di Lorenzo Maria Alvaro
Vita, 15 luglio 2021
"Oggi la rieducazione dei detenuti è totalmente appaltata ai volontari, vissuti però con fastidio dal sistema penitenziario. Serve un atteggiamento proattivo e quindi di governo che renda davvero efficaci e sistemiche queste attività". L'intervista con Filippo Giordano, professore Associato di Economia Aziendale all'Università Lumsa di Roma.
di Emilio di Somma*
Ristretti Orizzonti, 15 luglio 2021
Sbaglia chi parla della visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere del Presidente del Consiglio Mario Draghi e del Ministro della Giustizia Marta Cartabia come di una "passerella". Hanno fatto ciò che andava fatto. Hanno fatto ciò che avrebbero dovuto fare, a mio avviso, il Presidente del Consiglio e il Ministro della Giustizia del tempo in cui i fatti accaddero e che è anche ciò che i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria del tempo in cui quei fatti accaddero avrebbero dovuto fare e non mi risulta che abbiano fatto.
Ma questa premessa non può non essere accompagnata da alcune amare riflessioni.
La prima. Del carcere, di questo strano mondo, si parla sempre e soltanto quando accadono fatti dolorosamente eclatanti. Proteste, rivolte, evasioni, pestaggi. E perché stupirsi di ciò? Diceva Lao Tsu, filosofo cinese vissuto nel VI secolo avanti Cristo: "Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce." E poi molto spesso parlano del carcere persone che non hanno mai sentito parlare di Pietro Calamandrei e della sua bella quanto terribile frase: "Bisogna aver visto!" pronunciata in un suo discorso alla Camera dei Deputati nell'ottobre del 1948 con il quale, tra le altre cose, chiedeva, già a quell'epoca, che venisse nominata una commissione d'inchiesta parlamentare sulla condizione di vita dei detenuti. E forse queste stesse persone non hanno avuto modo di leggere le parole pronunciate da Filippo Turati, ancor prima di Calamandrei, nel 1904 alla Camera dei Deputati: "Le carceri italiane.....rappresentano l'esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata;.......noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori....".
La seconda. Parlare di carcere non porta voti alla politica. Porta, per converso voti, usare espressioni come: "buttiamo la chiave, lasciamoli marcire nelle galere" e simili. Forse non le si dice in Parlamento o forse sì, ma di sicuro nei comizi di piazza o nei "social" vengono dette e riscuotono ampi consensi.
La terza. Non sono passati più di settant'anni dall'entrata in vigore della Costituzione e quarantasei anni dalla nascita dell'Ordinamento penitenziario, una legge dello Stato che finalmente ha posto al centro dell'attenzione la persona privata della libertà personale e certamente non per esercitare la vendetta. Una riforma epocale. Chi lo voglia può leggerla, è una lettura semplice, agevole che esprime principi fondamentali e concetti sensati, e per questo la ritengo una delle ultime leggi scritte bene, in modo chiaro e comprensibile in un Paese in cui siamo ormai abituati a scrivere leggi composte di un solo articolo ma di centinaia di commi.
Ma il nostro è anche un Paese più volte condannato dalla Corte Europea di Strasburgo per avere inflitto ai detenuti nelle sue carceri trattamenti inumani e degradanti in violazione dell'art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo mentre la Commissione Europea sui problemi della criminalità ha messo l'Italia sotto accusa con più di un formale richiamo sul funzionamento delle nostre carceri e più in generale su quello della giustizia. Viene spontaneo pensare che Cesare Beccaria e Piero Calamandrei si stiano, da anni, rivoltando nella tomba!
La quarta. E dunque la riforma del 1975 è fallita? Troppo facile e troppo comodo da dirsi. Cosa ci viene rimproverato? Di avere un surplus di detenuti pari o addirittura superiore in alcuni casi al 115% della capienza, di fare un uso troppo limitato delle misure alternative al carcere, di non aver abbandonato vecchi e fatiscenti istituti penitenziari e di non aver provveduto in tanti anni alla costruzione di nuove prigioni moderne e funzionali in grado di assicurare condizioni di vita umane - non certo dunque alberghi a cinque stelle come, con arrogante superficialità, si sostiene da più parti - ma semplicemente rispettose della dignità della persona detenuta e di chi in esse lavora e dunque adeguate al raggiungimento dell'obbiettivo primario di un possibile reinserimento nella società, come invece impone l'art. 27 della Costituzione.
E però ciò che ci viene giustamente rimproverato è già previsto, assieme a tante altre importanti iniziative, nella legge di riforma del 1975, arrivata ben ultima nel panorama europeo delle riforme dei sistemi penitenziari e che di queste ha preso il meglio. E allora più correttamente bisogna dire che la riforma non è fallita ma che semplicemente, con dolo o colpa grave, è stata tradita perché non attuta in gran parte. Fermo restando che se è, come è, modificabile la Costituzione, sia pure con una più complessa procedura, è sicuramente modificabile una normale legge come è già accaduto in alcune sue parti e come è sicuramente giusto fare ancora in presenza di nuove esigenze e della conseguente necessità di introdurre nuovi istituti giuridici.
Scriveva Dante Alighieri nel canto XVI, Purgatorio, della Divina Commedia: "Le leggi son ma chi pon mano ad esse?" E aveva ragione e ne ha ancora oggi, forse anche di più.
La riforma del 1975, infatti, fu consegnata nelle mani di una struttura burocratica ministeriale nel suo complesso - fatta qualche brillante eccezione per magistrati come Altavista, Tartaglione, Di Gennaro, Margariti e alcuni altri penitenziaristi che l'avevano materialmente scritta - non adeguata per cultura e tradizione ad affrontare lo scatto di civiltà e di progresso che quella legge era chiamata a produrre.
Si sarebbe anche dovuto capire che una riforma così radicale, importante e attesa da decenni, non preceduta né accompagnata da una formazione di tutto il personale che nelle carceri operava, avrebbe incontrato forti resistenze in un ambiente caratterizzato da una gestione sino ad allora incentrata sulla mera custodia.
Di certo non è stato di aiuto il continuo susseguirsi di governi e di ministri della giustizia: in 73 anni dal 1948 più di quaranta ministri spalmati in poco meno di 70 governi, con una durata media di poco più di un anno e mezzo ciascuno.
Altri due mali. Il primo, un succedersi di classi politiche che non sono state capaci di maturare una chiara visione di quale politica penale si dovesse perseguire e cioè un diritto penale sereno e sicuro nelle sue scelte o un diritto penale aggressivo e caratterizzato da interventi settoriali e parcellizzati dettati dalle emergenze e dalla volontà di corrispondere ad esigenze puramente elettoralistiche.
Prova ne è che ancora oggi abbiamo un codice penale nato nel 1930, il Codice Rocco, in pieno regime fascista che ha, però, il pregio di essere scritto bene, e di sopportare le numerose modifiche cui è stato sottoposto nella necessità di evitare le evidenti contraddizioni con la costituzione repubblicana.
Il secondo, un contrasto sempre più grave tra politica e magistratura, aggravato negli ultimi venti anni e poco più per un verso dall'avanzare di una classe politica incerta e confusa, incapace di governare gravi fenomeni sociali e spinta a delegarne la soluzione alla magistratura e per altro verso dalla trasformazione di una certa magistratura sempre più ansiosa, specie nelle procure, di espandere il proprio potere anche con l'intento di presidiare quasi tutti i gangli vitali dello Stato. A tacer poi della deriva correntizia, per la verità sempre esistita ma giunta a livelli vergognosi negli ultimi anni.
Sono molte e sempre più frequenti le voci di autorevoli giuristi e sociologi che toccano apertamente il tasto della presenza dei magistrati al ministero della giustizia. Per parte mia mi limito a dire che in quaranta anni di lavoro nel ministero ho visto pochi capi veramente interessati alla questione penitenziaria e, anche comprensibilmente, provenendo quasi tutti da Procure della Repubblica, e portati per questo a lavorare come se ancora fossero a capo appunto di una Procura. Ma il DAP è amministrazione e non ufficio giudiziario. E ancora, essere un magistrato che si è occupato di processi di mafia non vuol dire essere capace di gestire in carcere un detenuto mafioso.
È evidente, dunque, che i problemi che affliggono il carcere sono tanti e di vario genere e non riguardano solo la riforma del 1975 che conserva tutta la sua validità e che ha solo bisogno di essere potenziata, aggiornata ed anche arricchita di nuovi strumenti in consonanza con la riforma del processo penale.
Bene hanno fatto, dunque, il Presidente Draghi e la Ministra Cartabia a testimoniare con la loro presenza tutta l'attenzione che l'amministrazione penitenziaria merita per la grave condizione in cui è venuta a trovarsi negli ultimi anni e ora anche a causa dei pesanti ed inqualificabili fatti di violenza che si sono verificati a Santa Maria Capua Vetere e non solo. Sono convinto che il programma esposto dalla Ministra Cartabia sulla giustizia in generale e sull'esecuzione penale in particolare si muova nella direzione di un radicale cambiamento che saprà restituire anche all'amministrazione penitenziaria il prestigio ed il rispetto di cui ha goduto in passato e di cui ancora merita di godere.
*Già Vice Capo Vicario DAP
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 15 luglio 2021
Il primo problema è il sovraffollamento: "Si fa fatica persino a respirare", ha ammesso la ministra Marta Cartabia. E poi il rinnovo delle strutture materiali, gli interventi normativi, le assunzioni e la formazione del personale. Passa da questi punti la Riforma penitenziaria del governo Draghi. Anni e anni di ritardi, di intoppi, di tentativi caduti nel vuoto dai precedenti governi, ma ieri la presenza del premier e del guardasigilli nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sembra aver segnato un'accelerazione forte, la volontà concreta di intervenire sul complesso dossier.
Il Pnrr prevede la costruzione di otto nuovi padiglioni, uno proprio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. "L'ampliamento avverrà in un'area verde inutilizzata - specifica Cartabia - Ma gli interventi riguarderanno anche altre criticità all'impianto idrico e a quello termico". Gli altri padiglioni verranno costruiti a Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Ferrara e Reggio Calabria. Un finanziamento è già stato fatto per nuovi impianti di video sorveglianza "capillare".
"Mai più abusi in carcere": così Draghi lancia la riforma - Inoltre, per contrastare il sovraffollamento la ministra ribadisce la necessità di un intervento normativo. "Occorre correggere una visione del diritto penale - ha dichiarato Cartabia - incentrato solo sul carcere, per riservare la detenzione ai fatti più gravi. La Costituzione parla di pene al plurale. La pena non è solo carcere. Senza rinunciare alla giusta punizione degli illeciti, occorre procedere sulla linea, che già sta generando molte positive esperienze, anche in termini di prevenzione della recidiva e di risocializzazione, attraverso forme di punizione diverse dal carcere, come, ad esempio, i lavori di pubblica utilità. In questo, un ruolo fondamentale è svolto dai giudici di sorveglianza". Il pacchetto di emendamenti in materia penale, approvato dal Consiglio dei ministri la settimana scorsa, prevede, infatti, anche un uso più razionale delle sanzioni alternative alle pene detentive brevi.
E ancora, più assunzioni. Nel giro di due anni potrebbero mancare 7.000 poliziotti penitenziari maggiore. E ci saranno problemi di turn over, così come hanno più volte segnalato i sindacati di categoria. Altro tema è la formazione del personale, per accompagnare adeguatamente i detenuti nel percorso di rieducazione cui tende la pena. E in questo caso "servono più fondi", dice la ministra.
I nuovi 8 padiglioni che il Dap si prepara a costruire, in carceri già esistenti, avranno celle per 80 detenuti al massimo, ma con adeguati spazi per il lavoro e il tempo libero. La struttura del padiglione sarà simile a una casa, perché l'obiettivo è rieducare il detenuto alla vita normale, non "infantilizzarlo", come ha detto il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma. Oltre che in tanti Paesi europei, un modello di questo carcere nuovo in Italia esiste già. Si trova a Bollate, fuori Milano, dove i detenuti lavorano e studiano tutto il giorno e poi rientrano in cella per le 8 ore della notte. I nuovi padiglioni saranno sostenibili ecologicamente, cablati e digitalizzati. La cablatura servirà per tenere corsi a distanza, ma anche per la telemedicina, e per la videosorveglianza.
La scommessa è questa, ovviamente per detenuti a basso rischio. Del resto gli interventi strutturali non sembrano più procrastinabili. In alcune carceri ci sono ancora i bagni alla turca, gli impianti di riscaldamento spesso non sono adeguati e mancano sistemi di raffreddamento degli ambienti nei mesi estivi, le salette per i colloqui con i familiari e gli avvocati lasciate in stato di degrado. La Commissione Zevi, istituita per proporre soluzioni in materia di edilizia penitenziaria, sta concludendo il proprio lavoro e a breve presenterà una relazione. La strada del governo, però, non è in discesa. Sull'onda delle notizie dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere la maggioranza è tornata a mostrare le sue divisioni sull'argomento. Pd e Lega partono da posizioni molto distanti. Toccherà al premier e a Cartabia trovare la, non facile, mediazione.
di Stefano Feltri
Il Domani, 15 luglio 2021
La trasferta a Santa Maria Capua Vetere del presidente del Consiglio Mario Draghi e del ministro della Giustizia Marta Cartabia è il più enigmatico capitolo dell'azione dell'esecutivo dal suo insediamento. Dopo una violenza di stato, ci si aspettava una reazione di stato di segno uguale e contrario. La compassione dei singoli esponenti delle istituzioni non è il punto in questa storia.
Tutto il mondo ha visto i video di un pestaggio organizzato ai danni di persone inermi, affidate alla responsabilità delle istituzioni, il 6 aprile 2020. E chi ha letto le inchieste di Domani sa che dopo quelle violenze c'è stato un depistaggio avallato a più livelli. Il premier Draghi ha tenuto un discorso intenso che sembrava la premessa per annunci epocali da parte della ministra della Giustizia Cartabia. E invece niente, solo l'impegno a una riforma dell'ordinamento carcerario. Vedremo. Cartabia appare e parla ovunque tranne che in parlamento, dove non ha mai riferito sui fatti di Santa Maria.
Si dimostra empatica ed enfatica, ma finora non ha preso alcun provvedimento: ha sospeso 52 agenti solo dopo le misure cautelari (e ci mancherebbe pure), non ha sostituito il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, non ha neppure preteso le dimissioni della direttrice del carcere di Santa Maria, Elisabetta Palmieri.
Il timore del governo sembra soprattutto una reazione di protesta della polizia penitenziaria, che potrebbe far perdere il controllo delle carceri. E dunque la penitenziaria non si tocca. Ma parlare del problema del sovraffollamento carcerario in una prigione dove i detenuti sono stati massacrati dagli agenti, non dagli spazi angusti, è al limite dello sfregio: un po' come dire che Stefano Cucchi è morto per problemi di droga e non per aver incontrato carabinieri che lo hanno ammazzato di botte.
Sia nella vicenda di Santa Maria che in quella di Cucchi la verità è arrivata grazie al lavoro della stampa, prima che degli inquirenti. La scelta di prevedere gli interventi di Draghi e Cartabia senza domande dai giornalisti, pur invitati sul posto, è un altro segnale di istituzioni interessate soprattutto a preservare lo status quo più che a correggere le evidenti storture.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 15 luglio 2021
Il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria convoca i responsabili regionali: nel marzo 2020 le proteste legate al Covid, 13 le vittime e 200 i feriti, danni per 12 milioni.
Non vogliono girare la testa dall'altra parte. Non vogliono dimenticare il passato. La visita del premier Draghi al carcere di Santa Maria Capua Vetere - così come le parole, da subito durissime, del ministro della Giustizia, Marta Cartabia - non sono gli unici movimenti dello spartito che governo e amministrazione penitenziaria hanno deciso di suonare sulla questione carceri. Sta succedendo anche altro: il Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, ha infatti deciso di andare a fondo sulle rivolte che nel marzo del 2020 sconvolsero le prigioni italiane dal Piemonte alla Sicilia: 21 le carceri in rivolta. Tredici le vittime, tutte tra i detenuti. Duecento i feriti. 12milioni e 200mila euro i danni stimati. Il punto più nero della storia delle nostre prigioni archiviato, fin qui, con poche parole striminzite del vecchio Governo. E con indagini sparse in tutta Italia (e spesso già archiviate) che, al momento, non sono state in grado di mettere un solo nome e cognome accanto ai responsabili della fine di tredici persone morte mentre erano nelle mani dello Stato.
Nelle prossime ore i vertici del Dap - il capo, Bernardo Petralia, il suo vice, Roberto Tartaglia, magistrati che da un anno si stanno occupando delle nostre carceri - incontreranno i provveditori regionali chiedendo loro di accertare cosa è accaduto. Il limite è che, laddove ci sono inchieste penali, la possibilità di movimento per le inchieste amministrative è molto stretto. Ma il concetto è che l'amministrazione penitenziaria non vuole ripetere un caso Santa Maria. Quando - mentre le telecamere avevano registrato le indagini di un'indegna macelleria nei padiglioni dell'istituto - il ministero rispondeva in Parlamento che a Santa Maria c'era stato "un ripristino della legalità". Questo è potuto accadere perché il ministero si era basato sulle risposte di dirigenti che, poi, sono stati travolti dall'inchiesta. Ecco: l'intenzione ora è di fare un'indagine più approfondita per accertare, parallelamente alle inchieste della magistratura, cosa è esattamente accaduto. Ed eventualmente per colpa di chi. Qualcosa del genere il nuovo corso del Dap aveva provato a farlo anche su Santa Maria: per tre volte avevano chiesto ufficialmente alla Procura informazione sugli agenti indagati per poter intervenire disciplinarmente, ma i pm avevano risposto sempre negativamente. Il perché è stato ora esplicitato: essendoci tra gli indagati dirigenti dell'amministrazione penitenziaria, temevano un inquinamento probatorio.
Sulle rivolte di marzo i dati sul tavolo del Dap sono incredibili. Carcere di Napoli: 900 persone coinvolte, 51 detenuti feriti, 52 poliziotti; Bologna: 463 persone coinvolte, 1 detenuto morto, 2 poliziotti feriti; Modena: 9 detenuti morti, 26 poliziotti feriti; Rieti: 3 detenuti morti; Foggia: 440 rivoltosi, 60 evasi.
Accanto ai numeri ci sono le parole. Decine di denunce arrivate in questi mesi da detenuti e dalle associazioni di pestaggi avvenuti in cella immediatamente dopo le rivolte di marzo: il caso più clamoroso sarebbe quello di Melfi (dove il Dap è già intervenuto spostando alcune persone), ma arrivano denunce anche da Foggia, Lombardia, Emilia Romagna. C'è poi, soprattutto, la questione dei 13 detenuti morti. Le autopsie - per quanto non sempre accurate - hanno certificato che tutti sono stati uccisi da overdosi di metadone, procurato nell'assalto alle infermerie. Nessuno ha ancora spiegato, però, come sia stato possibile che tutte le medicherie fossero così facilmente raggiungibili dai detenuti. Perché molti di loro portavano sul corpo segni importanti di colluttazioni. Se i detenuti, prima di morire, sono stati visitati e curati come avrebbero dovuto. Perché alcuni di loro sono stati trasferiti in altri istituti nonostante fossero in condizioni fisiche assolutamente precarie. Il Dipartimento ha promesso che cercherà le risposte a tutte queste domande.
di Carmen Baffi
Il Domani, 15 luglio 2021
Il comparto penitenziario non è fatto solo di agenti e detenuti. Anche l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna (Uepe), che gestisce le pratiche legali che consentono al detenuto di accedere alle misure alternative, ha un peso rilevante. Il mondo del carcere non è fatto solo di agenti e detenuti. Secondo l'articolo 27 della Costituzione, le misure di restrizione delle libertà personale devono avere una funzione rieducativa. Proprio per questo, l'équipe degli istituti penitenziari vede attivi, in questo senso, i funzionari giuridico-pedagogici, educatori e assistenti sociali. Tutte e tre queste figure, che tutte si di risocializzazione seguire i nel percorso fanno l'Ufficio per l'esecuzione individuale, cui spetta la gestione delle pratiche legali che al detenuto di accesso alle cosiddette misure alternativa. Così come per il comparto della polizia penitenziaria, anche per questi operatori le difficoltà sono molteplici. Anzi, si può dire che tutte le figure chiave che lavorano in carcere sono state lasciate sole dallo stato.
Le misure alternative. Secondo l'ultimo rapporto pubblicato dall'associazione Antigone, tra il 2019 e il 2021, i soggetti presi in carico dall'Uepe sono stati 29mila. Si tratta di persone che hanno ricevuto una condanna fino a tre anni di reclusione che hanno la possibilità di richiedere l'affidamento ai servizi sociali, i domiciliari o la semilibertà. Stando ai dati, l'affidamento in prova al servizio sociale, al 31 gennaio 2021, rappresentava il 57,3 per cento delle misure alternative attive, la fede domiciliare il 40,2 per cento e la semilibertà il 2,5 per cento.
Se la richiesta del detenuto, presentata dal legale, viene accolta positivamente dal magistrato, il detenuto viene affidato agli assistenti sociali dell'Uepe, che lo segue nel percorso di rieducazione e risocializzazione. Nel 2014, con la legge 67 è stata introdotta fra le altre opzioni la messa alla prova. Non si tratta propriamente di una misura alternativa alla detenzione, che di fatto costituisce una diversa modalità di scontare la pena, ma di una richiesta che la persona sotto accusa avanza quando è ancora in stato di libertà, prima di essere condannato o assolto dal tribunale ordinario. Il procedimento penale viene sospeso, e la persona si dedica a lavori di pubblica utilità per un periodo commisurato al reato commesso. Se la prova ha esito positivo, il capo d'imputazione decade e il reato si estingue.
Un ruolo fondamentale - "Ci occupiamo di tutto quello che è il mondo esterno al carcere. Per questo, i dirigenti degli istituti penitenziari chiedono a noi di svolgere le indagini socio-familiari. Quindi, oltre a parlare con le persone più vicine, conduciamo le indagini domiciliari, ricostruendo tutti i rapporti interpersonali del detenuto", spiega Paola Fuselli, assistente sociale da 24 anni, dal 2000 impiegata all'Uepe di Roma e rappresentante nazionale della Fp Cgil.
L'indagine dura mesi, ogni assistente sociale si occupa non solo di ricostruire il passato dei detenuti, ma di offrire loro un futuro. Quando si entra in contatto con le famiglie, infatti, oltre a valutare le condizioni dell'abitazione, si chiede a ogni membro del nucleo se è favorevole ad accogliere in casa il detenuto, nel caso in cui vengano concesse eventuali misure alternative. Oltre a questo, gli assistenti sociali devono assicurare alla persona che lascerà il carcere un lavoro stabile, contrattualizzato, a norma. Si procede dunque con l'accertamento lavorativo o, nel caso di necessità di percorso terapeutico (per esempio in caso di tossicodipendenza), si stabilisce un contatto con le strutture territoriali, al fine di valutare l'adeguatezza dell'ex detenuto.
Servono assunzioni Conclusa l'indagine, gli assistenti sociali devono redigere una relazione, destinata alla valutazione del magistrato ordinario.
"Se siamo soltanto 27 assistenti sociali attivi, in una città grande come Roma, nel mio caso, come si fa a rispettare tutte le scadenze?", chiede Fuselli. "La nostra scadenza coincide con l'udienza in tribunale. Ma se ognuno di noi deve relazionare su 15 casi diversi, farlo in un mese diventa difficile". Secondo quanto riporta Fuselli, ogni assistente sociale prende in carico fra i 160 e i 180 casi. Il rischio, sempre più concreto, come conferma anche Fuselli, è di incorrere in diffide da parte dei legali o degli stessi giudici. Una volta aperta la pratica osservativa, infatti, i funzionari possono incontrare i detenuti in carcere e stabilire con loro un primo contatto. Ma ogni pratica ha una data di scadenza, che, se non rispettata, non solo espone a procedimenti penali gli assistenti sociali, ma rinvia l'accesso del detenuto alla misura alternativa, costringendolo per un ulteriore periodo in carcere. A Roma "gli assistenti sociali attivi sono meno di un terzo rispetto al numero totale previsto", dichiara Fuselli.
Secondo quanto si legge nel rapporto di Antigone, l'organico previsto è di 896 unità, mentre sono solo 733 i funzionari giuridico-pedagogici effettivamente presenti negli istituti penitenziari italiani. Il sotto organico totale supera il 18 per cento, a fronte del 13,5 per cento registrato a metà 2020.
Un problema nel problema - Le pratiche osservative inviate all'Uepe non possono essere aperte direttamente dai funzionari giuridico-pedagogici. Al loro sotto organico, infatti, si somma anche quello del personale amministrativo dell'ufficio. Quando i committenti - legali, giudici o direttamente gli istituti penitenziari - presentano per un detenuto la richiesta di accesso alla misura alternativa, questa arriva direttamente all'Uepe. "Il nostro ufficio amministrativo riceve ogni mese 200 richieste per posta ordinaria e 200 tramite pec", spiega ancora Fuselli, puntualizzando che nel comparto amministrativo non si assume dal 2019. Anche il ruolo degli amministrativi è fondamentale: se la pratica non viene protocollata, per mancanza di personale e un sovraccarico di richieste, l'osservazione non inizia e il detenuto resta in cella.
La giustizia non rieduca - Negli ultimi giorni è stata presentata la proposta di riforma della giustizia, "ma attenzione, si contempla soltanto la riforma del processo, quindi l'obiettivo è rendere i processi più rapidi ed estendere fino ai 10 anni di condanna la possibilità di accedere alle misure alternative. Questo mostra quanta importanza abbia il nostro ufficio", conclude Fuselli. Quando si parla di giustizia, dunque, non si può parlare soltanto di udienze, processi e condanne, ma vanno presi in considerazione anche carceri, agenti della polizia penitenziaria ed esecuzione penale esterna, legati indissolubilmente dalla medesima funzione: rieducare i detenuti, in ossequio al principio costituzionale, e abbattere la recidività nel commettere reati.
Queste problematiche hanno spinto l'Uepe interdistrettuale di Roma, insieme ai sindacati di categoria, Fp Cgil e Cisl Fp, a organizzare un sit-in sotto la sede del dipartimento per la Giustizia minorile e comunità del ministero della Giustizia per chiedere l'attivazione di misure straordinarie che vanno dall'incremento dell'organico all'individuazione di una sede adeguata al setting trattamentale. Una delegazione è stata ricevuta dal direttore generale del dipartimento, Giuseppe Cacciapuoti, che ha assicurato otto nuove assunzioni a ottobre, l'interpello per il settore amministrativo e una nuova sede per l'Uepe romano.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 15 luglio 2021
"Non può esserci giustizia dove c'è abuso. E non può esserci rieducazione dove c'è sopruso". Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Mario Draghi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono una inequivocabile presa di posizione di fronte ai gravi fatti avvenuti il 6 aprile 2020 nell'istituto sammaritano. Lo Stato non si può identificare negli autori dei brutali pestaggi compiuti da uomini in divisa, e si riappropria di uno spazio sottratto alla giustizia.
La storica visita di ieri di Draghi e del ministro della Giustizia Marta Cartabia rappresenta molto di più delle ferme dichiarazioni di condanna dei pestaggi. Innanzitutto, l'essere andati insieme manifesta la volontà di un'assunzione di responsabilità del Governo di fronte all'emergenza del sistema penitenziario che - come ha detto la Guardasigilli - con lo scoppio della pandemia ha fatto esplodere tutti i problemi irrisolti da troppo tempo, mai affrontati perché quello del carcere è considerato un mondo marginale e privo di interesse.
Ma ciò che accade nelle carceri riguarda invece tutti, come ha ricordato Cartabia, sottolineando che è necessaria una presa in carico collettiva dinanzi alle problematiche vecchie e nuove di un contesto così complesso. Sovraffollamento, strutture fatiscenti e prive dei servizi essenziali - ricordo che a Santa Maria Capua Vetere, un istituto costruito negli anni '90 manca la rete idrica -, carenza di personale e assenza di formazione, sono stati i punti critici toccati dalla ministra della Giustizia.
Appare evidente che i fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere non sono un evento isolato, opera di mele marce. Non possono essere momenti di follia collettiva, ma fanno parte di un modus operandi che non si improvvisa. È un retroterra culturale che si nutre di frustrazioni, di carenze formative, di banalizzazioni sociali. Una mentalità che si fa forza della certezza dell'impunità. Così come bisogna dire che, al contrario, ci sono tanti poliziotti penitenziari che cercano di fare il loro lavoro con scrupolo e coscienza. Ne conosco diversi nel carcere di Poggioreale intitolato a Giuseppe Salvia, un fedele servitore dello Stato capace di coniugare fermezza e umanità, assassinato nel 1981 dalla Nco di Raffaele Cutolo.
Allora la formazione del personale mi sembra uno dei punti decisivi per evitare che si ripetano pestaggi e violenze. La popolazione carceraria oggi è cambiata ed oltre agli esponenti della malavita organizzata e ai personaggi della microcriminalità, ci sono numerosi detenuti espressione del disagio sociale delle nostre città: malati psichici, immigrati, senza dimora, tossicodipendenti, che approdano al carcere dopo essere stati abbandonati dalla scuola e dalla famiglia. In Italia ci sono ben mille detenuti analfabeti. Questo dato rappresenta una domanda e richiede un approccio specifico per affrontare le differenti problematiche di queste persone. Cambia la società ma il carcere resta uguale a se stesso.
Dobbiamo anche dire che dopo la condanna della Commissione Europea all'Italia del 2013 furono promossi dall'allora ministro per la Giustizia Andrea Orlando gli Stati generali dell'esecuzione penale esterna, una discussione di oltre 200 esperti che rappresentò una fonte di proposte e di idee per riformare il sistema penitenziario, puntando alle misure alternative e alla responsabilizzazione del detenuto. La stessa Guardasigilli ha ricordato nel suo intervento di ieri che bisogna modificare la misura penale incentrata solo sul carcere, ricordando che la Costituzione parla di pene al plurale, e che la detenzione non è l'unico modo per scontare una sanzione penale. Sappiamo come è andata. Prima delle scorse elezioni la Riforma fu affossata perché il tema non era popolare e si temevano conseguenze negative sull'elettorato. Il carcere non porta voti. E allora meglio rimuovere tutto e non parlarne più.
Invece ci sarebbe bisogno di più educatori, assistenti sociali, psicologi, di incrementare il numero di agenti penitenziari, di personale direttivo. Ricordo che alla fine di questo mese comincia il concorso per direttori di carcere, un piccolo numero che non consente neanche di coprire il turn over, visto che l'ultimo concorso era stato espletato nel 1997. Ma anche che nell'istituto di Poggioreale c'è una pianta organica di appena 10 educatori a fronte di oltre 2100 carcerati, tanto che un'educatrice mi dice che "di alcuni detenuti non ne conosce neanche il volto". Occorre inoltre aprire il carcere alla società esterna, creando una contaminazione culturale positiva.
Per fare del carcere l'inizio di un nuovo percorso di vita c'è bisogno di tutte queste cose, ma occorre soprattutto una grande attenzione a questo mondo. Ci auguriamo che dopo la visita di Draghi e Cartabia i riflettori non si spengano, ma si possa ripartire proprio da Santa Maria Capua Vetere per cominciare una nuova stagione di riforme. Ricordando che il carcere che umilia i detenuti e li deresponsabilizza, oltre a non essere degno di un Paese civile, aumenta la recidiva e non la sicurezza.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 luglio 2021
Il Presidente del Consiglio e la ministra Cartabia in visita nel carcere della "mattanza". E al Senato, la proposta di una commissione d'inchiesta sulle violenze ai danni di agenti e detenuti. "Non può esserci giustizia dove c'è abuso. E non può esserci rieducazione dove c'è sopruso". Mario Draghi lo dice chiaramente davanti alla platea che lo ascolta a Santa Maria Capua Vetere, ancora incredula nel vedere, per la prima volta nella storia repubblicana, un Presidente del consiglio e una Guardasigilli che accorrono nel carcere della "ignobile mattanza" di turno.
"Se non ci fossero stati quei video probabilmente non sarebbe venuto nessuno qui", commenta il Garante dei detenuti campano Samuele Ciambriello che pure nutre "profonda fiducia nella riforma" annunciata dalla ministra Marta Cartabia. Quando Draghi scende dell'auto, arrivato davanti all'istituto, "l'applauso dei padiglioni si è sentito ben oltre le mura del carcere", racconta ancora Ciambriello, "sorpreso" ed "emozionato" nel vedere "due politici non di professione che applicano finalmente la regola del vieni e vedi".
Siamo qui, dice Draghi rivolgendosi al Capo del Dap Petralia, al Provveditore Regionale Cantone, al Garante nazionale dei diritti dei detenuti Palma e alla direttrice del carcere Palmieri (non indagata perché assente nei giorni delle violenze), "ad affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte. Venire in questo luogo - aggiunge - significa guardare da vicino per iniziare a capire. Quello che abbiamo visto negli scorsi giorni ha scosso nel profondo le coscienze degli italiani. E, come ho appreso poco fa, ha scosso nel profondo la coscienza dei colleghi della polizia penitenziaria che lavorano con fedeltà in questo carcere".
Usa la parola "comunità", quella che non piace a certi sindacati di polizia, per definire l'universo carcerario. Afferma che "la detenzione deve essere recupero, riabilitazione", e poi ricorda il diritto costituzionale all'integrità psicofisica dei reclusi, "all'istruzione, al lavoro e alla salute". E ricorda anche che "l'Italia è stata condannata due volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per il sovraffollamento carcerario". Eppure non pronuncia mai la tanto attesa (da chi è recluso) parola amnistia (l'ultima nel 1990) o indulto (l'ultimo nel 2006). Atti non a caso contemplati dalla nostra Costituzione ma assimilati nella cultura giustizialista attuale ad ignominie.
Il premier durante la lunga visita (tre ore) si accorge dei tanti detenuti con problemi psichici rinchiusi nel padiglione Nilo, quello della "mattanza". E ne parla. Forse però non si accorge del paradosso di una prigione le cui sezioni portano i nomi di fiumi, come il Senna, l'alta sicurezza femminile che Draghi e Cartabia hanno visitato ieri, ma "non ha condotta idrica - riferisce Ciambriello -, e i reclusi sono costretti ad usare acqua in bottiglia anche per l'igiene personale". Il presidente del Consiglio, nel suo discorso, ringrazia i "tanti servitori dello Stato" che "in un contesto così difficile, lavorano ogni giorno, con spirito di sacrificio e dedizione assoluta". Ma avverte: "Il Governo non ha intenzione di dimenticare. Le indagini in corso ovviamente stabiliranno le responsabilità individuali, ma la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato. Le proposte della Ministra Cartabia rappresentano un primo passo che appoggio con convinzione".
La guardasigilli infatti fa notare che "l'Italia è l'unico Paese europeo che ha un'unica pena: il carcere. Gli altri hanno molte pene". E promette: "Mai più violenza, quegli atti sfregiano la dignità delle persone umane. Il carcere è un luogo di dolore, di pena, di sofferenza, ma non sia mai un luogo di violenza e di umiliazione". A questo proposito, ieri tre senatori (i capogruppo dem della commissione Giustizia, Mirabelli, e Diritti umani, Fedeli, e Sandro Ruotolo del gruppo Misto) hanno depositato a Palazzo Madama una proposta di commissione monocamerale d'inchiesta sulle violenze nelle carceri (nei confronti dei detenuti e degli agenti). Un provvedimento che potrebbe dare sostanza alle parole, sia pur mai pronunciate prima in un simile contesto, usate dall'ex presidente della Corte costituzionale per sottolineare che "i problemi delle carceri sono problemi di tutto il governo e di tutto il Paese. La sua presenza - afferma Cartabia - dice e le sue parole esplicitano che di quei problemi tutto il governo vuole farsi carico".
Tra le tante questioni emblematiche cui la ministra potrebbe rivolgere subito la sua attenzione, c'è quella della morte di Lamine Hakine, il detenuto algerino schizofrenico deceduto a S. M. Capua Vetere in circostanze ancora da chiarire un mese dopo la "mattanza" di cui, secondo i testimoni, sarebbe stato anch'egli vittima. Particolare vittima. Il suo caso è stato stralciato dal Gip dall'inchiesta sulle violenze, e archiviato. Il cadavere del giovane è stato sottoposto ad autopsia senza la presenza di un medico o di un avvocato di parte, la salma sarebbe stata rimpatriata ma non è dato sapere dove e a chi sarebbe stata affidata. E i suoi dati, come riferisce Ciambriello, "sono scomparsi già dai computer del Dap" (si sa solo che era nato "nel giugno 1992").
Il Garante campano nel maggio 2020 scrisse una lettera ai direttori del carcere chiedendo "informazioni dettagliate" in merito, e "se è vero che il decesso è riconducibile ad asfissia da gas", come si mormorava nei padiglioni. Ha ricevuto solo una risposta vaga, senza dettagli "in quanto risultano ancora in fase di accertamento". E ancora ieri Ciambriello, che a Santa Maria è entrato anche prima della visita di Draghi e Cartabia, ha ricevuto le medesime risposte.
Dunque ben venga il proposito, espresso dalla Guardasigilli ieri: "Ora - ha affermato Cartabia - spetta a noi trasformare la reazione ai gravissimi fatti qui accaduti in un'autentica occasione per far voltare pagina al mondo del carcere".
di Nicola Imberti
Il Domani, 15 luglio 2021
Le istituzioni hanno le loro regole, i loro riti, una complicata grammatica che non sempre è facile decifrare e parlare. Quando il premier Mario Draghi e il ministro della Giustizia Marta Cartabia hanno visitato il carcere di Santa Maria Capua Vetere, quello dove il 6 aprile 2020 300 agenti della polizia penitenziaria hanno messo in atto una spedizione punitiva nei confronti dei detenuti, un piccolo dettaglio è subito risaltato. La diretta streaming dell'incontro, o meglio delle "dichiarazioni alla stampa" rilasciate alla fine della visita, è stata trasmessa dalla presidenza del Consiglio. Sul sito del ministero della Giustizia, almeno fino alle 19 quando il video è stato postato anche sul canale YouTube del dicastero, nemmeno una nota, un comunicato che ne desse notizia. Ampio spazio, piuttosto, per l'approvazione, lo scorso 8 luglio, della riforma del processo penale da parte del consiglio dei ministri.
Era inevitabile che finisse così. Che un presidente del Consiglio visiti un carcere non è cosa di tutti i giorni. Che lo faccia fuori da una logica strettamente istituzionale (una celebrazione, una ricorrenza, un pranzo di Natale con i detenuti) è elemento che attribuisce all'occasione il carattere dell'unicità. Quella di oggi, quindi, era anzitutto un'iniziativa del premier. Che l'avrebbe meditata fin da quando, lo scorso 29 giugno, sono stati diffusi i video della "mattanza". Immagini che, ha ricordato, hanno "scosso nel profondo le coscienze degli italiani".
Scosso nella coscienza, il 1° luglio, Draghi ha ricevuto a palazzo Chigi il Garante dei detenuti Mauro Palma. Nelle stesse ore, a Santa Maria Capua Vetere, Matteo Salvini metteva in scena dei complicati equilibrismi per condannare le violenze senza far mancare la sua inevitabile solidarietà agli agenti della penitenziaria. Draghi ha quindi lasciato passare lo show salviniano, ha atteso nel silenzio (che è e resta la sua principale caratteristica) e poi ha organizzato la trasferta campana.
Non a caso, nel suo discorso, Cartabia ha più volte sottolineato l'importanza della presenza del premier "che di fronte all'accaduto ha mostrato subito non solo sdegno e sensibilità, ma, secondo un tratto che la contraddistingue, determinata volontà di fare, di affrontare i problemi nella loro concretezza". Senza nulla togliere al valore di un gesto pieno di compassione restano però alcune domande che, ancora una volta, richiamano le regole della grammatica istituzionale. Lo scorso 8 luglio, intervenendo nell'Aula del Senato, il senatore Luigi Zanda (Pd), che di sicuro può vantare una certa familiarità di rapporti con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha chiesto alla presidenza di palazzo Madama "di sollecitare la ministra della giustizia Cartabia a venire con urgenza in quest'Aula per una comunicazione del governo sulle torture inflitte ai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere da personale della polizia penitenziaria".
Perché Cartabia, che nel frattempo ha commentato quanto accaduto attraverso comunicati ufficiali e interviste a Repubblica, non ha riferito? E perché non si è recata immediatamente nel carcere ma ha atteso che fosse il premier ad accompagnarla? "Questo - dice un deputato della maggioranza con una lunga esperienza parlamentare - è stato il G8 delle carceri. Ma il ministro è apparsa fin da subito titubante, quasi avesse paura di prendere posizione. Alla fine Draghi le ha fatto da scudo, ma lei non ha mostrato prontezza di azione nel momento più drammatico per il ministero che rappresenta".
Certo, sono stati inviati gli ispettori. Parte degli agenti coinvolti sono stati sospesi, ma solo perché formalmente indagati. La giustizia, come si dice in questi casi farà il proprio corso. Ma resta il fatto che al momento poco o nulla è accaduto di concreto e persino le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria, che lo scorso 7 luglio hanno incontrato la ministra, hanno parlato di "parziali e limitate risposte".
La titubanza del ministro in questa occasione si nota ancora di più se paragonata con il decisionismo con cui Cartabia ha affrontato la riforma del processo penale. Ma qui evidentemente, forte della necessità di dover trovare un accordo per rispondere alle richieste dell'Unione europeo e non perdere i fondi del Pnrr, è stato più semplice far valere la propria competenza di costituzionalista. "Diciamo - riprende il deputato - che finora si è mostrata molto preparata e decisa sulle policies, molto meno sulle politics".
Non proprio un ottimo biglietto da visita per chi viene indicato tra i possibili successori del presidente Mattarella. Che sulla vicenda di Santa Maria Capua Vetere ha mantenuto un composto silenzio quasi volesse mettere alla prova Cartabia facendone emergere la capacità di comando in un momento di grande difficoltà. Chi invece, ancora una volta, ha mostrato di avere queste capacità è Draghi. Che nelle ultime settimane, mentre in molti si interrogano sul suo futuro, sembra particolarmente concentrato nel presidiare il "fronte interno". La visita di ieri ci mostra un presidente del Consiglio impegnato ad allacciare un legame, anche sentimentale, con il paese. Un'altra faccia rispetto al leader rispettato e incensato a livello internazionale che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi e che, a detta di molti, aveva come obiettivo principale quello di succedere a Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea nel 2024.
Il Draghi di Santa Maria Capua Vetere somiglia molto di più a un papabile presidente della Repubblica (o del Consiglio nel caso in cui anche nel 2023 si riproponesse uno stallo politico-parlamentare). E forse non è un caso che Cartabia sia finita nel suo cono d'ombra. Dopotutto, chi ha un po' di memoria storica, ricorda altre due occasione in cui il premier, in una situazione di criticità, ha "cancellato" i suoi ministri. La prima quando, nel pieno caos delle vaccinazioni con AstraZeneca, è intervenuto per difendere la somministrazione eterologa. Una presa di posizione che ha oscurato il ministro Roberto Speranza che negli ultimi tempi ha perso molto della sua visibilità e che, secondo alcuni retroscena, sarebbe anche stato bloccato da palazzo Chigi nel suo tentativo di evitare i festeggiamenti dell'Italia campione d'Europa per le vie della Capitale. Il secondo è il ministro del Lavoro Andrea Orlando, smentito quasi in diretta televisiva sul green pass, ma anche costretto ad arrendersi sullo sblocco dei licenziamenti. Almeno per quanto riguarda alcuni dossier Draghi sembra avere un metodo chiaro: mandare allo sbaraglio i ministri per poi decidere al loro posto. A maggior ragione se quei ministri sono potenziali avversari per la corsa al Colle.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 15 luglio 2021
Il capo del governo, dopo gli incontri con Letta e Salvini, ora si siederà al tavolo con il leader M5S. Mario Draghi si dirige verso il carcere della mattanza di Santa Maria Capua Vetere lasciandosi alle spalle, a Roma, le tensioni e le incertezze sulla riforma della giustizia. Una coincidenza che è impossibile non notare. Prima di mettersi in macchina, il presidente del Consiglio riceve a colloquio il leader della Lega Matteo Salvini, così come aveva fatto il giorno prima con il segretario del Pd Enrico Letta e con il coordinatore nazionale di FI Antonio Tajani. Da tutti e tre ha ottenuto garanzie sul pacchetto degli emendamenti alla riforma del processo penale approvata la scorsa settimana in Consiglio dei ministri. Dovrà entrare e uscire integro dal Parlamento. Questo è il piano, come spiega il segretario del Carroccio: "Se Conte o Grillo proveranno a frenare, troveranno nella Lega un avversario".
Ecco, appunto: Giuseppe Conte. Il grande punto interrogativo di Draghi. Mancano solo i 5 Stelle al tavolo degli inviti a Palazzo Chigi, perché fino a oggi non hanno avuto un leader formalmente riconosciuto. Adesso il presidente del Consiglio è pronto a incontrare Conte. Lo farà la prossima settimana e molto probabilmente a ridosso del previsto esordio in Aula del testo della ministra della Giustizia Marta Cartabia. Sarà il primo faccia a faccia tra Draghi e il suo predecessore dopo quello di febbraio quando si passarono il testimone. Il premier ha tutto l'interesse a incontrarlo perché da Conte dipende il destino della riforma in parlamento. Il M5S è spaccato. I quattro ministri hanno votato il provvedimento che prevede l'improcedibilità nel secondo e terzo grado di giudizio dopo una durata predefinita dei processi, ma il corpaccione dei parlamentari era contrario al compromesso. Ora vogliono capire fino a che punto Conte intende spingersi con le barricate, o se si farà convincere da Draghi a desistere.
Il premier non può che confidare nelle divisioni del M5S tra l'ala più governista, rappresentata dal ministro degli Esteri Luigi di Maio e dalla sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina, favorevoli alla mediazione proposta da Cartabia, e la maggioranza degli eletti che chiedono radicali modifiche contro l'improcedibilità. Il modello tedesco che ha in mente Conte prevede sconti di pena se i processi si allungano troppo. Strappare questa modifica però vorrebbe dire far saltare l'obiettivo principale di Draghi: ottenere il via libera della Camera entro fine luglio e quello definitivo del Senato entro agosto, a ridosso del semestre bianco, quando non sarà più possibile sciogliere il Parlamento fino all'elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
Per questo Draghi si è voluto assicurare con Letta che il Pd resterà compatto e non offrirà sponde al Movimento per far debordare i tempi di approvazione della legge. È quello a cui punta Conte, in nome dell'alleanza con i democratici. In realtà, il M5S sa di poter far poco. I numeri sono a favore del resto della maggioranza. Al netto di Fratelli d'Italia, che è all'opposizione, tutti i partiti tranne i grillini sono per dare un rapido ok alla legge.
Se daranno seguito alle loro dichiarazioni più bellicose, i 5 Stelle potranno però fare una battaglia di testimonianza, spiegano fonti ai vertici, come avvenne quando si espressero contro il Tav Torino-Lione, agli sgoccioli del governo Conte Uno. Servirà a complicare il cammino, a lasciare una traccia di come saranno ridefiniti i rapporti di lealtà con il governo. Un assaggio si è avuto ieri dopo che il M5S ha sposato le contestazioni dell'Associazione nazionale magistrati per la quale la riforma determinerà "un incentivo per le impugnazioni", mettendo così a rischio "il perseguimento dell'obiettivo strategico di riduzione dei processi penali del 25 per cento".
Anche per questo motivo, ieri, da Santa Maria Capua Vetere Draghi ha voluto mostrare tutto il suo sostegno a Cartabia, quando ha puntato l'attenzione sulle misure alternative al carcere: un capitolo della riforma di cui si parla meno, perché oscurata dalle polemiche sulla prescrizione. È un sistema che va cambiato, ha promesso Draghi dopo la visita, e per farlo bisogna partire anche da quello che sostiene la ministra: "La pena non è solo carcere".











