di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 21 luglio 2021
L'ex magistrato: ma la politica non interferisca sulle priorità dell'azione penale. "Non si può dire che non ce la faremo, senza averci prima provato. Non si devono erigere muri trumpiani. Serve determinazione e coraggio per far sì che questa riforma funzioni". Armando Spataro, ex procuratore di Torino impegnato contro mafia e terrorismo, non grida alla "tagliola che manderà al macero centinaia di migliaia di processi".
Perché?
"È un'affermazione "facile" che però non tiene conto delle molte misure adottate per accelerare i tempi".
L'ufficio del processo, con neolaureati?
"Saranno assunti magistrati, cancellieri e assistenti giudiziari in numero consistente. Se poi i magistrati sapranno guidare quanti non solo neolaureati vi saranno destinati, si otterranno ottimi risultati. Come negli Usa. Certo si deve trattare di strutture stabili, non temporanee".
Bastano 2 anni per l'appello e 1 per la Cassazione?
"Non sempre. Ma c'è da fare una premessa".
Ovvero?
"I cittadini hanno diritto di conoscere la durata del processo che deve essere ragionevole. Lo dicono la Costituzione, la legge Pinto. E la Cedu che ha più volte condannato l'Italia. Va trovata una soluzione corretta che non è l'abolizione della prescrizione dopo la prima sentenza, che allunga a dismisura i tempi".
E quindi?
"Se è questo l'obiettivo, utile anche per gli aiuti del Recovery fund, il processo penale va seriamente riformato senza farsi distrarre da improponibili soluzioni referendarie".
E se poi non ce la si fa e scatta l'improcedibilità?
"Il rischio c'è, ma è per questo che è necessaria una norma transitoria per verificare prima l'effetto degli aumenti del personale e del miglioramento delle strutture e dei tanti strumenti previsti dalla proposta di riforma. Poi si potrebbe lavorare sulla lista dei reati che consentono un aumento dei termini di improcedibilità. Ed i termini stessi potrebbero a loro volta essere di poco aumentati".
C'è chi propone di lasciare al giudice la decisione.
"Mi pare un po' più complicato. Ma si può studiare di far scattare la decorrenza dei termini dalla notifica della citazione del giudizio. Dopodiché si parla molto del processo digitale. Ma deve funzionare".
Non funziona?
"Purtroppo il software è spesso elaborato da tecnici informatici ministeriali cui manca una conoscenza approfondita dei reali problemi della giustizia. La managerialità non basta".
Resta la mole enorme di arretrato. Che fare?
"Non sarei contrario a un'amnistia per reati minori. Del resto sono già previsti riduzione dell'appellabilità (ma nel rispetto della parità di accusa e difesa), aumento della perseguibilità a querela di molti reati, estensione della non punibilità per fatti di lieve entità".
Obiettano: e l'allarme sicurezza? E le parti civili?
"Rispetto l'obiezione. Ma parliamo di reati in cui spesso manca anche la parte offesa per cui basterebbe una sanzione amministrativa. E non è vero che parti offese ed imputati sarebbero penalizzati: se il giudice d'appello dichiara l'improcedibilità può inviare tutto al giudice civile per la conferma o meno dei risarcimenti già disposti in primo grado. E il condannato che vuole l'assoluzione può rinunciare all'improcedibilità".
Quindi condivide appieno la riforma?
"I problemi esistono, ma vanno affrontati con discussione leale e coraggiosa. Non mi convincono, però, alcune proposte. La prognosi di condanna - sia pure formulata in termini lessicalmente diversi - sostanzialmente già esiste per richiedere o disporre il rinvio a giudizio. E non mi convince affatto che un giudice possa attestare al di fuori di un pieno contraddittorio che certamente ci sarà una condanna. Ritengo inaccettabile la pretesa della politica di interferire, in tema di azione penale, sulle linee di indirizzo delle priorità. Già oggi esistono regole e circolari del Csm: la competenza del Parlamento costituirebbe un attentato alla separazione tra poteri dello Stato al di là del fatto che le priorità non sono uguali in tutti i distretti ed una legge non potrebbe disciplinarle in modo omogeneo".
Riformare il processo non per una visione strategica ma per i soldi del Recovery fund non è sbagliato?
"Il quesito è corretto. Ma non credo che l'unica ragione sia quella: contano i principi già citati. Alla fine la ragionevole durata del processo sarà utile per tutti. Per questo credo che occorra ascoltare tutti gli attori della giustizia: magistrati ed avvocati".
di Giulia Merlo
Il Domani, 21 luglio 2021
I gruppi associativi, l'Anm e i procuratori sono contrari alla riforma della prescrizione, che farebbe morire molti processi. La nuova prescrizione è una riforma che avrà "conseguenze sulla democrazia del nostro Paese", ha detto il procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho. La ministra però avverte: "Lo status quo non è un'opzione" perché "innocenze provate dopo 20 anni di processo sono vite distrutte". Il rischio, però, è che la bocciatura categorica delle toghe al ddl penale produca l'effetto di impantanarlo, dando sponda al Movimento 5 Stelle, che punta all'ostruzionismo d'aula e ha presentato mille emendamenti in commissione Giustizia. Il che perpetrerebbe la maledizione della giustizia irriformabile perché schiava di opposte pressioni.
Tra il successo della riforma della giustizia e la guardasigilli Marta Cartabia c'è un ostacolo che sembra sempre più insormontabile ed è la magistratura. Il terzo potere dello stato, compatto come non era più dallo scandalo Palamara, si è schierato in blocco contro la riforma penale (in attesa di farlo anche sulla riforma dell'ordinamento giudiziario) e lo ha fatto in tutte le sedi possibili. Hanno espresso criticità i gruppi associativi - sia sul fronte progressista che su quello conservatore -, l'Associazione nazionale magistrati e anche i procuratori delle principali procure ascoltati in audizione alla Camera. E la critica più dura arriverà la prossima settimana dal Consiglio superiore della magistratura, che potrebbe depositare parere contrario al ddl, segnando il primo vero contrasto con il ministero della Giustizia.
Proprio questo blocco compatto rischia di rovinare il grande progetto di Cartabia, che contava di approvare la riforma forte dell'appoggio delle toghe, che sta andando a incontrare distretto per distretto nel suo tour delle corti d'appello, iniziato nelle scorse settimane a Milano e arrivato ieri alla terza tappa con Napoli. Il tour aveva l'obiettivo di tessere un filo rosso con i magistrati, presentando le innovazioni della riforma e in particolare quelle che dovrebbero favorirli: la creazione dell'ufficio del processo (una struttura composta da magistrati onorari e tirocinanti che dovrebbero coadiuvare il lavoro dei giudici, in modo da smaltire l'arretrato) ma soprattutto l'assunzione di 16.500 funzionari per tamponare le carenze di organico.
Invece, al posto degli applausi, la ministra si è trovata davanti alle dichiarazioni bellicose delle toghe: le ultime in ordine di tempo, quelle del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che in audizione in commissione Giustizia ha parlato della nuova prescrizione come di una riforma che avrà "conseguenze sulla democrazia del nostro Paese", perché "in alcuni distretti due anni trascorrono solo per fissare l'udienza" e quindi "tanti processi diventeranno improcedibili minando la sicurezza dello Stato". Ecco dunque la maledizione degli ultimi tre governi: la prescrizione, che esaspera il dibattito politico e ora anche la dialettica tra esecutivo e magistratura, nonostante la riforma targata Cartabia sia la sintesi di un lavoro di revisione del testo base prodotto dalla commissione di esperti presieduta dall'ex magistrato e giudice costituzionale Giorgio Lattanzi.
A preoccupare le toghe, in particolare, è la scelta (tutta politica, giustificata dall'impossibilità di toccare la riforma Bonafede) di dividere la prescrizione: sostanziale in primo grado; processuale in appello e cassazione. Tradotto: il processo di primo grado deve rimanere entro i tempi della prescrizione, che poi si interrompe. Negli altri due gradi, invece, i tempi sono fissi: due anni in appello e uno in cassazione (che diventano tre e 18 mesi per alcuni reati gravi), oltre i quali scatta l'improcedibilità, che significa la "morte" del processo per eccesso di durata.
Un meccanismo, questo, che è stato definito dal presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia "motivo di preoccupazione" perché "è facile prevedere che in molti casi le Corti di appello non riusciranno a rispettare quei tempi ristretti. L'effetto sarà che andranno in fumo molti processi". La stessa preoccupazione è che è stata espressa anche dal gruppo progressista di Area, che ha chiesto "un ripensamento di questa disposizione, se non si vuole che la maggior parte del lavoro giudiziario in primo grado sia condannato a finire nel nulla". Sulla stessa linea anche i conservatori di Magistratura indipendente secondo cui "la previsione di tempi perentori di durata, decorsi i quali il processo si estingue, costituisce un regime estraneo alla nostra tradizione giuridica" e sono termini "impossibili da rispettare".
Il rischio per il governo - Le contestazioni specifiche sul tema della prescrizione sarebbero tecnicamente giustificate dai numeri: attualmente solo 10 corti d'appello su 29 riescono a rimanere nei due anni. Tuttavia - sostiene chi appoggia l'impianto della riforma - la riforma va letta per intero e non solo le righe dell'emendamento sulla prescrizione. Il ddl penale, infatti, è stato pensato per snellire la macchina del processo penale attraverso un potenziamento della giustizia riparativa, dei riti alternativi, la semplificazione delle notifiche e il potenziamento dei procedimenti informatizzati, oltre che la parallela assunzione di personale. In questo modo la durata del processo dovrebbe accorciarsi e diventare "ragionevole", senza arrivare alla prescrizione che deve tornare ad essere una patologia processuale. In sintesi: l'obiettivo è ridurre la durata dei processi attraverso un intervento complesso, non salvarli tutti anche se questo significa costringere il cittadino a passare decenni sotto processo perché la macchina non funziona. È la ministra stessa, infatti, a ribaltare il discorso: "Lo status quo non è un'opzione sul tavolo" perché "innocenze provate dopo 20 anni di processo sono vite distrutte".
Tuttavia, constatano le toghe, il governo sarebbe stato troppo timido anche nella riforma di sistema, stralciando i passaggi più coraggiosi della relazione Lattanzi, che riduceva le ipotesi di appellabilità, allargava le maglie del patteggiamento e quelle dell'archiviazione. Il rischio, però, è che la bocciatura categorica delle toghe al ddl penale produca l'effetto di impantanarlo, dando sponda al Movimento 5 Stelle (contrarissimo alla riforma della prescrizione), che punta all'ostruzionismo d'aula e ha presentato mille emendamenti in commissione Giustizia. Il che perpetrerebbe la maledizione della giustizia irriformabile perché schiava di opposte pressioni. A meno che il governo - conscio dell'occhio europeo puntato sulle riforme italiane - non decida di proseguire anche a costo di porre la fiducia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 luglio 2021
Quasi 1.000 emendamenti grillini per tornare al "fine processo mai". L'improcedibilità è già una mediazione al ribasso, per la guardasigilli. Alla fine la storia la fanno gli uomini, sapete? Le donne e gli uomini. E se sono donne e uomini forti, la storia non prende scorciatoie. Prendete Marta Cartabia. Scienziata del diritto, presidente emerita della Consulta, cattolica di profonda cultura e convinzioni. Immaginate cosa può esserle passato per la testa ieri, quando le hanno mostrato l'agenzia in cui Alessandro Di Battista esordiva: "Sono tornate le porcate come la riforma Cartabia", e giù un plauso a Gratteri e de Raho che ieri mattina l'hanno bollata quasi come un regalo ai mafiosi. Secondo voi, una cattolica colta, di grande spessore e ora ministra della Giustizia, da frasi del genere può essere intimidita o può convincersi ancora di più ad andare avanti per la propria strada? Dalla risposta al quesito si possono trarre le conseguenze e la sintesi di un'altra giornata di ordinaria follia sulla giustizia, come quella di ieri.
E la sintesi è appunto in una guardasigilli che esclude di scavare il fondo della mediazione. "Le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte ma la riforma va fatta", dice dal Palazzo di Giustizia di Napoli, nuova tappa del viaggio nelle Corti d'appello. E come va fatta, la riforma? Con il faticoso equilibrio trovato sulla "improcedibilità" dei giudizi troppo lunghi in secondo grado e Cassazione. La ministra, in proposito, spiega: "Lo status quo non può rimanere tale. So molto bene che i termini indicati sono esigenti per queste realtà in cui partiamo da un ritardo enorme", aggiunge a proposito dei carichi notoriamente himalayani della giustizia partenopea. Però quei termini limite per i processi (2 anni in appello e uno in Cassazione, che diventano 3 e uno e mezzo per mafia, terrorismo e corruzione) "non sono inventati: sono quelli entro i quali il nostro ordinamento e l'Europa definiscono la ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale". Serve altro? L'arringa di Cartabia in difesa della propria riforma è ricca di argomenti: un processo che non arriva a sentenza è sì "una sconfitta dello Stato: ma lo è" ma, ricorda, "lo è anche una risposta che arriva in tempi non ragionevoli. Tutti i Caino e gli Abele attendono un giudizio severo, giusto e tempestivo: questo è quello che la Costituzione ci chiede e io non ho altre bussole".
E una presidente emerita che giura sulla Costituzione difficilmente può giocare ancora al ribasso. Anche perché l'arringa si conclude con la più suggestiva delle evocazioni: "Non possiamo lasciare alle generazioni future una giustizia che produce mostri come quello di una persona assolta dopo 20 anni", dice a proposito di tanti casi e di uno in particolare, citato poco prima dal rettore della Federico II di Napoli Matteo Lorito: la vicenda di un professore reintegrato appunto dopo un'assoluzione arrivata in quattro lustri. "Non abituiamoci a innocenze provate dopo 20 anni, sono vite distrutte, e solo una grande tenacia, la resilienza umana possono far rinascere qualcuno dopo essere stato oscurato nella propria dignità e nella propria reputazione per troppo tempo".
Difficile, dopo parole simili, pensare che Cartabia cederà alle urla pentastellate contro le "soglie di impunità" (per l'avvocato Giuseppe Conte un processo che si ferma dopo una quindicina d'anni non è già una fluviale tortura ma un regalo al crimine). La mediazione trovata, per lei, è già al ribasso. Certo, ieri sulla commissione Giustizia della Camera, dov'è in sospeso la riforma penale, sono piovuti oltre mille emendamenti, in gran parte del Movimento 5 Stelle, che tiene alta la posta e propone, com'è ovvio, di lasciare intonsa la norma Bonafede sulla prescrizione.
Gli stessi grillini sono usciti rinfrancati dalle parole pronunciate nelle audizioni della mattinata dal procuratore Antimafia Federico Cafiero de Raho e dal capo dei pm di Catanzaro Nicola Gratteri: entrambi parlano, con tono apocalittico, di "minacce alla sicurezza nazionale" nel caso in cui entrasse in vigore la norma sull'improcedibilità. Gratteri in particolare si dice convinto che "il 50 per cento dei giudizi per reati anche gravi, dalle rapine alla corruzione, non si celebrerà", e che perciò diventerà "ancora più conveniente delinquere".
Da qui la verve pentastellata, che tocca punte irraggiungibili con le "porcate" di cui parla Di Battista e il sit-in dei dissidenti di "L'alternativa c'è", previsto per stamattina al grido di "non diamo Cartabianca al ministro del'ingiustizia". Ma pure il comunicato meno galoppante diffuso dai deputati 5S avverte che "la riforma va cambiata", innanzitutto su "prescrizione e improcedibilità". E come, di grazia? La mano tesa del Pd si limita a un emendamento che allunga a 3 anni per tutti i reati, fino al 2025, il limite oltre il quale scatta l'improcedibilità in appello (e a 18 mesi il tempo massimo in Cassazione).
Il capogruppo dem Alfredo Bazoli fa notare che le sue proposte di modifica si fermano a 19, mentre quelle presentate da "Italia Viva e Forza Italia" sono "rispettivamente 59 e 109". Quindi si chiede: "Chi è più leale alla riforma Cartabia?". Sembra anche il segnale che il Nazareno non intende spingersi oltre per attenuare il disdoro pentastellato.
Conte regala una fugace battuta sul diluvio di modifiche proposto dal suo Movimento: "L'obiettivo? Offrire una risposta che sia efficace ed equa nell'interesse dei cittadini". L'impressione è che i 5 Stelle non accetteranno mai un limite di durata massimo per i processi. E che sopporteranno sì l'inevitabile sconfitta in Parlamento, ma solo fino a che il ddl penale non sarà approvato in via definitiva. Visto che ieri la commissione Ue ha diffuso un "Rapporto sullo Stato di diritto" che per l'Italia sembra subordinare il disco verde al completamento delle riforme, tutto lasca credere che i tempi assicurati nel Pnrr saranno rispettati: via libera alle riforme della giustizia entro fine 2021. Che potrebbe anche essere la fine dell'esperienza 5 Stelle al governo.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 21 luglio 2021
Il procuratore nazionale antimafia alla commissione Giustizia della Camera. E Nicola Gratteri, pm di Catanzaro: "Meglio la prescrizione prima di Bonafede". È una bocciatura senza appello della riforma del processo penale firmato dalla Guardasigilli Marta Cartabia, quella dei due pm antimafia ascoltati ieri mattina in Commissione Giustizia, alla Camera. Certo, i torni, le argomentazioni e soprattutto le controproposte avanzate dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri sono connotate da un filino di populismo penale, e seducono subito l'anima più giustizialista del M5S. Tutt'altro stile il procuratore antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho. Ma le critiche sollevate da entrambi al ddl sulla delega al governo per "l'efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti d'Appello" combaciano su molti punti. E non sempre a torto.
Il primo, quello che fa scattare subito l'allarme nelle fila del M5S (e degli ex, come Alessandro Di Battista che attacca i 4 ministri stellati per aver votato questa "porcata immonda"), riguarda la nuova prescrizione che sostituisce quella targata Bonafede e che prevede l'improcedibilità in sede d'Appello trascorsi due anni dal primo grado di giudizio e un solo anno di tempo per la sentenza della Cassazione.
Per entrambi i pm la norma "mina la sicurezza del Paese". De Raho spiega che essa "non corrisponde alle esigenze di giustizia" anche perché "riguarda tutti i processi", compresi quelli per "reati gravissimi" come mafia, terrorismo e corruzione, con conseguenze sulla "sicurezza della nostra democrazia". Il procuratore nazionale antimafia ricorda che se la Costituzione e i trattati internazionali prescrivono la "ragionevole durata del processo", i termini di durata massima del giudizio "si trovano già nella legge Pinto". L'improcedibilità però, secondo De Raho, è illegittima. Piuttosto, dice, si provveda alla digitalizzazione e si permetta ai giudici la possibilità "di operare come monocratico", perché "la giustizia non può non essere esercitata attraverso un numero di giudici non sufficiente", e senza risorse.
Per Gratteri dopo la riforma c'è solo la catastrofe: "diminuzione del livello di sicurezza", "annullamento totale della qualità del lavoro", "aumento smisurato di appelli e ricorsi in Cassazione" per fare "ingolfare di più la macchina della giustizia e giungere alla improcedibilità", "azzeramento di anni di lavoro di pm, polizia e giudici di primo grado". In uno slogan: "Ancor di più converrà delinquere". "Il 50% dei processi e i maxi processi che celebriamo saranno dichiarati improcedibili in Appello", è la sua previsione. "Meglio allora - sintetizza il pm di Catanzaro - tornare alle norme prima della riforma Bonafede (quando la sacrosanta prescrizione corrispondeva al massimo della pena edittale stabilita dalle leggi, ndr): provocano meno danni".
Le alternative per ridurre i tempi? "Escludere alcune ipotesi di Appello", "introdurre specifiche condizioni di Appello come proposto anche dalla commissione Lattanzi", "o anche definitivamente abolire la riforma in peius al fine di scoraggiare appelli pretestuosi". C'è un allarme anche riguardo i "rapinatori e quelli che vendono droga nelle piazze". D'altronde, per Gratteri, parlare di "indulto e amnistia" per ridurre il sovraffollamento nelle carceri - atti che "non cambiano nulla in termini di sicurezza", ammette - crea un problema di "credibilità", "di immagine". Perché è "umiliante" discutere delle pene alternative per evitare "le bacchettate del Consiglio d'Europa". Piuttosto, conclude Gratteri con passione, "si costruiscano nuove carceri con i prefabbricati e in pochissimo tempo".
Molto più seria l'argomentazione di Cafiero De Raho che giudica "non conforme alla Costituzione riservare al Parlamento la definizione dei criteri generali di indirizzo per l'esercizio dell'azione penale". Davvero un punto dolente, questo della riforma Cartabia: l'azione penale "è e resta obbligatoria". "L'individuazione di criteri di priorità è solo facoltativa nell'ambito dei distretti e avviene al fine di dare trasparenza all'attività requirente del pm, ma non significa quelle categorie di reati non vengono trattati", spega De Raho. E invece lasciare che sia la politica a stabilire la priorità dell'attività giudiziaria significa "minare il principio dell'obbligatorietà" e "l'autonomia della magistratura che la Costituzione garantisce".
di Nello Trocchia
Il Domani, 21 luglio 2021
La ministra Marta Cartabia continua a difendere la sua riforma della giustizia. Lo ha fatto lo scorso 19 luglio, giorno del ricordo della strage di via D'Amelio dove furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela. Loi e Claudio Traina. Cartabia, da Firenze, ha parlato degli interventi di Falcone e Borsellino collegandoli all'attualità, al progetto di revisione del processo penale che la ministra ha fortemente voluto.
"Spesse volte nei loro scritti nei loro interventi torna una sottolineatura che non può sfuggirci anche oggi nel nostro contesto di riflessione e cioè che una giustizia che funziona non è soltanto all'inseguimento di un'immagine di efficienza. Ma una giustizia che funziona è il primo presidio contro la legge del più forte", ha detto Cartabia. Ma proprio mentre chiamava in causa i due magistrati uccisi dalla mafia dei corleonesi, le toghe antimafia hanno duramente attaccato la riforma. "Non bisognava andare a queste ricorrenze, i morti non si possono difendere, non possono parlare. Falcone e Borsellino si saranno girati tre volte nella tomba a sentire i contenuti di questa riforma", dice a Domani Nicola Gratteri, procuratore capo della repubblica di Catanzaro, da anni sotto scorta.
In commissione giustizia alla camera dei Deputati ha duramente criticato la riforma Cartabia sulla giustizia come la definirebbe?
È una riforma che non serve alla sicurezza dei cittadini italiani, non serve a dare giustizia alle parti offese, a coloro i quali hanno subito vessazioni da parte di mafiosi o criminalità comune. Una riforma che è una tagliola.
Allora a chi serve?
Premia tutti quelli che sono imputati in un processo. Da questo momento in poi l'imputato farà di tutto perché il processo non si celebri e si arrivi al fatidico traguardo dei due anni in appello (3 per i reati più gravi, ndr), o dell'anno in Cassazione (al massimo 18 mesi). Considerando che mediamente in appello ci vogliano tre anni e mezzo per concludere un processo di secondo grado, vuol dire che quasi la metà dei processi verrà ghigliottinato.
Quindi, secondo lei, vincerà l'impunità?
Si sfregheranno le mani delinquenti e faccendieri. Una riforma che favorisce tutti coloro i quali sono implicati in un processo penale.
Con questa riforma che fine farebbe Rinascita Scott, il maxi processo contro la 'ndrangheta che lei e la sua procura avete istruito?
Rinascita Scott non si concluderà in appello negli anni previsti dalla nuova riforma. Se qualcuno dovesse chiedere la riapertura dell'istruttoria in appello, come spesso accade per una nuova prova o nuovi elementi, il processo non si chiuderà più.
Quindi lei sta dicendo che questa riforma è un favore alle mafie e alla borghesia mafiosa?
Sicuramente sì.
Si aspettava un intervento di questo tipo dal governo Draghi e della ministra Cartabia?
No. Non era immaginabile che si potesse proporre una riforma così giustificandola con l'arrivo dei soldi dall'Europa. Dire che bisogna fare la riforma perché altrimenti l'Europa non ci darà i soldi è umiliante. Umiliante per l'Italia e per i cittadini.
Ha mai visto una proposta simile?
No. È la peggiore riforma che ho visto dal 1986 a oggi. Farà sprofondare ancora di più la fiducia nella giustizia degli italiani. Vanificherà il lavoro dei magistrati e delle forze dell'ordine.
Nella riforma si prevede l'iscrizione retrodatata, è utile?
È una follia sul piano pratico, rallenterà ancora di più il lavoro dei tribunali e delle corti d'appello. Un magistrato dovrà studiare migliaia di pagine per accertare se l'iscrizione è stata corretta a quella data o doveva essere anticipata. Non è un dettaglio da poco perché si discute la decorrenza dei termini a partire dall'iscrizione.
Intanto ieri è stato celebrato il ventinovesimo anniversario della strage di via D'Amelio dove sono stati uccisi Paolo Borsellino e la sua scorta.
Per coerenza non bisognava andare a queste ricorrenze, i morti non si possono difendere, non possono parlare. Falcone e Borsellino si saranno girati tre volte nella tomba a sentire questo tipo di riforma. Conoscendo la vita, l'integrità di questi grandi uomini che sono morti in nome di un'idea, io penso che non bisognava avvicinarsi nemmeno alla tomba, alla lapide di questi grandi uomini nel momento in cui si produce un sistema di norme che favorirà i faccendieri e i mafiosi.
di Liana Milella
La Repubblica, 21 luglio 2021
Via libera a Montecitorio alla firma digitale per i referendum. Stanotte all'1 e trenta, all'unanimità, le commissioni Affari costituzionali e Ambiente della Camera hanno approvato l'emendamento di Riccardo Magi, che domenica è stato eletto presidente del gruppo Più Europa, e di tutti i gruppi. A sottoscriverlo è stato anche il presidente della prima commissione Giuseppe Brescia di M5S. Parere positivo del ministro per l'Innovazione tecnologica Vittorio Colao, mentre da via Arenula la Giustizia aveva espresso un parere negativo.
Il decreto Semplificazioni, su cui il governo è gia andato sotto due volte in commissione, scade il 30 luglio, e già questa settimana è in aula alla Camera per passare subito al Senato in tempo utile. Quindi la "firma elettronica qualificata" entra in vigore immediatamente perché nel testo c'è la norma transitoria che consente ai promotori dei referendum di raccogliere le firme, anche prima che sia realizzata la piattaforma digitale dal governo, usando un servizio certificato offerto dai gestori accreditati presso Agid.
Magi, in un post su Facebook, parla di "una piccola grande rivoluzione a favore dei diritti politici dei cittadini". Definisce il voto sulla firma digitale "una bella pagina per il Parlamento". E ringrazia i 25 militanti che avevano già iniziato il digiuno per ottenere la firma. Da lui ovviamente un grazie a tutti i colleghi parlamentari che hanno votato a favore, e anche all'associazione Luca Coscioni che si è battuta per lo stesso scopo per il suo referendum sull'eutanasia.
La norma transitoria del decreto precisa che la firma nei fatti può entrare in vigore subito, prima che sia realizzata la piattaforma digitale dal governo: "I promotori della raccolta predispongono un documento informatico che, a seconda delle finalità della raccolta, consente l'acquisizione del nome, del cognome, del luogo e della data di nascita del sottoscrittore e il Comune nelle cui liste elettorali questi è iscritto ovvero, per i cittadini italiani residenti all'estero, la loro iscrizione nelle liste elettorali dell'anagrafe unica dei cittadini italiani residenti all'estero. Le firme elettroniche qualificate raccolte non sono soggette all'autenticazione". Quindi, a questo punto, per i sei referendum sulla giustizia dei Radicali e di Salvini, già giunto a 300mila firme, e per quello sull'eutanasia che è a quota 100mila, dovranno essere i promotori a far partire anche il sistema operativo per la raccolta digitale.
Molto soddisfatta l'Associazione Luca Coscioni che sta raccogliendo le firme per il referendum sull'eutanasia e annuncia che "la piattaforma che permetterà la firma digitale è già in fase di realizzazione e sarà attiva entro agosto". Marco Cappato, il tesoriere della Coscioni, commenta così il risultato raggiunto: "In attesa del voto in aula, è stato segnato un traguardo storico sui diritti politici e digitali dei cittadini. Grazie a Magi e ai deputati che non hanno subito il parere burocraticamente negativo del governo. Raccogliere le firme digitalmente significa consentire a tutti di poter esercitare i loro diritti politici. Sulle restrizioni tuttora in vigore per le firme cartacee c'è ancora strada da fare, ma intanto è stato segnato un traguardo storico per la democrazia italiana".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 21 luglio 2021
Sui possibili effetti della riforma della giustizia penale elaborata dalla Guardasigilli Marta Cartabia ormai è una gara a chi la spara più grossa. Pochi giorni fa, l'Associazione nazionale magistrati ha affermato che la nuova disciplina della prescrizione proposta da Cartabia, che consiste nell'estinzione del processo per improcedibilità se si supera la durata di due anni in appello (tre per i reati più gravi) e uno in Cassazione (o 18 mesi), metterebbe a rischio circa 150 mila processi che non rispetterebbero la tempistica. Il sindacato delle toghe non ha fornito alcuna analisi statistica a sostegno di questa ipotesi (e difficilmente potrebbe, visto la riforma della prescrizione si accompagnerà a una riforma che intende velocizzare i tempi dei processi). Insomma, c'è da fidarsi e basta, alla faccia del dibattito pubblico informato e consapevole.
Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, ascoltato martedì davanti alla Commissione Giustizia della Camera, è stato persino più drastico: la riforma Cartabia, ha affermato, comporterà l'improcedibilità del 50 per cento dei processi. Se si considera che in media ogni anno in Italia vengono definiti circa un milione di procedimenti, ne consegue che per Gratteri la riforma manderebbe in fumo addirittura 500 mila processi. Si tratta di una cifra folle (oltre tre volte superiore a quella ipotizzata dall'Anm), slegata da qualsiasi contatto con la realtà.
A sorprendere, però, più che il ricorso a numeri fantasiosi, è il ribaltamento della logica compiuto da tanti magistrati e dai megafoni del giustizialismo: visto che i processi penali in Italia sono lunghissimi, allora eliminiamo la prescrizione, così da garantire la cosiddetta "certezza della pena". Pazienza se i processi continueranno a durare otto, dieci o quindici anni, e se molti di essi si concluderanno con l'assoluzione degli imputati, rimasti nel frattempo imbrigliati nelle maglie della giustizia per tutto quel tempo. È la stessa logica paradossale alla base della riforma Bonafede, voluta dal governo grillo-leghista, che ha abolito la prescrizione dopo una sentenza di primo grado, senza andare prima a riformare il sistema giudiziario per garantire tempi certi ai processi.
È la stessa logica forcaiola che spinge il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho, a sostenere con Gratteri che la riforma Cartabia "mina la sicurezza della nostra democrazia". Come se il principio di durata ragionevole del processo non costituisca anch'esso un pilastro fondamentale della democrazia (basterebbe rileggere l'articolo 111 della nostra Costituzione). Del resto, sempre secondo Gratteri, il problema è che la riforma Cartabia comporterà un "aumento smisurato di appelli e ricorsi in Cassazione", perché "se prima qualcuno non presentava impugnazione con questa riforma a tutti, nessuno escluso, conviene presentare appello e poi ricorso in Cassazione non fosse altro per dare più lavoro, ingolfare di più la macchina della giustizia e giungere alla improcedibilità". Una visione singolare del diritto di difesa, che peraltro non tiene conto dei dati (quelli veri): circa il 60 per cento delle prescrizioni matura durante la fase delle indagini preliminari (dati ministeriali) e in dibattimento gli avvocati hanno un peso quasi nullo sulle cause di rinvio delle udienze (ricerca Eurispes del 2019).
Più che un ribaltamento della logica, sembra insomma di assistere a uno scontro tra due logiche diverse: quella della forca e quella del diritto. Per fortuna a ricordare l'esistenza della logica del diritto ci ha pensato proprio la Guardasigilli Cartabia, intervenendo martedì a una tavola rotonda a Firenze: "Ogni processo che si estingue è una sconfitta dello Stato. Ma ogni processo che dura oltre la ragionevole durata è un danno tanto per le vittime - in attesa di risposte - quanto per gli imputati, lasciati per anni in un limbo che il più delle volte condiziona l'intera esistenza. Teniamo sempre in mente entrambe le prospettive e lavoriamo tutti agli obiettivi che ci siamo dati con senso di comune e costruttiva responsabilità".
di Claudio Tito
La Repubblica, 21 luglio 2021
La Commissione: "Aumentare l'efficienza dei processi penali". Il 50 per cento delle sentenze sono di assoluzione. "Si conferma l'urgenza di misure per aumentare l'efficienza nei processi penali". Il governo Draghi ottiene l'ennesima sponda da Bruxelles. Questa volta sulla Giustizia. Non è esplicito ma il riferimento alle discussioni in Italia sulle riforme in questo settore e in particolare quella sui tempi del giudizio e della prescrizione è abbastanza chiaro. Ed è messo nero su bianco nel Rapporto della Commissione europea sullo "Stato di diritto" nell'Unione. Ossia sul buon funzionamento della democrazia in tutti partner comunitari.
Naturalmente il dossier di Bruxelles, presentato ieri, riguarda tutti gli Stati membri e due particolari segnalazioni concernono la Polonia ("a rischio l'indipendenza della magistratura") e l'Ungheria ("rischi di clientelismo e nepotismo"). In quel caso non si tratta di spronare ad una maggiore efficienza ma a rispettare i principi base dell'Ue. Tanto che è stato lanciato un ultimatum verso Varsavia affinché si conformi entro il prossimo 16 agosto alla recente sentenza della Corte di Giustizia Ue o saranno emesse "sanzioni pecuniarie". Esattamente come è stata posta sotto osservazione la legge ungherese anti-Lgbt. Il capitolo che riguarda il nostro Paese, invece, in larga parte è dedicato proprio all'efficienza del nostro sistema giudiziario. Quello civile, amministrativo e anche penale. Il confronto in corso tra le forze della maggioranza sulla cosiddetta "Riforma Cartabia" non è ovviamente citato nello studio dell'esecutivo comunitario. Ma alcuni passaggi sono diretti a mettere in evidenza proprio le questioni sollevate dalla Guardasigilli italiana. E infatti, in un passaggio successivo, si fa notare che alla Camera dei deputati continua l'esame sugli emendamenti a "un disegno di legge del marzo 2020 per migliorare l'efficienza dei processi penali".
L'Unione europea, insomma, sollecita l'intervento del governo italiano in questa materia. Il sottotitolo di ogni osservazione è inequivocabile: ricordatevi che i soldi del Recovery Plan sono condizionati all'effettiva approvazione delle riforme, compresa quella della Giustizia. Un modo, dunque, per richiamare l'attenzione sull'obiettivo prioritario di cambiare il processo in termini di buon funzionamento.
"Riforme - si legge nel rapporto - volte a migliorare la qualità e l'efficienza, compresi i disegni di legge per lo snellimento delle procedure civili e penali". Che, si sottolinea ancora nel dossier illustrato dal Commissario Didier Reynders, "sono particolarmente importanti per affrontare le gravi sfide legate all'efficienza del sistema giudiziario, compresi gli arretrati e la durata dei procedimenti".
Le esortazioni dei "tecnici" brussellesi, partono quindi da due dati: l'incremento delle cause pendenti e la circostanza che il 50 per cento dei processi si chiude in primo grado con un'assoluzione. Fattori che richiedono un intervento e rendono ancora più problematica la lentezza con cui si arriva alla sentenza. Perché l'efficienza giudiziaria, o in questo caso è meglio dire l'inefficienza, "continua a costituire un ostacolo alla lotta alla corruzione". Questione di particolare importanza, in considerazione del fatto che tutte le statistiche confermano che "la pandemia del Covid 19 ha aumentato significativamente il rischio di corruzione e i reati legati alla corruzione". L'attività prevalente in questo caso si è concentrata sugli "acquisti di piccole imprese private, come ristoranti in difficoltà economiche, e di prodotto sanitari, tra cui le mascherine. Attività che hanno favorito la corruzione e il riciclaggio di denaro". Tutti richiami, insomma, che il gabinetto Draghi incasserà e in qualche modo utilizzerà nella discussione ancora in corso con il Movimento 5 Stelle. E che inevitabilmente accompagneranno l'esame in Parlamento degli emendamenti preparati da Cartabia.
Sul nostro Paese, poi, pesano altri tre allarmi. Uno riguarda ancora la Giustizia e in particolare il giudizio che l'opinione pubblica coltiva dei magistrati. Solo il 34 per cento degli italiani li considera indipendenti. Percentuale che addirittura si abbassa al 29 per cento tra gli imprenditori. Il secondo si riferisce agli "attacchi fisici" cui sono sottoposti i giornalisti. Episodi che costituiscono "motivo di preoccupazione". "La tutela delle fonti giornalistiche e la legge quadro sul segreto professionale - prosegue il Rapporto - restano inadeguate". Il terzo aspetto si concentra sui partiti politici e in particolare sulla legge che ha abolito il finanziamento pubblico. "Devono dunque autofinanziarsi quasi esclusivamente attraverso donazioni private di singoli donatori - nota il dossier -. Ciò ha reso gli attori politici più dipendenti e vulnerabili a influenze indebite".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2021
Lo ha detto il Ministro Guardasigilli incontrando i Capi degli Uffici Giudiziari del Distretto della Corte di Appello di Napoli. Nel giorno più difficile del "viaggio" nella Corti d'Appello - "Napoli è un paziente grave" -, la Ministra della Giustizia Marta Cartabia apre al coinvolgimento dei magistrati in età pensionabile per aggredire l'arretrato e fronteggiare le situazioni emergenziali. Non solo dunque potenziamento dell'Ufficio del processo, revisione delle piante organiche e nuovi concorsi.
"C'è un'altra idea alla quale stiamo lavorando - ha detto il Ministro nel corso dell'incontro con i vertici degli uffici giudiziari partenopei - perché veramente non stiamo pensando di accorciare i tempi del processo solo con la tagliola della prescrizione, qualcuno mi raccontava in questi giorni di un desiderio di alcuni magistrati che sono già in età pensionabile di, come dire, mettersi a disposizione: io non so se questo sarà possibile, non so se sarà possibile politicamente, non so se il Csm potrà essere d'accordo ma è un'altra idea una sorta di appunto: una task force di unità nazionali che potrebbe essere di aiuto sempre che sia gradita e che ci sia la disponibilità delle persone".
Intanto dopo l'audizione di questa mattina in commissione Giustizia alla Camera del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, secondo cui con la riforma "il 50 % dei processi finiranno sotto la scure della improcedibilità", compresi 7 maxi processi contro la 'ndrangheta, i deputati del M5S in Commissione rinfocolano la polemica: "La riforma del processo penale messa a punto dalla ministra Marta Cartabia deve essere modificata".
Per Cartabia però, incalzata sul rischio impunità anche dal procuratore capo di Napoli, "non possiamo stare fermi, non è l'improcedibilità che porterà i problemi che a Napoli come altrove ci sono già". "Dunque, ha proseguito, anche se le forze politiche spingono in direzione diametralmente opposte, questa riforma deve essere fatta perché lo status quo non può rimanere tale". "So molto bene che i termini indicati sono esigenti per questa realtà perché partiamo da un ritardo enorme ma non sono termini inventati perché sono i termini della legge Pinto che non solo la nostra legge ma tutta Europa definisce come i termini della ragionevole durata del processo".
"Non perdiamo il treno del Recovery - ha poi aggiunto - non facciamoci intrappolare in quello che è accaduto ormai da decenni nella giustizia italiana dove ognuno porta esigenze particolari imprigionando tutte le riforme della giustizia". "Sono venuta perché sapevo che sarei andata a incontrare la realtà più complessa e più difficile quella con maggiori problemi ma se l'Italia non rinasce da qui se la giustizia non riparte da qui non ce la farà da nessuna parte".
Cartabia poi è tornata sull'Ufficio del processo: "16.500 laureati che vi assicuro non sono stati mobilitati per fare degli esperimenti, la formazione ci sarà prima che arrivino in tribunale". "Daranno una mano per uccidere quei tempi morti tra il deposito della sentenza il passaggio al grado successivo che non possono rimanere inerti, non possono durare due anni, è un tempo che grava sull'imputato se non grava sull'ufficio successivo, possiamo permettere questo?"
"So bene però che non è una misura sufficiente". Perché, ha ricordato, in Italia il numero di giudici è la metà di quello che c'è in Germania. E per questo il Ministero si è impegnato a non fermare la macchina dei concorsi: oltre all'esame da avvocato, è stato "reinventato" anche quello della magistratura, che si è svolto la scorsa settimana. "E già l'ho detto e lo ribadisco qui dopo l'estate ci sarà un altro concorso perché i giudici non bastano". "E guardate - ha concluso Cartabia - che le vostre preoccupazioni di vedere ambiti di impunità, che qui non si possono tollerare, sono anche le mie preoccupazioni, l'ho già detto e l'ho già ripetuto: ogni processo che non arriva a una soluzione definitiva e una sconfitta. Tutti gli Abele e tutti gli imputati, che tante volte non sono neanche Caino, attendono un giudizio severo, giusto e tempestivo questo è quello che la costituzione ci chiede".
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 21 luglio 2021
"Quello che mi è successo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere mi ha rovinato la vita. Sono caduto in depressione e ho anche tentato di uccidermi". È il racconto di una violenza atroce quella che un torinese detenuto nel carcere in provincia di Caserta ha riportato in una querela che ha sporto solo ora, quando le immagini shock dei pestaggi subiti dai detenuti hanno alzato il velo su angherie e soprusi avvenuti lì dentro.
Uno stupro, subìto in carcere pochi mesi dopo essere stato arrestato, il 14 gennaio 2016, per associazione a delinquere di stampo mafioso, è quello che gli è successo. Era nell'alta sicurezza, stava facendo la doccia, quando tre uomini l'hanno incappucciato con un asciugamano e l'hanno seviziato con un bastone fino a causargli una grave emorragia. "Non so dire chi sia stato, se fossero guardie o, come penso, altri detenuti. Certo è che quel carcere per me è stato un inferno. Sono stato anche alle Vallette a Torino e ad Asti, ma la situazione non era grave come a Santa Maria Capua Vetere. Lì c'era un clima di terrore: non avrei mai potuto denunciare subito".
Chi parla è un panettiere di 51 anni, condannato in via definitiva a 4 anni e sei mesi di carcere, tra i protagonisti di un'inchiesta torinese che è stata tra le più importanti sulla presenza della 'ndrangheta in città. "Sono diventato mafioso a 45 anni dopo una vita di lavoro - racconta - avevo bisogno di soldi e sono finito in un giro di usura. Non so perché mi abbiano mandato in quel carcere, ma per 7 mesi non ho potuto avere colloqui con mia moglie e questo mi provocava grande sconforto. Per colmare il vuoto che provavo, mi recavo spesso dagli educatori anche solo per sapere quando potessi parlare con i miei familiari. Ma gli altri detenuti hanno probabilmente pensato che io riferissi informazioni su di loro, così mi hanno preso di mira, escludendomi spesso e minacciandomi".
Nella querela, l'ex detenuto descrive vagamente chi gli ha fatto violenza. "Non ho potuto vederli, ho solo sentito l'accento napoletano. Cantavano a squarciagola per coprire quello che stava succedendo. Io non potevo urlare, mi hanno messo contro il muro. In due, avranno avuto tra i 30 e i 40 anni, mi hanno bloccato, il terzo ha preso un bastone. Quando se ne sono andati, mi sono rannicchiato nelle docce a piangere. Ho avuto una grave emorragia, con una colonscopia mi hanno riscontrato le lacerazioni subite, ma non ho fatto denuncia. Avevo troppa paura". Dopo questa violenza, è stato ricoverato tre volte per motivi psicologici: "Ho tentato il suicidio per la vergogna e il dolore che ho provato".
Nessuno ha mai saputo niente, fino a quando i giornali non hanno iniziato a raccontare le violenze avvenute in carcere. "Ho trovato il coraggio di raccontare a mia moglie quello che ho subìto. Lì dentro non c'era alcuna protezione. C'erano ispezioni tutti i giorni, anche di notte. Una volta era sparito un cucchiaino dalla mensa e successe un casino, smantellarono tutte le celle, poi si scoprì che era finito in un tombino. Ho vissuto nella paura, per via del clima violento instaurato sia dalle guardie sia dai detenuti: ho anche provato a spiegare al magistrato che ero minacciato, ma è stato inutile. In carcere mi dicevano frasi terribili per incutermi terrore: 'Lo sai che c'è chi è finito giù da un ponte? Lo sai che c'è gente che è caduta giù da una finestra?'. Io non ho mai dato informazioni sugli altri detenuti, ero solo fragile e questo mi portava a un atteggiamento remissivo".
Assistito dall'avvocata Caterina Biafora, il torinese confida che la querela che ha sporto possa servire a far luce sul clima di violenza ma anche sulla mancanza di controlli e vigilanza sull'incolumità dei detenuti. "L'emorragia che ho avuto è stata evidente, eppure nessuno ha voluto capire cosa mi fosse successo" racconta.
"Sebbene la violenza sia avvenuta alcuni anni fa, solo ora il mio assistito ha elaborato cosa gli è successo". A parlare è l'avvocata Biafora che è specializzata nelle pari opportunità e da tempo si occupa di tutela dei detenuti, tanto che ha anche scritto un libro, "Rime tra le sbarre", sulle sensazioni e le esperienze di chi vive il carcere. "Spesso le vittime che subiscono questo tipo di reati - aggiunge - non elaborano immediatamente il fatto, ma impiegano anni per arrivare a raggiungere la consapevolezza così da riuscire a trovare il coraggio di fare denuncia. Ecco perché confidiamo che venga fatta chiarezza anche su questo episodio con un'indagine".
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