ilgiunco.net, 14 dicembre 2021
Mercoledì 15 dicembre l'assessore regionale Stefania Saccardi sarà a Massa Marittima per partecipare al convegno sul progetto "Orti in carcere", in programma alle 11 e 30 nella sala dell'Abbondanza. Il progetto "Orti in carcere" ha preso il via lo scorso febbraio nella casa circondariale di Massa Marittima, con la messa a dimora di 20 piante di olivo e la realizzazione di orti in cassone con l'obiettivo di creare per i detenuti occasioni di formazione professionale così da facilitarne l'inserimento lavorativo una volta terminato il periodo di detenzione.
Il progetto è stato presentato dalla Regione Toscana in partenariato con il Provveditorato regionale per l'Amministrazione penitenziaria della Toscana e dell'Umbria, ed è cofinanziato dalla Cassa Ammende, il Comune di Massa Marittima ha ottenuto il finanziamento di 30mila euro per realizzare le attività nella struttura penitenziaria cittadina. In questi mesi sono state fatte le prime esperienze di cui si parlerà nel corso del convegno. La logistica del progetto, dalla creazione delle superfici ortive alla formazione dei detenuti, sono curate dalla Cooperativa Melograno. "Orti in carcere" ha ottenuto anche l'interessamento e l'attenzione di Amnesty International che parteciperà alla giornata di presentazione.
Il convegno sarà preceduto alle ore 11 dalla benedizione dell'olivo centenario che è stato donato da Terre dell'Etruria e Boscaglia e messo a dimora all'ingresso del carcere. Sarà il vescovo di Massa Marittima e Piombino, monsignor Carlo Ciattini ad impartire la benedizione. Ai piedi dell'olivo sarà posizionata una targa che ricorda i 60 anni di attività di Amnesty International per la difesa dei diritti umani.
Il convegno apre con il saluto del sindaco di Massa Marittima, Marcello Giuntini a cui segue l'intervento della direttrice della Casa circondariale di Massa Marittima, Maria Cristina Morrone, sul tema "Il carcere di Massa Marittima, finalità rieducativa della pena". Marilena Rinaldi, responsabile area trattamentale della casa circondariale di Massa Marittima, parlerà di "Formazione e l'inserimento lavorativo dei detenuti".
Seguiranno gli interventi di un ex detenuto e un detenuto della casa circondariale. Massimo Iacci, presidente della cooperativa Melograno racconta l'esperienza del progetto "Orti Sociali: la sua genesi, le sue applicazioni". Subito dopo verrà proiettato un video con le immagini fotografiche sul progetto, realizzate da Giulio Garosi, fotoreporter. Interverrà Riccardo Cappelli, responsabile finanziario e controllo di gestione della Cooperativa Terre dell'Etruria su "Il ruolo delle Terre dell'Etruria e Boscaglia come supporto per l'ambiente, il territorio, il paesaggio, con una funzione di salvaguardia e valorizzazione dei territori e un'importante azione sull'inclusione lavorativa". Monica Sanna, responsabile circoscrizionale Toscana di Amnesty International parlerà di "Amnesty International: da 60 anni facciamo crescere i diritti". Prenderanno poi la parola Stefania Saccardi, vice presidente della Regione Toscana e a seguire Simone Sabatini e Roberto Bocchieri coordinatori del progetto regionale. Modera Grazia Gucci, assessore alle Politiche sociali del Comune di Massa Marittima.
di Luca Cereda
Vita, 14 dicembre 2021
La storia di Ibrahima Kandji che è uscito dal carcere grazie al progetto teatrale "Per Aspera ad Astra", sostenuto economicamente da 11 Fondazioni di origine bancaria. "Parlavo pochissimo l'italiano, ma grazie all'esperienza teatrale in carcere ho iniziato a frequentare i corsi di italiano per poter capire cosa c'era scritto sul copione e comprendere quelle prime battute che all'inizio imparavo a memoria", racconta Ibrahima Kandji, originario del Senegal, che è stato per alcuni anni detenuto nel carcere di Volterra e dietro le sbarre ha scoperto il teatro.
L'incontra tra Ibrahima e la recitazione è stato possibile grazie al progetto "Per Aspera ad Astra. Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" che dal 2018 in 14 carceri italiane realizza percorsi di formazione teatrale che coinvolgono 250 detenuti. Per Aspera è un progetto sostenuto economicamente da 11 Fondazioni di origine bancaria e ha "affondato le sue prime radici" in carcere proprio a Volterra con l'esperienza della Compagnia della Fortezza: "Guidato dal regista Armando Punzo mi sono avvicinato alla recitazione - testimonia Ibrahima Kandji -, ed è così che ho scoperto di sentirmi bene sul palco, libero, anche di esplorare nuove passioni: così imparato a scrivere e così che ho preso la maturità da geometra". Per Aspera ad Astra, ovvero dalle asperità alle stelle. È grazie al teatro che l'aria 'ferma' che aleggia spesso dietro le sbarre nelle carceri italiane prende vita sul palco con i detenuti che diventano attori.
Tra le innovazioni di questo progetto c'è l'idea che in carcere a fare il teatro non entrino solo attori e drammaturghi, ma anche scenografi, costumisti e addetti alle luci: Ibrahima è sempre in contatto con la compagnia della Fortezza e con i detenuti di Volterra e "quando posso recito con loro. Prima di questa esperienza, quando mi trovavo in altre carceri stavo sempre in cella, avevo provato a frequentare una scuola, avevo provato a seguire i corsi di italiano, ma non trovavo uno scopo per seguirli. Grazie quello che ho imparato con la recitazione, ho sviluppato alcuni interessi che prima non avevo: oltre allo studio ho iniziato ad andare nella palestra del carcere, e ho pure imparato a cucire grazie al corso di sartoria".
Tutto questo, nato degli stimoli del prefetto Per Aspera ad Astra, ha aiutato - in carcere - Ibrahima Kandji e molti altri detenuti ad uscire dall'istituto di pena. E a farlo come cittadini più consapevoli dei loro diritti e dei loro stessi doveri nei confronti della collettività. Questo percorso teatrale ha irrorato il cammino rieducativo della reclusione di Ibrahima Kandji che conclude: "Alla fine di uno spettacolo in cui recitavo anche in lingua inglese, oltre che in italiano, il proprietario di un ristorante di Volterra ha chiesto di me, perché sapevo parlare più lingue, che a parte il francese avevo studiato in carcere. Appena uscito per 5 anni ho lavorato come cameriere nel suo ristorante frequentato dai turisti".
torinoggi.it, 14 dicembre 2021
Le detenute della sezione femminile da anni partecipano all'attività del laboratorio delle Pigotte, le bambole di pezza dell'Unicef. La Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino, sezione femminile, ha avviato da alcuni anni, l'attività del laboratorio delle Pigotte, le bambole di pezza dell'UNICEF che salvano la vita dei bambini.
Quest'anno il ricavato per l'adozione della Pigotta è destinato alla campagna COVAX per l'acquisto di vaccini anti covid19 destinati ai Paesi poveri del Pianeta. Preceduta da un'attività di informazione sul significato della Pigotta collegata alla missione dell'UNICEF, e da una formazione operativa per mostrare i vari passi necessari al suo confezionamento creativo, l'iniziativa dall'alto valore sociale, ha riscosso un vero e proprio successo. Si tratta, infatti, di una importante attività di socializzazione che consente alle detenute di uscire dalle celle e lavorare in gruppo e contribuire, grazie al proprio impegno, a salvare la vita di tantissimi bambini lontani.
Il Laboratorio, promosso nell'ambito del progetto "Lavoro, Emancipazione e Inclusione" (LEI), è formato da gran parte delle detenute della sezione femminile della Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino seguite dalle educatrici Jessica Filardo e Damaris Paolone di EssereUmani onlus di Torino e per l'UNICEF dalla Sig.ra Annamaria Pansera Referente dei laboratori "Pigotte" dell'UNICEF.
La nostra presenza, dichiara Antonio Sgroi Presidente Provinciale per l'UNICEF di Torino, ha portato una ventata di ottimismo, consentendo alle detenute di impegnarsi, diventando protagoniste nelle campagne umanitarie dell'UNICEF, tese alla difesa dei diritti dell'infanzia ed all'accoglienza dei bambini migranti. La realizzazione delle "Pigotte" rientra nel progetto "Lavoro, Emancipazione e Inclusione" (LEI) che si pone gli obiettivi di consentire alle donne detenute di apprendere o affinare le competenze nella prospettiva dell'uscita dal carcere favorendone un reinserimento socio-lavorativo volto alla prevenzione della recidiva.
Le "Pigotte" realizzate presso i laboratori del Carcere, dell'UNITRE e dell'UNICEF possono essere adottate presso: la sede dell'UNICEF in Corso Orbassano 215 dove è possibile acquistare anche prodotti ecosolidali; la postazione UNICEF allestita in Piazza San Carlo nei giorni 18 e 19 dicembre; InGenio Via Montebello, 28.
Progetto realizzato con il contributo finanziario di Compagnia di San Paolo, la partecipazione dell'Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo nell'ambito del Progetto Logos, il co-finanziamento di Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri, EssereUmani onlus, Cooperativa sociale Extraliberi, Cooperativa Sociale Patchanka, Cooperativa Sociale ImpattoZero,, e infine il contributo in kind di Intesa Sanpaolo S.p.A., in qualità di ente titolare del Museo del Risparmio, e di PerMicro S.p.A.
altarimini.it, 14 dicembre 2021
Realizzato con il legno delle imbarcazioni dei migranti affondate a Lampedusa. Sabato scorso (11 dicembre) la sindaca Alice Parma, la vice Pamela Fussi e l'assessore Zangoli hanno visitato il carcere di Opera, in Provincia di Milano, per ricevere in dono un presepe creato dai detenuti con il legno delle imbarcazioni affondate nei pressi di Lampedusa, nell'ambito del laboratorio condotto dal falegname Francesco Tuccio con il sostegno della fondazione "Casa dello spirito e delle arti".
Accompagnati dal presidente della fondazione, Arnoldo Mosca Mondadori, gli amministratori hanno visitato il laboratorio di liuteria - rilanciato nel 2013 con il sostegno dalla Regione Lombardia - dove i detenuti creano violini pregiati sotto la guida del maestro liutaio Enrico Allorto dell'Istituto Stradivari di Cremona. A partire da quest'anno, il laboratorio ha ampliato la propria attività con la creazione dei presepi, il primo dei quali è stato donato nelle scorse settimane a Papa Francesco.
"Accanto alla liuteria nasce la falegnameria sotto la guida di Francesco Tuccio, il falegname che ha realizzato la Croce di Lampedusa con i legni dei barconi affondati" si legge sul sito della fondazione. "Un'unione ideale tra persone migranti e persone detenute che insieme costruiscono un segno di speranza e di rinascita non solo per i credenti ma per tutti. Dal carcere dunque escono messaggi di ripresa e di speranza in un tempo così difficile come quello della pandemia che ha costretto all'isolamento e alla chiusura".
Nel ricevere in dono il presepe, l'Amministrazione comunale ha voluto contraccambiare con una piccola donazione per sostenere l'attività della fondazione "Casa dello spirito e delle arti". Il presepe, nel frattempo, è visibile al pubblico presso il Municipio.
"Incontrare i detenuti, conoscere le loro storie, vedere l'impegno con il quale si cimentano nel laboratorio di liuteria e creazione dei presepi è stato per noi un momento davvero emozionante" dichiarano Parma, Fussi e Zangoli. "Il nostro plauso va al carcere di Opera e alla fondazione 'Casa dello spirito e delle arti', protagoniste di un'iniziativa dal profondo valore etico in grado di dare piena concretezza al concetto di funzione rieducativa della pena. Abbiamo voluto portare a Santarcangelo una testimonianza di questa straordinaria esperienza - concludono - perché è in grado di far riflettere sia sulla tragedia delle migrazioni sia sulla necessità che la detenzione abbia sempre più una finalità riabilitativa".
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 14 dicembre 2021
Quell'esperienza si è dimostrata determinante per creare più posti di lavoro, per riqualificare il territorio e per frenare lo spopolamento e il degrado urbano. Una volta Ada Colau, la sindaca di Barcellona, disse che la scelta non è tra accogliere e non accogliere. L'unica scelta che abbiamo è tra accogliere bene ed accogliere male. Quando si alzano i muri si costringono le persone a percorrere rotte più pericolose.
Quando si nega la libertà di movimento si incoraggia l'industria del traffico di esseri umani. Infine, quando si nega una buona accoglienza a chi rischiando la vita e a qualsiasi costo prova ad avere una nuova vita, si ingrossano le fila degli schiavi alla mercé dell'industria dello sfruttamento: nei campi, nella prostituzione, nella manodopera a nero di ogni forma e specie. Riace ha fatto il contrario, il modello Riace ci ha insegnato che l'accoglienza fa bene non solo a chi è accolto ma anche a chi accoglie. Ha rappresentato per anni l'alternativa ai casermoni, alle palestre, agli hotel affittati in cui disperati vengono stipati speculando sul cibo che poi risulta riso e acqua. Riace ha dimostrato che è possibile accogliere là dove noi emigranti abbiamo lasciato terra abbandonata, qualche volta anche bruciata. Insomma è la prova provata che accogliere può significare rinascita sociale, economica e anche politica.
Aprendo le porte ne guadagniamo tutti, ecco solo qualche esempio. Nella regione Calabria, in cui da decenni lo spopolamento è inarrestabile e il futuro è un deserto demografico (l'Istat prevede che dei circa 1.900.000 abitanti di oggi ne resteranno 1.000.000 nel 2050, in maggioranza over 65), con il modello Riace "a pieno regime" la popolazione del borgo è raddoppiata: da circa 500 abitanti con una media di età altissima a quasi mille abitanti di 26 nazionalità diverse. Tutti riacesi davanti ai diritti. Nella Calabria della disoccupazione al 20%, con il modello Riace sono state create due cooperative per la differenziata, un asilo nido, i progetti d'accoglienza, il turismo solidale e un bene confiscato sulla Marina (che non si è avuto il tempo di avviare).
Le conseguenze sociali di un approccio nuovo - Quando il modello Riace accoglieva "a pieno regime", in paese lavoravano circa 100 persone, almeno 80 riacesi di nascita: praticamente l'impatto occupazionale della Fiat, in un paese di circa 1.700 abitanti. Nella Riace di Lucano non si pagava l'Irpef comunale e nemmeno l'occupazione del suolo pubblico per le attività commerciali. Lo scuolabus nelle contrade era gratis. La carta d'identità non si pagava (di questo Lucano è stato accusato per danno erariale). I riacesi pagavano solo la tassa dei rifiuti, l'Imu sulle seconde case e l'acqua in misura ridottissima visto che l'autonomia della sorgente aveva sottratto il Comune dai prezzi della Sorical (l'azienda pubblico-privata sanitaria su cui non basterebbero centinaia di pagine per raccontarne le contraddizioni e ambiguità). Ancora un esempio. Nella Calabria del disastro sanitario, il modello Riace ha portato fin li un ambulatorio medico (Jimuel) al servizio non solo dei beneficiari dei progetti ma di tutto l'hinterland scoperto da qualunque servizio pubblico sanitario.
Un modello diverso di cittadinanza - Per tutto questo il modello Riace non lo definirei un modello per migranti; è assai più calzante parlare di "modello di cittadinanza" e non solo quindi di accoglienza. Un modello efficace con cui lo Stato risparmia. Risparmia quando non si pagano affitti esorbitanti per megastrutture in cui depositare la gente, come ville e hotel. Risparmia quando non si ricorre alle banche pagando gli interessi per i ritardi ministeriali.
Non solo, i "bonus" adottati a Riace per sopperire ai ritardi del ministero, venivano consegnati direttamente ai beneficiari che erano così liberi di fare la spesa loro stessi sul territorio, eliminando l'orribile meccanismo di dipendenza delle buste della spesa che abitualmente gli operatori consegnano ai rifugiati. I famosi 35 euro al giorno (quelli su cui la destra ha costruito tanta propaganda) a Riace non venivano usati in modo assistenziale e parassitario, ma investiti per creare posti di lavoro, istituire borse di lavoro. E questo ha portato una ricaduta sul territorio. Verrebbe da dire, assecondando un luogo comune che vede il Sud sempre ultimo e sempre inefficiente, che se tutto questo è stato possibile a Riace, nell'entroterra calabrese, è possibile ovunque.
L'utopia della normalità - Questo rendeva il miracolo di Riace così potentemente simbolico, perché riproducibile in moltissime realtà mediterranee. Le case diroccate degli emigranti andati via da Riace hanno trovato nuova vita con l'accoglienza diffusa. Chi ormai vive da decenni dall'altra parte del mondo, o ci è addirittura nato, ha dato ad altre persone la possibilità di trovare un rifugio, un tetto. Le case abbandonate grazie all'accoglienza, quindi, hanno ripreso vivere e a respirare. È tutto qui il punto: in quella "ricaduta sul territorio" che ha portato la Regione Calabria ad approvare quel modello con la legge n. 18 del 2009, un tentativo di estendere ad altri borghi della regione questo modello di rinascita. Riace ha individuato soluzioni che colmavano i vuoti istituzionali (per esempio davanti ai ritardi ministeriali o alla condizione dei lungo permanenti), smantellavano il business dell'accoglienza in un sistema che mette la burocrazia davanti alle persone, la regola scritta davanti alla logica evidente.
E lo ha fatto lì, dove regna la 'ndrangheta. "L'"utopia della normalità", se la fai in Calabria, deve confrontarsi con la criminalità organizzata", ha scritto Tiziana Barillà in "Mimí Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace" (Fandango, 2017). E oggi l'accusa ha puntato il dito proprio contro la gestione di questo modello.
Le accuse di peculato - Chiariamo subito un equivoco insopportabile: Mimmo Lucano è accusato (anche) di "peculato" ma non si è messo in tasca un euro, è trascritto nei verbali del processo: Mimmo Lucano non è accusato di avere rubato per sé, ma di avere "mal gestito" i fondi dell'accoglienza. Per quanto mi riguarda di averli usati troppo bene! Ma questo il nuovo grado di giudizio spero lo chiarirà. Da virtuoso a criminale, in poco più di dieci anni. Oggi Riace è il luogo della distanza tra legalità e giustizia, ricorda al paese che "legale" non basta, bisogna che sia anche "giusto".
Dopo l'assedio e la chiusura, tornando a Riace non salta agli occhi solo l'assenza di qualche decina di rifugiati, manca proprio il tessuto sociale, il tessuto di vita. È tornato a essere uno dei tanti paesi dell'entroterra calabrese, del meridione. Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado a 13 anni e due mesi. "Rompere il presente può costare caro", ma sono certo che il tempo darà ragione a Riace. Del resto, lo scorso aprile 2019 la Corte di Cassazione, ha espressamente dichiarato che l'impianto accusatorio non sta in piedi: mancano i "comportamenti" fraudolenti di Domenico Lucano. Quella sentenza non ha a che vedere con il processo in corso a Locri, ma ci parla dello stesso incriminato. Una voce che non può rimanere inascoltata.
di Luigi De Biase
Il Manifesto, 14 dicembre 2021
Un anno fa la Corte di Appello ha confermato praticamente per intero le conclusioni raggiunte dalle procure di Pavia e di Milano, stabilendo al tempo stesso l'innocenza di Markiv sulla base di quello che si può definire un errore nelle procedure: gli inquirenti avevano sentito in qualità di testimoni otto fra superiori e commilitoni dell'imputato, ma avrebbero dovuto considerarli possibili complici del crimine. È tecnica della giustizia. La giustizia ancora si attende.
C'è una questione che rimane aperta dopo la sentenza con cui la Cassazione ha assolto in via definitiva Vitaly Markiv dalle accuse sul ruolo nel duplice omicidio del fotografo italiano Andrea Rocchelli e dell'attivista russo Andrey Mironov, accuse che gli erano costate una condanna a 24 anni in primo grado. La questione è chiara a tutti: dato che Markiv non ha commesso il fatto, chi sono i colpevoli?
Rocchelli e Mironov li hanno uccisi a colpi di mortaio il 24 maggio del 2014 a pochi chilometri dalla città di Slovyansk, lungo il fronte dei combattimenti nel Donbass. In quelle campagne, fra quelle case colpite dai bombardamenti, erano arrivati per raccontare le conseguenze della guerra sulla gente comune. I colpi secondo le indagini dei carabinieri del Ros sono partiti da una collina chiamata Karachun che era sotto il controllo della Guardia nazionale e dell'esercito ucraino.
Un anno fa la Corte di Appello ha confermato praticamente per intero le conclusioni raggiunte dalle procure di Pavia e di Milano, stabilendo al tempo stesso l'innocenza di Markiv sulla base di quello che si può definire un errore nelle procedure: gli inquirenti avevano sentito in qualità di testimoni otto fra superiori e commilitoni dell'imputato, ma avrebbero dovuto considerarli possibili complici del crimine. È tecnica della giustizia. La giustizia ancora si attende.
L'impressione è che i corpi martoriati di Andrea Rocchelli e di Andrey Mironov siano lentamente divenuti un fatto secondario, e che altri eventi abbiano preso il centro della discussione. Questo è accaduto per due motivi. Il primo motivo sta nella strategia usata dallo stato ucraino. L'ex ministro dell'Interno Arsen Avakov, lo stesso uomo che ha organizzato la Guardia nazionale includendo battaglioni paramilitari di estrema destra, ha parlato più volte del processo come di un episodio nella "guerra ibrida" che il suo paese combatte contro la Russia.
La tesi è stata recepita rapidamente da una parte della stampa e dell'opinione pubblica ucraina, nonostante gli elementi per dimostrarla fossero pochi e malfermi: un video acquisito fra le prove a carico che "andava escluso" per il semplice fatto di essere stato trasmesso da network russi, a prescindere dalle valutazioni sul materiale in sé; e i resoconti di media italiani sulle indagini e sulle fasi del dibattimento, resoconti "influenzati dalla propaganda russa", questa è la teoria, per il principio ricurvo secondo il quale il giornalismo "indipendente" deve comunque appoggiare l'Ucraina. La versione di Avakov, irragionevole prima ancora che illiberale, ha trovato sostegno ben oltre i confini dell'Ucraina, anche nel mondo politico italiano, in particolare in ambienti radicali.
Il secondo motivo sta nella risposta, ma sarebbe meglio dire nella totale assenza di una risposta, delle istituzioni italiane ed europee alle pressioni osservate in questi sette anni. Agli inquirenti ucraini è stato permesso di ignorare le rogatorie avanzate dai nostri magistrati. Agli esponenti del governo di pretendere la censura dei nostri tribunali. Ad Avakov di portare nelle nostre aule di giustizia le sue allarmanti teorie. Distorsioni, forzature e depistaggi usati per riscrivere le circostanze intorno alla morte di Andrea Rocchelli e di Andrey Mironov di fronte ai quali l'Italia si è mostrata passiva, forse anche alla luce di considerazioni di carattere politico, e che oggi rappresentano un oscuro patrimonio per l'Ucraina: è così che si gestiscono i rapporti con l'Europa.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 14 dicembre 2021
L'odissea della detenzione amministrativa. Arrestato nel 2019 per frode, il connazionale è diventato un "clandestino" dietro le sbarre. La sua vicenda potrebbe essere arrivata a un punto di svolta ieri: tre mesi e mezzo dopo la prima richiesta di rimpatrio volontario sarebbe stato finalmente firmato l'ordine di deportazione dagli uffici del ministero degli Interni britannico.
Detenuto da mesi come straniero irregolare vuole tornare a casa ma non può. Sembrerebbe la storia di un migrante trattenuto in Italia in un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr), invece è quella di un italiano finito dietro le sbarre nel Regno Unito. Giuseppe Missaghi è stato arrestato a Londra nel novembre 2019 per un giro di francobolli contraffatti. Non ha più riavuto la libertà, nonostante abbia finito di pagare il suo conto con la giustizia sei mesi fa.
Il 21 agosto scorso, infatti, è stato condannato a 3 anni e 3 mesi per frode. La legge del Regno Unito prevede che in casi come questo si sconti in carcere la metà del tempo e sul resto valga la pena sospesa. A Missaghi, dunque, toccavano 19 mesi e 2 settimane. Erano scaduti a fine giugno, ma non è bastato a fargli ottenere il rilascio. Terminata la vicenda penale è iniziata l'odissea della detenzione amministrativa.
Mentre era in carcere, infatti, il Regno Unito è uscito dall'Ue. Nonostante avesse vissuto a Londra per 10 anni, lavorando regolarmente, il cittadino italiano si è ritrovato senza permesso di soggiorno e con passaporto e carta d'identità scaduti. Un clandestino. Per questo l'1 settembre, dopo un colloquio con una funzionaria dell'ufficio immigrazione, ha firmato una richiesta di rimpatrio volontario. In quel momento si trovava nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, a sud-est della capitale britannica, dove lo avevano trasferito a giugno 2020 e dove i detenuti sono chiusi in celle singole per 23 ore e mezzo al giorno.
A differenza dell'Italia, in Uk la detenzione amministrativa può svolgersi in una prigione comune se segue una condanna penale. Il sistema ha anche un'altra peculiarità: non prevede limiti di tempo. Così a fine settembre Missaghi inizia ad allarmarsi e tenta di contattare l'ufficio immigrazione. Il 30 una guardia penitenziaria gli fa firmare per la seconda volta lo stesso foglio per il rimpatrio. Nei giorni seguenti cerca un funzionario che stia seguendo il suo caso. Non lo trova. Il 12 ottobre viene trasferito a Yarl's Wood, centro di espulsione per stranieri della città di Bedford. Missaghi è nella stessa condizione dei migranti irregolari che in Italia e negli altri paesi Ue finiscono nei Cpr. Ma c'è una differenza: vuole tornare a casa e ha chiesto il rimpatrio volontario.
Nei giorni seguenti lo contatta un funzionario del ministero degli Interni britannico. Risponde alle stesse domande che tempo prima gli aveva posto la donna dell'ufficio immigrazione. Alla terza richiesta di firmare il foglio per il rimpatrio inizia a perdere la pazienza. Successivamente rifiuta il trasferimento in un altro centro per migranti. "Ho detto che mi sarei spostato solo per rientrare in Italia. Ho scontato la mia condanna, ma sono intrappolato qui. E non capisco perché", racconta Missaghi al manifesto. Invece di tornare a casa, però, finisce in isolamento.
Dal telefono della cella, intanto, prova ripetutamente a chiamare il consolato italiano a Londra. Senza ricevere risposta. Attraverso un'associazione che fornisce sostegno ai migranti reclusi riesce a nominare un'avvocata e dopo una telefonata al nostro ministero degli Esteri viene finalmente contattato dal consolato. Sentito dal manifesto il ministero afferma di "seguire sin dall'inizio e con la massima attenzione" il caso e che il consolato "ha dato piena disponibilità all'emissione del documento necessario a consentire il rientro in Italia del connazionale, non appena questi deciderà di farlo".
Missaghi, però, ribadisce di aver firmato la richiesta di rimpatrio tre volte, la prima tre mesi e mezzo fa. Lo stallo potrebbe essere dipeso da errori burocratici delle autorità britanniche. Ieri la legale che lo difende gli ha fatto sapere che l'ordine di deportazione è stato finalmente firmato dagli uffici del ministero degli Interni di Londra. Sembrerebbe il tassello che mancava, ma al momento non ci sono certezze sulla data del rientro. "Chiederò il risarcimento per l'ingiusta detenzione, ma ora voglio solo tornare a casa", dice Missaghi.
Da inizio dicembre il caso è seguito anche dalla Coalizione italiana libertà civili e immigrazione (Cild) che ha chiesto spiegazioni a consolato e ministero degli Esteri senza però ottenere risposta. Secondo l'avvocato Gennaro Santoro (Cild): "La vicenda del nostro connazionale è lo specchio di ciò che accade ogni giorno in Italia ai cittadini stranieri privi di documenti. Il sistema della detenzione amministrativa deve essere ripensato a livello europeo. Non funziona".
di Monica Coviello
vanityfair.it, 14 dicembre 2021
Il disegno di legge presentato dal deputato MoDem Erwan Balanant prevede l'istituzione di un vero e proprio reato penale per punire i responsabili delle molestie in classe. Carcere e multe salatissime per punire i bulli. La Francia promette un giro di vite contro il bullismo scolastico: il disegno di legge presentato dal deputato MoDem Erwan Balanant prevede l'istituzione di un vero e proprio reato penale per punire i responsabili delle molestie in classe. "Se tolleriamo la violenza a scuola, la ancoriamo allo sviluppo dei bambini e quindi la installiamo nella società dei prossimi decenni", ha spiegato il parlamentare.
In Francia, un bambino su dieci è vittima di bullismo e, dall'inizio dell'anno, una ventina di studenti si sono suicidati perché presi di mira dai compagni, secondo una stima dell'associazione Hugo. Il principio che ha spinto Balanant a pensare a una legge contro il bullismo scolastico è che "un giovane impiegato in un'azienda ora è più tutelato di uno studente in un liceo. Dobbiamo definire un divieto. E, insieme, ci deve essere una componente di prevenzione essenziale in tema di bullismo".
Le molestie a scuola saranno punite con la reclusione da tre a 10 anni (quando la vittima sia indotta al suicidio o al tentativo di suicidio) e con una multa da 45 a 150 mila euro. Come misura alternativa alla detenzione è previsto un percorso di "empowerment nella vita scolastica".
La proposta di legge prevede anche una formazione specifica per medici, infermieri e psicologi. E riconosce "il fatto che il bullismo scolastico non è solo tra studenti", ma può anche essere, più raramente, responsabilità di un adulto, come ha osservato Balanant. Secondo gli esperti, prevedere un reato specifico potrebbe facilitare la presentazione delle denunce. A condizione, però, anche, di una migliore formazione della polizia, "che oggi a volte tende a minimizzare i fatti denunciati loro dalle vittime", precisa l'avvocato Gauthier Lecocq, intervistato da la-croix.com. "E anche a condizione di velocizzare il termine delle indagini. La trattazione di un caso richiede talvolta sei o otto mesi, periodo durante il quale il minore o il giovane continuano a subire vessazioni, talvolta con drammatiche conseguenze.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 14 dicembre 2021
Approda per la prima volta in plenaria, alla Camera, il pdl atteso da almeno 15 anni. Una manciata di deputati, i cuori sono altrove. Fine discussione, l'iter riprende a febbraio.
"Ricordo quel giorno, io ero in pieno stress psicofisico, perché ero presidente di una Regione di centrodestra che stava facendo una cosa che non era esattamente condivisa da tutti, ed ero soggetto a molte critiche. Chiamai Beppino Englaro e gli dissi: Beppino, portiamola in Svizzera, questa ragazza. E Beppino mi dette una lezione. Mi disse: guarda, se avessi voluto portarla in Svizzera, l'avrei già fatto. Io sto facendo questo come battaglia per tutti voi, per tutti quelli che verranno, perché non ci siano altre Eluana Englaro. Io questo voglio testimoniarlo qui, è per questo che ho chiesto di intervenire ed è per questo che credo che questa legge si inserisca in quel percorso di civiltà che abbiamo il dovere di approvare".
Il deputato Renzo Tondo, di Noi con l'Italia Ac, interviene a metà mattinata nell'Aula semideserta di Montecitorio. Ed è l'unico che spiazza, scarta dagli ordini di scuderia. Era presidente del Friuli Venezia Giulia, Tondo, nel febbraio 2019, quando il governo Berlusconi ricorse perfino ad un decreto legge (che Napolitano non firmò) per fermare la sentenza definitiva con la quale si ordinava di staccare il sondino nasogastrico dal corpo di una ragazza in stato vegetativo da 11 anni. "Vi assicuro - ricorda Tondo - che quella persona non poteva stare assolutamente a questo mondo, perché, se era un vegetale come l'ho vista, non esisteva. E se avesse avuto il cervello all'interno di quel corpo, sarebbe stata una cosa devastante". Al tempo però Berlusconi, "il patriota" che oggi ambisce alla più alta carica dello Stato, affermò che Eluana poteva ancora fare figli.
Quindi anni di dibattito nella società reale (il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby) si esauriscono in quattro ore di discussione generale in Aula alla Camera dove, con un pungo di deputati presenti, per la prima volta approda un progetto di legge sul suicidio medicalmente assistito. "Un evento storico", lo definisce giustamente la M5S Francesca Ruggero che si commuove mentre ricorda il dovere dello Stato italiano di "dotarsi di norme certe per andare incontro ai malati senza speranza", e con la voce rotta dedica l'intervento a suo padre.
Riccardo Magi (+Europa), tra i promotori del referendum sull'eutanasia legale che non viene superato dalla legge in esame, coglie la portata di un "evento" atteso dalla prima pdl sull'eutanasia presentata da Loris Fortuna nel 1984, ma mette in guardia il Parlamento sul rischio di approvare un testo che non corrisponde neppure "ai paletti messi dalla sentenza della Corte costituzionale" del 2019.
Giorgio Trizzino, del gruppo Misto, da medico racconta di un suo paziente, un "ragazzo che aveva una neoplasia nella zona testa-collo, e che, a causa della deturpazione del proprio viso, non riusciva più a guardarsi allo specchio, perché non riusciva più a riconoscere quella mostruosità", e "quella lingua, che era costretto a tenere sempre fuori, perché non riusciva più a essere contenuta nella bocca: una sofferenza indicibile". Parla di "oscurantismo medievale" e, rispondendo indirettamente a chi sostiene che basti la legge sulle cure palliative, ricorda che "non tutti i dolori possono essere sedati, neanche con dosi altissime di oppiacei". Ma c'è anche chi, come Martina Parisse di Coraggio Italia, parla di pratiche eutanasiche che a suo dire in Belgio e in Olanda sono andate fuori controllo al punto che oggi "tanti anziani olandesi si stabiliscono in Francia e sperano che in questo Paese non verranno uccisi altrettanto facilmente".
Ma al netto di certi eccessi, la discussione generale è stata sicuramente pacata e con toni all'altezza della situazione, come chiedevano i relatori del testo messo a punto in tre anni nelle commissioni Giustizia e Affari sociali, il dem Bazoli e il 5S Provenza. Ma è una discussione che non appassiona più di tanto i parlamentari, perché non sposta voti, in questo momento. Sembra passato un secolo da quando la notizia della morte di Eluana esplose come una bomba nella plenaria del Senato riunita per far varare in tempi record un ddl che fermasse la sentenza della Cassazione che dava ragione a Beppino Englaro. I cuori oggi sono rivolti al Quirinale. La discussione si chiude con la rinuncia ad una replica da parte dei relatori e perfino del governo. Termine per la presentazione degli emendamenti e nuova calendarizzazione: da stabilire. Molto probabilmente, dopo l'elezione del capo dello Stato.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 dicembre 2021
Intervista all'ex presidente della Consulta. "È tempo di trasformare in norme le indicazioni della sentenza della Corte Costituzionale". L'ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick parla con Repubblica e promuove la legge sul "suicidio medicalmente assistito", che da ieri è tra quelle che l'aula della Camera dovrà approvare, "perché rende più concreti i quattro paletti attraverso una formulazione più generale e non legata al caso specifico di cui la Corte si era occupata".
Nel 2019 i giudici della Consulta, sul caso Cappato-Dj Fabo, avevano posto quattro condizioni, l'esistenza di una patologia irreversibile, causa di sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili, per un malato che può vivere solo attraverso trattamenti di sostegno vitale, però capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Secondo Flick adesso la legge dà "maggiore concretezza e specificità a quei paletti". Ma proprio per questo viene considerata dal fronte radicale e dall'Associazione Luca Coscioni "burocratica e fonte di lungaggini per chi chiede di morire".
"Meglio una legge che nessuna legge" ha detto a Repubblica il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni di M5S. Anche lei la vede così?
"Senz'altro. E mi lascia perplesso la singolare convergenza tra i fautori di una libertà totale da un lato e gli oppositori altrettanto radicali dall'altro nel voler demolire la legge, faticosamente costruita alla Camera. Un obiettivo comune per finalità diametralmente opposte".
Il suo sì, invece, è convinto...
"Ci lamentiamo tutti, e giustamente, perché da anni si stava lavorando inutilmente per arrivare a una legge sul fine vita. Adesso che c'è la proposta ciascuno la tira per la giacca chiedendo o paletti più rigidi che la rendano, di fatto, inapplicabile, oppure all'opposto, la demolizione totale dei paletti che già ci sono".
Mi scusi Flick, lei è un cattolico praticante, va a Messa ogni domenica, il Papa l'ha scelta come avvocato per i danni derivanti dalla compravendita del palazzo di Sloane Square a Londra. Non teme una scomunica nel dire sì a questa legge?
"È vero, sono cattolico praticante, ma sono anche laico costituzionalmente (quindi non laicista). Credo che in una società pluralista, una soluzione come quella elaborata faticosamente dalla Consulta nella vicenda di Dj Fabo sia non un compromesso, ma un risultato accettabile, anche se tuttora nutro delle perplessità sul passo che la Corte ha compiuto".
Forse vede valicato il confine tra giudice delle leggi e autori delle medesime?
"Sì, ma la Corte lo ha fatto con delle buone ragioni in una società pluralista. Ha ritenuto, ferma restando la necessità di tutelare il soggetto debole per ragioni di solidarietà umana, che si potesse escludere la punibilità dell'aiuto al suicidio. Ma solo quando la sofferenza è irreversibile, intollerabile, e la vita dipende da un presidio medico, senza il quale quella persona non può neppure sopravvivere".
Lei sta elencando le famose quattro condizioni poste dalla Consulta nel 2019?
"Sì, certo. Proprio quelle. La Corte ha ritenuto che in questi casi non sia punibile l'accelerazione della morte considerandola sostanzialmente eguale a quanto già prevedeva la legge del 2017 sul fine vita, e cioè la sedazione senza un accanimento terapeutico per contrastare la morte che sta per arrivare. Per Eluana Englaro sono state staccate le macchine che la facevano sopravvivere, poiché proprio questa, secondo la testimonianza del padre Beppino, era la sua volontà già prima dell'incidente".
Eppure la Chiesa continua a insistere sulle sole cure palliative...
"Nel caso Englaro si sono sommate la volontà della persona di rifiutare un intervento medico, in nome della sua libertà, e la necessità di evitare la sofferenza. Adesso viene proposta una soluzione di fatto uguale che invece di non impedire l'arrivo inevitabile della morte, la accelera. Certo, vi è una contraddizione con il credo della Chiesa, ma ormai, dopo la decisione della Consulta, si tratta di una situazione acquisita nella laicità e nel pluralismo del nostro ordinamento costituzionale. E io non posso che prenderne atto, come cattolico laico, al di là delle mie convinzioni personali".
Allora perché alla Camera i partiti di centrodestra nelle commissioni non hanno votato la legge?
"La prima risposta che mi viene in mente è che questo atteggiamento sia dettato solo da valutazioni di carattere politico. Secondo me, invece, non si può più tornare indietro di fronte a un risultato acquisito dall'ordinamento".
Vuole dire che non si può più far finta che la sentenza della Consulta non esista?
"No, si deve e si può invece dare maggiore concretezza e specificità a quei paletti che la Consulta ha mutuato dalla legge precedente per evitare che lungaggini burocratiche o strumentalizzazioni la rendano inapplicabile nel caso concreto".
La legge che oggi approda in aula a Montecitorio rispetta il dettato della Consulta?
"Direi di sì, perché rende più concreti i quattro paletti attraverso una formulazione più generale e non legata al caso specifico di cui la Consulta si era occupata".
Ma l'Associazione Luca Coscioni dice invece che la legge non va ancora bene, perché discrimina i malati privi di autonomia fisica, perché impone le cure palliative, perché si declina in almeno dieci passaggi burocratici, infine perché consente l'obiezione di coscienza dei medici...
"Mi pare che riconoscere l'obiezione di coscienza sia fondamentale per il rispetto dell'autodeterminazione di un medico chiamato a partecipare a quel processo, e non a fare solo lo spettatore. Per il resto ho la sensazione che chi critica i paletti in realtà voglia eliminarli del tutto per affermare la totale libertà ed autodeterminazione".
Dica la verità, pensa che vogliano bloccare la legge così gli italiani votano per il referendum che ha già raccolto migliaia di firme?
"Io non so cosa faranno gli italiani, ma il quesito referendario mira proprio a questo, eliminare del tutto i paletti relativi alla situazione medica della persona per concentrare tutto, e soltanto, nel consenso, purché esso sia valido. Come non mi sembra corretto cavillare sui paletti per rendere inapplicabile la legge, così sono contrario a cancellare i paletti per rendere totalmente libera l'autodeterminazione della persona che vuole la morte attraverso l'intervento di un altro".
Mettiamoci nei panni di chi ha perso del tutto la possibilità di muoversi. Quelli dell'attuale legge non le sembrano troppi passaggi, comprese pure le cure palliative?
"Di fronte a una scelta irrevocabile e definitiva, la cautela, e quindi le procedure, sono necessarie. Semmai si tratta di semplificarle al massimo, ma non di rimuoverle in blocco limitandosi al solo consenso alla morte".
In Germania però hanno appena deciso che basta la volontà individuale di morire...
"Secondo me non si può, per rendere più facile il percorso, eliminare del tutto i paletti".
Ma perché?
"Una legge senza paletti diventa la chiave per qualsiasi soluzione, anche quella di una persona giovane e sana, che per una delusione amorosa, dice all'amico "premi tu il grilletto perché io non ho il coraggio di farlo". Gli stessi fautori del quesito referendario sostengono che i paletti potranno comunque essere introdotti da una nuova legge o da una interpretazione del giudice. Dimostrando che il quesito è fatto apposta per liberalizzare in toto l'eutanasia e non, come dicono, per alleviare la sofferenza di un infelice".
Il fantasma della legge Zan e della sua caduta al Senato incombe comunque su questa legge. Lei farebbe un appello per votarla?
"Il mio mestiere non è quello di fare appelli. Però, come cittadino, ritengo che il Parlamento abbia cercato di trovare per la prima volta un equilibrio tra esigenze entrambe fondate, ma tra loro opposte. È il modo migliore per riconoscere la necessità di una legge e per incoraggiare il Parlamento a svolgere il suo ruolo. E comunque non dimentichiamoci che la legge Zan è saltata proprio per la mancanza di una maggiore disponibilità a cercare un punto d'incontro".
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