di Enza Bruno Bossio*
Il Manifesto, 15 dicembre 2021
Sull'ergastolo ostativo in queste ore si va combattendo una battaglia contro il tempo e contro un fronte che si fa chiamare "antimafia" ma che in realtà difende un'impostazione di stato d'emergenza che contrasta con lo stato di diritto e con i valori fondanti della nostra democrazia. La Corte Costituzionale più volte, e in precedenza la Corte Europea dei diritti dell'uomo, hanno sancito che non può esistere il "fine pena mai".
di Francesca Cipolloni
rinnovamento.org, 15 dicembre 2021
"Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Mt 25, 35-36).
Non possono esserci parole più appropriate che quelle custodite dal Vangelo di Matteo per 'descrivere' il senso del progetto "Auxilium", avviato nel 2017 dalla Fondazione Alleanza del Rinnovamento nello Spirito Santo onlus (https://www.fondazionealleanza.org), e rivolta ai nuclei familiari di detenuti che si trovano in forte stato di disagio economico.
È fatto noto che le famiglie di quanti vivono l'esperienza della detenzione si trovano spesso in condizioni di grave sofferenza economica, in quanto chi si trova in carcere rappresenta, potenzialmente, la principale fonte di reddito della famiglia. Di conseguenza, e non di rado, purtroppo, ciò implica che tali famiglie siano sostenute dalla criminalità stessa: è così, quindi, che si crea un debito di riconoscenza con il mondo della malavita, alimentando di fatto un pericoloso circuito nel segno dell'illegalità.
Per questo "Auxilium" - realizzata in collaborazione con il DAP (Direzione Generale Detenuti e Trattamento), l'Associazione Rinnovamento nello Spirito Santo, l'Associazione Prison Fellowship Italia onlus (https://www.prisonfellowshipitalia.it/) ed il patrocinio di Caritas Italiana - si pone come iniziativa virtuosa, incentivando le forme di sostegno alle famiglie dei detenuti che, esattamente come le pene alternative o il lavoro in carcere, rappresentano un importante investimento sociale: le recidive (detenuti che escono e tornano a delinquere) che normalmente si attestano intorno al 70%, si abbattono fino al 4,5% quando i detenuti, oltre a scontare la pena, vengono aiutati e accompagnati in processi di riabilitazione.
L'impegno della Fondazione Alleanza del RnS - La Fondazione Alleanza del Rinnovamento nello Spirito Santo ETS, quale ente morale e senza scopo di lucro, ispirandosi ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa persegue da sempre esclusive finalità di solidarietà e inclusione sociale. Agisce dunque promuovendo, in primis, la testimonianza della carità, della giustizia sociale e della pace in ogni ambito, contesto e iniziativa, avendo sempre come punto di riferimento il raggiungimento del bene comune.
Con questo orientamento, il 'cuore' della sua mission consiste nel: promuovere la progettazione di attività e iniziative per il riconoscimento dei diritti e delle condizioni essenziali per l'inclusione sociale di ogni persona, in particolare quelle più debole e svantaggiate, specialmente famiglie; favorire, sulla base dei principi ispiratori, lo sviluppo integrale dell'uomo, che si rende concreto in progetti e azioni di solidarietà sociale e di cooperazione internazionale e che sono in grado di rispondere alle istanze di aiuto e di sostegno delle fasce più deboli della popolazione dei luoghi dove si trova ad operare; orientare il proprio impegno soprattutto a favore dei nuclei familiari, organizzando interventi dedicati proprio ad affrontare i bisogni più essenziali, materiali e immateriali; collaborare con le Istituzioni civili nazionali e internazionali per il raggiungimento delle proprie finalità. Cinque gli ambiti di intervento contemplati: solidarietà e inclusione sociale; educazione; assistenza sociale e socio-sanitaria; minori e famiglia; carcere.
Come si struttura il Progetto "Auxilium" - È proprio sulla delicata realtà del carcere che si concentra il Progetto in questione, concepito a supporto di nuclei familiari di almeno 4 persone con un coniuge in regime di detenzione, con un familiare (preferibilmente figlio) disabile a carico e con un reddito prossimo o al di sotto della soglia di povertà̀.
Lo scopo di "Auxilium", completamente sostenuto con le risorse del 5×1000 e finalizzato ad affrontare queste tre forme di disagio, è quello di assicurare un sostegno "economico" - non attraverso erogazione di denaro bensì attraverso la consegna a domicilio di beni e prodotti di prima necessità -, in modo da contrastare quelle dinamiche di indigenza e povertà materiale dovute a condizioni economiche estremamente complesse.
L'iniziativa muove infatti da dati statistici inconfutabili: il 39,3% dei detenuti dichiara infatti che la propria famiglia può contare solo sul suo sostegno economico, il 24,5% che ne è la principale e, nell'80% dei casi, la carcerazione riduce in maniera sensibile o addirittura abbatte del tutto il reddito familiare disponibile, poiché chi non lavora in carcere (percentuali molto basse), non può inviare soldi a casa e, di conseguenza, concorrere alle spese di prima necessità della propria famiglia.
Il Progetto è giunto ora alla terza edizione e gode di risultati significativi: nella prima, distribuiti su tutto il territorio nazionale, ha visto difatti la partecipazione di 103 nuclei familiari con 31 domande accolte, mentre nella seconda ne sono pervenute 72 con 30 beneficiari effettivamente presi in carico. Il piano di intervento prevede l'erogazione di crediti spesa dell'importo di 200 euro (300 euro per il mese di dicembre) per l'acquisto di beni di prima necessità (generi alimentari e prodotti per l'igiene personale e della casa).
Quanto alla modalità di partecipazione, le famiglie fanno richiesta del contributo partecipando al bando pubblicato dalla Fondazione e diffuso in tutti gli Istituti penitenziari d'Italia. È il team dei collaboratori preposti ad assistere poi la famiglia nel formulare l'ordine, guidandola per usufruire dei buoni nella maniera più opportuna.
Ad oggi, per la terza edizione, le richieste pervenute sono 85, 40 quelle selezionate (dieci in più rispetto alla precedente edizione). Diverse le zone di provenienza da tutto il Paese: si va dalla Lombardia, dal Veneto, dall'Emilia Romagna e dalla Toscana al Lazio e alla Campania, dal Friuli Venezia Giulia, dalla Liguria, dal Piemonte e dal Trentino Alto-Adige alle Marche, all'Umbria, all'Abruzzo e al Molise, fino ad arrivare in Puglia, Calabria e Sicilia. Un impegno e uno sforzo economico notevole da parte della Fondazione, dunque, mirati a non lasciare indietro e solo nessuno. Per sostenere l'iniziativa è possibile consultare: https://rinnovamento.org/progetti/progetto-auxilium/
Sostegno e vera prossimità in tempo di pandemia. La pandemia, con l'emergenza sanitaria su scala mondiale, ha evidentemente inciso profondamente sulla crisi sociale e ogni tipo di economia. Nitida è consapevolezza che il Covid-19 ha pesantemente investito vite umane, rapporti sociali, acuendo anche le povertà pre esistenti e, come emerso dal "Rapporto 2021 su povertà ed esclusione sociale" diramato lo scorso ottobre, cominciano ad affacciarsi i cosiddetti "nuovi poveri".
Un quadro drammatico, posto in luce anche dalle parole di Papa Francesco che, nell'Udienza generale del 26 agosto 2020, ebbe a dire: "La pandemia ha messo in rilievo e aggravato i problemi sociali, soprattutto la disuguaglianza. Noi stiamo vivendo una crisi. La pandemia ci ha messo tutti in crisi...dalla crisi o usciamo migliori o usciamo peggiori. È necessario recuperare la realtà della giustizia sociale mettendo in comune ciò che possediamo in modo che a nessuno manchi, allora davvero potremo ispirare speranza per rigenerare un mondo più sano e più equo".
Una speranza che si concretizza, in "Auxilium", a partire dal rapporto diretto che si instaura con tutte le famiglie che procedono all'ordine previsto dal bando. "Avere la spesa a casa è stato di grande aiuto soprattutto in questo periodo di lockdown per mancanza di lavoro e impossibilità di uscire", "È l'unico aiuto che abbiamo. Abbiamo potuto pagare le utenze e sostenere delle spese mediche", "Aspettiamo il pacco mensile. È un grande aiuto perché non lavoriamo", "Grazie a voi riusciamo a mangiare", "I pacchi arrivano con regolarità. Non manca niente. È un aiuto in più viste le difficoltà economiche che viviamo. Ringraziamo di cuore la Fondazione!", sono alcuni dei feedback che arrivano da coloro che, pur dovendo convivere con una situazione di disagio e sofferenza, sanno di poter contare su un ausilio, come evoca il nome stesso del Progetto, votato ad un'autentica prossimità verso i più vulnerabili, superando sempre più la logica della "cultura dello scarto".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 15 dicembre 2021
La morte del 26enne tunisino Wissem Ben Abdel Latif riapre il dibattito sul ricorso ai "mezzi di contenzione" negli istituti carcerari ma anche nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, nelle Rsa e nei reparti di neuropsichiatria infantile. Una misura prevista dalla legge che la riforma Basaglia del 1978 ha abrogato, eppure quello strumento di coercizione non solo è sopravvissuto, ma sembra essersi ancor più diffuso.
Il direttore del carcere di Nisida, istituto penale per minorenni, ha chiesto all'Asl di Napoli di poter disporre del "presidio sanitario idoneo a contenere due ragazze" (in custodia cautelare) "alla luce dei quotidiani atti autolesivi posti in essere dalle stesse". Tradotto, significa che la Direzione del carcere sollecita l'adozione del letto di contenzione per tenere sotto controllo le due minori e impedire che possano fare del male a sé stesse e ad altri.
Il giurista Marco De Martino, che mi segnala quella richiesta, sottolinea come il ricorso ai "mezzi di contenzione" sia legittimo e - per quanto ci possa apparire irragionevole - previsto dal regolamento carcerario del 1975. Così come lo è nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc): secondo alcuni studi di qualche anno fa, nell'80% di essi si fa ricorso alla "contenzione meccanica". E alcuni studi recenti ci dicono che l'utilizzo di quella pratica interesserebbe, nelle Residenze sanitarie per anziani (Rsa), decina di migliaia di ricoverati; e si diffonde nei reparti di neuropsichiatria infantile.
La vicenda di Nisida fa venire alla mente la tragica fine della diciannovenne Elena Casetto, morta carbonizzata mentre si trovava legata, mani e piedi, a un letto, nell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Quando scoppia l'incendio, presumibilmente appiccato da lei stessa, la porta della stanza è chiusa a chiave dall'esterno. Da giorni Repubblica segue con grande attenzione quanto è accaduto a Wissem Ben Abdellatif, tunisino di ventisei anni che, mentre era trattenuto nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria, alle porte di Roma, manifestava segni di sofferenza psichica. Ricoverato prima al Grassi e poi al San Camillo era stato legato, al letto di contenzione, in entrambi gli ospedali, in quanto appariva "agitato, confuso, smarrito" e "aggressivo".
Così, caviglie e polsi serrati da fasce, Wissem è morto al San Camillo dopo oltre 61 ore di costrizione. Il documento sanitario, chiamato "registro delle contenzioni", riporta in modo assai approssimativo l'orario di inizio del trattamento e quello del decesso: il che autorizza a pensare che la contenzione sia stata ininterrotta. Non è la sola anomalia: la mancata comunicazione ai familiari - evidenzia l'avvocato Francesco Romeo - ha fatto sì che all'autopsia non fossero presenti i consulenti di parte. Dunque, la domanda che si impone è semplice e brutale: è possibile che, nelle democrazie mature e nei sistemi sanitari più avanzati del mondo, quale quello italiano, non si conoscano mezzi più intelligenti e razionali, e rispettosi della dignità, per controllare la "agitazione" del paziente?
La contenzione era prevista dalla legge che la riforma Basaglia del 1978 ha abrogato, eppure quello strumento di coercizione non solo è sopravvissuto, ma sembra essersi ancor più diffuso. E sempre in nome dello "stato di necessità": così che, quella che dovrebbe essere una circostanza eccezionale e una extrema ratio, è diventata la prassi per fronteggiare qualsiasi attrito, tensione, rifiuto e sottrazione da parte del paziente.
Era il 2009 quando il maestro elementare Franco Mastrogiovanni morì nel letto di contenzione, al quale era stato crocefisso per 87 ore, nel reparto di Diagnosi e cura dell'ospedale di Vallo della Lucania. In realtà, le ore erano 93, perché, dopo il decesso, il cadavere rimase ancora a lungo legato al letto. Nel 2018, la Cassazione ha condannato in via definitiva, per sequestro di persona, sei medici e undici infermieri. Eppure, la sentenza non ha bloccato quella che sembra una irresistibile tendenza all'uso massiccio di quella pratica inumana.
Per contro, nel 2015, il Comitato Nazionale di Bioetica redige un parere assai severo in materia. Vi viene raccomandata la predisposizione di "programmi finalizzati al superamento della contenzione, nell'ambito della promozione di una cultura generale della cura, rispettosa dei diritti".
Nel 2012 prende le mosse la campagna nazionale "...E tu slegalo subito" (da una affermazione di Franco Basaglia), che elabora un documento programmatico, approvato successivamente dal Tavolo tecnico sulla Salute Mentale del ministero della Salute. In quell'occasione (giugno 2021), il ministro Roberto Speranza ha manifestato la volontà di operare per superare la contenzione meccanica entro il 2023.
E appena qualche giorno fa, la Corte Europea dei Diritti Umani ha ammesso il ricorso presentato dai legali di un giovane, allora diciannovenne, che nel 2014 era stato legato continuativamente a un letto di ospedale per otto giorni. Perché ciascuno di noi possa rendersi conto, nelle fibre del proprio corpo, cosa significhi essere "contenuto", proviamo a immaginare di trovarci in quella condizione e in quella posizione non per interminabili otto giorni, bensì per appena otto ore. O anche solo per due.
di Niccolò Nisivoccia
Il Manifesto, 15 dicembre 2021
Curare le ferite, ricostruire le relazioni per contrastare i processi di radicalizzazione, dice la ministra Cartabia che ha chiuso ieri la conferenza del Consiglio d'Europa. La raccomandazione finale per gli Stati membri perché accolgano nei loro sistemi di giustizia penale questi strumenti che vanno oltre la punizione e il perdono.
Si è svolta a Venezia, ieri e l'altro ieri, la prima conferenza ministeriale sotto la presidenza italiana del Consiglio d'Europa (partita lo scorso 17 novembre). A riunirsi a Venezia, in particolare, sono stati i ministri della giustizia di tutti i Paesi che compongono il Consiglio; l'argomento della conferenza era la giustizia riparativa. Fino ad alcuni anni fa, quasi nessuno avrebbe saputo dire di cosa si trattasse: la giustizia riparativa era un'idea, prima ancora che una pratica, quasi sconosciuta più o meno ovunque. Oggi lo è molto meno, ormai la giustizia riparativa è conosciuta e praticata in molti Paesi: in Italia come in Europa, e non solo in Europa.
Del resto la stessa Conferenza dei giorni passati ha ripreso il discorso da dove lo aveva lasciato, da ultimo, la Raccomandazione numero 8 del 2018 del Comitato dei ministri del medesimo Consiglio d'Europa, che già incoraggiava gli Stati membri a promuovere la giustizia riparativa all'interno dei loro sistemi di giustizia penale.
Di cosa parliamo, dunque, quando parliamo di giustizia riparativa? Parliamo, secondo la definizione contenuta appunto nella Raccomandazione del 2018, di un processo funzionale a consentire alle persone coinvolte in un reato - sia a quelle che lo hanno commesso, sia a quelle che lo hanno subìto - di partecipare attivamente, a patto di acconsentirvi in piena libertà, alla soluzione delle questioni che a partire da quel reato le oppongono le une alle altre, tramite l'aiuto di un soggetto terzo imparziale. Ed è vero che le definizioni incontrano sempre un limite nel fatto di voler chiudere in una clausola ciò che descrivono, ma qui la definizione ha il pregio di lasciar intendere molto bene la specialità dello sguardo della giustizia riparativa nel contesto del diritto penale: perché si capisce subito che il reato non viene più guardato come la pura e semplice violazione di una norma, quanto come un'esperienza di ingiustizia che frattura una relazione e procura una ferita.
Ecco: la giustizia riparativa, come ha sottolineato la ministra italiana della giustizia Marta Cartabia in apertura dei lavori, scommette sulla possibilità di curare le ferite, di ricostruire le relazioni. Non le interessa il perdono, che riguarda le coscienze, né la punizione o l'assoluzione, che spetta ai tribunali infliggere o concedere: ciò che le interessa è cercare di mettere le parti l'una davanti all'altra, ciascuna nella condizione di poter raccontare all'altra la propria realtà, quale soggettivamente vissuta - ciascuna nella condizione di poter finalmente dare un volto ai propri fantasmi.
Nel mondo, il modello più alto di giustizia riparativa che abbia mai visto la luce è quella della Commissione sudafricana per la Verità e la Riconciliazione; in Italia, è senza dubbio quello del confronto fra alcuni responsabili e alcune vittime della lotta armata fra gli anni settanta e ottanta, promosso qualche anno fa da Adolfo Ceretti, Guido Bertagna e Claudia Mazzucato (testimoniato poi da un volume memorabile, Il libro dell'incontro, da loro stessi curato).
Ora la Dichiarazione finale della Conferenza di Venezia rappresenta, dal punto di vista della forza e della chiarezza delle sue parole, un passo ulteriore verso questi modelli rispetto alla Raccomandazione del 2018, tanto nelle sue premesse quanto nelle conclusioni. Nelle premesse, dove afferma il valore culturale e sociale tout court della giustizia riparativa, nella sua funzione di contrasto ai processi di radicalizzazione degli individui (dai quali deriva a sua volta la radicalizzazione delle violenze).
Nelle conclusioni, dove invita tutti gli Stati membri a voler dare concretamente seguito alla Raccomandazione del 2018, sia nell'ambito della giustizia rivolta agli adulti sia nell'ambito di quella rivolta ai "giovani in conflitto con la legge", anche attraverso una specifica formazione degli operatori del diritto e della polizia, e dove chiama il Consiglio d'Europa a favorire l'applicazione di principi comuni.
Qualcuno forse dirà: è poco, sono solo auspici, sono considerazioni generiche. Tutt'altro, è moltissimo. Se ne può condividere o non condividere lo spirito, ma almeno una cosa sembra innegabile alla giustizia riparativa: il fatto di incarnare un ideale. È quello che dovrebbe sempre fare il diritto: non accontentarsi dell'esistente o del prevedibile, non ripiegarsi su di sé, ma tendere verso un orizzonte. E non esiste processo verso orizzonti ideali che non abbia bisogno, in primo luogo, di mutamenti culturali.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 dicembre 2021
Perugia e Bologna sui vincoli per Pm e polizia giudiziaria. Pur essendo in vigore da poche ore, il decreto legislativo sulla presunzione d'innocenza è già sottoposto ai primi test di efficacia nelle procure. E gli uffici giudiziari stanno iniziando ad attrezzarsi per fronteggiare un cambiamento che, adeguando il nostro ordinamento interno alla direttiva europea, sarà comunque significativo sulla comunicazione degli atti d'indagine e giudiziari.
Vanno in questa direzione la direttiva del Procuratore di Perugia Raffaele Cantone, e la circolare di quello di Bologna, Giuseppe Amato. Entrambe provano, innanzitutto, a riempire di contenuti le due condizioni che legittimano il procuratore a fornire informazioni sui procedimenti penali: la necessità per la prosecuzione delle indagini e le ragioni di interesse pubblico.
Per Cantone, le prime possono essere individuate in rari ma importanti casi come la necessità di stimolare la collaborazione dell'opinione pubblica, oppure di richiamare l'attenzione dei cittadini su situazioni in grado di compromettere la pubblica incolumità. Mentre le ragioni di interesse pubblico possono coinvolgere le indagini di maggiore rilievo con notizie, sempre rese dal procuratore, sull'esecuzione di provvedimenti cautelari, sia personali sia reali, oppure lo svolgimento di atti d'indagine per i quali è caduto il vincolo del segreto.
Cantone poi mette nero su bianco di essere consapevole che criteri così rigorosi rischiano di limitare il diritto dei giornalisti all'accesso alle notizie e di, paradossalmente, incentivare il "mercato" della loro ricerca attraverso canali non ufficiali; preannuncia così un futuro provvedimento per regolamentare l'accesso agli atti d'indagine non più coperti da segreto.
Per Amato, in termini generali, la scelta di concentrare i rapporti con la stampa nel procuratore o nel delegato è opportuna, perché consente una trattazione unitaria della materia, assicura una conoscenza diretta dei mezzi di informazione, contribuisce a realizzare un confronto equilibrato dei diversi interessi in gioco (soddisfazione del diritto di cronaca, esigenze di rispetto della privacy, dei dati sensibili, del segreto investigativo).
A venire valorizzato è poi il rapporto fiduciario tra il capo della procura e i suoi sostituti, come pure quello con la polizia giudiziaria. Amato ricorda poi che la diffusione di particolari informativi - come le generalità degli indagati e il contesto del fatto, come pure le immagini degli indagati o dell'episodio investigato - può essere consentita se questi particolari permettono lo sviluppo dell'indagine penale, precisando sempre che "si tratta di contesto investigativo provvisorio sul quale, quindi, non può fondarsi il giudizio di colpevolezza dell'interessato".
L'interesse pubblico si può poi individuare nella particolare gravità del fatto investigato o nell'esigenza di evitare equivoci o fraintendimenti informativi. Un'attenzione particolare andrà poi comunque dedicata alla tutela della riservatezza dei soggetti diversi dall'indagato, in primo luogo le vittime del reato.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 15 dicembre 2021
Implementare l'applicazione della giustizia riparativa nei rispettivi paesi. È questo l'impegno assunto dai ministri della giustizia dei paesi del Consiglio d'Europa nella dichiarazione approvata a conclusione del vertice tenutosi lunedì e martedì a Venezia. Si è trattata della prima conferenza dei ministri del semestre di presidenza italiana. Ad aprire e chiudere i lavori delle due giornate è stata la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che proprio alla giustizia riparativa ha deciso di dedicare un capitolo importante della riforma della giustizia penale italiana, già approvata dal parlamento in forma di legge delega.
E' sufficiente leggere la definizione del concetto di "giustizia riparativa", fornita dallo stesso Consiglio d'Europa in una raccomandazione del 3 ottobre 2018, per comprendere come si sia di fronte a una potenziale rivoluzione culturale del modo di intendere il funzionamento e le finalità del sistema giudiziario: "Ogni processo che consente alle persone che subiscono un pregiudizio a seguito di un reato e a quelle responsabili di tale pregiudizio, se vi acconsentono liberamente, di partecipare attivamente alla risoluzione delle questioni derivanti dall'illecito, attraverso l'aiuto di un soggetto terzo formato e imparziale".
La giustizia, in altre parole, non può consistere solo nella punizione e nell'applicazione di una sanzione, ma deve anche mirare a ricostruire, se possibile, il tessuto sociale lacerato a causa della commissione del reato, attraverso un percorso di confronto e di dialogo. L'esperienza più significativa e più celebre di giustizia riparativa è rappresentata dalla Commissione verità e riconciliazione, istituita nel 1996 in Sudafrica dopo la fine dell'apartheid per volontà di Nelson Mandela, al fine di ricostruire i crimini e le violazioni dei diritti umani compiuti nei decenni precedenti, attraverso la raccolta delle testimonianze delle vittime e anche dei carnefici.
Proprio il modello sudafricano (verità in cambio di riconciliazione) è stato più volte evocato in Italia per chiudere la pagina drammatica della stagione terroristica, in ultimo dalla ministra Cartabia e da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972.
"La giustizia riparativa - ha sottolineato la Guardasigilli Marta Cartabia nelle dichiarazioni conclusive della conferenza di Venezia - non è un approccio soft al crimine ma un approccio più efficace, un complemento della tradizionale giustizia penale". "La giustizia riparativa - ha aggiunto - è più efficace per tutti, per le vittime che sono liberate dall'incubo del male subito, per gli offensori che assumono la loro responsabilità guardando in faccia le vittime, per la società intera che può ricostruire i legami sociali distrutti dal crimine, perché il crimine è innanzitutto una rottura dei rapporti sociali".
La giustizia riparativa, come ha tenuto a precisare la ministra Cartabia, "non è un atto di clemenza". Al contrario, essa pone al centro dell'attenzione la vittima, le sue istanze e il suo rapporto con l'autore del reato, superando il modello tradizionale incentrato sulle esigenze di difesa della società. Esperienze di giustizia riparativa sono già presenti in diversi paesi del mondo, europei e non, e anche in Italia, seppur in forma sperimentale. Secondo i dati del ministero della Giustizia, sono 79 i progetti di giustizia riparativa approvati in Italia nel 2021. Oltre la metà (41) riguarda l'area penale minorile.
Insomma, giustizia riparativa significa passare dalla logica della vendetta alla logica del dialogo, dalla punizione alla riconciliazione. Una svolta culturale per un paese come il nostro, abituato dai tempi di Tangentopoli ad affrontare le vicende giudiziarie invocando la gogna per indagati e imputati. Non sarà facile, e di questo la stessa ministra Cartabia sembra esserne consapevole, ancor di più dopo la stagione della forca grillo-leghista. Ma è proprio per questo che la direzione indicata dalla Guardasigilli appare rivoluzionaria.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 15 dicembre 2021
Abolire i fuori ruolo, dimezzare corti d'appello e tribunali, limitare circolari e linee guida del Csm per recuperare l'esclusiva soggezione dei giudici alla Carta anche per quanto riguarda le carriere.
La riforma della legge per l'elezione del Csm agita le correnti della magistratura. È normale che sia così.
Se, come pare, i poteri e le funzioni dell'Organo di autogoverno non verranno ridisegnati e rimodula ti in modo apprezzabile, è chiaro che Palazzo dei Marescialli resterà una meta irrinunciabile per le molte formazioni associative in cui è spacchettata la magistratura italiana. Luciano Violante, in una recente intervista su Il Dubbio, ha indicato nell'approvazione di una legge elettorale marcatamente proporzionale l'unica via praticabile per depotenziare le correnti, riducendone grandemente la proiezione consiliare con un voto pulviscolare.
In altri termini, più correnti saranno rappresentate nel Csm, meno peso ciascuna di esse potrà avere; e per giunta i gruppi dovrebbero essere spinti a ricercare accordi e mediazioni al rialzo, a raggiungere convergenze positive non potendo più garantire da sole i propri apparati e accoliti. La tesi è chiara e immagina che una rappresentanza frammentata o quasi sia di ostacolo a quelle spartizioni che sono state la cifra di tempi in cui un paio di correnti al massimo gestivano dozzine, se non centinaia di incarichi e nomine.
In teoria la proposta non dovrebbe avere oppositori. Il pluralismo associativo della magistratura (al momento 6 sigle) si è sempre giustificato in nome della varietà delle opinioni e degli approcci al tema della giustizia e della sua organizzazione. Niente di meglio, allora, che garantire a tutti un diritto di tribuna, uno strapuntino al Csm in cui far valere le proprie posizioni e i propri punti di vista.
In teoria. In pratica gran parte dell'attività a Palazzo dei Marescialli non può che concentrarsi sulle attribuzioni costituzionali dell'organo che riguardano non tanto ideali quanto saltuarie prese di posizione sui temi generali della giustizia, ma più concretamente "le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati" (articolo 105 Costituzione).
Tutte cose, insomma, particolarmente concrete e vive, dove - sempre e comunque - si decide della sorte dei circa diecimila magistrati italiani e dei loro colleghi onorari. E questo senza considerare la pletora di incarichi extragiudiziari, di distacchi presso ministeri, istituzioni pubbliche, organi costituzionali e quant'altro che sempre dal Csm transitano. Insomma, più che un parlamentino, come talvolta si dice, a Palazzo dei Marescialli siede una sorta di consiglio di amministrazione di un'azienda di medie proporzioni, con tutta la sua carica di aspettative, scalate, delusioni, promozioni e bocciature. Un universo in continua ebollizione.
Il tema è come raffreddare la temperatura all'interno della magistratura italiana. Come sopire le ambizioni, alleviare le fatiche di tanti gravati da carichi di lavoro molte volte insostenibili, mitigare l'importanza degli incarichi direttivi e semidirettivi.
Un'operazione complessa e di cui non si intravede neppure l'inizio. La strada maestra, com'è ovvio, è nella Costituzione secondo cui "i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni" (articolo 107) e non per mostrine o gradi ed eliminare le diseguaglianze che si sono create in questi ultimi due decenni, tra tante api operaie e troppe api regine, dovrebbe essere il compito primario del legislatore. Parificare, democratizzare, livellare. uguagliare la magistratura italiana, per ricondurla nel suo necessario e naturale perimetro costituzionale, è un'opzione praticamente irrinunciabile e non ulteriormente differibile.
Per farlo occorrerebbero almeno tre mosse secche: a) abolire ogni fuori ruolo dagli uffici a eccezione dei posti apicali del Ministero della giustizia per i quali è giusto che il ministro scelga i propri collaboratori di fiducia senza restrizioni; b) sopprimere di circa la metà il numero delle corti d'appello (quattro nella sola Sicilia) e dei tribunali italiani la cui sopravvivenza è resa ogni giorno faticosa da perenni vuoti d'organico e che drenano risorse maggiori dei vantaggi che giungono all'utenza; c) delimitare la funzione paranormativa del Csm, ossia l'elaborazione di dozzine di circolari, linee guida e così via, e per questa via recuperare l'esclusiva soggezione dei giudici alla legge (articolo 101 Costituzione) e non al Csm, anche per quanto concerne le loro carriere; si tratta di riconsegnare alla legge sull'Ordinamento giudiziario (articolo 108) una centralità che è stata quasi del tutto sommersa da un profluvio di produzioni consiliari.
Quest'ultimo punto esige, come ovvio, che il Parlamento voglia riappropriarsi della propria funzione di regolazione normativa della magistratura che ha dismesso da oltre 15 anni. Era il 2006 quando il governo di centro- destra mise mano all'ordinamento dei giudici in vari campi (dal disciplinare alle carriere sino all'organizzazione delle procure) e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non è dato prevedere se e quando un progetto riformatore di questa latitudine entrerà nell'agenda delle forze politiche.
Al momento l'urgenza del PNRR è tale da non concedere spazi a più complessive rivisitazioni. Ma bisogna essere leali verso il Paese: il modo con cui la magistratura è organizzata è un fattore che ostacola di per sé l'efficienza e il conseguimento di migliori risultati.
Mettere mano ai codici, come si è fatto, o scrivere una nuova legge elettorale per il Csm non sarà sufficiente a raggiungere gli obiettivi imposti dall'Europa se mancherà un profondo e incisivo intervento sul modello di organizzazione che premi davvero i più capaci. Come il presidente Mattarella auspica, anzi invoca, ormai da molto tempo.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 dicembre 2021
Intervista al procuratore di Perugia: "La nuova norma non è un bavaglio, ma può burocratizzare troppo il rapporto tra media e pm. Il caso Maresca a Napoli? Lui ha fatto una scelta legittima che un legislatore serio avrebbe dovuto impedire".
La legge sulla presunzione d'innocenza? "Non è un bavaglio, ma burocratizza i rapporti tra giornalisti e procure". Spariranno i fatti dai giornali? "Se uno stupratore viene arrestato, la notizia deve uscire". Caso Maresca? "Scelta legittima ma che un legislatore serio avrebbe dovuto impedire". La riforma del Consiglio superiore della magistratura? "No ai consiglieri dell'Anm che vanno al Csm". Dice così il procuratore di Perugia Raffaele Cantone.
In tempi non sospetti, era luglio 2017, lei ha scritto un articolo su "Repubblica" in cui ricordava che i media sono "il cane da guardia della democrazia". Ma con la nuova direttiva sulla presunzione d'innocenza, entrata in vigore ieri, non le pare che a questo "cane" venga messa la museruola?
"Non sono d'accordo. La nuova normativa, di certo, creerà dei problemi, ma rappresenta un passo in avanti. Per la prima volta viene superata l'ipocrisia per cui i giornalisti possono pubblicare notizie senza far capire da dove arrivano. Nasce un sistema tracciato e trasparente sull'origine delle news rispetto agli uffici".
Sia esplicito: questa legge è, o non è, un bavaglio per toghe e giornalisti?
"No, non lo è. Di certo contiene degli eccessi e in alcune parti burocratizza troppo il rapporto tra stampa e uffici giudiziari. Ma non impedisce la comunicazione, anche se bisognerà capire entro quali limiti il rispetto della presunzione di non colpevolezza, principio sacrosanto, può rappresentare a sua volta un limite".
Dei limiti certo ci sono...
"Il rischio può esserci. Non si può pretendere che vengano messi a tacere elementi di prova emersi su un indagato".
Chi ha sollecitato la direttiva, come Enrico Costa di Azione, pensa proprio a questo...
"Non è così. La legge non può chiedere di tacere i fatti sulla responsabilità di un indagato. Se un soggetto viene visto da dieci persone mentre sferra una coltellata, nessuna norma può impedire di scriverlo".
I fan della direttiva la usano per bloccare notizie su incriminazioni e arresti...
"Sbagliano. Quel testo al contrario consente al procuratore di dare le notizie. Se questo fosse stato l'obiettivo di qualcuno, la legge non lo legittima".
Nel testo ritrova quel "non semplice ma giusto equilibrio fra diritto di cronaca, diritto alla riservatezza e segreto d'indagine" che sollecitava nel 2017?
"Assolutamente no, era necessario ampliare il diritto di accesso dei giornalisti alle informazioni giudiziarie pubbliche".
E quali sarebbero?
"Per esempio, un'ordinanza di custodia cautelare notificata agli indagati che, se non ci sono dati sensibili e di privacy da tutelare, non vedo perché non possa essere data ai giornalisti".
Lei è buonista, i fan della direttiva non vogliono veder uscire niente...
"Quest'esigenza mi sembra incompatibile con l'articolo 21 sulla libertà di stampa. Ed è contraria a un'idea immanente della trasparenza, perché impedirebbe ai cittadini di avere accesso a informazioni d'interesse pubblico. Perché non dovrebbero sapere che è stato arrestato uno stupratore seriale?".
Perché è un presunto innocente...
"La Costituzione impone di garantire a un soggetto arrestato per stupro tutti i diritti di difesa, ma non che sia taciuto il fatto. L'aspetto positivo della direttiva sta nell'invito a essere moderati nel dare news in una fase fluida. Ma non può precludere la conoscenza perché, come diceva Bobbio, la trasparenza è un requisito indispensabile della democrazia".
Critica i procuratori che calcano troppo il talk show?
"Nell'ultimo periodo vedo un self restraint positivo, le interviste sono rarissime, altrettanto le presenze in tv, io stesso sto dando la prima intervista da quando sono procuratore, e su una questione normativa, non certo su una indagine".
Catello Maresca, consigliere comunale e giudice di Corte di Appello a Campobasso: è possibile e comprensibile?
"Mi fa velo il rapporto di amicizia con lui, mio uditore ed erede della mia indagine sui Casalesi. Il problema vero è che il legislatore, pur da tempo consapevole del problema, non ha mai voluto occuparsene. Maresca ha fatto una scelta legittima che un legislatore serio avrebbe dovuto impedire".
Lui dice che l'hanno fatto tutti...
"In parte è vero, e rappresenta un'aggravante rispetto all'omissione di decisioni da parte del Parlamento".
Riforma del Csm in vista e grande querelle sulla legge elettorale. Ne esiste una che metta in difficoltà le correnti?
"Non sono un esperto di tecniche elettorali e non saprei quale legge potrebbe davvero tagliare le unghie alle correnti, ma sarebbe opportuno prevedere formali incompatibilità tra l'essere componente dell'Anm e subito dopo candidato al Csm".
In via Arenula si lavora ai decreti sulla riforma penale, e la norma più discussa resta quella della improcedibilità. Favorevole o contrario?
"In verità non mi entusiasma, mi preoccupano gli effetti, ma sarebbe stupido far finta di non vedere l'indecenza della durata di alcuni procedimenti penali. La riforma Cartabia andrà valutata a 360 gradi quando saranno emanati i decreti legislativi".
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 15 dicembre 2021
Ma sì, brindiamo pure al bavaglio e rendiamo omaggio dl ministro della Giustizia che - ancora una volta, dopo mille altre volte - tenta di arginare la deriva, tutta italiana, dello sputtanamento. Ma sì, accogliamo pure, con un applauso sincero, l'entrata in vigore della legge che teoricamente impone alle procure, e agli inquirenti tutti, di rispettare il principio costituzionale della presunzione d'innocenza e "fa assoluto divieto" a tutti i magistrati di impiccare gli indagati all'albero della gogna, di dare per certi fatti che devono ancora essere accertati, colpe e responsabilità che devono essere ancora verificate.
Ma sì, facciamo finta di credere che la legge firmata da Marta Cartabia, ministro guardasigilli del governo presieduto da Mario Draghi, possa dare immediatamente i suoi frutti e che i rapporti tra gli uffici giudiziari e i giornali possano essere circoscritti, da oggi in poi, a una paludata conferenza stampa del procuratore capo o, in subordine, a un gelido comunicato nel quale si elencano burocraticamente gli elementi che hanno autorizzato "l'apertura dell'inchiesta in oggetto ai sensi e per gli effetti dell'articolo questo o quello del codice di procedura penale". Sì, crediamoci. Ma non possiamo far finta di ignorare quello che è successo negli ultimi trent'anni, e che ancora succede, dentro e fuori i palazzi di giustizia.
E' successo che i magistrati, soprattutto quelli coraggiosi, hanno utilizzato il legame stretto e malsano con giornali e televisioni per glorificare ogni loro gesto, per rivestire di coraggio ogni loro iniziativa, per guadagnarsi un monumento nel piazzale degli eroi e avere quindi le mani libere contro ogni altro potere. In particolare contro il potere politico. Per abbattere il quale - ormai lo sanno pure le pietre - basta pochissimo: una indiscrezione, una frase strappata dal brogliaccio delle intercettazioni, un'insinuazione, un accenno a una relazione pruriginosa, un pizzino, una cartuzza trovata nel cestino della spazzatura che la stampa fidelizzata trasformerà immancabilmente, con una sfacciata dose di complicità, in un "libro mastro delle tangenti". È la sublime arte del "mascariamento", bellezza!
Diciamolo: il "segreto istruttorio" esiste sin da tempi in cui c'erano i procuratori del regno. Non l'ha inventato Marta Cartabia con la legge entrata in vigore ieri. È fissato nell'articolo 329 del codice di procedura penale ma è il segreto che vanta, in assoluto, il maggior numero di violazioni. I sistemi per aggirarlo sono molteplici e non c'è riscontro, negli annali della storia giudiziaria, che un magistrato sia stato punito per avere passato sottobanco al suo giornalista di fiducia una notizia che non poteva dare, o lo stralcio di un interrogatorio o di un verbale che per nessun motivo poteva essere pubblicato, diffuso e amplificato. Ogni tanto - e quando non ne può proprio fare a meno - il capo della procura, dove è clamorosamente crollato il muro della riservatezza, lancia un segnale di rigore e apre una inchiesta per fuga di notizie. Lui, il signor Capo, conosce a menadito i canali attraverso i quali è stato compiuto il misfatto. E sa pure chi è il magistrato che ha combinato il guaio. Ma siccome cane non mangia cane, si limita a sventolare il peccato ma non il peccatore: apre il fascicolo con l'assoluta certezza che il procedimento sarà trasferito alla procura di un altro tribunale perché la legge impone che nessun ufficio giudiziario possa mai indagare sui propri uomini. Per quelli di Palermo c'è Caltanissetta, per quelli di Roma c'è Perugia, per quelli di Milano c'è Brescia. E così, saltellando da una procura all'altra, ogni peccato si dissolve in una impunità reale, effettiva, sicura.
Il cronista giudiziario che gira ogni giorno per i corridoi del Palazzaccio ha fiuto e individua facilmente il magistrato con il quale stringere una liason di reciproche confidenze. Generalmente posa l'occhio sul pubblico ministero che mostra un amore particolare per i talk-show e per i dibattiti in studio, che non si perde la presentazione di un libro né una manifestazione per i diritti civili; che ama scrivere pensosi articoli - lui li chiama "editoriali" - sui giornali di maggiore grido; che ripete in ogni intervista di essere lontano mille miglia dalla politica ma sotto traccia si compiace di fiancheggiarla, di contrastarla, di indirizzarla: con i suoi metodi e secondo i propri interessi.
È il magistrato di prima fila quello che piace tanto al circo mediatico; perché il magistrato di prima fila è abitualmente quello che ha in mano i più importanti procedimenti per mafia o per corruzione. Roba incandescente. Il giornalista gli promette ovviamente la massima visibilità, gli garantisce la più completa copertura e il gioco è fatto. Un gioco riservatissimo, va da sé. Nel quale comunque non rischia nessuno dei due: né il pm né il cronista. Quest'ultimo, se mai venisse chiamato a rispondere della fuga di notizie, potrebbe sempre opporre il segreto professionale: "Sono un giornalista e mi avvalgo della facoltà di non rivelare la fonte", questa la formula di rito. Segreto professionale contro segreto istruttorio. E basta questo per spegnere ogni fuoco.
Un tempo, quando giustizia e informazione non giocavano ancora sul tavolo dell'azzardo, era il giornalista che aveva un forte interesse a squarciare il velo del riserbo: si guadagnava il pane e, se l'indiscrezione comportava un titolo a cinque, sette o nove colonne, si portava a casa una lettera d'encomio se non addirittura una promozione. I magistrati invece erano molto cauti. Al massimo ti invitavano nella loro stanza e, con finta indifferenza, poggiavano sotto i tuoi occhi il fascicolo, oggetto del tuo desiderio. Poi fingevano di andare al bar o in bagno e ti concedevano cinque o dieci minuti di solitudine: giusto il tempo per sbirciare tra le carte del dossier e trovare la notizia che avrebbe coronato di successo la tua giornata di lavoro.
Dopo - soprattutto negli anni infuocati di Mani Pulite e delle prime inchieste per mafia - le parti si sono invertite. Ora sono soprattutto i magistrati di prima fila che cercano i cronisti, che inseguono il fascino del titolo cubitale in prima pagina. Lo fanno non solo per rivestire di sacralità la propria inchiesta, ma anche per annientare la capacità difensiva dell'indagato.
È la strategia del fango. O dello sputtanamento, appunto. Per il quale - ammettiamolo - non è necessario nemmeno violare il segreto istruttorio. Il codice di procedura penale - lo sbeffeggiatissimo articolo 329 - prevede che l'obbligo della riservatezza decade nel momento in cui il pubblico ministero deposita gli atti e mette tutto ciò che ha raccolto - intercettazioni, deposizioni, verbali, perizie, rapporti di polizia giudiziaria - non solo a disposizione del Gip, che è giudice per le indagini preliminari, ma anche della difesa.
A quel punto il gioco si fa più sottile ma anche più perverso, più cinico, più destabilizzante: con la banalissima scusa di descrivere il contesto - parola chiave - nel quale il presunto reato sarebbe maturato il magistrato inquirente offre all'opinione pubblica, sull'altare del dileggio, anche dettagli privi di valenza penale ma comunque infamanti: una inconfessabile telefonata tra amanti, un estratto conto regolare ma con cifre tali da scandalizzare i leoni da tastiera, una imperdonabile volgarità contro un uomo delle istituzioni santificato in vita e venerato da tutti, una volgarissima lite tra marito e moglie, magari già risanata dal tempo e rimodulata non a caso in chiave criminosa e criminalizzante. Sconcezze, insomma. Raccattate in ore e ore di intercettazioni telefoniche o ambientali, in ore e ore di registrazioni eseguite con la barbarica e invasiva tecnica del trojan. Sconcezze o nefandezze, certo. Comportamenti indecenti, certo. Anche peccati contro il quarto o il sesto o il nono comandamento. Ma non reati.
Negli anni Novanta - anni di furore antimafia - la procura di Palermo riuscì a istallare una cimice in casa di Corrado Carnevale presidente della prima sezione penale della suprema Corte di Cassazione. Le intercettazioni andarono avanti per oltre sette mesi, i pm cercavano le prove di un favoreggiamento dell'alto magistrato nei confronti di Cosa nostra. Non trovarono nulla di penalmente rilevante. Ma registrarono una frase pronunciata da Carnevale a casa sua, nel chiuso del suo studio: "Falcone e Borsellino sono due cretini", si lasciò sfuggire in un momento in cui credeva che le proprie teorie giurisprudenziali potessero prevalere su tutto, anche sulla sete di giustizia che spingeva Falcone e Borsellino a sfidare i sanguinari corleonesi di Totò Riina.
Apriti cielo. Quell'oltraggio ai due magistrati straziati poi dalle stragi di mafia suscitò un'indignazione enorme, senza fine. La procura lo inserì non a caso tra gli atti depositati e Carnevale andò a processo già sconfitto, già perdente, già segnato dalla stessa croce penitenziale con la quale la Confraternita dei Bianchi accompagnava al patibolo i condannati della Santa Inquisizione. Ci vollero anni, molti anni prima che "l'ammazzasentenze" - così lo svillaneggiavano - facesse prevalere le proprie ragioni con una sentenza di assoluzione che non gli ha lasciato addosso nessuna ombra.
Sono tante - e tutte scivolose e tutte serpigne - le vie dello sputtanamento. Ci hanno provato in tanti a ostruirle, a smantellarle, ad affermare lo stato di diritto, a spezzare quel patto, sotterraneo e limaccioso, che da almeno trent'anni lega le ambizioni dei magistrati alla spregiudicatezza dei giornali. Le regole della Cartabia sono un buon segno. Solo un segno, purtroppo.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 dicembre 2021
Revocata la richiesta di archiviazione. Il Garante dei detenuti del Lazio, Anastasia: "Una decisione che è il segno della volontà di non lasciare dubbi, e dunque è benvenuta". Sharaf Hassan aveva 21 anni, un passato di tossicodipendenza e pesava 50 kg quando si impiccò, il 23 luglio 2018, nella cella del carcere per adulti di Viterbo "Mammagialla", dove era recluso in isolamento "dopo avere ricevuto alcuni schiaffi dal personale di polizia penitenziaria", come ricostruisce la Procura generale presso la corte d'Appello di Roma. Morì otto giorni dopo in ospedale.
Quell'anno, nel 2018, non fu l'unico a suicidarsi in carcere: Ristretti orizzonti ne ha contati 67. Quest'anno un po' di meno: 52. Ma il caso di Sharaf Hassan - che quando si è ucciso aveva un residuo di pena da scontare di un mese e 18 giorni per la detenzione di 0,4 grammi di hashish quando era minorenne; pochi giorni prima aveva denunciato al Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, di aver subito vessazioni e violenze da parte degli agenti; e che avrebbe dovuto essere trasferito dal maggio precedente in un istituto per minorenni come ordinato dal Tribunale dei minori - è stato riaperto pochi giorni fa dalla Procura generale che ha deciso di avocare il procedimento di cui si stava occupando la procura di Viterbo, di annullare la richiesta di archiviazione e e di indagare anche per tortura e omicidio colposo.
I Pm della città laziale infatti avevano aperto un'inchiesta contro ignoti per istigazione al suicidio chiedendone in seguito l'archiviazione. Il Gip aveva fissato l'udienza nel 2024, anticipata poi al 22 gennaio 2022 su istanza dello stesso Pm. Da quel procedimento ne era seguito un secondo per abuso di contenzione a carico di due agenti del Mammagialla, il cui processo si è aperto lunedì scorso ma viene considerato dagli avvocati dei familiari, Giacomo Barelli, legale del cugino, e Michele Andreano, legale della madre del giovane e della Ong Moltaquael Hevar, un fatto minore. Gli avvocati si erano opposti all'archiviazione del fascicolo sull'istigazione al suicidio del povero ragazzo che era arrivato in Italia su un barcone quando aveva 14 anni e che di lì a poco era diventato tossicodipendente. Sul caso il presidente di + Europa, Riccardo Magi, aveva presentato due interrogazioni parlamentari, e ora la decisione della Procura generale di avocare il procedimento.
"È il segno di una volontà di non lasciare dubbi intorno alle sue cause e dunque è benvenuta - commenta Stefano Anastasia - Se un ragazzo di ventun anni, che avrebbe dovuto essere in un istituto penale per minori, muore in una cella di isolamento di un carcere per adulti dopo aver denunciato, tramite il Garante, maltrattamenti ai suoi danni, qualcosa non ha funzionato ed è importante che la magistratura non lasci ombre su quanto è accaduto".
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