ripartelitalia.it, 8 dicembre 2021
Grazie all'intervento e alle ripetute denunce dell'associazione Antigone e di Monica Gallo, garante dei detenuti di Torino, è stato finalmente possibile sgomberare il padiglione del carcere Lorusso e Cutugno di Torino - che verrà poi ristrutturato - utilizzato per i detenuti con problemi psichiatrici. Lo evidenzia il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, che ribadisce: "viene rimossa una situazione di inumanità degradante, legata principalmente allo stato materiale di quei locali. Ma rimane un problema generale, che riguarda la società nel suo insieme e specialmente quei detenuti, in più malati, che sono nelle mani e nella responsabilità dello Stato".
di Daniele Piccione
Il Manifesto, 8 dicembre 2021
A giorni, la Corte costituzionale sarà chiamata ad esprimersi sulla legittimità della legge con la quale, nel 2014, si pose fine alla tragica storia di un'istituzione tra le più dannose nel panorama novecentesco. Gli ospedali psichiatrici giudiziari erano nati al principio del secolo scorso ed erano stati pensati per controllare e curare il folle - reo, ovvero l'autore di reato infermo di mente. Seguiva la non imputabilità e l'etichetta di pericoloso socialmente. Implacabili luoghi di confino per persone bisognose di cura, gli ospedali psichiatrici giudiziari resistettero a lungo, impedendo il recupero del reo folle. Finalmente il legislatore, grazie ad una decisiva inchiesta condotta da una Commissione del Senato, ne sancì la morte definitiva, sette anni fa. Così come fu per la legge Basaglia, tuttavia, il Parlamento non volle sostituire un'istituzione totale con un'altra.
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
"Qualsiasi cambiamento sconvolge i Sistemi, per questo c'è resistenza. L'autogoverno della magistratura è diventato purtroppo autoreferenzialità e separatezza". A dirlo è Luciano Violante, ex presidente della Camera ed ex magistrato, secondo cui per risolvere le storture interne al mondo delle toghe non basta una legge. Di fronte alla questione morale che attanaglia ormai da tempo la magistratura, infatti, l'unica soluzione è che la stessa riacquisti credibilità. E il metodo è già scritto nella Costituzione: "Servono onore e disciplina". Ma di fronte al tentativo di sconvolgere i sistemi di potere "c'è una certa resistenza".
Nei giorni scorsi il Presidente Mattarella ha lanciato un nuovo appello per la riforma del Csm. Non le sembra che la politica sia rimasta in silenzio?
La politica in questo momento ha molte cose a cui pensare, a partire dalla legge di Bilancio, quindi capisco che il tema sia rimasto meno al centro del dibattito. Però mi stupisce che nella magistratura non ci sia stata una presa d'atto di questa situazione. Il fatto è che qualsiasi intervento di effettiva riforma sconvolge i sistemi di potere interni e credo, dunque, ci sia una forma di resistenza.
I magistrati mediaticamente più esposti però parlano spesso di una decadenza dei costumi e invocano il cambiamento...
Premetto che la presenza mediatica, di per sé, non è una qualità. Nelle chat dei magistrati ormai da anni si segnalano lo strapotere delle correnti e gli interventi impropri del Csm. Ma è un dibattito rimasto troppo a lungo negli interna corporis; a un certo punto la tensione è diventata tanto ingovernabile da esplodere, a partire dalla vicenda del dr. Palamara. Ma quello è solo un aspetto, ce ne sono tanti altri altrettanto discutibili.
Per la riforma del Csm si discute prevalentemente di legge elettorale, ma i temi sono tanti. Che cosa deve cambiare?
Il punto è che il Csm non deve governare nulla. Deve dare valutazioni relative alla disciplina dei magistrati e all'idoneità a ricoprire incarichi direttivi e semi-direttivi. Per questi compiti non ci vuole una maggioranza; altrimenti significherebbe che deve prevalere un indirizzo politico "di governo" e che pertanto coloro che non si riconoscono in quella maggioranza devono contare di meno, avere meno possibilità. Sarebbe contrario alla logica stessa della istituzione giudiziaria.
Riflettiamo: il maggioritario, rigido o blando, significa che se una corrente è maggioritaria in Csm deve avere un numero maggiore di suoi aderenti ai vertici degli uffici giudiziari. Le sembra coerente con i valori costituzionali? Quella sulla legge elettorale credo sia una falsa discussione: finora ne sono state fatte sette e nessuna è servita allo scopo. Il punto è che il corpo elettorale è piccolo, fatto di 10mila persone, distribuite in centinaia di uffici, facilmente avvicinabili dai titolari del potere delle correnti, quindi un sistema di controllo forte del voto è sempre possibile. Perciò l'unico sistema elettorale adeguato è quello il più proporzionale possibile.
Perché più si frantuma la rappresentanza meno pesano le correnti. La seconda questione riguarda la durata: la Costituzione, all'articolo 104, dice che i membri elettivi del Csm - e non il Csm stesso - durano in carica quattro anni. In questa consiliatura diversi magistrati si sono dimessi prima della scadenza naturale, il che vuol dire che per alcuni di loro i quattro anni non saranno compiuti quando si andrà a votare. E a mio avviso occorrerebbe far votare soltanto per coloro che sono decaduti. Gli altri hanno il diritto costituzionale a svolgere le loro funzioni per quattro anni.
Insomma, il modello della Corte costituzionale. E cosa comporterebbe una scelta simile?
La sedimentazione delle prassi. E ciò riduce il potere dei "controllori" del voto o delle tendenze interne alla magistratura e si evita che ci sia la costruzione di prassi ex novo che favoriscono questa o quella posizione. C'è poi un punto di fondo: le sedute in cui si attribuiscono gli incarichi direttivi sono pubbliche e collegate a Radio radicale. Si immagina una cosa simile per la nomina di un ambasciatore o di un prefetto?
Non è un modo per garantire la trasparenza sulle nomine?
Avrà letto il libro di Palamara: con tutta la trasparenza possibile ha visto cos'è successo. Le decisioni avvengono fuori, non dentro, e quella seduta pubblica serve affinché le correnti dichiarino a ciascun elettore come si sono comportate, esattamente come si fa nelle discussioni in Parlamento, quando si parla agli elettori. Queste decisioni devono avere carattere di riservatezza, altrimenti si snaturano. In alcune procedure la riservatezza è un valore.
Questo perché la fase in Commissione non è pubblica e come ha spiegato Palamara spesso segue altre logiche...
Le cattive logiche sono figlie dei cattivi costumi; non si rimediano con le leggi, si rimediano con costumi diversi. Se lei mi chiede se c'è una legge che risolve questo problema le dico di no. Se mi chiede se c'è un sistema per far in modo che le cose siano meno ipocrite e meno corrose da logiche di potere allora dico di sì. E un altro dei campi su cui bisogna intervenire è il personale del Csm: l'ufficio studi non deve essere costituito da altri magistrati chiamati dai magistrati del Consiglio, perpetuando la filiera correntizia. Bisogna invece fare in modo che sia un corpo di funzionari. Serve un apposito concorso pubblico, per laureati che devono conoscere le procedure, l'ordinamento giudiziario eccetera.
E per esempio potrebbero esserci anche degli avvocati...
Certamente. Sono queste cose che tolgono il potere improprio delle correnti e le ricostituiscono come organismi di cultura, di intelletto, di approfondimento scientifico e professionale.
Qualcuno ne chiede l'eliminazione... È possibile?
Le correnti ci sono, le opinioni ci sono ed è bene che ci siano. Quello che è sbagliato è il loro peso improprio. Siamo tutti un po' scontenti nei confronti dei partiti, ma lei pensa che la democrazia si risolva cancellandoli? No e lo stesso vale per le correnti. Erano componenti ideali, all'inizio, poi sono diventate componenti di potere. Bisogna creare le condizioni per superare la fase cesaristica delle correnti.
Il problema è però che la magistratura si è trasformata in un corpo che gestisce potere e ambisce al potere. Come si è arrivati a questo?
Ci sono state tre fasi: la prima, nella quale si è cercato di avere un Csm più rappresentativo di tutte le categorie di magistrati; poi c'è stata la battaglia per l'autogoverno e per avere poteri tali da poter governare la magistratura dall'interno, togliendo poteri al ministero della Giustizia e alla Cassazione; fin qui bene, ma poi l'autogoverno è diventato autoreferenzialità e separatezza perché la politica ha ceduto ai magistrati, specie a quelli penali, troppo potere. Il Consiglio superiore dovrebbe garantire due valori: l'indipendenza dei magistrati, e il raccordo della magistratura con gli altri poteri dello Stato. Oggi, e mi spiace, non ha garantito però né l'una né l'altra cosa.
E come si risolve questo cortocircuito?
Io sono per la costituzione di un'Alta Corte, che riguarderebbe tutte le magistrature. Credo che i poteri disciplinari e amministrativi debbano rimanere ai soggetti che attualmente li esercitano, ma le impugnazioni vanno attribuite ad un'Alta Corte, costituita dai magistrati contabili, ordinari e amministrativi, eletti dai rispettivi vertici, e da una quota nominata dal Presidente della Repubblica ed eletta dal Parlamento tra coloro che hanno titolo per accedere alla Consulta. Questa Corte giudicherebbe in primo grado in sezione e in secondo in plenum, come fa la Cedu. Il secondo aspetto costituzionale è la nomina del vicepresidente del Csm, per la quale attualmente avviene una trattativa tra i candidati e le varie correnti, con l'impegno a fare o non fare alcune cose nei confronti delle stesse. È inevitabile, perché è una campagna elettorale. A mio avviso, invece, deve essere nominato dal Presidente della Repubblica e deve essere esterno agli eletti. In questo modo si taglia alla radice la contrattazione, a partire dalla quale l'appartenenza conta più della qualità delle persone.
Il deputato Costa ha evidenziato la massiccia presenza di magistrati negli uffici del ministero della Giustizia, sostenendo che anche questo è un modo per esercitare potere. È d'accordo?
Certamente c'è un eccesso di presenza, ma i ministri non sono obbligati a nominare magistrati, possono benissimo scegliere all'esterno.
Non è spia di un rapporto strano tra i due poteri?
Questi problemi si risolvono facendo leggi chiare, per evitare che ci sia un eccesso di potere discrezionale da parte della magistratura, e con iniziative serie che riguardino l'osservanza, da parte dei magistrati, dei parametri fissati dall'articolo 54 della Costituzione, secondo il quale i cittadini che esercitano funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Bisogna formare un magistrato che deve avere una credibilità molto alta, perché i poteri discrezionali che esercita necessitano di un rapporto di fiducia con i cittadini.
E come si costruisce questo rapporto?
Valutando bene i comportamenti. Prevedere dopo quattro anni dall'ingresso in magistratura un secondo esame condotto da una commissione costituita come per l'esame di ammissione per valutare la preparazione professionale nel settore nel quale si sono svolte le funzioni, il rapporto con avvocatura, i colleghi e i mezzi di comunicazione. Il giudizio e il voto di questa Commissione dovrebbe acquisire un peso determinante per il giudizio di idoneità ad assumere incarichi direttivi e semidirettivi.
C'è una questione morale della magistratura e non si risolve con le norme. Come, allora?
Bisogna insistere sui costumi. Sento dire che il magistrato è un cittadino come gli altri, ma non è vero, perché un cittadino comune non dispone discrezionalmente della reputazione, della libertà e dei beni degli altri cittadini. Il magistrato sì e siccome può farlo sulla base di presupposti molto discrezionali, l'unica forma di legittimazione è la sua credibilità. Quindi i comportamenti che assume devono essere tali da meritare la fiducia delle persone. Diceva Machiavelli: non bastano le leggi, ci vogliono anche i buoni costumi e qui c'è un problema di buoni costumi.
E come si può risolvere il problema dei buoni costumi?
I vertici della magistratura, il Csm, il ministro, devono richiedere comportamenti adeguati alle responsabilità che si esercitano. La stragrande maggioranza dei magistrati non va a finire sui giornali, bisogna stare molto attenti al comportamento di quelli che tralignano. Se si lascia pensare che quello che conta è l'esposizione mediatica e le indagini che fanno scalpore, c'è una distorsione profonda del ruolo di magistrato. Bisogna esigere onore e disciplina.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 8 dicembre 2021
La ministra ha incontrato Draghi e l'Associazione magistrati. Domani vertice con i capigruppo nelle commissioni, le posizioni sulla legge elettorale del Consiglio sono distanti. E in parlamento non ci saranno forzature prima del voto per il Quirinale.
L'incontro, che non è certo il primo, serve a far sapere a tutti che lei il suo lavoro l'ha fatto. O quasi fatto. Marta Cartabia è stata ieri mattina a palazzo Chigi per illustrare a Mario Draghi la sostanza degli emendamenti (al vecchio disegno di legge Bonafede) che contengono le sue proposte di riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario. Le prime sono urgentissime - infatti sono contenute nelle norme di diretta applicazione, mentre le altre saranno oggetto di una delega - perché a luglio il Csm si rinnova e non può farlo, a detta di tutti, con le vecchie regole.
Cartabia ha da mesi sulla scrivania le proposte della commissione da lei insediata, ma non ha ancora trovato un'intesa politica sulle questioni più delicate, prima fra tutti la nuova legge elettorale per la componente togata del Consiglio. Per questo è probabile che vorrà portare i suoi emendamenti in Consiglio dei ministri, per un'approvazione formale, come già fatto per la riforma del processo penale. Vincolando così la maggioranza a un testo.
Prima però dovrà discutere anche con l'Associazione nazionale magistrati, che ha già incontrato ma che sulla nuova legge elettorale non ha una linea comune, e con gli avvocati. Domani ci sarà un nuovo giro di confronto politico con le forze di maggioranza: i capigruppo delle commissioni giustizia sono stati convocati in via Arenula. Bisogna correre. O fare come se, perché tra legge di bilancio ed elezione del presidente della Repubblica, nei prossimi due mesi il parlamento potrà dedicare poco tempo alla riforma.
Per primo Sergio Mattarella ha richiamato (più volte) la necessità che nuova legge elettorale del Consiglio superiore della magistratura sia in vigore e operativa per le prossime elezioni. Ma lo stesso Consiglio ha spiegato di aver bisogno di un paio di mesi per mettere a punto i nuovi regolamenti conseguenza della nuova legge.
Ragione per cui la riforma andrà approvata entro maggio, e potrà esserlo a questo punto solo con la consueta tecnica del monocameralismo di fatto e dei voti di fiducia. Comprensibili dunque le preoccupazioni dei partiti che ancora fino a domani non conosceranno gli emendamenti: non vogliono trovarsi di fronte a un prendere o lasciare. D'altra parte Cartabia sa che sulla giustizia la maggioranza può andare in crisi, anche perché in materia è all'opera una maggioranza alternativa, composta da Italia viva e tutto il centrodestra. Inimmaginabile che proprio lei voglia andare a una prova di forza con il nodo Quirinale ancora da sciogliere, mentre è probabile che questo accada dopo.
Tra le modifiche in arrivo, anche una stretta sulle incompatibilità e sul ritorno in funzione dei magistrati candidati o eletti. Le regole attuali sono a tal punto blande che proprio ieri il Csm ha dovuto dare il via libera a Catello Maresca, ex candidato sindaco a Napoli e consigliere comunale con l'intenzione di restarci come "guida dell'opposizione", a riprendere le funzioni. Senza neanche troppo spostarsi da Napoli (dove era sostituto procuratore generale): farà il giudice della corte d'Appello di Campobasso.
di Francesco Boezi
Il Giornale, 8 dicembre 2021
Il senatore Roberto Calderoli annuncia l'ok al referendum della Cassazione. Manca solo il passaggio della Corte Costituzionale. La Giustizia verso una riforma dal basso. Un passo in avanti per il referendum sulla Giustizia promosso da Lega e Radicali: il senatore Roberto Calderoli ha ufficializzato l'ok da parte della Corte di Cassazione. Adesso bisognerà attendere il parere della Corte Costituzionale, ma quella di oggi è di certo una giornata importante sia per i promotori sia per i milioni di persone (quasi cinque) che si sono recate per settimane in ogni piazza d'Italia per sottoscrivere i quattro quesiti.
Il vicepresidente del Senato e storico esponente del Carroccio ha dichiarato quanto segue, così come ripercorso dall'Agi: "Questa mattina l'ufficio centrale per il referendum della Corte Suprema di Cassazione - ha fatto presente Roberto Calderoli - ha inviato a tutti i depositari la conferma nero su bianco della regolarità dei sei quesiti referendari, in materia di giustizia, approvati da sei consigli regionali. Ora - ha aggiunto - i quesiti sono stati trasmessi per l'ultimo vaglio di ammissibilità alla Corte Costituzionale, che si pronuncerà a riguardo entro il mese di febbraio". Manca, insomma, un ultimo passaggio. E poi sapremo se tutti i cittadini del Belpaese potranno o no recarsi alle urne per questo centrale appuntamento referendario.
Il vice della Casellati ha poi proseguito nel ragionamento: "Siamo soddisfatti e orgogliosi - ha detto - di vedere che tutti i nostri sei quesiti per migliorare il nostro sistema della giustizia siano stati accolti, a conferma della meticolosità e della preparazione di tutti coloro che hanno lavorato per la stesura di queste proposte, su cui, lo ricordiamo, abbiamo raccolto 4,2 milioni di firme dei cittadini italiani, firme che abbiamo scelto di non depositare, avendo già il percorso alternativo del voto di sei consigli regionali, per non appesantire la Corte di Cassazione con un lavoro di controllo che avrebbe necessitato di tempi lunghi". La Lega ha anche operato una scelta di metodo. E ora proprio la Consulta potrà decretare, con tutti i crismi del caso, l'avvio del vero e proprio processo referendario.
Calderoli ha spiegato quale sia stata la scelta legata alle tempistiche ed al risparmio dei soldi necessari per le pratiche: "Così - ha raccontato - abbiamo risparmiato tempo, e i nostri sei quesiti sono già stati trasmessi alla Corte Costituzionale che a febbraio si pronuncerà, ma non solo, abbiamo risparmiato anche 600mila euro di denari pubblici con questa rinuncia grazie all'emendamento ad hoc firmato dal sottoscritto e già approvato in via definitiva. Noi - ha concluso - intanto stiamo già scaldando il motore del comitato referendario, pronti a partire, appena avremo il via libera della Consulta, con una grande campagna referendaria per informare nel merito, nei contenuti, i cittadini: perché stavolta toccherà al popolo decidere se e come rendere migliore e più giusta la nostra giustizia".
Le previsioni sono dunque queste: tra massimo due mesi e mezzo, ma è probabile che la Consulta si pronunci ben prima della fine di febbraio, sapremo se la Giustizia potrà essere riformata a mezzo referendum oppure no. Le riforme promosse dal governo di Mario Draghi, con il ministro Marta Cartabia in testa, hanno lasciato ben sperare il cosiddetto "fronte garantista", che ora vorrebbe spingersi ancora più in avanti con una chiamata collettiva alle urne.
di Stefano Taglione
Il Tirreno, 8 dicembre 2021
Il ministero dovrà pagargli 5.869,08 euro. Questa la decisione della giudice del lavoro del tribunale di Roma Anna Maria Lionetti, in una sentenza depositata lo scorso 29 novembre, che ha condannato il dicastero della Giustizia a risarcire un ex detenuto del carcere delle Sughere, che aveva lavorato dal novembre 2016 al settembre 2017 come mungitore, giardiniere e aiuto-agricoltore (anche nella colonia penale agricola di Gorgona).
Un cinquantanovenne - originario di Aversa, in provincia di Caserta - durante la detenzione (nel conto c'è anche il periodo trascorso nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, in Campania, dal marzo al giugno 2016 in cui aveva operato come scopino) avrebbe ricevuto delle spettanze inferiori rispetto a quanto stabilito. "Una mercede - si legge negli atti della causa civile intestata con successo dalla sua avvocata, Tiziana Ilice - inferiore ai minimi retributivi dei contratti collettivi nazionali di lavoro". "Le somme corrisposte a titolo di tredicesima mensilità, indennità sostitutiva di ferie e Tfr - si legge ancora - erano inferiori ai minimi dovuti e nulla era stato corrisposto a titolo di quattordicesima mensilità".
La giudice ha stabilito come vada "riconosciuto il diritto al pagamento della quattordicesima mensilità nella misura prevista dai contratti collettivi richiamati, atteso che l'applicazione parametrica del contratto collettivo nazionale di lavoro obbliga il datore di lavoro al riconoscimento degli istituti retributivi di natura convenzionale". "La retribuzione del mio assistito, così come previsto dalla legge - spiega Ilice - veniva già decurtata di un terzo dal ministero, ma il problema è che le paghe erano ferme al 1993, dato che la commissione ministeriale non si era mai riunita per aggiornarle. Quindi, nel 2017, lui veniva pagato come un detenuto nel '93. Oltre alla quattordicesima la giudice ha riconosciuto l'emolumento da me richiesto, già decurtato di un terzo come previsto". Il ministero dovrà inoltre pagare le spese processuali per 1.540 euro.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 8 dicembre 2021
Ripristinare l'autorizzazione a procedere. Perché no? Se ne parla, e lo auspica uno studio molto serio. Guardate chi c'era, una sera a Milano. Rilassato, fuori dalla mischia del Palazzo di giustizia e di una procura covo di vipere come non mai, abbiamo ritrovato Francesco Greco impegnato a discutere di un tema decisamente più alto di quelli che lo avevano visto coinvolto nelle ultime settimane che hanno preceduto il suo pensionamento. Immunità parlamentare, check and balance, equilibrio tra i poteri: aria pura, o almeno così dovrebbe essere. L'occasione è data dalla presentazione milanese del libro dell'avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, "L'eutanasia della democrazia. Il colpo di Mani Pulite" (Rubbettino, 14 euro), prefazione di Sabino Cassese. Cento pagine da distillare, concetti da assaporare uno a uno, perché c'è proprio tutto.
Il quadro comparato tra i sistemi anglosassoni di common law e quelli europei di civil law. Il dibattito sull'articolo 68 dei padri costituenti tra il 1946 e il 1948, e poi quello in Parlamento tra il 1992 e il 1993. I primi cercavano di ricostruire l'equilibrio tra i poteri dopo gli anni sanguinosi, anche per il diritto, del fascismo. I secondi, terrorizzati durante la stagione di Mani Pulite, mostrarono di preferire alla fine la repubblica giudiziaria rispetto a una democrazia liberale. Francesco Greco ha il tono e la giovialità ritrovata di chi si è veramente tolto un peso. Anche se gli costa un po' dirlo. Preferisce pizzicare, non senza una certa allegria, un paio di testate giornalistiche che non si sono fatte coinvolgere dal momento bello del suo commiato. Ho offerto champagne francese, quello vero, rivendica, e Repubblica il giorno dopo ha titolato "Greco lascia, brindisi al veleno". E sul Riformista (fa il nome di una giornalista che conosce da molti anni) mi voleva in pensione sei mesi prima del tempo, e diceva "ma quando se ne va?".
Ma, champagne a parte, il veleno tra toghe, quello che ha portato la procura di Brescia a sottoporre a indagine diversi magistrati milanesi, non è arrivato dall'esterno della casta. Non dai giornalisti. Men che meno dalla politica. Hanno fatto tutto da soli.
Sull'equilibrio tra i poteri e sul rapporto, in Italia decisamente malato, tra politica e giustizia, il procuratore Greco non cede di un millimetro. Rispetto al libro, la cui tesi sul tragico errore del Parlamento sull'articolo 68 è molto chiara, ma anche molto documentata e motivata, anche con il supporto e l'autorevolezza di Sabino Cassese, butta lì subito "Ritenevo assorbito il problema dal '93". Il suo ragionamento è elementare: non siamo stati noi di Mani Pulite a distruggere i partiti della prima repubblica, i partiti si sono distrutti da soli, perché la politica costa e in Italia si commettono troppi reati. Problema assorbito dalla cultura del Paese, dunque?
E' stata solo una giusta punizione nei confronti della classe politica, e quindi del Parlamento, l'eliminazione dell'autorizzazione a procedere, che aveva il compito di impedire iniziative politiche da parte della magistratura? L'avvocato Benedetto spiega con chiarezza perché, in un sistema in cui la magistratura è totalmente autonoma e nominata in modo burocratico, dove non c'è la separazione delle carriere e oltre a tutto esiste l'obbligatorietà dell'azione penale, è indispensabile un contrappeso che difenda le prerogative del Parlamento.
Ma non c'è verso di comprendersi. Perché ogni richiamo ai principi sacrosanti di ogni società liberale, quelle in cui l'immunità dei parlamentari fa parte dell'equilibrio dei poteri, viene considerata come un attentato a quelle inchieste che furono, ai tempi di Tangentopoli. Non a caso Greco recita più volte "il revisionismo non mi è mai piaciuto". Vasto programma, vien da dire. Ma lui lo precisa: "Su Mani Pulite vedo molto revisionismo". E non è un caso il fatto che lui stesso ricordi come, avendo conosciuto, nel suo ruolo di capo della procura più famosa d'Italia, pubblici ministeri di tutto il mondo, si sia sempre sentito "un privilegiato". Infatti il caso italiano è unico al mondo. Ma per la carenza di democraticità, andrebbe aggiunto. E per la protezione assoluta della casta dei magistrati, in particolare dei pubblici ministeri che non rispondono a nessuno.
I suoi colleghi inglesi e americani infatti, e soprattutto i pm, nelle patrie del principio dell'habeas corpus, hanno uno stretto rapporto con il potere politico. Il quale non necessita quindi di essere protetto da particolari guarentigie, al contrario dei Paesi europei del civil law dove esiste il giudice burocrate, una figura impensabile sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito. Ma anche nella stessa Europa l'Italia rappresenta una "stranezza". Perché il pubblico ministero è un soggetto potentissimo e irresponsabile (in altri Paesi risponde al guardasigilli), ma anche perché, al contrario di quel che accade in Francia, in Germania e in Spagna, con la controriforma del 1993, il parlamentare è un cittadino in balia di qualunque anomalia politico-giudiziaria, senza protezione alcuna. E non è che manchino gli esempi di quel che è accaduto, dal 1992 in avanti. Un argomento molto in uso è quello che dell'immunità parlamentare e dell'autorizzazione a procedere si era abusato nel passato.
Verissimo. Ma altrettanto vero è che, prima di tutto proprio negli anni di Tangentopoli il Parlamento aveva cambiato registro, con esami più oculati di ogni singolo caso e concessioni più frequenti alla magistratura di indagare. E comunque, perché eliminare le guarentigie solo perché erano state mal applicate? Il cibo può essere buono anche se qualcuno ha fatto indigestione.
Tra l'altro, nel corso del dibattito che tenne impegnati a lungo Camera e Senato, si era arrivati a una buona mediazione, spostando il momento della richiesta di autorizzazione alle Camere dall'inizio delle indagini a quello dell'esercizio effettivo dell'azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm. Ma non ci fu nulla da fare. Spirava in quel periodo un'ariaccia fetida in cui il ruolo di moralizzatore dei costumi se lo era assunto la Lega Nord, un po' come più di recente i seguaci di Beppe Grillo. Il Parlamento era pieno di politici indagati, la gran parte dei quali anni dopo verrà assolta. Inutilmente Marco Pannella, uno dei pochi ad avere a cuore la sacralità del Parlamento, radunava tutti alle sette del mattino. Ma era in gran parte gente terrorizzata, che cercava solo il modo di non finire in galera. Avrebbero votato qualunque cosa.
E così fu, purtroppo. E inutilmente un giorno lo stesso Pannella nell'aula gridò contro la demagogia e il populismo: "Il nostro compito, per non essere antipopolari, è di essere semmai impopolari in alcuni momenti. Viva la Costituzione repubblicana! Viva l'articolo 68! Viva il Parlamento che saprà difenderlo!". Andò diversamente. Il revisionismo non piace ai procuratori? Un motivo di più per riformare l'articolo 68 della Costituzione e rendere l'Italia un Paese più liberale e più libero.
di Guido Salvini
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
Un giudice racconta il "trucchetto" grazie al quale le richieste del pool di Milano finivano sempre sulla scrivania di un unico Gip. Ho appena letto un ampio articolo di Fabrizio Cicchitto nel trentennale di Mani pulite e quindi dell'origine del giustizialismo e, per alcuni, dell'idea di un socialismo per via giudiziaria.
L'autore fa un breve accenno al ruolo svolto a Milano dall'ufficio Gip. Anche allora, negli anni 90, vi prestavo servizio e quindi posso dare un contributo raccontando meglio una storia che pochi conoscono. È solo un aspetto tra i tanti di un fenomeno giudiziario con molte angolazioni, ma non è secondario, vale la pena di ricordarlo e posso narrarlo in prima persona.
Cicchitto parla di un unico Gip che accentrò, indebitamente, tutti filoni di quell'indagine rivolta pressoché all'intero mondo politico e imprenditoriale. Non sbaglia e spiego meglio cosa è successo. L'ufficio Gip in quel momento era un passaggio decisivo perché era chiamato ad accogliere o respingere la richiesta di cattura presentate dal Pool e poi le istanze di scarcerazione o di arresti domiciliari, un meccanismo da cui in pratica dipendeva il funzionamento e lo sviluppo di quell'inchiesta "sistemica".
Era comodo per la Procura avere un unico Gip già sperimentato, per alcuni già "direzionato", e non doversi confrontare con una varietà di posizioni e di scelte che potevano incontrare all'interno dell'ufficio Gip, formato da una ventina di magistrati.
Andava evitata e prevenuta una possibile variabilità di decisioni dei giudici che potesse in qualche modo creare "difficoltà" alle indagini o comunque costringere chi le conduceva a confrontarsi con punti di vista diversi. Così il Pool escogitò un semplice ma efficace trucco costituendo, a partire dall'arresto di Mario Chiesa, un fascicolo che in realtà non era tale ma era un "registro" che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse unificate solo dall'essere da gestite dal Pool. Il numero con cui iscrivevano qualsiasi novità che riguardasse tangenti in tutti i settori della Pubblica amministrazione era sempre lo stesso, il 865592, quello del Pio Albergo Trivulzio, un fascicolo estensibile a piacere, tra l'altro anche a vicende per cui la competenza territoriale dell'autorità giudiziaria di Milano non esisteva.
Invece le regole nella sostanza volevano che ad ogni notizia di reato fosse attribuito un numero e ad ogni numero seguisse la competenza di un Gip non individuabile priori. Ma questo espediente dell'unico numero impediva la rotazione e consentiva di mantenere quell'unico Gip iniziale, quello dell'indagine sul Trivulzio, Italo Ghitti, che evidentemente soddisfaceva le aspettative del Pool. Un paio gli anni dopo, nel 1994, vale la pena di ricordarlo, Ghitti divenne consigliere del Csm: un'elezione e un prestigioso incarico propiziati quasi esclusivamente dall'essere stato appunto il "Gip di Mani pulite".
I principi dell'Ufficio furono quindi sovvertiti radicalmente e non si trattava di regole puramente organizzativo o statistiche ma che dovevano presiedere al principio del giudice naturale e cioè che il giudice fosse del tutto indipendente e non fosse scelto da altri, soprattutto non dalla Procura.
Ci fu anche un episodio che mi riguardò. Nel maggio 1993 un filone arrivò a me per "sbaglio". Si trattava di quello relativo ad alcune presunte tangenti, peraltro romane, pagate nella Asst l'Azienda dei Telefoni, una storia che nulla aveva a che fare ovviamente con il Trivulzio. Ma portava scritto sulla copertina quel famoso numero. Nel giro di pochi giorni, prima ancora che potessi decidere su alcune richieste del Pool, il fascicolo mi fu sottratto senza tanti complimenti e passò al Gip Ghitti, evitando così che non solo io, questo non è affatto importante, ma che qualsiasi altro Gip dell'ufficio "interferisse" nella macchina di Mani pulite.
Questa abnormità fu più che tollerata, e tollerata forse è dir poco, dai capi dell'ufficio Gip. Feci loro notare con una nota documentata la situazione del tutto illegittima che si era creata. Le mie osservazioni furono semplicemente cestinate. Non era il tempo di seguire le strada giusta ma di adeguarsi al mainstream. È andata così. Conservo ancora a distanza di tanti anni una cartellina con quegli atti e la lettera che avevo inviato al capo Ufficio. Del tutto inutile. L'ufficio Gip si inchinò e fece una triste figura.
di Aldo Varano
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
In Italia in pochi, se interrogati, si rendono conto di vivere in uno dei paesi più sicuri del mondo grazie ad una drastica riduzione dei reati più gravi che si consumavano nel Belpaese nei decenni scorsi. Questa tendenza si colloca all'interno di un processo mondiale.
Ormai da tempo studiosi ed esperti nelle loro analisi distinguono con nettezza la "condizione di sicurezza" di un paese, che misurano sulla base di dati oggettivi e verificabili, dalla "percezione di sicurezza" che ne hanno i suoi abitanti. Per esempio in Italia in pochi, se interrogati, si rendono conto di vivere in uno dei paesi più sicuri del mondo grazie ad una drastica riduzione dei reati più gravi che si consumavano nel Belpaese nei decenni scorsi.
Questa tendenza, in Italia più accentuata rispetto ad altri luoghi, si colloca all'interno di un processo mondiale che negli anni scorsi il sociologo Pino Arlacchi, il teorico di "mafia imprenditrice", intervistato dal Corsera, ha spiegato e definito di "ingentilimento progressivo del Pianeta".
In Italia tutti i reati, o quasi, a cominciare da quelli più gravi e devastanti, sono clamorosamente precipitati. Nel 2017, anno per il quale c'è un dato certo grazie allo svolgimento definitivo di indagini e processi, gli omicidi sono stati 368. Un numero inaccettabile per i luoghi avanzati della coscienza civile del nostro presente storico. Ma niente di paragonabile neanche lontanamente ai 1938 ammazzati nell'anno 1991. Ed è straordinaria la circostanza che da allora in Italia abbiamo iniziato a scendere sempre di più e sempre più rapidamente.
Ovviamente, la contrazione progressiva, talvolta addirittura precipitosa, del più grave inquietante e inaccettabile dei reati, è connessa ai colpi subiti dalle organizzazioni criminali in Italia a cominciare da Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra che sono state drasticamente ridimensionate nella loro furia omicida. Insomma, siamo stati bravi anche a farci spingere dai sacrifici e dal sangue di forze dell'ordine, magistrati, uomini di giustizia, uomini e donne di buona volontà.
Nel 2020 anno della pandemia, atteso con grandi paure e preoccupazioni per la fosca previsione dello scatenarsi di istinti incontrollabili, gli omicidi complessivi (dato provvisorio) sono crollati a 271, tra questi e in crescita, 112 femminicidi e, secondo il trend degli ultimi anni, 28 attribuiti alle mafie.
Si può fare di più e meglio. Ma intanto, sulla base dei dati odierni verificabili (la "condizione di sicurezza" di un paese) l'Italia è una delle nazioni più sicure del pianeta. Anche il paragone tra l'Italia e gli altri paesi europei (e l'Europa sulla base dei dati è il continente più sicuro del mondo) mostra insospettabili successi dell'Italia. I paesi, secondo le convenzioni sociologiche internazionali, vengono confrontati rapportando il numero degli omicidi annui a ogni 100mila abitanti.
L'Italia è allo 0,6 (cioè registra in media poco più di mezzo omicidio ogni 100mila abitanti). In Europa ci superano in virtù soltanto Lussemburgo, Repubblica Ceca e Cipro. Virtuosi quasi quanto noi sono invece Spagna, Portogallo, Grecia e Austria. Un po' più indietro ancora, Olanda e Polonia. Abbiamo la migliore performance, cioè registriamo un tasso più basso di omicidi, rispetto a Francia (1,3), Regno Unito (1,2) Germania (1,3). Solo il Giappone (0,3) è più virtuoso di noi tra le nazioni del G8. E nel mondo, Europa a parte, solo la Cina registra l'identico 06 italiano. Impossibile il paragone col 5,3 americano (ogni cittadino di quel paese rischia dieci volte di più di un italiano, di morire ammazzato) o il 9,2 della Russia. Per non dire del 30,5 brasiliano o del 35,9 del Sudafrica.
Ma tornando alla "condizione di sicurezza" del paese, bisogna subito ragionare sul fatto che gli omicidi non sono tutti uguali. Ci sono quelli degli uomini (omicidi) e quelli delle donne (femminicidi) e qui l'ingentilimento progressivo del pianeta sembra essersi bloccato. Infatti in Italia gli uomini ammazzati diminuiscono mentre le donne uccise aumentano.
In realtà, la drastica contrazione registrata nel trentennio che abbiamo alle spalle è interamente dovuta alla riduzione complessiva degli omicidi degli uomini (a partire dalle vertiginose quote degli omicidi di mafia) mentre è rimasta costante o è addirittura lievitata la quota dei femminicidi e delle donne uccise in ambito familiare e affettivo. Non è quindi infondata la conclusione che la più urgente emergenza italiana da affrontare, non sia più ormai a tempo quella mafiosa ma quella del femminicidio.
Chiarificatrice la valutazione di Salvatore Lupo, forse lo storico italiano più autorevole rispetto alle mafie, che intervistato nei giorni scorsi da Errico Novi per questo giornale, ha osservato che "La violenza delle cosche è stata innanzitutto inframafiosa, e sappiamo come oggi l'incidenza degli omicidi legati al crimine organizzato sia diminuita nettamente: ora parliamo dei femminicidi, cioè di delitti legati a dinamiche sociali e sottoculturali".
Se questo è il quadro che emerge dalla "situazione di sicurezza" del paese si rafforza la legittimità di una domanda. Serve ancora la Commissione nazionale antimafia, istituita per la prima volta nel nostro paese nel 1963 per una legislatura, e da allora rinnovata puntualmente, con una nuova legge a ogni inizio di nuova legislatura? L'interrogativo è antico, anzi vecchio, come sanno quanti hanno letto o studiato un classico sociologico di dimensione mondiale come La mafia Siciliana di Diego Gambetta (1992).
Il sociologo che ha costruito la teoria della mafia come "industria della protezione privata" di attività illegali (forse l'unico schema imperniato su una lettura del fenomeno mafioso scardinato da ogni suggestione antropologica e quindi razzista), nell'introduzione del 1993 (per Einaudi Tascabili, firmata da Oxford dove Gambetta lavorava in quella università), annotava: "In passato l'apporto della Commissione non fu privo di ambiguità...".
Per poi concludere: "Si ha l'impressione che questo istituto - di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia (fatta nella società reale e non, ovviamente, nella Commissione, ndr) - sia servito come una palestra in cui le forze al governo permettevano all'opposizione di sinistra di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto". E tralascio, perché non bisogna mai esagerare, le considerazioni e le ironie dirette o indirette sull'Antimafia sparse negli scritti e negli interventi di Giovanni Falcone. L'impietoso giudizio di Gambetta a trent'anni dall'istituzione della prima Antimafia appare oggi, passati altri trent'anni, educato e generoso rispetto a quanto è nel frattempo accaduto a quell'istituto.
In realtà, l'esperienza dell'Antimafia, se si esclude il periodo, peraltro molto discusso e criticato in cui fu presieduta da Luciano Violante (uno dei pochi o forse l'unico magistrato a dimettersi dalla magistratura quando venne eletto in Parlamento), si ritrova per intero nella sferzante valutazione di Gambetta. Ma trent'anni dopo di allora (cioè 58 anni dall'inizio di questa vicenda, un periodo storico troppo lungo per non capire che tutto nel frattempo è cambiato) la Commissione sembra avere assunto una funzione ancora più inutile e priva di prestigio.
Non servono infatti particolari ricerche specialistiche per verificare che l'Antimafia si è via via trasformata in una specie di ricovero per personaggi politici decaduti o emarginati, lì confinati perché sconfitti nello scontro politico interno al proprio partito, o perché considerati inadatti allo svolgimento di ruoli di rilievo e responsabilità. Senza voler mancare di rispetto ad alcuno dei presidenti degli ultimi anni, il loro succedersi alla guida della Commissione, via via sempre più degradata politicamente, racconta quel che è accaduto in modo impietoso.
Il ministro dell'Interno senatore Pisanu (Fi) cade in bassa fortuna dopo le elezioni del 2013 nel suo partito per la strisciante e sottintesa accusa di aver malgestito le elezioni? Forza Italia lo marginalizza facendolo eleggere Presidente dell'Antimafia. Rosy Bindi, già ministra della Repubblica, viene rieletta alla Camera nelle liste Pd nonostante la guerra che le muove contro l'allora potente Matteo Renzi?
Per lei niente ministero o ritorno al governo: si accontenti della presidenza dell'Antimafia. In passato, la Rifondazione comunista di Bertinotti, quando si era ormai appassita facendo tutti i guai possibili, non contava nulla ma aveva ancora voti utili alla Camera e in Senato? Il centrosinistra le rifila la presidenza dell'Antimafia. E ancora oggi: il pentastellato Morra è stato considerato dai capi dei 5s (chissà perché e forse ingiustamente, ma non lo sapremo mai) inadatto al ruolo di ministro, specie dell'istruzione, come avrebbe preferito? Anche lui Presidente Antimafia dove il Pentastellato, qualche dichiarazione a parte, non può fare danni.
Ci sono giornali che ad ogni inizio di legislatura parlamentare pubblicano articoli (cambiando solo la data) per chiedere che si metta fine al cinismo che usa l'Antimafia per coprire qualche buco. Sempre inutilmente. A Roma un posto in più (con tutti i connessi) fa bene alla maggioranza, e anche all'opposizione. L'Antimafia serve a concedere ad un parlamentare che ha peso, ma meno peso di tutti gli altri parlamentari che hanno peso, il titolo di Presidente e, insieme al titolo, tutte le prebende annesse e connesse: supplemento di stipendio, autista, struttura e staff nei fatti alle dipendenze del Presidente per aiutarlo a far meglio il suo (in questo caso inutile) lavoro.
Lo sanno tutti che le cose stanno così. Compresi i parlamentari che alla fine accettano di farsi nominare perché un titolo, l'autista, un aumento sia pur modesto dello stipendio, uno staff di persone è sempre meglio di un calcio negli stinchi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 dicembre 2021
Il Due Palazzi, per la commissione carcere della Camera penale di Padova che lo ha visitato a ottobre scorso, si segnala per le tante attività di rieducazione dei detenuti, ma presenta anche delle note dolenti. Il Due Palazzi di Padova è un carcere dove entra la cultura, l'Università, il lavoro. Un carcere dove è fortemente presente il terzo settore. Per la Commissione carcere della Camera penale di Padova - che vi ha fatto visita ad ottobre scorso - sono tutti fattori che fanno un passo importante verso la finalità rieducativa della pena. Ma nel contempo presenta talune criticità al livello strutturale. Ad esempio, tra gli altri problemi, i penalisti hanno osservato che l'infermeria ha gravi carenze logistiche e necessita di una ristrutturazione.
La visita nel Due Palazzi Commissione Carcere della Camera penale di Padova - La visita, che risale al 18 ottobre scorso, è stata effettuata dalla Commissione Carcere della Camera penale di Padova, di cui fanno parte Annamaria Alborghetti, Laura Capuzzo, Alessandra Chiantoni, Serena Fornaro e Michele Grinzato, unitamente al Presidente, Michele Godina, e a Simone Bergamini, responsabile regionale Osservatorio Carcere Ucpi. Si legge nella loro relazione, che alla data della visita risultano in carico 525 detenuti di cui 15 semiliberi in licenza Covid, a fronte di una capienza regolamentare di 438 unità. Si legge ancora che la gran parte dei detenuti fa parte della media sicurezza, solo 17 sono in AS1, mentre 100 sono classificati come protetti, gli ergastolani sono circa 60, e nell'area semiliberi e art. 21 sono 35.
Svolgono lavori di di pubblica utilità per il Comune e la Provincia di Padova - Ben 140 sono i detenuti che lavorano per le Cooperative mentre 80 lavorano per l'Amministrazione. I penalisti della Commissione carcere evidenziano che vi sono inoltre detenuti che svolgono lavori di pubblica utilità con il Comune e la Provincia di Padova per la manutenzione delle strade ed aree verdi. Per tali attività i detenuti percepiscono solo un rimborso spese. Si apprende che il Liceo Curiel è stato ristrutturato proprio dai detenuti. La delegazione della Commissione carcere Ucpi di Padova ha fatto visita al Polo Universitario che, finalmente, è tornato in funzione.
I penalisti spiegano nella relazione, infatti, che durante la pandemia era stato riconvertito in reparto Covid. Vi è una stanza con i computer, con la possibilità di collegamenti con l'esterno e con il controllo del server centralizzato. "Quindi si può fare!", sottolineano i penalisti, facendo così intendere che tale esperienza si può replicare in tutte le carceri. Si evidenza che il Polo è sempre stato sezione aperta. Uno studente di ingegneria informatica, che ha fatto la triennale e ora sta concludendo la magistrale si dice "molto contento di essere tornato al Polo, ora può studiare nella sala comune di studio, un luogo tranquillo e silenzioso. È l'unica sezione dove esiste il refettorio", scrivono nella relazione.
Nel carcere di Padova si producono i famosi panettoni Giotto - I penalisti hanno visitato la pasticceria dove lavorano 42 detenuti. Ogni mattina sfornano un migliaio di brioches che escono dal carcere alle 5 di mattina per essere consegnate nei vari bar. Si legge nella relazione che l'ambiente è pieno di impastatrici, forni ed altro che lavorano a pieno ritmo. Ogni giorno vengono fatti 1200 kg di impasto per i famosi panettoni della Giotto. Vi si dedicano ben 15 detenuti. La Cooperativa cerca poi di fare rete per aiutare i detenuti a reinserirsi una volta scarcerati. Nel Due Palazzi osservano che ci sono 2 call center. Qui 30 detenuti si occupano delle prenotazioni per il Cup dell'ospedale di Padova e Mestre. Vengono effettuate anche le prenotazioni Acli e quelle per i medici liberi professionisti di Mestre. La Commissione ha visitato anche il capannone dove viene effettuato l'assemblaggio per la valigeria Roncato. C'è anche il tacchificio.
Si lavora anche per le grandi firme della moda - I penalisti spiegano che lì vengono realizzati circa 3000/4000 paia di tacchi al giorno per una ditta della riviera del Brenta che rifornisce le più grosse marche, da Vuitton a Gucci e altri, per realizzare scarpe di prestigio. È un lavoro che richiede grande precisione e accuratezza perché quei 12 cm. lunghi e sottili hanno bisogno di un sostegno particolare per non rompersi o piegarsi.
"Chissà cosa direbbero le signore che camminano su quei tacchi se sapessero che la sicurezza dei loro passi dipende dalla bravura e serietà del lavoro dei detenuti", osservano i penalisti. Gli avvocati hanno visitato anche la Cooperativa Altracittà che effettua commesse per 6 aziende oltre all'attività di legatoria. Ci sono 28 detenuti addetti all'assemblaggio delle bustine di thè e caffè, alla confezione dei fondi delle bottiglie di maraschino oltre che all'assemblaggio di valvole per riscaldamento.
Pochi infermieri e strutture carenti - Ma nella relazione della Commissione carcere dell'Ucpi di Padova, non mancano le note dolenti. C'è l'infermeria che, nell'insieme, rasenta molte criticità, nonostante gli sforzi del personale che è riuscito a gestire il periodo più difficile che ha dovuto affrontare la primavera scorsa, prima con la diffusione di vari focolai Covid e poi con la vaccinazione dei detenuti. Non vi sono stanze per ricoveri temporanei e di conseguenza - sottolineano i penalisti - chi sta male deve curarsi in cella, che spesso condivide con altri, o nei casi più gravi viene ricoverato in ospedale. In più zone piove all'interno. Sono previsti 13 infermieri e un coordinatore ma al momento sono in 8. È previsto un concorso che dovrebbe portare a 23 unità il personale infermieristico. Si osserva che non vi sono infermieri h24 in quanto il turno termina alle 22. Mancano alcuni specialisti come l'ortopedico, il radiologo e il diabetologo, il cardiologo viene una volta alla settimana. "Si consideri che le patologie più diffuse sono il diabete e problemi cardiologici", sottolinea la relazione.
Al blocco 2 celle risultano piccole con i due letti messi a L - Per quanto riguarda il blocco 2, i penalisti spiegano che si trovano 37 detenuti sul lato A e 44 sul lato B. Le celle risultano piccole con i due letti messi a L. Il wc e il lavandino sono separati ma lo spazio limitato costringe a riporre cibo e frutta a pochi centimetri dal wc. I sanitari sono vetusti e spesso rovinati. Le docce sono all'esterno e, nonostante siano state rifatte 4 anni fa, sono piene di muffa e l'intonaco cade a pezzi in più punti. I penalisti osservano come i blocchi destinati ai comuni sono quelli in condizioni peggiori, non solo per problemi di manutenzione e, forse, strutturali, ma anche perché si nota poca cura e molto disordine. Non è da escludere - secondo i penalisti della Commissione carcere - che la cosa si colleghi alla tipologia dei detenuti di queste sezioni, poco stimolati, senza un lavoro, moltissimi di loro stranieri. La conferma di questa ipotesi la trovano visitando il blocco 5 dove sono presenti i lavoranti. Le stanze, pur presentando gli stessi problemi, sono tenute molto meglio sia a livello di ordine che di pulizia.
Tuttavia, a causa dell'umidità diffusa in tutto l'istituto, la sala socialità, benché tenuta bene e ridipinta da poco dai detenuti, presenta in più punti molte infiltrazioni d'acqua. "Possiamo dire che un carcere dove entra la cultura, dove entra l'Università, dove entra il lavoro, in cui è fortemente presente il terzo settore sicuramente fa un passo importante verso la finalità rieducativa della pena. Ma è anche importante che gli ambienti siano sani e puliti per rispettare la dignità di tutti", conclude la relazione della commissione carcere della camera penale di Padova.
- Campania. Sovraffollamento, poco personale e indifferenza: le criticità delle carceri
- Roma. Abdel, legato al letto e morto. La sorella: "Preso a botte nel Cpr. Voglio la verità"
- Padova. "Un miracolo, sì, un miracolo è successo al Due Palazzi"
- Napoli. I detenuti e la rieducazione: "Così impariamo a cambiare vita"
- Roma. Fornitura dei pasti ai detenuti, la Procura di indaga per frode









