di Giulia Merlo
Il Domani, 14 dicembre 2021
Il ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario contiene una serie di previsioni che modificano profondamente la magistratura, fissando regole per le nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari e regolando in modo nuovo il metodo di elezione dei consiglieri del Csm. Ma il testo non è ancora pronto, manca il maxi emendamento del ministero della Giustizia che verrà presentato nei prossimi giorni ma è stato anticipato alla maggioranza.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
Da oggi cambia il rapporto tra Procure e informazione. L'esultanza del deputato di Azione Enrico Costa: "Questo è un provvedimento di portata storica". Da oggi cambia il rapporto tra Procure e informazione: entra finalmente in vigore la norma di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Per celebrare l'evento il deputato di Azione Enrico Costa ha convocato ieri una conferenza stampa alla Camera: si tratta di "un provvedimento di portata storica", ha detto il parlamentare, tra i maggiori sostenitori della nuova norma che ora "non vorremmo venisse svilita sul campo". Per questo occorrerà vigilare, in quanto "il pericolo più grande è l'elusione del provvedimento".
di Davide Varì
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
L'ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati sulla legge che tutela la presunzione di innocenza: aver impedito le conferenze stampa è privo di senso. Nell'attuazione pratica della legge sulla tutela della presunzione di innocenza "si dovrà ricercare un punto di equilibrio rispetto ad altri valori come, da un lato, il dovere di comunicare e di rendere conto accountability da parte del sistema di giustizia e, dall'altro, il diritto di informazione, di cronaca e di critica". Lo dice all'Adnkronos l'ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati a ridosso dell'entrata in vigore della normativa che disciplina la diffusione di informazioni sulle indagini giudiziari e che già divide la magistratura.
"Già la direttiva Ue adottava formulazioni molto restrittive, limitando la possibilità da parte delle autorità pubbliche di "divulgare informazioni sui procedimenti penali", ai soli casi in cui "ciò sia strettamente necessario per motivi connessi all'indagine penale o per l'interesse pubblico". In democrazia l'interesse pubblico comporta un rovesciamento di prospettiva: l'informazione sui procedimenti penali, deve essere la più ampia possibile, salva la tutela delle esigenze di segretezza dell'indagine, che a sua volta deve essere ricondotta allo stretto necessario". Il dibattito si è concentrato sulla comunicazione delle procure.
"Le esternazioni lesive del principio di innocenza e in contrasto con i criteri dell'equilibrio e della misura di alcuni magistrati, soprattutto pubblici ministeri danneggiano la credibilità della giustizia. Ma l'indebito protagonismo di magistrati e anche la cattiva informazione si contrastano con la buona e corretta informazione e non certo con la pretesa ingessare le modalità di comunicazione. Avere privilegiato per l'informazione delle procure i comunicati stampa, cercando di porre limiti più stringenti alle conferenze stampa è privo di senso ed ignora la realtà", sottolinea l'ex procuratore.
"Basta una rapida esplorazione sul web per trovare comunicati stampa improvvidi e non rispettosi della presunzione di innocenza e, all'opposto, conferenze stampa ben gestite e rispettose del principio. Il comunicato stampa - spiega Edmondo Bruti Liberati - è di per sé informazione a senso unico, mentre la conferenza stampa è l'occasione nella quale la stampa, con domande e contestazioni, può esercitare il ruolo di "cane da guardia della democrazia"" per usare l'espressione presente nelle sentenze della Corte europea dei Diritti dell'Uomo riguardo all'informazione sui casi giudiziari. "Qualunque normativa si adotti, rimane essenziale l'assunzione di responsabilità e la deontologia degli operatori di giustizia e degli operatori dell'informazione. Ma oltre le norme vi è il principio del rispetto nei diritti e nella dignità, della persona sottoposta ad indagini e processo ed anche definitivamente condannata", conclude l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
Alessandra Maddalena (Anm): "Nessun magistrato dovrebbe mai ricoprire il ruolo di moralizzatore, non gli compete assolutamente. Ha un ruolo diverso: ricerca le prove, la verità, accerta i fatti e rende giustizia nell'interesse dei cittadini. Non è compito del magistrato esprimere giudizi morali". A dirlo al Dubbio è Alessandra Maddalena, vicepresidente dell'Anm ed esponente della corrente Unicost, secondo cui "il sistema giudiziario deve parlare all'esterno, ma deve anche saper resistere ai richiami del protagonismo mediatico: la giustizia è credibile anche in relazione all'immagine che di sé dà all'esterno".
Oggi entra in vigore il decreto legislativo che disciplina la diffusione di informazioni sulle indagini giudiziarie. Come interpreta questa novità?
Lo spirito di fondo è assolutamente condivisibile. L'informazione giudiziaria è necessaria, in quanto è uno strumento di controllo democratico del modo in cui viene esercitata la giustizia. E sicuramente è importante anche informare sui successi investigativi, perché serve a rafforzare la fiducia dei cittadini e la loro voglia di collaborare. In questo modo, in certi territori, si combatte l'omertà e non lasciamo soli i magistrati di trincea, che rischiano la vita. Ma l'altro aspetto del discorso è la tutela della dignità dell'indagato e dell'imputato fino a sentenza definitiva. Il sistema giudiziario deve parlare all'esterno, ma deve anche saper resistere ai richiami del protagonismo mediatico, al sensazionalismo. Che produce l'effetto contrario: abbassare la fiducia nella giurisdizione, perché può creare l'impressione che si vada in cerca di popolarità attraverso l'indagine e che la stessa sia uno strumento per costruire carriere. La giustizia è credibile anche in relazione all'immagine che di sé dà all'esterno.
Cosa bisogna fare per scongiurare abusi e strumentalizzazioni?
È necessario che l'informazione sia resa sempre in maniera chiara, continente, sobria, evitando anche giudizi morali, che talvolta leggiamo anche in atti giudiziari e che poi vengono portati all'esterno. Bisognerebbe anche intervenire sulla formazione, a partire dalla Scuola superiore della magistratura. Il primo dovere del magistrato è rendere un'informazione corretta, perché un'informazione impropria può essere resa ancora più scorretta da un'eventuale alterazione ed enfatizzazione, producendo una visione totalmente distorta della giustizia e creando nel pubblico la certezza di colpevolezza di chi è indagato, con la lesione della presunzione d'innocenza. Quando nella fase delle indagini si utilizza questo tipo di comunicazione potrebbero rimanerne vittima anche i giudici e si potrebbe dare l'immagine di una giurisdizione arbitraria, perché di fronte ad una aspettativa di condanna, un'assoluzione fa nascere un sentimento di diffidenza. E il problema è talmente serio che anche il Csm, nel 2018, aveva dettato delle linee guida proprio sulla corretta comunicazione istituzionale, segnalando la necessità di una comunicazione essenziale e oggettiva.
Alcuni magistrati hanno interpretato questa direttiva come un bavaglio, sia per le toghe sia per la stampa. Cosa risponde ai suoi colleghi?
Non mi sento di parlare di bavaglio e non immagino che l'intento del legislatore fosse quello di imbavagliare qualcuno, ma di attuare una direttiva che voleva un rafforzamento della tutela della dignità dell'indagato e dell'imputato. Se poi mi chiede se questo strumento possa realizzare questo obiettivo o non possa produrre addirittura effetti pregiudizievoli allora le dico che qualche dubbio lo nutro.
Perché?
La modalità di comunicazione è stata ristretta al comunicato ufficiale, limitando la conferenza stampa a casi particolari. La cosa di per sé è comprensibile e anche giustificata, perché assicura la comunicazione mettendo gli organi di stampa in parità di condizioni ed evitando la precostituzione di canali riservati con organi di informazione. Ma non lo è in questa forma così assoluta. Neanche la direttiva europea prevedeva questo tipo di restrizione e potrebbero porsi dei problemi quando ci sono situazioni di tale urgenza e rilevanza pubblica per cui da una parte potrebbero non esserci i tempi minimi per organizzare una conferenza stampa e dall'altro potrebbe risultare non efficace un comunicato scritto. Sarebbe stato opportuno quantomeno prevedere un'eccezione nel caso di particolari urgenze. Il dubbio è anche che mettendo paletti troppo stretti in qualche modo le notizie continuino a circolare in maniera poco trasparente, aggirando il problema. Quello della comunicazione è un problema innanzitutto culturale, deontologico. I rimedi che sono stati introdotti da un lato potrebbero non essere effettivamente risolutivi, perché una volta che una comunicazione errata è stata resa non sarà la rettifica a risolvere il problema e dall'altra parte la stessa rettifica, con la possibilità di ricorrere al giudice con la procedura d'urgenza, probabilmente si traduce in un appesantimento complessivo della macchina giudiziaria, che potrebbe non essere risolutivo davvero. Inoltre la previsione generica di un obbligo di risarcimento del danno potrebbe in qualche modo indurre il magistrato ad ammorbidire sempre la propria posizione per evitare azioni risarcitorie in caso di dichiarazioni extrafunzionali, ma anche nei provvedimenti cautelari: si potrebbe essere indotti ad evitare delle espressioni più decise, anche se funzionali alla motivazioni sulla gravità indiziaria, per non incorrere nella violazione di quella regola non chiarissima introdotta nel decreto e quindi evitare richieste strumentali di correzione di passaggi semplicemente sgraditi all'indagato.
Il procuratore de Raho, in un'intervista, sostiene che i magistrati devono stare fuori dai circoli mediatici. Eppure ci sono magistrati molto esposti mediaticamente...
Condivido le dichiarazioni del procuratore e il giudizio negativo sulla spettacolarizzazione e l'eccessiva presenza dei magistrati nei talk show televisivi, che non credo assolutamente serva a rafforzare la credibilità della giustizia o a recuperare il prestigio dell'ordine giudiziario. Sensazionalismo e protagonismo sono da respingere. E penso alle parole di Livatino, che parlava del magistrato che lavora nelle sue stanze senza preoccuparsi di apparire. Il magistrato deve dare l'immagine di chi è alla ricerca della giustizia, in un senso o nell'altro, né colpevolista né innocentista, ma in maniera oggettiva, nella sostanza e nella comunicazione.
di Marco Ricucci*
Corriere della Sera, 14 dicembre 2021
Il flop dell'italiano a scuola ormai è un'emergenza democratica. Su 1.532 compiti consegnati, finora è passato soltanto il 6% dei candidati. La questione della lingua italiana e l'urgenza di cambiare il modo di fare didattica della lingua a scuola.
Il Codice di Hammurabi, databile intorno al 1750 prima della nascita di Cristo, è una raccolta di leggi scritte per i sudditi dell'Impero babilonese, ma probabilmente agli aspiranti magistrati, che hanno svolto, nel 2021, l'ultimo concorsone per accedere ai tribunali della Repubblica italiana, sarà poco famigliare, a vantaggio del diritto romano.
Passando dunque dai libri di storia antica - si tenga bene conto del motto historia magistra vitae - alla cronaca nostrana, da più parti è stata ripresa la notizia che la maggioranza degli aspiranti giudici non è riuscita a superare la prova scritta per gli eccessivi errori di grammatica di lingua italiana. Nel dettaglio, in base all'ultimo aggiornamento sul concorso da 310 posti che si è tenuto dal 12 al 16 luglio, i candidati erano precisamente 5.827; e di loro soltanto in 3.797 hanno consegnato la busta con la prova.
Ma, paradossalmente, il reale problema si presenta proprio con la correzione degli elaborati: sui 1.532 compiti esaminati finora dalla Commissione, è passato soltanto, a stento, il 6% dei candidati, ovvero 88 aspiranti. Incredibile ma vero: qual è la ragione? Gli aspiranti magistrati non sanno scrivere nella lingua italiana e, per riprendere le parole dolenti della Commissione in un analogo concorso del 2008 prima di questo, gli errori grammaticali sono troppi.
Ecco che si ripropone, in tutta la sua concretezza, quella che da qualche tempo ho battezzato "la neo-questione della lingua italiana", che finora ha avuto solo una denuncia di stampo pedagogico-didattico, ma che in realtà consiste anche in una vera emergenza di tenuta democratica.
Negli ultimi anni, i docenti di lettere hanno avvertito un decadimento di una delle quattro abilità ritenute fondamentali dalla civiltà occidentale fin dall'antichità classica, la scrittura, e su tutti i mass-media ebbe vasta eco, nel 2017, l'appello di 600 accademici italiani rivolto alla classe politica al fine di denunciare la scarsa conoscenza e competenza della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Questo complesso fenomeno, ancora da ben contestualizzare, andrebbe interpretato anche alla luce di concetti più generali ed epocali come quello di società liquida (Bauman), di villaggio globale (Ong), di oralità e scrittura (MacLuhan), di nativi digitali (Prensky).
Nella scuola italiana, che spesso ha fatto della tradizione la giustificazione del proprio immobilismo pedagogico, la didattica della scrittura esplicita, permanente, graduata e inclusiva, scientificamente fondata, è purtroppo limitata: se al biennio si privilegia la lettura di brani antologizzati con un focus sulla lettura "decifrativa" del capolavoro manzoniano, al triennio, oltre alla storia della letteratura italiana basata su un impianto diacronico e spesso nozionistico, rimane - sulla carta- centrale la lettura esegetica delle cantiche dantesche. Allora, con un atto di onestà intellettuale, nell'attuale monte ore di lingua e letteratura italiana formato da appena 4 ore settimanali (prima della Riforma Gelmini ce ne erano cinque!), quanto spazio è realisticamente possibile dedicare alla didattica della scrittura?
Nel nostro Paese, che pare "una nave senza nocchiere in gran tempesta", si deve arrivare al paradosso di "ammazzare" i Padri della lingua italiana, con la provocatoria proposta di abolire non solo Manzoni ma persino Dante, per poter concedere maggiore spazio e tempo all'educazione linguistica, che tuttavia è una priorità contingente e sostanziale? Secondo il Professor Serianni, noto linguista e sempre attento al mondo della scuola, "quel che pregiudica il successo scolastico nell'italiano scritto è un insieme più complesso e meno facilmente rimediabile: scarsa capacità di organizzazione e gerarchizzazione delle idee, tecniche di argomentazione di volta in volta elementari o fallaci, modesta padronanza del lessico astratto o comunque di quello che esula dal patrimonio abitualmente impiegato nell'oralità quotidiana".
Si delinea sempre più nitida la neo-questione della lingua italiana, anche a partire dalla constatazione dei risultati del concorso a magistrato: si deve, dunque, partire dalla scuola per migliorare le abilità e le competenze di alunne e alunni, che saranno cittadini di domani. Non tutti, ovviamente, fra loro diventeranno magistrati, ma chi lo diventa, previo superamento del concorso, è chiamato a svolgere un ruolo importante nella società democratica: davvero incarna uno dei tre poteri costituzionali, ovvero quello giudiziario, ma con la sua sentenza può disporre della vita dei cittadini, talora privandolo della sua libertà.
Il poeta Esiodo, vissuto nel VII a.C., intentò un processo al fratello Perse che non voleva dargli la sua parte di eredità paterna, tuttavia lo esorta così: "ma via, dirimiamo ora la nostra contesa secondo retta giustizia che, provenendo da Zeus, è la migliore". Quando correggo un tema di un mio alunno, in un certo senso, ristabilisco la "giustizia" della lingua italiana con la penna rossa, trasmettendo il "valore" intrinseco della correttezza morfologica, sintattica, lessicale. Se mai l'alunno diventerà giudice, potrà meglio scrivere una sentenza e - lavorando anche sulla comprensione a scuola - capire le leggi.
Alla luce di queste brevi considerazioni, è auspicabile che il Ministro Bianchi, pandemia permettendo, dia un chiaro segnale "politico" e scelga in modo chiaro di far svolgere la prima prova all'Esame di Stato nel 2022. Per il resto, continua la mia "battaglia" per la lingua italiana, come quella di tantissimi colleghi, nelle aule di scuola e università.
*Professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano e docente a contratto presso l'Università degli Studi di Milano
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 14 dicembre 2021
Basterebbe sostituire le date, mettere dicembre 2021 al posto di novembre 1898. Così potremmo scoprire, semmai ce ne fosse bisogno, che la mafia non cambia mai. La città di Palermo, più di 120 anni fa, era divisa in otto zone criminali ciascuna delle quali aveva una famiglia e ciascuna famiglia aveva un capo. Sono otto, anche oggi, i mandamenti di Cosa nostra nella capitale siciliana. E pure i nomi sono sempre quelli, gli stessi citati più di un secolo fa dal questore Ermanno Sangiorgi al procuratore del re.
Nella borgata di Mezzomonreale c'erano i Di Trapani e i Vitale. Ai Pagliarelli c'erano i Motisi, a Santa Maria del Gesù i Bontà, nel quartiere dell'Olivella c'erano i Noto, fra gli orti di Brancaccio i Pennino. Una trentina di informative custodite nell'archivio generale dello stato fanno il ritratto di una Palermo mafiosa ferma, immutabile. Ecco perché un generale di divisione dell'Arma dei carabinieri si domanda se avessimo davvero bisogno di Tommaso Buscetta, il famoso pentito che nel 1984 si è confessato con il giudice Giovanni Falcone, per avere consapevolezza dell'esistenza di un'organizzazione segreta dedita al delitto e all'arricchimento illegale. Sapevamo già tutto.
Ed è proprio questo, Sapevamo già tutto, il titolo del libro firmato da Giuseppe Governale, ex capo del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri (il famoso Ros) ed ex direttore della Direzione investigativa antimafia (la famosa Dia) che per la Solferino editore ha ricostruito la vicenda mafiosa in più di 300 pagine che si incrociano fra storia e attualità, un'analisi di ciò che lo stato ha fatto e di ciò che non ha fatto, della perversa relazione che si è irrobustita nel tempo fra mafia e istituzioni, di una guerra che non è ancora finita nonostante la struttura militare di Cosa nostra si sia estremamente indebolita dopo le stragi del 1992.
La malapianta che si rigenera - Ma è una partita che si gioca ancora, la malapianta si rigenera all'infinito. Anche perché, la mafia, abbiamo cominciato a contrastarla tardi, tardissimo. Riferimenti ai Borboni o ai moti dell'Ottocento e ricordi familiari, la strage di Portella della Ginestra e quel giorno dell'agosto 1977 "quando apprendemmo in tv dell'agguato al tenente colonnello Giuseppe Russo al bosco della Ficuzza e vidi gli occhi di mio padre, un appuntato dell'Arma appena andato in pensione, gonfi di lacrime e di rabbia". È un libro scritto da un siciliano e che da siciliano coglie anche il non detto di una parlata, che decifra il mistero o l'inquietudine che si può nascondere dietro un'occhiata o un silenzio troppo prolungato. È un libro scritto da un generale che conosce quell'altra Sicilia per averla affrontata sul campo di battaglia, prima come comandante dei carabinieri a Catania e poi nei reparti antimafia d'eccellenza.
È un avanti e indietro continuo dentro i cicli di questi conflitti e di queste tregue fra mafia e stato, dal delitto del marchese Emanuele Notarbartolo del febbraio 1893 all'assassinio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella avvenuto il giorno dell'Epifania del 1980, quasi un secolo di processi celebrati fuori dall'isola "per legittima suspicione" (legittimo sospetto), di spettacolari operazioni come quelle del prefetto Cesare Mori durante il fascismo, di mandanti eccellenti assolti con folle plaudenti per le clementi decisioni dei giudici.
In mezzo, fra i dossier del questore Sangiorgi - per la prima volta rivelati dagli storici Salvatore Lupo e John Dickie - e l'entrata in scena dei Corleonesi con la loro strategia stragista, c'è la seconda vita da carabiniere di Carlo Alberto dalla Chiesa, seconda in quanto era già stato inviato sull'isola per nove mesi nell'immediato dopoguerra a capo di una delle squadriglie del "Cfrb", le forze repressione banditismo.
Dalla Chiesa - "Dalla Chiesa era un po' come Mori o Sangiorgi, era un comandante atipico", scrive il generale Governale raccontando come l'ufficiale - nell'arma il più amato di ogni tempo dalle truppe ma non dagli alti comandi - avesse imposto "il suo ritmo" nell'elaborazione del cosiddetto rapporto sui "114". Tutti affiliati alla mafia palermitana a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, l'epoca di una Palermo felicissima dove i boss passavano solo per sbaglio dal carcere dell'Ucciardone.
Nomi famigerati - Buscetta, Bontate, Alberti, Greco, Citarda, Albanese - che ritroveremo anche negli atti del maxi processo istruito successivamente dal giudice Giovanni Falcone. E quel "sapevamo già tutto" che torna sempre, implacabilmente. C'erano tutti gli indizi che annunciavano il grande traffico internazionale di stupefacenti di Cosa nostra nel rapporto dei "114", c'erano anche tracce di una mafia che si era radicata a Milano, a Genova, a Roma e a Torino anche se a Palermo "non esisteva" e quella parola non veniva più citata nelle relazioni dei procuratori generali alle solenni inaugurazioni degli anni giudiziari. Ma era un'altra Sicilia ed era un'altra Palermo. Il generale Governale la rievoca attraverso la sua adolescenza, la vita quotidiana in una città di mafia. L'imprenditore amico di quei galantuomini che, per l'acquisto di un garage troppo caro, dice con bonomia a suo padre "non si preoccupi, quando ce li ha me li dà". L'esercito di muratori e carpentieri che innalza i palazzi del "sacco" edilizio nel quartiere del Don Orione, in via Libertà intanto saltavano in aria con la dinamite le ville patrizie e i palmeti.
Un certo Salvo Lima - Quanti sussurri e quanti misteri: "Avevo dieci, dodici anni e nei discorsi sentivo parlare di un certo Salvo Lima; dicevano che era mafioso, ma all'epoca non capivo esattamente cosa significasse. A Palermo si viveva così, più o meno nell'indifferenza generale, le cose non si dicono mai apertamente". Pagina dopo pagina si arriva a Totò Riina "la cui figura non va banalizzata" per la sua ossessione di conquistare Cosa nostra, conquistare Palermo, conquistare la Sicilia. Il libro del generale cambia passo nelle ultime cento pagine. Cosa ci riserva il futuro? "Nei prossimi anni la prospettiva è di doversi confrontare nel nord con mafie che tenderanno a ibridarsi fra loro. Mafie che potrebbero nuovamente mutare, generando nuovi ceppi criminali in grado di adattarsi allo sviluppo della società e rendersi così ancora meno riconoscibili".
Ma forse più della mafia il pericolo viene dalla cultura mafiosa. E, non a caso, un capitolo, è intitolato "Il maledetto problema del vivaio, linfa vitale delle mafie". Governale riferisce che, durante la sua esperienza da direttore della Dia, ha girato l'Italia per incontrare gli studenti da Marsala ad Aosta. Il tema era sempre uno: la mafia teme più la scuola o la giustizia? Tornano ancora una volta i ricordi personali. L'incontro con alcuni studenti dello Zen, acronimo di Zona espansione nord, disvela la realtà dei quartieri più sventurati. "Sei mai stato al teatro Massimo?", ha chiesto a un ragazzo. No, mai. "Sai dov'è il porto?". No, non lo so.
La cultura delle borgate - Come se provenissero da un altro luogo, due Palermo diverse, in comune solo la "vicinanza", la prossimità con il mondo mafioso. Il generale entra nel profondo della mentalità palermitana raccogliendo gli umori delle borgate, dei cortili, delle feste del patrono di quartiere con i neomelodici che cantano contro "gli infami" e inneggiano ai latitanti.
E cita Ciccio Mira, il fantastico personaggio dei film di Franco Maresco, impresario di spettacoli di piazza che organizzava i suoi concerti montando il palco proprio accanto all'abitazione del capoclan della zona. Il dialogo fra il regista Maresco e Ciccio Mira spiega quella mentalità più di cento saggi: "Ma se tuo figlio un giorno ti dicesse "Papà voglio fare il carabiniere", sinceramente cosa gli diresti?. "Sincero? Lo caccerei di casa". La mafiosità più rovinosa della mafia, più insinuante, più difficile da abbattere. Le ultime pagine analizzano l'emergenza Covid e i piani delle mafie. Per il momento sono in attesa, è una prima fase di studio: "Ma nella seconda fase, che si prospetta possa avere un'evoluzione temporale di cinque, dieci anni, scenderanno definitivamente in campo..e si butteranno a capofitto su un tavolo ben imbandito, ricco di pietanze ottime e abbondanti, quelle delle risorse del Pnrr". Il finale riannoda i fili e ci riporta all'inizio del libro e a un senso di smarrimento. Come se lo stato avesse paura di vincere contro la mafia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 dicembre 2021
Ce lo chiede l'Europa. Non fa misteri l'emendamento alla legge di bilancio messo a punto dal ministero della Giustizia sulla magistratura onoraria: si tratta di un intervento per rispondere all'apertura formale di una procedura di infrazione, formalizzata nella lettera di costituzione in mora dello scorso15 luglio, a contestazione della disciplina italiana del rapporto di lavoro dei magistrati onorari.
Si tratta di oltre 6mila precari dell'amministrazione della giustizia, in buona parte avvocati, ai quali è ormai affidato quasi il 40% dei procedimenti civili e più del 50% di quelli penali. E non si tratta solo dei giudici di pace, istituiti nel 1998, e remunerati a cottimo con 56 euro lordi a sentenza, ma anche dei Vpo (vice procuratori onorari), che sostituiscono in udienza il pm ormai nell'80% dei giudizi (98 euro a udienza) e dei Got (giudici onorari di tribunale), inseriti in pianta stabile nei moli dei tribunali. Ora la parola d'ordine è stabilizzazione.
Con l'emendamento il ministero della Giustizia punta a confermare a tempo indeterminato i magistrati onorari in servizio, sino al compimento dei 7o anni di età. Analogamente a quanto previsto per i togati. Per ottenere la conferma il Csm dovrà istituire tre verifiche da svolgere nel triennio 2022-2024 che riguarderanno rispettivamente i magistrati onorari con oltre 16 anni di servizio, quelli con anni di servizio tra12 e 16 e quelli con meno di 12 anni.
Le procedure valutative consisteranno in un colloquio orale, della durata massima di 30 minuti su un caso pratico di diritto civile sostanziale e processuale oppure sul diritto penale sostanziale e processuale, in base al settore in cui i candidati hanno esercitato, invia esclusiva o comunque prevalente, le funzioni giurisdizionali onorarie.
La commissione di valutazione è composta dal Presidente del tribunale o da un suo delegato, da un magistrato che abbia conseguito almeno la seconda valutazione di professionalità designato dal Consiglio giudiziario e da un avvocato iscritto all'albo speciale dei patrocinanti davanti alle magistrature superiori designato dal Consiglio dell'Ordine.
Per chi non supererà le verifiche oppure non riterrà di sottoporvisi (la bozza di emendamento prevede che i magistrati onorari in servizio che non presentano domanda di partecipazione al "concorso" decadono dal servizio) è prevista una sorta di liquidazione parametrata al numero di anni di servizio e comunque non oltre 50mila euro lordi. Sia la percezione della liquidazione sia la partecipazione alla procedura di valutazione ha come conseguenza la rinuncia a qualsiasi pretesa relativa al rapporto di lavoro onorario precedente.
Chi invece avrà superato le valutazioni si troverà davanti a un bivio, dove a fare la differenza sarà la previsione di un'esclusiva. Nel caso di prestazione in esclusiva il trattamento economico comprenderà una remunerazione fissa, comprensiva di tredicesima, equivalente a quella di un funzionario - non di un dirigente - dell'amministrazione della giustizia con inserimento in una posizione economica (F1, F2 o F3) diversa a seconda del numero di anni di servizio, a cui aggiungere un'indennità giudiziaria, che andrà a coprire anche gli eventuali straordinari, in misura pari al doppio dell'indennità spettante al personale giudiziario di riferimento.
Il tutto per dire che in caso di esclusiva il netto dovrebbe aggirarsi intorno ai 2mila euro al mese. Per chi invece rinuncia all'esclusiva, lasciandosi quindi aperta la strada per continuare altre esperienze di lavoro, l'indennità non è prevista e il netto dovrebbe attestarsi sui 1.500 euro al mese. In entrambi i casi sarà prevista la copertura previdenziale e assistenziale.
Ai magistrati onorari sarà inoltre riconosciuto il buono pasto per ogni udienza oltre le 6 ore. Per quanto riguarda l'impegno economico richiesto dall'attuazione dell'intervento, nell'emendamento si sottolinea come per il 2023 la spesa sarà di quasi 20 milioni, per salire l'anno successivo a 54,5 milioni e nel 2025 a 78,6 milioni.
di Nadia Cozzolino
agenziadire.com, 14 dicembre 2021
Il Garante dei detenuti della Campania dopo il focolaio scoppiato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). "Questo virus è insidioso per noi che siamo liberi, figuriamoci per i reclusi. Abbiamo ascoltato belle frasi dal governo, dalla ministra della Giustizia Cartabia, ma tra il dire e il fare ci deve essere il coraggio. Credo sia giunto il momento di mettere in campo risarcimenti, ristori per i detenuti. La mia proposta è questa: assicurare un giorno di libertà per ogni giorno di positività al Covid per ciascuno dei detenuti. E faccio questo discorso anche gli agenti penitenziari, che svolgono un lavoro a rischio". È la proposta formulata dal garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, interpellato dall'agenzia Dire dopo il focolaio scoppiato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta).
"La Campania ha fatto segnare un record negativo in termini di diffusione del Covid in carcere. Soprattutto, sei detenuti sono morti per Covid, sei agenti sono morti per Covid, è deceduto anche il medico sanitario del carcere di Secondigliano. Eppure, nessuno si è indignato. A Santa Maria Caputa Vetere registriamo piccoli e graduali miglioramenti, ma l'attenzione deve essere alta. Il carcere - prosegue il garante - merita risposte dalla politica, servono provvedimenti efficaci e immediati. Mancano educatori, agenti, psicologi, mediatori culturali e linguistici, e il 31% dei detenuti è in attesa di giudizio".
Ciambriello ha anche risposto alla proposta di alcuni sindacati della polizia penitenziaria, i quali ritengono necessario introdurre l'obbligo vaccinale per i detenuti. "Ritengo paradossale - ha spiegato - che in queste ore alcune associazioni facciano appelli a me e, complessivamente, ai garanti tutti per introdurre un obbligo vaccinale per i detenuti. Questo mi sembra eccessivo. Quando avevamo detto che dopo le Rsa e le Rems bisognava portare il vaccino nelle carceri ci fu una levata di scudi da parte di un cospicuo numero di esponenti politici".
garantedetenutilazio.it, 14 dicembre 2021
Finanziamenti finalizzati all'acquisizione di nuove competenze nel campo dell'informatica. Nel Bollettino ufficiale della Regione Lazio n. 112 del 7/12/2021 (pagina 532) è stato pubblicato l'avviso pubblico relativo al finanziamento della legge regionale 7/2007, "Interventi a sostegno dei diritti della popolazione detenuta della Regione Lazio", per la concessione di finanziamenti, per 170 mila euro, finalizzati alla promozione del miglioramento della vita detentiva e del reinserimento sociale delle persone private della libertà personale, mediante azioni di parte corrente connesse alla digitalizzazione. Le domande di partecipazione dovranno essere presentate entro il 16 dicembre 2021 alle ore 14,30.
Il bando è frutto della proposta, acquisita al registro ufficiale della Regione Lazio al n. 817495 del 12/10/2021, condivisa tra il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, il Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria per il Lazio, Abruzzo e Molise e il Direttore del centro per la giustizia minorile per il Lazio, l'Abruzzo e il Molise.
Gli obiettivi che si intendono perseguire sono i seguenti: fornire strumenti idonei al miglioramento della vita detentiva e garantire l'adozione di misure idonee ad assicurare il rispetto dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale. Gli interventi riguardano progetti finalizzati alla realizzazione di attività trattamentali, da effettuarsi presso gli istituti penitenziari del Lazio con priorità nelle seguenti tematiche: interventi finalizzati alla digitalizzazione dei percorsi trattamentali, tesi al recupero e al reinserimento sociale dei soggetti beneficiari; azioni tese a far acquisire ai soggetti beneficiari nuove competenze digitali anche a supporto dei percorsi trattamentali.
A pena di inammissibilità, ciascun soggetto potrà presentare una sola proposta progettuale da realizzare presso gli Istituti Penitenziari del Lazio per la durata massima di dieci mesi dall'accettazione del finanziamento. Possono presentare domanda di ammissione a contributo organizzazioni (associazioni, cooperative ed altre forme legali equivalenti) no profit, aventi sede legale nel Lazio e che abbiano nel proprio statuto uno scopo attinente alle tematiche in questione. In particolare, le proposte progettuali dovranno contenere, a pena di esclusione, una disponibilità scritta alla realizzazione della proposta progettuale, rilasciata, a seconda dei destinatari dell'intervento, dalla direzione degli istituti penitenziari della Regione Lazio, dal responsabile delle Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), dal responsabile degli uffici di servizio sociale minorenni o dell'ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna competenti territorialmente nel Lazio per i minori o adulti in esecuzione penale esterna.
Per ciascuna attività proposta ritenuta meritevole è previsto un sostegno economico fino ad un massimo di 25 mila euro al lordo degli oneri fiscali dovuti e fino ad esaurimento delle risorse economiche disponibili. Beneficiari delle iniziative sono i detenuti adulti e minori ristretti negli istituti penitenziari del Lazio; le persone sottoposte a misure di sicurezza in esecuzione nelle Rems della Regione Lazio; le persone adulte o minori in esecuzione penale esterna in carico all'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna o agli uffici di servizio sociale minorenni, competenti per il territorio della Regione Lazio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ci sono 61 detenuti positivi al Covid 19, tra cui un malato di Aids. "La situazione è preoccupante - dice Emanuela Belcuore, garante dei detenuti della provincia di Caserta - da giorni è in crescita il focolaio tra i detenuti, che vengono spostati da un reparto all'altro senza una visione logica, con quelli contagiati messi spesso in celle fredde. Manca un raccordo tra la struttura sanitaria del carcere e quella di sorveglianza".
La Garante Belcuore, inoltre, si chiede perché avvocati e familiari dei detenuti possono entrare in carcere senza esibire il green pass o aver fatto un tampone: provenendo dall'esterno potrebbero effettivamente essere veicolo di contagio. La Belcuore spiega che l'alto numero di detenuti non vaccinati - probabilmente tra il 30 e 40% - dipende dal fatto "che mancano gli operatori sanitari per somministrare i vaccini ai detenuti, dovrebbe essere organizzata una giornata con il camper dell'Asl, da sistemare magari nel cortile del carcere. Sono pochi i detenuti che non vogliono vaccinarsi".
Per Ciro Auricchio, segretario regionale campano dell'Uspp (Unione sindacati polizia penitenziaria), "è necessario introdurre immediatamente l'obbligo vaccinale anche per i detenuti, per la loro incolumità e perché vivono a stretto contatto con il personale della Polizia Penitenziaria". Il sindacalista auspica poi che "presto si individui un Covid Center del Casertano in cui portare i detenuti, magari al Covid Hospital di Maddaloni o a Caserta; attualmente i poliziotti penitenziari, quando devono ricoverare un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere ammalato di Covid, devono portarlo all'ospedale Cardarelli, dove sono costretti a ore e ore di attesa".
Il focolaio ha riacceso i riflettori sulla casa circondariale sammaritana, balzata agli onori delle cronache per le torture subite dai detenuti il 6 aprile dell'anno scorso, anche per la questione vaccini. Da giorni la garante provinciale dei detenuti Emanuela Belcuore sta invocando un open day per i vaccini. A questo si aggiunge il fatto che pesa il sovraffollamento e le malattie pregresse. Nel carcere - come d'altronde il resto delle patrie galere - ci sono anche persone malate di tumore che si sottopongono a chemioterapia. Se anche queste persone dovessero contrarre il virus, la questione potrebbe diventare molto più seria.
C'è, di fatto, una situazione che mette seriamente a rischio la salute di tanti. "Possiamo mettere in campo misure alternative al carcere o deve prima succedere qualcosa di grave? Questo virus è insidioso e infido per noi che siamo liberi, figuriamoci per chi è diversamente libero. E intanto l'unica risposta dalla politica riguarda solo maggiore sicurezza con la costruzione di reparti nuovi. Solo a Santa Maria è prevista la costruzione di un nuovo padiglione che ospiterà altri 350 detenuti. Il carcere merita risposte dalla politica", si era sfogato il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello.
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