di Errico Novi
Il Dubbio, 16 dicembre 2021
Ieri i dati del progetto in 5 città: il 90% dei migranti ora ha un lavoro. Siamo alla sperimentazione. In alcune città, tra cui Roma, e con il coinvolgimento di un ateneo importante come Tor Vergata. Eppure il modello di accoglienza in famiglia per i rifugiati è già una realtà. Un paradigma. A illustrarne il meccanismo è stata ieri, in un evento on line, l'associazione Refugees Welcome Italia. Sono stati presentati gli esiti del percorso avviato nel 2019, che ha visto attivate 113 convivenze di rifugiati presso famiglie italiane.
Il progetto è stato così intitolato: "Dalle Esperienze al Modello: l'accoglienza in famiglia come percorso di integrazione". Le città che hanno aderito sono Roma, Palermo, Bari, Ravenna e Macerata. A dar loro man forte, appunto, l'università capitolina di Tor Vergata. Da cui proviene gran parte dei componenti del "board", cioè del comitato scientifico che, si legge in una nota, "ha accompagnato l'evoluzione del progetto". Docenti universitari ed esperti di welfare e accoglienza hanno dunque rilevato come "l'accoglienza in famiglia promossa da Refugees Welcome Italia rappresenti a tutti gli effetti un'innovativa esperienza di welfare di prossimità.
Un'esperienza che, se adeguatamente sostenuta dalle istituzioni, potrebbe costituire una concreta risposta ai bisogni di ampie fasce della popolazione". Integrazione, opportunità per i rifugiati ma anche per chi ne assicura e promuove l'accoglienza. Definizione di un modello di convivenza efficace da diversi punti di vista: umano ma anche economico. "Auspichiamo che in futuro questa esperienza non rimanga solo una buona pratica sperimentata localmente, ma che diventi una policy e uno strumento di governance a livello nazionale, per garantire una sua diffusione capillare", ha detto Fabiana Musicco, direttrice di Refugees Welcome Italia.
L'associazione ricorda che l'integrazione dei rifugiati attraverso l'accoglienza in famiglia "non rappresenta una novità assoluta nel panorama italiano". Eppure il modello sperimentato nei cinque comuni coinvolti dal progetto, "propone forti elementi di innovazione". A cominciare da quelli che riguardano l'inserimento lavorativo e il contributo di "gruppi di attivisti radicati sul territorio, che fungono da presidio di comunità". Facilitatori dell'integrazione, in pratica. In prima linea, ovviamente, le amministrazioni dei comuni presso cui si è svolta la sperimentazione.
Ed è grazie agli enti locali che, spiega ancora Refugees Welcome Italia, si è potuti arrivare all'articolazione forse più importante, anche in prospettiva futura, del progetto: l'Albo delle famiglie accoglienti, promosso in particolare dai comuni di Ravenna e Bari, e anche dall'amministrazione capitolina attraverso una memoria di giunta. Come si legge ancora nella nota diffusa dall'associazione al termine dell'evento di ieri, l'Albo delle famiglie accoglienti rappresenta "lo strumento più avanzato in termini di policy per ottenere il coinvolgimento strutturato della cittadinanza attiva nell'accoglienza in famiglia, oltre che altre forme di aiuto e sostegno comunitario: uno strumento che aiuta a superare la frammentazione delle diverse realtà, affido, tutori volontari, famiglie affiancanti, e che crea una procedura amministrativa univoca e un modello condiviso".
Si diceva dell'integrazione lavorativa. I dati della sperimentazione dicono che dal 2019 ad oggi "il 90% dei rifugiati accolti ha raggiunto la piena autonomia, e l'associazione ha formato 140 persone tra operatori e attivisti. Le famiglie iscritte nei territori di progetto e pronte a farsi carico dell'accoglienza di un rifugiato sono 754, dato che dimostra interesse e apertura da parte delle comunità nei confronti del progetto".
Refugees ha poi chiesto a Tor Vergata di creare un parametro di valutazione quantitativa dell'impatto sociale del modello sperimentato: ne è risultato che "per ogni euro investito nel progetto di accoglienza in famiglia sono stati generati 3,01 euro di beneficio sociale". Ma forse ancora più significativa è la solidarietà strutturata e organica che trasforma l'ideale dell'integrazione in esperienza vissuta. È un inizio. Ma è anche una promessa per un modello sociale e una tutela dei più deboli finalmente in grado di funzionare.
di Elsa Fornero
La Stampa, 16 dicembre 2021
Per la prima volta da quando è al governo, con lo sciopero generale di otto ore proclamato per oggi da Cgil e Uil, Mario Draghi si trova ad affrontare - insieme al virus, purtroppo ben lontano dall'essere debellato - un vero e proprio conflitto distributivo. Anzi, si tratta forse della prima volta nella sua vita professionale, dato che i banchieri centrali si occupano di moneta e di stabilità di prezzi e cambi e non di distribuzione dei redditi e della ricchezza, materia specifica della politica fiscale. Per il governo si tratta di una difficoltà inattesa e non piccola, visto il clima di inusuale apprezzamento nei confronti del presidente del Consiglio. L'irrigidimento del sindacato (di una sua parte, visto che la Cisl non partecipa allo sciopero) è però più comprensibile se inquadrato nella prospettiva di un ritorno del "vincolo di bilancio" nella finanza pubblica.
A ogni aumento di spesa deve corrispondere un parallelo ed equivalente aumento della tassazione o del debito. Vincolo che il populismo prima (molto incline alla spesa e poco alla tassazione), la pandemia poi (con la possibilità di aumentare il debito quasi a dismisura: oggi siamo a 2734 miliardi di euro, ossia al 160 per cento del Pil, contro il 135 per cento del 2019) e infine anche le ingenti risorse del Pnrr sembravano avere definitivamente seppellito come "cosa del secolo scorso". Guai a parlare di debito pubblico eccessivo.
La posizione sindacale sembra allora così riassumibile: il governo sta forse sostenendo che non ci sono risorse per una maggiore detassazione dei redditi da lavoro o per indennizzare le famiglie e le imprese colpite dal caro-bollette? Se così è, se torna a "mordere" il vincolo di un limite all'indebitamento netto di un anno, allora - è la conclusione - "si prenda da chi sta meglio per dare a chi sta peggio".
La ragione di fondo dello sciopero sembra così poggiare sulla volontà di riportare in primo piano la questione distributiva: se con la grande recessione del 2008-2012 prima, e con la pandemia poi, il Paese intero ha sofferto e perso risorse, non tutti hanno sofferto e perso nello stesso modo. Qualcuno, anzi, si è avvantaggiato, e non si tratta soltanto delle multinazionali del web. Per esempio, i numerosi aumenti dei prezzi degli immobili non sono certo andati a favore dei poveri; alcuni settori hanno visto aumentare la domanda e i prezzi relativi dei loro prodotti, mentre altri hanno subito danni devastanti dal lockdown, dai quali sarà difficile che riescano stabilmente a riprendersi. Il sindacato indica come perdenti - e non solo da oggi - i lavoratori dipendenti e i pensionati e chiede, in particolare, che la riduzione fiscale di sette miliardi prevista per il 2022, nell'anticipo di una riforma più complessiva del fisco, vada per intero o quasi a beneficio di queste categorie, dei cui interessi è portatore. E con lo sciopero si ribella all'idea che anche i ricchi possano trarre vantaggio da questo inizio di riforma in conseguenza del vincolo - questa volta politico - di non aumentare l'aliquota massima (rimasta al 43 per cento) neppure sotto forma di un temporaneo contributo di solidarietà, ciò che avrebbe evitato che il beneficio finisse anche ai redditi più elevati.
Sia la richiesta, sia lo sciopero come strumento di pressione sono ovviamente legittimi. Ugualmente legittimi sono però i dubbi che si possono esprimere sull'opportunità temporale e sostanziale dello sciopero di oggi (e che sono stati espressi anche dalla parte del sindacato che non vi ha aderito). Si può senz'altro concordare sul fatto che l'economia italiana abbia, e ormai da molti anni, un problema di distribuzione del reddito e, più ancora, della ricchezza. È lecito però dubitare che la situazione odierna sia semplicemente una nuova puntata del tradizionale conflitto tra lavoratori e pensionati, da un lato, e "capitalisti" dall'altro: in un mondo sempre più dominato dalla finanza e dai grandi manager, il conflitto si frantuma e si diffonde in rivoli di privilegio, magari temporaneo e comunque spesso dovuto alla possibilità di sottrarsi alla disciplina della concorrenza oppure alla vicinanza al potere politico (quante ricchezze sono state generate dalla corruzione? E quante dall'evasione/elusione fiscale?). E come dimenticare che, accanto ai grandi professionisti, il mondo del lavoro autonomo è sempre più caratterizzato da situazioni precarie, da tentativi di start up non riusciti anche per lo scarso aiuto della burocrazia e del fisco? E, soprattutto, come tralasciare che quello dei perdenti è oggi il mondo dei giovani, ai quali la nostra società dà sempre minori opportunità e nessuna vera garanzia? Chi dà voce a questi giovani se la politica se ne scorda e il sindacato li rappresenta poco?
di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 16 dicembre 2021
Malta è il primo Paese dell'Unione Europea a legalizzare coltivazione e possesso di cannabis per uso personale e a prevedere l'apertura di Cannabis Social Club. Si potranno coltivare fino a 4 piante di marijuana e detenere in luogo pubblico sino a 7 grammi di cannabis. Una quantità superiore, ma fino ai 28 grammi, prevede la comparizione davanti a un commissario di giustizia che potrà infliggere ammende da 50 a 100 euro. Sanzionato anche il consumo in pubblico e davanti ai minori. È prevista la cancellazione delle condanne pregresse.
LE NORME non prevedono un sistema commerciale ma associazioni senza scopo di lucro, i club, che potranno coltivare per conto dei soci (massimo 500), e cedere loro fino a 7 grammi al giorno e 50 al mese. Nati e sviluppatisi fra le maglie della legge in Spagna e Belgio, i Cannabis social club sono legali in Uruguay. A Malta sarà la prima volta che questi saranno messi alla prova come unico canale di distribuzione legale dei prodotti con Thc. Un modello non-profit che può limitare i rischi legati all'eccessiva commercializzazione di una sostanza psicoattiva. I club inoltre consentono la costruzione di reti sociali e culturali che favoriscono la condivisione delle esperienze e dei saperi, promuovendo un consumo consapevole.
Come dimostrato in varie ricerche, tra cui una di Forum Droghe, in questi contesti si raggiunge una maggiore capacità di autoregolazione dell'uso di cannabis e quindi di controllo dei suoi effetti rispetto alle traiettorie di vita di chi la consuma. La nuova legge maltese è frutto di una importante azione di advocacy dell'associazione Releaf Malta che ha salutato il "giorno storico", anche perché "il governo ha mantenuto la promessa di modificare le leggi draconiane verso una politica basata sui diritti umani".
Proprio la questione dei diritti sembra finalmente essere entrata nel lessico istituzionale quando si parla di politiche sulle droghe. Il 10 dicembre, giornata mondiale per i diritti umani, l'International Narcotics Control Board (Incb) - che monitora l'applicazione delle Convenzioni Onu in materia di stupefacenti - ha emesso un comunicato in cui ha ricordato che il "diritto al trattamento e all'accesso per fini medici alle sostanze controllate" fa parte del diritto alla salute tutelato dai trattati in materia di diritti umani, e che questi ultimi devono "esser posti al centro delle politiche nazionali sulle droghe". L'ufficio di Vienna elenca quali siano le violazioni, passando in rassegna "arresti e detenzioni arbitrarie, torture, altre forme di maltrattamento e uccisioni extragiudiziali, commessi in nome del controllo della droga", aggiungendo che "il problema mondiale della droga richiede un approccio bilanciato e il rispetto del principio di proporzionalità e dei diritti umani".
Dopo anni di silenzi conniventi con le più violente politiche di "controllo degli stupefacenti", l'Incb pare aver finalmente cambiato linea. Già con la precedente presidenza dell'olandese Joncheere aveva messo sul tavolo la necessità di una revisione delle tabelle delle Convenzioni, evidenziando anche che i tre documenti "non richiedono che le persone che usano droghe, o quelle che commettono reati minori per droghe siano incarcerati".
Significativi passi avanti rispetto a quando, a metà anni '90, gli stessi funzionari dell'Incb si recarono al Ministero della Giustizia italiano per chiedere conto del referendum radicale del 1993 che cancellò il carcere per le persone che facevano uso personale di droghe. Allora la risposta fu "l'ha voluto il popolo sovrano", oggi pare che più che domande l'Incb sia intento a fare autocritica - anche se non lo ammette.
Ma non dappertutto le cose cambiano. Alla sua ultima sessione di inizio dicembre, la Commissione droghe delle Nazioni unite ha negato al Gruppo di lavoro dell'Onu sulle detenzioni arbitrarie di presentare il lungo rapporto coordinato da Elina Steinerte che documenta l'uso delle normative sulle droghe come strumento di violazione dei diritti umani inerenti alla libertà personale. Una decisione doppiamente grave: da una parte si conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la guerra alla droga è in realtà una guerra contro le persone, dall'altro che le Nazioni unite lavorano a compartimenti stagni, specie quando si parla di diritti umani. Gli Stati che hanno ratificato gli strumenti internazionali hanno precisi obblighi da rispettare che non prevedono solo il diritto alla salute e che sono più stringenti dai principi enunciati nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948. La legalizzazione a Malta e queste prese di posizione internazionali seguono di pochi giorni la VI Conferenza Nazionale sulle droghe del Governo e vanno nella stessa direzione. Quanto passerà prima che dai documenti si passi ad emendare le norme che violano molti più diritti di quanti ne vorrebbero proteggere?
di Gianluca Diana
Il Manifesto, 16 dicembre 2021
Il giornalista saharawi Al-Wali Hammad, direttore dell'agenzia stampa Nushatta, racconta il suo arresto, le violenze e le intimidazioni subite, lanciando un appello internazionale a difesa dei media liberi e dei diritti umani nel Sahara Occidentale. Il caso simbolo di Sultana Khaya. E la festa per la sconfitta calcistica del Marocco con l'Algeria.
"Sono stato arrestato dalla polizia davanti alla casa della mia famiglia mentre stavo filmando le manifestazioni di protesta in corso in città. Otto autovetture mi hanno circondato all'improvviso, da queste sono scesi gli agenti che mi hanno ammanettato e coperto gli occhi con una coperta mentre mi portavano via".
Così Al-Wali Hammad, direttore dell'agenzia di stampa Nushatta Foundation for Media and Human Rights, racconta il momento del fermo da parte delle forze di sicurezza marocchina avvenuto ad El Aaiún, Sahara Occidentale, lo scorso 11 dicembre. Proprio in quella giornata, in occasione della partita di calcio tra Marocco e Algeria valida per il passaggio al turno di semifinale della Fifa Arab Cup 2021 in corso in Qatar, il movimento saharawi che contesta nei territori occupati l'oppressione da parte del governo di Mohammed VI, ha inscenato alcune contestazioni.
Il giornalista è stato accusato di incitare tali dimostrazioni: "Mi hanno condotto in una caserma dove, dopo avermi sequestrato il telefono, sono stato interrogato e torturato. Per oltre quattro ore sono stato bastonato e manganellato nei loro uffici. Fino allo svenimento. Sono stato rilasciato la mattina successiva, con la minaccia da parte della polizia che se mi sorprenderanno ancora a filmare eventi o manifestazioni di qualsiasi tipo, sarò incarcerato. Tutto questo, non fermerà né il mio lavoro, né tantomeno la mia richiesta di libertà e indipendenza per il Sahara Occidentale".
Come riferito direttamente dalla redazione di Nushatta, l'interrogatorio che Hammad ha subito, è stato incentrato oltre che sulle attività e il modus operandi dell'agenzia stampa, anche sulle identità e generalità dei singoli giornalisti e mediattivisti che la compongono. Nushatta, in una nota diffusa lunedi 13 dicembre, chiede un pronunciamento da parte delle organizzazioni internazionali che si occupano di difesa dei professionisti dei media e degli attivisti dei diritti umani a intervenire con urgenza per dissuadere il governo marocchino da ciò che sta compiendo contro i professionisti dei media saharawi. Quanto accaduto è il segno di un ulteriore inasprimento delle vessazioni contro i residenti nei territori occupati. Dalla ripresa del conflitto tra le parti avvenuta il 13 novembre 2020, vi è stata una costante escalation delle misure repressive attuate dal Marocco.
L'esempio più eclatante riguarda l'attivista Sultana Khaya, icona della lotta di liberazione in corso, che lo scorso 5 dicembre ha denunciato l'ennesima aggressione da parte di paramilitari marocchini, che oltre a violentarla hanno contaminato il serbatoio dell'acqua potabile della sua abitazione e sigillato la porta d'accesso al tetto per impedire a Khaya di accedervi per sventolare bandiere e manifestare dissenso.
Intanto Nushatta Foundation sta sviluppando il suo lavoro oltre quello strettamente giornalistico in altri ambiti, mettendo al centro delle narrazioni proprio Khaya e la sua famiglia, da un'altra prospettiva, quella artistica. Da qualche giorno è disponibile online la canzone Your Struggle, dedicata all'attivista e firmata da vari cantanti dell'attuale scena saharawi, i quali hanno prestato il loro talento alla vicenda, sotto il coordinamento della fondazione coordinata e diretta da Al-Wali Hammad.
E mentre il 10 dicembre è stata rilanciata l'ennesima campagna che rammenta come al momento siano rinchiusi in diverse carceri del regno di Rabat 41 prigionieri politici, inclusi quelli arrestati nel 2010 durante la protesta di Gdeim Izik oltre a due giornalisti di Equipo Mediatico, l'altra agenzia di stampa saharawi, il calcio assume nuovamente un valore comunicativo fuori dall'ordinario. Proprio il match tra Algeria e Marocco, vinto dagli algerini ai rigori, ha fornito l'occasione in vari paesi d'Europa oltre che nei campi profughi nei pressi di Tindouf di dar vita a caroselli e festeggiamenti dal forte valore politico.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 16 dicembre 2021
La situazione a Tripoli è tranquilla dopo il colpo di mano dei gruppi armati che ieri hanno messo sotto assedio il governo. Ma è ormai certo che le consultazioni previste fra otto giorni sono destinate a saltare. È stata una notte tranquilla, ma la città rimane presidiata dalle milizie, il governo dovrà trattare e le elezioni di sicuro salteranno". Al telefono da Tripoli un importante professionista libico descrive la situazione nella capitale a poche ore dal colpo di mano delle milizie che hanno messo sotto assedio il governo di Abdelhamid Dbeibah.
Questa mattina il traffico è inesistente, anche perché siamo alla vigilia del venerdì, il giorno di festa islamico. Le strade sono deserte, decine di "tecniche", le jeep e i fuoristrada armati con mitragliatrici sul cassone, sono schierate dappertutto, per esempio a lato della strada costiera, davanti alla base di Abu Sitta, il porto militare dove per mesi aveva alloggiato il presidente Fayez Serraj. Altre auto delle milizie sono ancora attorno ai palazzi del potere, la sede del primo ministro, del Consiglio presidenziale, del ministero della Difesa.
A 8 giorni dalla presunta data delle elezioni a Tripoli ormai è chiaro cosa è accaduto: praticamente tutte le milizie che hanno controllato la città per anni, assieme alla corrente politica del Fratelli Musulmani, hanno ritenuto pericolosissimo far avanzare il processo politico. E sono scese in campo. La milizia di Salha Badi lo ha dichiarato apertamente, "le elezioni non si terranno". Questo perché le elezioni presidenziali avrebbero continuano a ridimensionare il loro ruolo nel gioco libico, a favore di nuovi soggetti.
Le milizie scese in strada sono la "Nawasi" guidata dal potente Mustafa Ibrahim Gaddur, la milizia "Ghneiwa", comandata da Abdel Ghani al-Kikli. Con loro c'è anche "Al Somoud" di Salah Badi. Quest'ultimo è un deputato-miliziano di Misurata, soprannominato "cavallo pazzo" ha combattuto per mesi in prima linea ai tempi della rivoluzione contro Gheddafi e non ha mai accettato nessun tipo di "riconciliazione" con i gheddafiani. Si attende un pronunciamento anche di un altro gruppo, la "Tripoli Revolutionaries Brigade" dell'ex capitano di polizia Haitam Tajuri: anche lui sarebbe vicino ai "colleghi-rivali" con cui tante volte si è scontrato in passato, ma che adesso sono alleati nel tentativo di non perdere potere.
La causa che ha scatenato la mossa militare di mercoledì sera è la sostituzione del comandante militare di Tripoli, il generale Abdelbaset Marwan, rimpiazzato dal generale Abdelkader Khalifa. Marwan era considerato una "garanzia" per le milizie, e soprattutto era un freno a una nuova milizia, la "Brigata 444" che è stata formata da pochi mesi e che è sostenuta massicciamente dal nuovo governo e dall'esercito turco.
Il nuovo comandante militare di Tripoli, il generale Khalifa, è un ufficiale dalle credenziali "rivoluzionarie" specchiate. Ha partecipato alla rivoluzione del "17 febbraio" sin dall'inizio, ha partecipato alla "Bunyan Al Marsous" (la liberazione di Sirte dall'Isis) e all'operazione "Vulcano di rabbia" (la resistenza all'attacco di Haftar". Ma viene visto dalle milizie di Tripoli come uno strumento del nuovo governo per ridurre il loro ruolo.
Secondo alcune versioni che circolavano ieri notte a Tripoli, alcuni fra i "signori della guerra" hanno chiesto un incontro con il presidente Mohammed al Menfi, che però era in viaggio fuori dal Paese. Appoggiati dalla milizia di Salah Badi, i 2 capi di "Ghneiwa" e "Nawasi" hanno allora deciso di circondare gli uffici presidenziali e di far partire quello che sarà un vero e proprio negoziato.
La fiammata della notte potrebbe essere recuperata come altre volte è accaduto in Libia negli ultimi anni: una trattativa sarebbe già partita. Ma l'incidente è la conferma di molte cose: innanzitutto le milizie di Tripoli rimangono i gruppi che hanno tutto da perdere da un ritorno al percorso democratico. Perderanno ruolo militare, controllo di fette della città e dei suoi traffici e perderanno quindi introiti economici. Nel precedente governo, quello di Fayez Serraj, il ministro dell'Interno Fathi Bashaga aveva provato a mettere in riga le milizie di Tripoli, ma era stato costretto all'impotenza.
Il secondo elemento chiaro a tutti è che in queste condizioni sarà impossibile tenere le elezioni presidenziali il 24 dicembre. Già nelle ore scorse a Tripoli era girata la voce che la prossima settimana il presidente della Alta Commissione Elettorale avrebbe annunciato un "breve rinvio" del voto dovuto a ragioni tecniche. Il problema è che anche in altre aree del paese, dall'Est al Sud, ci sono milizie o altri gruppi che potrebbero obiettare qualcosa, che potrebbero avere interesse a sabotare un processo politico che metta da parte i militari. Se qualcuno iniziasse ad imitare le milizie di Tripoli la situazione tornerebbe del tutto fuori controllo.
Ultima notizia, quella relativa al lavoro che in queste ore sta facendo Stephanie Williams, l'inviata speciale del segretario generale dell'Onu Guterres. La ex diplomatica americana ieri è stata a Misurata, dove ha incontrato capi politici e militari. Da quel che si capisce, tutti sono contrari a tenere adesso le elezioni presidenziali. Vorrebbero prima le politiche, per rinnovare il Parlamento, per pesare i rapporti di forza fra le varie correnti e le diverse aree del paese. Soltanto dopo si arriverebbe ad elezioni presidenziali. Misurata non è un elemento marginale sullo scacchiere libico. Se questa richiesta venisse confermata, tutto il processo politico in Libia verrebbe dirottato quindi in una direzione del tutto diversa.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 16 dicembre 2021
Il Paese, vasto dieci volte l'Italia, possiede il prezioso minerale (batterie elettriche) ma è una delle nazioni più povere del mondo: dove finisce questa ricchezza? In Cina. Un'ordinata schiera di camion gialli affacciati sulla voragine di una miniera di cobalto: l'immagine sembra avere poco a che fare con il Congo brulicante e sgarrupato che ci rimane più impresso nella memoria, quello che colpisce i lettori e (non sempre) i photoeditor: facce e storie di ragazzini che scavano cunicoli con le mani nella terra rossastra, umanità seminuda con gli occhi spalancati che si spacca la schiena dall'alba al tramonto per rubare al sottosuolo briciole di preziosi metalli africani e piazzarle nelle tasche di feroci caporali e intermediari sanguisughe. Certo, ci sono anche loro (anzi sono la maggioranza) nel ritratto collettivo dei minatori della Repubblica (sedicente) Democratica del Congo, nazione disastrata e ricchissima di materie prime (vasta quasi dieci volte l'Italia) da cui si estrae il 60-70% di un minerale oggi molto molto ricercato: il cobalto.
Il secondo Paese più povero del mondo - I minatori cosiddetti "artigianali", che scavano ai margini (o di straforo all'interno dei recinti) delle grandi miniere, rappresentano numericamente il grosso della categoria. Eppure quei camion in bella fila sul ciglio dello scavo rappresentano la ricchezza vera e principale, quella che potrebbe contribuire al progresso dei 90 milioni di abitanti del secondo Paese più povero del mondo, e che invece continua a finire altrove. Sulle 100 mila tonnellate di cobalto estratte nell'ultimo anno dalle viscere del Congo, 93 mila (secondo i dati di Benchmark Mineral Intelligence) provengono dalle miniere che operano su grande scala. Macchinari di precisione, camion per il trasporto, padroni in cravatta all'estero. Un mercato in espansione: la Banca Mondiale stima che la domanda di cobalto crescerà del 585% da qui al 2050. Il motivo principale di questa fame di "oro blu" (che già gli antichi egizi usavano per colorare manufatti) sta nel settore dell'automotive. Il resistentissimo cobalto è componente essenziale per i catodi delle batterie al litio che fanno muovere i veicoli elettrici (EV), la cui produzione (ibridi esclusi) dovrebbe balzare dai 3,3 milioni di unità vendute nel mondo nel 2021 ai 66 milioni del 2040.
Come il petrolio - Per il Congo il cobalto è sulla carta come il petrolio per l'Arabia Saudita. A estrarre la fetta maggiore del tesoro blu nazionale sono marchi esteri, dall'anglo-svizzera Glencore alle varie imprese che fanno capo a China Molybdenum (CMOC), gigante (naturalmente) statale con quartier generale a Pechino. Come lavorano queste aziende? Come trattano i lavoratori e le comunità locali? Un mese fa, mentre nell'affollatissima Glasgow il mondo cercava una via per disinnescare la mina del cambiamento climatico, alla chetichella è uscito un dettagliato rapporto di 87 pagine redatto dall'associazione britannica Raid (Rights and Accountability in Development), che in cinque miniere industriali del Congo ha condotto un'indagine durata 28 mesi con oltre 130 interviste sul campo. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione del Centre d'Aide Juridico-Judiciaire, un centro congolese specializzato in diritti del lavoro. Il risultato dell'inchiesta è una fotografia da abbinare a quella dei camion gialli sul bordo della miniera: sfruttamento, maltrattamenti, paghe avare, razzismo.
I nuovi colonizzatori - "Da quando sono arrivati i cinesi" ha raccontato un lavoratore "stiamo peggio di prima". Calci, insulti, botte: "Sono i nuovi colonizzatori". Anneke Van Woudenberg, direttrice esecutiva di Raid, ha allargato il tiro: "L'industria mineraria sostiene di operare in maniera pulita e sostenibile senza abusi dei diritti umani. Ma questa lettura non corrisponde alla realtà. La transizione verde non deve avvenire grazie allo sfruttamento dei minatori congolesi". Pierre mostra al fotografo di Raid due piccoli paninetti: sono l'unica razione di cibo quotidiano fornita ai lavoratori alla Tenke Fungurume Mine, all'80% di proprietà della cinese CMOC. Lo stipendio base di Pierre è di 3,5 euro al giorno. Se si ammala per più di due giorni, niente paga. "E devi stare zitto altrimenti sei licenziato. Il rapporto di lavoro è quello tra schiavi e padroni", ha raccontato a Pete Pattisson del quotidiano The Guardian.
Telefonini insanguinati - Il coltan dei nostri telefonini viene (anche) dal Kivu insanguinato da mille conflitti. Il regno del cobalto è nel Sud del Congo, lontano dalla zona dell'eterna guerra nel Nord-Est del Paese con epicentro Goma (dove il 22 febbraio di quest'anno è stato assassinato il nostro ambasciatore Luca Attanasio). Kolwezi è la sua polverosa capitale. La grande città più vicina è Lumumbashi, che porta il nome del grande premier riformatore Patrice Lubumba (fatto fuori nel 1961 da mercenari belgi per conto dell'ex amico e futuro dittatore Mobutu con il beneplacito dell'Occidente). Cosa direbbe Lumumba visitando le miniere a cielo aperto di Kolvezi? Guarderebbe ai camion in bella fila o ascolterebbe le parole di Pierre accettando uno dei suoi due panini quotidiani? Cosa direbbe ai rappresentanti delle grandi case automobilistiche quando sostengono che la loro filiera del cobalto è sostanzialmente pulita? Il cobalto estratto nella miniera dove lavora Pierre secondo il Guardian termina alla fin della filiera nelle batterie al litio che vanno a caricare i mezzi dei principali produttori di auto elettriche (comprese Tesla, VW, Volvo, Renault e Mercedes-Benz).
Le ditte intermediarie - Vero che negli ultimi tempi da parte di queste aziende si è registrato uno sforzo per migliorare la situazione (e togliere le mani dei bambini dall'attività estrattiva). Ma il nodo più problematico (o se volete la foglia di fico) sta nel fatto che almeno il 57% dei lavoratori in questione (secondo il rapporto di Raid) viene assunto da ditte intermediarie, subcontractor. Da qui la linea di difesa dei Big: sono loro i responsabili, cosa c'entriamo noi se le condizioni di lavoro per estrarre il nostro "cobalto certificato" sono inaccettabili? E pensare che Pierre e i suoi colleghi di lavoro la certezza di un reddito ce l'hanno comunque assicurata. I minatori artigianali lavorano in un Far West dove possono guadagnare anche di più oppure morire nel crollo di una galleria. E sono ancora la grande maggioranza. Nelle sue due miniere, il gigante Glencore ha in tutto 15 mila dipendenti. Gli artigianali, secondo una stima di un inviato dell' Economist a Kolwezi, potrebbero essere 200 mila. Gente come Claude Mwansa, che al mese riesce a guadagnare l'equivalente di 50 dollari (in Congo il 70% degli abitanti vive con 2 dollari) scavando abusivamente nei siti delle grandi imprese. Al mattino quelli come lui controllano il prezzo del cobalto al telefonino sulla ruota del London Metal Exchange. Poi via sui motorini, con picconi e arnesi di fortuna. E alla sera il suo raccolto (come quello dei minatori bambini) finirà nei sacchi degli intermediari sulla via principale di Kolwezi. Mercanti cinesi, naturalmente.
di Luca Cereda
Vita, 15 dicembre 2021
Dallo scenario delle carceri italiane all'arrivo del Covid-19 al quello che il nostro Paese avrebbe potuto "importare" copiando alcuni paesi dell'Unione dove sono state introdotte misure esterne o alternative allo stare in carcere che hanno funzionato contro la diffusione del contagio.
Le conseguenze della pandemia da Covid-19 sul mondo della sanità, del lavoro, dell'istruzione, sulla disparità di genere, su quelle sociali e su molti altri aspetti legati alla qualità della vita, hanno colpito più duramente rispetto ad altri creando anche nuove sacche di povertà.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 dicembre 2021
Battaglia sugli emendamenti alla legge chiesta dalla Consulta. Annibali (IV) e Pittalis (FI): "Testo base da cambiare, va contro la Corte". Da Miceli (Pd) e Ferraresi (5S) proposte che danno meno chances alle istanze dei condannati per 416 bis. Ci sarà battaglia, anche se i toni non sono da conflitto atomico. Sulla legge che dovrà riportare l'ergastolo ostativo nel perimetro della Costituzione, la commissione Giustizia della Camera resta divisa, e i 121 emendamenti depositati ieri (il termine era alle 18) lo confermano.
di Franco Corleone, Giulia Melani, Katia Poneti, Grazia Zuffa
Il Riformista, 15 dicembre 2021
Il 15 dicembre la Corte Costituzionale si pronuncerà su una istanza di un magistrato di Tivoli che ha sostenuto l'illegittimità della legge 81 del 2014, il provvedimento che ha disposto la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG). La questione sollevata riguarda il passaggio di competenza della esecuzione delle misure di sicurezza dal Ministero della Giustizia alle Regioni, che gestiscono le REMS (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza). La Corte con l'Ordinanza 131/2021 ha posto 14 quesiti al Governo sulle questioni aperte (riguardo in particolare alle liste di attesa per l'ingresso nelle REMS), allo scopo di avere tutti gli elementi per una decisione che si preannuncia difficile e contrastata.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 15 dicembre 2021
Sale ancora il numero dei detenuti positivi al Covid-19 all'interno degli istituti penitenziari, anche se pressoché tutti i soggetti sono asintomatici. I dati dell'ultimo monitoraggio del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, aggiornati al 13 dicembre 2021, registrano 239 detenuti positivi (43 in più rispetto alla scorsa settimana), a fronte di una popolazione reclusa di 54.059 unità effettivamente presenti. Soltanto due risultano sintomatici, mentre un terzo è ricoverato in una struttura ospedaliera.









