di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 8 luglio 2021
Un detenuto sviene, un altro si ribella. Aperta un'inchiesta sulla diffusione dei filmati. Come in un film dove la scena paurosa deve arrivare all'improvviso, pure le immagini registrate dall'impianto di videosorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vetere sembrano avere una trama e un crescendo preparato meticolosamente come si prepara una sceneggiatura.
I video della perquisizione del 6 aprile 2020 nel reparto Nilo dell'istituto di pena casertano, all'inizio raccontano un clima tranquillo. I detenuti sono fermi all'esterno delle celle, parlano tra loro, qualcuno scherza anche. I poliziotti vanno e vengono. Il controllo delle stanze è accurato, da una viene tirato fuori il letto. Il detenuto che occupa la cella collabora, smonta la rete, separa i piedi dal resto della struttura e a un pezzo alla volta porta tutto fuori. Dove rimonta ogni cosa. Lo si vede bene mentre si guarda intorno e non sa nemmeno lui che cosa deve fare con quel letto in mezzo al corridoio. E pure nella sala della socialità, quella dove ci sono il biliardino e il tavolo da ping pong e dove poi succederanno cose orrende, il clima all'inizio è tranquillo.
I detenuti stanno seduti sulle sedie accostate al muro, hanno l'aria di chi sta aspettando, sembra che stiano lì in attesa che la perquisizione finisca. Poi si apre la porta in fondo, entrano un paio di agenti di Santa Maria e quattro o cinque di quelli del gruppo di rinforzo, quelli in tenuta antisommossa, con i caschi, gli scudi e i manganelli. I detenuti capiscono subito quello che sta per succedere: si alzano e cercano riparo arretrando fino al lato opposto della stanza. Non serve a niente. Anzi, in quell'angolo dove si sono infilati restano imprigionati.
Gli agenti li raggiungono, e quelli con i manganelli cominciano a picchiare. Un recluso prova a ribellarsi, non a reagire: solo a ribellarsi. E la paga amaramente. È un accanimento al quale soltanto un poliziotto del carcere sembra opporsi. Più volte si frappone tra i colleghi e i detenuti, più volte ferma il braccio di chi sta abbattendo l'ennesimo colpo. Altro video, ancora la sala della socialità. Tre detenuti fermi al centro, con le mani alzate. Per uscire devono passare in mezzo a un gruppo di agenti fermi davanti alla porta. Provano, ma prima di arrivare nel corridoio, ognuno non può evitare pugni, schiaffi e calci.
Stavolta il più violento è un agente interno al carcere. Violento ma anche ridicolo. È bassino, non ha il manganello, picchia a mani nude. Le telecamere lo riprendono mentre si scatena sul primo dei tre reclusi che gli capita davanti, un omone alto e grosso con il quale difficilmente quell'agente si sarebbe misurato in strada o in qualunque altro posto fuori dal carcere. Qui invece lo colpisce più volte, ma fatica ad arrivare al volto e deve accontentarsi di dare schiaffi al tronco, soprattutto fianchi e schiena. Cambio inquadratura: un detenuto sviene, passano due agenti e tirano dritto, ne sopraggiunge un altro e gli sferra un calcio. Poi arrivano due sanitari, lo aiutano a riprendersi, lo fanno mettere su una sedia. Tornano gli agenti, ma non lo picchiano più. Ma è un caso isolato, perché i video, ormai è chiaro, riportano quasi solo pestaggi. Nella sala della socialità, nei corridoi, sulle scale. La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha aperto un fascicolo di indagine per i primi filmati pubblicati in Rete, che secondo gli inquirenti sarebbero dovuti rimanere riservati.
I riconoscimenti degli agenti indagati sono avvenuti tutti o quasi attraverso le immagini registrate. Ma uno dei poliziotti finiti agli arresti quelle immagini certamente le ha benedette, perché proprio grazie ai video è riuscito a convincere il giudice delle indagini preliminari di non essere lui quello ripreso dalle telecamere. E questo gli è valsa la scarcerazione. Gli altri sperano nel riesame, che inizierà domani e proseguirà fino alla prossima settimana. Le posizioni da esaminare sono molte perché hanno fatto ricorso anche i poliziotti sospesi. I loro sindacati, intanto, hanno incontrato ieri il ministro della Giustizia Cartabia per parlare di come riorganizzare il lavoro degli agenti penitenziari.
di Luigi Manconi
Il Riformista, 8 luglio 2021
Perché aprire un nido nel carcere di Bologna quando l'ordinamento tende a scoraggiare la detenzione dei piccoli con le loro madri? fondi stanziati per le case famiglia protette non sono ancora stati ripartiti tra le Regioni. La legge per impedire l'ingresso dei bimbi in galera sembra bloccata. Un intervento della guardasigilli e del governo ora è indispensabile.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 8 luglio 2021
Marco Bechis, regista, nel 1977 è stato un desaparecido. Ha elaborato il sequestro e le torture con film come Garage Olimpo e con un libro appena uscito. "C'è qualcosa che unisce la mia storia, il G8 e i pestaggi in carcere a Santa Maria Capua Vetere", dice. È la violenza di stato, la burocratizzazione del male e "quella forma di violenza sociale che è l'impunità" e che si nutre del nostro disimpegno civile e politico. Non bastano le immagini per raccontare quella violenza. Bechis, da regista, riflette sul fatto che non basta mostrare per trasmettere un'esperienza. Le parole sono importanti.
Il 19 aprile 1977 Marco Bechis ha vent'anni. Riconosce la paura dall'odore. È l'"odore acre di sudore" dei militari argentini che lo sequestrano a Buenos Aires. Più di vent'anni dopo, per raccontare le torture subite usa le immagini. Garage Olimpo del 1999 è tra le sue opere più note. Una pellicola ancora attuale, che con Figli/Hijos viene riproposta domani al parco della Cervelletta di Roma, nella rassegna organizzata dai ragazzi del Cinema America. Per fare i conti con quel giorno del 1977, però, il regista ha bisogno delle parole. Gli serve un libro, La solitudine del sovversivo, edito da Guanda quest'anno.
"Mai più violenza di stato" era il titolo della nostra prima pagina dello scorso primo luglio. Il riferimento è ai fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Lei è stato vittima di violenza di stato, anche se in altri luoghi e tempi: fu torturato in Argentina, durante la dittatura militare, nel 1977. Cosa le evocano i fatti di oggi?
Ho riflettuto su questo. L'Italia non è diventata come l'Argentina o il Cile degli anni Settanta, e fare paragoni impropri significa sminuire ciò che è avvenuto in quei paesi. Ma qualcosa unisce la mia storia, i fatti di Genova e i massacri della scuola Diaz e di Bolzaneto vent'anni fa, Santa Maria oggi. È il meccanismo burocratico e militare della violenza, che va oltre la malvagità individuale ma si fa sistema. Ho visto i video pubblicati da Domani. Ho visto violenza gratuita, colpi sferrati come fossero adempimenti. Stavolta, come ai tempi di Genova, ci si è permessi di fare tutto questo perché c'era un'indicazione dall'alto. Non significa che gli agenti vadano discolpati perché obbedivano, tutt'altro. Ma bisogna ricostruire tutta la catena delle responsabilità. Capire il perché di un tale senso di impunità.
Domani ha raccontato i fatti per molti mesi, ma la politica ha fatto finta di non vedere. Solo la pubblicazione dei video ha costretto a porre attenzione. Lei ha sentito l'esigenza di mettere in scena l'esperienza argentina, il campo di concentramento, nel film Garage Olimpo. È necessario vedere perché si prenda atto?
La parola e l'immagine suscitano effetti diversi: l'immagine si presenta come autoevidente, vera di per sé, mentre le parole suggeriscono la necessità di una verifica. In realtà non è così: anche una immagine è parziale, è una inquadratura, è frutto di una scelta di cosa mostrare. Le parole possono essere portatrici di verità mentre le fake news possono alimentarsi di immagini. Io in Garage Olimpo non mostro la violenza. Il mio non è un film alla Tarantino, che amo, ma che lavora all'interno di un codice, per cui sai che la violenza è finta. Faccio esattamente l'opposto: racconto la violenza vera lavorando per sottrazione. Lo spettatore che si trova di fronte a una porta chiusa con una radio a tutto volume deve immaginare, senza alcun indizio esplicito, cosa sta accadendo. Cioè, la tortura.
Quando la sceneggiatura di Garage Olimpo è arrivata ai produttori, uno di loro ha dato parere negativo dicendo: "La tortura l'abbiamo già vista". Non solo nella fiction, anche sui media esiste una pornografia del dolore. Qual è il confine tra immagine necessaria ed esibizione?
Non è necessario esibire le immagini del corpo martoriato di Giulio Regeni per esigere giustizia. Una immagine violenta provoca emozione, appaga perché finisce lì, mentre la comprensione arriva attraverso il ragionamento. Per me mostrare la tortura in un film o in un documentario è inutile se non controproducente, per almeno due motivi. Il primo è che esibendo la violenza le si sottrae potere. Il secondo è che si alimenta una illusione: ci si illude che aver visto significhi aver esperito, e che mostrare il dolore basti a trasmettere un'esperienza.
Eppure lei, sequestrato per ragioni politiche, desaparecido, ha fatto ricorso alle immagini per trasmettere il suo vissuto...
L'ho fatto attraverso immagini indirette. Quando leggiamo un libro, questo ci evoca immagini, anche se è fatto di parole. Sarebbe sbagliato pensare che un film, che è fatto di immagini, non abbia il potere di evocarne a sua volta. L'immagine più potente di un film non è quella che si vede, ma l'immagine interiore che viene suggerita. Cercando una chiave per raccontare fino in fondo il disagio, ho trovato che il modo migliore fosse quello di obbligare lo spettatore a immaginare ciò che sta succedendo; io mostro per vie indirette.
Un gioco di inferenze. Come quando lei stesso intuisce le torture subite dagli altri imprigionati attraverso i suoni. Nel suo memoir c'è "l'urlo disumano con cui ognuno di noi prigionieri fa il conto". C'è "il ronzio implacabile della picana", lo strumento di tortura, sordo alle implorazioni del prigioniero: "Per favore, smettete!".
Del resto io per primo, non ho potuto vedere. Ero bendato. Ho dovuto costruirmi le immagini, ricostruire, perché sul momento non sapevo neppure dove fosse localizzato il campo di concentramento.
Perché occultare la vista?
Se fossi sopravvissuto, non avrei riconosciuto i miei aguzzini. E poi, il mio sguardo su di loro sarebbe stato d'intralcio. Quando guardi in faccia un torturatore, fai appello alla sua umanità; gli rendi più faticoso farti del male.
Lei vede chi la ha torturata molti anni dopo. Che emozione le rimane di quel giorno in tribunale?
Nel 2010 il tribunale di Buenos Aires mi ha invitato a testimoniare sul mio sequestro. Più di trent'anni dopo, mi sarei ritrovato di fronte loro, quei militari ormai invecchiati come me, chi mi aveva torturato, picchiato, incatenato e chi ha deciso che sarei sopravvissuto. I parenti dei militari e quelli delle vittime venivano tenuti separati. Io ho voluto con me i miei amici, e questo mi ha dato sicurezza.
Ha convissuto con il senso di colpa di essersi salvato. Suo padre, all'epoca manager Fiat, riuscì a ottenere la sua liberazione. Le è servito un lungo percorso per riconoscersi come vittima...
Il senso di colpa è dovuto al fatto di sapersi vivi mentre altri sono morti. Non è semplice imparare a convivere con questo. Si può fare qualcosa, però, di tutto questo. È quello che ho provato a fare con le mie opere.
La parola desaparecido sembra lontana. Non lo è, se non altro perché gli strascichi giudiziari di quel che è successo in America Latina arrivano fino a oggi...
Si può dire che questa parola in Italia abbia contribuito a portarla io, negli anni Ottanta. Il meccanismo - la scomparsa, la repressione dello stato contro i propri cittadini - è attualissimo. È successo in Bosnia, succede in Libia. L'unico modo per lenire le ferite è la giustizia. Non tutti la ottengono. Esiste una violenza sociale chiamata impunità. Fino a poche settimane fa mi trovavo in Uruguay, dove i processi rispetto all'Argentina sono stati molti meno. Ho presentato Garage Olimpo nella città di Mercedes, davanti a un pubblico di sopravvissuti alla dittatura uruguayana. Questi anziani signori si muovono tuttora come se fossero in pericolo. Il motivo me lo la ha spiegato Angel, uno di loro. Fu appeso e gli fu messo il fuoco sotto i piedi, cammina tuttora male. "Ogni tanto quando faccio la fila in farmacia incrocio quello che mi ha bruciato i piedi, è libero, mi saluta pure".
Nel libro scrive che "umano e politico si intrecciano". Cosa resta di umano nelle violenze di stato?
È proprio questo il punto. La spersonalizzazione della violenza, la sua burocratizzazione, fanno sì che lo stato stesso possa trasformarsi in una Bolzaneto. Può succedere ovunque, finché c'è qualcuno che dice: "Ci penserà qualcun altro al posto mio". Una società disimpegnata è una società a rischio. Una ragazza di un liceo di Roma, dopo aver assistito alla proiezione di Garage Olimpo, si è alzata e mi ha urlato: "Adesso lei ci deve dire che cosa dobbiamo fare". Bisogna fare politica, impegnarsi per la cosa pubblica. Ecco cosa possiamo fare.
di Franco Monaco
chiesadimilano.it, 8 luglio 2021
I gravi episodi di Santa Maria Capua Vetere riaccendono l'attenzione su una realtà spesso rimossa dal sentire comune, come già denunciava il Cardinale che invece ne faceva un tema centrale del suo pensiero, tra Scrittura e Legge. Un mondo ben documentato dalla mostra fotografica di Margherita Lazzati aperta alla Società Umanitaria.
Sono agghiaccianti le immagini dei soprusi e della violenza gratuita perpetrati nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere. Ma, oltre le immagini, tre elementi attestano che non si può derubricare il caso a un episodio isolato ascrivibile a "mele marce": la circostanza del coinvolgimento di decine di soggetti comprensivi di un segmento della catena di comando; la singolare circostanza che sia trascorso oltre un anno prima che la notizia filtrasse (a conferma di una inquietante dose di omertà); la sensazione che, se non vi fossero state le immagini registrate, forse mai ne saremmo venuti a conoscenza. Il che autorizza a chiedersi se altri casi, si spera non così estremi, semplicemente non siano filtrati. Lo sdegno è sacrosanto. Ma non possiamo fermarci lì. Ho un amico dirigente della polizia penitenziaria. Persona degnissima, di grande umanità e professionalità. Da lui ho ascoltato il giudizio più severo, da operatore della giustizia ferito nell'intimo. Preoccupato del discredito che potrebbe investire un corpo di polizia spesso trascurato che fa un lavoro tanto prezioso e difficile.
Sono andato a rileggere le riflessioni del cardinale Martini, che ebbe una attenzione e una sensibilità specialissime per i detenuti, la condizione carceraria, il senso della pena detentiva. Sin dal suo ingresso a Milano. Cito: "Per me vescovo quella del carcere e dei carcerati è un'esperienza fondamentale... Il carcere è il luogo in cui avverto più che mai il mio servizio di vescovo". Dovremmo esserne partecipi anche noi cristiani comuni (e cittadini responsabili). Si comprende il perché: la colpa, l'espiazione, la responsabilità, la conversione, il ravvedimento, la riconciliazione, il perdono sono temi che incrociano la Rivelazione cristiana. Sui quali essa e la Chiesa che ne è custode hanno una parola originale, ma non priva di una proiezione sul piano civile e penale. Con una premessa: "Il problema del carcere viene ancora oggi rimosso dalla vita della comunità per paura o senso di colpa; pur essendo gestito dallo Stato, in realtà è privatizzato", volentieri delegato agli addetti ai lavori.
Facile, troppo facile limitarsi allo sdegno occasionale. Se non fossimo così insensibili e persino ipocriti, dovremmo osservare con schietto realismo, come fece Martini, che gli ineccepibili principi costituzionali circa la funzione rieducativa (meglio: riabilitativa) della pena non trovano effettivo riscontro nella concreta realtà carceraria ("le cose vanno diversamente"). Non per concludere semplicisticamente che il carcere possa essere abolito: in una società imperfetta "abbiamo bisogno di strutture di deterrenza e di contenimento", ma, questo sì, per porsi anche, con coraggio, domande scomode del tipo: "È umano ciò che i detenuti stanno vivendo, è efficace per un'adeguata tutela della giustizia, serve alla riabilitazione e al recupero?".
Interrogando da un lato la Scrittura e dall'altro l'evoluzione del diritto penale, Martini approda a quattro conclusioni. La prima: il carcere va concepito e praticato come extrema ratio, come soluzione ultima e temporanea. Dando priorità alle pene alternative. La seconda: se, non a parole, il loro fine è quello riabilitativo, le pene, pur nel quadro di regole generali, dovrebbero essere, per quanto possibile, personalizzate, utili cioè anche a incoraggiare il percorso di un soggettivo ravvedimento del reo. La terza: l'asimmetria tra il reo e lo Stato, il quale dovrebbe dare mostra, in concreto, di non ripagare il male con il male. Come potrebbe altrimenti propiziare il ravvedimento? Qui sta il vulnus più grave di episodi come quelli di cui sopra.
Quarto, ai cristiani sono richiesti due ulteriori atteggiamenti: quello di confidare nella circostanza che non vi siano persona o situazione, anche le più apparentemente compromesse, che precludano il riscatto e la rigenerazione; e quella della comune quota di responsabilità nella radice del male e del peccato. Da non fraintendere come cancellazione delle responsabilità individuali o come facile perdonismo. Non cioè in omaggio a una corriva sociologia deresponsabilizzante. Ma nella consapevolezza (teologica) che nessuno è immune dal male che abita il mondo, a motivo della nativa ferita rappresentata dal peccato d'origine del quale c'è traccia in ciascuno di noi.
A vincere la facile, abituale rimozione, ci dà l'occasione la bella mostra fotografica che dobbiamo, ancora una volta, a Margherita Lazzati dal titolo "Il carcere: quartiere della città", allestita ai primi di luglio presso la Società Umanitaria. Scatti di interni di San Vittore accompagnati da cinquanta storie di vita di persone che vi risiedono o lo frequentano. Nel titolo sta la provocazione: San Vittore sta nel cuore urbanistico di Milano. Forse meno nel cuore o almeno nella conoscenza dei milanesi.
di Riccardo Arena
ilpost.it, 8 luglio 2021
L'ipocrisia. Ora, e solo dopo aver visto quel video dei pestaggi nel carcere di S.M. Capua Vetere, molti nel mondo della politica si scandalizzano e parlano di "ferita allo Stato" o di "tradimento della Costituzione". Ora, e solo ora. Bene, meglio tardi che mai! Ma domando: questi parlamentari non sapevano del degrado e dell'abbandono che da anni governa le carceri italiane? Chi tra i parlamentari oggi si scandalizza, non sapeva che, se pur con diverse proporzioni, violenze come quelle avvenute a S.M. Capua Vetere, sono avvenute e avvengono in tante altre carceri italiane? Non sapevano delle inchieste in corso o delle condanne che già sono state inflitte?
Ed ancora. I parlamentari non sapevano, delle migliaia di persone detenute che sono costrette a vivere in piccole celle sovraffollate e che non possono fare nulla per tutto il giorno?
Non sanno che anche questo è "un tradimento della Costituzione", "una ferita allo Stato?
È, con tutta evidenza, l'ipocrita logica dell'apparenza. Ciò che appare è importante, ciò che non appare non conta nulla.
Il Sistema. È miope, oltre che sciocco, guardare alle violenze avvenute nel carcere di S.M. Capua Vetere, senza riflettere sull'inefficienza della catena di comando e sull'incapacità di chi amministra gli istituti di pena.
Anzi! Ciò che è avvenuto nel carcere di S.M. Capua Vetere è una brutale sintesi di quell'inefficienza e dimostra il fallimento del sistema carcere per come è amministrato.
Tradotto: dietro quegli schiaffoni, dietro quelle manganellate gratuite, non solo c'è la responsabile indifferenza di gran parte della politica, ma soprattutto c'è l'incapacità, l'inefficienza di chi ha responsabilità di comando e di amministrazione.
Ed infatti, dopo le denunce per quelle violenze e dopo l'inizio dell'inchiesta da parte della Procura di S.M. Capua Vetere, nessuno nel Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha fatto nulla. Nessun procedimento disciplinare, nessun trasferimento. Da quel 6 aprile 2020 tutti tra agenti, comandanti, provveditore, sono rimasti al loro posto come se nulla fosse accaduto.
Ma diranno: "Si doveva aspettare l'esito dell'indagine penale"! Tipica bugia da burocrate. Il procedimento amministrativo, prescinde dal processo penale e ha anche tempi più rapidi.
E così, sta di fatto, che poco o nulla ha fatto l'ex Ministro Bonafede, che riferendo in Parlamento su quelle violenze ha parlato di "ripristino dell'ordine" e che sembra si sia limitato solamente ad avviare un'indagine interna di cui però, e stranamente, non si conosce l'esito.
Nulla ha fatto l'ex capo del Dap Basentini, che ora, e solo ora, dice di non aver saputo nulla di quelle violenze, quando invece sapeva delle numerose persone che denunciavano quelle violenze, ma ha omesso di assumere, in tempi brevi, provvedimenti disciplinari.
Dunque, figure di vertice che avevano il dovere di controllare e di intervenire tempestivamente e che invece sono rimaste pressoché inermi.
La conseguenza? Nessun provvedimento amministrativo è stato preso nei confronti del Provveditore della Campania, che pare avesse dato l'ordine per quella che doveva essere una perquisizione, e nessun provvedimento è stato adottato per i Comandanti o per quegli agenti della polizia penitenziaria che, pur essendo stati denunciati dai detenuti del carcere di S.M. Capua Vetere, sono rimasti in servizio nello stesso penitenziario.
Ma non finisce qui. Infatti una volta che si è dimesso il Capo del Dap Basentini, subentra il nuovo capo del Dap Dino Petralia. Dottor Petralia che, come è facile desumere, sapesse di ciò che era accaduto nel carcere di S.M. Capua Vetere. E lo voglio sperare perché altrimenti sarebbe meglio che cambiasse lavoro.
Bene. Anche con il nuovo Capo del Dap, nessun provvedimento amministrativo viene adottato, come se non fosse successo nulla. Strano, no?
Ed ancora. A febbraio del 2021, dopo ben 9 mesi da quel pestaggio, cambia Governo, cambia Ministro della Giustizia, ma i gravi fatti accaduti nel carcere di S.M. Capua Vetere sembrano essere dimenticati finché non scattano le misure cautelari e finché non viene pubblicato quel video da il Domani.
E dunque domando: il Dottor Petralia, prima della pubblicazione di quel video, ha informato in modo tempestivo e completo la Ministra Cartabia sulla reale portata dei fatti avvenuti nel carcere S.M. Capua Vetere oppure la Ministra non è stata compiutamente informata?
Morale: quando si vedono le immagini di quella "orribile mattanza", ci si dovrebbe ricordare che la merda cade sempre dall'alto e questo vale anche per le carceri.
La prospettiva. Ecco se si vuole davvero evitare che accadano di nuovo violenze come quelle avvenute nel carcere di S.M. Capua Vetere, si dovrebbe capire che per ricoprire i vertici dell'amministrazione penitenziaria (il Dap) servono specifiche capacità che un bravissimo magistrato, abituato a fare il Giudice o il Pm, non ha. Servono, insomma, persone con profonde conoscenze del mondo carcerario e che abbiano anche capacità organizzative per gestire il difficile e complesso mondo penitenziario, che costa quasi 3 miliari di euro all'anno.
Serve un netto cambio di passo nella scelta delle persone ai vertici del Dap. Ma non domani. Subito!
Diversamente, violenze come quelle che abbiamo visto saranno destinate a ripetersi e lo Stato, in quelle celle sovraffollate, non solo continuerà a violare le sue stesse regole, ma continuerà a violare i diritti delle persone detenute buttando al vento tanti, troppi soldi pubblici che oggi vengono spesi per produrre abbandono e criminalità.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 luglio 2021
"La risposta non può e non deve essere solo il carcere. Bisogna cominciare a dirle queste cose, anche a gridarle". Per Don Mimmo Battaglia è il momento di puntare sulla giustizia riparativa. "Ho avuto la figlia di Aldo Moro e la Faranda, è stato un momento molto bello e molto importante e spero che su queste tematiche si possa riflettere sempre di più", aggiunge l'arcivescovo di Napoli partecipando all'incontro, presso il Centro della diocesi di pastorale carceraria, con i volontari delle carceri di Poggioreale e Secondigliano e del centro di accoglienza per detenuti Liberi di volare.
"Dopo quello che si è verificato a Santa Maria Capua Vetere - commenta - non si può pensare che ormai il fatto è successo per poi riparlarne quando si verificherà un altro fatto simile. Bisogna tenere sempre la luce accesa su questi temi ed è importante non parlare più di pene alternative ma cominciare a parlare di alternative alle pene". "È possibile", afferma don Mimmo sottolineando il valore del volontariato e l'importanza di percorsi di recupero e di responsabilizzazione che non passino necessariamente per il carcere: comunità, case famiglia, strutture, progetti. "Aiutano - sottolinea Battaglia - a cogliere il senso del riscatto di una persona che ha sbagliato e vuole darsi un'altra possibilità". Il tema centrale è quello della giustizia riparativa che sarà anche al centro dei futuri progetti della diocesi di Napoli, annuncia l'arcivescovo Mimmo Battaglia.
Anche don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale e direttore della pastorale carceraria della Curia di Napoli, parla di giustizia riparativa anticipando un progetto a cui si lavorerà a breve: "Prepareremo un documento. Stiamo pensando di realizzare un centro di giustizia ripartiva nella nostra diocesi. Più che come alternativa al carcere, la giustizia ripartiva deve essere vista come un nuovo modo di vivere la giustizia, una giustizia dove vittima e colpevole hanno la possibilità di incontrarsi e il danno può essere guarito da questo incontro". Quindi, un riferimento all'inferno che si vive in molte carceri: "Chi esce dal carcere lo fa peggio di come è entrato -sostiene don Franco - Si entra colpevoli di un reato commesso e si esce vittime di un reato subito". Quando alle notizie sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il sacerdote sottolinea che "parlare di mele marce è l'alibi della cassetta: se una mela diventa marcia non è perché è nata marcia ma perché è stata posta in una cassetta (istituzione carcere) che è marcia. Il dramma non è quello che accade nel carcere, il problema è il carcere. Fino a quando si continuerà a pensare che il carcere sia l'unica risposta, da parte dello Stato, alla delinquenza e alla giusta domanda di sicurezza della società, io non mi meraviglio che accadono cose che non dovrebbero mai accadere".
L'inchiesta sui fatti di Santa Maria, intanto, prosegue. Ieri nel carcere casertano sono arrivati gli ispettori del Ministero della Giustizia con un preciso obiettivo: verificare i malfunzionamenti della catena di comando del 6 aprile 2020, giorno di quella che il gip ha definito "orribile mattanza". Nel frattempo, il sindacato di polizia penitenziaria se la prende con il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, dalla cui denuncia sono partite le indagini sui pestaggi, e ne chiede la revoca e la sostituzione al governatore Vincenzo De Luca. Il sindacato critica Ciambriello per i toni "allarmistici" della conferenza stampa dell'altro giorno: "Le affermazioni del garante, per il quale ci sarebbero "immagini più raccapriccianti", sono di una gravità assoluta e alimentano il clima d'odio nei confronti della polizia penitenziaria", si legge in una nota del segretario generale Aldo Di Giacomo diffusa poche ore prima che Repubblica diffondesse altri video dei pestaggi. Secca la replica di Ciambriello: "Sono amareggiato per le dichiarazioni rese da chi punta soltanto a ottenere qualche iscritto in più al sindacato. Ho detto la verità e attendo scuse pubbliche da Di Giacomo".
L'Osapp ha invece invitato gli agenti penitenziari ad astenersi dalla funzione della mensa ordinaria di servizio in segno di solidarietà nei confronti dei colleghi del penitenziario di Santa Maria. "Basta mortificazioni", dicono chiedendo che il corpo sia equiparato a quello della polizia di Stato e delle altre forze dell'ordine, presidi di sicurezza per contrastare le aggressioni, protocolli operativi per fronteggiare le criticità in carcere, dotazione di bodycam e una formazione adeguata.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 8 luglio 2021
Finalmente i media si occupano di carcere! Ci sono volute immagini tremende e messaggi raccapriccianti per sollevare lo sdegno dell'informazione e quello dell'opinione pubblica. Anche i sostenitori storici del "buttare la chiave" hanno dovuto ammettere che la crudeltà di quanto visto e letto non lascia spazio a interpretazioni. Uno squarcio di luce intrisa di sangue sta attraversando il carcere, lasciato solo e abbandonato a se stesso da tempo immemorabile. Ora è necessario tenere alta l'attenzione per evitare che le tenebre tornino ad avvolgere quel mondo sconosciuto o, comunque, dimenticato.
Quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere ha confermato l'importanza della figura del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale e quella di una Magistratura di Sorveglianza attiva, oltre che in ufficio, anche negli istituti di pena. Dal loro tempestivo intervento, infatti, hanno preso vita le indagini che sono state coordinate e svolte nei necessari tempi rapidi. Dai messaggi scambiati tra gli indagati, emerge l'esistenza di un "sistema Poggioreale", in relazione alle violenze da far subire ai detenuti. Il riferimento è alla famigerata "cella zero" del carcere napoletano, oggi oggetto di un processo, ancora in corso, nei confronti di alcuni agenti di quell'istituto. La violenza della "mattanza" di Santa Maria Capua Vetere ci fa comprendere come gli autori fossero convinti della loro impunità. Detto ciò, credo che vadano fatte almeno due riflessioni di natura politica.
La prima è relativa alle dichiarazioni di coloro che hanno affermato che si sarebbe trattato di "poche mele marce" e che il resto della polizia penitenziaria è sano, come lo è la dirigenza dell'amministrazione. Ciò è del tutto fuorviante. A essere "marcio" da tempo è il sistema penitenziario. In questo malessere sono costretti - e sottolineo costretti - a vivere detenuti e agenti. I primi trattati come animali, privati di un progetto di responsabilizzazione e rieducazione, stipati in spazi angusti e antigienici; i secondi messi a guardia di persone abbrutite e private anche della dignità e, pertanto, da educare senza rispetto e, quando serve, a mazzate. Non a caso le numerose condanne inflitte all'Italia dalla Corte europea dei diritti dell'uomo fanno riferimento alla necessità di un intervento di sistema che non c'è mai stato, per colpa di una politica cieca che non guarda al di là di uno strumentale interesse elettorale. La stagione degli Stati generali dell'esecuzione penale, iniziata dopo l'ennesima condanna inflitta dalla Cedu e culminata con il lavoro di ben tre Commissioni ministeriali per la riforma dell'ordinamento penitenziario, si è chiusa con un nulla di fatto e le modalità di approccio della politica al pianeta carcere non sono mutate. Occorre riprendere quei lavori, frutto di un serio e serrato confronto tra persone esperte e provenienti dai diversi settori del mondo della giustizia.
Per la seconda è bene chiarire preliminarmente che chi scrive si occupa da anni della tutela dei diritti dei detenuti e oggi è co-responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane. Non è, pertanto, sospettabile di alcun pensiero avverso la popolazione detenuta né di favorire l'amministrazione penitenziaria. Fermo restando l'importanza - e l'abbiamo già detto - di tutto quello che è derivato dalla pubblicazione di messaggi e video (in merito ai quali il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello ha anticipato che ce ne sarebbero altri ancora più violenti), occorre evidenziare, ancora una volta, che la spettacolarizzazione della giustizia e i processi di piazza non giovano al Paese. Si tratta di giustizia sommaria, che - pur per episodi gravissimi - travolge vite umane e con esse i loro familiari, dinanzi a quella che è la verità parziale di un'ipotesi accusatoria. Mentre dovrebbe essere il processo, con tutte le sue garanzie, ad accertare la verità. Si obietterà: ma come, vi sono i messaggi, i video, la colpevolezza è certa! No, signori, la giustizia non funziona così. Altrimenti continueremo ad alimentare un istinto brutale di linciaggio popolare che, senza alcun intervento di un giudice, vuole la condanna del colpevole.
Non possiamo accettare questa deriva che lentamente ci sta portando all'abbrutimento della nostra civiltà giuridica. Comprendo le ragioni che hanno indotto la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere a diffondere il comunicato stampa di ben 13 pagine, in cui venivano testualmente riportati i messaggi degli indagati, e comprendo pure le ragioni della pubblicazione del video delle torture, ma non le condivido. Sono il frutto di una politica che è rimasta indifferente dinanzi alle notizie apprese nel corso delle indagini, lasciando convivere per un anno intero vittime e carnefici. Una politica che, dinanzi alle denunce delle torture dell'aprile scorso, ha dichiarato che la legalità nel carcere di Santa Maria Capua Vetere era stata ripristinata. Oggi il Ministero della Giustizia ha una guida nuova, certamente orientata verso i principi costituzionali. Basterà?
di Francesco Petrelli
Il Riformista, 8 luglio 2021
L'inumano lascia le sue tracce visibili, a volte nei corpi delle vittime, a volte nel corpo dell'aguzzino. Sono tracce appena percettibili che si celano nei dettagli, in uno sguardo, in una forma o in una postura. Del corpicino spiaggiato del bambino migrante colpiva la postura, le piccole braccia abbandonate all'indietro come fossero il segno dell'abbandono di ogni speranza nell'uomo, il segno dell'atrocità impietosa che gli affondava il viso nella sabbia senza più protezione. Allo stesso modo l'inumano traligna a volte dai corpi o dai gesti dei carnefici. Come quello della signora che durante lo sgombero di un campo rom di Ponticelli sputa a una donna con la figlia di pochi mesi in braccio "ma sbaglia bersaglio e colpisce la faccia della bambina". Così come l'inumano si rende manifesto nelle schiene ricurve dei carnefici ritratti da Caravaggio. Uomini di spalle, senza volto o con il volto in penombra ai quali l'inumano ha tolto l'identità, la possibilità di uno sguardo.
Così come balugina sulla schiena luminosa di muscoli del carnefice curvo sul corpo già abbattuto di San Giovanni Battista, che schiacciando la testa della vittima con la mano sinistra torce il braccio destro all'indietro, per portare la mano al coltello appeso alla cintola, per il gesto finale della decollazione. O come anche nello sguardo vuoto del soldato dal collare di aculei di ferro che compare nella Incoronazione di spine di Hieronymus Bosch, di cui parla Marco Revelli, traendone l'insegnamento di quel terribile "odio secco", un odio "scevro da passioni come da motivi dichiarabili ... non l'odio della vittima per l'aggressore ... ma l'odio senza soggetto (senza interiorità da parte di chi lo prova) l'odio come 'cosa'", senza dolore e senza rancore, senza ragione alcuna che davvero lo muova contro la vittima delle sue inumane sevizie.
Abbiamo rivisto quel lampeggiare d'inumanità nella schiena larga e possente di un agente coi capelli bianchi, senza volto e senza identità, col manganello in mano mentre ficca il ginocchio nello stomaco di un detenuto piegato in due dalle percosse. L'abbiamo visto nel luccichio del casco nero di un altro dello squadrone, in tenuta antisommossa, che prende a manganellate un detenuto caduto in terra. Era il luccichio dell'elmo del soldato che in un altro capolavoro di Bosch, il Cristo portacroce, sorride bolso e inebetito anticipando l'orribile corteo con lo sguardo perso nel vuoto. Ecco, quel Cristo annichilito ed umiliato dagli sgherri inconsapevoli, proprio nello svelare l'atrocità del suo destino, testimoniava della possibile futura umanità dell'uomo.
Ma noi abbiamo disimparato ad avere cura del futuro e fiducia nell'uomo. Abbiamo dissipato tutto quello che restava del nostro patrimonio di umanità. I fatti di Santa Maria Capua Vetere stanno lì a testimoniare questa dissipazione e questa perdita di senso dell'essere uomini e della necessità inderogabile e improcrastinabile di proteggerci dal precipitare nell'inumanità. Quei fatti ci pongono davanti, non al deragliamento dalla normalità, ad una caduta imprevista ed imprevedibile nella brutalità di un gruppo. Quegli squadroni hanno visto, hanno capito, hanno annusato l'aria ed hanno lasciato che il disarmo messo in atto dalla collettività intera e dalla politica che la governa e che la esprime giungesse ai suoi esiti finali e inevitabili.
La strumentalità con la quale ogni disegno di riforma del carcere è stato abbandonato, l'indifferenza con la quale si sono disinvestiti tutti i propositi di ristrutturazione della pena e di smantellamento dell'opera di assidua reificazione del condannato, obnubilando salute fisica e mentale ed affettività, hanno riprecipitato l'istituzione carceraria in una disperata condizione di arretratezza fisica e morale. Hanno inevitabilmente prodotto quel rapporto di feroce contrapposizione fra collettività sana e carcere come discarica del male, fra detenuto e sorvegliante del detenuto in quel cieco vincolo di violenza nel quale vince chi è più feroce. Ma quelle mani, quei volti coperti dalle mascherine e dai caschi lucidi degli agenti, e il consenso che li circonda nella società civile, li abbiamo inoculati, incubati, nutriti e svezzati nel tempo, privando l'accusato e il condannato di ogni diritto al rispetto, di ogni difesa della dignità, di ogni residuo di umanità, riponendo nella penalità e nel carcere una ridicola fiducia di sicurezza e di redenzione.
di Annalisa Cuzzocrea e Liana Milella
La Repubblica, 8 luglio 2021
Ai grillini non piace che la prescrizione torni a correre dopo il primo grado. Cartabia non si ferma: oggi il nuovo processo penale arriva in Cdm. Sulla riforma della giustizia Mario Draghi e Marta Cartabia puntano i piedi. Nessun rinvio del Consiglio dei ministri che si terrà comunque oggi. Anche se il Movimento 5 stelle - dove come sempre volano falchi e colombe - vorrebbe ancora tempo per convincere la ministra della Giustizia che la formula della prescrizione ancora non va bene. Certo non è più quella dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, anche se, come sottolineano in via Arenula, salva un pezzo "prezioso" di quella riforma. Perché comunque la prescrizione si ferma dopo il primo grado. Dopo però, in Appello e in Cassazione, torna a scattare.
Parte da qui la reazione negativa dei 5 stelle. Che si manifesta subito, quando la sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina spiega ai suoi qual è il compromesso raggiunto. Nella riunione che alla Camera vede presente anche Bonafede viene fuori il dissenso, "così è un pannicello caldo", esclama un deputato. Certo, è vero che proprio la prescrizione firmata M5S resta confermata per tutto il primo grado, senza la distinzione tra condannati e assolti che invece era entrata nel lodo Conte bis. Una prescrizione che, fanno notare in via Arenula, avrebbe salvato il processo per le vittime di Viareggio, il caso citato mille volte proprio da Bonafede. Ma nella riunione si manifestano tutte le perplessità sugli altri due gradi di giudizio, quei due anni concessi all'Appello e i 12 mesi per la Cassazione che rappresentano una vera e propria "tagliola". Né basta la lista dei reati considerati "imprescrittibili", quelli che i codici considerano gravi e gravissimi, e che hanno diritto a più tempo. L'omicidio, la strage, il terrorismo, la mafia. Perché resta fuori la corruzione. E questo, per chi ha fatto proprio di questo reato, con la legge Spazzacorrotti, un vessillo, è per il Movimento insopportabile. I suoi ministri chiedono quindi che venga inserita nella lista dei reati che hanno diritto a una salvaguardia speciale. Se così non sarà, minacciano di non votare la riforma.
Chiedono a Draghi di fermarsi. Di aspettare, concedendo almeno una settimana per lavorare sul testo. Ma il premier e Cartabia si parlano e decidono che no, questa volta non si può più attendere. La riforma deve avere il sigillo della maggioranza e poi gli emendamenti al testo base del processo penale dell'ex ministro Bonafede devono "volare" alla Camera, in commissione Giustizia, visto che in aula la discussione è prevista per il 23 luglio. Di mezzo ci sono i fondi del Pnrr. L'obiettivo da tenere a mente è quello che l'Italia ha promesso all'Europa in cambio dei prestiti che arriveranno per fare investimenti finalizzati alla ripresa: tempi della giustizia più celeri.
Per questo, Draghi e Cartabia hanno detto no anche alle pressioni arrivate da Italia viva, che martedì ha mandato a parlare con la Guardasigilli Maria Elena Boschi e Lucia Annibali. Il partito di Matteo Renzi, visto da Palazzo Chigi, è un po' agitato. E ha tirato fuori una vecchia battaglia che vorrebbe fosse inserita nella riforma: una stretta sulle intercettazioni. Si tratta di un tema che non ha nulla a che fare con quello su cui si sta lavorando in queste ore. "Se si apre alle richieste ideologiche dei diversi partiti - dice chi lavora al dossier - si rischia di non uscirne". Anche perché comincia a farsi sentire anche la Lega, che chiede alla ministra della Giustizia di ridimensionare il ricorso al patteggiamento o alla messa alla prova per reati puniti fino a 10 anni, tra cui la corruzione.
E quindi oggi in Consiglio dei ministri Cartabia illustrerà i suoi emendamenti, e il presidente del Consiglio vorrebbe che ad appoggiarli fossero tutti i partiti di governo. Il Movimento 5 stelle dovrà scegliere cosa fare, se dare il via libera a un testo che comunque salva un pezzo della sua prescrizione. O se sfilarsi perché non ha ottenuto di più. Una decisione difficile, da prendere per di più senza una guida: i 7 saggi stanno ancora lavorando a un'intesa sullo statuto che possa far andare d'accordo Giuseppe Conte e Beppe Grillo. E la mediazione, sebbene a buon punto, è tutt'altro che chiusa.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 8 luglio 2021
La ministra della Giustizia e la proposta di riforma della giustizia penale oggi al Consiglio dei ministri. Mediare e trovare sintesi che mettano tutti d'accordo significa trattare fino all'ultimo momento disponibile, ed evitare - per quanto possibile - occasioni di rottura. O ridurle al minimo indispensabile. Anche per questo (oltre che per il contemporaneo appuntamento con i sindacati della polizia penitenziaria, che non poteva far slittare in un momento tanto delicato) Marta Cartabia ha rinunciato senza problemi alla riunione della cosiddetta "cabina di regia" sulla riforma della giustizia convocata per ieri. Meglio affrontare un solo passaggio a rischio, il consiglio dei ministri previsto per oggi, e arrivarci con una soluzione più affinata possibile.
Si tratta infatti di uno dei tornanti più complicati nel cammino del governo, affrontando la materia più scivolosa per la maggioranza che sostiene Draghi, tanto larga quanto divisa sulle modifiche al processo penale necessarie per ottenere il via libera dell'Europa al finanziamento del Piano di ripresa e resilienza. E in quest'ottica, anche un rinvio di poche ore può tornare utile ad aggiustare un codicillo, rifinire una norma o cancellare una parola che potrebbe urtare la suscettibilità di un partito o dell'altro.
Del resto la ministra della Giustizia poteva presentare direttamente gli emendamenti al testo già in discussione alla Camera senza l'avallo formale dell'esecutivo riunito intorno al premier, ma Cartabia e Draghi hanno deciso di inserire questa tappa intermedia per impegnare il governo nel suo insieme, e quindi i partiti che lo appoggiano. Sperando così di evitare le insidie e i tranelli parlamentari che metterebbero in forse la tenuta della maggioranza e - soprattutto - i miliardi del Recovery plan.
Il principale nodo da sciogliere resta quello della prescrizione cancellata dopo la sentenza di primo grado. Non tanto per il peso effettivo che quella norma chiamata "riforma Bonafede", introdotta al tempo del governo Conte 1, ha attualmente sul sistema giustizia, quanto perché è diventata una bandiera grillina che il Movimento non ha intenzione di veder ammainare. Come invece vogliono fare tutti gli altri partiti della coalizione: dal Pd alla Lega passando per Leu, Italia viva, Azione e Forza Italia. Ancora ieri i tecnici del ministero della Giustizia erano al lavoro per limare gli ultimi dettagli della proposta di emendamento che Cartabia porterà nella riunione di oggi e che - salvo modifiche o ulteriori aggiustamenti dell'ultim'ora - prevederà questo: resta lo stop alla prescrizione dopo il verdetto di primo grado per tutti gli imputati, senza distinzione tra assolti e condannati; ma se nei gradi successivi verrà superato il tempo limite di due anni per l'appello e un anno per la Cassazione (con eventuale proroga rispettivamente di un anno e di sei mesi per i reati più gravi e per procedimenti particolarmente complessi), allora verrà dichiarata l'improcedibilità. Che è cosa diversa dalla prescrizione che estingue il reato; qui il reato resta ma si blocca il processo, sia pure in maniera definitiva.
Con questa soluzione, illustrata da Cartabia a tutti i rappresentanti dei partiti incontrati fino all'altro ieri, i Cinque stelle potranno rivendicare la permanenza del principio dello stop definitivo dopo la prima sentenza che accerta fatti e responsabilità, mentre tutti gli altri potranno dire di aver debellato il virus del processo potenzialmente infinito introdotto proprio con la riforma Bonafede. Ancora ieri, c'era chi dubitava che i grillini possano accontentarsi della soluzione Cartabia. Il capodelegazione nel governo, Stefano Patuanelli, il 20 giugno aveva detto in un'intervista al Corriere che sulla prescrizione "l'intesa raggiunta nel precedente governo (diversa da quella suggerita ora da Cartabia, ndr) è l'unico punto di caduta possibile". Che dirà oggi davanti a Draghi?
Difficile immaginare uno strappo che sarebbe complicato ricucire. Anche perché la mediazione ministeriale sulla riforma complessiva comprende altri due punti che recepiscono almeno in parte critiche e allarmi arrivati da quella stessa parte politica, e potrebbero ammorbidire resistenze e malumori a cinque stelle: è stata abbandonata l'ipotesi dell'inappellabilità delle sentenze di primo grado da parte dei pubblici ministeri, e viene a cadere l'indicazione, da parte del Parlamento, dei "criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi". Su questo secondo fronte, la riforma dovrebbe codificare attraverso una legge quanto già avviene con le circolari stilate nelle Procure, laddove le priorità rispetto alla mole dei procedimenti da trattare vengono definite dagli stessi titolari dell'azione penale secondo indicazioni che devono essere approvate dal Consigli superiore della magistratura.
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