambienti del governo italiano. La rivelazione di Avvenire, infatti, ha messo a nudo una serie di contraddizioni finora taciute.
Fonti di vertice di Irini confermano la ricostruzione di Avvenire. "I visti non sono stati ancora concessi nonostante non una ma ben due note diplomatiche di sollecito. Dobbiamo considerare normale che dopo tre mesi i visti non siano stati concessi?". Una irritazione più che giustificata, se si considera che proprio Eunavfor Med dovrebbe ereditare, secondo quanto assicurato dal governo al momento del voto per il rifinanziamento dei guardacoste libici, la responsabilità della formazione e del raccordo con la guardia costiera di Tripoli. Le premesse, visto il boicottaggio dei visti, non sembrano però delle migliori. Fonti anonime del governo italiano hanno spiegato alle agenzie di stampa che non vi è stato "nessun diniego al rilascio del visto per la Libia al comandante dell'operazione Irini, l'Ammiraglio Fabio Agostini". A quanto risulta, però, gli ufficiali che non hanno ottenuto il permesso di ingresso a Tripoli sarebbero almeno cinque e non il solo comandante Agostini.
Le fonti citate dalle agenzie tuttavia riconoscono che le cose non vanno per il giusto verso, se è vero che "si è in attesa di una risposta ad una nota verbale inviata due mesi fa al Dipartimento Relazioni Internazionali del Ministero della Difesa libica". Le stesse fonti, hanno rivelato che sono "pendenti due richieste: la prima con nota verbale dell'Ammiraglio diretta all'Ambasciata libica a Roma e la seconda con nota verbale della Missione europea in Libia diretta a Tripoli per una visita di vertice della cui delegazione farebbe parte lo stesso Agostini". Nonostante questo, il nulla osta non è ancora arrivato.
Il tentativo di smentire la ricostruzione di Avvenire in realtà offre spunti per nuove domande. Raccogliendo le precisazioni del governo italiano, le stesse fonti hanno spiegato all'Ansa che il ritardo nella concessione del visto d'ingresso, richiesto prima di Pasqua, sono frutto del "consueto approccio da parte libica".
E si scopre così che "il consueto approccio" ha riguardato anche "il personale militare italiano presente a Misurata". Tuttavia le stesse fonti anonime escludono che vi sia stata una "pressione turca per impedire il rilascio del visto". Dunque la questione sarebbe esclusivamente da leggere nelle tensioni tra Tripoli e Roma e tra Tripoli e Bruxelles, a causa di una "nota diatriba da tempo in atto che vede la parte libica lamentarsi per il mancato rilascio dei visti per missioni in Italia o in generale per altre finalità come peraltro più volte sottolineato sia dal primo Ministro Dbeibah che dal ministro dell'Interno libico Mazen". Resta invece attivo il canale privilegiato della "diplomazia sanitaria" che consente di far arrivare rapidamente in Italia, specialmente a Milano e in provincia di Como, militari e miliziani feriti in battaglia che ricevono cure nel nostro Paese in strutture sanitarie private. Alcuni dei quali coinvolti in operazioni su cui sta investigando la procura internazionale dell'Aja per crimini contro i diritti umani. I nomi dei "degenti" non sono però mai stati resi noti.
di Federico Di Bisceglie
formiche.net, 17 luglio 2021
Il costituzionalista sulla riforma della Giustizia elaborata dalla ministra Cartabia: "Una soluzione costituzionalmente compatibile, se applicata risolverebbe il problema della durata dei processi". Ma mette in guardia sul tema della corruzione. Da Santa Maria Capua a Vetere il premier Mario Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia si sono spinti a fare una dichiarazione impegnativa: "Mai più violenze". Il penitenziario nel quale il capo del Governo si reca con la guardasigilli è stato teatro del pestaggio che gli agenti hanno perpetrato nei confronti dei detenuti. "L'orribile mattanza", l'ha definita il gip che si sta occupando del caso. "Ora più che mai - hanno detto Draghi e Cartabia - occorre una riforma dell'ordinamento penitenziario". Per capire in che modo l'esecutivo con la riforma della Giustizia che sta portando avanti potrebbe agire efficacemente, abbiamo chiesto un parere al costituzionalista Michele Ainis, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all'università di Teramo.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 17 luglio 2021
Mario Gozzini era uno spirito cattolico inquieto e fermo, apparteneva a quella genia di cattolici che prima della caduta del fascismo e nell'immediato dopoguerra pensavano e si interrogavano su quale Paese volessero costruire, animati com'erano da spirito cristiano, impegnati nell'agire sociale, e pure coscienti che la politica, l'ordinamento statuale, le leggi scritte non fossero tutto quel che si potesse fare, e fossero anche poca cosa se non erano pervase dalla passione per l'umano, dal riscatto degli "ultimi".
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 luglio 2021
La ministra vorrebbe mettere mano all'ordinamento penitenziario, ma si scontra con le ragioni politiche Lega e Cinque Stelle. Si fa presto a dire riforma dell'ordinamento penitenziario. In realtà, i buoni propositi della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, rischiano di infrangersi contro la politica reale di una maggioranza spuria.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 17 luglio 2021
Non sarà stata una semplice visita, era imprevista e fuori da ogni protocollo. È come se i massimi esponenti del governo del tempo fossero entrati nella Bolzaneto o nella Diaz dalle mura e dai pavimenti imbrattati di sangue. La presenza di Draghi e della Cartabia tra i detenuti di Santa Maria Capua Vetere assume un valore simbolico e politico di una certa importanza e non sembra un atto di mera circostanza.
Non deve essere stato facile aggirarsi tra le rovine della Ground Zero della politica penitenziaria italiana; nel luogo in cui è stato infranto l'ultimo diaframma tra la tutto sommato accettata percezione collettiva del carcere come luogo del disagio e del sovraffollamento e la denuncia inascoltata di una condizione di generalizzata sopraffazione.
Come il G8 di Genova ha marcato la latitanza e l'impreparazione dei capi dell'ordine pubblico nel controllare la violenza di strada, così la mattanza di Santa Maria Capua Vetere ha disvelato i contorni di una coabitazione tra detenuti e agenti penitenziari precaria, fragile, incline al conflitto al primo cenno di reazione e di protesta, una pentola in ebollizione. Uno stato di belligeranza che immagini e testimonianze dell'inchiesta penale hanno restituito agli occhi della pubblica opinione in tutta la loro crudezza e in tutti i suoi inevitabili gesti di abbrutimento e di umiliazione. La presenza dello Stato tra quelle mura non ha, quindi, il solo significato di una, pur tardiva, riparazione ai torti subiti, ma segna il visibile impegno delle istituzioni pubbliche affinché "mai più" possa ripetersi quel che è accaduto.
Perché questa promessa possa avere un seguito sono indispensabili condizioni che, tuttavia, sono solo in parte nelle mani del premier e del suo più prestigioso ministro. Ricondurre la dimensione carceraria alla sua prospettiva rieducativa e riabilitativa esige, in primo luogo, che sia drasticamente contenuta la custodia cautelare. Troppi detenuti restano, troppe volte per anni, in attesa del completarsi del loro lungo iter processuale e durante questo tempo sono totalmente esclusi dalle prospettive del reinserimento che vengono riservate ai definitivi, ossia a coloro i quali scontano condanne passate in giudicato.
Una massa enorme di persone si trovano recluse con la sola speranza di poter usufruire di qualche attenuazione del regime custodiale da parte dei giudici e su questa massa, soprattutto quando si tratta di presunti appartenenti a organizzazioni malavitose, la pressione dei pubblici ministeri e delle forze di polizia è enorme. L'intercettazione dei colloqui con i familiari e, non poche volte, anche di quelle con i difensori, il controllo della corrispondenza, le limitazioni nell'accesso ai beni di uso quotidiano, la promiscuità di celle, le perquisizioni personali spesso umilianti sono tutti fattori che alimentano un risentimento e una rabbia che a stento gli apparati di controllo riescono a tenere a bada. È solo la speranza di uscire, la volontà di ubbidire per non precludersi quale spiraglio di libertà a mantenere un certo ordine nelle carceri italiane e in quelle ad alta e massima sicurezza innanzitutto.
Siamo un paese in cui si commina il carcere duro (il 41-bis per capirci) a chi è stato appena arrestato perché additato come un boss o un gregario pericoloso o solo perché appare il ventre molle su cui posare i bisturi della restrizione per eviscerare verità appetibili per gli inquirenti. Tutto questo, forse, a occhio e croce poteva avere un barlume di senso negli anni della grande emergenza criminale, nei tempi bui che seguirono alle stragi quando, si sussurra - a bassa voce - cose terribili siano accadute negli istituti di massima sicurezza dove erano ristretti capimafia e picciotti. Ma oggi, alla vigilia di una svolta politica e istituzionale che si profila importante per i destini del paese, è indispensabile che si restituisca serenità alla popolazione carceraria e alla polizia che la vigila. Una volta si chiamavano agenti di custodia e quella parola aveva un significato deteriore che si è voluto dismettere. Ma proprio agenti di custodia essi sono perché chiamati a custodire l'integrità fisica e morale dei detenuti loro affidati e non a trasformarsi in propaggini degli inquirenti a caccia di propalazioni, di confessioni e di pentiti.
Ecco il primo punto che dovrebbe impegnare il premier e il ministro è proprio quello di isolare totalmente la dimensione carceraria dalle esigenze di sicurezza che provengono dall'esterno e dalla pressione degli investigatori, restituendo alle mura penitenziarie quella dimensione di intimità, di sobrietà, di riflessione che subisce le quotidiane e massicce scorrerie di quanti considerano invece il detenuto una fonte da spremere, da controllare minutamente, da scandagliare in ogni sua dimensione interiore per indurlo alla resa.
È necessario, forse, che il carcere recuperi la propria neutralità rispetto all'aspra e giusta contesa che fuori di esso vede contrapposti inquirenti e delinquenti. Per farlo è necessario anche che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sia alleggerito della presenza di tanti, pur autorevoli, pubblici ministeri e protagonisti dell'antimafia, inevitabilmente proclivi ad accogliere le istanze antagoniste e securitarie che provengono dai loro colleghi che operano fuori dalle mura.
Costoro consegnano, per la loro stessa provenienza professionale, alla popolazione penitenziaria un'immagine non coerente con la terzietà che sarebbe richiesta al custode del corpo in cella. Il ché non vuol dire che il carcere debba essere sottratto al controllo dello Stato con il pericolo di trasformarsi nell'Ucciardone di antica memoria, ma è indispensabile che le restrizioni siano solo ed esclusivamente orientate in direzione di questo obiettivo senza dilatarsi verso esigenze diverse che hanno visibilmente avvelenato i pozzi della convivenza e della civiltà.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 17 luglio 2021
Non so se la visita di Draghi e Cartabia avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a oltre un anno dalla mattanza (e già questo dice molto) sia il segno di un cambiamento. C'è da augurarselo davvero perché il cambiamento - che riguarda tutto il sistema carcere (sono almeno 17 i procedimenti penali che hanno per oggetto abusi, maltrattamenti e torture dal 2011 a oggi - fonte Antigone) - richiede uno sforzo e un impegno che vanno ben oltre alle parole e alle promesse, ben oltre all'amnistia e all'indulto (più che mai necessarie) e che attengono a un'analisi dell'essenza del carcere, ovvero per citare Aristotele a "ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un'altra cosa". Insomma riguardano la natura di un'istituzione "fortificata" e isolata dove da una parte sono rinchiuse migliaia di persone (53 mila oggi i detenuti in Italia) tutte costrette a vivere in stato di minorità e dall'altra sono state incaricate altrettante migliaia di persone (quasi quarantamila oggi gli agenti di polizia penitenziaria) a osservare, programmare e governare le giornate, le settimane, i mesi e gli anni. Detenuti i primi, detentori gli altri.
In definitiva, è il senso e il compito che è stato assegnato a una istituzione come il carcere che costruisce il carcere stesso, ed ancora è il senso e il compito che è stato assegnato a priori alle persone che in carcere ci vivono e ci lavorano (detenuti e detentori) che determina poi le loro azioni. Cosa, come è noto, ben evidenziata da Zimbardo nel 1971 a Standford grazie al suo famoso esperimento sul comportamento delle persone in base al gruppo di appartenenza e al ruolo assegnato. Esperimento ancora ignorato. Purtroppo. E così, come ciechi che pur vedendo non vedono (per dirla con Saramago) vediamo persone agire, le classifichiamo in buone o cattive, in mele marce o mele buone, senza chiederci ad esempio cosa sia accaduto prima della mattanza in quel carcere campano, o meglio che rapporto era stato istituito nel tempo passato e in forza di quale regolamento, compito e ruolo quelle persone si relazionavano tra loro. E non soltanto all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, ma in tutte le carceri italiane.
Ecco dunque che per capire (e quindi cambiare e correggere e non a parole o con passerelle adatte solo per il momento e l'eccezionalità) occorre tornare all'essenza, a quel cosa è il carcere, cosa fa il carcere, cosa succede lì, qual è la vita dei detenuti. Domande che si era posto nel 1971 Michel Foucault quando diede vita con Sartre e Deleuze al Gruppo di informazione sulle prigioni (Gip). Domande che possono cominciare a trovare una prima risposta guardando la divisione che esiste all'interno del carcere tra due realtà opposte tra loro: la realtà delle guardie e la realtà dei ladri, divisione che si articola all'interno di un unico codice che alla fine è uguale per tutti. Sintetizzo al massimo questi pensieri, frutto di tanti studi sull'istituzione totale: il sistema deve funzionare e per funzionare si sviluppa in un gioco di collaborazione, favori, scambi, benefici, vantaggi e meccanismi di adattamento.
Perfetto equilibrio in un sistema gerarchico e poliziesco dove qualcuno comanda più di un altro e che si realizza sia tra detenuti e guardie, e sia tra detenuti e detenuti. Un equilibrio dove c'è una regola condivisa con le buone e con le cattive. Violenza simbolica (dolce e meno dolce, come aveva analizzato Weber nel descrivere lo Stato), ma sempre violenza. Con o senza episodi o mattanze tipo Santa Maria Capua Vetere.
Senza sminuire la gravità delle violenze da parte di alcune centinaia di agenti contro i detenuti nel reparto Nilo, al contrario ricordando che oltre un anno fa, negli stessi giorni del pestaggio di Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri italiane ci sono stati 13 detenuti morti (caso addirittura archiviato), vorrei che insieme qui osservassimo la vita dentro queste istituzioni attraverso alcune fotografie pubblicate nell'ultimo numero di Voci di dentro e che sono immagini di ordinaria quotidianità e dove si vedono persone nei cosiddetti passeggi, all'interno delle loro celle e nei corridoi. Le immagini sono state scattate nel luglio del 2015 al Don Bosco di Pisa (ma oggi in alcuni reparti è anche peggio) da Veronica Croccia e Francesca Fascione, e fanno parte di un reportage fotografico della Camera penale di Pisa "Come sabbia sotto al tappeto" in collaborazione con la direzione della casa circondariale "Don Bosco", patrocinato dall'Unione delle Camere Penali, dal Comune di Pisa e dall'Ordine degli Avvocati e realizzato da Serena Caputo, segretario della Camera penale (promotrice del progetto).
Foto scattate in un giorno qualunque e che si possono scattare in qualunque altro giorno e in tantissimi carceri. Soffermatevi un momento sulla foto dove si vedono le mani di un uomo che passano attraverso le sbarre sostenendo due piatti di plastica, quelli che solitamente usiamo per picnic o altro. Solo un cane, forse nemmeno un cane si tratta così.
Totalmente dipendente da qualcun altro, da chi ha deciso il momento della sbobba, da chi ha così organizzato quella parvenza di vita. Oppure soffermatevi sulle aree passeggio in quelle vasche di cemento o sulla cella col wc a vista. Immagini d'altri mondi e d'altri tempi. Altro che "detenuti troppo liberi" come li definisce Milena Gabanelli: le sarebbe sufficiente un giro all'interno, al giudiziario, ad esempio, tra tossicodipendenti arrestati e persi nel nulla, per buttare alle ortiche quell'articolo fatto solo con il cinismo della statistica. E per capire che cosa è e cosa fa un carcere e a chi.
Carcere "per rendere i detenuti disciplinati e docili" scriveva Foucault nel suo magistrale Sorvegliare e Punire. Forse sbagliando, da un certo punto di vista, come ci ha mostrato Kubrick in Arancia Meccanica. Perché la violenza, dolce o meno dolce che sia, e perché la divisione tra chi comanda e chi ubbidisce, e tra chi è e chi non è, o tra chi ha e chi non ha, come aveva detto Franco Basaglia... perché tutto questo costruisce e dà il senso al carcere, è la sua essenza. Perché tutto questo costruisce un luogo al quale nelle tante epoche della nostra storia umana, di volta in volta, si è cercato di dare un nuovo senso e una nuova funzione in aggiunta alle precedenti. Un luogo che non può avere senso, e non ha alcuna ragione di esistere.
Un luogo per il quale non ci sono, non possono esserci, passerelle, buoni propositi o promesse di cambiamento a meno che a monte non ci sia una rivoluzione culturale e una visione meno ideologica o populista. Una rivoluzione che passi prima nel far apporre un codice identificativo sulle divise e sui caschi degli agenti e poi ad eliminare tout court dal carcere la stessa polizia, idea peraltro già ipotizzata negli anni della riforma del 1975, portando all'interno non agenti, ma maestri, libri, sapere, lavoro. Senza coercizioni soprattutto ed eliminando l'idea del forgiare e punire attraverso la sottomissione (la cosiddetta pedagogia nera di D.G. Moritz Schreber) così cara a chi vuole far marcire la gente in galera. Senza più quella extraterritorialità su cui si basa la fortezza del carcere. Senza media e penale ben alleati nel nascondere, travisare e costruire la loro patologica e ansiolitica arealtà.
*Giornalista, direttore di "Voci di dentro"
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