rietilife.com, 9 dicembre 2021
Approvata in giunta la delibera con cui vengono stanziati 180.000,00 euro da destinare alle Università per agevolare e promuovere gli studi universitari e la diffusione dell'istruzione universitaria tra i detenuti. Le risorse sono destinate a iniziative di sostegno del diritto allo studio e alla creazione di poli universitari, nonché all'ampliamento dell'offerta didattica digitale.
Destinatari della misura sono le Università che hanno sottoscritto un Protocollo d'intesa con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio e il Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziari. Ad oggi hanno sottoscritto il protocollo l'Università degli Studi Roma Tre, l'Università degli Studi Tor Vergata, l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale e l'Università degli Studi della Tuscia.
"La delibera di oggi si somma ad altri due interventi già approvati che ho presentato nelle scorse settimane, lo stanziamento di 170.000 euro per iniziative che daranno nuove competenze digitali a supporto dei percorsi trattamentali, in un'ottica di reinserimento sociale dei detenuti, e allo stanziamento dei 550.000 euro destinati alla riqualificazione degli spazi, a interventi di digitalizzazione e di adeguamento tecnologico per il miglioramento delle condizioni dei detenuti. Sono misure queste finalizzate al miglioramento delle condizioni della popolazione detenuta della nostra regione. Favorire e promuovere gli studi, in particolare, significa offrire nuovi stimoli e contrastare l'immobilità mentale, implementare il bagaglio culturale e quindi dare strumenti di formazione e istruzione capaci di incentivare la riflessione ma anche agevolare l'instaurazione di relazioni umane. Il carcere non è un luogo altro rispetto alla società, anzi ne è parte integrante, per questo devono essere pensate linee di azione che garantiscano ai detenuti la riabilitazione e la rieducazione in vista del reinserimento nella società". Lo ha dichiarato la proponente della proposta Valentina Corrado, Assessore al Turismo, Enti Locali, Sicurezza Urbana, Polizia Locale e Semplificazione Amministrativa.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 9 dicembre 2021
Johnny, caduta e riscatto di un clochard. Un mese fa Johnny chiedeva l'elemosina sulla Darsena di Milano. Gara di solidarietà tra i lettori del "Corriere": la Fondazione Casa dello spirito e delle arti ha raccolto le donazioni. Il 31enne è stato accolto in una comunità di don Mazzi e fa il magazziniere in un'azienda piemontese. "Carico gli scatoloni all'alba, al freddo: sgobbo e sono felice"
"Ho realizzato una prima volta che non ero più un naufrago quando stavamo in macchina verso l'hotel. M'intendi? Sudavo. Per il caldo. Sudare per il caldo, incredibile... Il giubbotto imbottito, il maglione, l'aria riscaldata...". Una seconda volta? "La doccia. Cioè, il ritorno in doccia. Avevo iniziato a cronometrare. Poi mi ero perso. Saranno state tre ore. Avevo passato mesi a pulirmi con le salviette umidificate per i neonati". C'è una terza volta? "Lunedì. Alle cinque del mattino caricavo scatoloni sul furgone. Buio, freddo. E io ero felice. Sgobbavo e ridevo. Giuro".
Un mese da quando il Corriere incrociò davanti al distributore automatico di sigarette sulla Darsena il 31enne clochard Johnny, italiano, senza lavoro né alloggio. Campava elemosinando le monete di resto. Ne son successe, di cose, da allora. Arnoldo Mosca Mondadori presiede la Fondazione "Casa dello spirito e delle arti". Un uomo di cultura e insieme del sociale. Di quelli che camminano nelle pozzanghere e non vi badano. La Fondazione ha raccolto le donazioni dei nostri lettori e avviato un percorso servendosi di quel denaro. Non si esce dalla strada in un niente. Johnny è ospite di una comunità di don Antonio Mazzi. Non perché debba sconfiggere la dipendenza dalla droga ma perché, dopo una settimana in albergo e in attesa d'avviare il nuovo mestiere da un'imprenditrice, necessita di una logistica strutturata che si prenda cura di lui e lo aiuti nel pieno recupero. Quello formato dalla scansione delle giornate, dal ritorno all'appartenenza fisica a un gruppo e dunque alle regole di una comunità.
A Johnny avevano rubato la busta della spesa che fungeva da borsellino. Dentro, c'erano carta di identità e green-pass. Riavere i documenti ha richiesto molteplici tentativi, necessari anche per comprare una Sim del telefonino (che non possedeva), necessaria per colloquiare con l'imprenditrice. L'azienda è in Piemonte e c'è un posto da magazziniere: Johnny, che ha un passato per lo più da manovale, in comunità si sta impratichendo proprio sulle mansioni in magazzino. Muscoli e fiato non gli mancano, "del resto non sarei sopravvissuto.
Le settimane di pioggia, all'aperto, sono peggio del gelo polare, l'acqua ti entra dentro e marcisci. Pure se ti cambi indumenti, ammesso che riesca a farlo. Tiravo su nei centri d'aiuto quel che c'era. Scarpe piccole, pantaloni che ballavano. Ma basta pensarci, voglio farmi trovare pronto dall'imprenditrice". Una donna che ha avuto nel circuito degli affetti una persona anch'essa scivolata. Vedremo più avanti, quando daremo conto del prossimo passaggio. Finora, non è stata solo un'azione di sostegno economico dei nostri lettori bensì un'adesione collettiva a un salvataggio. Mosca Mondadori non ne è stupito: "Nell'ampiezza dei tragici effetti collaterali della pandemia, vedo una luce. Un ritorno all'essenziale. Ci si spoglia degli oggetti, si aderisce ai progetti per il prossimo".
Nell'elenco dei sostenitori di Johnny bisogna inserire chi ha inviato fotografie del guardaroba invitando a scegliere i capi, bonifici di 20 euro in base alle personali risorse, altri lettori che hanno creato raccolte di fondi, email dall'America nelle quali si poneva una domanda: "Come posso dare una mano?". Ma attenzione: quella di Johnny non è una semplice storia a lieto fine. Intanto è una storia in itinere che ha registrato fasi critiche, quando voleva mollare ("Lasciatemi al mio marciapiede, almeno non sono in debito con nessuno se fallisco..."). Dopodiché, dipenderà dalle sue capacità, dalla sua forza. Certo, pare lo stesso già una rivoluzione.
Dopo quell'incontro d'esordio, l'8 novembre, di sera, siccome aveva fame optò per il posto più vicino. Il McDonald's. Si consumava all'esterno. Ci guidò fino all'ultimo tavolo. "Vedi le grate? Se ti posizioni giusto, senti il beneficio sulle caviglie dell'aria calda". Divorando panini, attento a non disperdere le briciole, salutava gli amici. Venditori di rose, rider. "Mi hanno davvero tenuto in piedi. Brioche, pizze, denaro. Quando ripasserò sulla Darsena ben vestito e profumato, li andrò a ringraziare. Uno a uno. Non devo mollare: per me e per loro. Fiducia, fratelli cari".
di Marianna Vazzana
Il Giorno, 9 dicembre 2021
L'ex rapinatore Davide Mesfun, detenuto in semilibertà a Opera, tiene corsi alla Bicocca. "Dal palco vedevo una finestra senza sbarre". "Se prima vedevo una Porsche, mi scattava il desiderio di possederla. Ora ne ammiro la bellezza. Mi sposto a piedi e sono felice". Davide Mesfun, 46 anni, originario di Napoli, oggi alle 14.30 si esibirà nello spettacolo teatrale "Sguardi a confronto", da lui scritto, su un palco speciale: quello dell'aula Giulio Regeni all'università Bicocca nell'ambito di "CuriosaMente", appuntamenti culturali in biblioteca. "Farò un'incursione durante una lezione di Diritto penale della professoressa Claudia Pecorella".
Non usa un verbo a caso: ha iniziato a delinquere da minorenne, specializzandosi in rapine e spaccio di droga. "Mi sono allontanato dalla famiglia dopo la morte di mia nonna, che era il "collante" degli affetti. Ho lasciato il liceo artistico e il canottaggio e ho seguito cattive compagnie. Avevo 15 anni. Non mi bastava mai, andavo sempre oltre. Finché la Giustizia mi ha presentato il conto: 24 anni di carcere per cumulo pene. Volevo togliermi la vita. Ma sono rinato, grazie al teatro: dal palco vedevo una finestra senza sbarre". Adesso è un detenuto del carcere di Opera (dal 2012) in regime di semilibertà. "Alla Bicocca tengo corsi di teatro esperienziale, volontariamente, nell'ambito del progetto "MiLiberiSe", con il supporto Dipartimento di Sociologia. La sera lavoro come cuoco in un ristorante a Porta Venezia. In più mi alleno: anche lo sport è un grande aiuto".
L'ultima rapina risale al 2007. Era definito il "rapinatore galante" perché dopo i colpi regalava sempre un mazzo di fiori alla fidanzata. Puntava le casse degli alberghi, spendeva in droga e affitti degli appartamenti-nascondiglio. Aveva 32 anni quando la polizia gli ha messo le manette l'ultima volta, a Milano. "In 20 anni ho "visitato" le galere di tutta Italia". È rimasto dietro le sbarre ininterrottamente per nove anni, dal 2007 al 2016, "tranne un'uscita, scortato, per un laboratorio teatrale nel 2014. Non dimenticherò mai il primo permesso da uomo libero, il 1° marzo 2016". Quelle 12 ore gli hanno ispirato un monologo teatrale: "Ho visto una Milano tutta diversa, nuovi palazzi, gente che sui mezzi guardava solo lo smartphone (in carcere non avevo cellulare né internet, il massimo della tecnologia era una radiolina). Già nel parcheggio ero disorientato, guardando una distesa di campi e non un muro. L'asfalto sotto i piedi mi sembrava morbido, ero abituato al cemento. Trovavo strani anche i leggins delle donne".
E la fidanzata? "È diventata mia moglie. Mentre ero recluso non abbiamo mai smesso di scriverci, ma una volta fuori non è durata: dopo anni di lontananza, eravamo come due estranei". Ha recuperato invece il rapporto con la famiglia. "Dopo 20 anni ho rivisto mia sorella. Ha un bimbo, l'ha chiamato come me". A Natale incontrerà suo padre, dopo 18 anni: "Solo a pensarci, mi commuovo". Per informazioni sullo spettacolo: www.biblio.unimib.it.
di Adelaide Cacace
mentinfuga.com, 9 dicembre 2021
All'interno della casa di reclusione Milano Opera vive la compagnia teatrale Opera Liquida costituita da detenuti ed ex detenuti che una volta usciti dal carcere hanno deciso di continuare a far parte della compagnia. In 10 anni sono stati già 8 gli spettacoli che la compagnia ha prodotto a partire dagli scritti dei detenuti su temi di rilevanza sociale.
Il giorno 16 dicembre andrà in scena nel grande teatro di 400 posti realizzato in un'ala della casa circondariale "Noi guerra! Le meraviglie del nulla" con la regia di Ivana Trettel e le opere di Giovanni Anceschi. Nei giorni che precedono la serata tra le prove dello spettacolo e il disbrigo delle pratiche burocratiche indispensabili per consentire l'accesso a ciascuno spettatore abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Vittorio Mantovani, ex detenuto che ha deciso, una volta scontata la sua pena, di rimanere all'interno del progetto come attore e drammaturgo.
Vittorio ti faccio una domanda semplicissima: chi è Vittorio Mantovani adesso e chi eri prima di entrare in carcere, come il carcere ti ha trasformato?
Adesso ormai sono un pensionato, sono nato nel 1952 a Venezia, ma ho sempre vissuto in provincia di Milano, sono il primo di 7 fratelli di una famiglia povera, sono rimasto orfano di padre da bambino e da quel momento mia madre ha iniziato a lavorare. Sono riuscito a completare gli studi superiori lavorando e studiando, ho praticato il ciclismo a livello agonistico da giovane senza però conseguire grandi successi. Nel mondo del lavoro mi sono inserito nell'ambito bancario finanziario e per un periodo anche nel settore edile con un mio fratello. Per una serie di illeciti che potremmo definire amministrazione finanziaria disinvolta sono stato arrestato è condotto al carcere di San Vittore nel marzo del 2009, un carcere pessimo che non auguro a nessuno, ambiente stretto, fatiscente, umido, eravamo in 9 detenuti in 16 metri quadrati sono stato poi trasferito al carcere di Opera per oltre 3 anni e poi ho finito di scontare la mia condanna al carcere di Bollate.
L'esperienza carceraria ti ha cambiato come uomo? In che modo?
Ci sono persone che fanno 20 anni di carcere e non cambiano di una virgola e poi ci sono uomini a cui basta un attimo in galera per capire che è meglio non finirci più in queste situazioni, ci si rende conto delle stupidaggini che si sono compiute nella vita.
Vittorio oltre che attore sei uno dei drammaturghi che ha scritto l'impianto dello spettacolo che vedremo il 16 dicembre "Noi guerra! Le meraviglie del nulla" hai sempre scritto?
Io penso che ognuno di noi ha dentro alcuni talenti a livello embrionale. Entrato in carcere ricordavo spesso quando da bambino andavo a giocare a pallone con le michette in tasca e mangiavo anche le briciole, ecco io in carcere mi sono nutrito di quei ricordi lì, di quelle briciole. Ogni tanto da ragazzo scrivevo qualcosa, mi è sempre piaciuto scrivere e leggere, il seme di questa passione esisteva da sempre anche se non aveva avuto l'opportunità di germogliare. Poi in carcere ho iniziato a frequentare un laboratorio di poesia, e a seguire quello di teatro, una cosa che avrei sempre desiderato fare sin da bambino, ma che fino al mio ingresso in carcere non avevo avuto l'opportunità di coltivare.
Ivana Trettel mi ha visto ed ho iniziato recitare, mi sembrava naturale interpretare emozioni e sentimenti sul palco è stata una bellissima esperienza che poi ho capitalizzato anche nel mio lavoro infatti una volta terminata la detenzione carceraria sono andato a lavorare come operatore in una RSA con anziani affetti da Alzheimer e malattie neurodegenerative e li utilizzando le parole senza significato ma accompagnandole da suoni, versi, movimenti grazie alla capacità espressiva che avevo acquisito con la compagnia teatrale riuscivo ad entrare in sintonia attraverso una comunicazione non ortodossa, ma creativa. Ho continuato la mia collaborazione con il carcere in seno al progetto "Stai all'occhio" per sensibilizzare i ragazzi delle scuole sull'importanza della legalità, i ragazzi si confrontano con noi che abbiamo vissuto la forte esperienza del carcere, fanno tante domande, sono curiosi.
Con "Opera Liquida", la compagnia teatrale del carcere di Opera, ho poi proseguito un rapporto di collaborazione lavorativa, oltre ad essere attore e drammaturgo per la compagnia mi occupo di seguirla da un punto di vista burocratico amministrativo facciamo parte del terzo settore e abbiamo in essere diversi progetti con finanziamenti sia regionali che nazionali che europei.
Quante persone tra detenuti e persone non più detenute sono coinvolte nel progetto teatrale del carcere di Opera?
Attualmente nel progetto "Per aspera ad astra" sostenuto da Acri, associazione casse di risparmio, che riunisce alcune delle maggiori carceri d'Italia e associazioni che lavorano nelle carceri ci siamo noi per Milano poi c'è a Volterra Armando Punzo con la sua associazione teatrale, poi ci sono Catania, Palermo insomma siamo in tanti. Al laboratorio teatrale di Opera attualmente sono iscritti una dozzina di detenuti interni al carcere, a fianco del laboratorio teatrale abbiamo anche un laboratorio di costumi teatrali ed uno di scenografia e audio-video in totale una ventina di persone tutte detenute distribuite su queste tre attività oltre a collaboratori esterni che entrano due o tre volte a settimana per le prove.
Oltre alla sua esperienza personale ritieni che ci sia in ogni caso un beneficio per gli altri detenuti in termini di capacità di gestire la propria detenzione grazie a questo laboratorio teatrale?
Assolutamente sì, i laboratori teatrali sono benefici per tutti. Il vantaggio è duplice: fare qualcosa di bello e poi attraverso l'esperienza del teatro del carcere si può iniziare a intravedere un po' prima la libertà, non nel senso che si esca prima dalla prigione, ma si può uscire come capitato anche a me che durante la detenzione ho partecipato ad una manifestazione letteraria e si può uscire anche per fare degli spettacoli e queste piccole cose sono molto molto importanti per i detenuti che sono in detenzione magari da un decennio è un beneficio impagabile.
A questo punto non vediamo l'ora di poter assistere al vostro spettacolo del 16 dicembre dal titolo "Noi guerra le meraviglie del nulla" avrete poi la possibilità di fare delle repliche in seguito Faremo lo spettacolo il 16 dicembre e ricordiamo che poter per poter accedere alla casa di reclusione in occasione dello spettacolo è necessario inviare una richiesta entro le 8:30 del 13 dicembre seguendo le istruzioni sul sito www.operaliquida.org poi sicuramente cercheremo di fare delle repliche ad inizio del nuovo anno anche se siamo in un periodo in cui organizzare molto difficile.
Saluto Vittorio Mantovani, poeta attore e drammaturgo che ci lascia con i versi tratti dalla sua poesia Proteggimi: "Eccomi vestito solo di vita autentica un libro settanta volte letto prigioniero di un'anima pura non voglio un cuore nuovo dammi mille cuori pulsanti dammi mille occhi che fissano il sole per scrutare le profondità delle tenebre".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 9 dicembre 2021
Bastano alcuni frammenti, riconoscibili nei presepi costruiti da detenuti del carcere di Milano Opera con i resti delle imbarcazioni che portavano migranti, a far comprendere il valore simbolico dell'iniziativa realizzata nella casa di reclusione milanese. Il manto della Madonna è ricavato dalla vernice azzurra di uno scafo, il tetto della capanna è coperto di brandelli di reti e le travi conservano tracce dei colori che rallegravano un barcone, molto tempo prima che divenisse un relitto.
Si tratta di piccole Natività, composte dai personaggi essenziali, figurine stilizzate che evocano semplicità e tenerezza perché "per amare questo tipo di presepi bisogna conservare uno sguardo da bambini" spiega Francesco Tuccio, il falegname di Lampedusa che con i rottami del grande naufragio del 2009 realizzò una croce poi donata a Papa Ratzinger. Da allora l'artigiano continua a raccogliere personalmente sulla spiaggia dell'isola i materiali riconsegnati dal mare e a trarne oggetti che espone in mostre ed eventi. Tuccio si è recato a Milano per introdurre i detenuti all'arte di restituire significato a quelli che non sono solo rifiuti corrosi dalla salsedine. "Sono legni - dice il direttore del carcere Silvio Di Gregorio - che hanno assistito alla morte di tante persone. Attraverso la trasformazione in Natività, da parte di chi in questo momento sta portando una croce, certamente meritata perché se si trova in carcere vuol dire che ha commesso un reato, trasmettono un messaggio di speranza".
L'iniziativa si deve alla fondazione "Casa dello spirito e delle arti", che all'interno della stessa casa di reclusione finanzia i laboratori per la costruzione di violini e per la produzione di ostie.
Il primo dei presepi realizzato è stato donato a Papa Francesco, che ha ringraziato in un video i detenuti e la Fondazione che li ha messi all'opera. Il ricavato della vendita delle Natività andrà a sostegno di famiglie bisognose. "E' un'iniziativa che ricorda che il reato e le sue conseguenze, sempre disastrose per la vittima e il carnefice, possono non rendere vana l'offesa cagionata a condizione che la pena sia occasione di cambiamento radicale e riscatto del reo - commenta Silvio Di Gregorio - Per questo sarebbe auspicabile che il Ministero dell'Interno possa mettere a disposizione due o tre barconi sequestrati a Lampedusa per proseguire, anche presso altri istituti, la costruzione di altri 'oggetti' della speranza così carichi di simbolismo".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 9 dicembre 2021
Lo studente egiziano libero in attesa dell'udienza del prossimo primo febbraio. Festa a Mansoura e in Italia. I legali chiedono i video dell'arresto al Cairo. Ma l'Egitto nega di averlo preso in aeroporto. Patrick è sull'asfalto. Alle 15 di ieri, le 14 in Italia, lo studente egiziano dell'Università di Bologna è uscito dal commissariato di Mansoura. Pratiche chiuse, impronte digitali prese, è apparso in strada vestito ancora con la tuta bianca dei prigionieri. A poco più di 24 ore dalla decisione del tribunale per i reati contro la sicurezza di Mansoura, sua città natale sul Delta del Nilo, Patrick Zaki ha potuto riabbracciare la sua famiglia. Pochi minuti e quelle immagini hanno fatto il giro dei social network.
La felicità incontenibile della sorella Marise, della fidanzata, della madre, abbracci trattenuti troppo a lungo, sorrisi quasi increduli. Nelle stesse ore a Roma, vicino alla sede dell'ambasciata egiziana in Italia appariva un nuovo murale della street artist Laika: simile a quello di 22 mesi fa, quando Patrick fu arrestato all'aeroporto del Cairo di ritorno da Bologna, c'è Giulio Regeni che lo abbraccia. "Ci siamo quasi", gli dice il ricercatore italiano ucciso nel 2016. "Stringimi ancora", gli risponde Patrick.
Poco dopo nella sua casa di Mansoura è ricomparso davanti ai giornalisti italiani presenti con un maglione nero, ma ha avuto il tempo di pubblicare una sua foto sorridente con indosso la maglietta dell'Università di Bologna, fattagli arrivare dall'ateneo. "Voglio essere in Italia il prima possibile, appena potrò andrò direttamente a Bologna, la mia città, la mia gente, la mia università", ha detto all'Ansa. A Marta Serafini del Corriere della Sera dice: "Grazie a tutti gli italiani: a chi mi ha sostenuto e a chi magari non lo ha fatto attivamente, ma sapeva della mia vicenda: ho apprezzato tutti i segnali che mi sono arrivati".
Si festeggia anche in Italia, dal team del Bologna che lo aspetta "presto al Dall'Ara" al rettore dell'ateneo Giovanni Molari: "Il suo posto è qui, nella nostra comunità, assieme ai suoi compagni e ai docenti che non vedono l'ora di riabbracciarlo". Con la consapevolezza che non è ancora finita. Patrick è a piede libero ma il fascicolo aperto dalla Procura per la sicurezza dello Stato non è affatto chiuso. Restano le accuse per diffusione di notizie false (reato politico, punito con pene carcerarie fino a cinque anni) e il processo continua. Prossima udienza il primo febbraio 2022.
Un paio di mesi, dunque, a disposizione del team di legali guidato dall'avvocata Hoda Nasrallah per visionare gli atti richiesti martedì al tribunale monocratico: il fascicolo redatto dalla Procura, i verbali della Nsa (la National Security, lo stesso potentissimo organo al centro dell'inchiesta della Procura di Roma per il rapimento, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni) e i video delle telecamere di sorveglianza dello scalo internazionale del Cairo. È qui, il 7 febbraio 2020, che Patrick è stato arrestato, ma le autorità egiziane continuano a negare. Sostengono di averlo detenuto a Mansoura, la sua città, due giorni dopo, affermazione utile a negare la detenzione illegale e gli abusi.
Lo ricordava ieri Human Rights Watch: "È una vittoria dal sapore amaro - ha commentato Amr Magdi, ricercatore egiziano di Hrw - Ha già trascorso quasi due anni in ingiusta detenzione e terribili condizioni, comprese le torture subite dalla Nsa quando è stato arrestato". E ora il timore è che il regime del Cairo usi la scarcerazione per ridurre un po' la pressione internazionale "su casi di alto profilo": "Non cambia nulla" nel trattamento dei prigionieri politici e dei critici del regime, conclude Magdi. La battaglia egiziana per i diritti non si ferma.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 9 dicembre 2021
S'intitola "Il libro sulle detenzioni ingiuste" (Baldini e Castoldi): tra il '91 e il 2020 sono stati circa 30 mila gli errori giudiziari. Il volume racconta nove casi. Un errore giudiziario è la conclusione sbagliata alla quale arriva un procedimento, generalmente viene definita così la condanna di un innocente, ma la stessa cosa vale anche per l'assoluzione di un colpevole. Un'ingiusta detenzione, invece, è la carcerazione subita da una persona che viene poi assolta definitivamente durante il processo. Sono nove casi di questi due generi che, con tutta la drammaticità delle conseguenze per chi ne è stato vittima, il giornalista Stefano Zurlo documenta ne Il libro sulle detenzioni ingiuste.
Nei tre decenni tra il 1991 e il 2020 sono state circa 30 mila le persone che sono finite in cella e poi sono state assolte o prosciolte, scrive Zurlo. Un migliaio di casi l'anno per le centinaia di migliaia di processi penali che ogni 12 mesi si celebrano nelle aule di giustizia italiane, ma anche se per fortuna il dato non è percentualmente rilevantissimo, non per questo è meno allarmante. Perché ciascun caso, con tutto il carico di dolore e traumi per chi viene coinvolto, rappresenta una sconfitta della giustizia. Che molto spesso è da addebitare alla sciatteria e alla negligenza colpevoli di chi ha il compito di svolgere le indagini, di chi ha quello di giudicare e, talvolta, anche di chi dovrebbe difendere l'imputato.
Per questo l'ex procuratore della Repubblica di Venezia Carlo Nordio nella prefazione consiglia la lettura ad un ipotetico uomo che veste la toga affinché possa "riflettere sugli sbagli dei colleghi, se proprio non si riesce a riconoscere i propri", ed "evitare danni irreparabili a suoi simili".
Da vero cronista, Zurlo va a fondo di ciascun caso attraverso gli elementi emersi nelle indagini o nei dibattimenti e, quando ci sono, nei processi di revisione delle sentenze sbagliate. Non si ferma agli atti, dà anche la parola ai protagonisti. Se proprio si vuole cercare una consolazione in questa desolazione la si può trovare nel fatto che tutte le vicende si sono risolte, seppure troppo spesso dopo molti anni, grazie al lavoro di avvocati e magistrati che hanno saputo correggere gli errori propri o dei colleghi. Una giustizia che tutto sommato ha funzionato. I processi si fanno apposta per valutare le prove a carico o a discarico, per condannare quando ci sono gli elementi e assolvere non solo quando l'estraneità dell'imputato è evidente, ma soprattutto, come vuole la civiltà giuridica, quando gli elementi a carico dell'imputato non sono sufficienti.
Il vero problema, come emerge chiaramente dal libro di Zurlo, è l'enorme, devastante, colpevole ritardo con cui la giustizia italiana corregge, quando lo fa, i propri errori. Come nell'ultimo caso raccontato dal giornalista, in cui la correzione è arrivata addirittura dopo che il condannato aveva scontato da innocente più di 22 anni di carcere ed era già fuori in libertà condizionale. Alcune vicende sono poco note, altre di più. Come quella che riguarda Jonella Ligresti che, arrestata nel 2013 nell'inchiesta Fonsai, ha trascorso quattro mesi in carcere e otto ai domiciliari prima di essere scagionata. Tutte, c'è da giurarlo, restano perennemente impresse anche nell'animo di chi veste la toga.
di Elisabetta Colla
noidonne.org, 9 dicembre 2021
Tra le tante iniziative, l'incontro tra lo scrittore Gianrico Carofiglio, l'attore ed ex detenuto Salvatore Striano ed i ragazzi ospiti degli Istituti Penali per i Minorenni, in collegamento audio, sul tema dei libri e della libertà. La Fiera nazionale della Piccola e Media Editoria, "Più libri, più liberi", ospitata a Roma dal 4 all'8 dicembre nella bella cornice della Nuvola di Fuksas, compie 20 anni. Un anniversario importante per una Fiera che ogni anno di più si pone come autorevole momento culturale della Capitale, raccogliendo un ampio pubblico di tutte le età, anche per l'ampio ventaglio di offerte editoriali che propone.
Un evento di eccezione, fra i tanti pure interessanti che si sono susseguiti, è la 'Cerimonia di consegna dei libri donati dagli ospiti della Fiera', preceduto da un bellissimo incontro fra i giovani detenuti di alcuni (Acireale, Caltanissetta, Bari, Napoli, Bologna) fra i 17 Istituti Penali per i Minorenni della Giustizia Minorile e di Comunità italiani, collegati in streaming dalla Fiera, con lo scrittore Gianrico Carofiglio e l'attore ed ex detenuto Salvatore Striano, momento di grande importanza per l'abbattimento dei muri, reali e metaforici, tra la cittadinanza e i ragazzi del carcere minorile.
Il tema di partenza 'qual è il libro che è stato fondamentale nella tua vita' è stato affrontato alla luce del concetto di libertà. I ragazzi degli Ipm hanno scritto e riportato le loro riflessioni sul significato di libertà e lo scambio umano e culturale è risultato profondo, convincente ed emozionante.
A ritirare simbolicamente i libri che verranno consegnati ai ragazzi, alla presenza di numerosi Direttori degli Istituti Penali, è intervenuta Gemma Tuccillo, Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità (Ministero della Giustizia) che, insieme a Cira Stefanelli, dirigente dell'area trattamentale del Dgmc ed a Daniela de Robert, Garante dei detenuti privati della libertà (ed anche portavoce del progetto sulla scuola in carcere di Rai per il sociale), hanno fortemente voluto la realizzazione di questa iniziativa. L'incontro è stato moderato dalla giornalista Alessandra Sardoni.
Il libro scelto da Gianrico Carofiglio, come libro che lo ha 'liberato' è stato Zanna bianca di Jack London. "La lettura è una procedura interminata e interminabile di progressive liberazioni - ha affermato lo scrittore - di cambiamenti di dimensione, che ci aiuta a vedere mondi e a vedere le cose con occhi diversi, con occhi nuovi (come dice Proust a proposito del viaggio di scoperta). I libri sono tutte tappe della liberazione: quello che forse mi ha liberato più di tutti è stato Zanna Bianca di Jack London: ero un bambino piccolo con problemi e paure ma con quel libro ho scoperto la lettura come avventura, coraggio, paure, possibilità che le cose non finiscano bene sempre; la lettura come qualche cosa che, quando ci prende, fa perdere d'interesse a tutto il resto e crea una sospensione temporale rispetto alla quale nient'altro conta. Il processo di liberazione è soprattutto un processo interiore, che ha a che fare col riconoscimento di sé stessi nell'attività che si compie, nel sentirla come propria e provare un forte senso di appartenenza. Il concetto di libertà va collocato in un orizzonte sociale, di regole, non esiste la nostra libertà senza quella degli altri".
Salvatore Striano, nel raccontare come il teatro e la lettura lo abbiano fatto riemergere da una situazione di profonda solitudine e depressione in carcere, ha indicato come "libro che lo ha liberato" La Tempesta di Shakespeare. "Una notte un mio compagno di carcere mi ha portato questo libro e mi ha detto 'domani vieni al laboratorio': mi sono messo a leggerlo e dentro c'era tutto: la vendetta, il perdono, la libertà, tutti temi con cui noi detenuti dovevamo confrontarci. La letteratura mi ha fatto passare dalle pagine della cronaca a quelle dello spettacolo. La libertà è come il vento, va e viene, a volte la dobbiamo andare a raggiungere, ora i ragazzi che sono dentro si stanno responsabilizzando. Bisogna aprire le porte del carcere alla cittadinanza, azzerare i giudizi, avere l'onestà di guardare chi fa il carcere come persone, specie i giovani. Sono persone che meritano rispetto, bisogna portarli nelle scuole, nelle fabbriche, nei teatri per far loro capire cosa altro c'è fuori. Il mio saluto lo faccio lasciandovi con l'anagramma della parola carcere, "cercare", che i ragazzi detenuti cerchino dentro di loro un modo per stare bene, ora che si trovano in 'officina', in carcere, devono sfruttare il tempo nel migliore dei modi, e cercare di uscire come persone migliori".
Intensi e fortemente umanizzanti per tutti i presenti, sono stati inevitabilmente, gli interventi dei ragazzi che, in audio collegamento, sono intervenuti raccontando la loro idea di 'libertà'.
"Libertà l'abbiamo pensata come ingresso libero, di tutti, come raccolta di parole che diventano storia, azione; la libertà come volare, sorvolare; libertà inizia come 'lib', Libia, luoghi da cui veniamo, spazi possibili da costruire, la libertà supera tutto, ci porta al di là del dolore...prima mi sentivo diverso non accettato, stavo coi ragazzi grandi, e credevo che libertà fosse fare quello che mi pareva...poi sono andato a chiedere soldi a tutti perché ero dipendente dalla droga finché mia madre non mi ha denunciato...libertà è poter utilizzare le nostre risorse al meglio, la possibilità di poterci fidare di noi stessi...la libertà, stando chiusi, è un percorso di liberazione interiore, meglio essere legato da catene invisibili, interne."
"Il mio pensiero sulla libertà oggi è cambiato, prima avevo lo sballo, gli amici del sabato sera, poi il carcere che mi ha dato speranza e salvato la vita, autorizzandomi a vedere me stesso in un modo diverso, immaginando di poter costruire il mio futuro. Anche Papa Francesco ci ha parlato della libertà come dare la vita, ricordando Padre Puglisi. Anche noi, con i miei compagni, piantiamo dei semi per osservare le cose con sguardo nuovo".
"La libertà cambia in base alle persone, togliendosi addosso l'etichetta del detenuto e mettendosi i panni del lavoratore. La libertà la comprendi principalmente quando la perdi, è essere anelante a qualcosa di speciale, la libertà è vita".
di Raffaella Scuderi
La Repubblica, 9 dicembre 2021
Un rapporto di 82 pagine di Reporter senza frontiere denuncia l'oppressione cinese sulla stampa. "Il grande balzo all'indietro del giornalismo in Cina" è il titolo del rapporto di 82 pagine pubblicato martedì da Reporter senza Frontiere (Rsf), che documenta l'accelerazione senza precedenti della campagna di repressione di Pechino contro il diritto all'informazione.
Nello specifico, il rapporto esamina gli strumenti di silenziamento del regime contro i giornalisti e il deterioramento della libertà di stampa a Hong Kong, un tempo modello di libertà e ora con un numero crescente di giornalisti arrestati in nome della sicurezza nazionale. La Ong descrive anche la strategia di Pechino per controllare l'accesso alle informazioni sia all'interno che all'esterno dei suoi confini.
"Se la Cina continua la sua frenetica corsa all'indietro, i cittadini cinesi potrebbero perdere la speranza di vedere un giorno instaurata la libertà di stampa nel loro Paese e il regime potrebbe riuscire a imporre il suo anti-modello a livello nazionale e all'estero", ha affermato il segretario generale della Rsf, Christophe Deloire, che invita le democrazie a "individuare tutte le strategie adeguate per dissuadere Pechino dal perseguire le sue politiche repressive". Ecco i dieci punti chiave del rapporto a conferma del giro di vite della Cina sui giornalisti.
Giornalisti costretti a farsi portavoce del Partito - Per ricevere e rinnovare le proprie tessere stampa, i giornalisti dovranno presto seguire una formazione annuale di 90 ore incentrata in parte sul "Pensiero" di Xi Jinping. Sono già tenuti a scaricare l'applicazione di propaganda 'Studio Xi, Rafforza il Paese', piattaforma che è in grado di raccogliere i dati personali.
Il più grande sequestratore al mondo di giornalisti - Almeno 127 giornalisti (professionisti e non) sono attualmente detenuti da Pechino. Anche solo indagare su un argomento "sensibile" o pubblicare informazioni classificate può comportare anni di detenzione in carceri dove i maltrattamenti portano anche alla morte.
Corrispondenti stranieri non benvenuti - L'intimidazione della Cina nei confronti dei giornalisti stranieri, basata sulla sorveglianza e sul ricatto dei visti, ne ha costretti 18 a lasciare il Paese nel 2020. Gui Minhai, Yang Hengjun e Cheng Lei, tre reporter stranieri di origine cinese, sono ora detenuti con l'accusa di spionaggio.
Covid-19, la scusa del regime per aumentare la repressione - Almeno dieci giornalisti e commentatori online sono stati arrestati nel 2020 per avere informato il pubblico sulla crisi del Covid-19 a Wuhan. Ad oggi, due di loro, Zhang Zhan e Fang Bin, sono ancora detenuti.
Silenziamento dei media nello Xinjiang - Dal 2016, in nome della "lotta al terrorismo", Pechino conduce una violenta campagna contro gli uiguri. Attualmente in carcere ci sono 71 giornalisti uiguri, una cifra che rappresenta la metà dei reporter detenuti in Cina.
Proliferazione delle "linee rosse" - Il numero di argomenti tabù continua ad aumentare. Non solo quelli ritenuti "sensibili" (Tibet, Taiwan o la corruzione) ma anche i disastri naturali, il movimento #MeToo e il riconoscimento degli operatori sanitari durante la crisi pandemica.
I giornalisti di Hong Kong in pericolo dopo la Legge sulla Sicurezza - La legge sulla sicurezza nazionale, imposta lo scorso anno a Hong Kong dalla Cina, è servita come pretesto per l'arresto di almeno 12 giornalisti e difensori della libertà di stampa, tra cui il fondatore di Apple Daily Jimmy Lai: tutti rischiano l'ergastolo.
La governatrice di Hong Kong, "pupazzo" di Pechino - Per compiacere il regime cinese, Carrie Lam, amministratore delegato di Hong Kong, ha chiuso l'ultimo media mainstream indipendente, Apple Daily, e sta censurando il gruppo di media pubblici Rthk (Radio Television Hong Kong).
La propaganda mondiale del media statale Cgtn - Il gruppo audiovisivo statale cinese Cgtn continua a trasmettere la propaganda del regime in tutto il mondo nonostante abbia perso la licenza nel Regno Unito nel 2021. La rete ha mandato in onda le confessioni forzate dell'editore Gui Minhai e dell'ex giornalista Peter Humphrey.
Le ambasciate usate come strumento contro la libertà dell'informazione - Anche le missioni diplomatiche cinesi sono fonte di pressione contro la libertà di stampa nelle democrazie. Famoso per le sue diatribe contro i media, l'ambasciatore cinese a Parigi, Lu Shaye, che insulta e attacca regolarmente i giornalisti indipendenti.
La Repubblica Popolare Cinese si colloca al 177° posto su 180 nell' Indice della libertà di stampa, la classifica annuale di nazioni compilata e pubblicata da Rsf, solo due posizioni sopra la Corea del Nord. La regione amministrativa speciale di Hong Kong, un tempo baluardo della libertà di stampa, è scivolata dal 18° posto all'80° nel 2021.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 9 dicembre 2021
Intervista a Zaki, scarcerato dopo 22 mesi: "In cella leggevo quel che potevo, il mio libro preferito è "L'amica geniale". E scrivevo, quando mi era permesso. Vorrei pubblicare i miei diari. In carcere una delle cose che ti fa più soffrire è il pensiero del dolore che provochi a chi ti vuol bene. Ora vorrei andare a Napoli. E conoscere Liliana Segre".
"Sono ancora un po' confuso, tutto sta andando velocemente. Ma ora sono felice, sono qui con la mia famiglia, con tutte le persone che amo. Tutto qui". Non indossa più la tuta bianca dei detenuti in attesa di giudizio, Patrick Zaki. È seduto nel salotto della sua casa di infanzia a Mansoura. Alle sue spalle un arazzo di spugna che raffigura Cristo. È il più calmo di tutti, nella stanza. Intorno a lui, il magico "dream team" di donne. La sorella Marise, la fidanzata, un'amica, mamma Hala che, dopo 22 mesi di lontananza, angoscia e paura, ora non lo perdono di vista un attimo. C'erano loro ad aspettarlo fuori dal commissariato di polizia di Mansoura da cui è stato rilasciato ieri dopo 670 giorni di detenzione. E ci sono loro mentre Patrick entra nell'appartamento dove è cresciuto e sull'auto verso il Cairo.
In salotto, intanto, papà George non smette di sorridere un attimo. Zaki ha cambiato montatura di occhiali ("l'altra l'ho persa durante un trasferimento da una cella all'altra"). La barba è lunga, il sorriso quello delle fotografie di prima dell'arresto. Sotto il maglione scuro, la maglietta dell'Università di Bologna. Poi i jeans preferiti. I palmi delle mani, neri al momento del rilascio, ora sono puliti. Intorno, la cagnetta Julie scodinzola felice.
Patrick, innanzitutto ben trovato. Quando hai capito che stavi per tornare libero?
"Non mi hanno annunciato che sarei stato rilasciato. All'improvviso mi hanno portato al commissariato, e hanno iniziato a prendermi le impronte. Non capivo cosa stesse succedendo, non c'erano segnali che mi stessero per scarcerare. Ero confuso. Non posso dire tutti i dettagli e preferisco non parlare delle condizioni di detenzione. Ma poi ho capito che c'era una speranza. È la speranza, sai, la cosa più difficile da tenere in vita quando ti tolgono la libertà".
Hai abbracciato prima tua mamma, poi la tua fidanzata e infine tua sorella Marise. Qual è stata la prima cosa che hai detto a questo gruppo di donne che lotta per te da 22 mesi, insieme a tuo padre e tutto lo staff della Eipr?
"Ho detto grazie. E poi "Temam": va tutto bene". Patrick ride, si interrompe.
La frase che hai sempre ripetuto a tua madre fin da quando lei stava in angoscia nel 2011 ai tempi della rivoluzione e tu ti eri trasferito a vivere al Cairo...
"Già. Una delle cose che più ti fa soffrire quando sei in carcere è il pensiero del dolore che provochi alle persone cui vuoi bene. Io devo solo dire grazie, grazie all'Italia per essere stata vicina a me e alla mia famiglia. Grazie a tutti quelli che hanno tenuto accesa la luce. E l'elenco è lunghissimo".
Abbiamo tempo, ora...
"Gli amici in ogni parte del mondo, che si sono dati da fare per me. Ma anche la vostra delegazione diplomatica che è venuta alle udienze. Poi l'università di Bologna. Tutti i compagni di master, ma in particolare c'è una persona".
Chi è?
"La professoressa Rita Monticelli. È la mia mentore al master Gemma a Bologna (quando Patrick è stato arrestato nel 2020 stava frequentando il primo semestre). Una persona che mi ha trattato come un figlio. E non mi ha trasmesso solo conoscenza ma anche valori. L'empatia, il rispetto. E l'ascolto. E poi mia sorella Marise. Ma sicuramente così faccio arrabbiare qualcuno, mi fermo qui".
L'Italia si è adoperata per il tuo rilascio a più livelli. Il premier Mario Draghi ha seguito costantemente il tuo caso. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ti ha dedicato un abbraccio pubblico. L'ambasciatore Quaroni ti ha chiamato al telefono...
"Vedere in aula i vostri rappresentanti diplomatici durante le udienze mi ha dato forza. E sono sicuro che ci sono decine e decine di altre persone cui dovrò stringere la mano".
Anche la società civile ha avuto un ruolo fondamentale. "Aspettavamo di vedere quell'abbraccio da 22 mesi", ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
"Non dimenticherò mai tutte le volte in cui durante le visite mi venivano raccontato delle manifestazioni, delle piazze. E di tutte le iniziative organizzate per chiedere il mio rilascio in questi quasi due anni".
La senatrice Liliana Segre ha votato per la richiesta di cittadinanza dicendo di essere in Aula idealmente come tua nonna, come persona che sa cosa vuole dire stare chiusa dentro stanza da cui non si può uscire. Vuoi dirle qualcosa?
"Mi ha riempito di orgoglio sapere che una persona del suo livello e della sua statura morale si sia interessata a me. Voglio conoscerla. Assolutamente. Spero che questo avvenga quanto prima".
Patrick ora sei libero ma le accuse a tuo carico non sono cadute. Il giudice ha fissato un'udienza all'inizio di febbraio come dice la tua legale Hoda Nasrallah. Pensi di poter tornare in Italia un giorno?
"Spero, ovviamente, che questo avvenga presto. Non so se ci sia un'interdizione per viaggiare all'estero. Per ora so che posso tornare al Cairo".
Dalle tue lettere traspariva grande dolore per il master in studi di parità di genere dell'Università di Bologna che non hai potuto finire. Lo riprenderai?
"Spero davvero presto. Il prima possibile. Non vedo l'ora di poter riabbracciare i miei compagni, i miei professori. E c'è un posto dove vorrei andare prima o poi, in Italia".
Qual è?
"Napoli. Non ci sono mai stato. La mia bisnonna Adel veniva da Napoli. Non parlo così bene l'italiano, ma l'accento di quella parte del Paese mi ha sempre affascinato. Amo molto gli autori napoletani".
Hai potuto leggere in carcere?
"Sì. Dostoevskij, Saramago. E poi L'amica geniale di Elena Ferrante. Il mio preferito, forse. I libri dell'Università invece erano più complicati da avere. Ho provato anche a scrivere qualche volta ma non sempre mi era permesso tenere il blocco".
Già, scrivere... Ti piace?
"Permette di rielaborare, di processare l'accaduto. Una persona a me vicino mi ha insegnato questo". Alza lo sguardo Patrick, e in cambio gli arriva un sorriso di rimando indietro. Ma in quegli occhi c'è anche un rimprovero, dolce. Basta parlare con gli altri. Prenditi il tuo tempo, Patrick. Ricordati cosa ti hanno fatto, sembrano dire quegli occhi.
Dal Corriere il 20 novembre scorso hai ricevuto un premio che speriamo di poterti consegnare molto presto di persona, il premio alla memoria di Maria Grazia Cutuli, l'inviata uccisa in Afghanistan nel 2001...
"Sì, mia sorella mi ha detto. Maria Grazia... questo premio significa tanto per me. Non lo merito, ci sono eroi là fuori che combattono, in Egitto, più di me, molto più di me. Ma è un premio per cui ringrazio di cuore, Maria Grazia è molto molto importante per me, e questo riconoscimento rappresenta un grande sostegno che ho ricevuto dal Corriere, come istituzione. E presto spero di scrivere i miei diari, quello che ho passato, sul Corriere. Aspettatemi!".
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