di Carlo Lania
Il Manifesto, 15 dicembre 2021
Controlli di polizia alle frontiere per bloccare i movimenti secondari. Stretta sul diritto di asilo. La stretta era nell'aria ma la crisi ancora in corso alla frontiera tra Polonia e Bielorussia, con alcune migliaia di migranti bloccati da mesi al gelo e per ora senza via d'uscita, ha dato a Bruxelles il pretesto per intervenire sul codice Schengen, il trattato che garantisce la libertà di movimento tra gli Stati membri e fino a ieri uno dei principi fondativi dell'Unione europea. Che adesso, se parlamento e Consiglio daranno il via libera, viene cambiato inserendo nuovi limiti per svolgere controlli alle frontiere interne ma soprattutto ampliando la possibilità di limitare gli spostamenti dei migranti all'interno dell'Unione.
Ufficialmente, infatti, le nuove norme serviranno per far fronte a emergenze come quelle dettate dai rischi legati al terrorismo o alla salute pubblica, come ad esempio la pandemia. Di fatto rappresentano l'ennesimo ostacolo, più volte chiesto da Paesi come la Francia a cui spetta il prossimo turno di presidenza Ue, ai cosiddetti movimenti secondari, gli spostamenti di quei migranti che una volta sbarcati cercano di trasferirsi in Nord Europa, in particolare verso Germania, Belgio, Olanda e la stessa Francia che adesso avranno la possibilità di rimandarli più velocemente verso i Paesi di primo approdo, come Spagna e Italia. "I movimenti secondari sono qualcosa che sta succedendo e non è previsto dalla legge. Si tratta del movimento non autorizzato di migranti irregolari", ha spiegato il vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas, che con la commissaria agli Affari Interni Ylva Johansson ha messo a punto la proposta di modifica del codice. "Quello che proponiamo oggi è stabilire una procedura in modo che quando una pattuglia intercetta qualcuno al confine, lo può trasferire nello Stato da dove proviene".
La premessa è che ogni Stato potrà ripristinare i controlli alle frontiere per motivi eccezionali ma "prevedibili", come indicato dall'articolo 25 del trattato, fino a un massimo di due anni. Attualmente il temine è fissato in sei mesi, che però possono essere prorogati all'infinito. Cosa che di fatto rende definitiva la chiusura. "A oggi sono sei i Paesi Ue che hanno controlli interni. Andando avanti di sei mesi in sei, alcuni sono a sei anni di controlli interni", ha spiegato Johansson.
Chi vorrà chiudere i confini dovrà "giustificare la proporzionalità e necessità della sua azione tenendo in considerazione l'impatto sulla libertà di circolazione". Prevista la modifica anche di un altro articolo, il 28, che oggi indica la possibilità di bloccare in maniera unilaterale le frontiere nel caso si verifichino eventi imprevisti per 30 giorni estendibili fino a tre mesi (oggi i limiti sono fissati in 10 giorni iniziali che possono essere prolungati fino a un massimo di due mesi).
L'azione di contrasto dei migranti potrà avvenire però soltanto alle frontiere e la Commissione invita per questo gli Stati a organizzare pattugliamenti misti, con agenti di entrambi i paesi confinanti. "L'unica area che copriamo con questo regolamento per quanto riguarda i movimento secondari - ha proseguito Schinas - è quella dei pattugliamenti congiunti al confine dove è la polizia che stabilisce effettivamente l'arrivo di un irregolare da uno Stato membro e può intervenire per rimandarlo indietro".
Ma a Bruxelles si guarda anche a quanto accade ai confini orientali dell'Unione e in particolare all'uso dei migranti fatto dalla Bielorussia di Alexander Lukashenko. Per questo nel codice vengono introdotte nuove misure per contrastare "attacchi ibridi" come quelli visti ai confini di Polonia, Lituania e Lettonia.
Tra queste il via libera a una limitazione dei passaggi alla frontiera e l'intensificazione dei controlli, ma anche la possibilità di estendere fino a quattro settimane il termine per la registrazione delle richieste di asilo che potranno essere esaminate direttamente alla frontiere. Un giro di vite inizialmente previsto solo per i tre Paesi interessati dalle manovre di Lukashenko ma che ora rischia di diventare valido per tutti gli Stati membri.
di Annalisa Cuzzocrea
La Stampa, 15 dicembre 2021
Il padre di Eluana: "Ci sono voluti 15 anni e 9 mesi perché permettessero a mia figlia di lasciarci". Quando hai dovuto lottare contro tutti per compiere la scelta più dolorosa della tua vita, sai cosa significa essere Mario: aver bisogno di mettere fine a una pena senza essere in grado di farlo. Sai come devono sentirsi i genitori di Samantha D'Incà, che hanno da poco ottenuto da un giudice il permesso di staccare la spina alla figlia, in coma da un anno per un banale intervento chirurgico. Sai quel che sa Beppino Englaro, quel che traspare dalla sua voce amorevole quando ricorda "la Eluana", quella ragazza "purosangue" tanto amata. Una voce che si spezza e diventa fil di ferro, mentre dice: "Un Parlamento che non decide sul fine vita è disumano al massimo livello".
Beppino Englaro, la legge sul suicidio assistito è arrivata in aula alla Camera, ma non sappiamo ancora quando ci tornerà. Un termine per gli emendamenti non c'è ancora, un accordo tra le forze politiche nemmeno. Cos'ha pensato davanti a questo stallo che dura da anni?
"Io dico sempre che ci sono voluti 15 anni e 9 mesi, 5750 giorni perché mi fosse riconosciuto un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Ho contato le ore a partire dall'incidente, dal 18 gennaio 1992. Chiedevamo, io e Saturnia, solo quel che Eluana avrebbe voluto: che le permettessero di andar via. Ma dal primo colloquio fummo sorpresi: non ne avevamo il diritto, mia figlia non aveva il diritto di scegliere".
Eluana aveva 22 anni il giorno dell'incidente. Due anni dopo, davanti a gravi danni cerebrali, alla frattura di una vertebra cervicale, al coma, lei voleva opporsi alla tracheotomia che serviva a tenerla in vita, ma non le fu permesso...
"Io ero la sua voce. Dovevo essere la sua voce perché lei non era in grado di dire quello che avrebbe scelto per sé. Noi, io e mia moglie, lo sapevamo. Eluana aveva visto come può ridurti la rianimazione un anno prima nel suo amico Alessandro e aveva detto chiaramente che mai avrebbe voluto quello per sé. La sua reazione istintiva - perché Eluana aveva l'istinto di un purosangue - era stata quella di accendere un cero affinché Alessandro morisse. Pensava che quello sbocco fosse peggiore della morte e noi questo lo sapevamo. Lei non aveva il tabù della morte, il suo tabù era la profanazione del corpo. Chi non ha conosciuto questa ragazza non potrà mai concepire che sia esistita. In lei gli aneliti di libertà e dignità erano inesausti".
Lei però non poteva decidere al posto suo. E nel 1994 eravamo lontani dalla legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento varate dal Parlamento nel 2017...
"Immagini come potevo sentirmi io, che la conoscevo e mi sentii dire che non avevano bisogno di alcun consenso. Se lei fosse stata in grado di parlare, avrebbero dovuto chiederlo, il consenso. Ma in quelle condizioni potevano decidere al suo posto. La non morte a qualsiasi condizione è qualcosa di spaventoso. Lo stato vegetativo permanente è uno stato che per lei era peggiore della morte. Ma ci dissero che non c'era niente su cui dialogare, la situazione culturale del Paese era quella, e per quattro anni non abbiamo avuto nessun interlocutore".
Come vi sentivate?
"Come due randagi che abbaiavano alla luna. Saturnia e Eluana erano una cosa sola, lei si è spenta come una candela accanto a lei, e mi diceva: non parlare, tanto non ti ascoltano, sprechi energie. Ma io non potevo tacere. Io ero anche la voce di Eluana. Se la ricorda la lettera che ci aveva scritto per Natale? "Noi tre assieme formiamo un nucleo molto forte basato sul rispetto e l'aiuto reciproco". Come potevo non aiutarla? Come faceva Eluana a perdere il diritto di dire: no, grazie, lasciate che la morte accada".
Lei è cattolico?
"Sono agnostico, ma rispetto ogni convincimento: ognuno deve poter compiere la sua scelta. Credo in tutte le posizioni che rispettano il primato della coscienza personale. La sentenza della Cassazione che nel 2007 ci ha dato ragione ha chiarito che l'autodeterminazione terapeutica non può incontrare alcun limite".
Cosa pensa del caso di Mario, il tetraplegico che ha ottenuto, grazie alla sentenza della Consulta, il diritto al suicidio assistito, ma ora aspetta una legge che sblocchi le procedure...
"Leonardo Sciascia ha scritto un libricino, "Una vita semplice", in cui un personaggio dice: "A un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire l'ultima speranza". Sono casi distinti: per Eluana dicevamo: lasciate che accada. Mario ha bisogno che si faccia qualcosa. E io penso che abbia il diritto di essere aiutato".
La politica cercò di fermarla. Il governo Berlusconi varò un decreto per impedirle di lasciar andare via Eluana nonostante le sentenze. Napolitano si rifiutò di firmarlo, in Parlamento ci furono parole terribili contro di lei. Cosa ricorda di quei giorni?
"La peste del linguaggio! Cosa non hanno fatto, cosa non hanno detto, ma non mi hanno mai scalfito sa? Penso a Gaetano Quagliariello che urlò: "Eluana è stata ammazzata": come fa un accademico, un professore universitario, a esprimersi a quei livelli? Cosa gli si può dire a una persona del genere? Al governatore celeste Formigoni che ancora un anno fa diceva che dovevo lasciare mia figlia alle suore misericordine?".
Cosa pensa del Parlamento che tentenna sul fine vita?
"Non affrontano fino in fondo il problema perché hanno paura. Di perdere voti, di perdere il loro potere. Ma un Parlamento che non decide è disumano al massimo livello nei confronti di Mario. Più disumano di così, non potrebbe essere".
di Federico Capurso
La Stampa, 15 dicembre 2021
Il tesoriere dell'associazione Coscioni: "La legge rischia di essere inutile. Era l'occasione per non discriminare più chi è costretto a sopportare sofferenze terribili". Per il tesoriere dell'associazione Coscioni, Marco Cappato, che con il processo per il caso dj Fabo ha aperto la strada alla legalizzazione del suicidio assistito, l'immagine dell'Aula di Montecitorio semivuota, nel giorno in cui inizia la discussione del testo sul fine vita, "è un danno che il Parlamento infligge a se stesso, prima ancora che ai malati che attendono questa legge. Così perde credibilità e non è un bene per il Paese".
Cappato, al di là del "danno di immagine", che segnale ha colto dalla Camera?
"Che questo non fosse un dibattito legato a una reale volontà di decidere in tempi brevi. Come se la stragrande maggioranza dei parlamentari la considerasse una discussione puramente interlocutoria, sapendo già che verrà rinviata al prossimo anno".
Il testo è arrivato in Aula troppo tardi o troppo presto?
"Tardi, perché sono tre anni che è fermo alla Camera. Ma al tempo stesso, ho visto una fretta improvvisa in tutte le forze politiche, dopo anni di inazione, dopo che abbiamo raccolto le firme per il referendum sull'eutanasia. Sembra si voglia dare un segnale alla Corte costituzionale, chiamata a decidere a breve sull'ammissibilità del quesito referendario".
Teme che la Consulta possa dichiarare inammissibile il referendum?
"Confido nel fatto che la Corte deciderà in pena autonomia e che questo tipo di pressioni non trovino ascolto. Anche perché l'oggetto del referendum riguarda l'omicidio del consenziente e non è coperto da questa legge, che riguarda il suicidio assistito. Mi preoccupano, invece, altre questioni".
Quali?
"Ho sentito durante il dibattito in Aula, da parte di chi appoggia questa legge, prendere posizione come se il suicidio assistito non fosse legale in Italia. Come se l'approvare una qualunque legge fosse di per sé sufficiente. Ma il suicidio assistito è già un diritto garantito dalla sentenza della Consulta del 2019. Una legge, invece, è utile solo se garantisce e rafforza quel diritto già acquisito".
E questa legge non lo farebbe?
"Doveva stabilire una procedura per accedere al suicidio assistito con dei tempi certi, ma questi tempi non ci sono. Anzi, si aggiungono una decina di passaggi burocratici. Il caso di Mario, il malato nella Marche che da settimane attende il farmaco letale, è la dimostrazione che l'assenza di termini certi di risposta lascerà altri malati come lui in un limbo, anche dopo l'eventuale approvazione della legge. E c'è poi un altro elemento fondamentale".
Prego...
"La Corte è partita dal caso di Fabo, che era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali. Ma come ha stabilito anche il comitato di bioetica, è discriminatorio escludere dal diritto a morire i malati che non hanno bisogno di trattamenti di sostegno vitali, ma che sono costretti a una sofferenza insopportabile. C'è l'occasione per eliminare questa discriminazione, ma se la legge resta nel recinto di quello che è già legale e anzi aggiunge dei paletti in più. Deve essere emendata".
Pd e M5S sostengono che il testo sia frutto di una lunga mediazione con il centrodestra...
"Se si fanno solo passi indietro rispetto alla sentenza della Corte, che compromesso è?".
E se invece la legge naufragasse?
"Ai malati direi che non c'è motivo di perdersi d'animo. Gli strumenti che abbiamo messo in campo in questi anni resteranno in piedi, dalla disobbedienza civile ai ricorsi in tribunale. Chi oggi vive questa urgenza e ha bisogno di risposte nell'arco di settimane o pochi mesi, è più probabile che le trovi nella sentenza di un giudice. Ma l'enorme differenza rispetto al tema del ddl Zan sta nel referendum sull'eutanasia, se la Corte lo ammetterà".
di Ivana Mingolla
Il Domani, 15 dicembre 2021
Il rapporto della fondazione fa il punto sullo stato delle migrazioni forzate per l'anno appena trascorso. Oltre 1500 persone sono morte nel Mediterraneo nel 2021. Il Covid ha creato una "nuova disuguaglianza". La Fondazione Migrantes ha presentato oggi il suo quinto rapporto sul mondo dei richiedenti asilo, dei rifugiati e delle migrazioni forzate. Intitolato "Gli ostacoli verso un noi sempre più grande", il rapporto denuncia la crescita delle detenzioni arbitrarie in Libia e la scarsità di domande di asilo registrate dai paesi dell'Unione Europea, a fronte di una crescita del fenomeno migratorio. Inoltre pone l'accento sul diaframma che la pandemia da Covid ha creato tra la fetta di popolazione mondiale in grado di curarsi e la parte che invece non ha accesso alle cure.
I centri di detenzione libici - Sono detti centri facenti capo alla Direzione per il contrasto dell'immigrazione illegale, ma sono veri e propri centri di detenzione. Il rapporto rivela che da gennaio a ottobre la presenza di migranti in questi centri si è decuplicato, passando a contenere dalle 1.100 persone di gennaio alle 10mila di giugno. Per non parlare delle torture, delle violenze e degli abusi, ai quali queste persone sono sottoposte, come denunciato nell'estate dal segretario generale dell'Onu e dall'Unsmil, la missione Onu in Libia. "Hanno denunciato come i prigionieri dei centri continuino ad essere sottoposti a torture, violenze e abusi, tra vitto insufficiente e scarsa assistenza", si legge nel rapporto.
Le domande di asilo negate - "Fino all'estate 2021 - ha evidenziato il rapporto - i livelli della "domanda di asilo" nei confini dell'Ue non aveva ancora raggiunto quelli del pre-pandemia". Le persone che hanno potuto accedere alla richiesta di asilo (ma non anche all'accoglimento della loro domanda) sono state nei primi sei mesi del 2021 circa 200mila, più o meno lo stesso numero del primo semestre del 2020, investito dal fenomeno pandemico. Da marzo a giugno 2021, infatti, i richiedenti asilo registrati sono stati 103mila. Il doppio rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, quando la prima ondata di Covid-19 aveva paralizzato il sistema dell'accettazione delle richieste e i migranti che avevano potuto ottenere una registrazione della propria domanda erano stati 48mila. Nei tre mesi precedenti (gennaio-marzo 2020) le registrazioni erano state 150 mila, cioè il triplo.
Nel 2020 il totale dei richiedenti asilo è stato di 417mila persone, prima della pandemia, invece, nel 2019 a vedersi registrare la domanda erano stati in 631mila. Di queste 417 domande del 2020, solo 281 sono state accolte dai paesi dell'Unione europea. Mentre delle 631 del 2019 a ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria o di quella umanitaria erano stati 296 mila persone. Mentre nel mondo il numero delle persone in fuga continuava ad aumentare, fino a una stima di 82,4 milioni, nel nostro continente si sono registrati meno arrivi "irregolari" di rifugiati e migranti (-12 per cento rispetto al 2019) e meno richiedenti asilo (crollati di ben un terzo). "Ma L'Ue vuole continuare ad alzare i muri alle frontiere non solo simbolicamente", si legge.
Il Covid ha approfondito la disuguaglianza - La pandemia, spiega il rapporto, "ha reso ancora più gravoso qualsiasi motivo, qualsiasi spinta a lasciare la propria casa, la propria terra. Il Covid-19 ha inasprito il divario fra una parte di mondo che vive in pace, si sta curando, tutelando e sopravvivendo e un'altra che soccombe, schiacciata da una disparità crudele". La situazione è peggiorata nel 2021 che "ha visto dilagare la "nuova disuguaglianza" nell'accesso ai vaccini anti Covid".
Oltre 1.500 morti e dispersi nel Mediterraneo - Il rapporto riferisce che all'inizio di novembre 2021, "la stima (minima) dei migranti morti e dispersi nel Mediterraneo ha già superato il totale del 2020, 1.559 contro 1.448". Di questi, più di 1.200, hanno perso la vita nella rotta che conduce verso l'italia e Malta. Un disastro umanitaro che si consuma nell'indifferenza degli Stati europei e appartenenti all'Ue.
La quinta edizione del rapporto - Il rapporto della Fondazione Migrantes è oggi l'unico in Italia dedicato specificamente al mondo dei richiedenti asilo, dei rifugiati e delle migrazioni forzate. Si concentra in modo particolare sulla relazione tra questi fenomeni e l'Europa, con particolare focus sull'Italia. Il titolo dato all'edizione 2021, "Gli ostacoli verso un noi sempre più grande", riprende il messaggio di Papa Francesco per la 107ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. I contributi che raccoglie, si legge nella presentazione, "sono curati da un'équipe di autori che, oltre ad essere studiosi di questi temi, nel corso degli anni hanno seguito e continuano a seguire concretamente i richiedenti asilo e i rifugiati nei loro percorsi in Italia, o sono essi stessi rifugiati". Alla realizzazione del documento ha contribuito anche l'osservatorio Vie di fuga.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 15 dicembre 2021
Sessanta i giorni di carcere stabiliti dalla Corte di impeachment "Ha violato la Convenzione europea dei diritti dell'uomo". Colpevole di aver violato la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e la legge sulla responsabilità ministeriale. È il verdetto che ieri ha portato alla condanna a 60 giorni di carcere per l'ex ministra dell'immigrazione danese Inger Stojberg. Secondo i giudici della Corte di impeachment del regno il reato è stato quello di aver separato illegalmente diverse coppie di richiedenti asilo in cui il membro femminile era minorenne.
Nel 2016, 23 coppie, la maggior parte delle quali aveva una piccola differenza di età, sono state divise senza un esame individuale del loro caso, seguendo le dirette istruzioni del ministro. I rifugiati, siriani, sono stati poi spediti in diversi centri di raccolta in attesa che venisse presa una decisione sulla loro permanenza in Danimarca. Questa pratica è stata quindi giudicata illegale perché è stata portata avanti senza eccezioni nonostante gli avvertimenti del dipartimento immigrazione, si è così messo in pratica un provvedimento collettivo contrario alle leggi di Oslo.
Il caso è scoppiato in seguito alla denuncia di una una giovane coppia siriana, Rimaz Alkayal, allora 17enne e suo marito Alnour Alwan, 26 anni erano stati costretti a vivere separati per quattro mesi, anche se lei era incinta. Nel complesso la maggior parte delle donne rifugiate aveva un'età compresa tra i 15 e i 17 anni, mentre gli uomini tra i 15 e i 32. Inoltre alcune coppie erano anche già dei genitori con i figli al seguito.
Il ministro Stoejberg ha sempre dichiarato che il suo intento era quello di punire i matrimoni forzati per le ragazze minorenni anche se tutte le donne con meno di 18 anni hanno affermato davanti ai giudici di avere acconsentito spontaneamente alle loro unioni. In realtà in Danimarca l'età legale per il matrimonio è di 18 anni e proprio su questa base agiva il ministro ma vista la particolarità dei casi si è trattata di una forzatura che, secondo la Commissione di impeachment, ha portato la Stoejberg anche a mentire per ben 4 volte al Parlamento che le chiedeva conto di quanto stava succedendo.
Un verdetto del genere è comunque un evento eccezionale in Danimarca, è solo la terza volta dal 1910 che un politico è stato deferito al tribunale speciale di 26 giudici che raramente viene convocato ed è stato creato proprio per processare i ministri accusati di negligenza. L'ultimo caso risale al 1993, viene ricordato con il nome di 'Tamilgate' e riguardava il congelamento illegale del ricongiungimento familiare per alcuni rifugiati srilankesi nel 1987 e nel 1988 da parte dell'ex ministro conservatore della Giustizia Erik Ninn- Hansen. Quest'ultimo venne condannato ad una pena detentiva, in seguito sospesa, di 4 mesi.
La vicenda giudiziaria dell'ex ministro Stoejberg potrebbe portarla fuori dal Parlamento e chiudere la sua carriera politica, anche se la condanna a 60 giorni non la terrà probabilmente in carcere visto che in Danimarca le pene inferiori a 6 mesi prevedono il controllo elettronico. A pesare c'è comunque la sua storia, considerata un'estremista in materia d'immigrazione, ha guidato l'inasprimento delle norme sull'asilo fino a far adottare al suo paese una legge nel 2016 che richiede ai rifugiati appena arrivati di consegnare oggetti di valore come gioielli e oro per aiutare a pagare i loro soggiorni.
Mentre era Ministro per l'immigrazione e l'integrazione, dal 2015 al 2019, in un governo di centro- destra sostenuto dal Partito popolare danese (DF) populista di destra, Stojberg non ha mai negato, vantandosi, di aver approvato più di 110 emendamenti che limitavano i diritti degli stranieri. La sentenza ha in ogni caso spaccato il paese, con gli schieramenti politici a rappresentare questa divisione. Il leader parlamentare del DF, Peter Skaarup, ha dichiarato di trovare il verdetto incomprensibile e di sostenere la politica di separazione della signora Stoejberg mentre Rosa Lund, deputata del partito di sinistra Unity List, ha accolto con favore la conclusione della procedura di impeachment.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 15 dicembre 2021
Il processo a porte chiuse. per i giudici è colpevole di "eversione". Un tribunale bielorusso ha condannato a 18 anni di prigione Sergei Tikhanovsky, blogger ed esponente dell'opposizione al regime di Alexander Lukashenko.
Dopo il suo arresto pochi mesi prima delle elezioni presidenziali di agosto 2020, la moglie Svetlana ha preso il suo posto nella campagna elettorale, divenendo uno dei volti del fronte anti- Minsk. Al termine di un processo a porte chiuse durato mesi in un centro di detenzione della città di Gomel, il tribunale ha trovato Tikhanovsky colpevole di organizzare rivolte e incitare all'odio sociale, scrive il quotidiano statale Sovetskaya Belarus.
Uno degli altri cinque imputati processati insieme a Tikhanovsky, il sessantancinquenne Mikola Statkevich, è stato condannato a 14 anni. Statkevich aveva corso contro Lukashenko alle elezioni del 2010 ma era stato condannato a sei anni. Liberato nel 2015, gli fu impedito di correre alle presidenziali del 2020.
Sia Tikhanovsky che Statkevich erano agli arresti dal maggio 2020. Igor Losik, accusato di utilizzare il suo popolare canale Telegram per incitare alla rivolta, e il blogger Vladimir Tsyganovich sono stati condannati a 15 anni. Artyom Sakov e Dmitry Popov, due attivisti vicini a Tikhanovsky, sono stati condannati a 16 anni.
"Il dittatore si è vendicato pubblicamente dei suoi oppositori più forti. Spera di continuare la repressione in silenzio, nascondendo i prigionieri politici in processi a porte chiuse. Ma il mondo intero guarda. Non ci fermeremo. La sola esistenza di queste persone è un crimine per il regime. Vengono perseguiti per voler vivere in una Bielorussia libera", ha commentato con amarezza Tsikhanovskaya. Parallelamente un altro blogger anti Lukashenko, Ihar Losik, è stato condannato a 15 anni di carcere per le stesse ragioni. L'ex candidato alle elezioni presidenziali nel 2010, Mikalay Statkevich, 65 anni, è stato condannato a 14 anni, gli attivisti Uladzimer Tsyhanovich a 15 anni, Artsyom Sakau a 16, e Dzmitry Papou, a 16.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 dicembre 2021
Il 14 dicembre Pham Doan Trang, tra le più note giornaliste del Vietnam, una delle più autorevoli voci in favore dei diritti umani, è stata condannata a nove anni di carcere. Per anni, Phan Doan Tiang è stata sottoposta a sorveglianza, ha subito minacce ed è stata torturata per aver preso le parti dei dissidenti arrestati e soprattutto aver denunciato il disastro ambientale e le espropriazioni dei terreni del villaggio di Dong Tam. Era stata arrestata a Ho Chi Minh City il 7 ottobre 2020 e accusata, ai sensi del famigerato articolo 88 del codice penale, di "produzione, archiviazione, divulgazione e distribuzione di informazioni, documenti e materiale contro la Repubblica socialista del Viet Nam".
In suo favore erano intervenute, a ottobre, le Nazioni Unite e 28 organizzazioni per i diritti umani. Nel 2019 aveva ricevuto il premio per la libertà di stampa di Reporter senza frontiere e nel 2020 il premio Voltaire.
di Giulia Merlo
Il Domani, 14 dicembre 2021
La prima conferenza dei ministri del semestre italiano è dedicata alla giustizia riparativa. La ministra Marta Cartabia: "Non è uno strumento di clemenza, ma è una giustizia che aiuta il trasgressore ad assumersi la sua responsabilità nei confronti della vittima e nei confronti della comunità, attraverso l'incontro e il dialogo"
È cominciato a Venezia il vertice dei ministri della Giustizia degli Stati membri del Consiglio d'Europa e la prima conferenza dei ministri del semestre di Presidenza italiana sarà dedicata alla giustizia riparativa. L'evento si pone l'obiettivo di fare avanzare il dibattito sulla giustizia riparativa in materia penale all'interno del Consiglio d'Europa, sulla base dell'analisi di dati provenienti da fonti europee e internazionali e tenendo conto delle migliori esperienze pratiche realizzate negli Stati membri.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 14 dicembre 2021
All'interno dell'Associazione nazionale magistrati sono sorti molti anni fa dei gruppi organizzati, essenzialmente in ragione di diverse visioni culturali della funzione giudiziaria e dei valori che la ispirano. Negli anni ci sono state scissioni e aggregazioni che hanno movimentato la vita associativa. Attualmente i gruppi rappresentati nel Comitato direttivo centrale dell'Anm sono cinque: Area (che raggruppa Magistratura democratica e Articolo 3) con 11 eletti Magistratura indipendente, con 10 eletti, Unità per la Costituzione con 7 eletti, Autonomia e indipendenza, con 4 eletti e Articolo 101 con 4 eletti (i riferimenti degli articoli sono alla Costituzione della Repubblica).
Askanews, 14 dicembre 2021
"Il mio Paese ha deciso di richiamare l'attenzione dei Ministri della Giustizia degli Stati membri sulla giustizia riparativa in quello che è un momento cruciale e particolarmente fruttuoso per l'Italia in termini di riforme del sistema della giustizia penale".
Così il ministro della Giustizia, Marta Cartabia che a Venezia ha introdotto la Conferenza dei ministri della Giustizia del Consiglio d'Europa. A tema del vertice, che continuerà fino a domani, la giustizia riparativa.
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