di Luigi De Biase
Il Manifesto, 14 dicembre 2021
Un anno fa la Corte di Appello ha confermato praticamente per intero le conclusioni raggiunte dalle procure di Pavia e di Milano, stabilendo al tempo stesso l'innocenza di Markiv sulla base di quello che si può definire un errore nelle procedure: gli inquirenti avevano sentito in qualità di testimoni otto fra superiori e commilitoni dell'imputato, ma avrebbero dovuto considerarli possibili complici del crimine. È tecnica della giustizia. La giustizia ancora si attende.
C'è una questione che rimane aperta dopo la sentenza con cui la Cassazione ha assolto in via definitiva Vitaly Markiv dalle accuse sul ruolo nel duplice omicidio del fotografo italiano Andrea Rocchelli e dell'attivista russo Andrey Mironov, accuse che gli erano costate una condanna a 24 anni in primo grado. La questione è chiara a tutti: dato che Markiv non ha commesso il fatto, chi sono i colpevoli?
Rocchelli e Mironov li hanno uccisi a colpi di mortaio il 24 maggio del 2014 a pochi chilometri dalla città di Slovyansk, lungo il fronte dei combattimenti nel Donbass. In quelle campagne, fra quelle case colpite dai bombardamenti, erano arrivati per raccontare le conseguenze della guerra sulla gente comune. I colpi secondo le indagini dei carabinieri del Ros sono partiti da una collina chiamata Karachun che era sotto il controllo della Guardia nazionale e dell'esercito ucraino.
Un anno fa la Corte di Appello ha confermato praticamente per intero le conclusioni raggiunte dalle procure di Pavia e di Milano, stabilendo al tempo stesso l'innocenza di Markiv sulla base di quello che si può definire un errore nelle procedure: gli inquirenti avevano sentito in qualità di testimoni otto fra superiori e commilitoni dell'imputato, ma avrebbero dovuto considerarli possibili complici del crimine. È tecnica della giustizia. La giustizia ancora si attende.
L'impressione è che i corpi martoriati di Andrea Rocchelli e di Andrey Mironov siano lentamente divenuti un fatto secondario, e che altri eventi abbiano preso il centro della discussione. Questo è accaduto per due motivi. Il primo motivo sta nella strategia usata dallo stato ucraino. L'ex ministro dell'Interno Arsen Avakov, lo stesso uomo che ha organizzato la Guardia nazionale includendo battaglioni paramilitari di estrema destra, ha parlato più volte del processo come di un episodio nella "guerra ibrida" che il suo paese combatte contro la Russia.
La tesi è stata recepita rapidamente da una parte della stampa e dell'opinione pubblica ucraina, nonostante gli elementi per dimostrarla fossero pochi e malfermi: un video acquisito fra le prove a carico che "andava escluso" per il semplice fatto di essere stato trasmesso da network russi, a prescindere dalle valutazioni sul materiale in sé; e i resoconti di media italiani sulle indagini e sulle fasi del dibattimento, resoconti "influenzati dalla propaganda russa", questa è la teoria, per il principio ricurvo secondo il quale il giornalismo "indipendente" deve comunque appoggiare l'Ucraina. La versione di Avakov, irragionevole prima ancora che illiberale, ha trovato sostegno ben oltre i confini dell'Ucraina, anche nel mondo politico italiano, in particolare in ambienti radicali.
Il secondo motivo sta nella risposta, ma sarebbe meglio dire nella totale assenza di una risposta, delle istituzioni italiane ed europee alle pressioni osservate in questi sette anni. Agli inquirenti ucraini è stato permesso di ignorare le rogatorie avanzate dai nostri magistrati. Agli esponenti del governo di pretendere la censura dei nostri tribunali. Ad Avakov di portare nelle nostre aule di giustizia le sue allarmanti teorie. Distorsioni, forzature e depistaggi usati per riscrivere le circostanze intorno alla morte di Andrea Rocchelli e di Andrey Mironov di fronte ai quali l'Italia si è mostrata passiva, forse anche alla luce di considerazioni di carattere politico, e che oggi rappresentano un oscuro patrimonio per l'Ucraina: è così che si gestiscono i rapporti con l'Europa.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 14 dicembre 2021
L'odissea della detenzione amministrativa. Arrestato nel 2019 per frode, il connazionale è diventato un "clandestino" dietro le sbarre. La sua vicenda potrebbe essere arrivata a un punto di svolta ieri: tre mesi e mezzo dopo la prima richiesta di rimpatrio volontario sarebbe stato finalmente firmato l'ordine di deportazione dagli uffici del ministero degli Interni britannico.
Detenuto da mesi come straniero irregolare vuole tornare a casa ma non può. Sembrerebbe la storia di un migrante trattenuto in Italia in un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr), invece è quella di un italiano finito dietro le sbarre nel Regno Unito. Giuseppe Missaghi è stato arrestato a Londra nel novembre 2019 per un giro di francobolli contraffatti. Non ha più riavuto la libertà, nonostante abbia finito di pagare il suo conto con la giustizia sei mesi fa.
Il 21 agosto scorso, infatti, è stato condannato a 3 anni e 3 mesi per frode. La legge del Regno Unito prevede che in casi come questo si sconti in carcere la metà del tempo e sul resto valga la pena sospesa. A Missaghi, dunque, toccavano 19 mesi e 2 settimane. Erano scaduti a fine giugno, ma non è bastato a fargli ottenere il rilascio. Terminata la vicenda penale è iniziata l'odissea della detenzione amministrativa.
Mentre era in carcere, infatti, il Regno Unito è uscito dall'Ue. Nonostante avesse vissuto a Londra per 10 anni, lavorando regolarmente, il cittadino italiano si è ritrovato senza permesso di soggiorno e con passaporto e carta d'identità scaduti. Un clandestino. Per questo l'1 settembre, dopo un colloquio con una funzionaria dell'ufficio immigrazione, ha firmato una richiesta di rimpatrio volontario. In quel momento si trovava nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, a sud-est della capitale britannica, dove lo avevano trasferito a giugno 2020 e dove i detenuti sono chiusi in celle singole per 23 ore e mezzo al giorno.
A differenza dell'Italia, in Uk la detenzione amministrativa può svolgersi in una prigione comune se segue una condanna penale. Il sistema ha anche un'altra peculiarità: non prevede limiti di tempo. Così a fine settembre Missaghi inizia ad allarmarsi e tenta di contattare l'ufficio immigrazione. Il 30 una guardia penitenziaria gli fa firmare per la seconda volta lo stesso foglio per il rimpatrio. Nei giorni seguenti cerca un funzionario che stia seguendo il suo caso. Non lo trova. Il 12 ottobre viene trasferito a Yarl's Wood, centro di espulsione per stranieri della città di Bedford. Missaghi è nella stessa condizione dei migranti irregolari che in Italia e negli altri paesi Ue finiscono nei Cpr. Ma c'è una differenza: vuole tornare a casa e ha chiesto il rimpatrio volontario.
Nei giorni seguenti lo contatta un funzionario del ministero degli Interni britannico. Risponde alle stesse domande che tempo prima gli aveva posto la donna dell'ufficio immigrazione. Alla terza richiesta di firmare il foglio per il rimpatrio inizia a perdere la pazienza. Successivamente rifiuta il trasferimento in un altro centro per migranti. "Ho detto che mi sarei spostato solo per rientrare in Italia. Ho scontato la mia condanna, ma sono intrappolato qui. E non capisco perché", racconta Missaghi al manifesto. Invece di tornare a casa, però, finisce in isolamento.
Dal telefono della cella, intanto, prova ripetutamente a chiamare il consolato italiano a Londra. Senza ricevere risposta. Attraverso un'associazione che fornisce sostegno ai migranti reclusi riesce a nominare un'avvocata e dopo una telefonata al nostro ministero degli Esteri viene finalmente contattato dal consolato. Sentito dal manifesto il ministero afferma di "seguire sin dall'inizio e con la massima attenzione" il caso e che il consolato "ha dato piena disponibilità all'emissione del documento necessario a consentire il rientro in Italia del connazionale, non appena questi deciderà di farlo".
Missaghi, però, ribadisce di aver firmato la richiesta di rimpatrio tre volte, la prima tre mesi e mezzo fa. Lo stallo potrebbe essere dipeso da errori burocratici delle autorità britanniche. Ieri la legale che lo difende gli ha fatto sapere che l'ordine di deportazione è stato finalmente firmato dagli uffici del ministero degli Interni di Londra. Sembrerebbe il tassello che mancava, ma al momento non ci sono certezze sulla data del rientro. "Chiederò il risarcimento per l'ingiusta detenzione, ma ora voglio solo tornare a casa", dice Missaghi.
Da inizio dicembre il caso è seguito anche dalla Coalizione italiana libertà civili e immigrazione (Cild) che ha chiesto spiegazioni a consolato e ministero degli Esteri senza però ottenere risposta. Secondo l'avvocato Gennaro Santoro (Cild): "La vicenda del nostro connazionale è lo specchio di ciò che accade ogni giorno in Italia ai cittadini stranieri privi di documenti. Il sistema della detenzione amministrativa deve essere ripensato a livello europeo. Non funziona".
di Monica Coviello
vanityfair.it, 14 dicembre 2021
Il disegno di legge presentato dal deputato MoDem Erwan Balanant prevede l'istituzione di un vero e proprio reato penale per punire i responsabili delle molestie in classe. Carcere e multe salatissime per punire i bulli. La Francia promette un giro di vite contro il bullismo scolastico: il disegno di legge presentato dal deputato MoDem Erwan Balanant prevede l'istituzione di un vero e proprio reato penale per punire i responsabili delle molestie in classe. "Se tolleriamo la violenza a scuola, la ancoriamo allo sviluppo dei bambini e quindi la installiamo nella società dei prossimi decenni", ha spiegato il parlamentare.
In Francia, un bambino su dieci è vittima di bullismo e, dall'inizio dell'anno, una ventina di studenti si sono suicidati perché presi di mira dai compagni, secondo una stima dell'associazione Hugo. Il principio che ha spinto Balanant a pensare a una legge contro il bullismo scolastico è che "un giovane impiegato in un'azienda ora è più tutelato di uno studente in un liceo. Dobbiamo definire un divieto. E, insieme, ci deve essere una componente di prevenzione essenziale in tema di bullismo".
Le molestie a scuola saranno punite con la reclusione da tre a 10 anni (quando la vittima sia indotta al suicidio o al tentativo di suicidio) e con una multa da 45 a 150 mila euro. Come misura alternativa alla detenzione è previsto un percorso di "empowerment nella vita scolastica".
La proposta di legge prevede anche una formazione specifica per medici, infermieri e psicologi. E riconosce "il fatto che il bullismo scolastico non è solo tra studenti", ma può anche essere, più raramente, responsabilità di un adulto, come ha osservato Balanant. Secondo gli esperti, prevedere un reato specifico potrebbe facilitare la presentazione delle denunce. A condizione, però, anche, di una migliore formazione della polizia, "che oggi a volte tende a minimizzare i fatti denunciati loro dalle vittime", precisa l'avvocato Gauthier Lecocq, intervistato da la-croix.com. "E anche a condizione di velocizzare il termine delle indagini. La trattazione di un caso richiede talvolta sei o otto mesi, periodo durante il quale il minore o il giovane continuano a subire vessazioni, talvolta con drammatiche conseguenze.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 14 dicembre 2021
Approda per la prima volta in plenaria, alla Camera, il pdl atteso da almeno 15 anni. Una manciata di deputati, i cuori sono altrove. Fine discussione, l'iter riprende a febbraio.
"Ricordo quel giorno, io ero in pieno stress psicofisico, perché ero presidente di una Regione di centrodestra che stava facendo una cosa che non era esattamente condivisa da tutti, ed ero soggetto a molte critiche. Chiamai Beppino Englaro e gli dissi: Beppino, portiamola in Svizzera, questa ragazza. E Beppino mi dette una lezione. Mi disse: guarda, se avessi voluto portarla in Svizzera, l'avrei già fatto. Io sto facendo questo come battaglia per tutti voi, per tutti quelli che verranno, perché non ci siano altre Eluana Englaro. Io questo voglio testimoniarlo qui, è per questo che ho chiesto di intervenire ed è per questo che credo che questa legge si inserisca in quel percorso di civiltà che abbiamo il dovere di approvare".
Il deputato Renzo Tondo, di Noi con l'Italia Ac, interviene a metà mattinata nell'Aula semideserta di Montecitorio. Ed è l'unico che spiazza, scarta dagli ordini di scuderia. Era presidente del Friuli Venezia Giulia, Tondo, nel febbraio 2019, quando il governo Berlusconi ricorse perfino ad un decreto legge (che Napolitano non firmò) per fermare la sentenza definitiva con la quale si ordinava di staccare il sondino nasogastrico dal corpo di una ragazza in stato vegetativo da 11 anni. "Vi assicuro - ricorda Tondo - che quella persona non poteva stare assolutamente a questo mondo, perché, se era un vegetale come l'ho vista, non esisteva. E se avesse avuto il cervello all'interno di quel corpo, sarebbe stata una cosa devastante". Al tempo però Berlusconi, "il patriota" che oggi ambisce alla più alta carica dello Stato, affermò che Eluana poteva ancora fare figli.
Quindi anni di dibattito nella società reale (il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby) si esauriscono in quattro ore di discussione generale in Aula alla Camera dove, con un pungo di deputati presenti, per la prima volta approda un progetto di legge sul suicidio medicalmente assistito. "Un evento storico", lo definisce giustamente la M5S Francesca Ruggero che si commuove mentre ricorda il dovere dello Stato italiano di "dotarsi di norme certe per andare incontro ai malati senza speranza", e con la voce rotta dedica l'intervento a suo padre.
Riccardo Magi (+Europa), tra i promotori del referendum sull'eutanasia legale che non viene superato dalla legge in esame, coglie la portata di un "evento" atteso dalla prima pdl sull'eutanasia presentata da Loris Fortuna nel 1984, ma mette in guardia il Parlamento sul rischio di approvare un testo che non corrisponde neppure "ai paletti messi dalla sentenza della Corte costituzionale" del 2019.
Giorgio Trizzino, del gruppo Misto, da medico racconta di un suo paziente, un "ragazzo che aveva una neoplasia nella zona testa-collo, e che, a causa della deturpazione del proprio viso, non riusciva più a guardarsi allo specchio, perché non riusciva più a riconoscere quella mostruosità", e "quella lingua, che era costretto a tenere sempre fuori, perché non riusciva più a essere contenuta nella bocca: una sofferenza indicibile". Parla di "oscurantismo medievale" e, rispondendo indirettamente a chi sostiene che basti la legge sulle cure palliative, ricorda che "non tutti i dolori possono essere sedati, neanche con dosi altissime di oppiacei". Ma c'è anche chi, come Martina Parisse di Coraggio Italia, parla di pratiche eutanasiche che a suo dire in Belgio e in Olanda sono andate fuori controllo al punto che oggi "tanti anziani olandesi si stabiliscono in Francia e sperano che in questo Paese non verranno uccisi altrettanto facilmente".
Ma al netto di certi eccessi, la discussione generale è stata sicuramente pacata e con toni all'altezza della situazione, come chiedevano i relatori del testo messo a punto in tre anni nelle commissioni Giustizia e Affari sociali, il dem Bazoli e il 5S Provenza. Ma è una discussione che non appassiona più di tanto i parlamentari, perché non sposta voti, in questo momento. Sembra passato un secolo da quando la notizia della morte di Eluana esplose come una bomba nella plenaria del Senato riunita per far varare in tempi record un ddl che fermasse la sentenza della Cassazione che dava ragione a Beppino Englaro. I cuori oggi sono rivolti al Quirinale. La discussione si chiude con la rinuncia ad una replica da parte dei relatori e perfino del governo. Termine per la presentazione degli emendamenti e nuova calendarizzazione: da stabilire. Molto probabilmente, dopo l'elezione del capo dello Stato.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 dicembre 2021
Intervista all'ex presidente della Consulta. "È tempo di trasformare in norme le indicazioni della sentenza della Corte Costituzionale". L'ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick parla con Repubblica e promuove la legge sul "suicidio medicalmente assistito", che da ieri è tra quelle che l'aula della Camera dovrà approvare, "perché rende più concreti i quattro paletti attraverso una formulazione più generale e non legata al caso specifico di cui la Corte si era occupata".
Nel 2019 i giudici della Consulta, sul caso Cappato-Dj Fabo, avevano posto quattro condizioni, l'esistenza di una patologia irreversibile, causa di sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili, per un malato che può vivere solo attraverso trattamenti di sostegno vitale, però capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Secondo Flick adesso la legge dà "maggiore concretezza e specificità a quei paletti". Ma proprio per questo viene considerata dal fronte radicale e dall'Associazione Luca Coscioni "burocratica e fonte di lungaggini per chi chiede di morire".
"Meglio una legge che nessuna legge" ha detto a Repubblica il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni di M5S. Anche lei la vede così?
"Senz'altro. E mi lascia perplesso la singolare convergenza tra i fautori di una libertà totale da un lato e gli oppositori altrettanto radicali dall'altro nel voler demolire la legge, faticosamente costruita alla Camera. Un obiettivo comune per finalità diametralmente opposte".
Il suo sì, invece, è convinto...
"Ci lamentiamo tutti, e giustamente, perché da anni si stava lavorando inutilmente per arrivare a una legge sul fine vita. Adesso che c'è la proposta ciascuno la tira per la giacca chiedendo o paletti più rigidi che la rendano, di fatto, inapplicabile, oppure all'opposto, la demolizione totale dei paletti che già ci sono".
Mi scusi Flick, lei è un cattolico praticante, va a Messa ogni domenica, il Papa l'ha scelta come avvocato per i danni derivanti dalla compravendita del palazzo di Sloane Square a Londra. Non teme una scomunica nel dire sì a questa legge?
"È vero, sono cattolico praticante, ma sono anche laico costituzionalmente (quindi non laicista). Credo che in una società pluralista, una soluzione come quella elaborata faticosamente dalla Consulta nella vicenda di Dj Fabo sia non un compromesso, ma un risultato accettabile, anche se tuttora nutro delle perplessità sul passo che la Corte ha compiuto".
Forse vede valicato il confine tra giudice delle leggi e autori delle medesime?
"Sì, ma la Corte lo ha fatto con delle buone ragioni in una società pluralista. Ha ritenuto, ferma restando la necessità di tutelare il soggetto debole per ragioni di solidarietà umana, che si potesse escludere la punibilità dell'aiuto al suicidio. Ma solo quando la sofferenza è irreversibile, intollerabile, e la vita dipende da un presidio medico, senza il quale quella persona non può neppure sopravvivere".
Lei sta elencando le famose quattro condizioni poste dalla Consulta nel 2019?
"Sì, certo. Proprio quelle. La Corte ha ritenuto che in questi casi non sia punibile l'accelerazione della morte considerandola sostanzialmente eguale a quanto già prevedeva la legge del 2017 sul fine vita, e cioè la sedazione senza un accanimento terapeutico per contrastare la morte che sta per arrivare. Per Eluana Englaro sono state staccate le macchine che la facevano sopravvivere, poiché proprio questa, secondo la testimonianza del padre Beppino, era la sua volontà già prima dell'incidente".
Eppure la Chiesa continua a insistere sulle sole cure palliative...
"Nel caso Englaro si sono sommate la volontà della persona di rifiutare un intervento medico, in nome della sua libertà, e la necessità di evitare la sofferenza. Adesso viene proposta una soluzione di fatto uguale che invece di non impedire l'arrivo inevitabile della morte, la accelera. Certo, vi è una contraddizione con il credo della Chiesa, ma ormai, dopo la decisione della Consulta, si tratta di una situazione acquisita nella laicità e nel pluralismo del nostro ordinamento costituzionale. E io non posso che prenderne atto, come cattolico laico, al di là delle mie convinzioni personali".
Allora perché alla Camera i partiti di centrodestra nelle commissioni non hanno votato la legge?
"La prima risposta che mi viene in mente è che questo atteggiamento sia dettato solo da valutazioni di carattere politico. Secondo me, invece, non si può più tornare indietro di fronte a un risultato acquisito dall'ordinamento".
Vuole dire che non si può più far finta che la sentenza della Consulta non esista?
"No, si deve e si può invece dare maggiore concretezza e specificità a quei paletti che la Consulta ha mutuato dalla legge precedente per evitare che lungaggini burocratiche o strumentalizzazioni la rendano inapplicabile nel caso concreto".
La legge che oggi approda in aula a Montecitorio rispetta il dettato della Consulta?
"Direi di sì, perché rende più concreti i quattro paletti attraverso una formulazione più generale e non legata al caso specifico di cui la Consulta si era occupata".
Ma l'Associazione Luca Coscioni dice invece che la legge non va ancora bene, perché discrimina i malati privi di autonomia fisica, perché impone le cure palliative, perché si declina in almeno dieci passaggi burocratici, infine perché consente l'obiezione di coscienza dei medici...
"Mi pare che riconoscere l'obiezione di coscienza sia fondamentale per il rispetto dell'autodeterminazione di un medico chiamato a partecipare a quel processo, e non a fare solo lo spettatore. Per il resto ho la sensazione che chi critica i paletti in realtà voglia eliminarli del tutto per affermare la totale libertà ed autodeterminazione".
Dica la verità, pensa che vogliano bloccare la legge così gli italiani votano per il referendum che ha già raccolto migliaia di firme?
"Io non so cosa faranno gli italiani, ma il quesito referendario mira proprio a questo, eliminare del tutto i paletti relativi alla situazione medica della persona per concentrare tutto, e soltanto, nel consenso, purché esso sia valido. Come non mi sembra corretto cavillare sui paletti per rendere inapplicabile la legge, così sono contrario a cancellare i paletti per rendere totalmente libera l'autodeterminazione della persona che vuole la morte attraverso l'intervento di un altro".
Mettiamoci nei panni di chi ha perso del tutto la possibilità di muoversi. Quelli dell'attuale legge non le sembrano troppi passaggi, comprese pure le cure palliative?
"Di fronte a una scelta irrevocabile e definitiva, la cautela, e quindi le procedure, sono necessarie. Semmai si tratta di semplificarle al massimo, ma non di rimuoverle in blocco limitandosi al solo consenso alla morte".
In Germania però hanno appena deciso che basta la volontà individuale di morire...
"Secondo me non si può, per rendere più facile il percorso, eliminare del tutto i paletti".
Ma perché?
"Una legge senza paletti diventa la chiave per qualsiasi soluzione, anche quella di una persona giovane e sana, che per una delusione amorosa, dice all'amico "premi tu il grilletto perché io non ho il coraggio di farlo". Gli stessi fautori del quesito referendario sostengono che i paletti potranno comunque essere introdotti da una nuova legge o da una interpretazione del giudice. Dimostrando che il quesito è fatto apposta per liberalizzare in toto l'eutanasia e non, come dicono, per alleviare la sofferenza di un infelice".
Il fantasma della legge Zan e della sua caduta al Senato incombe comunque su questa legge. Lei farebbe un appello per votarla?
"Il mio mestiere non è quello di fare appelli. Però, come cittadino, ritengo che il Parlamento abbia cercato di trovare per la prima volta un equilibrio tra esigenze entrambe fondate, ma tra loro opposte. È il modo migliore per riconoscere la necessità di una legge e per incoraggiare il Parlamento a svolgere il suo ruolo. E comunque non dimentichiamoci che la legge Zan è saltata proprio per la mancanza di una maggiore disponibilità a cercare un punto d'incontro".
di Carlo Rovelli
Corriere della Sera, 14 dicembre 2021
Cinquanta Premi Nobel, e diversi Presidenti di Accademie della Scienza Nazionali hanno firmato un appello con una proposta semplice e concreta rivolta all'umanità intera. Fra i sostenitori della proposta anche il Dalai Lama, Nobel per la Pace. L'osservazione alla radice della proposta è che vi è consenso che l'umanità debba affrontare gravi sfide comuni come epidemie, riscaldamento globale e povertà estrema, ma per affrontarle servono risorse, difficili da reperire.
Nell'ultimo congresso mondiale sul riscaldamento climatico questo è apparso evidente: tutti d'accordo sull'urgenza, ma come finanziare i passi necessari? La proposta dei cinquanta Nobel indica una direzione per reperire una vasta quantità di risorse, basata su un'idea semplice di collaborazione.
La spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000, è in forte aumento in quasi tutti i paesi del mondo, e si sta avvicinando a 2 trilioni di dollari Usa all'anno. I singoli governi sono obbligati ad aumentare le proprie spese militari perché altri, percepiti come avversari, aumentano le loro. Il meccanismo di feedback alimenta una corsa agli armamenti, con un costo immenso. Nello scenario peggiore, è un percorso che porta a conflitti devastanti. Nello scenario migliore, è un colossale spreco di risorse che possono essere usate più saggiamente.
La proposta dei 50 Nobel invita semplicemente i governi a negoziare un accordo globale per una riduzione bilanciata delle spese militari del 2% all'anno per cinque anni. Dal punto di vista di ciascun paese, la sicurezza non solo non diminuisce, ma infatti aumenta, perché i paesi percepiti come avversari riducono la loro capacità militare. Deterrenza e equilibrio sono mantenuti. Un simile accordo contribuirebbe a ridurre l'animosità, diminuendo ulteriormente il rischio di guerra.
La storia mostra che accordi per limitare gli armamenti sono realizzabili. Ad esempio, i trattati Salt e Start fra Stati Uniti e Unione Sovietica, hanno ridotto il numero delle testate atomiche ben del 90%. Simili negoziati possono avere successo perché sono razionali: ogni attore beneficia della riduzione degli armamenti dei suoi avversari. E così fa l'umanità nel suo insieme. La collaborazione paga.
Data l'enorme mole delle spese militari globali, le risorse liberate da una pur piccola riduzione del 2% libera risorse molto vaste. Queste rappresentano un "dividendo di pace" che raggiungerebbe 1.000 miliardi di dollari entro il 2030. Si tratta di una cifra molto superiore alla cifra totale che i paesi destinano attualmente a tutti i programmi di cooperazione, comprese le Nazione Unite e tutte le sue agenzie.
La proposta dei 50 Nobel è che metà delle risorse liberate da questo accordo siano destinate a un fondo globale, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, da utilizzare per affrontare i problemi comuni urgenti del pianeta: pandemie, cambiamenti climatici, povertà estrema. Un "Fondo Globale" di questo tipo, più piccolo, esiste già, e funziona egregiamente nella lotta contro le malattie. L'altra metà delle ingenti risorse liberate dall'accordo resterebbe a disposizione dei singoli governi. Tutti i paesi disporrebbero quindi di nuove risorse.
Una parte di queste può essere utilizzata per convertire verso applicazioni pacifiche le capacità di ricerca e produttive delle industrie militari. La ricerca scientifica militare ha prodotto ricadute importanti per la vita pacifica: questa stessa ricerca sarebbe ovviamente ancora più efficace se riorientata direttamente verso applicazioni pacifiche.
Evidentemente esistono complicazioni tecniche, politiche e ideologiche che si frappongono come ostacoli a un accordo di questo genere. Ma gli ostacoli si possono superare, quando il vantaggio comune è così grande.
I firmatari della proposta sono seriamente preoccupati per la crescente bellicosità nel pianeta, per la crescente demonizzazione reciproca degli antagonisti, e ritengono che sia essenziale rimettere al centro dibattito politico l'urgenza dei problemi comuni dell'umanità, e sopratutto la razionalità, oltre alla moralità, di lavorare per la pace e la collaborazione.
Il pianeta è piccolo, l'umanità è fragile, e va incontro a rischi seri. Possiamo affrontarli solo lavorando insieme, nonostante le nostre differenze. Tutto ciò che è stato realizzato nei secoli dall'umanità, è stato ottenuto grazie alla collaborazione. Le città italiane sono circondate da mura perché per secoli si sono fatte la guerra. Da quando non sono più in armi una contro l'altra, la vita nel paese è migliore. È il momento per l'umanità di cercare di fare lo stesso nel pianeta.
La crescita recente della globalizzazione può avere costi, e creare problemi, ma apre anche un'opportunità straordinaria: la collaborazione globale. È tempo che il dibattito pubblico si sposti dal tema della competizione di noi contro gli altri, al tema degli immensi vantaggi che possono venire solo dalla collaborazione. Ci auguriamo che la politica sappia ascoltare, e prendere iniziative che ci portino in questa direzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 dicembre 2021
In Tunisia, il caso di Wissan Ben Abdel - morto in circostanze misteriose all'ospedale San Camillo di Roma dopo essere stato trasferito dal Cpr di Ponte Galeria - sta diventando un caso politico. La stampa di Tunisi continua a dedicare approfondimenti al dramma del giovane originario del piccolo paese di Ghebli. Con toni molto duri i commentatori sui media e sui social chiedono alle loro autorità di "fare pressione su Roma per individuare i responsabili della morte di Wissam e di dare giustizia ai suoi genitori".
Numerose sono le testimonianze di giovani tunisini rimpatriati dall'Italia trasmesse dalle radio tunisine. Riadh, un giovane del Sud della Tunisia, 24 anni, racconta: "Il centro di detenzione di Ponte Galeria era stracolmo, non c'erano posti letto, dormivamo nei corridoi. Ci negavamo l'acqua e se parlavamo tra di noi venivamo malmenati. Ci hanno sequestrato anche i telefonini".
Nel frattempo sono spuntati due video del giovane tunisino stesso dove denunciava le condizioni in cui viveva lui e i suoi connazionali nel centro di permanenza. Oggi viene assegnato l'incarico per un "supplemento d'indagine autoptica", come si dice in gergo tecnico, sul corpo di Wissem. Una circostanza necessaria visto che l'autopsia è stata eseguita senza che fosse possibile per la famiglia nominare un consulente medico di fiducia, come denunciato dall'avvocato di parte Francesco Romeo.
L'indagine sul corpo del 26enne tunisino, sbarcato in Italia e finito nel Cpr di Ponte Galeria in attesa di essere rimpatriato, è stata ordinata dalla Procura dopo l'apertura di un fascicolo d'indagine. Se non fossero intervenuti la famiglia, il Garante dei Detenuti Stefano Anastasia e il consigliere regionale Alessandro Capriccioli, le associazioni che si occupano di diritti umani e di monitorare quello che avviene nei Cpr come LasciateCIEntrare, la morte di Wissem sarebbe stata derubricata a decesso per "cause naturali".
La campagna LasciateCIEntrare, assieme a numerose associazioni che si occupano dei diritti umani, hanno lanciato un appello esprimendo il loro incondizionato sostegno alla famiglia del defunto e invitando le autorità italiane a rimuovere ogni opacità sulle circostanze che hanno portato alla morte di Wissem ben Abdellatif, al fine di garantire l'accesso alla giustizia per la sua famiglia. Invitano, inoltre, lo Stato tunisino a rivelare la verità sulla morte di Wissem, e ad accompagnare la sua famiglia nella ricerca di giustizia e nella revisione degli accordi bilaterali tra la Tunisia e l'Italia contrari al diritto fondamentale di asilo garantito dalle convenzioni internazionali ratificate dai due Paesi.
Ricordiamo che il 28 novembre 2021, Wissem ben Abdellatif, il giovane tunisino di 26 anni di Kebili, è morto all'ospedale San Camillo di Roma dopo essere stato trasferito dal Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) di Ponte Galeria a Roma. L'attacco cardiaco che ha causato la sua morte potrebbe essere stato provocato dall'impiego di misure di contenzione durante il suo ricovero. Un'indagine è stata aperta dalla Procura di Roma e un'autopsia è in corso per determinare la causa della morte.
Wissem è arrivato in Sicilia ad inizio di ottobre e, dopo un periodo di isolamento in nave quarantena ad Augusta, è stato trasferito al CPR, la fase precedente al rimpatrio, e quindi considerato idoneo alla vita in detenzione. Delle preoccupazioni sullo stato psicologico di Wissem sono state osservate dalle autorità del centro, il che ha portato al suo primo ricovero il 23 novembre 2021 all'ospedale Grassi di Ostia e poi al reparto psichiatrico dell'ospedale San Camillo di Roma. Il 28 novembre, Wissem è morto per arresto cardiaco durante il ricovero, ma i suoi genitori hanno affermato che il figlio era uno sportivo e non aveva nessun problema né fisico né psichico.
Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio, e Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà della regione Lazio, hanno effettuato un'ispezione al CPR il 4 dicembre, dove hanno potuto consultare la cartella clinica di Wissem e osservare le misure di contenzione utilizzate durante il suo ricovero. Resta da chiarire se la sofferenza mentale di Wissem fosse precedente alla sua detenzione o se si fosse piuttosto sviluppata durante la stessa. Inoltre, Mauro Palma, presidente dell'Autorità per i diritti dei detenuti e delle persone private della libertà, ha dichiarato alla stampa italiana che gli esami del sangue erano regolari, non sembrava ci fossero problemi di salute.
di Marco Patucchi
La Repubblica, 14 dicembre 2021
Oggi al Cnel verrà presentato il disegno di legge: il programma di protezione, che comprende la tutela giudiziaria e sanitaria, riguarderà anche i familiari e i colleghi del lavoratore che ha il coraggio di ribellarsi alla schiavitù. In attesa del reinserimento lavorativo riconosciuta la cifra massima (circa 1300 euro al mese) della Naspi
Un programma di protezione. Un progetto dettagliato e concreto che riconosca sostegno economico, abitativo, reinserimento nella società, nel lavoro e, appunto, tutela fisica e legale, a chi ha il coraggio di denunciare il caporalato. Il 'campo largo' che va da Leu a Pd e ad Azione, mentre litiga sulla definizione del perimetro in vista della partita del Quirinale e delle successive elezioni politiche, scende in pista compatto su un'emergenza che affligge da sempre il Paese. E lo fa con un disegno di legge (primi firmatari Tommaso Nannicini, senatore Pd, e Sandro Ruotolo, Leu) che viene presentato domani al Cnel (diretta tv sul sito di Repubblica) davanti al ministro del Lavoro, Andrea Orlando.
"Il numero di invisibili nel nostro mercato del lavoro - spiega Nannicini - è difficilmente quantificabile anche se, secondo gli ultimi dati Istat, prima dell'avvento della pandemia i lavoratori in nero in Italia erano 3,2 milioni. Lavoratrici e lavoratori che producono un valore aggiunto di 77,8 miliardi di euro". Nei giorni scorsi Repubblica ha anticipato i dati eclatanti dell'Ispettorato nazionale del lavoro che, aumentando in tre anni del 400% i controlli, ha rilevato un'irregolarità media del 78% nelle aziende del centronord e del 68% nel Meridione. A conferma di come il caporalato non sia solo quello, entrato nell'immaginario degli italiani, dei raccoglitori di pomodori schiavizzati nei campi del Sud, ma anche quello dell'edilizia e della logistica nei territori più ricchi del Settentrione.
Sfruttamento "ottocentesco" della forza lavoro, dunque, con tutto quello che ne consegue soprattutto per i migranti che raggiungono il nostro Paese inseguendo il sogno di una vita migliore. Dignitosa. "A queste persone - dice Nannicini - vengono negati i diritti umani fondamentali e le più elementari tutele in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, trovandosi in situazioni estreme, di schiavitù. Dove dilaga l'economia sommersa, peraltro, il numero di infortuni e morti sul lavoro è molto più elevato. E le persone che si infortunano non denunciano, o quando sono costrette a farlo, dichiarano il falso per non danneggiare i caporali o chi li ha ingaggiati irregolarmente".
Il ddl cerca di incentivare e sostenere il coraggio dei lavoratori sfruttati, che vogliano sottrarsi al ricatto dei caporali. Il primo articolo del provvedimento regola, peraltro, un aspetto che può sembrare di dettaglio ma in realtà non lo è: le vittime dei reati che presentano denunce o identificate come persone informate sui fatti, stabilisce la norma, "sono rese edotte nella lingua loro comprensibile dall'autorità giudiziaria, dagli organi di polizia, dagli organi di vigilanza". Un decreto del Presidente del Consiglio dovrà incaricare i prefetti, in collaborazione con l'Ispettorato nazionale del lavoro, di appositi uffici "per la protezione, assistenza e tutela delle persone" che coordineranno gli interventi pubblici e privati (enti locali, sindacati, volontariato) in una rete di "assistenza sanitaria, abitativa e lavorativa".
Da lì prenderanno le mosse in concreto i programmi per la "protezione, assistenza e tutela" di "singole persone o nuclei familiari, gruppi, categorie di persone, ambiti sociali o lavorativi", attraverso intese e convenzioni con autorità giudiziaria, organi di polizia, sindacati, associazioni e Terzo settore. La protezione è estesa a congiunti e parenti convienti fino al secondo grado e ai colleghi di chi denuncia. Nell'immediato verranno garantite "assistenza sanitaria e legale, ospitalità abitativa transitoria e tutela sindacale".
Poi si provvederà all'inserimento sociale e lavorativo che contemplerà anche "percorsi di regolarizzazione e di formazione". Nell'attesa del nuovo lavoro e, comunque, per non oltre due anni, il ddl prevede un sostegno economico mensile pari a quello massimo della Naspi, dunque circa 1300 euro che rappresentano, evidentemente, un incentivo importante per chi viene normalmente sfruttato in cambio di cifre davvero irrisorie. L'ultimo articolo del ddl chiarisce che sono fatte salve le norme sull'immigrazione, relative al riconoscimento del permesso di soggiorno alle vittime di violenza fisica, psicologica e economica e a chi denuncia.
di Giudo Camera
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2021
Domani si parte ma sarà difficile far rispettare l'obbligo a chi viola le norme. L'accusato può chiedere tutela civile con tempi e costi che si sommano al penale.
Debutta domani la nuova disciplina che rafforza la presunzione di innocenza. Entra infatti in vigore il 14 dicembre il decreto legislativo 188/2021, che recepisce la direttiva Ue 2016/343 e incide sulle comunicazioni potenzialmente lesive della presunzione di innocenza. Tuttavia, la concreta efficacia dei rimedi introdotti - in testa la possibilità di ottenere una rettifica da parte dell'autorità che ha commesso la violazione - potrebbe essere vanificata da diversi fattori.
Le disposizioni individuano due tipologie di comunicazioni potenzialmente lesive della presunzione di innocenza. Le prime sono quelle rese da "tutte le autorità pubbliche" fuori da contesti processuali e atti giudiziari: il decreto legislativo prevede che non potranno indicare come colpevole l'indagato o l'imputato fino a quando la sua responsabilità non sia stata accertata in via irrevocabile.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2021
La lettera di allerta alla Commissione Ue. Al centro dello scontro la richiesta di rinuncia preventiva ad ogni azione giudiziaria da parte di chi intraprende la selezione per la stabilizzazione. Cartabia: "sarà istituito un fondo, la questione deve essere sistemata entro la sessione di Bilancio".
La Consulta della Magistratura onoraria alza il tono dello scontro sulle condizioni poste dal Governo per la stabilizzazione degli oltre 4.700 precari in servizio. La categoria, insoddisfatta dell'emendamento X2 all'articolo 196 del Ddl Bilancio, si è rivolta nuovamente alla Commissione europea.
In una nota indirizzata alla Presidente Ursula von der Leyen, al Vicepresidente Dombrovskis ma anche al Presidente del Parlamento Europeo Sassoli oltreché alla presidente della Commissione Petizioni Montserrat, direttamente interessata alla questione, i giudici non togati affermano che l'emendamento "è ancora lontano dalle osservazioni elaborate dalla Commissione Ue nella lettera di messa in mora" e richiamano la procedura d'infrazione in corso agitando lo spettro della perdita dei fondi del Pnrr.
"Non paiono peraltro peregrine, come ripercussioni collaterali - scrivono Mariaflora Di Giovanni (Presidente Unagipa) e Anna Puliafito (Unimo) -, le ricadute sull'intero piano di ripresa e resilienza, essendo il riconoscimento delle tranche dei prossimi fondi condizionato ad una serie di virtuosi comportamenti che incidano, sensibilmente e concretamente, sull'intero sistema giustizia italiano".
Intanto due giorni fa la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ospite della kermesse Atreju, aveva detto che nella legge di bilancio "sarà istituito un fondo" per recuperare le mancate tutele dei magistrati onorari. Aggiungendo che la questione della magistratura onoraria "deve essere sistemata entro la sessione di Bilancio".
Al centro dello scontro la richiesta di rinuncia preventiva ad ogni azioni giudiziaria da parte di chi intraprende la selezione per la stabilizzazione. Il punto 5) del nuovo articolo 196, infatti, prevede che "la domanda di partecipazione alle procedure valutative ... comporta rinuncia ad ogni ulteriore pretesa di qualsivoglia natura conseguente al rapporto onorario pregresso...".
Per la Consulta così si impone al magistrato precario "una rinuncia preventiva". "Esso è chiamato - prosegue la nota - ad un'abiura al momento della mera domanda per accedere ad una verifica selettiva successiva, anziché al conseguimento della stabilizzazione". Si tratta, "com'è evidente" di una previsione "assolutamente strabordante nei tempi ed anche nei modi".
E via con l'esempio di molti dei magistrati in servizio che hanno maturato anni di lavoro privi però di copertura previdenziale. "La rinuncia preventiva imposta dal legislatore a qualsivoglia interlocuzione - affermano - va ancorata ad una certezza di stabilizzazione nonché, esclusivamente, agli aspetti connessi all'abusiva reiterazione dei mandati a termine". Se è vero, infatti, che la Corte di Giustizia ritiene la stabilizzazione idonea "ad escludere qualsiasi diritto al risarcimento pecuniario", ciò accade sempre che la trasformazione non sia "né incerta, né imprevedibile, né aleatoria" (Cgue sent. 8.05.2019 C 494/17).
Del resto, prosegue la nota, i magistrati precari sono rimasti nelle funzioni, anche per decenni, attraverso procedure "para-concorsuali" (Cassazione n. 4410/2011) e dunque "perfettamente idonee e sufficienti a rispondere al requisito di 'blanda verificà, indicato anche dalla Corte Costituzionale nel 2016". Inoltre, viene ricordato che gli onorari sono stati immessi nelle funzioni a seguito di "procedura concorsuale nazionale" e poi "confermati nelle funzioni anche reiteratamente, in considerazione dell'anzianità di servizio".
Insoddisfacente anche il capitolo retribuzione. I parametri di riferimento (indicati nel comma 6 dell'emendando articolo 196) sono inadeguati. La Commissione infatti ha ritenuto che "l'omologo professionale per il trattamento economico, previdenziale ed assistenziale debba essere il magistrato professionale comparabile". Non rileva la diversa natura del concorso sostenuto.
Al contrario ancorare la retribuzione al Funzionario amministrativo (fascia 1 per i più giovani), "non è rispondente né alle indicazioni della Commissione Eu, né alla esigenza di tutela della funzione magistratuale, né a garantire serenità nell'esercizio della giurisdizione all'operatore. "Scarsamente intellegibile è, poi, la rinuncia a qualsivoglia cumulo, finanche decurtato pro quota, con i redditi di pensione, anche di invalidità e inabilità".
Infine i tempi. Il comma 3 prevede tre distinte procedure nell'arco di 3 anni (dal 2022 al 2024). Nelle more, però l'attuale compenso a cottimo "rimane assolutamente invariato nel quantum". Per tutte queste ragioni le Associazioni di Consulta chiedono alla Commissione europea "l'emissione del parere motivato, come previsto dall'iter della procedura di infrazione".
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