di Davide Varì
Il Dubbio, 21 luglio 2021
L'informativa della ministra Cartabia alla Camera sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. "È nostro dovere riflettere sulla contingenza ma anche sulle cause profonde che hanno portato un anno fa ad un uso così insensato e smisurato della forza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Fatti di questa portata richiedono da un lato una risposta immediata da parte dell'autorità giudiziaria, ma ai miei occhi sono spia di qualcosa che non va e dobbiamo indagare e intervenire con azioni ampie e di lungo periodo perché non accada più".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 luglio 2021
"È arrivato il momento che il governo approvi nuove regole che modernizzino la vita carceraria. Antigone a tal fine ha elaborato e proposto un nuovo regolamento penitenziario che prevede più possibilità di contatti telefonici e visivi, un maggiore uso delle tecnologie, un sistema disciplinare orientato al rispetto della dignità della persona, una riduzione dell'uso dell'isolamento, forme di prevenzione degli abusi, sorveglianza dinamica e molto altro".
di Augusto Cavadi*
zerozeronews.it, 21 luglio 2021
È importante che un Presidente del Consiglio dei Ministri, affiancato dalla Ministra della Giustizia, dica chiaro e tondo che gli episodi di violenza sui detenuti non sono incidenti imprevedibili, ma esito logico di un sistema difettoso sin dall'impostazione. Ancora più importante, però, sarà che da queste dichiarazioni si passi ad interventi legislativi e amministrativi concreti.
di Franco Corleone
L'Espresso, 21 luglio 2021
Il Presidente Draghi e la ministra Cartabia hanno espresso con estrema chiarezza la condanna per la violenza esercitata contro detenuti inermi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Purtroppo non si tratta dell'unico episodio, perché le inchieste della magistratura riguardano diciotto prigioni.
di Carmelo Leo
Il Domani, 21 luglio 2021
L'informativa "urgente" della ministra della Giustizia a Montecitorio a più di tre settimane dalla pubblicazione, da parte di Domani, dei video della mattanza di stato: "Violenza a freddo contro i detenuti. Mancata capacità di condurre un'indagine interna, ma ora indagheremo su tutti gli istituti della rivolta di marzo 2020. Le persone sospese sono 75, la direttrice non è indagata. Dal Pnrr fondi per ampliare strutture e garantire più formazione".
di Alfredo Mantovano*
interris.it, 21 luglio 2021
Sono trascorsi tre mesi da quando la Corte costituzionale ha ritenuto, con l'ordinanza n. 97/2022, il contrasto fra gli art. 3 e 27 della Costituzione e la disciplina dell'esclusione dalla liberazione condizionale del condannato all'ergastolo per omicidi o stragi di mafia.
La Consulta tuttavia non ha dichiarato subito l'illegittimità del regime carcerario duro per i mafiosi: ha rinviato l'esame delle questioni al 10 maggio 2022, per consentire al legislatore di intervenire con una legge che tenga conto "della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie". In tre mesi il Parlamento non ha neanche sfiorato il tema: se andrà così fino alla scadenza del termine indicato, non ci si dovrà stracciare le vesti quando il Giudice delle leggi cancellerà larga parte del c.d. 41 bis.
La questione è complessa, dal punto di vista giuridico e politico: mentre i condannati all'ergastolo "comuni" possono aspirare di essere ammessi alla liberazione condizionale dopo 26 anni di reclusione (in realtà 20 anni, per le riduzioni previste dall'ordinamento penitenziario), se i medesimi delitti sono aggravati dal metodo o dalla finalità mafiosi, la possibilità non esiste, a meno che il condannato non collabori con la giustizia. Gli ergastolani non collaboranti non possono accedere a nessun beneficio penitenziario come permessi premio, semilibertà, detenzione domiciliare e affidamento in prova al servizio sociale. La collaborazione con la giustizia è premiata perché attesta il distacco dall'area criminale di appartenenza, attraverso l'aiuto che il collaborante fornisce allo Stato per far catturare e condannare i responsabili dei delitti più gravi.
Più volte, anche in anni recenti, la Corte costituzionale ha avanzato il dubbio che la scelta di collaborare sia sempre "libera", poiché chiamare in causa terzi pone a serio rischio il detenuto, e i suoi parenti in libertà. La Consulta però non ha tratto le conseguenze dei principi più volte affermati e ha sollecitato l'intervento del legislatore, cui riconosce la titolarità delle scelte di politica criminale che una sentenza di illegittimità costituzionale per un verso non ha competenza a fare, per altro verso non è in grado di fare senza squilibrare il sistema.
La Corte invita in sostanza il Parlamento a redigere una legge che per faccia emergere "le specifiche ragioni della mancata collaborazione": la normativa che impedisce di concedere la liberazione condizionale agli ergastolani non collaboranti sarebbe legittima, secondo l'argomentazione della Corte, purché preveda la possibilità di tenere conto delle "specifiche ragioni" che impediscono al detenuto di collaborare.
Presupposto di ammissibilità della domanda di liberazione condizionale dovrebbe essere la non sottoposizione al regime di cui all'art. 41 bis ord. pen., e cioè la riscontrata assenza di comprovati collegamenti con un'associazione criminale.
Inoltre il detenuto deve avere seguito durante il tempo di esecuzione della pena un comportamento tale da "far ritenere sicuro il suo ravvedimento"; la valutazione spetta nello specifico al Tribunale di Sorveglianza e deve essere certa, non probabilistica (per una completa disamina cf. https://www.centrostudilivatino.it/lergastolo-ostativo-dopo-lintervento-della-corte-costituzionale/).
Tutto questo esige una ricostruzione normativa attenta, nel difficile equilibrio fra le esigenze di sicurezza e il rispetto dei diritti. Un Parlamento che ometta di intervenire si assumerebbe la responsabilità, per l'ennesima volta, di lasciare la scelta alla Consulta, la cui annunciata sentenza di illegittimità non potrebbe non essere traumatica. È una prospettiva che va evitata.
*Vicepresidente Centro Studi Rosario Livatino
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 21 luglio 2021
La guerra degli emendamenti. I pentastellati presentano 917 proposte di modifica. La ministra: "Lo status quo non è un'opzione sul tavolo". La carta che i grillini tengono coperta sarebbe un drastico innalzamento dei termini prima dell'improcedibilità. La guardasigilli Marta Cartabia non ha alcuna intenzione di rimettere mano a una riforma della quale non è in realtà soddisfatta. La considera già sin troppo snaturata dalla mediazione con i 5S, che la ha costretta ad annacquare le proposte della commissione Lattanzi su riti e pene alternative, cioè tutta la parte che mirava alla deflazione dei processi. Forse alla fine qualche piccola modifica in nome della ragion politica la accetterà ma l'offensiva mirante a smantellare l'impianto della riforma sbatterà sulla sua opposizione.
La ministra lo aveva detto subito dopo l'incontro fra Conte e Draghi, chiarendo appunto che la riforma è già molto diversa da come la avrebbe voluta. Ieri, mentre i 5S galvanizzati dal procuratore Gratteri, quello dei 155 arresti e 8 condanne a Platì, dei 334 arresti e 7 condanne nell'inchiesta Nema, presentavano 916 emendamenti sulla riforma e altri 917 solo sulla prescrizione, la ministra della Giustizia ha rincarato la dose: "Le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte ma questa riforma deve essere fatta perché lo status quo non può rimanere tale. So che i termini indicati sono esigenti ma sono quelli che il nostro ordinamento e l'Europa definiscono come termini della ragionevole durata del processo".
La ministra è consapevole di trovarsi di fronte a un attacco il cui obiettivo, nonostante le parole alate di Conte all'uscita del colloquio con Draghi, non è apportare lievi modifiche tecniche ma ripristinare, soprattutto sulla prescrizione, la riforma Bonafede. Del resto c'è un Conte per tutte le stagioni. Parlando con i collaboratori più stretti, prima di rivolgersi ieri sera agli eletti a cinque stelle, ha usato toni sideralmente distanti da quelli squadernati all'uscita di palazzo Chigi. "Non ci si può accontentare di ritocchi", ha detto in sintesi. Bisogna mirare al bersaglio indicato dai procuratori: eliminare l'improcedibilità. Cioè abbattere di nuovo la prescrizione e tornare alla Bonafede.
In un certo senso, l'ex premier è tra due fuochi. Non vuole rompere e arrivare a uno scontro frontale con Draghi per il quale non è pronto e forse non lo sarà mai. Ma è pressato da un intero mondo, non limitato alla base grillina, che preme per la dichiarazione di guerra. I magistrati alla Gratteri che ieri hanno regalato alla truppa pentastellata la parola d'ordine: "Così converrà delinquere". L'esterno/interno Di Battista, che martella: "Sono tornate le porcate immonde come la riforma Cartabia. Complimenti ai ministri 5S che l'hanno votata". Il Fatto, che scrive addirittura di una contrarietà del Quirinale alla riforma mentre il Colle ritiene che il testo Cartabia non presenti alcuna criticità.
In questo clima, che non autorizza certo a scommettere su alcun accordo, arrivano in due diverse ondate gli emendamenti alla riforma in commissione. Quelli sui quali si dovrà cercare un punto d'incontro, per evitare lo scontro frontale nella maggioranza, sono firmati dai 5S. Indicano tre vie d'uscita possibili. La prima è il ritorno rimaneggiato della Orlando, con la prescrizione sospesa per due anni dopo il primo grado e per un anno dopo l'appello, però a decorrere dal primo gennaio 2024 e non 2020: qualche cambiamento si inizierebbe a vedere tra un decennio o giù di lì. La seconda è il lodo Conte, con allusione al deputato di LeU Federico: prescrizione eliminata ai sensi della Bonafede ma solo per i condannati in primo grado, non per gli assolti. La terza via, l'unica che mantenga l'eventuale "improcedibilità" di un processo presente nella Cartabia, si limita a far slittare i tempi del conto alla rovescia. Partirebbe con la prima udienza dei processi d'appello o di Cassazione e non dalla data d'impugnazione. In realtà la carta di riserva che i 5S tengono ancora coperta sarebbe un drastico innalzamento dei termini prima dell'improcedibilità, nel complesso di 5 anni.
Poi c'è il Pd con la sua formula meno drastica: possibilità per il giudice di prorogare di un anno i termini prima che scatti l'improcedibilità per tutte le fattispecie di reato. E c'è LeU, con Federico Conte, che punta sulla possibilità di raddoppiare i tempi dell'appello, da 2 a 4 anni, ma solo per le condanne in primo grado. È uno scontro tecnico, ed è soprattutto uno scontro politico, con la Lega che fa muro, Fi e Iv che tirano a modificare la legge ma in direzione opposta. Sta a Draghi sbrogliare la matassa. Ma è difficile che, senza il ritiro della valanga di emendamenti 5S, dunque in un clima già di guerra, il governo accetti di tentare una nuova mediazione.
di Emanuele Lauria e Liana Milella
La Repubblica, 21 luglio 2021
Valanga di emendamenti per cambiare il testo del governo. Quasi mille firmati Cinque Stelle. "L'ho detto a Draghi: c'è un limite che il Movimento non può oltrepassare". Giuseppe Conte riunisce parlamentari e deputati e prova a rassicurarli: la riforma della giustizia non tradirà i principi dei 5S. L'avvocato riferisce dell'incontro avuto con il premier Draghi: "Ho fatto un discorso chiaro. A volte alcuni toni gridati hanno schiacciato l'immagine dei Cinquestelle, siamo passati per manettari, forcaioli. Ma noi sappiamo esprimere una solida cultura giuridica. E rivendichiamo con forza lo stato di diritto. I nostri fari saranno la presunzione di innocenza e il principio della durata ragionevole del processo".
Conte dice che i 5S "non difendono una bandiera ideologica". "Noi - sottolinea - avremmo scritto una riforma diversa anche se siamo pronti a dialogare. Ma c'è un limite che non possiamo sorpassare: non possiamo permettere che svaniscano nel nulla migliaia di processi. Non possiamo permettere che vittime di reato rimangano senza giustizia". E arrivano gli applausi più sentiti dai parlamentari. "Ho invitato quindi Draghi ad ascoltare gli addetti ai lavori - prosegue Conte nella riunione di Montecitorio - Sono loro a condividere la nostra forte preoccupazione. Sono contento che alcune forze di maggioranza si stiano accorgendo dei rischi. Il principale è che venga a mancare la fiducia dei cittadini nello Stato".
Davanti al "suo" nuovo popolo l'ex presidente del Consiglio tocca le corde più sensibili, accarezza temi identitari. Va incontro ai tanti che chiedono norme più rigide sulla prescrizione: "L'improcedibilità non velocizza i processi ma li incarta", era stata, in apertura di assemblea, la posizione espressa dal capogruppo al Senato Andrea Licheri. Ma la strada per un'intesa è stretta: non aiutano i 917 emendamenti presentati proprio da M5S in commissione Giustizia, sotto la regia dell'ex ministro Alfonso Bonafede. Una montagna, rispetto ai 21 del Pd e agli 11 della Lega. E dentro c'è di tutto: se passassero scomparirebbe la riforma Cartabia. A cominciare dall'entrata in vigore, il primo gennaio 2025. E poi via l'improcedibilità, 4 anni per l'appello anziché 2, e due per la Cassazione anziché uno. E quanto ai reati eliminare del tutto la lista di quelli per cui scatta la prescrizione, oppure allargarla tantissimo. Bocciata del tutto l'ipotesi che tocchi al Parlamento decidere su quali reati indagare. Sarebbe incostituzionale.
Ma Draghi e Cartabia trattano e non rinunciano di certo all'impianto della riforma. Tutt'altro. Dice Cartabia ai suoi: "Gli aggiustamenti tecnici erano stati già stati previsti a palazzo Chigi". Niente stravolgimenti, né tantomeno cambiamenti di sostanza. Basterà al Conte che ha mostrato i muscoli davanti ai suoi parlamentari?
La Guardasigilli continua a tessere la sua tela, mandando messaggi ai partner della maggioranza. Alle toghe che incontra a Napoli dice con verve: "Troveremo il modo per risolvere i problemi". E ancora: "Le decine di migliaia di processi che già oggi vanno in prescrizione sono una sconfitta dello Stato". Serve una giustizia "in tempi ragionevoli". Ma quei "tempi ragionevoli" che lei disegna vengono bocciati con durezza da due magistrati come il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il capo della procura nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho. "Il 50% dei processi finirà sotto la scure della riforma", dice Gratteri. Cafiero adombra "conseguenze sulla democrazia del Paese, se tanti processi diventeranno improcedibili minando la sicurezza dello Stato".
Impossibile non cercare nuove mediazioni, dopo queste parole. Si studiano possibili modifiche: allargare la lista dei reati per cui non vale il limite dei due anni. Ancora: eliminare del tutto la lista dei reati e lasciare ai giudici la scelta di decidere se l'appello dura due o tre anni. Comunque, ed è l'ipotesi che piace al Pd, far slittare l'entrata in vigore della legge di un anno quando le assunzioni di cancellieri e magistrati saranno operative. Ma i tempi per il varo della legge sono strettissimi.
di Federico Marconi
Il Domani, 21 luglio 2021
Il 5 e 6 giugno i senatori De Falco e Nocerino hanno visitato il Cpr del capoluogo lombardo e hanno visto come vivono i "trattenuti" in attesa di rimpatrio: "Un carcere per persone innocenti, senza regole né diritti". Il 25 maggio c'era stata una protesta con otto migranti rimasti feriti dopo l'intervento delle forze dell'ordine nel Cpr.
Diritti sospesi, mancanza di operatori, documenti non redatti, e gravi rischi per la salute, come la mancanza di un'assistenza per i tossicodipendenti, la scarsa igiene dei bagni, la qualità dei pasti. È quanto emerge dal rapporto Delle pene senza delitti, una "istantanea" del Centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli a Milano. La struttura ha lo scopo di "trattenere" gli stranieri destinati all'espulsione in attesa dell'esecuzione di tale provvedimento. Il rapporto nasce dalla visita del 5 e 6 giugno 2021 dei senatori Gregorio De Falco e Simona Nocerino, accompagnati dagli attivisti di Mai più lager-No ai Cpr. Non una visita a sorpresa, ma preannunciata con un giorno di anticipo. Nel Cpr milanese nei giorni dell'ispezione erano collocate 51 persone, alcune anche da sei mesi. Il documento fotografa una situazione impietosa: si parla di "inadempienze e superficialità del gestore" che si riverberano sui diritti dei trattenuti. Diritti "violati" su cui il controllo della prefettura è scarso se non nullo. Il centro nel rapporto viene descritto come "una struttura carceraria per persone innocenti, ma con ancora meno diritti e meno regole che in carcere". Una struttura "dove si capita senza che venga celebrato alcun processo".
La "smazzoliata" - La visita dei due senatori scaturisce dai "fatti del 25 maggio". Il giorno prima, al Cpr di Torino, si era tolto la vita Moussa Balde, 23enne originario della Guinea, dove era stato trasferito e messo in isolamento dopo aver subito un pestaggio a sangue da parte di tre italiani a Genova. Il 25 maggio, nella struttura milanese, ha avuto luogo una "smazzoliata". I "trattenuti" hanno protestato per la mancanza di biscotti a colazione. Poi la situazione è degenerata e sono intervenuti una ventina di agenti in tenuta antisommossa che avrebbero picchiato i protestanti in una zona del centro in cui mancavano le telecamere.
Otto "trattenuti" avrebbero riportati ferite. La sera sarebbe stato appiccato anche un incendio, e nei giorni successivi molti "ospiti" hanno iniziato uno sciopero della fame. Alcuni detenuti sono stati denunciati, ma il tribunale di Milano ha respinto la richiesta di custodia cautelare. Il giudice scrive che le condizioni in cui vivono nel Cpr "meriterebbero un approfondimento" e che "se le denunce rispondessero al vero, sarebbero ben oltre il limite della legalità". I "trattenuti" infatti parlano di cibo scaduto, mancanza di acqua calda, impossibilità di contattare i parenti, pestaggi delle forze dell'ordine. Situazioni che, come scrive lo stesso gestore del centro al prefetto il 26 maggio, "oltre ad aumentare inevitabilmente il tasso di agitazione e nervoso" incidono sulla "salute psicologico-psichiatrica" dei migranti: "Un luogo che avrebbe come scopo unico il rimpatrio a oggi non rimpatria e provoca esplicitamente danno alla salute dei trattenuti".
La storia di L.A. - I turbamenti provocati dalla detenzione sono evidenti nella storia di L.A.. Ingestione di lamette, di stoffa, di pezzi di ferro, la cucitura delle labbra con un filo di metallo, tagli e fratture: il migrante si è inflitto tutto questo da solo, subito dopo il suo "collocamento" nel Cpr milanese. Atteggiamenti dovuti a un forte disagio psicologico che avrebbero potuto provocare danno anche agli altri "ospiti". Per questo dal 10 marzo al 2 giugno è stato sottoposto a un Tso. Subito dopo, L.A. è stato dimesso dal Cpr per la "non compatibilità della sua situazione con la condizione del trattamento".
Da allora di lui si sono completamente perse le tracce: non aveva un cellulare, e anche il suo avvocato non ha avuto più notizie. Quello di L.A. non è un caso isolato: "In questa terra di mezzo del diritto alla salute e alla difesa in condizioni di privazione della libertà individuale, come visto, gli atti di autolesionismo sono numerosissimi ogni singolo giorno, e non è raro assistere a macabre scene di pavimenti insanguinati per metri", è scritto nel rapporto. "È stato sufficiente entrare a colloquio nei settori abitativi dove sono reclusi i trattenuti per rendersi conto, a colpo d'occhio, che almeno la metà di questi ultimi riportava sulle braccia, sul volto, sul collo, segni di tagli autoinfertisi, arti fasciati o tentativi di impiccagione".
Le lacune nei protocolli - Nel Cpr di Milano sono tante le lacune gestionali che si tramutano in libertà negate e in condizioni di vita pessime per i detenuti. La "lacuna più grave" è la mancanza di un protocollo di intesa tra prefettura e la Asl, che permetta di valutare in maniera imparziale le condizioni di vita dei "trattenuti", di vigilare sulle attività sanitarie e sullo stato di conservazione e di somministrazione dei pasti, di erogare visite specialistiche in caso di bisogno. Il 24 giugno, su richiesta del senatore De Falco, la prefettura ha risposto che "il citato protocollo con strutture sanitarie di cui all'art. 3 del Regolamento Cie 2014 non è stato sottoscritto poiché la direzione generale Welfare di regione Lombardia non ha ritenuto di dover sottoscrivere", aggiungendo però che "stata comunque assicurata da Ats Milano e dalle strutture sanitarie territoriali, la necessaria assistenza sanitaria ai trattenuti".
Non c'è nemmeno un supporto per le persone tossicodipendenti: manca infatti un protocollo con le strutture pubbliche. Gli effetti sono terribili per la salute dei "trattenuti": chi entra, nonostante dichiari la sua dipendenza, non viene aiutato con una terapia con il metadone. Il risultato: "Plurime situazioni di stress, crisi di astinenza, autolesionismo" che "vengono malamente gestite attraverso la somministrazione di farmaci tranquillanti in dosi massicce", senza il supporto di specialisti.
Nel report viene evidenziata anche la presenza di uno spaccio "con prezzi per nulla accessibili e superiori rispetto a quelli di un supermarket" che lascia immaginare che "vi sia un ricarico sulla merce venduta, a vantaggio del gestore" e che "non è risultato per nulla chiaro se e in che misura tali vendite di prodotti siano regolarmente assoggettate agli oneri fiscali di legge". I "trattenuti" sono quasi costretti a ricorrere allo spaccio: lamentano che il cibo della mensa è scarso e, quando non scaduto, avariato. Quello che i "trattenuti" acquistano è con il loro "pocket money" giornaliero di 2,50 euro: allo spaccio possono comprare solo una bottiglia di Coca Cola o mezza tavoletta di cioccolato.
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 21 luglio 2021
Il premier ha sentito la ministra Cartabia dopo la presentazione degli emendamenti. Il governo concederà solo ritocchi al testo. Sospetti sull'asse Pd-Cinquestelle. C'è una data che Mario Draghi intende far rispettare sulla riforma della giustizia, costi quel che costi: il 23 luglio. Per allora chiede un accordo sulle modifiche, mentre esige un via libera della Camera entro le ferie estive. L'altro obiettivo considerato imprescindibile è che l'intesa politica si fondi su circoscritti aggiustamenti tecnici e spazzi via la montagna di emendamenti, oltre novecento, che i Cinquestelle hanno presentato. In assenza di una marcia indietro, metterà la fiducia. E ognuno si assumerà le proprie responsabilità.
Non è semplice credere, come sostiene in queste ore il Pd intestandosi una mediazione in salita, che il diluvio di proposte emendative rappresenti solo tattica negoziale 5S. Viene il sospetto che si tratti di un tentativo di tirare per le lunghe l'iter. Magari per aprire una vera e propria corrida parlamentare, a semestre bianco appena avviato. Non sembrano soltanto cattivi pensieri. Una tregua con il Movimento, sottile, è stata messa in piedi ed è stata rispettata anche ieri. A fatica e coinvolgendo Draghi e Marta Cartabia, che si sentono quotidianamente. Il mandato del premier è sempre lo stesso: pochi aggiustamenti tecnici. La Guardasigilli aspetta di capire il punto di sintesi delle diverse anime grilline. Ed è qui che iniziano i problemi.
In quei novecento emendamenti c'è di tutto, tanto da apparire una provocazione. Davanti al premier, però, Giuseppe Conte si è impegnato ad avanzare solo idee digeribili, nello stretto perimetro richiesto. Magari usando toni utili a gasare qualche pasdaran, ma sostanzialmente pronto a siglare un accordo. Per poi convincere i suoi a ritirare gli emendamenti, falchi permettendo. E invece, i passi avanti sono pochi. Anche dal Pd, d'altra parte, i vertici dell'esecutivo si aspettavano di più. Le parole di Enrico Letta sulla giustizia avevano lasciato intravedere una mediazione vicina, quasi in tasca. E anche ad Andrea Orlando, che ora veste i panni dell'ambasciatore con i 5S, i vertici dell'esecutivo non possono che ribadire un concetto: i margini restano stretti. Ma su quali basi si tratta?
Un possibile punto di caduta è quello di allargare la lista dei reati per cui non vale il limite di due anni in Appello per la prescrizione. L'altra, avanzata dal Pd, prevede di affidare al magistrato la decisione di fissare a due o tre anni il tetto. L'altra ancora è quella di far entrare in vigore la riforma dopo dodici mesi, per dare tempo alla macchina di rafforzarsi con nuove assunzioni. Porta sbarrata, invece, alla proposta Cinquestelle di allargare indistintamente a tre anni in Appello la prescrizione per tutti i reati. Certo è che le dure critiche alla riforma avanzate ieri da procuratori come Nicola Gratteri e Federico Cafiero De Raho non hanno facilitato il compito del governo. Trapela anzi un certo fastidio perché le nuove regole - fanno notare - varranno solo nei processi per reati commessi a partire dal 2020. Dunque, nessun rischio che ne saltino alcuni importanti già in corso da anni.
Toccherebbe a Conte, a questo punto, tenere fede agli accordi. Dimostrare, come promesso a Draghi, che una nuova era per il Movimento è alle porte, assai meno giustizialista. Un segnale sembra arrivato ieri, in questo senso, perché ha spostato l'attenzione sul reddito di cittadinanza: "Non consentiremo a nessuno - ha detto - di togliere gli ombrelli di protezione ai più deboli".
E però restano i novecento emendamenti. E quella sintonia con Enrico Letta che l'avvocato ostenta spesso, alimentando altri cattivi pensieri. Si è sparsa voce, ad esempio, che Conte - nonostante le smentite secche - sia intenzionato a entrare in Parlamento. Come? Sostenendo al secondo turno Roberto Gualtieri nella corsa al Campidoglio (se Raggi dovesse fallire l'obiettivo del ballottaggio) in modo da liberare il suo seggio di Roma centro alla Camera. In cambio, avrebbe garantito al Pd il sostegno nella battaglia di Siena, su cui Letta ha puntato esplicitamente.
Sospetti o progetti ancora embrionali, chissà. Di certo Draghi non è disponibile ad accettare giochetti, sgambetti, voltafaccia. Finché starà lui a Palazzo Chigi, la riforma si voterà nei tempi previsti. Altrimenti, sembra il non detto, i partiti possono sempre provare a fare da soli.
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