di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 19 luglio 2021
Felix Pablo Rigau: "Arrestata nelle proteste che seguiva come giornalista. Non ha un avvocato e le hanno negato l'habeas corpus. Il mondo ci aiuti".
"Le forze di sicurezza cubane stanno abusando di mia sorella Neife Rigau, in questo momento, mentre parliamo. È stata arrestata domenica scorsa a Camagüey, durante le proteste che seguiva come giornalista. La polizia non ci ha dato alcuna notizia sulle sue condizioni, ma sappiamo che è stata trasferita presso la Segunda Unidad de la Policía Nacional Revolucionaria, in un sito noto come "todo el mundo canta", perché chiunque ci finisce confessa qualsiasi cosa. Non ha un avvocato, le hanno negato l'habeas corpus, è probabile che la stiano torturando. Mi appello all'intera comunità internazionale, l'Unione Europea, la Santa Sede, gli Usa, l'Onu, per lei e tutti gli altri detenuti nelle stesse condizioni, affinché venga fatta la massima pressione possibile su L'Avana per la loro liberazione, o quanto meno il rispetto delle più elementari norme del diritto".
Felix Pablo Rigau sa che rischia grosso a parlare con i media, ma lo fa perché ormai ha perso ogni speranza. Sua sorella Neife Rigau, 22 anni, è scomparsa da domenica con Henry Constantin e Iris Mariño, colleghi del sito di informazione indipendente "La Hora de Cuba". E non è l'unica, anzi. Secondo alcune stime, i detenuti della repressione seguita alla protesta sono centinaia, in tutto il Paese. Non si tratta di dissidenti di professione o complottisti, ma gente normale. Come Isabel Maria Amador Pardìas e Karem del Pilar Refeca Ramon, due ragazze molto impegnate nella loro parrocchia di Bayamo, che secondo la denuncia del Movimiento Cristiano Liberación sono state prese dalla polizia nelle loro case e scomparse.
Cosa è successo a Neife?
"È stata arrestata durante le manifestazioni di domenica dalla Unidad Técnica Investigativa del Ministerio del Interior, a Camagüey. Quindi è stata trasferita alla Segunda Unidad de la Policía Nacional Revolucionaria (Pnr)".
Di cosa è accusata?
"Un delitto che non ha commesso, la protesta violenta. Neife è una persona molto pacifica, non era neanche andata a manifestare. Fa la giornalista per "La Hora de Cuba", stava solo seguendo gli eventi".
Le avete parlato?
"No, nessun familiare ha potuto farlo".
Come sapete dove si trova?
"Il marito di una detenuta ha seguito la polizia, poi i familiari sono rimasti ore davanti al carcere. Il Tribunale provinciale avrebbe dovuto rispondere del caso entro 96 ore, ma non lo ha fatto. Lo ha trasferito alla Fiscalìa, la procura, prendendo così altre 72 ore per emettere un'accusa. Le hanno negato l'habeas corpus, non ha un avvocato, ci hanno impedito anche di consegnarle acqua, cibo o effetti personali".
L'unità dove si trova è nota come "Todo el mundo canta". Temete abusi?
"Certo, è famigerata come le peggiori carceri dell'Avana. È presumibile che venga torturata, la sua salute non è buona".
Cosa vi aspettate?
"Non ne abbiamo idea. Avrebbero già dovuto avviare il procedimento legale, ma non è accaduto. È scomparsa".
Neife ha 22 anni, che persona è?
"Una giovane studentessa come tante altre, interessata soprattutto all'ambiente. Fa la giornalista indipendente per "La Hora de Cuba".
È una militante politica?
"No. Il suo impegno politico è l'indipendenza dell'informazione, alternativa alle notizie ufficiali".
Perché è andata a protestare?
"Non era andata a protestare, ma a seguire la manifestazione per lavoro. Poi certo, milioni di cubani sono scesi in strada, per i motivi che conoscete. Manca tutto, dal cibo alla libertà. I cubani sono stanchi di decenni di repressione, non sanno più come sopravvivere. Il governo pensa solo a mantenersi al potere, ignorando i cittadini".
Cosa chiede alla comunità internazionale?
"Mi appello all'Ue, gli Usa, il Vaticano, l'Onu, il mondo intero, non solo per mia sorella, ma per tutti i cubani e le centinaia di arrestati. Sono persone normali che protestavano pacificamente: vanno liberati e ascoltati. Non è più una questione ideologica, ma di sopravvivenza".
di Massimo Giannini
La Stampa, 18 luglio 2021
Il 21 luglio 2001 la "macelleria messicana" alla Diaz. Vent'anni dopo, la "orribile mattanza" a Santa Maria Capua Vetere. Oggi come allora, la violenza di Stato resta la ferita più profonda inferta al cuore della democrazia. Per un macabro scherzo della Storia, lo scandalo delle violenze nelle carceri italiane deflagra negli stessi giorni in cui ricordiamo una pagina nera della nostra Repubblica. Il G8 di Genova resta "la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda Guerra Mondiale", come la definì Amnesty International. Fatte le debite proporzioni, scopriamo adesso che dietro le sbarre di un abisso concentrazionario sul quale rifiutiamo colpevolmente di affacciarci c'è stata un'altra "sospensione dei diritti democratici". Certo, meno cruenta. Ma non meno grave.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 18 luglio 2021
Nel rileggere le cronache di vicende di violenza ai danni di persone inermi, capita di incontrare due definizioni tanto crude da richiamare i titoli di cupi racconti dell'orrore. O, meglio, di quel genere splatter, incline alla ricerca di effettacci macabri per compensare la carenza di talento degli autori. Eppure, espressioni quali "macelleria messicana" e "orribile mattanza" sono state utilizzate da funzionari dello Stato per dire lo sgomento davanti a crimini commessi da appartenenti alle forze di polizia, come nel caso della scuola Diaz (Genova, 21 luglio 2001) e del carcere campano (Santa Maria Capua Vetere, 6 aprile 2020).
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2021
Ipotesi allungamento dei termini per tutti i reati. In alternativa sconti di pena. Si svolgerà domani mattina l'atteso faccia a faccia tra il premier Mario Draghi e il suo predecessore e leader 5 Stelle Giuseppe Conte. Sul tavolo la riforma della giustizia penale e soprattutto il tema della improcedibilità sul quale restano le divisioni tra le forze politiche di maggioranza e tra magistrati e avvocati. Ad affacciarsi, nelle ultime ore, è l'ipotesi di una mediazione targata Pd con un pacchetto di integrazioni alle proposte Cartabia che sarà formalizzato martedì.
di Pietro Perugini
Il Dubbio, 18 luglio 2021
L'analisi del presidente della Camera penale di Cosenza Pietro Perugini sulla situazione carceraria anche alla luce dei recenti episodi di violenza. I recenti episodi di violenza, in alcune carceri italiane, mettono in evidenza la necessità di esprimere, con forza, una indignata protesta contro simili incivili fatti e nel contempo di rinnovare l'impegno, a garantire il rispetto del dettato costituzionale (art.27) della umanità e della finalità rieducativa della pena.
di Angela Stella
Il Riformista, 18 luglio 2021
Le proposte della Commissione Giostra furono accantonate dal governo Gentiloni. Per Cartabia è giunta l'ora di intervenire, ma il professore non è ottimista: "Nella maggioranza coabitano le forze che non ebbero il coraggio di difenderla e quelle che la respinsero".
Il professor Glauco Giostra, ordinario di procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", ci racconta di non essere fiducioso per una riforma dell'ordinamento penitenziario, come auspicato dalla Ministra Cartabia.
di Angela Stella
Il Riformista, 18 luglio 2021
A quattro giorni dal deposito dei sub-emendamenti al pacchetto di emendamenti della Ministra Marta Cartabia alla riforma del processo penale e ad una settimana dell'approdo in aula, la massima convergenza tra tutte le parti coinvolte sembra davvero difficile. Prova ne sono le audizioni tenute ieri in Commissione Giustizia della Camera. Il nodo centrale resta sempre il nuovo istituto dell'improcedibilità dopo la sentenza di primo grado, su cui sarà decisivo il prossimo incontro di lunedì tra il premier Draghi e Giuseppe Conte. Lo ricordiamo: due anni per finire l'appello, uno per la Cassazione. Se non si rispettano i tempi, il processo muore ma il reato non si estingue.
Partiamo dall'avvocatura: "Dire no all'imputato a vita e difendere il diritto pieno al secondo grado di giudizio sono le priorità dei penalisti italiani che appaiono nel complesso recepite dagli emendamenti governativi", così Gian Domenico Caiazza, Presidente dell'Unione Camere Penali. Tuttavia, sul terreno scivoloso dell'improcedibilità, si legge in un documento della Giunta dell'Ucpi che "la prima proposta della Commissione Lattanzi, modellata -in senso per di più migliorativo- sulla riforma Orlando, sarebbe stata a nostro avviso preferibile, ma l'obiettivo politico è tuttavia inequivocabilmente raggiunto".
Per quanto concerne le impugnazioni, accolgono "con soddisfazione l'abbandono dell'idea, da sempre propugnata dalla magistratura italiana ed in un primo momento fatta propria dalla bozza Lattanzi, di trasformare l'appello penale in un giudizio cosiddetto "a critica vincolata", così trasfigurandolo da giudizio sul fatto a giudizio sull'atto. Debbono però essere stigmatizzate le residue proposte che mirano ad ostacolare l'accesso al giudizio di appello". Infine "sulla riduzione dei tempi del processo, occorre più coraggio sui riti alternativi, ma soprattutto investire in strutture, personale, magistrati". In pratica per i penalisti "le ambizioni riformatrici della cultura penalistica liberale non vedono certo qui realizzata una autentica e coerente riforma del processo penale".
Critiche anche dalla magistratura associata: la nuova prescrizione processuale "non sembra sia un istituto di accelerazione del processo. L'obiettivo di una riduzione dei tempi dei processi è da noi condiviso ma questo non è uno strumento adatto, non accelera ma elimina i processi". Quanto alle deroghe ai tempi previste per i reati più gravi, a giudizio di Santalucia "si tratta di un catalogo poco ragionevole, che va implementato" perché "esclude e dimentica alcuni reati di grande allarme sociale". D'accordo sul doppio binario anche Armando Spataro, ex procuratore della Repubblica di Torino, che ha suggerito di aggiungere a quelli già previsti contro la pubblica amministrazione anche "quelli relativi alle morti sul lavoro". Spataro si è poi detto contrario alla possibilità che al Parlamento vengano attribuiti i criteri di scelta dell'azione penale, seppur in termini generali. Ma l'ex magistrato sottolinea che "anche gli imputati devono avere i propri diritti, la durata dei processi deve essere certa e nota. Le reazioni di certa magistratura mi sembrano eccessive".
A difendere l'impianto della riforma ci ha pensato il professore avvocato Vittorio Manes, Ordinario di Diritto penale presso l'Università degli Studi di Bologna, tra i componenti della stessa Commissione Lattanzi: "a me sembra che il dibattito si stia concentrando solo su un aspetto - la prescrizione -. Si rischia di guardare il dito e non la luna, ossia l'intero impianto di riforma meritevole di apprezzamento sotto vari punti di vista: filtrare i procedimenti che meritano di essere portati avanti, considerare il carcere come extrema ratio, rivitalizzare l'udienza preliminare e il patteggiamento, così come le pene pecuniarie".
A titolo personale, poi, il professor Manes ha ammesso di preferire l'ipotesi A per intervenire sulla prescrizione, quella sostanziale, evidenziando, peraltro, che "la proposta inserita negli emendamenti ha cura di precisare che in caso di risarcimento del danno per la parte civile, una volta arrivata l'improcedibilità, il giudice penale può trasmettere gli atti al giudice civile.
È una giusta preoccupazione sia per le vittime che per l'imputato, ed andrebbe ulteriormente chiarita, specificando che la condanna in primo grado poi divenuta improcedibile non può lasciar residuare effetti, ad esempio sul piano della confisca o sul piano extra-penale e disciplinare: altrimenti significherebbe lasciar residuare un'ombra di colpevolezza - per citare le parole della Corte EDU - sul soggetto, in spregio della presunzione di innocenza". Infine, il professor Manes auspica che si possa ripristinare "l'archiviazione meritata e il potenziamento di altri riti speciali", come l'abbreviato condizionato. Date tali premesse, si potrebbe davvero aprire la strada alla fiducia, per evitare di andare oltre l'estate.
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 18 luglio 2021
Gioca in casa Enrico Letta, ma neanche troppo. "So di rischiare", confida ai dirigenti del Pd senese arrivando a Montalcino, prima tappa della campagna elettorale nel collegio toscano che, in ottobre, dovrebbe schiudergli le porte di Montecitorio. Qui tre anni fa Padoan vinse con tre soli punti di scarto sul centrodestra e lui sa di giocarsi tutto, perché "è evidente che se i cittadini mi rifiuteranno, ne trarrò le conseguenze".
Significa dire addio al Nazareno, non solo alla speranza di entrare in Parlamento. E certo, le voci di un possibile agguato renziano non rassicurano. "Ma intorno a me sento un buon clima", sorride, "vincere questa battaglia, per me totale, è possibile. Rifiutarsi sarebbe stata diserzione". Di ritorno da Ancona, dove ha incontrato i lavoratori di Elica, la fabbrica di elettrodomestici che con "un piano inaccettabile" ha deciso di delocalizzare la produzione in Polonia, il leader dem si gode il colpo d'occhio regalato dal chiostro duecentesco di Sant'Agostino. Tanta gente e un entusiasmo che scalda il popolo democratico come non si vedeva da un po'.
Cominciamo dalla giustizia. Il testo approvato in Cdm ha bisogno di modifiche, come sostengono M5S e Forza Italia, o va approvato così com'è, ponendo la fiducia?
"Non c'è alcun dubbio che la riforma sia giusta e necessaria: dopo molti anni si va finalmente nella direzione di superare lo scontro politico tra giustizialismo e finto garantismo che ha tenuto in ostaggio il Paese troppo a lungo. Ma proprio perché è di importanza strategica, penso che il Parlamento abbia il diritto, direi il dovere, di contribuire a migliorarla".
Palazzo Chigi però teme che la dialettica interna ai partiti possa dilatare i tempi e stravolgere il testo...
"Io credo che i tempi stretti chiesti dal governo, e che io condivido, siano compatibili con qualche piccolo aggiustamento, in prima o anche in seconda lettura. A patto di non stravolgerne l'impianto".
Quindi lei non asseconderà la guerriglia minacciata da Conte per ripristinare i cardini della legge Bonafede, specie sulla prescrizione?
"Mi fido molto della ministra Cartabia. Se vogliamo affrontare il percorso in modo ordinato occorre affidare a lei il volante, la guida di questo confronto nelle Camere".
Domani Conte incontrerà Draghi. C'è il rischio che il M5S si sfili, magari durante il semestre bianco?
"Come tutti sanno il Pd lavora molto bene con Draghi, così come ha lavorato bene con Conte, con il quale vogliamo costruire un'alleanza solida. Non solo non vedo rischi di rottura, ma sono convinto che questo dialogo darà più stabilità al governo".
Peccato che Renzi non sia della stessa idea. Dopo la battaglia sul ddl Zan pensa ancora che Iv voglia e possa far parte della coalizione di centrosinistra?
"La nostra disponibilità c'è, ma i comportamenti non sono indifferenti. Io però preferisco guardare cosa accade nei territori, a quel che è successo a Bologna, dove Isabella Conti ha gareggiato alle primarie e sono sicuro giocherà un ruolo rilevante anche domani. Io non caccio nessuno, ma far parte di una coalizione significa starci dentro con diritti e doveri, anche di lealtà".
Le alleanze nelle città, spesso mancate, non segnalano però che la coalizione allargata al M5S gode di salute precaria?
"È un processo complesso, che non si improvvisa. Per questo abbiamo lanciato le Agorà democratiche. Sarà il più grande esercizio di democrazia partecipativa mai offerto ai cittadini. La prossima settimana partiremo con incontri pilota a Palermo, Bologna, Napoli. E nomineremo un "osservatorio degli indipendenti" formato da personalità esterne di grande autorevolezza. Da oggi chiunque potrà iscriversi alla piattaforma. Dove, dal primo settembre, si potranno fare proposte per costruire insieme il programma del centrosinistra".
A proposito delle norme contro l'omotransfobia, Salvini le ha chiesto di incontrarvi per trovare un accordo salva-legge. Lo farà?
"Il Pd su questo tema vuole discutere con persone che hanno una sola faccia. Non trovo sia serio appoggiare le iniziative anti-Lgbtqi+ di Orbàn in Europa e poi disinvoltamente proporsi per una trattativa a difesa di quella comunità a livello italiano. Se vuole confrontarsi con noi sulla Zan rinneghi pubblicamente le norme anti-Lgbtqi+ approvate in Ungheria".
Ma non è meglio un compromesso pur di portare a casa il risultato?
"Abbiamo deciso di verificare passo passo in Parlamento gli sviluppi di questa vicenda, la cui tempistica non è ancora chiara. L'unica cosa certa è che se io non fossi rimasto fermo sul testo approvato alla Camera, a quest'ora non saremmo neanche arrivati nell'aula del Senato, staremmo ancora negli scantinati della commissione Giustizia a fare audizioni con il leghista Ostellari, che ha fatto di tutto per affossare la legge".
Neanche Conte ha pronunciato una sola parola a favore, anzi - sollecitato - si è sottratto. Questa cosa non la disturba?
"No, perché in queste settimane Conte si è concentrato su questioni interne al M5S. E i loro parlamentari stanno facendo con noi un lavoro comune per far passare la Zan".
È giusto aver escluso dalla Rai l'opposizione?
"Bisogna chiedere al centrodestra, sono tutti giochi dentro il loro campo. Il Parlamento ha votato ed è sovrano. Ora grazie alle scelte di Draghi ci sono le condizioni per una Rai molto più indipendente dai partiti. Vedo una svolta rispetto alla disastrosa gestione Foa-Salini".
I test Invalsi sono la prova che la chiusura delle scuole ha aumentato le diseguaglianze fra famiglie e territori. Come si può recuperare il debito di conoscenza accumulato dagli studenti?
"Sono dati drammatici e a me ha molto colpito che non siano diventati la prima notizia dei tg. La priorità assoluta è lasciare aperte le scuole, dire basta alla Dad perché le disuguaglianze partono sempre dal gap di conoscenza e formazione. Perciò faccio un appello al governo: nel Pnrr ci sono tante iniziative per ridurre i deficit educativi, si acceleri sull'utilizzo dei fondi".
E sulla vaccinazione obbligatoria nelle scuole: favorevole o contrario?
"Più vaccini si fanno meglio è. Ma non pensiamo che i guai della scuola si risolvano solo con una iniezione".
Riguardo al Green Pass, va fatto alla Macron o all'italiana?
"Il Green pass va fatto, punto. Alla Draghi. Noi ci fidiamo del premier e del ministro Speranza, che hanno sempre deciso con serietà e sulla base delle evidenze scientifiche, non di soluzioni estemporanee proposte solo per acchiappare voti. Servono soluzioni che coniughino libertà di movimento e apertura delle attività economiche in sicurezza. Ma non le dettano Meloni e Salvini".
Avete votato per il rifinanziamento delle missioni di supporto alla guardia costiera libica. La mediazione Pd si è risolta in un semplice invito al governo a verificare la possibilità di superarla, passando però gli stessi compiti all'Europa. Non è un po' poco?
"Avevamo solo un'alternativa: votare contro e lasciare che la missione italiana proseguisse così com'è; oppure negoziare con il governo per ottenere la fine della missione dal primo gennaio e il passaggio alla Ue. È quello che è accaduto. Far politica vuol dire lavorare per gradi. Avrei voluto di più, ma si tratta già di un grande passo in avanti".
di Paolo Itri
Il Riformista, 18 luglio 2021
Che l'Italia sia il Paese delle amnistie e degli indulti è un dato inconfutabile. I provvedimenti di clemenza approvati dal Parlamento dal 1944 fino a oggi sono 34, segno evidente di come un istituto per sua natura eccezionale e legato a fattori di carattere contingente si sia tramutato in uno strumento di ordinaria gestione dei mali endemici della giustizia italiana.
Tradizionalmente, infatti, nei Paesi a democrazia avanzata amnistia e indulto seguono eventi di natura straordinaria e contingente, come la fine di un regime o di un conflitto bellico, oppure si legano a provvedimenti legislativi che segnino una radicale discontinuità col passato. In Italia, invece, tali provvedimenti clemenziali sono stati periodicamente utilizzati al di fuori di ogni logica strategica, non quindi come uno strumento a cui fare ricorso in via eccezionale, con l'obiettivo di dare una soluzione definitiva alle storiche criticità del nostro sistema penale e penitenziario, quanto piuttosto come un modo sbrigativo e superficiale per far fronte al sovraffollamento delle carceri e per sgombrare gli armadi dei giudici dai fascicoli arretrati.
Col risultato che, mentre gli effetti deflattivi dei provvedimenti di clemenza sono stati mediamente assorbiti nell'arco di un paio di anni, i problemi della giustizia penale si perpetuano almeno dal 1989, senza che nessuno si ponga seriamente il problema della riforma di un sistema nel quale amnistie e indulti sono diventati un mero escamotage per rinviare ogni decisione e far convivere obbligatorietà dell'azione penale, processo con tre gradi di giudizio e ipertrofia del diritto penale. Risultato: secondo gli ultimi dati disponibili, il numero medio dei detenuti nel carcere di Poggioreale si aggira intorno ai 2.100 a fronte di 1.571 posti regolamentari disponibili, con una percentuale di sovraffollamento pari a circa un terzo. Mentre circa 56mila sono i procedimenti penali pendenti presso la Corte di appello di Napoli, per una durata media di 1.560 giorni a processo. Numeri da far tremare i polsi, comunque tali da risultare incompatibili con la ragionevole durata del processo in un Paese civile.
Spiace doverlo dire, ma pare che neppure la prossima riforma voluta dalla guardasigilli Marta Cartabia sfugga alla solita logica dell'approssimazione elevata a sistema. In particolare, non sono previsti interventi strutturali concreti per rendere le carceri più vivibili e consone alla finalità rieducativa della pena, né si intravede un serio disegno strategico per ridurre le intollerabili lungaggini processuali, al di là delle solite periodiche logiche "svuota-carcere" e "svuota-armadi". Gli stessi rimedi ipotizzati dalla riforma Cartabia (notifiche telematiche, digitalizzazione e ufficio del processo, inappellabilità delle sentenze di assoluzione, improcedibilità dell'azione penale una volta superati i termini della ragionevole durata del processo e così via), sebbene ispirati da buone intenzioni, appaiono del tutto insufficienti e non in grado di incidere sulle cause strutturali dei mali cronici dai quali è afflitto il nostro sistema penale.
A dimostrazione dell'assunto, tra le varie proposte di riforma è previsto che, in caso di irragionevole durata del processo, il condannato possa chiedere una congrua riduzione della pena e che, se la diminuzione è superiore alla pena inflitta dal giudice, quest'ultimo possa addirittura dichiararla ineseguibile. Altrimenti detto, di fronte alla acclarata incapacità dello Stato di assicurare una giustizia in tempi brevi, si prevede una sorta di "risarcimento in natura" per cui la durata della pena viene ridotta in misura proporzionale alla durata del giudizio, ovvero si rinuncia del tutto all'esecuzione della pena secondo una logica ancora una volta del tutto simile a quella sottostante le decine di provvedimenti di amnistia e indulto periodicamente adottati dal legislatore per rimediare alle incongruenze e alle insufficienze del nostro sistema processuale e penitenziario (analogo discorso è ovviamente legato ai condoni fiscali rispetto alle croniche difficoltà che incontra l'Erario nella identificazione degli evasori e nel recupero delle entrate sottratte al Fisco).
Purtroppo, fino a quando la logica del compromesso continuerà a prevalere sulla consapevolezza che la giustizia è un bene che appartiene a tutti, anche la cultura dell'emergenza - a cui è in ultima analisi legato nel nostro Paese il continuo ricorso ai provvedimenti indulgenziali - continuerà a prevalere sulla ragione del diritto e la giustizia rimarrà un insensato terreno di scontro tra le opposte forze politiche. Senza contare che il ciclico ricorso a provvedimenti di indiscriminata clemenza ha inevitabilmente indotto nella collettività la non del tutto infondata opinione per cui, alla fine dei conti, per chi si imbatte nella giustizia penale, prima o poi il problema si risolverà a tarallucci e vino. Il problema, giova ripeterlo, non sono perciò l'amnistia e l'indulto in sé, quanto piuttosto l'uso improprio e dissennato che di tali istituti si è fatto e probabilmente si continuerà a fare in Italia. A dimostrazione del fatto che, quando l'emergenza assurge a normalità, anche la certezza della pena va a farsi friggere
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 18 luglio 2021
L'ipotesi che l'iniziativa sia stata messa in atto al fine di condizionare il percorso riformatore già avviato dal Governo, non è del tutto peregrina. Nonostante le lusinghiere affermazioni dei promotori, è alquanto improbabile che la proposta referendaria depositata presso la Corte di Cassazione possa effettivamente condurre ad una autentica riforma della giustizia.
Non concorrono a tale eventualità in primo luogo le tempistiche, che rappresentano un vero e proprio percorso ad ostacoli per giungere alle urne. Infatti, dopo la raccolta delle necessarie 500 mila firme almeno, le stesse dovranno essere depositate presso l'Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione il quale dovrà verificarne la validità. A seguire l'incartamento passerà nelle mani della Consulta, per il vaglio di legittimità costituzionale dei quesiti, e soltanto una volta superato anche quest'ultimo scoglio, sarà possibile giungere alla votazione che, secondo calcoli realistici, potrà avvenire in una domenica compresa tra la metà di aprile e il 15 giugno.
Poiché si tratta di valutazioni che certo non sono sfuggite ai promotori del referendum, l'ipotesi che l'iniziativa sia stata messa in atto al fine di condizionare il percorso riformatore già avviato dal Governo, non è del tutto peregrina, tanto più se si considera la singolarità dovuta al fatto che ad assumerla sia stata una forza politica di governo. Inoltre, stiamo parlando di un referendum abrogativo, un'arma politica normalmente in mano ai partiti di opposizione, che ha assunto gradualmente un significato sempre più marcatamente politico a seguito dell'aggravamento della crisi della rappresentanza politica ritenuta responsabile di inerzia legislativa. Ma il punto sostanziale è comprendere se il referendum o per meglio dire i sei quesiti referendari, possano effettivamente rappresentare uno strumento di trasformazione istituzionale, nello specifico della giustizia, ovvero, al contrario, un intralcio al raggiungimento di tale scopo.
Prescindendo dalla criptica formulazione dei quesiti e dalla loro eterogeneità, questioni che verosimilmente rappresenteranno gli ostacoli alla ammissibilità del referendum, va detto con onestà intellettuale che le tematiche affrontate effettivamente necessitano di un intervento legislativo. I quesiti sulla responsabilità civile dei giudici e la separazione delle carriere degli stessi sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti, rispondono ad esigenze sostanziali volte, tra l'altro, ad attenuare la profonda crisi di efficienza e di legittimazione della magistratura. Ma tali problematiche non sono certo risolvibili con la richiesta di abrogazione di disposizioni normative senza una adeguata e preordinata rete riformatrice che disegni percorsi formativi utili a distinguere le funzioni dei giudici, preservandone comunque la loro autonomia e indipendenza.
Un discorso analogo può essere fatto per quanto riguarda il quesito sulla custodia cautelare. Se esaminato correttamente nel merito, è possibile accertare che lo stesso, operando su una semplice abrogazione di una norma, non risolve ma anzi aggrava il problema. I quesiti relativi ad una implementazione del ruolo dei laici nei Consigli Giudiziari e quello delle candidature dei magistrati al Consiglio Superiore della Magistratura, sono irrilevanti ai fini dell'obiettivo che si vorrebbe raggiungere.
Parimenti il quesito relativo alla abrogazione della legge Severino, nella parte in cui prevede la sanzione accessoria della incandidabilità a cariche pubbliche in ipotesi di condanna per alcuni reati, pur avendo un'evidente fondamento essendo la misura sproporzionata rispetto allo spirito della norma, rischia seriamente l'inammissibilità alla luce dei vari interventi della Corte Costituzionale relativi alla improponibilità di norme regolatrici della incandidabilità. Pur essendo difficile non convenire sulla attuale anomalia del potere giudiziario, e sulla necessità di una sua complessiva ed organica riforma, sarebbe con franchezza impensabile che ciò possa avvenire al di fuori di un quadro legislativo istituzionale meditato.
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