di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2021
Il Cdm dell'8 luglio ha approvato all'unanimità gli emendamenti governativi al Ddl delega sul processo penale (A.C. 2435) proposti dal Ministro della giustizia, Marta Cartabia, per ridurre i tempi e dare maggiore efficienza ai tribunali. Il Consiglio dei Ministri dell'8 luglio ha approvato all'unanimità gli emendamenti governativi al disegno di legge recante "delega al Governo per l'efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti d'appello" (A.C. 2435) proposti dalla Ministra della giustizia, Marta Cartabia.
Molte le novità a partire dal cambio di passo sulla prescrizione che ha tenuto in scacco la riforma per diverse settimane a cause delle diverse visioni presenti in maggioranza. Nell'illustrare il testo, a quanto si apprende da fonti governative, la Ministra Cartabia, ha detto: "Lo sforzo della riforma è stato dare un'immagine del processo penale, in cui tutti potessero riconoscersi". Oltre ai nuovi 'tempi' in materia di prescrizione, gli emendamenti prevedono: criteri trasparenti per l'esercizio dell'azione penale, regole per le impugnazioni, misure alternative, digitalizzazione. Le novità dunque riguardano molti aspetti del processo, ed hanno l'obiettivo di ridurre i tempi e assicurare maggiore efficienza, condizioni per l'accesso ai fondi del Recovery.
Prescrizione - Viene confermata l'attuale disciplina, che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado (sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione). Inoltre, si stabilisce una durata massima di due anni per i processi d'appello e di un anno per quelli di Cassazione. È prevista la possibilità di una ulteriore proroga di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione per processi complessi relativi a reati gravi (per esempio associazione a delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, violenza sessuale, corruzione, concussione). Decorsi tali termini, interviene l'improcedibilità. Sono esclusi i reati imprescrittibili (puniti con ergastolo). Inoltre a quanto si legge dai commi 2 e 3 dell'articolo 14 bis, la nuova disciplina sulla prescrizione e la durata del processo, si applica ai reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, data di entrata in vigore della legge Bonafede. Quindi, non a tutti i processi per fatti avvenuti prima. (2. Le disposizioni del presente articolo si applicano ai soli procedimenti di impugnazione che hanno ad oggetto reati commessi a far data dal 1° gennaio 2020. 3. Per i procedimenti di cui al comma 2 nei quali, alla data di entrata in vigore della presente legge, siano già pervenuti al giudice dell'appello o alla Corte di cassazione gli atti trasmessi ai sensi dell'articolo 590 del codice di procedura penale, i termini massimi di durata del processo decorrono dalla data di entrata in vigore della presente legge).
Processo telematico - deposito atti e notificazioni. Si delega il Governo a rendere più efficiente e spedita la giustizia penale attraverso la digitalizzazione e le tecnologie informatiche. Si prevede tra l'altro che il deposito degli atti e le notifiche possano essere effettuate per via telematica, con notevole risparmio di tempo.
Indagini preliminari e udienza preliminare - Si stabilisce che il pubblico ministero possa chiedere il rinvio a giudizio dell'indagato solo quando gli elementi acquisiti consentono una "ragionevole previsione di condanna".
Termini di durata delle indagini e discovery - Si rimodulano i termini di durata massima delle indagini rispetto alla gravità del reato. Inoltre, alla scadenza del termine di durata massima delle indagini, fatte salve le esigenze specifiche di tutela del segreto investigativo, si prevede un meccanismo di discovery degli atti, a garanzia dell'indagato e della vittima, anche per evitare la prescrizione del reato associato a un intervento del giudice per le indagini per le indagini preliminari che in caso di stasi del procedimento.
Criteri di priorità - Gli uffici del pubblico ministero, per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, nell'ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento, dovranno individuare priorità trasparenti e predeterminate, da indicare nei progetti organizzativi delle Procure e da sottoporre all'approvazione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
Effetti dell'iscrizione della notizia di reato - In linea con il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, si prevede che la mera iscrizione del nominativo della persona nel registro delle notizie di reato non possa determinare effetti pregiudizievoli sul piano civile e amministrativo.
Udienza preliminare - Si limita la previsione dell'udienza preliminare a reati di particolare gravità e, parallelamente, si estendono le ipotesi di citazione diretta a giudizio. Il giudice dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna.
Appello - Si conferma in via generale la possibilità - tanto del pubblico ministero, quanto dell'imputato - di presentare appello contro le sentenze di condanna e proscioglimento. Si recepisce il principio giurisprudenziale dell'inammissibilità dell'appello per aspecificità dei motivi. Si prevedono limitate ipotesi di inappellabilità delle sentenze di primo grado, per esempio in caso di proscioglimento per reati puniti con pena pecuniaria e di condanna al lavoro di pubblica utilità.
Cassazione - Si introduce un nuovo mezzo di impugnazione straordinario davanti alla Cassazione, per dare esecuzione alle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo. Inoltre, si prevede la trattazione dei ricorsi con contradditorio scritto, salva la richiesta formulata dalle parti di discussione orale in pubblica udienza o camera di consiglio partecipata.
Procedimenti speciali:
a. patteggiamento - Si prevede che, quando la pena detentiva da applicare supera i due anni (c.d. patteggiamento allargato), l'accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene accessorie e alla loro durata, nonché alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare;
b. giudizio abbreviato - si prevede, tra l'altro, che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, nel caso di mancata proposizione di impugnazione da parte dell'imputato;
Giudizio ordinario - Mutamento del giudice o del collegio - si prevede che, nell'ipotesi di mutamento del giudice o di uno o più componenti del collegio, il giudice disponga, in caso di testimonianza acquisita con videoregistrazione, la riassunzione della prova solo quando lo ritenga necessario sulla base di specifiche esigenze.
Querela - Si delega il Governo ad estendere la procedibilità a querela a specifici reati contro la persona e contro il patrimonio con pena non superiore nel minimo a due anni, salva la procedibilità d'ufficio, se la vittima è incapace per età o infermità.
Pena pecuniaria - Si mira a razionalizzare e semplificare il procedimento di esecuzione delle pene pecuniarie; a rivedere, secondo criteri di equità, efficienza ed effettività, i meccanismi e la procedura di conversione della pena pecuniaria in caso di mancato pagamento per insolvenza o insolvibilità del condannato; a prevedere procedure amministrative efficaci, che assicurino l'effettiva riscossione e conversione della pena pecuniaria in caso di mancato pagamento.
Pene sostitutive delle pene detentive brevi - Si delega il Governo a effettuare una riforma organica della legge 689 del 1981, prevedendo l'applicazione, a titolo di pene sostitutive, del lavoro di pubblica utilità e di alcune misure alternative alla detenzione, attualmente di competenza del Tribunale di sorveglianza. Le nuove pene sostitutive (detenzione domiciliare, semilibertà, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria) saranno direttamente irrogabili dal giudice della cognizione, entro il limite di quattro anni di pena inflitta. È esclusa la sospensione condizionale. In questo modo, si garantisce maggiore effettività all'esecuzione della pena.
Particolare tenuità del fatto - Per evitare di celebrare processi per fatti bagatellari, si delega il Governo a estendere l'ambito di applicazione della causa di non punibilità, di cui all'articolo 131 bis del Codice penale, ai reati puniti con pena edittale non superiore nel minimo a due anni.
Sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato - Per valorizzare un istituto che ha avuto una felice applicazione nella prassi (22.271 applicazioni al giugno 2021), si delega il Governo a estendere l'ambito di applicazione dell'art. 168 bis c.p. a specifici reati, puniti con pena detentiva non superiore a 6 anni, che si prestino a percorsi di riparazione. Si prevede che la richiesta di messa alla prova dell'imputato possa essere proposta anche dal pubblico ministero. La messa alla prova comporta la prestazione di lavoro di pubblica utilità e la partecipazione a percorsi di giustizia riparativa.
Giustizia riparativa - Si delega il Governo a disciplinare in modo organico la giustizia riparativa, nel rispetto di una direttiva europea (2012/29/UE) e nell'interesse sia della vittima che dell'autore del reato. Si prevede l'accesso ai programmi di giustizia riparativa in ogni fase del procedimento, su base volontaria e con il consenso libero e informato della vittima e dell'autore e della positiva valutazione del giudice sull'utilità del programma in ambito penale. Si prevede la ritrattabilità del consenso, la confidenzialità delle dichiarazioni rese nel corso del programma di giustizia riparativa e la loro inutilizzabilità nel procedimento penale.
Disciplina sanzionatoria delle contravvenzioni - Si conferma quanto previsto dal disegno di legge 2435 in materia di estinzione per adempimento delle prescrizioni dell'autorità amministrativa.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 10 luglio 2021
La ministra: "Si dovevano correggere gli squilibri della legge Bonafede". Ministra Marta Cartabia, quanto è stato complicato trovare l'accordo sulla riforma della giustizia penale?
"Sono state settimane di continui colloqui. Il fatto però che il Consiglio dei ministri abbia approvato il progetto all'unanimità è stato un traguardo importante. Raggiunto nell'ultimo miglio, anche grazie alla determinata guida del premier che lo ha sostenuto con convinzione. Molti si erano detti increduli o scettici sulla possibilità che questo governo potesse farcela laddove altri erano caduti, compreso l'ultimo. La giustizia da anni è il tema più divisivo in Italia, e le forze politiche dell'attuale maggioranza hanno sensibilità opposte e molto infiammate. Che si sia riusciti ad approdare ad un testo condiviso e comunque incisivo rende il traguardo ancora più significativo".
Qual è stato il passaggio più complicato della trattativa?
"Indubbiamente la prescrizione, come era facile prevedere. Gradualmente, in questi mesi le diffidenze e le distanze tra cosiddetti giustizialisti e garantisti si sono accorciate. E questo testo riflette l'apporto di tutti. Le resistenze residue emerse nel Consiglio dei ministri sono nate da esigenze politiche, e non da considerazioni sul merito".
Ma proprio per questo, lei confida davvero che in Parlamento i partiti rispetteranno l'impegno di non darsi battaglia?
"Ripartiamo dai fatti. Il primo giorno di questo governo tutte, dico tutte le forze politiche di maggioranza, compreso il M5S, hanno sottoscritto un ordine del giorno impegnandosi a modificare la riforma del 2019 che peraltro era animata dal giusto obiettivo di limitare la prescrizione dei reati e dei processi, troppo frequente in Italia. Ma lo ha fatto con un intervento a detta di molti, e anche mio, sbilanciato: trascurando il diritto degli imputati alla ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale e di civiltà giuridica. È vero che il Greco, organo anticorruzione del Consiglio d'Europa, ha richiamato l'Italia per l'alto numero di prescrizioni, ma l'Italia è anche, e di gran lunga, il Paese col più alto numero di condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo per violazione della ragionevole durata del processo: 1.202 dal 1959 ad oggi; al secondo posto c'è la Turchia, doppiata, con 608. Su temi così importanti e complessi, bisogna avere l'onestà intellettuale di leggere i dati nell'insieme. Quanto alla lealtà futura, le forze politiche conoscono bene gli impegni presi con l'Europa e le scadenze. Mi auguro che il senso di responsabilità dimostrato da tutti i ministri prevalga su ogni altra considerazione, nell'interesse del Paese".
L'ex premier Giuseppe Conte e l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede hanno criticato aspramente la sua soluzione, e diversi parlamentari grillini annunciano battaglia...
"La riforma conserva l'impianto della prescrizione in primo grado della legge Bonafede: chi l'aveva allora proposta potrebbe ritenersi soddisfatto. È stato confermato il valore di quell'intervento per arginare il fenomeno delle troppe prescrizioni; un processo che finisce nel nulla è davvero un fallimento dello Stato, su questo io sono la prima ad essere d'accordo, come ben sa Alfonso Bonafede che in queste settimane ha avuto un'interlocuzione costante con il ministero. Tuttavia non si poteva evitare di correggere gli effetti problematici di quella riforma. Per questo abbiamo stabilito tempi certi e predeterminati per la conclusione dei giudizi di appello e Cassazione. Giudizi lunghi recano un duplice danno: frustrano la domanda di giustizia delle vittime e ledono le garanzie degli imputati. La riforma proposta vuole rimediare ad entrambi questi problemi. Non è un banale compromesso politico, è ispirata al bilanciamento tra quelle due esigenze: fare giustizia, nel rispetto delle garanzie. Questo è ciò che ci chiede la Costituzione: bilanciamento fra principi, proporzionalità tra valori, equilibro tra esigenze in conflitto. E quando si parla di giustizia ritengo che l'equilibrio sia una virtù, non un demerito".
Qualcuno ha già paventato rischio per il processo per la strage del ponte Morandi...
"Non c'è ragione di preoccuparsi. Intanto questa disciplina si applicherà per reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, gli stessi a cui si applica l'attuale legge sulla prescrizione. Ma soprattutto, la riforma prevede che i processi per reati gravi e complessi abbiano garanzie e tempi più lunghi per celebrare ogni grado, con la possibilità di proroghe. E sa a Genova in quanto tempo si celebrano, mediamente, in appello i processi? Meno di due anni. A Roma, l'appello di un caso complesso come "Mafia capitale" è stato celebrato in poco più di un anno. La Cassazione ha impiegato meno di un anno per la pronuncia sulla strage di Viareggio".
Con la dichiarazione di improcedibilità, però, il problema dell'impunità resta...
"Uno dei principi in cui più credo è che dopo un reato occorre sempre una "parola di giustizia". Ed è per questo che anche dopo 40 anni ho lavorato per ottenere dalla Francia il via libera alle procedure per le estradizioni degli ex terroristi rossi, macchiatisi di reati gravissimi. Qui non si tratta di concedere l'impunità a nessuno, bensì di fare in modo che in tutta Italia i processi arrivino a quella parola di giustizia in tempi certi. Perché se a Milano a Palermo questo è già realtà, non dovrebbe esserlo anche altrove? Ogni imputato ha il diritto di sapere se è colpevole o innocente in tempi ragionevoli. Come la vittima e i suoi familiari devono avere quelle risposte in tempi altrettanto brevi".
Ma come si può pensare che superare due o anche tre anni per un processo d'appello non diventi un obiettivo per imputati e avvocati, come accadeva con la prescrizione?
"No, non è possibile. Abbiamo pensato anche a questo, introducendo sospensioni che bloccano la clessidra; ad esempio nei casi di legittimo impedimento. L'improcedibilità non può essere un escamotage per difendersi dal processo".
Non teme una "falcidia" di processi in realtà come Napoli, Reggio Calabria, Roma o Catania, dove la durata media dei processi di appello va da tre a cinque anni?
"I tempi che abbiamo fissato si basano sui termini della "legge Pinto" che risarcisce le vittime dell'irragionevole durata dei processi, oltre sei anni per i tre gradi. Dunque, è giusto chiedere che i tribunali li rispettino. In 19 distretti d'Italia questo già avviene. In grandi città come Milano, Palermo e Genova, con processi anche complessi, l'appello già dura meno di due anni. Poi ci sono Bari, Bologna e Firenze con tempi medi di poco superiori ai 2 anni. Ma è sulle realtà che lei citava prima come Napoli e altri sei distretti, che noi dobbiamo intervenire. Con più risorse, più magistrati, cancellieri, personale tecnico; con più tecnologia e anche con queste modifiche del rito. Perché mai a Napoli non dovrebbero riuscire a fare quello che fanno già a Palermo, se noi assicuriamo le condizioni giuste? Il tempo per supportare gli uffici giudiziari più in affanno c'è. E rispetto al passato, la vera svolta è che ora abbiamo risorse come mai prima. Ci saranno due concorsi in magistratura, ora entreranno altri 2700 cancellieri, ci saranno interventi anche sull'edilizia e sulla digitalizzazione. E arriveranno a partire dai prossimi mesi, 16.500 assistenti per l'ufficio del processo. Sto girando l'Italia e sto raccogliendo grande attesa per questa novità, perché laddove la sperimentazione dell'Ufficio del processo c'è già stata, i tempi di durata dei procedimenti sono stati abbattuti drasticamente. La giustizia è un pilastro troppo importante del Paese, per permettere diseguaglianze".
Che cosa risponde a chi ha definito la sua riforma un placebo, anziché un vaccino?
"Dico di leggere con attenzione tutto il testo. Non solo la prescrizione. Questa riforma è un vaccino proprio perché sveglia gli anticorpi del sistema immunitario della giustizia, che ha al suo interno forze straordinarie, che devono essere messe nelle condizioni di operare al meglio. Nella riforma si interviene su tutte le fasi del processo: dalla regolazione dei tempi per le indagini all'uso di videoregistrazioni per gli interrogatori, a una più severa regola per disporre il rinvio a giudizio, fino a una incisiva riforma delle sanzioni alternative alle pene detentive brevi. Quest'ultimo punto per me è molto qualificante, unitamente alla previsione della giustizia riparativa".
La prossima tappa è la riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario, che dopo il caso Palamara è diventata materia politicamente incandescente. Teme che le tensioni politiche si ripresenteranno come o peggio che sul penale? E come pensa di poter trovare una mediazione tra le diverse posizioni?
"Abbiamo tempi strettissimi anche in questo caso. E stavolta non solo per gli impegni del Pnrr, ma anche per il rinnovo del Csm tra un anno. Un punto è assodato: l'organo di autogoverno non potrà essere rinnovato con queste regole. Chiusa la riforma del processo penale, ora mi concentrerò su quest'altro capitolo, valutando anche cambiamenti che potrebbero richiedere modifiche costituzionali".
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 10 luglio 2021
La riforma. Oltre la questione della prescrizione, su cui è in corso un "derby", ci sono altri elementi fondamentali di come funziona la giustizia che andrebbero discussi. L'attenzione è tutta concentrata sullo scontro che attraversa le forze politiche sulla questione della prescrizione. Si rischia così di non cogliere i più gravi problemi che affliggono il nostro sistema giudiziario. Non credo infatti che ci si possa limitare a dichiarare la propria contrarietà o il proprio favore per l'istituto della prescrizione "in astratto", si tratta invece di attuare il principio costituzionale del giusto processo e della sua ragionevole durata (art. 111 Cost.). In questa chiave dovrebbe anzitutto essere evidente che la media di tre anni e otto mesi anni per il compimento di un processo penale o, addirittura, di sette anni e tre mesi per svolgere un processo civile appaiono insopportabili.
Il nostro Paese - com'è noto - ha il record delle condanne dei giudici europei per la lentezza dei processi. Pertanto, l'impegno a ridurre nei prossimi cinque anni del 40% i tempi del processo civile e del 25% quelli del processo penale non può che essere condiviso. Ma è proprio qui che si apre la riflessione: come ottenere questo risultato sperato? Per ora si ragiona solo di "termini" e ci si divide tra coloro che in nome della certezza della pena sono disposti a sacrificare ogni ragionevole durata e coloro che in nome della rapidità dei giudizi sono disposti a sacrificare i principi del giusto processo.
Infatti, eliminare la prescrizione tout court permetterebbe ai giudici di tenere aperto per l'eternità un procedimento, mentre la fissazione di termini perentori (a pena di successiva improcedibilità) rischierebbe di compromettere sia i diritti di difesa, sia quelli della pienezza del contraddittorio, che si pongono a fondamento di un processo equo. Per ora l'attenzione s'è concentrata su questo derby e si è raggiunto un compromesso solo apparente: s'è mantenuto il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, ma vengono fissati termini certi per il compimento dei restanti gradi di giudizio.
È evidente che si tratta di un gioco delle parti e la sostanza è rappresentata dalla preventiva fissazione di tempi per concludere comunque un processo. È questo in fondo la sola cosa che ci chiede l'Europa. Ma, lo ripetiamo, non sarebbe necessario prestare maggiore attenzione anche a come si raggiunge questo risultato visto che oltre alla durata ragionevole è necessario assicurare anche che il processo sia "giusto"?
Per questo dovremmo occuparci anche - soprattutto - delle norme che devono essere applicate durante il processo, nonché quelle relative all'organizzazione della magistratura che pure sono state definite dalle diverse Commissioni incaricate dalla Ministra Cartabia. È in queste proposte che batte il cuore e si rileva il senso delle riforme in materia di giustizia che ci accingiamo a varare. Di queste dovremmo maggiormente discutere.
Mi limito a due esempi che credo significativi. Se si vogliono ridurre i tempi dei processi una via potrebbe essere quella di ostacolare l'accesso alla giustizia. Ma sino a dove può spingersi questa prospettiva senza finire per violare il diritto ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi assicurata dall'articolo 24 della nostra Costituzione? Ecco allora che le norme sulle inappellabilità delle sentenze di primo grado ovvero anche quelle in sede civile relative agli incentivi per la soluzione conciliativa appaiono decisivi per garantire un processo rapido, ma anche giusto. Distratti dalla prescrizione di questo nessuno parla.
Il secondo esempio riguarda proprio la prescrizione. Se riuscissimo ad uscire dalla contrapposizione manichea e tutta politica che ha assunto la contesa tra fautori e denigratori dovremmo cercare di cogliere le ragioni di fondo che spiegano e che limitano quest'istituto. Non si vuole certo dare la possibilità all'indagato di sottrarsi al giudizio, si ritiene invece che la pretesa punitiva dello Stato si affievolisca con il decorso del tempo. Se questa è la ratio della prescrizione ciò che appare veramente inaccettabile è l'uso strumentale di tale istituto.
Ciò che bisognerebbe combattere sono le strategie processuali di molti indagati eccellenti (quelli in grado di farsi patrocinare da avvocati maestri del rinvio processuale) che anziché difendersi nel processo puntano ad allungare i tempi per evitare di essere giudicati. Ma allora per combattere questa piaga della giustizia sarebbe opportuno riflettere sulle misure idonee ad impedire i rinvii strumentali senza violare i diritti di difesa. Bisognerebbe guardare cioè non ai tempi dei processi, ma alla farraginosità delle regole processuali. Anche di questo nessuno si parla.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 luglio 2021
Santalucia, presidente Anm, considera i due anni per l'appello una "tempistica troppo stringente". Altre perplessità dai professori Amodio e Spangher. Mentre Albamonte s'interroga sul patteggiamento di nuovo "indebolito". Il clima politico intorno alla riforma del processo penale firmato Marta Cartabia non è sereno. Lo raccontiamo in altre parti del giornale. Ma anche dal punto di vista tecnico non tutto sembra filare liscio. In primis relativamente all'improcedibilità dell'azione penale. Normata dall'articolo 14 bis del pacchetto di emendamenti governativi, è la vera novità della riforma.
La partita per raggiungere l'obiettivo dell'effettiva riduzione dei tempi processuali si gioca anche sul nuovo meccanismo che dovrebbe garantire la ragionevole durata: blocco della prescrizione dopo il primo grado, per salvare parte della Bonafede, ma improcedibilità per appello e Cassazione se non si rispettano dei termini di fase. Si tratta di un istituto nuovo che immediatamente suscita questa domanda: non estinguendo il reato, come si concilia, tale itituto, con il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale? Come può un processo svanire nel nulla, pur restando in piedi il reato?
A una prima lettura è una perplessità condivisa anche dal presidente dell'Anm Santalucia, che al Dubbio dice: "Non è agevole cogliere quale possa essere il fondamento costituzionale di un siffatto meccanismo, calato in un sistema in cui non poche Corti di appello sono in difficoltà e non sono ad oggi nelle condizioni di rispettare una tempistica così stringente. Il meccanismo, se non calibrato ragionevolmente sulle condizioni organizzative e operative di tutti gli uffici giudiziari, potrebbe non armonizzarsi con il principio di obbligatorietà dell'azione penale". Questo in parte è vero, perché se in appello, in 19 distretti su 29, la durata media è già inferiore ai 2 anni, sette distretti registrano tempi anche di molto superiori alla media (Napoli 2.031 giorni, Reggio Calabria 1.645, 1.247 Catania, 1.111 Lecce, 1.142 Roma, 1.028 Sassari, 996 Venezia).
Inoltre è vero che la norma risolve il problema della retroattività sostenendo che si applica a tutti i reati commessi dal 1° gennaio 2020, data dell'entrata in vigore della legge Bonafede, ma, per Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto processuale penale alla Sapienza di Roma, "sarà necessario chiarire meglio la natura della norma. E comunque resta la mia perplessità sulla mantenuta omologazione del condannato con l'assolto nella cessazione della prescrizione con la sentenza di primo grado".
Spangher aggiunge un altro elemento: "Se il pubblico ministero impugna la sentenza di assoluzione in primo grado e sopraggiunge l'improcedibilità per decorso dei tempi processuali, l'assoluzione si converte in improcedibilità. Si tratta di una reformatio in peius per decorso del tempo". Infine si chiede se "non sarebbe meglio parlare di causa di non punibilità invece che di improcedibilità. Non basta modificare l'articolo 578 cpp, prevedendo che, in caso di condanna al risarcimento del danno e di sopravvenuta improcedibilità, il giudice di appello o di Cassazione rinvii per la prosecuzione al giudice civile competente per valore in grado di appello. Questo nuovo istituto andrebbe ridefinito in tutti i profili e le conseguenze che può determinare".
Un'altra questione nasce proprio dal punto di approdo a cui si è dovuti arrivare per far digerire la riforma ai cinque stelle: il regime speciale per i reati contro la pubblica amministrazione.
Per alcuni, come il professor Ennio Amodio, si viola così il principio di uguaglianza: "Non si capisce perché debba avere un trattamento deteriore chi è colpito dall'accusa di corruzione". Ci sarebbe voluto poi più coraggio sui riti alternativi: nella prima bozza Lattanzi, si era detto che il patteggiamento poteva arrivare fino alla metà della pena, ora però questa ipotesi è scomparsa. Solo così, per il pm e segretario di "Area" Eugenio Albamonte, invece "avremmo avuto una decurtazione degli arretrati e una riduzione dei tempi". Sparita anche l'archiviazione meritata.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 10 luglio 2021
Anche Bonafede con l'ex premier, in Senato si annuncia lo scontro. I contiani pronti a uscire dalla maggioranza. Processo ai ministri 5S. A sparare è direttamente Giuseppe Conte dal convegno dei giovani imprenditori di Confindustria. Rispetto di rito per il lavoro della ministra Cartabia, poi le bordate: "Non canterei vittoria. Non sono sorridente. Sulla prescrizione siamo tornati all'anomalia italiana. Se un processo svanisce per nulla, per una durata così breve non può essere una vittoria per lo Stato di diritto".
Come se aspettare anni una sentenza fosse invece la piena affermazione dello Stato di diritto, ma tant'è. La sconfessione dell'accordo sulla riforma della prescrizione siglato la sera prima anche dai ministri 5S più vicini all'ex premier come Patuanelli, secondo le indiscrezioni pubblicate dal sito del Fatto Quotidiano ma smentite dai diretti interessati anche in seguito a un intervento diretto di Grillo, è clamorosa, inevitabilmente gravida di conseguenze. Dimostra che la guerra sulla giustizia non è finita con il severo richiamo all'ordine rivolto da Draghi ai ministri, giovedì sera. Al contrario è appena cominciata.
La rivolta dei parlamentari 5S, che domenica pomeriggio si riuniranno con i quattro ministri del Movimento per dar vita a quello che si profila come un vero processo, mette ormai apertamente in discussione la permanenza nella maggioranza. Qualcuno lo dice apertamente, come l'ex sottosegretario e braccio destro di Bonafede Vittorio Ferraresi ("Se non conti nulla meglio stare fuori") o come la deputata di prima linea Giulia Sarti ("Non ci sono più le condizioni per restare al governo"). Ma tutti lo pensano e molti lo fanno chiaramente capire. Nel Pd la preoccupazione si taglia con l'accetta. Renzi invece soffia sul fuoco, ci mette del suo per spingere almeno i contiani, se non tutti i 5S, fuori dalla maggioranza: "Sono morti e ancora non lo sanno". Con tanto di annuncio di una nuova offensiva sul reddito di cittadinanza.
Di certo occasione migliore di questa per mollare gli ormeggi, Conte non potrebbe trovarla. Il 23 luglio, quando la riforma arriverà nell'aula della Camera, si potrebbe aprire e secondo ogni legittima previsione si aprirà dunque un durissimo scontro, all'opposto di quanto chiesto da Draghi ai ministri: "Una maggioranza eterogenea richiede compromessi. Nessuno può tenersi le mani libere in Parlamento. La riforma va approvata così com'è. Chiedo lealtà e responsabilità". Sul momento tutti, anche i ministri 5S, hanno accolto il perentorio invito. Ma dopo il cannoneggiamento di ieri è difficile sperare che le cose vadano secondo gli auspici di Draghi.
La cannonata di Conte è la più fragorosa, dato il ruolo dell'ex premier. Non la prima, né l'ultima e neppure la più violenta. Ad aprire il fuoco ci aveva pensato già Marco Travaglio, voce che per il Movimento non è affatto solo quella di un pur amato giornalista ma conta come quella di un dirigente a tutti gli effetti. Pesantissimo, con l'accusa esplicita di pusillanimità rivolta ai ministri che avevano accettato la mediazione. In coro Di Battista, il dirigente in libera uscita fino a che i 5S non usciranno dalla maggioranza: "Incapaci, pavidi. Questa settimana è stata un bagno di sangue". Infine, poco prima di Conte, il diretto interessato, Fofò Bonafede: "È stata annacquata una battaglia durata 10 anni. Il M5S è stato drammaticamente uguale a tutti gli altri. Si producono isole di impunità e si allungano i tempi dei processi". Molto dipenderà naturalmente dall'esito del tentativo di mediazione tra Grillo e Conte, che però a questo punto somiglia a una missione disperata, essendo le parti in causa più che mai reciprocamente incarognite.
Ma con premesse del genere è quasi impossibile immaginare un passaggio senza traumi della riforma alla Camera, per non parlare del Senato, dove i contiani sono ampiamente maggioritari e dove la legge arriverà quasi certamente dopo il 3 agosto, cioè dopo l'inizio del semestre bianco. Cioè quando l'impossibilità di sciogliere le camere sino all'elezione del nuovo capo dello Stato, in marzo, suonerà come la campanella del liberi tutti.
È alta l'eventualità che scocchi in quel momento l'ora della verità per i 5S contiani, con un voto contrario che equivarrebbe alla rottura immediata o con un'astensione che preparerebbe il terreno per l'uscita dalla maggioranza nei mesi successivi.
di Emanuele Lauria
La Repubblica, 10 luglio 2021
Dal premier nessun commento sulle posizioni del suo predecessore. Ma il messaggio è chiaro: sui temi del Pnrr non sono leciti smarcamenti. "Adesso in Parlamento mi aspetto lealtà". Mario Draghi, il suo avviso ai partiti, l'ha notificato già giovedì sera, al termine della tesissima riunione del consiglio dei ministri che si è conclusa con il sì alla riforma della giustizia. E non cambia di una virgola, la posizione del premier, di fronte al fragore dello scontro interno ai 5Stelle e agli echi del malcontento forzista. Barra dritta: Draghi ha pubblicamente apprezzato il lavoro fatto dalla Guardasigilli Marta Cartabia "in cui ogni partito si può riconoscere" e ha ringraziato i ministri che, ciascuno in rappresentanza degli interessi della propria parte politica, hanno fatto un passo indietro per raggiungere l'obiettivo. Adesso, è l'indicazione, non potranno e non dovranno esserci stravolgimenti in aula.
Ciò non significa che la legge vada "approvata così com'è": Palazzo Chigi smentisce infatti che il presidente abbia mai pronunciato quella frase. Il Parlamento, Draghi lo sa bene, è sovrano. Ma nessuno fra le forze che sostengono l'esecutivo, è il ragionamento del capo del governo, potrà sottrarsi al senso di responsabilità. Proprio perché la faticosa intesa trovata in cdm è figlia di tante mediazioni. E dunque, di conseguenza, di molti leader che si sono fatti garanti. Il primo, che garante lo è anche per statuto del suo partito, è Beppe Grillo. L'ufficio stampa del premier non smentisce che Draghi abbia sentito telefonicamente, giovedì, il fondatore dei 5S e che dunque il disegno di legge approvato abbia la sua benedizione. E la circostanza viene sottolineata da Chigi anche dopo che Giuseppe Conte ha manifestato il dissenso per un provvedimento che mantiene la prescrizione "come anomalia italiana". Il senso è chiaro: al premier basta e avanza l'impegno preso da Grillo. E Draghi non fa alcun commento infatti sulla posizione espressa dal suo predecessore alla guida del governo.
Certo, il cammino della legge non sarà facile. Perché al di là del terremoto che sta squassando i 5Stelle, si avvertono turbolenze anche dentro Forza Italia. Il coordinatore Antonio Tajani, ieri mattina, ha detto chiaramente che "bisogna correggere qualcosa". Ha parlato addirittura di un maxi-emendamento che dovrebbe contenere delle modifiche in senso garantista, opposte a quelle chieste da parte dei 5Stelle. Fi non ha nascosto i dubbi sui prolungati tempi della prescrizione per i reati di corruzione. E non solo: "Penso soprattutto alle richieste fatte dai sindaci per quanto riguarda i reati legati alla pubblica amministrazione", afferma Tajani. Con riferimento anche a una revisione della disciplina dell'abuso d'ufficio. In realtà, l'irritazione dei berlusconiani è soprattutto legata al metodo: non sono piaciuti i cambiamenti fatti "in zona Cesarini" su input proprio dei 5Stelle. Il fatto è che a cozzare, malgrado la sintesi fatta da Cartabia (definita "un capolavoro politico" dalla collega Mara Carfagna), sono due visioni agli antipodi della giustizia.
Sarà presto di nuovo l'ora dei pontieri, nella maggioranza. E in questa schiera si inserisce Matteo Salvini: anche lui ha giocato un ruolo per appianare la strada della riforma e potrebbe portare a più miti consigli l'intero centrodestra di governo che vorrebbe federare.
Draghi può acconsentire a qualche ritocco al testo ma non ha alcuna intenzione di mettere in discussione quella che adesso è la sua direzione di marcia: le riforme legate al Pnrr vanno approvate da una sola maggioranza. Sempre la stessa.
Non ammesso, dunque, lo strumento dell'astensione al quale volevano aggrapparsi i 5Stelle: si discute, si cambia, si giunge a un onorevole compromesso ma poi niente defezioni. Più che un orientamento, è una dottrina, quella dell'ex presidente della Bce, chiamato alla guida dell'esecutivo per rispettare i patti con l'Europa. E sa bene che la conflittualità è destinata a estendersi ad altre materie delicate (ad esempio il fisco) con l'approssimarsi delle amministrative e del semestre bianco. Non può permettersi il lusso, proprio ora, di deflettere o concedere rinvii.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 10 luglio 2021
La riforma della prescrizione lacera il M5S. Conte e Bonafede contro i ministri del loro partito che hanno accettato la mediazione. La scissione è a un passo. Il giorno dopo l'ok alla riforma Cartabia, che di fatto cancella la prescrizione targata Bonafede, il Movimento 5 Stelle esplode. Quello che fino al giorno prima era solo carbone sotto la cenere pentastellata, ventiquattro ore dopo si trasforma in un incendio che nessuno sembra essere in grado di domare. Da un lato i seguaci di Giuseppe Conte, ostili alle modifiche sulla Giustizia e allo stesso Mario Draghi, dall'altro i fedelissimi di Beppe Grillo, decisi a proseguire nell'esperienza di governo e inclini al compromesso con le altre forze di maggioranza.
E la prescrizione era lo "sparo di Sarajevo" che tutti aspettavano per lanciarsi in uno scontro fratricida dagli esiti incerti. Per il Movimento 5 Stelle e per lo stesso esecutivo, visto che una folta pattuglia grillina sembra intenzionata a ribaltare in Aula il compromesso sulla giustizia raggiunto in Consiglio dei ministri. Un proposito bellicoso che potrebbe velocizzare la scissione, al momento congelata, e l'uscita dal governo di un consistente numero di deputati e senatori contiani, come auspicato dal Fatto quotidiano e dall'ex onorevole Alessandro Di Battista, l'asse Conte-Bonafede contro i ministri M5S.
Il clima insomma non è dei più sereni e il primo ad aprire le ostilità è un peso da novanta come l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, l'ideologo del "processo a vita" tramutato in legge, che dal suo profilo Facebook rompe il silenzio per dissociarsi dalla scelta dei colleghi ministri di accettare la mediazione al ribasso.
"Qualcuno approfitta della riforma del processo penale passata ieri in consiglio dei ministri, con il timoroso e ossequioso benestare dei ministri M5S (che non hanno avuto nemmeno il tempo e la possibilità di analizzare la proposta), per attaccare me e le battaglie che ho portato avanti", scrive l'ex ministro, che - fanno notare alcuni parlamentari grillini dello schieramento avverso - ai tempi in cui rivestiva i panni di capo delegazione del Conte due non avrebbe mai permesso un simile attacco nei confronti di ministri 5S da parte di esponenti pentastellati. Ma il Conte due non esiste più e Bonafede si sente libero di sparare sui compagni di partito senza troppi fronzoli: "Purtroppo, ieri il M5s è stato drammaticamente uguale alle altre forze politiche nonostante fosse trapelata la volontà di un'astensione", scrive l'ex ministro con piglio movimentista.
Lo stesso stile con cui Di Battista qualche ora prima suona la carica dalle colonne di Tpi, con un editoriale al vetriolo contro l'ala moderata del suo ex partito: "Il fallimento dell'ala governista del M5S è un dato di fatto e solo chi è "interessato" al governo o chi ormai ha la carta intestata ministeriale davanti agli occhi non riesce ad ammetterlo", scrive Dibba, convinto che impunità e prescrizione siano tornate a causa di chi ha scelto di calarsi "le braghe" in Cdm. "Mai vista una débâcle tale nella storia repubblicana", aggiunge, riferendosi a tutti i provvedimenti pentastellati smantellati dall'attuale maggioranza. "Una prova di grave irresponsabilità", tuona l'ex 5S, chiedendo al gruppo parlamentare una "presa di posizione netta".
A prendere posizione però è Giuseppe Conte, aspirante leader da mesi, che intervenendo al convegno dei Giovani industriali, ne approfitta per lanciare la sua bordata: "Ho apprezzato molto il lavoro della ministra Cartabia. Ma io non canterei vittoria oggi, non sono sorridente in particolare sull'aspetto della prescrizione. Siamo ritornati a quella che era nel passato ed è un'anomalia italiana", sentenzia l'ex premier, che pure assicura di non avere alcuna intenzione di bombardare Palazzo Chigi. Ma l'artiglieria pesante è ormai schierata.
Ci pensa il Fatto quotidiano, da mesi critico col "governo dei migliori" e ancora molto influente su una parte di elettorato grillino, a cannoneggiare. Questa volta nel mirino del giornale di Marco Travaglio finisce direttamente il garante, il fondatore, l'elevato: Beppe Grillo. Poco prima dell'ora di pranzo sull'homepage del quotidiano spunta una notizia "esclusiva": a obbligare i ministri ad accettare la mediazione sulla prescrizione sarebbe stato il comico in persona, dopo un colloquio telefonico con Mario Draghi, di cui ormai sarebbe quasi intimo. È lui, è il sotto testo dell'articolo, il responsabile del tradimento. Apriti cielo. Molti parlamentari cominciano a mugugnare e chiedono spiegazioni alla pattuglia ministeriale. Ma tutto tace.
A sorpresa però si rianima il nuovo sito del M5S (movimento5stelle.eu) su cui compare una durissima nota per smentire ogni retroscena giornalistico e rinnegare gli attacchi del mattino lanciati da Conte e Bonafede. "Stiamo sentendo e leggendo ricostruzioni d'ogni tipo. Ma, per fortuna, ci sono i fatti", recita il comunicato postato sulla pagina ufficiale del partito. E i fatti, l'anonimo estensore dell'articolo (secondo i ben informati istruito da Luigi Di Maio) dicono che "la nostra riforma della prescrizione vige fino al primo grado di giudizio: l'alternativa era cancellarla". Non solo: "I tempi della prescrizione per i reati dei potenti, quelli contro la collettività (vedi la corruzione) sono stati allungati: non a caso rappresentanti di alcune forze politiche ieri hanno avuto forti mal di pancia".
E "i pm potranno proporre appello anche di fronte a un'assoluzione in primo grado: nel progetto originario non potevano farlo". Questo è ciò che la comunicazione pentastellata, oggetto del contendere nella disputa Conte-Grillo ma ancora in mano al comico, intende rivendicare. "Se non ci fossimo stati noi, l'esito sarebbe stato molto diverso. Ma attenzione: questo testo dovrà andare in Parlamento. E ci proveranno, state sicuri, tutti, a smantellare le conquiste che abbiamo ottenuto. Dobbiamo farci trovare pronti, ancora una volta a difendere col coltello fra i denti quanto conquistato", conclude il post, ribaltando la narrazione della debacle sostenuta da Dibba e dai contiani.
La presa di posizione però non basta a calmare gli animi. scissione in vista Lo scontro è andato troppo oltre per siglare una tregua. E lo "spettacolo" della frammentazione del Movimento è troppo divertente per gli avversari storici che colgono al balzo l'occasione per girare il coltello nella piaga. Come fa il leader di Italia viva Matteo Renzi, soddisfatto per aver archiviato "l'era Bonafede" e sicuro che il M5S sia "finito, morto, non glielo hanno detto, non lo sanno, lasciamoli, fare", dice, giocando coi nervi degli alleati di governo, ormai dilaniati da una scissione di fatto. Renzi spera in qualche reazione scomposta e viene subito accontentato.
A reagire a viso aperto è ancora l'ala contiana, sempre più convinta della necessità di uscire dalla maggioranza. A parlare pubblicamente dell'opzione è più di un esponente pentastellato, tra cui spicca Vittorio Ferraresi, ex vice di Bonafede in via Arenula. "Al governo in questo Paese ci devi stare, che sia con uno o con l'altro, per impedire che le idee spesso identiche da "sinistra" a "destra", che muovono su interessi estranei ai cittadini possano dilagare. Ma non ci puoi stare per starci, non combattendo", dice l'ex sottosegretario, prima di aggiungere serio: "Se non conti nulla meglio stare fuori".
Ma ancora più dura del collega è Giulia Sarti, grillina della prima ora e membro della commissione Giustiza alla Camera: "L'unica cosa da fare adesso è essere coerenti: non ci sono più le condizioni per restare nel governo Draghi. Fine", scandisce Sarti, aprendo ufficialmente un dibattito pubblico sull'opportunità di posizionare il Movimento all'opposizione.
Ma uscire dal governo equivale ad uscire dal partito. Ed è proprio lungo questo confine che si gioca la partita anche interna tra Grillo e Conte. Il primo, ex comico del Vaffa diventato garanzia di stabilità per Draghi, il secondo, ex premier con equilibrio avvocatizio, trasformato nell'intransigente custode del verbo originario. Il futuro del governo è offuscato dalle nubi, quello del Movimento sembra un po' più definito: la scissione, a questo, punto resta l'unica strada percorribile.
di Francesco Olivo
La Stampa, 10 luglio 2021
Il segretario del Pd: essenziale per attrarre nuovi investimenti e soprattutto per garantire i cittadini. "È la riforma della giustizia più importante degli ultimi 30 anni", Enrico Letta è appena sceso dal palco dei giovani di Confindustria al porto antico di Genova. Stringe mani, si intrattiene a lungo con il presidente Riccardo Di Stefano e con i vice di Bonomi, Orsini e Pan.
È soddisfatto della riforma e non è il solo da queste parti. C'è un buon clima, l'accoglienza è stata positiva e il segretario del Pd coglie l'opportunità per mandare messaggi al mondo delle imprese. Passano pochi minuti ed ecco che, nella stessa sede, sebbene da remoto, arrivano le parole ben diverse di Giuseppe Conte sulla riforma della giustizia.
L'ennesimo scossone M5S può avere ricadute sul Pd, che non può permettersi di restare al governo da solo con il centrodestra. Letta alterna prudenza a comprensione: "La natura di questa maggioranza fa sì che ci siano dei passaggi oggettivamente delicati, i licenziamenti è stato uno di questi, ora c'è la giustizia. Capisco quindi le difficoltà dei Cinque Stelle - dice prima di lasciare Genova - ma i loro ministri giovedì sera hanno votato a favore ed è un risultato positivo".
Il segretario del Pd è uno dei leader politici arrivati ai Magazzini del Cotone, invitati al congresso annuale dei giovani industriali che, per esigenze di protocollo sanitario, si è spostato da Santa Margherita al capoluogo ligure. Nell'agenda del segretario del Pd questo appuntamento era segnato con una certa evidenza. A Genova infatti Letta è arrivato con un messaggio per gli imprenditori, un'offensiva per riallacciare il rapporto con il mondo delle imprese ("che pure non si era mai interrotto"), che rischiava di apparire trascurato nei primi cento giorni da segretario, vista la rilevanza di alcuni provvedimenti più "identitari", ("di bandiera" attacca Renzi), come il ddl Zan. Oggi però si parla d'altro.
L'operazione Genova, alla quale farà seguito una conferenza con le piccole e medie imprese giovedì prossimo a Roma, si fonda di tre parole d'ordine: Europa, ("non si può stare con i nemici del Next Generation Eu"); tasse ("il cuneo fiscale è un'anomalia italiana") e, appunto, giustizia. L'ennesima tormenta in casa degli alleati non offusca la soddisfazione per il via libera del Consiglio dei ministri, solo qualche ora prima, della riforma Cartabia: "Questa mediazione ha portato a un grande risultato, anche per le imprese è un punto fondamentale. È essenziale per attirare nuovi investimenti e soprattutto per proteggere e garantire i nostri cittadini". Letta è attento a smarcare il Pd dalla polemica del giorno: "La precedente riforma della prescrizione era del governo gialloverde. Lo dico perché è stato fatto un discorso come se ci fossimo noi di mezzo".
Poco prima di lui al porto antico si era visto Matteo Salvini, meno entusiasta del risultato ottenuto in Consiglio dei ministri, "è solo un primo passo, Draghi ha fatto un miracolo visto che ha dovuto mediare con il M5S. La partita vera si gioca con i referendum". Letta la pensa diversamente: "La verità è che Salvini è rimasto spiazzato, lui aveva scommesso sul fatto che non sarebbe passata, e quindi ha cominciato un'altra partita. Ora si trova in una situazione di ambiguità, come su altre materie". L'altra ambiguità che Letta vuol fare emergere è quella europea, qui il messaggio che rivolge al mondo delle imprese è molto netto: "O si sta di qua o di là". La partita politica italiana la dovete giudicare anche rispetto a con chi si sta in Europa. O si sta con i governi che hanno fatto il Next Generation Eu o con quelli che erano contro. Il riferimento è chiaro: "Meloni e Salvini sono ambigui anche su questo punto, dicono di stare con le imprese ma poi appoggiano quelli che hanno messo il veto sullo strumento più importante che l'Europa abbia messo a disposizione".
L'altro punto che a Letta interessava far passare davanti a questa platea è smentire la teoria, "Pd partito delle tasse", alla quale Salvini aveva fatto riferimento in mattinata: "C'è una totale sintonia con il presidente dei giovani di Confindustria su un punto: la vera anomalia italiana è rappresentata dal cuneo fiscale. Ho apprezzato molto la sua relazione e credo che una riforma delle tasse debba partire da qui". Il tema verrà sviluppato giovedì prossimo a Roma, nella conferenza del Pd con le Piccole e medie imprese, organizzata da Cesare Fumagalli, ex leader della Confartigianato che Letta ha voluto come collaboratore. La giornata è intensa, nel pomeriggio arrivano anche le nomine Rai: "Sono contentissimo di questa soluzione. È autorevole e in linea con la nostra richiesta di vertici indipendenti e autonomi dai partiti. Ciampi nominò, Sellerio, Demattè e Locatelli, oggi Draghi si muove sullo stesso terreno".
di Francesco Olivo
La Stampa, 10 luglio 2021
Tensione dentro il Movimento. L'ex premier: "Non sono contro Mario Draghi". Ma Sarti incalza: "Non ci sono più le condizioni per stare al governo".
Dopo una settimana di silenzio, Giuseppe Conte torna e parla (ma non solo) del suo possibile ruolo alla guida del M5s, chiarendo che "la leadership è una premessa indispensabile" e confermando che bisogna ancora "chiarire i ruoli". Se questo schema verrà "pienamente condiviso, io ci sono", avverte, "altrimenti no".
Una settimana dopo che Beppe Grillo ha dato vita ad un comitato di sette mediatori incaricati di dirimere la contesa sul nuovo statuto dei 5 stelle proposto dall'ex premier, il punto di caduta nella disputa tra il Garante e "l'avvocato del popolo" ancora non è stato individuato. In collegamento con il convegno nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Conte allora ribadisce: "Non sono il leader al momento, ci stiamo lavorando".
Le sue parole arrivano al termine di una settimana travagliata nel Movimento, con le fibrillazioni interne che hanno pesato sull'attività parlamentare e su quella del governo, dalla richiesta di rinvio sulle nomine nel Cda Rai alla ricerca di una mediazione sulla riforma della giustizia, che supera quella varata dall'ex ministro grillino Alfonso Bonafede.
Conte parla anche dei prossimi appuntamenti elettorali. "Veniamo da un'esperienza di lavoro di governo che ritengo molto proficua con il Pd e Liberi e Uguali. Ma non ha senso oggi, nel quadro politico attuale, ragionare di alleanza precostituita anteponendola ai contenuti" ribadisce l'ex premier. Che specifica: "Stavamo lavorando su tanti appuntamenti amministrativi, Pd e LeU sono gli interlocutori privilegiati". Tra tre mesi si vota a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli, e nessuno tra i 5 stelle vuole attribuirsi la titolarità di una tornata elettorale che - stando ai sondaggi - potrebbe vedere una frenata del Movimento e dei suoi candidati. Capitolo riforma della Giustizia.
Conte non nasconde il suo disappunto sulla modifica delle norme relative alla prescrizione, una delle bandiere del Movimento al governo. "Non canterei vittoria, non sono sorridente sulla prescrizione, siamo tornati all'anomalia italiana. Se un processo svanisce per nulla per una durata così breve non può essere una vittoria per lo stato di diritto", incalza Conte.
"Non è una - puntualizza - questione di me contro Draghi. Delle mediazioni erano state offerte, ci sono mille espedienti per assicurare una durata ragionevole dei processi accertando la verità". Poi, un'apertura sul suo orizzonte per rifondare il Movimento: "Se ci sarò con il M5s, il progetto politico sarà chiaro, avrà una forte identità e con dei principi forti. Nessuno dovrà permettersi di dire che il M5s sarà il partito dei No, dei veti ideologici. Sarà la forza più innovatrice ed ecologica".
Sarti: "Non ci sono più le condizioni per stare al governo" - In casa 5Stelle - tema giustizia - la tensione resta alta. Basta leggere le dichiarazioni rilasciate sui social da Giulia Sarti, componente della Commissione Giustizia alla Camera: "Ieri si è consumato in Consiglio dei ministri il tradimento di tutto ciò per cui abbiamo lavorato duramente subendo insulti, pressioni e attacchi personali pesantissimi. Una delle condizioni principali per il nostro ingresso nel governo Draghi era quella di non toccare le leggi e i risultati faticosamente ottenuti da tutti noi, durante i governi Conte. Ora, le condizioni che avevamo posto per restare in questo Governo sono state tutte completamente disattese".
E ancora: "Non esiste nessuna transizione ecologica e non si fanno passi verso la tutela dell'ambiente. I nostri decreti vengono fatti a pezzi, vedi il decreto dignità o le buone misure come il cashback. Ciliegina sulla torta: il Consiglio dei ministri di ieri. Smantellamento totale della giustizia penale e della nostra riforma sulla prescrizione, una riforma in vigore per tutti i reati commessi dal 1 gennaio 2020. Cancellata dopo un anno e mezzo dalla Cartabia con il placet di tutti i ministri nel Cdm di ieri, prima ancora che inizi a dispiegare i suoi effetti", attacca la parlamentare riminese. Che aggiunge: "Ora, è ovvio che la battaglia si sposterà in Parlamento ma il punto è un altro. Non si distrugge in pochi minuti il lavoro di una vita fregandosene dei propri colleghi. Deve essere chiaro che quanto è successo ieri avrà delle conseguenze e deve essere altrettanto chiaro che la resa di ieri sulla prescrizione, non è stata una decisione di tutto il M5S".
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2021
O muoiono (senza colpevoli) o si allungano. Ecco perché. Il nuovo meccanismo sull'improcedibilità inserito nella legge delega penale applica al processo d'appello una data di scadenza. In questo modo gli imputati saranno incentivati a fare ricorso, puntando alla "morte" stessa del procedimento. E per fare "morire" il processo l'unica alternativa è puntare sulle tattiche dilatorie, che qualsiasi penalista di esperienza sa bene come mettere in campo.
Processi più veloci e che durano meno tempo. Era questa la richiesta all'Italia da parte della commissione Europea per avere accesso ai fondi del Recovery plan. Un obiettivo che sembra difficile da raggiungere con la legge delega licenziata giovedì sera dal Consiglio dei ministri del governo di Mario Draghi. Il motivo? Sono molteplici. Per esempio mancano elementi concreti che incentivino in modo sostanziale la scelta dei riti alternativi. Ma soprattutto ad apparire non particolarmente efficace è la nuova riforma della prescrizione della guardasigilli Marta Cartabia. La norma, nei fatti, soppianta la legge di Alfonso Bonafede, che dall'1 gennaio del 2020 blocca la prescrizione del reato dopo il primo grado di giudizio. Quella riforma, a suo tempo bandiera dei 5 stelle, produrrà i suoi effetti solo a partire dal 2025: sarebbe dunque prematuro cercare di tracciarne un bilancio. Di sicuro, però, chi si è visto applicare una norma che congela la prescrizione dopo la prima sentenza, non ha molto interesse a fare ricorso in appello. Soprattutto quando è stato magari condannato a pene molto lievi.
La tagliola di Cartabia - Il nuovo meccanismo studiato da Cartabia, invece, mantiene la prescrizione esistente solo fino al primo grado. Nel secondo subentra un altro concetto, quello dell'improcedibilità. Se l'Appello non si conclude entro due anni, il processo non può più andare avanti, cioè muore in via definitiva. Lo stesso vale per quello in Cassazione, dove la tagliola scatta entro un anno. I ministri dei 5 stelle hanno assicurato il sostegno al testo dopo che la guardasigilli ha modificato leggermente la riforma. Cartabia ha previsto l'allungamento (ma solo a discrezione del giudice) del termine entro cui si devono completare i gradi di giudizio - a pena di improcedibilità - a tre anni in Appello e 18 mesi in Cassazione per i più gravi reati contro la pubblica amministrazione: concussione, corruzione, istigazione alla corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità. Tempi più lunghi sono previsti anche per reati gravi come la mafia e il terrorismo, mentre sono completamente esclusi da questo meccanismo quelli puniti con l'ergastolo, come l'omicidio e la strage. I 5 stelle rivendicano la minuscola modifica inserita nella riforma come una loro personale vittoria: "I tempi della prescrizione - sostengono in una nota - per i reati dei potenti, quelli contro la collettività (vedi la corruzione) sono stati allungati: non a caso rappresentanti di alcune forze politiche ieri hanno avuto forti mal di pancia".
Processi più veloci del 25%? "Previsione irrealistica" - Una verità parziale. Intanto perché un sistema simile crea una discriminazione tra imputati e quindi può prestare il fianco a una questione di legittimità costituzionale. Ma soprattutto perché è evidente che in questo modo i processi non dureranno di meno. Non è un caso se un insigne giurista e celebre legale come Ennio Amodio ha definito la riforma come "un'occasione mancata".
A sentire Draghi le norme introdotte da Cartabia accorceranno del 25 percento i tempi dei processi penali, ma Amodio non è d'accordo. "Non mi sembra una previsione realistica perché si basa su un pensiero pieno di prospettive ma lontano dalla realtà", ha detto tranciante il professore alla Stampa.
Il giudice in pensione: bisogna sostituirlo entro 60 giorni - Senza considerare che applicando sul processo d'appello una data di scadenza gli imputati saranno incentivati a fare ricorso, puntando alla "morte" stessa del procedimento. E per fare "morire" il processo l'unica alternativa è puntare sulle tattiche dilatorie, che qualsiasi penalista di esperienza sa bene come mettere in campo. In effetti basta addentrarsi tra gli articoli della legge delega per accorgersi che mancano una serie di norme per disincentivare i tentativi di dilazione. A cominciare da eventuali sanzioni per i giudici e il personale amministrativo dei procedimenti che andranno in fumo. Ma non solo.
La norma contenuta nell'ultima bozza della legge delega prevede che "i termini di durata massima del processo sono sospesi, con effetto per tutti gli imputati nei cui confronti si sta procedendo, nei casi previsti dall'articolo 159, primo comma, del codice penale e, nel giudizio di appello, anche per il tempo occorrente per la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale". Che cosa vuol dire? Che nel caso in cui occorresse far ripartire il dibattimento - succede per esempio quando cambia il giudice - il tetto dei due anni viene congelato. La stessa norma però prescrive che "in caso di sospensione per la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, il periodo di sospensione fra un'udienza e quella successiva non può comunque eccedere i sessanta giorni". Quindi se, per fare un esempio, un giudice va in pensione, bisognerà sostituirlo entro 60 giorni: in alternativa le lancette dell'improcedibilità riprenderanno a correre. In più, scritto in questa maniera, sembra che dal momento in cui il processo ripartirà, bisognerà concluderlo nel tempo rimasto.
Tattiche dilatorie e tempi morti: più processi più lunghi - Ma non solo. L'articolo 159, primo comma, del codice penale, citato nella norma precedente, disciplina eventuali impedimenti di difensori e imputati: prevede che in caso di assenza giustificata ogni rinvio deve essere fissato entro 60 giorni dalla cessazione dell'impedimento. Se per esempio l'imputato presenta un certificato medico che ne testimonia l'impedimento per 30 giorni, il giudice potrà fissare una nuova udienza anche tre mesi dopo (si sommano 30 giorni di impedimento ai 60). In questo lasso di tempo la "tagliola" dell'improcedibilità viene congelata ma è evidente che un sistema del genere non produrrà certo processi più veloci. Anzi: ne produrrà molti di più e più lenti.
Senza considerare che, come si legge sempre nella bozza, la nuova disciplina sulla prescrizione si applica per reati commessi dopo l'1 gennaio 2020, data di entrata in vigore della riforma Bonafede, e non per quelli precedenti. Ma perché un imputato per un reato commesso il 31 dicembre del 2019, che magari è ancora in attesa di giudizio, deve essere giudicato con la vecchia legge sulla prescrizione - in questo caso la riforma Orlando - e non con la nuova, molto più favorevole al reo? È solo uno dei tanti interrogativi che pesano su una riforma nata per velocizzare i processi. Ma che rischia o di ucciderli o di rallentarli. Di sicuro ne produrrà di più.
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