di Flavia Amabile
La Stampa, 16 luglio 2021
Dal rapporto sulla violenza di genere approvato dalla Commissione d'inchiesta del Senato emerge che 9 procure su 10 trascurano il fenomeno. La violenza contro le donne è ancora una sconosciuta per la giustizia. Invisibile per i tribunali civili, trascurata in 9 procure su 10. Nella magistratura in tre anni sono stati organizzati sei corsi di aggiornamento sulla violenza di genere in gran parte frequentati da donne. Tra gli avvocati, sempre in tre anni, lo 0,4% ha partecipato a eventi di formazione. Molto è stato fatto e alcuni tribunali rappresentano degli ottimi modelli con pratiche da diffondere, ma la Convenzione di Istanbul, che prescrive di rendere concreti il diritto delle vittime alla protezione, resta in larga parte ancora disattesa. Le consulenze tecniche d'ufficio, che spesso decidono sulle capacità genitoriali, vengono affidate anche a esperti non specializzati nella violenza di genere. Né viene riconosciuta la violenza domestica alla base di separazioni e divorzi, perché i procedimenti civili e quelli penali per maltrattamenti e violenza procedono la maggior parte delle volte in parallelo, senza alcuno scambio di informazioni. Se, quindi, tanti casi di violenza contro le donne non vengono interpretati in modo corretto la causa è proprio la mancanza di una formazione e una specializzazione che permettano di riconoscere e affrontare con efficacia i casi che si presentano, sanzionare, prevenire escalation, sostenere le donne che denunciano.
Sono le principali conclusioni del "Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria", approvato il 17 giugno dalla Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, che verrà presentato venerdì 16 luglio nel corso del convegno "Giustizia e violenza contro le donne: riconoscere per perseguire", presso la Sala Zuccari del Senato.
L'indagine è stata svolta tra dicembre 2019 e il 2020 somministrando questionari a procure, tribunali ordinari, tribunali di sorveglianza, Consiglio superiore della magistratura, Scuola superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense e ordini degli psicologi, focalizzando l'attenzione sul triennio 2016-2018. L'obiettivo era capire come ogni settore della giustizia percepisse la violenza contro le donne e riuscisse a riconoscerla.
Le procure sono gli uffici più direttamente coinvolti nell'azione di contrasto alla violenza di genere e domestica, per le funzioni inquirenti e perché insieme alla polizia giudiziaria assicurano l'immediato intervento dello Stato quando vengono commessi i reati. Hanno risposto al questionario 138 procure su 140. Su un totale di 2045 magistrati requirenti, il numero di quelli assegnati a trattare nel 2018 la materia specializzata della violenza di genere e domestica è pari a 455, il 22 per cento del totale. Tuttavia non necessariamente i magistrati specializzati si occupano soltanto di violenza contro le donne e, viceversa, non sempre i procedimenti sulla violenza vengono affidati a magistrati specializzati. Nel 10,1 per cento delle procure, di piccole dimensioni, non esistono magistrati specializzati, nel 77,5 per cento è stato costituito un pool specializzato che però tratta anche altro rispetto a "soggetti deboli e vulnerabili", mentre solo una minoranza di procure, il 12,3 per cento, segnala l'esistenza di un gruppo di magistrati specializzati esclusivamente dedicati. Nel 90 per cento delle procure esistono dunque magistrati specializzati, ma i provvedimenti per violenza non vengono per forza affidati a loro.
Nel complesso, solo nel 12 per cento delle procure emerge attenzione ai temi della violenza e un elevato livello di consapevolezza. Passando a esaminare i tribunali civili l'analisi ha evidenziato una sostanziale invisibilità della violenza di genere e domestica nei tribunali civili e, in generale, una situazione più arretrata rispetto alle procure. La rilevazione si è riferita al triennio 2016-2018 e hanno risposto 130 tribunali su 140. Nel 95 per cento dei tribunali non vengono quantificati casi di violenza domestica emersi nei casi di separazione giudiziale, di scioglimento e cessazione degli effetti civili di matrimonio e in quelle sui provvedimenti riguardo ai figli, come pure non sono quantificate le cause in cui il giudice dispone una Ctu nella materia. Ciò attesta una sostanziale sottovalutazione della violenza contro le donne. Il 95 per cento dei tribunali non è in grado di indicare in quante cause il giudice abbia disposto una consulenza tecnica d'ufficio, che viene utilizzata soprattutto per l'accertamento delle capacità genitoriali e accertamenti di natura psicologica. Il 95,5 per cento dei tribunali ha dichiarato di non riuscire a nominare consulenti tecnici di ufficio che possiedono una specializzazione in materia di violenza di genere. Soltanto nel 31,5 per cento dei tribunali vengono sempre acquisiti atti e provvedimenti del procedimento penale che riguarda le stesse parti della causa civile nei casi di violenza domestica. Solo nei tribunali di Benevento, Bologna, Enna, Macerata, Palermo e Roma sono state adottate linee guida, protocolli e accordi per la collaborazione tra varie istituzioni nei procedimenti per violenza.
Se si passa a osservare la situazione della magistratura si incontra un forte disinteresse. Nei tre anni dal 2016 al 2018 la Scuola superiore della magistratura ha organizzato 6 corsi di aggiornamento in materia di violenza di genere, frequentati nel 67 per cento dei casi da donne. I corsi riguardavano soprattutto il settore civile delle separazioni, dei divorzi e dei provvedimenti riguardanti i figli. A livello distrettuale, nello stesso periodo, sono stati organizzate 25 iniziative di formazione, che hanno visto il coinvolgimento di circa il 13 per cento dei magistrati, contro il 5% dei frequentanti quelle della Scuola superiore della magistratura. Per quanto riguarda gli avvocati, dai dati comunicati dal Consiglio nazionale forense, dal 2016 al 2018 sono stati organizzati più di 100 eventi in materia di violenza di genere e domestica, ai quali hanno partecipato oltre 1000 avvocati (su un totale di 243 mila), di cui l'80 per cento donne. In tre anni, dunque, solo lo 0,4 per cento degli avvocati ha partecipato a eventi formativi in materia di violenza di genere e domestica. Anche per gli psicologi si deve prendere atto di una generalizzata carenza di sensibilità alla formazione e alla costituzione di gruppi di lavoro specifici per consentire agli psicologi che svolgono attività di consulenza e di perizia nel processo sia civile che penale di acquisire anche una formazione specifica forense.
quinewsfirenze.it, 16 luglio 2021
La progettazione del murale al Mario Gozzini di Firenze è avvenuta attraverso un processo partecipativo che ha coinvolto un gruppo di detenuti. Si intitola 'La scritta che buca' ed è il murale inaugurato alla casa circondariale Mario Gozzini. dagli assessori Tommaso Sacchi e Cosimo Guccione e dal presidente del Quartiere 4 Mirko Dormentoni.
L'opera è stata finanziata dalla Fondazione CR Firenze e dal Comune, in partenariato con la direzione del Gozzini e con l'Università di Firenze Lab Critical Planning & design. La progettazione del murale è avvenuta attraverso un processo partecipativo che ha coinvolto un gruppo di detenuti e la sua realizzazione è stata affidata agli artisti dell'associazione culturale Toscana Elektro Domestik Force. L'opera rappresenta artisticamente il percorso di crescita e reinserimento sociale che si può realizzare all'interno degli Istituti Penitenziari, non solo luoghi di pena, ma soprattutto, come vuole la Costituzione, di riabilitazione e costruzione di nuove progettualità di vita. Il progetto "La Scritta che Buca" rientra nel percorso "Dal Giardino degli Incontri agli Incontri nel Giardino: oltre il muro tra carcere e città", finanziato dall'autorità regionale per la garanzia e la promozione della partecipazione e coordinato dall'Università di Firenze (Lab Critical Planning & design) e dalla Fondazione Michelucci.
"Oggi inauguriamo un progetto molto lungo e laborioso, che ha vissuto fasi complicate ma nel quale non abbiamo mai smesso di credere - ha affermato l'assessore a immigrazione e politiche giovanili Cosimo Guccione. Coloro che passeranno da qui vedranno un edificio non grigio ma colorato, un auspicio di uscita dalla pena, un'opera d'arte, creata anche grazie a un laboratorio al quale hanno partecipato i detenuti, che aiuta ad evadere in senso metaforico da questo luogo, realizzata grazie a una grande sinergia istituzionale per il bene di tutti i cittadini, non solo quelli in carcere".
"La direzione verso la quale tutti dobbiamo lavorare - ha dichiarato l'assessore al welfare Sara Funaro - è quella del recupero dei detenuti e in quest'ottica dobbiamo rafforzare, in linea con la direzione del carcere, il rapporto di Sollicciano con la città e il territorio, soprattutto per le sfere sociale e sanitaria. Sono felice che oggi si parli di carcere per un evento che manda un messaggio di incontro: questo murale è l'ennesimo segnale di dialogo e di una città che si deve avvicinare alla casa circondariale fiorentina per cercare di portare avanti tutti insieme azioni che la rendano un luogo migliore".
"Questo spazio dove presentiamo l'opera, il Giardino degli Incontri - ha sottolineato l'assessore alla cultura Tommaso Sacchi - è uno degli ultimi di Giovanni Michelucci e nel progettarlo il grande architetto sosteneva che il suo interesse principale non era il carcere ma la città, nel suo pensiero il carcere non era qualcosa di scollegato dalla città ma ne faceva indubbiamente parte. Qui Michelucci pensava alle famiglie, ai bambini, a un luogo di intreccio di vita tra chi è recluso e chi no, e questo murale rende sicuramente onore alla sua visione lungimirante e così profondamente umana".
"La 'scritta che buca' è una realtà - ha ricordato il presidente del Quartiere 4 Mirko Dormentoni - e non possiamo che esserne felici. È una vera soddisfazione per noi. Sono anche progetti come questo che aiutano le persone in difficoltà a rinascere e a ritrovare le proprie energie migliori. E sono azioni di rigenerazione urbana come questa che ci aiutano ad affermare un principio in cui crediamo fortemente: le strutture carcerarie di Sollicciano non sono un corpo estraneo, ma una parte integrante della città. Infine, la soddisfazione è legata alla consapevolezza del fatto che questo è uno dei risultati concreti del percorso partecipativo 'Incontri nel Giardino', svolto nel 2019, del quale il Quartiere 4 è stato tra i promotori e responsabile operativo".
Network istituzionale: Regione Toscana, Università di Firenze (Lab Critical Planning & design del Dipartimento di Architettura), Fondazione Michelucci, C.A.T. Cooperativa Sociale, Comune di Firenze, Quartiere 4, Comune di Scandicci, Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Toscana e dell'Umbria, Direzione della Casa circondariale Mario Gozzini, Casa circondariale Sollicciano, Garante dei diritti delle persone detenute della Regione Toscana, Garante dei diritti delle persone detenute del Comune di Firenze.
di Sara Creta
Il Domani, 16 luglio 2021
In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha rivelato nuove prove di violazioni dei diritti umani, compresa la violenza sessuale, nei confronti di uomini, donne e bambini intercettati nel mar Mediterraneo e riportati nei centri di detenzione libici. Le terribili conseguenze della cooperazione in corso tra l'Europa e la Libia in tema d'immigrazione e controllo delle frontiere sono documentate in un rapporto di 52 pagine intitolato "Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione della Libia".
La Libia non consente agli organismi internazionali di intervenire. Le maggiori restrizioni del 2021 sull'accesso di Unhcr, altre agenzie dell'Onu e organizzazioni umanitarie ai centri di detenzione hanno agevolato ulteriormente le violazioni e favorito l'impunità. "Il Governo di unità nazionale costituito a marzo 2021, non ha intrapreso alcuna azione per affrontare le violazioni sistematiche nei confronti di rifugiati e migranti detenuti all'interno del paese", scrive Amnesty. I luoghi informali di prigionia, originariamente sotto il controllo di varie milizie, sono stati riconosciuti e integrati nella struttura del dipartimento per la lotta all'immigrazione illegale del Ministero degli Interni.
Leggitimate dal governo - Il rapporto rivela inoltre che dalla fine del 2020 la Direzione per il contrasto all'immigrazione illegale (Dcim), un dipartimento del ministero dell'Interno della Libia, ha legittimato le violazioni dei diritti umani, integrando tra le strutture ufficiali due nuovi centri di detenzione dove negli anni scorsi le milizie avevano sottoposto a sparizione forzata centinaia di migranti e rifugiati. Persone sopravvissute a uno di questi centri hanno denunciato che le guardie stupravano le donne e le obbligavano ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo o della libertà. I detenuti hanno raccontato ad Amnesty International le torture, le condizioni detentive inumane, le estorsioni e i lavori forzati cui erano sottoposti.
"I responsabili di queste violazioni dei diritti umani sono stati premiati attraverso promozioni e l'assegnazione di posizioni di potere. Questo significa una sola cosa: che rischiamo di vedere gli stessi orrori replicarsi ancora", ha detto Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. Durante alcuni tentativi di fuga dal centro gestito dalla Dcim di Abu Salim a Tripoli, guardie e uomini armati non identificati hanno ucciso almeno due persone e ferito molte altre sparando ai detenuti alla fine di febbraio 2021 e il 13 giugno dello stesso anno.
Tre testimoni della prima sparatoria hanno riferito la presenza di miliziani collegati ad Abdel Ghani al-Kikli, comandante delle milizie che controllano la zona di Abu Salim, nominato a gennaio 2021 dall'ex Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale (GNA) come capo dell'Autorità di supporto della sicurezza, ente con ampi poteri in materia di polizia e sicurezza nazionale. "C'era sangue delle persone [morte e ferite] sui muri e sul pavimento [ma] era come se non fosse mai accaduto nulla. Ti picchiano e ti abbandonano, e nessuno fa domande. Morire in Libia è normale: nessuno ti verrà a cercare e nessuno ti troverà", ha raccontato Jamal, un rifugiato ventunenne presente durante la sparatoria mortale di febbraio 2021 nel centro di Abu Salim.
Nel centro di detenzione di Shara' al-Zawiya a Tripoli - precedentemente diretto da una milizia e ora integrato nel Dcim - i detenuti hanno raccontato ad Amnesty International che le guardie stupravano le donne e che alcune di loro venivano obbligate ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo e acqua potabile o della libertà. "Abbiamo sofferto molto in quella prigione... Tre guardie mi hanno detto che se fossi andata a letto con loro, poi mi avrebbero liberato. Gli ho detto di no. Mi hanno picchiato con una pistola. Ancora oggi mi fa male. Non ho libertà e non ho pace", ha raccontato Grace, una ventiquattrenne intercettata in mare nel 2021, detenuta in modo arbitrario nel centro di Shara' al-Zawiya.
La morte - A seguito delle violenze subite, due giovani donne detenute a Shara'a al-Zawiya hanno tentato il suicidio. Tre donne hanno testimoniato che due bambini, detenuti in cattive condizioni di salute con le loro madri dopo essere stati intercettati in mare, sono morti all'inizio del 2021 dopo che le guardie avevano rifiutato di trasferirli in ospedale. Inoltre, nonostante le autorità libiche abbiano dichiarato di voler chiudere i centri del Dcim dove si sono verificate violazioni dei diritti umani, le stesse violazioni si stanno verificando nei centri di detenzione nuovi o trasferiti sotto il controllo dello stesso Dcim. "L'intero sistema dei centri di detenzione libici per i migranti è marcio dalle fondamenta e dev'essere smantellato. Le autorità libiche devono chiudere immediatamente tutti i centri di detenzione per rifugiati e migranti e porre fine alla loro detenzione", ha detto Eltahawy.
di Sara Creta
Il Domani, 16 luglio 2021
L'agenzia di controllo delle frontiere dell'Unione europea, Frontex, ha ignorato le segnalazioni di respingimenti illegali di migranti da parte degli Stati dell'Ue. Un fallimento che lasciato i migranti dichiarati a futuro ha dei loro diritti fondamentali, ha concluso un rapporto del Parlamento europeo. Frontex ha "trovato dimostrare a sostegno delle accuse di violazioni dei diritti fondamentali negli Stati membri (dell'Ue, ndr) con cui aveva un'operazione congiunta, ma non è riuscito a prevenire possibili diritti dei diritti umani fondamentali", secondo una copia dei diritti umani fondamentali rapporto vista da Domani.
"Frontex sapeva che c'erano prove a sostegno delle denunce di diritti fondamentali negli Stati con cui ha svolto operazioni congiunte - come in Grecia - ma non si è occupata di queste violazioni in modo vigile ed efficace", accusa il gruppo di parlamentari. E, continua, "l'agenzia, in alcune occasioni, ha ignorato tali informazioni". L'agenzia: "Il rapporto sottolinea le sfide della trasformazione dell'Agenzia in un ambiente sempre più complesso". Un portavoce di Frontex ha affermato che l'agenzia "accoglie con favore il rapporto". "Riconosciamo la necessità di aggiornare il nostro sistema di segnalazione per assicurarci che nessuna possibile dei diritti fondamentali non denunciata", ha aggiunto il portavoce.
I membri del Parlamento europeo hanno formato lo scorso marzo un gruppo di lavoro, ufficialmente chiamato Frontex Scrutiny Working Group (FSWG), per "monitorare tutti gli aspetti del lavoro dell'agenzia di frontiera, compreso il suo rispetto dei diritti umani fondamentali". Il gruppo di lavoro, composto da 14 eurodeputati, è stato istituito dopo le rivelazioni giornalistiche sul ruolo di Frontex nei respingimenti illegali al confine greco-turco. Frontex è accusata di aver bloccato le imbarcazioni di migranti, violando il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-respingimento della Convenzione di Ginevra e il diritto di protezione internazionale. Respingimenti collettivi documentati anche da Domani, in un'inchiesta collettiva con Lighthouse Reports, in collaborazione con Der Spiegel, Libération, che aveva rivelato come il sistema istituito dall'Europa mette a rischio la vita di migliaia di persone.
Per Fulvio Vassallo Paleologo, giurista e professore di Diritto dell'asilo all'Università di Palermo, presto potrebbero arrivare altre denunce su queste violazioni commesse da Frontex: "Altrettanto grave è la situazione nel Mediterraneo centrale, dove le attività di tracciamento e di coordinamento con la Guardia costiera libica e intercettazioni aeree in acque internazionali alla violenza perpetrata nei centri di ritorno. L'inchiesta del Parlamento europeo è durata cinque mesi ed evidenzia "carenze dei sistemi di Frontex per monitorare, segnalare e valutare situazioni dove i diritti fondamentali sono violati". L'inchiesta, guidata dall'olandese Tineke Strik, dei Verdi, si è concentrata sulle denunce di parte di ONG, inchieste giornalistiche e segnalazioni di organizzazioni internazionali che hanno dimostrato violenza e respingimenti. Responsabili: gli agenti di Frontex appartenenti alla polizia greca nel Mar Egeo. Eventi che'ultimo anno hanno fatto di Frontex il bersaglio di tutte le critiche e hanno posto il suo direttore esecutivo, il francese Fabrice Leggeri, al vaglio di eurodeputati, Ufficio antifrode e Corte dei conti Ue.
Ancora una volta, il direttore di Frontex sott'accusa. Nonostante il nome di Leggeri non venga citato direttamente una volta nel documento, il gruppo di esperti dedica un intero capitolo a fiumi sono critiche dopo critiche alla sua dirigenza. "È chiaro che l'amministratore delegato. Il gruppo si rammarica, prosegue il documento, che Leggeri "non ha risposto o dato alle numerose espressioni di seguito, opinioni o osservazioni dal corso dei diritti umani nel corso quattro anni".
Inoltre gli eurodeputati, assistiti in questi mesi da analisti ed esperti di migrazione a livello internazionale, affermano di aver osservato inoltre "con conferma internazionale" che Leggeri "stia ritardando l'assunzione dei tre vicedirettori". Le nomine dei tre consiglieri erano previste per la scorsa primavera, ma ora, secondo fonti dell'agenzia, bisognerà aspettare dopo l'estate per vedere chi darà loro l'incarico. Lotte di potere per una vice leadership nell'agenzia si stanno preparando da mesi, e il gruppo del Parlamento europeo, infatti, si dice "molto preoccupato per gli insufficienti controlli e contrappesi [di potere] all'interno dell'Agenzia". I paesi dell'Ue e la Commissione "dovrebbero intensificare il loro coinvolgimento e le azioni per garantire che il sostegno di Frontex alla sorveglianza delle frontiere vada di pari passo con la prevenzione e la lotta adeguata ai diritti fondamentali", affermano il rapporto.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 16 luglio 2021
Via libera della Camera alla delibera missioni internazionali, compresa la contestata "scheda 48" relativa all'addestramento della cosiddetta Guardia costiera libica. La risoluzione della maggioranza è passata ieri con 438 voti a favore, 2 contrari e 2 astenuti, mentre contro la parte che riguarda la Libia, sulla quale si è proceduto con un voto separato, hanno votato 3e deputati tra M5S, LeU, +Europa e Pd. Gli astenuti sono stati invece 22, tra i quali il gruppo di Italia viva.
Il voto di ieri non rappresenta certo una sorpresa. Che l'Italia decidesse finalmente di mettere fine alla collaborazione con i guardacoste di Tripoli era infatti impensabile visto che finora, al momento del voto in parlamento, si è sempre trovato un motivo per proseguire. L'anno scorso furono le rassicurazioni del governo che nel discutere le modifiche al Memorandum Italia-Libia si sarebbero pretese dai libici garanzie sul rispetto dei diritti umani dei migranti. Modifiche che, però, sono rimaste al palo. Quest'anno a spianare la strada al voto è stato un emendamento del Pd votato nelle commissioni Esteri e Difesa che impegna il governo a "verificare dalla prossima programmazione le condizioni per il superamento della suddetta missione", formula con cui si ipotizza la possibilità che ad addestrare le milizie libiche sia l'Unione europea.
Per il Pd l'emendamento è stato il modo per uscire da una situazione divenuta ormai difficile, tanto più dopo le immagini della motovedetta libica, una di quelle regalate a Tripoli proprio dall'Italia, che insegue, spara e tenta di speronare un barchino pieno di migranti. La decisione non ha però convinto l'opposizione interna al punto che sette deputati, Orfini, Boldrini, Raciti, Rizzo Nervi, Gribaudo, Pini e Bruno Bossio hanno comunque votato contro. "Ancora una volta abbiamo votato in pochi, troppo pochi. Ancora una volta una scelta orribile, una giornata orribile", è stato il commento di Orfini.
Nel dibattito che ha preceduto il voto è stato invece il deputato di +Europa Riccardo Magi a rivolgersi ai deputati dem: "Lo dico ai colleghi del Pd, non c'è nulla da verificare, è già tutto noto quello che avviene in Libia anche per mano della Guardia costiera che alimenta un circuito di violenza, sequestri, detenzione illimitate e stupri". "Questa missione - ha detto invece Erasmo Palazzotti di LeU - fa parte di una strategia che vede nell'esternalizzazione delle frontiere il suo punto cardine. E oggi dobbiamo chiederci se è un costo moralmente accettabile continuare a finanziare le violazioni dei diritti umani".
Adesso la delibera passa al Senato dove verrà votata martedì 20 dalle commissioni Esteri e Difesa. Il voto in aula è previsto invece per il 28 luglio. Anche in questo caso non sono previste sorprese: contrari alla missione in Libia sono infatti LeU e un piccolo drappello di senatori dem. Ieri, nel corso di un'assemblea tra i senatori Pd hanno espresso critiche alla missione Tommaso Nannicini e Francesco Verducci, ma contrario è anche Vincenzo D'Arienzo: "L'Italia continua a cooperare con chi compie respingimenti, viola i diritti umani e commette crimini contro l'umanità", ha detto Verducci commentando il voto alla Camera. Ma critiche sono arrivate anche dalle ong, che definiscono "fumo negli occhi" l'emendamento presentato dal Pd: "Chiedere all'Europa di fare i respingimenti al posto nostro non sposta di una virgola il cuore della questione" dicono, tra le altre, Msf, Oxfam e Arci. "Se il Pd vuole davvero dimostrare di essere diverso dovrebbe chiedere alla Ue di mettere in campo una missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo".
di Liana Milella
La Repubblica, 15 luglio 2021
La ministra vuole rivedere la legge Gozzini, parte delle norme già presentate. "Il carcere non può essere l'unica risposta al reato". Lo ha detto tante volte Marta Cartabia. Sin dal suo primo discorso davanti alla commissione Giustizia della Camera. Era il 15 marzo. I fatti di Santa Maria erano di là da essere messi in piazza. Eppure la ministra disse subito che il carcere deve avere "un volto umano". Adesso le sue leggi tradurranno questi principi in fatti. Da un lato, con un'ampia casistica di pene alternative alla detenzione. E questo la Guardasigilli lo ha già previsto con altrettanti emendamenti nella riforma penale appena approdata a Montecitorio.
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 15 luglio 2021
Il carcere ripropone, in peggio, quello che accade nella realtà esterna e la pandemia, come ogni crisi, ha acuito i problemi, ha fatto emergere i nostri lati negativi, dunque l'aggressività e la violenza. A spiegare così a "L'Osservatore Romano" i fatti emersi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ma che "purtroppo non sono un fatto isolato" è il Garante nazionale delle persone private delle libertà, Mauro Palma.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 15 luglio 2021
La gloria calcistica non nasconde la vergogna nazionale documentata dai video dell'aggressione dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere da parte di un reparto di agenti di custodia nell'aprile 2020. Ce lo ricorda la visita che il presidente Draghi, dopo la cerimonia a Palazzo Chigi in onore degli atleti italiani, ha deciso di fare con la ministra Cartabia. Una visita straordinaria e proprio per questo un segnale importante di impegno politico del governo.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 15 luglio 2021
"Siamo qui per dire che i vostri problemi sono i nostri problemi. Siamo qui, perché quando si parla di carcere, "bisogna aver visto", come ci ricordano le celebri parole di Piero Calamandrei che sapeva bene cosa significasse la vita del carcere". Dopo aver visto le condizioni del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove il 6 aprile 2020 è avvenuta l'orribile mattanza della polizia penitenziaria giustificata come "perquisizione straordinaria", la ministra della Giustizia Marta Cartabia e il premier Mario Draghi annunciano la riforma dell'ordinamento penitenziario.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 luglio 2021
Draghi e Cartabia in visita a Santa Maria Capua Vetere: i detenuti invocano indulto e amnistia, ma hanno saputo della visita soltanto dalla televisione. "Non può esserci giustizia dove c'è abuso e non può esserci rieducazione dove c'è sopruso".
Sono parole del premier Mario Draghi, che ieri, visitando il carcere di Santa Maria Capua Vetere, ha ricordato l'articolo 27 della Costituzione, in un discorso storico che ha rappresentato una presa di posizione chiara e decisa: il carcere non può essere quello visto nei video dei pestaggi del 6 aprile 2020, quando centinaia di agenti massacrarono i detenuti dell'istituto casertano. Il governo ha così preso le distanze da quelle violenze, presentandosi ieri con Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia proprio lì, dove quei fatti che "tradiscono la Costituzione" sono avvenuti. Ma proprio le vittime di quei pestaggi, i detenuti, che dalle loro stanze hanno invocato "amnistia e indulto", di quella visita tanto attesa non sapevano nulla.
Della presenza di due pezzi grossi del governo, infatti, hanno appreso soltanto dalla televisione, vedendosi negare la possibilità di interloquire direttamente con Draghi e Cartabia e raccontare quanto vissuto in quei giorni. "Avrei preferito che una delegazione di detenuti e familiari potesse confrontarsi con le istituzioni - ha spiegato al Dubbio la garante dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore - ma ovviamente non è stato possibile".
"Mai più violenza", ha scandito Cartabia, pronunciando un lungo e accorato discorso col quale ha preso le distanze dai responsabili delle violenze, difendendo però i tanti uomini in divisa che fanno onestamente il proprio lavoro. Si tratta di atti che "sfregiano la dignità della persona umana che la Costituzione pone come vera pietra angolare della nostra convivenza civile", ha affermato, ricordando che il carcere "è un luogo di dolore di sofferenza", ma non di violenza e di umiliazione. Ciò che accade nelle carceri, ha ricordato la Guardasigilli, riguarda tutti e i problemi delle carceri "sono problemi di tutto il governo, di tutto il Paese". Quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere necessita, perciò, di "una presa in carico collettiva dei problemi di tutti i nostri istituti penitenziari, affinché non si ripetano atti di violenza".
Condannare non basta: ciò che è necessario è creare le condizioni ambientali affinché "la pena si sa sempre più in linea con la finalità che la Costituzione le assegna". La pandemia, ha evidenziato Cartabia, ha fatto da detonatore a questioni irrisolte "da lungo tempo". Primo fra tutti, come evidenziato da Draghi nel suo discorso, il sovraffollamento, che significa difficoltà di vita, difficoltà di rendere la pena quello che dovrebbe essere: un percorso di reinserimento sociale. Nemmeno Santa Maria Capua Vetere è esente da tale problema: le presenze superano di un centinaio il numero massimo previsto per quell'istituto. E per far fronte a problemi del genere, ha evidenziato la ministra, occorrono interventi strutturali, normativi e finalizzati alla formazione del personale.
Con i fondi del Pnrr verranno realizzati otto nuovi padiglioni, uno dei quali proprio a Santa Maria, ma nuovi spazi "non può significare solo posti letto: la costruzione del nuovo padiglione va di pari passo con gli urgenti interventi di manutenzione di questa struttura", ha aggiunto. Le criticità riguardano l'impianto idrico e quello termico, problemi che rendono quel carcere "un ambiente degradato" che "non aiuta l'impegnativo percorso di risocializzazione e rende ancor più gravoso il lavoro di chi ogni mattina supera i cancelli per svolgere il suo servizio".
Ma è necessario intervenire anche sul piano normativo ed è per questo che la ministra ha ricordato il pacchetto di emendamenti in materia penale approvato la scorsa settimana, che prevede "un uso più razionale delle sanzioni alternative alle pene detentive brevi", rimarcando la necessità di "correggere una visione del diritto penale incentrata solo sul carcere, per riservare la detenzione, pur necessaria, ai fatti più gravi". E ciò richiamandosi sempre alla Costituzione, che "parla di pene al plurale: la pena non è solo carcere, senza rinunciare alla giusta punizione degli illeciti occorre procedere sulla linea che già sta generando molte positive esperienze anche in termini di prevenzione della recidiva e di risocializzazione, attraverso forme di punizione diverse dal carcere".
Ma è necessario anche intervenire sull'ordinamento penitenziario e sulla organizzazione del carcere, con l'assunzione di poliziotti, educatori, dirigenti e personale dell'esecuzione penale esterna. "Servono finanziamenti anche per la videosorveglianza capillare per le attrezzature specifiche degli agenti", ma, soprattutto, "per la formazione permanente", perché "un compito tanto affascinante quanto difficile non può essere lasciato all'improvvisazione o alle doti personali - ha concluso -. Ora spetta noi trasformare la reazione ai gravissimi fatti qui accaduti in un'autentica occasione per far voltare pagina al mondo del carcere".
Per Antonella Palmieri, direttrice del carcere sammaritano, la presenza di Draghi e Cartabia "ha il senso di una forte speranza per il nostro futuro". Speranza, ha dichiarato in una in una nota il Segretario Generale della Fns Cisl, Massimo Vespia, "che questa visita sia occasione per richiamare tutti alla giusta valutazione della gravissima situazione che vive il sistema penitenziario e delle difficoltà che una condizione così disastrata - regalata da politiche decennali sbagliate - cambi direzione e prospettive generali".
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