di Alberto Cisterna
Il Riformista, 6 dicembre 2021
Ma siamo sicuri che sia una buona idea? E tre. Dopo gli interventi di Luciano Violante e Giovanni Canzio è stato il presidente del Consiglio di Stato, Filippo Patroni Griffi, a tornare sul tema della giustizia disciplinare delle toghe e a invocare la costituzione di un'unica Alta Corte che valuti le condotte di tutti i magistrati italiani a qualunque ordine (ordinario, amministrativo, contabile, tributario) essi appartengano.
Tutte e tre le autorevoli prese di posizione muovono esplicitamente dalla convinzione che sia necessario sottrarre la giustizia disciplinare all'interferenza delle correnti e dei loro esponenti dentro e fuori gli organi di autogoverno.
La questione è delicata. Il giudizio disciplinare costituisce, probabilmente, l'espressione più alta dell'autogoverno delle magistrature e, quindi, della sua funzione di garante dell'autonomia e dell'indipedenza di ciascun ordine giudiziario. Il fatto che uomini di primo piano delle istituzioni invochino l'esternalizzazione dei procedimenti disciplinari dal circuito dell'autogoverno per assegnarlo, fuori da esso, a un pur prestigioso consesso costituisce il segno evidente che qualcosa di profondo e di radicale non funziona in quel mondo e la cosa è tanto più allarmante in quanto la proposta proviene da magistrati (Canzio e Patroni Griffi) che hanno esercitato o esercitano funzioni apicali proprio nel sistema della giustizia disciplinare.
Il presidente Canzio ha fatto parte, quale presidente della Cassazione, del Csm ed era all'apice dell'organo chiamato a sindacare anche le sentenze della Sezione disciplinare dello stesso Csm (ossia le sezioni unite di piazza Cavour). Sarebbe, ovviamente, necessaria una riforma costituzionale. Quindi, all'incirca, per almeno altri tre o quattro anni neanche a parlarne, salvo che l'elezione del presidente della Repubblica non consegni nuove maggioranze capaci di proiettarsi nelle prossime Camere che abbiano a cuore le sorti della giustizia italiana, ma al momento di metter mano alla Costituzione non ne parla nessuno, vista anche la maledizione che colpisce ogni riformatore (Renzi da ultimo).
E quindi? Verrebbe da chiedersi che fare. Inizia il dibattito per la riforma del sistema elettorale del Csm così tanto sollecitata dal Quirinale al ministro Cartabia. Abbiamo già scritto che la presidenza della Repubblica spinge perché entrino a far parte dell'organo dell'autogoverno magistrati di provata esperienza e di alto profilo e auspica che la riforma favorisca questa opzione. Uno spiraglio, forse. Un'occasione, volendo.
C'è da chiedersi quale disposizione costituzionale faccia divieto di chiamare i magistrati italiani a votare non solo per la composizione del Csm, ma più specificamente per indicare i componenti della Sezione disciplinare. Si ricordi che quella Sezione è l'unica la cui composizione non muta nei quattro anni in cui il Csm resta in carica e tecnicamente sarebbe possibile consegnare a ciascun elettore due schede. Nella prima si esprimerebbero le preferenze per i componenti del Csm, nell'altra i soli nomi dei quattro componenti togati che dovrebbero dar vita alla Sezione disciplinare. Il tutto senza alcun vincolo di lista e consentendo candidature senza una previa presentazione da parte dei gruppi associativi. Parimenti, sempre per legge, nulla impedirebbe al Parlamento in seduta comune di designare il componente laico che andrebbe a comporre la stessa Sezione disciplinare, ferma la presidenza che deve spettare al Vice presidente eletto dal Csm tra i consiglieri di nomina parlamentare.
I 5/6 della Sezione disciplinare sarebbero, così, chiamati a esercitare la peer review - ossia a sindacare le condotte dei magistrati italiani - in forza di una precisa investitura rilasciata dal corpo elettorale dei giudici e dal Parlamento e con l'autorevolezza che da ciò deriva; probabilmente anche con un'indipendenza dalle correnti e, forse, dalla politica che pare a quel parterre di fini giuristi una necessità improcrastinabile. Certo, è chiaro, resta il problema dei supplenti, ma con un pizzico di buona volontà si supera anche questo scoglio e lavorando sulla scheda la soluzione si troverebbe agevolmente.
di Paolo Itri
Il Riformista, 6 dicembre 2021
L'anniversario della morte di Francesco Nerli offre lo spunto per una riflessione di carattere più generale riguardo ai rapporti tra magistratura, informazione, potere e processo. Com'è noto, la vicenda di Nerli risale all'ormai lontano 2008, allorquando l'ex presidente dell'autorità portuale venne sottoposto al divieto di dimora con l'accusa di concussione per avere chiesto denaro ad alcuni rappresentanti di società operanti nello scalo marittimo napoletano con l'obiettivo di finanziare la campagna elettorale del Pds in Campania in occasione delle regionali del 2005, delle politiche del 2006 nonché delle amministrative del 2007.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 6 dicembre 2021
Sovraffollamento, pochi spazi verdi e colloqui telefonici con costo sproporzionato e mancanza di privacy. Queste le ragioni che rendono assenti o frustranti i contatti tra detenuti e familiari, privandoli di spazi fisici per l'affettività. Lo conferma una ricerca dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale, dalla quale scaturisce l'appello affinché tutte le regioni presentino una proposta di legge analoga a quella della Toscana, oggi arenata, a cominciare dal Consiglio regionale del Lazio. Numeri di Onelia Onorati.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 6 dicembre 2021
L'articolo 68 della nostra carta costituzionale venne stravolto in piena tangentopoli. L'Immunità parlamentare, così come era stata sancita dai costituenti nell'art. 68 della Carta, morì la sera del 29 aprile 1993 a Montecitorio. Probabilmente la sua sorte sarebbe stata segnata comunque, la riforma costituzionale era sul tavolo già da un anno.
Ma il colpo fatale fu il voto segreto con il quale, in quella tempestosa sera di fine aprile, la Camera negò l'autorizzazione a procedere contro il segretario del Psi Bettino Craxi. Forse nessun voto nella storia della Repubblica ha provocato un terremoto di tale magnitudo. Nell'emiciclo volarono botte, insulti e cazzottoni come in una taverna. Un governo nascituro, quello di Carlo Azeglio Ciampi, rischiò di morire in culla e nacque gracile, molto diverso da come era stato pensato fino a un attimo prima del voto di Montecitorio.
Strategie ambiziose volte a salvare il sistema dei partiti dallo tsunami di tangentopoli finirono nei cestini della carta straccia di Montecitorio. Per l'immunità parlamentare iniziò un conto alla rovescia, che si concluse esattamente 6 mesi dopo, quando il Senato approvò in via definitiva e con maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto la riforma costituzionale che stravolgeva l'art. 68. Il 13 ottobre la Camera si era espressa allo stesso modo e con la stessa maggioranza qualificata, rendendo così evitabile il referendum confermativo. La riforma era già approvata in via definitiva.
Sarebbe andata così anche senza il trauma del voto che sula carta avrebbe dovuto salvare Craxi? Probabilmente sì. Ci sarebbe voluto più tempo però, forse anche altri due anni: le camere infatti temporeggiavano, si rimpallavano il testo, aspettavano speranzose che la tempesta passasse. Il 'giorno della vergogna', come fu ribattezzato il voto su Craxi costrinse a prendere la rincorsa.
Ma la sorte dell'art.68, versione originaria, era segnata. Il clima nel Paese era quello. L'immunità, nata per proteggere i parlamentari da ogni minaccia e modellata sull'allora recente esperienza del regime fascista, era vissuta dal colto e dall'inclita come 'una tutela per i ladri', formula spiccia adoperata da un importantissimo quotidiano.
Le nuove regole vanificarono il voto che metteva Craxi al riparo dall'inchiesta e forse, senza la caccia al cinghialone, il testo sarebbe stato lievemente diverso. Ma è ben poco probabile. Lo scontro parlamentare ci fu, ma con i partiti che chiedevano restrizioni dell'immunità ancora più drastiche. Nessuno votò contro la riforma, solo il Pli si astenne. Se al Senato, nell'ultima votazione, il quorum qualificato dei due terzi fu superato di soli sei voti, con 224 approvazioni, non fu per una silenziosa resistenza ma perché in entrambe le camere la falcidie degli avvisi di garanzia lasciava puntualmente vuoti i banchi.
Il plauso peraltro fu generale. Il presidente del Senato Spadolini esaltò la sepoltura di 'privilegi anacronistici'. L'omologo alla guida della Camera, Giorgio Napolitano, profetizzò l'imminente miglioramento dei rapporti tra politica e magistratura e mai ci fu profezia meno azzeccata. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, l'autorevolissimo costituzionalista Paolo Barile, elogiò l''atto di civiltà'.
Dell'art.68 restava intatta solo la prima parte, in base alla quale "i membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni". Spariva invece il passaggio chiave, quello che impediva di sottoporre i parlamentari al processo penale senza apposita autorizzazione. Lo scontro politico era stato sulle altre voci che continuavano e continuano a esigere l'autorizzazione della camera di appartenenza: perquisizione personale e domiciliare, arresto salvo il caso di flagranza, intercettazione.
Sulla carta era puro buon senso e in effetti la possibilità di sottrarre all'azione penale i parlamentari era inspiegabile. Ma nella temperie che si era creata in Italia dopo tangentopoli, la possibilità di aprire comunque l'azione penale espose i politici a processi sommari da parte dell'opinione pubblica prima che delle corti di giustizia. Il limite della riforma, spiegava pochi mesi fa Sabino Cassese, è dovuto specialmente per l'uso che le procure hanno fatto dei procedimenti penali, che hanno dato luogo a quella che viene chiamata correntemente la gogna e più precisamente si può chiamare una procedura di naming and shaming, connessa ad una forte politicizzazione delle procure. Questo dimostra che, se il Parlamento aveva fatto un cattivo uso delle autorizzazioni a procedere, le procure hanno fatto un cattivo uso dei procedimenti penali, una volta aperta la strada dalla modifica dell'art. 68'.
Di conseguenza alcuni casi di richieste di autorizzazione sono diventati veri e propri campi di battaglia. A carico di Nicola Cosentino, coordinatore campano di Forza Italia accusato di relazioni strette con i Casalesi, fu chiesta l'autorizzazione all'arresto, negata del 2009 prima dalla Giunta per le autorizzazioni, poi dall'aula. L'anno successivo Giunta aula respinsero la richiesta di autorizzazione all'uso delle intercettazioni. Nel 2012, di nuovo, tanto la Giunta quanto l'aula negarono l'arresto di Cosentino ma nel 2015 fu invece concesso l'uso delle autorizzazioni e Cosentino, ormai ex parlamentare fu condannato nel 2016.
Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia e tra i principali leader di Fi, chiese che si concedesse l'autorizzazione agli arresti domiciliari richiesta dalla procura di Bari, La Camera non accolse né l'invito di Fitto né la richiesta di procedere con l'arresto. Il procedimento si è poi concluso con l'assoluzione. Nel 2011, invece, la Camera autorizzò l'arresto dell'ex magistrato e deputato del Pdl Alfonso Papa. Sulle battaglie parlamentari di vario tipo, autorizzazioni a procedere incluse, per gli innumerevoli procedimenti a carico di Silvio Berlusconi si potrebbero scrivere enciclopedie, ma negli ultimi anni a sostituire il Cavaliere come imputato eccellente è stato Matteo Salvini. Nel marzo 2019 il Senato respinse la richiesta di autorizzazione per il caso del blocco della nave 'Diciotti'.
Nel maggio dell'anno seguente, con la maggioranza nel frattempo cambiata, l'uscita della Lega dal governo e l'ingresso del Pd, la giunta e poi l'aula accolsero la richiesta di processare il leader leghista per il ritardato sbarco della nave 'Open Arms'. Ora è il turno di Matteo Renzi e forse per fermare la giostra che gira vorticosamente dal 1993 converrebbe il suggerimento di Cassese: 'Oggi sarebbe un errore sia ritornare alla formula originaria del 1948, sia non fare nulla. La premessa di qualunque passo dovrebbe consistere nella attenta valutazione della situazione di fatto, considerando come ha funzionato la norma in vigore dal 1948 fino al 1993 e quella in vigore dal 1993 fino ad oggi. Solo un attento esame sia delle procedure di autorizzazione, sia delle mancate autorizzazioni, e un'analisi precisa del contesto dei rapporti della politica con la giustizia, possono consentire una soluzione meditata e non affrettata".
di Massimo Brandimarte*
Il Dubbio, 6 dicembre 2021
A svelare per prima la contraddizione del regime "ostativo" previsto in Italia è stata la sentenza Cedu del 2019: se "collaborare" è l'unica chance per la liberazione, l'integrità del singolo essere umano viene compromessa. la consulta ha concordato in pieno.
Procura benessere, al giurista, leggere le sentenze della Corte Europea dei diritti dell'Uomo. Sono un esempio di chiarezza espositiva e di schiettezza giuridica. Comprensibili anche dall'uomo della strada. Come deve essere. La monumentale sentenza del 13 giugno 2019 della Cedu - caso Viola contro l'Italia - ha fissato principi ineludibili, cui deve adeguarsi il nostro ordinamento penitenziario, nella esecuzione del cosiddetto ergastolo ostativo.
lafune.eu, 6 dicembre 2021
A Mammagialla le celle dei detenuti non hanno l'acqua calda. Questo a causa di un impianto obsoleto. A segnalare il fatto il Garante dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, nei giorni scorsi in visita alla Casa circondariale di Viterbo, per verificare le condizioni dei 112 detenuti in regime di alta sicurezza, trasferiti dal carcere di Frosinone, e le misure adottate per la continuità della campagna vaccinale e i colloqui dei detenuti con i familiari.
Anastasìa ha visitato il nuovo reparto di Alta sicurezza, la sezione di isolamento, la cucina, i locali e gli ambienti destinati ai colloqui in presenza e a distanza con i familiari, accompagnato dal responsabile dell'attività di monitoraggio della struttura di supporto, Ciro Micera, dalla direttrice dell'istituto penitenziario, Annamaria Dello Preite, dal vicecomandante della polizia penitenziaria e dalla responsabile dell'area educativa. Il trasferimento a Viterbo dei detenuti di alta sicurezza è stato disposto dopo che, a seguito dell'introduzione di una pistola nel carcere di Frosinone, era stato deciso dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) di dimezzare il numero di presenze nella sezione ciociara di alta sicurezza. A Viterbo adesso si trovano 490 detenuti, di cui 112 in alta sicurezza, appunto, e 47 in regime di massima sicurezza, 41 bis.
"Entro la prima metà di dicembre - riferisce il Garante Anastasìa - sarà somministrata la terza dose di vaccino anti Covid-19 al personale e a tutti i detenuti che vorranno accedervi. Nel corso della visita abbiamo potuto verificare gli spazi per i colloqui, sia all'interno che all'aperto, la cucina, l'infermeria e la sezione per l'isolamento.
Stilerò una relazione con le mie raccomandazioni che invierò alla direttrice dell'istituto, che ringrazio fin d'ora per la disponibilità e l'attenzione prestata nel corso della visita e nei confronti delle istanze dei detenuti. Una criticità di rilievo - conclude Anastasìa - è senz'altro rappresentata dal fatto che, benché sia presente nei locali doccia, dai rubinetti nelle camere detentive non sgorga acqua calda, in quanto il sistema idraulico, obsoleto, non lo prevede".
di Ivan Cimmarusti e Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 6 dicembre 2021
L'associazione magistrati (Anm) sottolinea la crescita dell'arretrato, trainata dai ricorsi in materia tributaria e sulle domande di asilo dei migranti. "La garanzia di accesso indiscriminato in Cassazione ha costi, non solo economici, insostenibili e influisce negativamente sull'affermazione della certezza del diritto, valore cardine del nostro ordinamento e sul principio della ragionevole durata dei processi, che costituisce un diritto fondamentale della collettività e non solo del singolo".
È una presa d'atto - e soprattutto un tentativo di sensibilizzare il Governo - quella messa nero su bianco dalla sezione Anm (Associazione nazionale dei dei magistrati) della Suprema corte, in un documento del 29 novembre. Il giudice di legittimità, così com'è impostato - si legge - non è in grado di assicurare la funzione nomofilattica, ossia di fissare i principi in grado di regolare i rapporti giuridici così da avere un effetto deflattivo del contenzioso di merito.
Con una produzione media di 3omila sentenze annue, il rischio è infatti che le decisioni sugli stessi temi siano difformi, creando non poche incongruenze. Il problema di partenza, secondo l'analisi fatta all'inaugurazione dell'anno giudiziario dal primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, è la quantità del contenzioso.
Negli ultimi cinque anni la media dei procedimenti iscritti alla Suprema corte supera i 33mila l'anno. Per non parlare del tributario: nel 2020 la sola sezione ha ricevuto 9.841 ricorsi e ne ha definiti 9.070. Per dare un termine di paragone, il giudice francese equiparabile alla sezione tributaria della Cassazione nel 2020 ha ricevuto1.247 processi e ne ha decisi1.301, poco di più del Bundesfinanzhof tedesco. I numeri dell'allarme Arretrati insostenibili e attese irragionevoli sono la patologia. Negli ultimi dieci anni le pendenze sono aumentate del 21,7%: dalle 97.653 del 2010 si è passati alle 118.876 del 30 giugno 2021.
Un dato su cui pesano molto l'arretrato tributario (il 44,4% del totale) e quello in materia di immigrazione (quasi l'11%). Dal 2010 al 2020 si sono dilatati i tempi per ottenere un provvedimento: dai 35 ai 44 mesi per il Lavoro, dai 28,6 ai 41,3 per la Previdenza e dai 36,9 ai 56,7 per il Tributario. Accesso al giudice di legittimità Secondo 1'Anm, "non può sottacersi che i problemi della sezione tributaria sono comuni a quelli di tutto il settore civile della suprema Corte".
Si afferma che "in una prospettiva più ampia" si debba "ripensare in termini generali a come rivedere il punto di equilibrio tra il diritto di accedere in Cassazione a prescindere dal valore della controversia e dalla materia trattata riconosciuto dall'articolo in, comma 7, della Costituzione e la funzione nomofilattica e quale valore essenziale dell'ordinamento e garanzia fondamentale in quanto volta a realizzare il principio fondamentale dell'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge mediante l'uniformità di trattamento e di interpretazione".
Contenzioso tributario - Una prima ricetta per ridurre il contenzioso tributario, fermo a 5omila pendenze, è specificata nello stesso documento: abbattimento per via normativa delle cause, che impatti per almeno il 30% sull'arretrato, rinvio pregiudiziale e ricorso nell'interesse della legge. Con il rinvio pregiudiziale si permetterebbe al giudice tributario - in presenza di una questione di diritto nuova, che evidenzi una seria difficoltà interpretativa e che appaia probabile che si porrà in numerose controversie - di chiedere alla Corte l'enunciazione di un principio. Per l'Anm - che ricalca una proposta della Commissione di riforma - ci potrebbe essere una deflazione delle liti sul merito con effetto positivo sulla Cassazione.
Il ricorso nell'interesse della legge, invece, ricalca l'istituto del rinvio pregiudiziale, salvo una differenza: l'enunciazione del principio è richiesta dal procuratore generale. La riforma del processo civile Quella del rinvio pregiudiziale da parte del giudice di merito alla Cassazione è una soluzione già messa in campo dalla riforma del processo civile, approvata definitivamente il 25 novembre dalla Camera.
Il nuovo istituto conterà su un procedimento snello e sarà previsto il "filtro" del Primo Presidente della Cassazione, che potrà dichiarare inammissibile la richiesta se mancano i presupposti. Inoltre, la riforma civile introduce un procedimento accelerato per definire i ricorsi inammissibili, improcedibili o manifestamente infondati. Per valutare l'efficacia reale delle nuove misure bisogna però aspettare la loro attuazione, affidata ai decreti delegati da emanare entro un anno.
Adnkronos, 6 dicembre 2021
Spinta da Covid, interessa tutti tipi di procedimento ma non con pari passo - Processo tributario telematico da oltre 2 anni, Cassazione da quest'anno. Numero delle udienze in presenza ridotte al lumicino o non più previste in toto, deposito degli atti ammesso anche (e, in qualche caso, solo) in via telematica, notifiche a mezzo Pec, verbali delle udienze telematiche redatti come documenti informativi che il presidente, o giudice monocratico, e il segretario dell'udienza sottoscrivono con firma elettronica qualificata o con firma digitale. Seppur con le dovute eccezioni, la transizione al digitale, nel mondo della giustizia civile e amministrativa, sembra trovarsi ad uno stadio molto più avanzato rispetto ad altri ambiti del mondo pubblico. È quanto emerge da un dossier elaborato del Csel, Centro studi enti locali, per Adnkronos.
In alcuni casi, la spinta verso la rete è stata data unicamente dal Covid e si dovrà capire poi se le novità introdotte in questo frangente saranno rese permanenti o se resteranno circoscritte al periodo emergenziale. In altri, come nel caso del processo tributario telematico, il percorso era stato completato già da anni, ben prima che chiunque potesse immaginare l'insorgere di una pandemia. Globalmente ormai tutti i tipi di procedimento giudiziario che possono interessare un ente locale in maniera più o meno diretta sono stati oggetto di misure finalizzate a rendere digitale il processo. Non si procede però di pari passo in ogni ambito.
Se il processo tributario è ormai obbligatoriamente ed esclusivamente telematico da 2 anni e mezzo, in Cassazione, ad esempio, la prima apertura verso il superamento del deposito cartaceo di atti e provvedimenti è arrivata solo sull'onda lunga della pandemia. Con circa 10 anni di ritardo rispetto ai Tribunali e le Corti d'appello italiane, finalmente quest'anno anche la Corte suprema ha sdoganato il deposito telematico a partire dal 31 marzo. Va detto però che, ad oggi, osserva Csel, esiste ancora il doppio binario: il digitale è quindi una opzione perfettamente valida e che può sostituire il cartaceo che però, per chi lo voglia, continua ad essere ammesso per i giudizi di legittimità.
Anche la Corte dei conti, a partire dal 2020, ha in parte ceduto alle lusinghe del web, autorizzando lo svolgimento delle udienze in videoconferenza e il deposito telematico come sostitutivo di quello cartaceo. Ad oggi però queste sono misure straordinarie adottate in risposta alla pandemia e non riforme ordinarie e quindi destinate a durare nel tempo.
L'orizzonte temporale delle misure citate coincide ad oggi con la fine dello stato d'emergenza. Salvo ripensamenti, quindi, una volta superato questo frangente, le udienze del giudice nei giudizi innanzi alla Corte dei conti, delle Camere di consiglio e delle adunanze, e le audizioni del pubblico ministero, torneranno a svolgersi secondo le tradizionali modalità. Analogamente si tornerà al previgente obbligo di deposito cartaceo in segreteria della sezione dell'originale cartaceo o della copia cartacea conforme all'originale degli atti processuali.
L'ultima vera roccaforte, ad oggi inespugnata, dal punto di vista della digitalizzazione, per quanto riguarda la giustizia civile e amministrativa, è l'ufficio del giudice di pace. Il decreto legislativo 116/2017 aveva fissato il 31 ottobre 2021 come data nella quale, anche in questo ambito, avrebbero trovato applicazione le disposizioni relative al processo civile telematico ma è stato costretto a fare marcia indietro, spostando la lancetta dell'orologio avanti di ben 4 anni. Uffici poco strutturati, con poco personale e spesso con bassa cultura digitale, non hanno messo i giudici di pace di arrivare pronti a questo appuntamento, che è ora fissato al 31 ottobre 2025.
Nel frattempo, è stato però annunciato che dovrebbe presto essere data, in via sperimentale, la possibilità di depositare telematicamente, anche presso questi uffici, alcuni atti che comprendono: ricorso per decreto ingiuntivo, integrazione documentale, richiesta di consultazione temporanea del fascicolo e deposito complementare.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 6 dicembre 2021
Intervista al professore Alfonso Celotto. "Chi fa politica non deve essere perseguito per voti o opinioni espressi nell'esercizio delle sue funzioni". Reduce dalla sua ultima fatica letteraria, L'enigma della successione, Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale all'Università di Roma Tre, spiega che "l'immunità parlamentare è un istituto sacrosanto" e che "da Mani Pulite in poi si è creato un cortocircuito a causa dell'interferenza della Magistratura sulle cariche politiche".
Professor Celotto, a cosa dobbiamo l'ormai quotidiano scontro tra politici e pm?
Il problema nasce da lontano, cioè dalla teoria della divisione dei poteri del barone di Montesquieu e dall'idea di John Locke della necessità di poteri distinti per non lasciare troppa forza a qualcuno. Tuttavia Montesquieu spiegava che la magistratura non è un potere ma un ordine, come d'altronde è scritto anche nella nostra Costituzione. Ma lui lo definiva "potere nullo", nel senso che potendo incidere sulla vita dei cittadini non doveva essere stabilizzato ma i giudici dovevano essere eletti e restare in carica per pochi mesi. Che, in fondo, è qualcosa che troviamo anche nelle recenti polemica sulla Magistratura.
In Italia molti riconducono il corto circuito tra Magistratura e politica a Mani Pulite. Crede anche lei sia stato quello il punto di rottura o preferisce fare riferimento ad altro?
Diciamo che nel corso degli anni la Magistratura si è consolidata ed è diventata un potere vero e proprio, con una forte influenza sui cittadini e sulla politica. Da Mani Pulite in poi, tuttavia, si è creato un corto circuito forte che riguarda l'interferenza che la Magistratura ha sulle cariche politiche. Basti pensare al caso Bassolino, con 19 processi penali contro l'ex sindaco di Napoli e presidente della Campania, che ha impiegato 15 anni per essere assolto da tutto. Il problema mi sembra evidente.
Di recente è stato poi sollevato il tema della responsabilità dei primi cittadini su atti non direttamente ricollegabili al loro operato. Che idea si è fatto?
Chi oggi si espone in cariche pubbliche rischia di essere messo sotto processo e per questo molto spesso si trova in difficoltà nel dover prendere determinate decisioni. A questo proposito sono interessanti le proposte di modifica al reato di abuso d'ufficio, perché ogni volta che qualcuno esercita un pubblico potere c'è sempre il dubbio che stia violando una legge, ma così facendo si rischia lo stallo.
Crede che l'interferenza della Magistratura rispetto alla politica sia tale da rendere impossibile una retromarcia o la politica stessa dovrebbe far sentire la sua voce per ristabilire un punto d'equilibrio?
Il nostro modello nasce all'inizio dell'800, dove lo stato era molto più semplice e aveva molti meno compiti. Nel tempo la gestione dello stato è diventata sempre più complicata e la macchina sempre più ponderosa. Fino ad arrivare al rapporto intricato tra Magistratura e politica. Per questo credo che riuscire a tornare indietro sia difficile, basti pensare a quanta difficoltà sta facendo la politica nel tentativo di riformare il Csm. Insomma, non è affatto facile riorganizzare la giustizia rispetto al rapporto con gli altri poteri.
Eppure di riforme della giustizia si sta finalmente discutendo, come dimostrano la riforma de processo penale e quella sul civile della ministra Cartabia. Siamo ancora in tempo per cambiare le cose?
Diciamo che molte delle soluzioni trovate sono state alimentate dagli obblighi che dobbiamo rispettare circa il Pnrr, per avere i fondi dell'Unione europea. Senza dubbio bisogna cercare di sveltire i processi, visto che in Italia ci sono circa cinque milioni di processi l'anno. La riforma Cartabia incide su questo, ma non è sufficiente. Assistiamo a un'iperpenalizzazione, ciò è a un uso indiscriminato del processo penale anche nei casi in cui basterebbero multe serie. Da avvocato dico che il processo civile ha decide e decine di riti differenti e questo non fa altro che alimentare un pasticcio enorme.
Insomma, parola d'ordine semplificare?
Servirebbe una semplificazione seria e profonda. Ma è un problema che di certo non scopriamo oggi. Basti pensare a Dante quando fa dire a Giustiniano "che, per voler del primo amor ch'i' sento, d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano".
Tornando all'immunità parlamentare, crede si debba recuperare questo istituto nella sua forma iniziale...
L'immunità parlamentare è un istituto sacrosanto. Tanto che lo troviamo identico anche nello statuto Albertino. Chi svolge attività politica deve essere certo di non essere perseguito per voti o opinioni espressi nell'esercizio delle sue funzioni. Perché l'agone politico è qualcosa di molto diverso dalla calunnia o l'ingiuria. Negli anni tuttavia è successo che l'autorizzazione a procedere era diventata una sorta di privilegio, vissuto come qualcosa di odioso. Per questo si è eliminata l'autorizzazione a procedere e si è spostato il peso sull'immunità parlamentare. Ma, a trent'anni di distanza, si dice che era meglio il vecchio articolo 68, con l'immunità parlamentare generale e poi sotto l'autorizzazione a procedere.
È d'accordo con questa tesi?
La condivido, perché i costituenti avevano trovato un punto di equilibrio. I processi a Berlusconi, a Renzi e Bassolino, sono processi contro privati cittadini o causati dalla loro attività politica? È di questo che si dovrebbe parlare. Il tema, insomma, è complicato e profondo nel suo insieme.
Il Resto del Carlino, 6 dicembre 2021
L'amministrazione comunale di Montefiore Conca, è in linea con le perplessità sollevate da alcuni residenti, in merito alla probabile destinazione dell'ex convento delle suore. La struttura infatti potrebbe diventare un centro educativo e formativo riservato ai detenuti.
La questione sta agitando la popolazione del borgo. Ed ecco che il Comune ha deciso di prendere posizione con una nota. "Da alcune settimane l'associazione Papa Giovanni XXIII sta conducendo una trattativa privata per ottenere la locazione dell'immobile - sostiene l'amministrazione comunale guidata dal sindaco Filippo Sica - Sulla base di alcune verifiche che abbiamo effettuato e di quello che abbiamo potuto apprendere, il progetto attualmente al vaglio dell'associazione, prevede di destinare i locali dell'ex convento all'apertura di un Centro Cec (Comunità Educante con i Carcerati): un percorso educativo e formativo riservato ai detenuti che mira al loro possibile inserimento anche in contesti lavorativi. Si tratta senza dubbio di un'iniziativa lodevole e che merita il nostro plauso.
Tuttavia, fin da subito alcuni residenti del borgo hanno sollevato alcune perplessità rispetto a questa ipotesi. Perplessità che sono state confermate anche nel corso di un incontro pubblico organizzato dall'Amministrazione per informare i cittadini della notizia appresa da qualche giorno, e svoltosi al teatro Malatesta il 26 novembre, in cui alcuni cittadini si sono espressi contrariamente alla realizzazione del progetto e che nei giorni a venire ha portato a manifestazioni di dissenso e alla presunta nascita del Comitato cittadino "Montefiore Libera".
Non dimentichiamo che la struttura è sempre stata utilizzata per finalità sociali a favore degli anziani del paese e dei comuni limitrofi. Il sindaco e la sua giunta, pur avendo sempre mantenuto un rapporto di proficua collaborazione con l'associazione Papa Giovanni XXIII che è una realtà riconosciuta in tutta Italia per il suo valore in campo sociale, ritiene che la collocazione di un Cec in pieno centro storico, a due passi dalla Rocca Malatestiana, mal si concilia con le esigenze e le peculiarità del nostro borgo, il quale ormai da molti anni si propone al pubblico anche come destinazione turistico a carattere storico, culturale, enogastronomico, etc., perplessità espresse in teatro anche dal sindaco e rinnovate ieri pomeriggio nel corso di un'intensa telefonata al responsabile del progetto. Ci auguriamo quindi che l'associazione Papa Giovanni XXIII possa trovare un luogo più idoneo alla loro meritevole attività al di fuori del borgo di Montefiore".
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