di Flavia Amabile
La Stampa, 10 dicembre 2021
La pandemia ha accentuato la recessione demografica. "Dati peggiori dal 1918". Italia, paese di vecchi e culle vuote. Sono 59.236.213 gli italiani raccontati dall'Istat nel "Censimento della popolazione e dinamica demografica - anno 2020".
Un Paese in cui l'età media aumenta da 45 a 45,4 anni, dove al calo già in corso da anni si è aggiunto il Covid che ha provocato una diminuzione record delle nascite e un aumento delle morti, un inverno demografico, una recessione che appare inarrestabile.
Al 31 dicembre del 2020 in Italia si registra, un calo dello 0,7% dei residenti. In un anno la perdita è stata di oltre 400mila persone (405.275), che è come se scomparisse la città di Bologna. Sono nati 405 mila bambine e bambini e sono morte 740mila persone. Il saldo viene definito la sostituzione naturale tra nati e morti ed è negativo, sono 335mila persone in meno.
Dall'unità d'Italia per trovare un dato così allarmante bisogna tornare indietro di oltre un secolo al 1918 quando il saldo fu di 648mila persone in meno per effetto dell'epidemia di spagnola che provocò quasi la metà degli 1,3 milioni di decessi registrati in quell'anno. Il prezzo più alto, in termini di vite umane, è stato pagato dal Nord-Ovest dove le morti sono aumentate del 30,2% rispetto al 2019, il doppio della media nazionale che fa registrare un aumento comunque sostenuto del 16, 7%.
L'aumento dei decessi è meno evidente nelle regioni del Mezzogiorno dove si ferma all'8,6% per effetto della minore diffusione del Covid durante la prima ondata, la più difficile e pericolosa per l'assenza di vaccini, di terapie e di strutture adeguate nella lotta contro l'epidemia mentre si sono trovate a fronteggiare per la prima volta un incremento importante di decessi solo negli ultimi mesi del 2020.
È la Lombardia la regione che sperimenta, in termini di eccesso di mortalità, i dati peggiori: +35,6% rispetto al 2019. Si scoprono più vecchie dopo il 2020 quasi tutte le regioni italiane. In quei dodici mesi per ogni bambino si contano 5,1 anziani a livello nazionale, un valore che scende a 3,8 in Trentino-Alto Adige e Campania, e arriva a 7,6 in Liguria.
La Campania, con un'età media di 42,8 anni (42 del 2019), continua a essere la regione più giovane, la Liguria quella più anziana (48,7 come nel 2019). Il comune più giovane è, come nel 2019, Orta di Atella, in provincia di Caserta (età media 35,7 anni), mentre il più vecchio è Ribordone, in provincia di Torino (età media 66,1 anni).
Conseguenza dell'invecchiamento della popolazione e di una diversa aspettativa di vita, Italia ci sono più donne che uomini: rappresentano il 51,3% del totale. La prevalenza delle donne, dovuta al progressivo invecchiamento della popolazione e alla maggiore speranza di vita, si conferma anche nel 2020. Esse rappresentano il 51,3% del totale, superando gli uomini di 1.503.761 unità. Il rapporto di mascolinità è quindi pari a 95 uomini ogni 100 donne, più equilibrato rispetto al 2011 quando si contavano 93,5 uomini ogni 100 donne.
Ci sono poi più donne tra i laureati che senza titolo di studio. Il 55, 8% dei titoli terziari di I e II livello, compresi i dottorati di ricerca, è stato conseguito da donne - sottolinea l'Istat - La prevalenza femminile si ha anche per le licenze di scuola elementare (58,7% contro 41,3%) così come per gli analfabeti e gli alfabeti che non hanno completato un corso di studi (58,3% donne, 41,7% uomini). I diplomi di scuola secondaria di secondo grado o di qualifica professionale si distribuiscono equamente tra uomini e donne mentre per le licenze di scuola media si contano, come nel 2019, 53 maschi e 47 femmine. A livello regionale il gap di genere più importante si ha per coloro che non hanno conseguito un titolo di studio: in Basilicata, su 100 individui 64 sono donne, 63 in Umbria e Marche.
di Liliana Segre
La Stampa, 10 dicembre 2021
Nessun giovane dovrebbe mai finire in una cella, essere privato della libertà senza aver fatto nulla di male. A me successe che avevo 13 anni e so bene cosa significa. Quando la porta di una cella si apre, si aprono in realtà speranze e angosce, possono annunciarti la libertà, oppure un'esecuzione, possono consegnarti una lettera dei tuoi cari oppure portarti nella camera delle torture. Nel caso di Patrick Zaki questa volta si è aperta una speranza e io sono davvero felice che ora questo ragazzo sia libero: nessun giovane dovrebbe mai finire in una cella, essere privato della libertà senza aver fatto nulla di male. A me successe che avevo 13 anni e so bene cosa significa.
Avevo votato in Senato per la richiesta di cittadinanza di questo studente dalla faccia simpatica e rimango convinta che gliela si debba concedere. In quell'occasione mi ero autoproclamata idealmente sua "nonna" e figuriamoci quindi se non aprirò la porta a questo "nipote" che spero di riabbracciare qui in Italia quanto prima. Ho letto che a lui farebbe piacere, quindi gli dico di resistere, di tenere duro perché il primo passo verso la libertà è stato compiuto.
Mi aveva molto colpito la storia di questo giovane studente universitario tornato in Egitto per incontrare i suoi e incarcerato per un reato di opinione. Storia ancor più impressionante considerando quanto era accaduto a Regeni. E mi aveva toccato un episodio di cui si era venuti a conoscenza: di quando cioè gli avevano aperto la porta della cella e invece di liberarlo lo avevano semplicemente trasferito in un altro carcere. So bene che ansia ti prende quando aprono la porta della tua cella: tu speri sia per rimetterti in libertà ma sai anche che potrebbe essere per qualcosa di tremendo. Aprire una porta ha tanti significati e possiamo sapere cosa succede dopo soltanto attraversando quella soglia. Patrick lo ha fatto e posso solo immaginare con quali timori avrà camminato tra le guardie. Ora è a casa dalla sua famiglia e questo è ciò che conta. Noi qui aspettiamo il suo ritorno fiduciosi.
di Raffaele Romanelli
Il Domani, 10 dicembre 2021
Un respiro di sollievo. Patrick Zaki può passare il Natale in famiglia. Poi ricomincerà il calvario, non sappiamo quale. Ma in questo tempo sospeso - Zaki a casa, il caso Regeni nelle paludi delle carte giudiziarie - possiamo porci degli interrogativi. Uno studente che denuncia il trattamento riservato alla minoranza copta, che è impegnato nei gender studies e difende i movimenti Lgbt - l'omosessualità in sé non è illegale in Egitto, ma è oggetto di ogni sorta di censura - come può pensare di tornare a casa per le vacanze senza correre alcun rischio?
E come si può pensare che non corra rischi un dottorando che studia l'organizzazione sindacale egiziana mentre scrive su un quotidiano dell'opposizione come Il manifesto? Nessuno insinui un "se la sono voluta", come nei casi di stupro. L'interrogativo è un altro. Una cosa le due vicende hanno in comune: l'idea che la ricerca accademica, la ricerca del sapere sia "libera", che goda insomma di uno statuto diverso e parallelo a quello che regola il mondo. È un retropensiero umanistico privo di fondamento ma che ci impedisce di ricondurre lo studio e la ricerca entro i confini della sovranità di ciascuno stato, di affidarla ai controlli delle singole polizie. Non possiamo interrompere la circolazione della cultura, e semmai difendere i nostri ricercatori con le flotte e gli eserciti. E allora dissimuliamo, ci avvitiamo in vane indagini sugli accadimenti, appunto partendo dalle premesse liberali che sono state violate.
Il caso Regeni - Si veda il caso della "Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni" che ha condotto nel Regno Unito quattro nostri parlamentari. Doveroso rito, meritevole, e del tutto pleonastico. Evidentemente ignari di quel mondo, i commissari domandavano se Regeni era stato sufficientemente protetto dalle autorità accademiche, se erano coinvolti i servizi segreti, e così via. Hanno ricevuto verbose e paterne lezioni sul gran respiro mondiale dell'accademia britannica, su cosa è una ricerca di dottorato, cos'è una supervisor e così via. E hanno potuto ascoltare testimonianze ripetute, ridondanti, di affetto e partecipazione, e anche di sconcerto per l'assoluta novità dell'accaduto.
Non c'è motivo di non credervi. Perché la sorte di Regeni è in effetti senza precedenti: altre volte è accaduto che ricercatori e studenti siano stati fermati, controllati, espulsi, ma mai è successa una cosa simile. Oggi gli studenti sono sotto tiro anche soltanto per le loro ricerche, ha osservato il professor Khaled Fahmi, egiziano.
Il giorno del ritrovamento del corpo, ad alcuni - come a me - parve che si fosse trattato di un attacco ad al Sisi per minare i rapporti con l'Italia, che avevano ed hanno particolare rilievo economico ed erano quel giorno rappresentati al Cairo da una ministra. Qualsiasi cosa Regeni fosse venuto a sapere, o avesse scoperto, tale da silenziarlo per sempre, nulla spiega che il suo corpo fosse stato fatto trovare, platealmente, lungo un'autostrada, e con i segni di gravi sevizie. Un segnale terribile. Rivolto da chi a chi?
Non lo sappiamo e non tocca a noi italiani indagare su faide interne e rapporti tra poteri. Noi addebitiamo il turpe delitto al regime, che gode di sovranità assoluta ed è responsabile di ogni sorta di arbitrii. Centinaia di persone sono state uccise dai servizi di sicurezza, e non una ha avuto giustizia. Registriamo però ciò che da detto il professor Fahmi: il clamoroso inasprirsi della repressione e l'impunità garantita alle polizie del regime non cambia le ottime relazioni, commerciali e militari, ma anche culturali, dell'Egitto con l'Europa. Nel giorno anniversario della morte di Regeni il ministro egiziano dell'Istruzione superiore ha firmato a Londra un protocollo di intesa e cooperazione, e l'Egitto sta aprendo sedi universitarie europee nella nuova capitale amministrativa come se nulla fosse accaduto.
Consideriamo i diritti, lo stato di diritto, come un valore universale, e se viene ferito protestiamo. Ma abbiamo ben pochi strumenti per intervenire: in sostanza, sanzioni economiche e pressioni diplomatiche, fino al rituale e autolesionistico ritiro degli ambasciatori. Un regime ammassa truppe ai confini, un altro alza muri e filo spinato, uno fa mercimonio di poveri migranti, un altro dirotta un aereo di linea a suo piacimento, o fa a pezzi un giornalista in un suo consolato.
Mentre ci scandalizziamo, mentre organizziamo proteste e innalziamo cartelli, i regimi sotto accusa rispondono negando l'evidenza, respingendo le accuse come ingerenze intollerabili nell'ordine interno, o facendo professione di lealtà al diritto e ai diritti. Il che è paradossale, ma degno di nota. Così fa l'Egitto di al Sisi, in maniera sempre più appariscente, rinnovando codici e costruendo carceri modello. O mandando a casa per Natale Patrick Zaki dopo averlo tenuto prigioniero senza chiare imputazioni, o prove, o valida difesa per 22 mesi. Siamo felici che Zaki sia a casa per Natale, ma...
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 dicembre 2021
Il referendum eutanasia legale riceve il primo via libera. Obiezione di coscienza e limiti più stringenti: la critica del comitato referendario. Arriverà in Aula a Montecitorio lunedì prossimo, il progetto di legge sul suicidio medicalmente assistito varato ieri dalle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera con i voti contrari di Forza Italia, Lega, Coraggio Italia e Fd'I, malgrado la mediazione dei relatori Alfredo Bazoli del Pd e Nicola Provenza del M5S. Un compromesso che ha portato al risultato di un testo fortemente sbilanciato sui desiderata del centrodestra, tanto da essere bollato come "un frettoloso passo indietro rispetto alla stessa sentenza della Corte costituzionale" dai promotori del referendum "eutanasia legale" che ieri ha ottenuto il via libera della Corte di Cassazione (manca ora solo quello della Consulta).
Il pdl licenziato dalle commissioni, infatti, corregge perfino la sentenza dei giudici costituzionalisti nel processo Cappato/Antoniani - "che ha già valore di legge", come sottolinea l'associazione Luca Coscioni - laddove esclude la sofferenza solo psichica tra i requisiti necessari per poter accedere al suicidio assistito. Tra gli articoli approvati ieri, poi, c'è anche l'introduzione dell'obiezione di coscienza per i medici e per il personale sanitario ed esercente (art. 5), da comunicare "entro tre mesi dalla data di adozione del regolamento di attuazione della legge", con il solo vincolo per "gli enti ospedalieri pubblici autorizzati" di assicurare "in ogni caso" "l'espletamento delle procedure" del suicidio medicalmente assistito, e per la Regione di controllare e garantirne "l'attuazione".
Secondo la pdl emendata nelle riunioni congiunte delle commissioni, "il decesso a seguito di morte volontaria medicalmente assistita è equiparato al decesso per cause naturali a tutti gli effetti". Dunque, non sono punibili medici e personale sanitario e amministrativo "che abbiano dato corso alla procedura di morte volontaria medicalmente assistita, nonché a tutti coloro che abbiano agevolato in qualsiasi modo ad attivare le strutture per portare a termine la procedura" (art. 7).
Non solo: la legge, in linea con i pronunciamenti della Consulta, prevede una sanatoria anche per i casi precedenti: "non è punibile chiunque sia stato condannato, anche con sentenza passata in giudicato, per aver agevolato in qualsiasi modo la morte volontaria medicalmente assistita di una persona prima dell'entrata in vigore della presente legge, qualora al momento del fatto ricorressero i presupposti e le condizioni" richieste per un paziente che abbia espresso la propria "volontà libera, informata e consapevole".
Così, se per i presidenti delle due commissioni Mario Perantoni e Marialucia Lorefice, entrambi 5 Stelle, quello ottenuto è "un ottimo testo", "migliorato" rispetto al precedente, secondo il dem Bazoli, grazie ad un "lavoro accurato e costruttivo" da parte di tutte le forze politiche, per Cappato invece "il ddl è un'occasione mancata perché non prevede termini certi per evitare boicottaggi istituzionali come quello in atto contro "Mario" nelle Marche e perché conferma la discriminazione dei pazienti che non sono "tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale", come ad esempio i malati di cancro, che sono i casi più frequenti di richiesta di aiuto a morire".
Anche per +Europa - che ha firmato il testo insieme a Pd, M5S, Leu e Iv - però il ddl, "votato sbrigativamente dopo anni di paralisi", è "gravemente insufficiente". È il giudizio espresso dal presidente del partito, Riccardo Magi, che in un tweet scrive: "Scopo: portare in Aula un testo quale che sia, rinviando le scelte sui nodi non sciolti. Esito prevedibile: lo stesso del Ddl Zan. I nodi non sciolti ora non lo saranno dopo".
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 10 dicembre 2021
La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre accusati dell'omicidio di due pescatori indiani avvenuto nel febbraio del 2012 a largo delle coste del Kerala, nell'India sud occidentale. "Ora voglio stringervi tutti e non solo virtualmente, ma fisicamente, perché non ho dimenticato quanto vi siete spesi per noi"., ha scritto su Facebook il fuciliere Latorre commentando la decisione della procura. "Sono contento di apprendere questa notizia, al momento è solo una richiesta di archiviazione. Non conosco i contenuti della richiesta attendo fiducioso e auspico in tempi brevi la conclusione del caso", la dichiarazione a caldo di girone.
Mancano poche settimane alla data del 15 febbraio 2022. Quel giorno saranno trascorsi esattamente 10 anni dal 15 febbraio del 2012, quando la petroliera italiana Enrica Lexie venne coinvolta in quello che è passato alla storia come il "caso dei marò". La nave si allontanava dalla costa del Kerala, in India, in trasferimento dallo Sri Lanka verso Gibuti.
A bordo aveva un nucleo di protezione militare formato da sei uomini del "Reggimento San Marco" della Marina militare italiana. Alle 16,30 ora dell'India la "Lexie" notò un'imbarcazione che si avvicinava come per incrociare la sua rotta. Era il peschereccio "St Anthony", con undici uomini d'equipaggio, reduce da una intera notte di pesca: tutti dormivano a bordo, soltanto due persone erano sveglie. Il timoniere e un altro membro d'equipaggio. I "marò" del San Marco vennero avvertiti dal comandante della Lexie, e dopo pochi minuti, dopo aver lanciato segnali ottici e aver sparato alcuni colpi d'avvertimento, ritenendo di essere sotto attacco da parte di una imbarcazione di pirati: i sottufficiali Salvatore Girone e Massimiliano Latorre spararono direttamente sull'imbarcazione, costringendola in qualche modo a cambiare rotta.
Trascorrono poche ore, e la capitaneria di porto indiana contatta la Lexie. Il peschereccio St Anthony è rientrato in porto con due pescatori uccisi, gli ufficiali indiani chiedono alla Lexie se siano stati coinvolti in un possibile caso di pirateria e chiedono all'armatore della nave di tornare indietro. La Lexie rientra in porto, e da quel momento inizia un'odissea politica, diplomatica e giudiziaria come mai ne ha vissute l'Italia repubblicana.
L'inizio dell'odissea giudiziaria e politica - Qui il primo motivo di contrasto: per mesi si è discusso del fatto che la Marina Militare italiana non avesse predisposto le cose in maniera da evitare la possibilità che suoi uomini in servizio di protezione potessero essere sottoposti alla giurisdizione di Paesi rivieraschi attraversati dalle navi che i Nuclei erano chiamati a proteggere. I pescatori uccisi si chiamavano Ajeesh Pink, di 20 anni, e Valentine Jelastine, di 44. La Lexie viene fermata nel porto di Kochi e dopo pochi giorni, il 19 febbraio, due dei 6 fucilieri di Marina vengono arrestati. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono trasferiti con l'accusa di omicidio nella guesthouse della Central Industrial Security Force indiana: per il momento evitano la prigione. Il 25 febbraio la polizia del Kerala sale a bordo della Lexie e sequestra tutte le armi del nucleo di protezione: i poliziotti indiani hanno in mano i due fucili da cui Girone e Latorre ammettono di aver sparato contro il St. Anthony, riferendo di averlo scambiato per una nave pirata.
Nel frattempo, il governo di Mario Monti invia in India un sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, che rimarrà nel Kerala per più di 30 giorni, con la missione di avviare il negoziato politico con l'India ma soprattutto di proteggere i due sottufficiali italiani ed assicurare loro un trattamento degno di due funzionari pubblici come erano nel momento dell'indicente.
L'Italia chiede che l'analisi balistica delle armi sequestrate a bordo venga condotta con la partecipazione di esperti italiani. I giudici del Kerala respingono la richiesta (comprensibilmente) ma accettano che un gruppo di esperti italiani possa presenziare agli esami balistici. I due esperti saranno il maggiore Luca Flebus e il maggiore Paolo Fratini, ammessi come solo in qualità di osservatori ed esclusivamente alle prove di sparo. Gli esami balistici condotti dalla polizia indiana accertano che a sparare contro il St. Antony sono stati due fucili Beretta in dotazione ai marò.
Nella notte fra il 5 e il 6 marzo il sottosegretario De Mistura è costretto quasi ad opporsi fisicamente alla polizia indiana che ha avuto l'ordine di trasferire i 2 marò in un carcere per detenuti comuni a Trivandrum. Solo alle 3 del mattino, dopo ore di tensione, il governatore del Kerala accetterà di trasferire i 2 italiani non in uno stanzone con delinquenti comuni, ma in un alloggio nel carcere in passato riservato ad alcuni uomini politici accusati di corruzione.
Quella notte rimase il punto di massima tensione fra Italia e India, con De Mistura che arrivò quasi allo scontro fisco con il capo delle guardie del carcere di Trivandrum. Da allora il "caso marò" continuerà a trascinarsi in maniera sempre delicata e controversa. L'Italia, ancora con il governo Monti (ministro della Difesa l'ammiraglio Giampaolo Di Paola) raggiunge un accordo con le famiglie dei pescatori e con il proprietario del peschereccio: vengono pagati circa 142 mila euro a testa per permettere che le famiglie e l'amatore si ritirino dal processo.
La svolta nel 2020 - La scontro fra Italia e India va avanti per anni, fino a quando i 2 governi nel 2020 non troveranno conveniente ricorrere al Tribunale arbitrale dell'Aja, che deciderà in maniera salomonica. L'Aja attribuirà la giurisdizione del caso all'Italia, riconoscendo che i due sottufficiali erano agenti di governo. Ma riconoscerà invece all'India un risarcimento di 1,1 milioni di euro, un accordo che farà cadere tutti i procedimenti in corso contro i due fucilieri di Marina.
Adesso la Procura della Repubblica di Roma a sua volta assume una proposta salomonica: i 2 marò hanno rispettato le "regole di ingaggio" che erano stata fissate dalla Marina Militare. Ma visto che gli esami autoptici, le prove balistiche e le altre prove effettuate dalla polizia indiana 10 fa non vengono ritenute utilizzabili, del caso si propone l'archiviazione. I due sottufficiali italiani hanno sparato sul peschereccio, i due pescatori sono morti, ma i 10 anni che hanno trascorso in questo limbo giudiziario possono essere considerati una condanna sufficiente.
di Noemi Penna
La Stampa, 10 dicembre 2021
I dati dell'Oms: 69mila decessi in più. Solo nel 2020 ci sono stati 241 milioni di casi e 627 mila decessi. 14 milioni di casi e 69 mila decessi in più: sono questi i numeri dell'impatto che ha avuto il Covid sulla malaria. I nuovi, tutt'altro che positivi, dati, sono stati diffusi oggi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, rivelando come la pandemia abbia interrotto i servizi essenziali contro la malaria, portando a un marcato aumento delle infezioni e dei morti. Solo nel 2020 ci sono stati 241 milioni di casi e 627 mila decessi e non ci sono motivi per credere che i dati 2021 siano molto diversi, appurato che due terzi di questi "morti aggiuntivi" sono direttamente collegati all'interruzioni nella fornitura di prevenzione, diagnosi e trattamenti nell'Africa subsahariana, assistenza che risulta esser stata ridotta anche quest'anno.
L'Africa subsahariana continua a portare il carico di malaria più pesante, rappresentando circa il 95% di tutti i casi mondiali e il 96% dei decessi, l'80% dei quali sono bambini sotto i 5 anni. Tuttavia, la situazione avrebbe potuto essere ancora peggio. Nei primi giorni della pandemia, l'Oms aveva previsto che, a causa delle interruzioni del servizio, i decessi sarebbero potuti raddoppiare, ma l'adozione di misure urgenti hanno scongiurando lo scenario peggiore.
"Anche prima che scoppiasse la pandemia, i progressi globali contro la malaria si erano stabilizzati", ricorda Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms, che ha stimato un ritardo del 40% rispetto a quelli che erano gli obiettivi previsti nel 2015. "Grazie al duro lavoro delle agenzie di sanità pubblica nei paesi colpiti dalla malaria, le peggiori proiezioni dell'impatto di Covid non si sono avverate ma ora dobbiamo sfruttare la stessa energia e impegno per invertire questa battuta d'arresto e intensificare il ritmo dei progressi contro la malattia".
Negli ultimi cinque anni, sono stati 24 i paesi che hanno registrato un aumento nei decessi per malaria. Per tornare in carreggiata, l'Oms e i suoi partner riconoscono "la necessità di garantire un accesso migliore e più equo a tutti i servizi sanitari, compresa la prevenzione, la diagnosi e il trattamento della malaria, rafforzando l'assistenza sanitaria di base e intensificando gli investimenti nazionali e internazionali".
Un nuovo importante strumento di prevenzione è rappresentato dal vaccino Mosquirix prodotto da GlaxoSmithKline, il primo approvato dall'Oms contro un parassita umano, raccomandato a tutti i bambini che vivono in zone dove la trasmissione è da moderata a severa. Ma secondo il World malaria report 2021 "per raggiungere gli obiettivi 2030, compresa una riduzione del 90% dell'incidenza globale della malaria e dei tassi di mortalità, serviranno nuovi approcci, strumenti e una migliore attuazione di quelli esistenti". Inutile dire che saranno necessari robusti finanziamenti: le sovvenzioni attuali di 3,3 miliardi di dollari all'anno "dovranno più che triplicare, raggiungendo i 10,3 miliardi di dollari entro il 2030".
"Mentre i Paesi africani hanno raccolto la sfida ed evitato le peggiori previsioni di ricaduta da Covid, l'effetto a catena della pandemia si traduce ancora oggi in migliaia di vite perse", ha spiegato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell'Oms per l'Africa. "I governi africani e i loro partner devono intensificare i loro sforzi in modo da non perdere ulteriormente terreno a causa di questa malattia prevenibile".
Ma come mai i progressi contro questa malattia evitabile si sono arenati già prima della pandemia? Secondo il dottor Abdisalan Noor, capo dell'unità strategica dell'Oms, "le ragioni variano di Paese in Paese. In alcuni casi, può essere legato a una copertura ridotta degli interventi o ai ritardi di controllo o inefficienze di vario tipo. Altri fattori includono prestazioni scarse o in peggioramento dei sistemi sanitari e anomalie legate al clima, come piogge eccessive e inondazioni. Dal punto di vista finanziario, il livello è rimasto relativamente invariato per diversi anni, nonostante una rapida crescita popolazione e interventi sempre più costosi. Questo ha limitato le risorse disponibili per far fronte alla malattia nei paesi più a rischio". Sulla base delle stime attuali, "il tasso di incidenza globale dei casi di malaria è di 59 casi per mille persone a rischio, a fronte di un obiettivo di 35, che lo porta fuori target del 40%. Il globale tasso di mortalità oggi è di 15,3 decessi su 100 mila persone a rischio, mentre l'obiettivo era di 8,9".
La vaccinazione ora diventa essenziale: "In Ghana, Kenya, Malawi ha raggiunto più di 830 mila bambini, con un impatto sostanziale sulla salute pubblica. Studi di modellazione hanno dimostrato che è molto efficace anche in termini di costi ma si prevede che l'offerta nel prossimo medio termine sarà limitata. Ecco perché stiamo già lavorando per ampliare le forniture", conclude Noor.
di Daniela Preziosi
Il Domani, 10 dicembre 2021
Dal 13 dicembre inizia l'iter alla Camera, ma i nodi più sensibili non sono stati sciolti. E il destino è segnato: la legge sarà abbattuta in aula a voto segreto. In questa settimana si concluderà la discussione generale, sarà fissato il termine per gli emendamenti. Ma i voti arriveranno a gennaio, o più probabilmente dopo l'elezione del nuovo capo dello stato.
Intanto la Cassazione ha annunciato che le firme sul referendum per l'eutanasia sono legali. Per Cappato e Magi la legge in parlamento è un arretramento rispetto alla sentenza della Consulta.
"La legge sul fine vita finisce come la Zan". A taccuini chiusi, sono molti i deputati che sono pronti a scommetterlo. Stavolta senza troppi traumi, ma con la messa in scena di molti conflitti, la legge Bazoli che da lunedì 13 dicembre inizierà il suo iter in aula a Montecitorio si avvia a essere bocciata in uno dei tanti voti segreti che è facile prevedere. Ma con calma. Non subito, e forse neanche dopo le feste, ma dopo l'elezione del capo dello stato. Dopo la discussione generale, che si concluderà probabilmente già la prossima settimana, ci sarà un primo stop. Il secondo rinvio probabilmente arriverà a gennaio.
Il 9 dicembre in seduta congiunta le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera hanno concluso il primo esame del testo sul suicidio assistito. Alfredo Bazoli, cattolico e capogruppo Pd in commissione Giustizia - e primo firmatario della legge insieme al grillino Nicola Provenza - ha ringraziato tutti, anche le destre, per "lo spirito costruttivo" in commissione e si è augurato "che lo stesso spirito di confronto e dialogo possa essere mantenuto anche in aula, per consentire al parlamento di approvare una legge in linea con i princìpi e le raccomandazioni della Corte costituzionale, su un tema delicato che ci riguarda tutti senza distinzioni".
Il riferimento è alla sentenza numero 242 del 2019, arrivata dopo anni di disobbedienza civile e battaglie legali di Marco Cappato, ex parlamentare radicale, per il caso di dj Fabo, morto in Svizzera con il suicidio assistito il 27 febbraio del 2017. Ma c'è davvero poco da stare allegri, secondo Riccardo Magi, di +Europa e fra i promotori del referendum sull'eutanasia legale: "Vedo un giubilo immotivato per l'approvazione in commissione di un testo sul fine vita che è gravemente insufficiente e stranamente sbrigativo, dopo anni di inadempienza".
Secondo il radicale italiano ci sono almeno tre motivi perché la legge possa essere considerata un "indietreggiamento" rispetto alla sentenza della Consulta: "Si richiede per il malato che voglia scegliere il suicidio assistito la presenza di sostegni sanitari vitali, e con questo si escludono alcune tipologie di malati oncologici; si prevede che i malati debbano essere coinvolti in percorsi di cure palliative, una norma assai fumosa, peraltro non si capisce il concreto significato del concetto di "coinvolgimento"; e infine l'obiezione di coscienza rischia di svuotare la legge, almeno in alcune regioni in cui aderirà la totalità dei medici, come già avviene per la legge 194 sull'interruzione di gravidanza".
Insomma la verità sarebbe che sono stati rimessi all'aula tutti i nodi sensibili, che dovevano essere affrontati in commissione. E i voti segreti faranno la loro parte per abbattere la legge. Anche secondo Magi "il testo farà la stessa fine del ddl Zan".
Ma se per la Zan si poteva concedere al Pd il beneficio della buona volontà, in questo caso traspare la scelta consapevole di portare in aula una legge pur che sia, da immolare al solo scopo di scaricare sulla destra - che il testo non lo vuole e che in commissione ha imposto emendamenti che poi non ha votato - tutta la responsabilità di un nuovo fallimento. Anche stavolta per coprire malumori interni. Raccontando, come fanno al Nazareno, un'altra storia, molto edificante, e cioè quella di "avere imparato la lezione della legge Zan" e cioè di "non aver personalizzato" la legge, e di "non aver agitato bandierine e aver cercato al massimo un percorso condiviso".
E invece le cose stanno diversamente anche secondo Marco Cappato, fra l'altro anche tesoriere dell'associazione Luca Coscioni e promotore della campagna "Eutanasia legale", e secondo Matteo Mainardi, coordinatore della campagna. "Se approvato rappresenterebbe un passo indietro rispetto alla stessa sentenza della Corte costituzionale", dicono in una nota congiunta, "Dopo tre anni di attesa, parlamentari stanno dedicando poche ore per approvare norme che restringono l'applicazione della legge già in vigore grazie alla sentenza della Consulta, perché introducono l'obiezione di coscienza ed escludono la sofferenza di natura solo psichica".
Il disegno di legge è "un'occasione mancata" anche perché non prevede termini certi "per evitare boicottaggi istituzionali" come quello in atto contro "Mario" (l'uomo marchigiano che da anni chiede di poter morire, ndr) e perché conferma la discriminazione dei pazienti che non sono "tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale, come i malati di cancro, che sono i casi più frequenti di richiesta di aiuto a morire".
La Corte di Cassazione ha comunicato che le oltre 500mila firme sul referendum sull'eutanasia legale sono valide. "Lo sapevamo, ma è una buona notizia", twitta Cappato. Con un parlamento così atterrito dallo scontro, e una maggioranza di governo affaccendata in tutt'altro, la strada della legge ancora una volta è quella del referendum. Sempreché la Consulta ammetta il quesito, il termine è entro il 10 marzo.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 dicembre 2021
Il World Food Programme (Wfp) ha sospeso la distribuzione di aiuti alimentari in due città del nord dell'Etiopia coinvolte nel conflitto in corso, Dessié e Kombolcha, dopo assalti armati ai depositi. A Kombolcha, ribelli tigrini hanno minacciato con le armi lo staff del Wfp e saccheggiato le riserve di cibo da distribuire, compreso quello destinato ai bambini malnutriti, ha denunciato l'Onu, secondo quanto riferisce la Bbc. Lo staff del Wfp ha subito "intimidazioni estreme" durante il saccheggio, ha detto un portavoce dell'Onu, che ha accusato anche le truppe del governo di aver preso il controllo di tre camion umanitari del Wfp. "Queste violenze da parte di forze armate sono inaccettabili e minano la capacità dell'Onu e dei nostri partner umanitari di garantire la consegna in una fase di massima necessità" ha detto.
Iniziato un anno fa, il conflitto fra il governo centrale etiope i ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), si è ormai esteso fuori dal Tigray. La guerra civile ha provocato una grave crisi umanitaria, con tredici milioni di persone che hanno bisogno di aiuti alimentari secondo le stime Onu. Vi sono anche migliaia di morti, due milioni di sfollati e 400mila persone al limite della carestia. Dessìé e Kombolcha sono due strategiche città della regione di Amhara, lungo la strada che conduce ad Addis Abeba, conquistate poco più di un mese fa dai ribelli. Le truppe governative, ora guidate personalmente dal premier Abiy Ahmed, hanno annunciato pochi giorni fa di aver ripreso il controllo delle due città, ma i ribelli sostengono che hanno potuto riprendere solo le aree abbandonate dal Tpfl. I ribelli tigrini non hanno commentato le accuse del Wfp.
di Luca De Vito
La Repubblica, 10 dicembre 2021
Sull'attentato nella Repubblica democratica del Congo dello scorso febbraio i dubbi dell'eurodeputato dem: "Va capito il ruolo di chi doveva garantire la sicurezza del convoglio per conto delle Nazioni Unite". Serve più chiarezza per assicurare verità e giustizia alla storia di Luca Attanasio, soprattutto da parte delle Nazioni Unite.
È un intervento duro quello dell'europarlamentare Pierfrancesco Majorino (Pd) che arriva all'indomani dell'annuncio di un incontro programmato tra il sindaco Beppe Sala e la famiglia dell'ambasciatore ucciso nella Repubblica Democratica del Congo lo scorso 22 febbraio, deciso dopo la mancata candidatura di Luca Attanasio per un ambrogino alla memoria. Una lettera in cui si evidenziano lacune e rischi per l'indagine che sta cercando di far luce sull'agguato che ha portato alla morte di Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell'autista Mustapha Milambo.
"Quell'accadimento, un agguato terribile ad un convoglio del Pam (il Programma Alimentare delle Nazioni Unite), va rimesso al centro dell'attenzione delle istituzioni coinvolte - tutte, senza distinzioni - scrive Majorino - Lo esige il bisogno di verità che circonda l'episodio e lo esige la necessità di non cancellare le storie delle vittime. Di Luca Attanasio, persona che esibiva poco quel che di prezioso faceva e donava alla collettività, abbiamo saputo alcune cose importanti nei giorni successivi alla morte. I racconti di molti ci hanno restituito l'immagine di un servitore dello Stato attento e sensibile".
Il sospetto è che ci siano ritardi e ostacoli nella ricostruzione della verità di cui si sta occupando la procura di Roma. "Non può infatti sfuggire a nessuno che di quel che è avvenuto nella zona di Kibumba, in quelle terre tanto instabili e pericolose, si debba ricostruire una verità totale e soddisfacente. In tal senso preoccupano non poco le difficoltà che starebbe incontrando da tempo il Ros per effettuare indagini sul posto, come allarmano alcuni silenzi che sembrerebbero arrivare proprio da settori delle Nazioni Unite. In particolare colpisce la sensazione di opacità che parrebbe trapelare rispetto alla posizione di Mansour Rwagaza, attualmente presente nel registro degli indagati e responsabile della sicurezza dello stesso convoglio per conto del Pam, un ente da cui si deve pretendere la massima collaborazione". Per Majorino "l'opera della magistratura va aiutata e sostenuta e nessuno può permettersi il lusso di girarsi dall'altra parte, sia in Italia che in Europa o ritenere di poter scaricare incredibilmente proprio sullo stesso Attanasio eventuali responsabilità. Lo si deve alla memoria di chi ha perso la vita e a chi non ha smesso di piangerlo".
Il Riformista, 9 dicembre 2021
"C'è troppo carcere: il malato mentale cosa ci fa in cella?". Lo chiede, sperando che si arrivi presto a una soluzione concreta (perché di parola ne sono già state spese tante), la ministra della Giustizia Marta Cartabia che torna ad affrontare il delicato tema del sovraffollamento dei penitenziari in Italia.
"Visitando le carceri mi sono resa conto che è un universo molto vario" e che "c'è bisogno di risposte diverse". La presenza in carcere del malato mentale "destabilizza il clima ed è un problema per gli agenti del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria", anche se "ci sono le Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, ndr) da potenziare", così come "più si dà la possibilità di reinserimento, minore è il rischio della recidiva".
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