fanpage.it, 3 dicembre 2021
Portare un vecchio smartphone nei Vodafone store per accedere a un progetto di economia circolare: questa una delle nuove iniziative targate Vodafone. Sarà inoltre possibile consegnare il materiale ai detenuti del carcere di Bollate, che daranno nuova vita ai prodotti ricondizionati.
Un'economia circolare è possibile ma soprattutto necessaria. I nuovi progetti green targati Vodafone permetteranno a chiunque di dare nuova vita ad un vecchio smartphone. Come fare? Sono due le possibilità della nuova iniziativa di Vodafone: se il dispositivo ha un valore residuo, l'azienda offrirà uno sconto sull'acquisto contestuale di un nuovo smartphone nell'ambito dell'iniziativa Smart Change.
Se invece lo smartphone, seppur funzionante, non ha un valore residuo, potrà essere donato dal cliente e avviato così al ricondizionamento integrale o di eventuali parti a opera dei detenuti del Carcere di Bollate - previa consegna all'impresa sociale Fenixs - nell'ambito di un progetto per il reinserimento nel mondo del lavoro. Ai detenuti sarà trasmesso il know how del processo per smaltire e recuperare il tutto; un modo pratico che permetterà loro di sviluppare nuove competenze utili e che incentiverà al riuso, piuttosto che all'aumento di nuovi rifiuti.
Nell'attività di Fenixs viene privilegiata la lavorazione manuale, più efficace nel perseguire l'obiettivo sociale e che consente di ottenere una più fine selezione delle materie rispetto a quanto generato dai mulini di triturazione solitamente presenti negli impianti di smaltimento. Ma non solo smartphone inutilizzati... d'altro canto, con Smart Change, se il cellulare usato è ancora ben funzionante e in buone condizioni, sarà possibile ricevere una valutazione del dispositivo per l'acquisto contestuale di un nuovo smartphone, sia in soluzione unica sia con pagamento rateizzato.
L'iniziativa proprio a ridosso del periodo natalizio vuol essere un promemoria per far si che nell'acquisto di nuovi strumenti tech i vecchi apparecchi non vengano lasciati a marcire nei cassetti di casa... bensì utilizzati nuovamente, incentivando peraltro l'inserimento nel mondo del lavoro. La possibilità di svolgere un'attività lavorativa nel corso della detenzione è infatti estremamente importante: è uno degli strumenti fondamentali per la riabilitazione e risocializzazione del recluso. Il progetto favorisce non solo nuove dinamiche di aggregazione ma anche una collaborazione costruttiva che si basa su un continuo scambio di informazioni tecniche tra il personale.
Smart Change e non solo: un'altra iniziativa che già da tempo Vodafone mette in campo è la rigenerazione delle Vodafone Station, grazie alla quale i clienti hanno la possibilità di restituire le Station e altre apparecchiature utilizzate per la linea fissa permettendo così a Vodafone di dar loro nuova vita, in modo che siano riutilizzabili, evitando anche in questo caso che diventino rifiuti.
L'impegno di Vodafone nell'economia circolare va ancora oltre: nel 2021 l'azienda ha aderito alla Circular Electronics Partnership, che riunisce i leader di tutta la catena del valore per promuovere soluzioni di circolarità per i prodotti elettronici, e ha lanciato insieme a quattro dei principali operatori di rete europei il nuovo programma di etichettatura Eco Rating, per aiutare i consumatori a identificare e confrontare i telefoni cellulari più sostenibili e incoraggiare i fornitori a ridurre l'impatto ambientale dei loro dispositivi. Essere parte del cambiamento significa accrescere il proprio business ma restando in linea con i modelli di sviluppo sostenibili.
di Daniela Guaiti
linkiesta.it, 3 dicembre 2021
Per il sesto anno consecutivo Callipo coinvolge nel lavoro i detenuti di Vibo Valentia per il confezionamento di idee regalo. Una scelta etica e consapevole che si aggiunge all'attenzione per la qualità. È molto più di una moda: ormai da anni le sbarre di molte carceri si piegano per lasciar entrare (e uscire) prodotti e sapori legati al mondo dell'enogastronomia. Progetti ideati per favorire il reinserimento dei carcerati attraverso il lavoro, la cui validità è testimoniata proprio dall'abbassarsi dei tassi di recidiva. Così a Padova un laboratorio che opera all'interno della Casa di Reclusione Due Palazzi rifornisce di dolcezze gli scaffali e le vetrine della Pasticceria Giotto, a Milano il progetto Buoni Dentro si rivolge ai giovanissimi dell'istituto penale minorile Beccaria e si estende ai giovani adulti della casa circondariale di San Vittore, coinvolti in un laboratorio di panificazione con punto vendita.
E a Vibo Valentia si rinnova per il sesto anno consecutivo la collaborazione con il penitenziario, all'interno del quale Callipo delocalizza un comparto della propria produzione per formare e dare lavoro ai detenuti. Sono sette i detenuti del penitenziario di Vibo Valentia che vengono assunti per due mesi da Callipo con il compito di confezionare 14.000 idee regalo che possono essere acquistate sullo shop dell'azienda per le prossime festività natalizie. Una parte della filiera produttiva si sposta fisicamente all'interno del carcere, dove si svolgono le operazioni di confezionamento.
Si tratta di un progetto di inclusione sociale fortemente voluto dall'azienda conserviera e dalla casa circondariale calabrese: l'importanza di dare una seconda possibilità ai detenuti e di trasformare la detenzione in una reale occasione di recupero va oltre le difficoltà legate allo stato di emergenza covid-19, grazie ai rigidi protocolli di sicurezza attivati con la collaborazione della polizia penitenziaria locale per consentire al personale Callipo di accedere alla struttura detentiva. La formazione dei lavoratori è infatti parte integrante del progetto, "nato con l'obiettivo di offrire a chi ha sbagliato la possibilità di un riscatto sociale, ma diventato un'esperienza preziosa anche per noi e per i nostri dipendenti coinvolti, infatti, è anche un momento di riflessione e confronto".
Così commenta Giacinto Callipo, quinta generazione della famiglia, che pone l'attenzione alle tematiche sociali e ambientali al primo posto nella politica aziendale, accanto alla cura per una qualità che sia sempre totale e indiscutibile. Altro tratto fondante di Callipo è la passione per il territorio: un aspetto intimamente legato all'impegno sociale, e che si fonde con quest'ultimo proprio nel progetto di realizzazione delle confezioni natalizie. I cofanetti regalo hanno infatti una grafica accattivante, disegnati come sono dal noto designer calabrese Antonio Aricò: la collezione racconta sette Storie di mare attraverso illustrazioni che si ispirano al rito e alla tradizione della pesca del tonno.
Così la box Tonnaroti è un omaggio alle antiche tonnare e ai loro lavoratori, i "contadini del mare", detti tonnaroti, appunto; Tonnazzo è il nome che veniva dato al tonno più grosso pescato, che veniva offerto in voto a San Francesco, protettore della gente di mare; non manca l'anima femminile, con Bagnarote, le donne del mare, forti ed instancabili, dai tratti mediterranei e dal temperamento fiero, che portavano in testa grosse ceste con il pescato del giorno; e poi l'amore, con Fuitina, che immortala una scena leggendaria in cui il tonnaroto scappa via su una barca con una sirena del Mediterraneo; Levata, rievoca la prima "levata" del tonno al grido dei tonnaroti "leva, leva, tira!"; Marinaresco ritrae Barbe Calabresi e corpi mitologici; infine Tarantella, che rappresenta la danza delle sirene mediterranee con ceste e pesci sulla testa.
Il contenuto non è da meno: un vero e proprio inno alla terra di Calabria: le box, oltre al pregiato tonno dell'azienda conserviera, in tranci o in filetti, sott'olio o in acqua di mare, racchiudono una selezione degli altri prodotti d'eccellenza del territorio come il peperoncino. Così si possono degustare specialità come la 'nduia, la cipolla rossa di Tropea IGP in composta, la colatura di alici, l'olio extravergine di oliva, e poi delizie come i peperoncini ripieni di formaggio, la crema di tonno, e dolci confetture che raccolgono e conservano i frutti di questa terra, fichi, arance, bergamotto, melograno, solo per citarne alcuni.
confagricoltura.it, 3 dicembre 2021
Imparare a potare gli olivi e a partecipare alla raccolta delle olive, ma anche a curare i vigneti e a dare il proprio contributo alla vendemmia. Il primo step del progetto "Olivocultura Sociale", promosso da Confagricoltura Toscana, è rivolto a dodici persone, selezionate dalla Cooperativa La Torre e da altre cooperative sociali che si occupano di disabilità, dal Serd (Servizio Dipendenze) della Usl e dall'amministrazione carceraria di Volterra, che in due anni seguiranno corsi di formazione tecnico-pratica per essere poi inserite in due aziende agricole della zona di Peccioli: la Banti Ruffo e la Fattoria di Monti.
Il progetto coinvolge anche l'Associazione di Produttori Olivicoli Toscani Apot (capofila del progetto), la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra. Il convegno iniziale di presentazione del progetto che si avvale di finanziamenti europei del piano di sviluppo rurale (Bando PSR Toscana 2014-2020 - Reg (UE) 1305/2013 - Misura 16.9 - Annualità 2018 - Diversificazione attività agricole in attività riguardanti l'assistenza sanitaria, l'integrazione sociale, l'agricoltura sostenuta dalla comunità), si è svolto sabato 27 novembre al Centro Studi Santa Maria Maddalena di Volterra. All'evento ha partecipato il sindaco di Volterra Giacomo Santi che si è reso disponibile a dare il patrocinio al progetto, la responsabile per l'Agricoltura Sociale di Confagricoltura Pina Romano che ha illustrato il progetto e l'impegno che da anni svolge Confagricoltura nel settore, il Presidente Rete Fattorie Sociali Marco Berardo Di Stefano che ha condiviso la propria esperienza e il proprio impegno nell'agricoltura sociale, il Professor Andrea De Dominicis dell'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata" che ha illustrato l'importanza della formazione e gli sviluppi futuri.
"Auspichiamo che questo sia solo un primo step di un progetto in cui crediamo. Questa iniziativa ha un interesse sociale perché il primo obiettivo è quello di dare degli strumenti a persone svantaggiate per aiutarli a raggiungere una propria autonomia, a investire sul proprio futuro - spiega il presidente di Confagricoltura Toscana Marco Neri - Pensiamo però anche che questa sia un'opportunità per le aziende agricole alla continua ricerca di manodopera. È importante per il mondo agricolo poter contare su personale qualificato che possa essere inserito in azienda e contribuire attivamente alle operazioni manuali in campo".
ilgiunco.net, 3 dicembre 2021
La giunta comunale ha deliberato la realizzazione di un video dal titolo "Cosa c'è dentro al cilindro" relativo al progetto Teatro in carcere 2021 attuato nella Casa circondariale di Grosseto. Il video, utile per favorire la socializzazione della popolazione detenuta attraverso le attività teatrali e musicali e conseguentemente anche per il reinserimento dei detenuti nella società al termine della loro pena detentiva, sarà incentrato sulla narrazione da parte dei protagonisti di quanto il periodo della pandemia da Covid-19 abbia influenzato il loro quotidiano, acuendo il loro stato di isolamento e determinando una chiusura più marcata dei rapporti tra detenuti e famiglie.
"Un importante messaggio socio-culturale per la città ed un grande valore aggiunto per la candidatura di Grosseto a Capitale italiana della Cultura 2024 - affermano gli assessori alla Cultura e al Sociale, Luca Agresti e Sara Minozzi - progetti come questo sono fondamentali per sottolineare l'importanza della cultura come strumento utile sia a favorire la socializzazione tra persone che condividono una situazione di "convivenza forzata" sia al reinserimento sociale dei detenuti". La realizzazione dello stesso, che sarà presentato e pubblicato nel 2022, è affidata all'associazione onlus Sobborghi impresa sociale.
cagliaripad.it, 3 dicembre 2021
L'uomo, S. C., 43 anni, sposato e padre di due bambine di 6 e 11 anni, si trova in isolamento volontario perché ritiene la sua vita in pericolo. Detenuto in Sardegna dal 2018, dopo essere stato estradato dalla Spagna in Italia nel 2015, attualmente nella casa circondariale di Cagliari, un cittadino nigeriano chiede insistentemente al Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria, senza avere risposta, il trasferimento nella Penisola. L'uomo, S. C., 43 anni, sposato e padre di 2 bambine di 6 e 11 anni, si trova in isolamento volontario perché ritiene la sua vita in pericolo. Effettua colloqui in videochiamata perché la moglie e le figlie vivono in Nigeria.
"La mia situazione - ha detto ai volontari dell'associazione Socialismo Diritti Riforme - è divenuta insostenibile e non riesco più a gestire il mio stato d'ansia. Sono arrivato in Sardegna, da Napoli, su mia richiesta perché avevo appreso che qui sarei potuto andare in una colonia penale dove avrei lavorato e aiutato i miei familiari rimasti in Nigeria. In realtà niente di ciò che mi aspettavo è risultato veritiero. Nel 2018 sono stato trasferito nel carcere di Alghero, dove però non potevo lavorare. Successivamente nel 2019-2020 sono arrivato a Oristano, dove ho subito un'aggressione, quindi a Nuoro e adesso mi trovo nella casa circondariale di Cagliari-Uta. La Sardegna per me è diventata un incubo. Faccio continue domande per essere trasferito ma non ottengo alcuna risposta. Sono in isolamento dal 5 ottobre scorso, una condizione che mi pesa moltissimo perché non posso incontrare nessuno, ma mi sento in pericolo di vita e ho paura".
"La vicenda di S. C. - osserva Maria Grazia Caligaris, esponente di SDR - ripropone in termini oggettivi la questione della finalità della pena detentiva. Il detenuto è sicuramente un cittadino problematico, ma non è aggressivo verso le persone. La sua richiesta di trasferimento, seppure motivata in modo singolare, non appare insensata. Una persona che non riesce a trovare una motivazione a permanere in un Istituto Penitenziario e, nella fattispecie, in un carcere dell'isola, vanifica il ruolo della Istituzione. Ovviamente si tratta di un caso molto particolare ma appare singolare che un isolamento protratto per così tanto tempo, benché voluto, contrasti con le finalità della pena sancite dall'ordinamento penitenziario e dalla Costituzione. Non può infatti essere garantito il suo recupero sociale".
"Il nostro appello al Dipartimento - sottolinea Caligaris - vuole rappresentare una condizione umana preoccupante per i risvolti che può assumere. S.C. nella sua caparbia determinazione manifesta una grande fragilità, accentuata anche dalla difficoltà di gestire la lingua italiana e di comprendere i modi e i tempi dell'iter burocratico relativo alle istanze. È certo però che una richiesta di trasferimento avanzata al DAP a luglio potrebbe avere una qualche risposta. Il detenuto non sta chiedendo la libertà ma di essere trasferito fuori da un'isola che ritiene ormai incompatibile per episodi reali o sentiti come tali di intolleranza nei suoi riguardi. Accordare un atto di umanità da parte del Dipartimento - conclude l'esponente di SDR - può dare luogo a una svolta nella vita di una persona che potrebbe davvero affrontare il suo percorso riabilitativo nel pieno rispetto della finalità della pena".
di Chiara Ludovisi
redattoresociale.it, 3 dicembre 2021
Nel libro, appena pubblicato da GruppoAbele, un dialogo con Eleonora Camilli. Si parla di immigrazione, cittadinanza, ma anche lavoro, salute, hate speech: dall'Italia all'Afghanistan, passando per Polonia e Ungheria, un viaggio intorno al mondo, dalla parte dei diritti sociali e civili.
I diritti in Italia sono "una storia aperta": ed è attraverso la lente di questi diritti che Laura Boldrini ripercorre e rilegge gli anni del suo impegno sociale, civile, politico. "Una storia aperta" (edizioni GruppoAbele, 2021. A cura di Eleonora Camilli. Postfazione di Giorgia Serughetti) è una conversazione sull'Italia e sul mondo, un dialogo che si snoda proprio intorno al tema dei diritti: quelli da difendere, quelli da conquistare, quelli affermati e da proteggere, perché un passo indietro è sempre possibile. Anzi, proprio ora viviamo una "fase storica delicata, di regressione e di crisi della democrazia", afferma Laura Boldrini, presidente del Comitato permanente sui diritti umani nel mondo della Camera dei deputati, rispondendo alla prima domanda di Eleonora Camilli, giornalista di Redattore Sociale, esperta di immigrazione e diritti umani, civili e sociali: un botta e risposta che diventa dialogo sull'Italia e sul mondo: un libro, edito da GruppoAbele, che in poco più di 130 pagine sintetizza le principali questioni che, negli ultimi decenni, hanno messo alla prova il nostro Paese proprio sul tema dei diritti.
Lo sguardo è prima ampio, come richiede anche il "curriculum" internazionale di Laura Boldrini, per decenni impegnata in missioni per le agenzie delle Nazioni Unite: si parla quindi di Europa, a partire dall'Ungheria e dalla Polonia e dalle loro allarmanti carenze nel riconoscimento dei diritti umani. Si parla di mondo, con un'attenzione particolare per l'Afghanistan, per un momento sotto i riflettori, qualche mese fa, ma ora di nuovo dimenticato, vittima di quella "ingloriosa ritirata" della Nato, che "rischia di cancellare anche quel poco di buono che si intravedeva nella missione internazionale. E cioè i traguardi raggiunti nelle città dove le ragazze hanno potuto studiare, le donne hanno avuto più accesso al lavoro e le minoranze hanno tirato il fiato".
L'immigrazione e le vie legali che non ci sono - Si parla, tanto, di immigrazione, nella conversazione tra Boldrini e Camilli. Dal punto di vista umano, innanzitutto, perché "basterebbe mettersi, anche solo per cinque minuti, nei panni di chi si trova a vivere questa condizione per assumere atteggiamenti più dialoganti e comprensivi". Invece, i migranti sono divenuti "il nemico perfetto", contro il quale si fa valere un principio, quello del respingimento, chiaramente condannato dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Mancano invece, ancora oggi, quelle "vie legali e sicure" grazie alle quali, spiega Boldrini, "le persone non sarebbero costrette a rischiare la vita in mare". Idee ce ne sono, come quella contenuta nella proposta di legge "Ero straniero", che "ha proprio l'obiettivo di cambiare il sistema d'ingresso e di regolarizzare la posizione dei cittadini stranieri", ma "la destra osteggia l'introduzione di vie legali e preferisce che regnino caos e disfunzioni". Così, si continuano a contare i morti, tra chi è determinato, in un modo o nell'altro, a lasciare il suo Paese, in cui non si sente sicuro. E dopo la fine di Mare Nostrum, nel 2014, "le missioni Frontex a essa succedute non garantivano lo stesso livello di ricerca e di soccorso in mare".
Le Ong sotto attacco e la cittadinanza - Ci provano quindi le Ong, a compiere salvataggi diretti, attirando le critiche di una parte politiche e una vera e propria "criminalizzazione", un "duro contraccolpo di reputazione con evidenti conseguenze anche sulle donazioni". Intanto, in Italia e in Europa, si chiudono i porti e "si moltiplicano chilometri di muri, barriere di filo spinato, recinzioni ai confini e tra Stati membri, per esempio in Polonia, Lituania e Grecia".
Accanto e parallelo al tema delle migrazioni, c'è quello della cittadinanza per chi in Italia è nato (o cresciuto fin da piccolo), ma da genitori stranieri: "La legge che oggi regola l'acquisizione della cittadinanza è del 1992 - ricorda Boldrini - In trent'anni è cambiato il mondo". Occorre quindi cambiare anche la procedura per l'ottenimento della cittadinanza e andare nella direzione indicata dalla proposta di legge di iniziativa popolare portata avanti dalla campagna "L'Italia sono anch'io", che Boldrini ha "deciso di ripresentare in questa legislatura".
I diritti civili e il rischio della "retromarcia" - E poi ci sono i diritti civili, rispetto ai quali anche in Italia "non siamo immuni dal rischio di retromarcia". Boldrini fa riferimento agli "attacchi verso le donne, verso chiunque non risponda ai canoni consolidati e tradizionali, verso chi non p omologabile, verso gay, lesbiche, trans, migranti". La stessa Boldrini è stata vittima di attacchi e insulti di natura sessista e ha lanciato la campagna di sensibilizzazione #AdessoBasta, "in cui ho invitato chi subiva attacchi, minacce e derisioni a non desistere", perché "non bisogna soccombere di fronte a violenza e bullismo, ma denunciare, senza farsi intimidire". L'obiettivo dunque è minare quel linguaggio dell'odio, spesso sottovalutato, a cui Boldrini ha voluto dedicare, nel 2006, un'apposita "Commissione sull'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio", che colpiscono soprattutto donne, migranti, lesbiche e gay. Il recente affossamento in Senato della legge Zan è stato, in questo senso, "una pietra sopra a una legge contro i crimini d'odio" e dimostra "quanta resistenza vi sia in Parlamento da parte delle forze politiche conservatrici che non vogliono neanche ammettere l'esistenza del problema".
Lavoro, salute e malattia - Le ultime pagine del libro sono dedicate, inevitabilmente, all'impatto della pandemia e alle emergenze sociali che questa ha prodotto. "La questione prioritaria è quella del lavoro", afferma Boldrini, riferendosi tanto a "oltre un milione di posti di lavoro perduti", quanto al permanere di "forme di sfruttamento lavorativo" e alla "scarsa occupazione femminile", quanto all'aumento degli incidenti sul lavoro. Altro tema cruciale, nell'epoca della pandemia, è quello sanitario: "Abbiamo capito l'importanza di avere un sistema sanitario pubblico in grado di rispondere alle emergenze e basato sulla medicina di prossimità in tutto il territorio nazionale". Ma "avremo imparato la lezione?". In questo ambito, c'è forte e urgente la questione dei vaccini, per la quale Boldrini sollecita "la liberalizzazione dei brevetti", perché "solo quando il vaccino sarà disponibile per tutti e tutte, potremo dire di essere al sicuro".
Chiude il libro un tema che è sociale, ma anche personale: la malattia, di cui recentemente Laura Boldrini ha fatto esperienza diretta. "Molte persone vivono la malattia come uno stigma. Io credo che faccia parte della condizione umana e, dunque, è giusto non nasconderla, quindi ho pensato che farlo sapere potesse essere utile. Io non mi vergogno di stare male e nessuno dovrebbe farlo". Le ultime parole sono un auspicio e una speranza: "Possiamo immaginare un futuro diverso, più inclusivo e sostenibile, se i giovani si faranno carico dei diritti e della loro salvaguardia. Non c'è alcun dubbio che per evitare un ulteriore indebolimento ella nostra democrazia, dobbiamo invertire la marcia. Prima ci riusciremo, meglio sarà per tutti e tutte".
di Francesco Castagna
L'Espresso, 3 dicembre 2021
Torna "Più libri più liberi", l'evento organizzato a Roma dal 4 all'8 dicembre dalla Piccola e Media editoria. Quest'anno, dopo uno di stop, la fiera compie vent'anni e li celebra nella Nuvola di Fuksas con un tema cruciale: la libertà. Quattrocento incontri e 500 editori che hanno deciso insieme di scommettere sul futuro, reduci da due anni di emergenza sanitaria che ha peggiorato la situazione già poco stabile dell'editoria italiana. L'artista Lorenzo Mattotti ha firmato il manifesto di questa edizione, promossa e organizzata dall'Associazione Italiana editori, alla quale parteciperanno diversi ospiti tra cui Roberto Saviano, Alessandro Baricco, Zerocalcare.
Nel manifesto di Lorenzo Mattotti, celebre artista bresciano, la Nuvola di Fuksas è stata trasformata in una mongolfiera. Un oggetto statico, rinchiuso in un padiglione dell'Eur, che prende vita e ospita a bordo due lettori, metafora di come la lettura possa portarci verso altri scenari con la fantasia.
I libri sono oggetti che ci elevano, che ci liberano e che ci hanno permesso in un periodo di privazioni di esprimere la nostra libertà di espressione e di stampa. Diritti irrinunciabili. Qui, le libertà collettive e personali si incontrano in molteplici spazi di discussione, dove ogni ospite rifletterà su quale è stato il libro che lo ha liberato dalle paure, dagli schemi ma anche dai tabù. I libri citati verranno poi offerti alla fiera, che li donerà nei luoghi dove la libertà è sospesa: le carceri. I ragazzi dei 17 istituti per la Giustizia Minorile riceveranno un libro ciascuno.
Il confronto, che avverrà attraverso tavole rotonde, stand e letture, serve a celebrare un momento di ripresa ma anche e soprattutto di condivisione. All'evento interverranno importanti ospiti del panorama culturale mondiale, tra cui il premio Nobel Mario Vargas Llosa, la scrittrice e poetessa americana Sandra Cisneros, l'autrice spagnola Sara Mesa, che insieme a Sabina Minardi presenterà il suo nuovo libro "Un amore", ma anche la giornalista e attivista turca Ece Temelkuran, che affronterà insieme a Francesca Mannocchi la questione curda e armena. Da non perdere la presentazione del libro di Jill Abramson, la prima direttrice esecutiva donna del New York Times, con un'analisi della crisi e la trasformazione di due storici giornali americani: il New York Times e il Washington Post. E ancora, tra gli ospiti Miguel Gotor, Elly Schlein, Michela Marzano e Francesco Piccolo.
Il 4 dicembre, con una Lectio Magistralis all'Auditorium, aprirà la scena l'evento con Alessandro Baricco: "Il potere liberatorio dei libri". Il giorno successivo l'attore Pietro Turano leggerà nella sala Verga "Sex Education", con interventi di Licia Troisi. In collaborazione con Amnesty International, la fiera ha organizzato inoltre un evento il 5 dicembre, dove si terrà un collegamento dal Cairo con Marise Zaki, sorella di Patrick. E lo stesso giorno Amnesty presenterà il suo libro per celebrare i 60 anni di attivismo per i diritti umani. La manifestazione ospiterà anche un padiglione della Rai, main media partner, dove il 6 dicembre Valerio Renzi presenterà "Il Fascismo mainstream", insieme a Marco Damilano.
E poi ospiti della musica e del mondo dello spettacolo. Il presidente della Siae Mogol, Lillo e Greg, Paolo Virzì, Carlo Verdone, Corrado Guzzanti e altri ancora.
Per i ragazzi, infine, da non perdere è l'appuntamento del 7 dicembre: "Un silent book per raccontare la via dei migranti". Seguirà l'8 dicembre il dialogo "Sono ancora vivo", tra Roberto Saviano e Michela Murgia e lo stesso giorno, in collaborazione con Netflix, Zerocalcare dialogherà con Chiara Valerio sulla sua serie tv "Strappare lungo i bordi". Ricco di eventi, l'8 dicembre Riccardo Cottumaccio presenterà nella sala Luna il suo libro "W gli haters" con Michela Giraud, Valerio Lundini, Diletta Parlangeli e Angelo Maggi. Mentre alla sala Elettra Lilo e Greg metteranno in scena la loro "Biografia. Non autorizzata".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 3 dicembre 2021
Il garantismo, i diritti della difesa, il giusto processo sono pilastri dello Stato di diritto, ma nell'immaginario giustizialista (che troppo spesso coincide con il senso comune) si tratta di pedanterie, capziosità, cavillosi distinguo o "gargarismi" per citare un noto direttore di giornale, che avrebbero l'unico scopo di proteggere i "colpevoli" dal tocco dritto e virtuoso della giustizia. L'egemonia culturale di questa concezione è stata innegabile, andando ben al di là delle cronache di politica giudiziaria e costituendo una vera e propria narrazione, con magistrati e procuratori eroi contrapposti ad avvocati cinici e in malafede.
Ma adesso qualcosa scricchiola in questo immaginario manipolato. Basta scorrere il catalogo della piattaforma Netflix (230 milioni di abbonati nel mondo) per trovare infatti decine di film, serie e soprattutto documentari che raccontano la giustizia penale da tutt'altra angolazione, mostrando l'approssimazione delle inchieste, il bullismo dei procuratori, la fallacia delle testimonianze, la spietata superficialità delle sentenze.
Anche se non mancano incursioni in Brasile, Francia, Italia, la gran parte delle opere naturalmente mette a fuoco le distorsioni del sistema giudiziario americano, il più forcaiolo e carcerocentrico tra le grandi democrazie. La più emblematica e allo stesso tempo rigorosa è senza dubbio "Innocence files", minserie in nove episodi che parla di otto errori giudiziari, tra i quali anche alcune condanne alla pena capitale. Tutto ruota attorno al lavoro degli avvocati di The Innocence Project, una ong che da anni si batte per far ribaltare sentenze che gridano vendetta, frutto di indagini corrotte, di giurie manipolate, di violazioni continue dei diritti degli imputati, del continuo processo mediatico messo in scena dai media.
Otto casi in cui degli innocenti hanno subito una ingiusta condanna e che tra mille difficoltà sono riusciti a ottenere giustizia. Molti di loro dopo decenni passati a marcire in prigione. Una goccia nel mare visto che solamente l'1% dei ricorsi legali viene accolto ogni anno e che solamente una minima percentuale di questi ultimi può essere seguita da The Innocence Project: "Siamo una specie di Tribunale di ultima istanza per i pochi che riusciamo ad assistere, sempre troppo pochi", spiegano gli avvocati che spono riusciti a raccogliere nuove prove e far annullare i verdetti.
"Si può passare una vita dietro le sbarre o finire giustiziati con un'iniezione letale per le parole di un dentista?", si chiede polemicamente l'avvocato Ken Murrow, difensore di un marinaio condannato per omicidio e violenza sessuale per la perizia di in odontotecnico molto rinomato nell'ambiente forense che "senza ombra dubbio" ha riconosciuto il morso dell'imputato sul corpo della vittima. "Appena una giuria vede un camice bianco gli crede senza margine di dubbio, lo chiamo "effetto Csi", dalla serie tv dedicata alla polizia scientifica. Ma spesso i periti sbagliano, la scienza forense non è una vera scienza e le giurie spesso non hanno strumenti per sgomberare la mente dai pregiudizi". Le analisi su lesioni da morso, sono spesso ingannevoli e l'odontologia forense è una disciplina poco affidabile come hanno dimostrato i legali della ong: "I morsi non sono impronte digitali, pensare questo è un'assurdità, non dovrebbero neanche far parte delle prove processuali".
Un altro caposaldo nelle sentenze di colpevolezza è la testimonianza oculare che raramente le giurie mettono in discussione. Qualcuno che afferma di aver "visto" personalmente tale persona compiere tale atto è di solito l'asso nella manica della pubblica accusa, un elemento che nella stragrande maggioranza dei casi porta a un verdetto di colpevolezza. Nelle interviste ai giurati che avevano contribuito alle condanne in quanto "assolutamente certi" emerge lo stupore, lo smarrimento di persone che hanno agito in perfetta buonafede Ma tutti i moderni studi di neurologia spiegano che la memoria è una facoltà fallace, che il nostro cervello è continuamente preda dei tranelli e degli scherzi che ci giocano i ricordi e le emozioni. Quasi tutti gli errori giudiziari di cui si occupa Innocence files sono frutto di testimonianze "sicure" che poi si sono rivelate inattendibili e piene di contraddizioni.
Su questa fallacia endemica si innesta poi un sistema giudiziario vizioso, in cui gli sceriffi e gli agenti di polizia manipolano impunemente le testimonianze, forzando di fatto il riconoscimento degli accusati. Oppure di persone chiamate a testimoniare mesi e mesi dopo i fatti, il che, spiegano sempre i neurologi, non può che produrre brandelli confusi di memoria travestiti da certezze. Le stesse certezze dela cultura giustizialista che serie coraggiose come Innocence files stanno contribuendo a sgretolare.
di Letizia Barbera
Gazzetta del Sud, 3 dicembre 2021
L'incontro promosso dal Rotary club Messina sull'esperienza molto positiva di Gazzi. Far spiccare il volo al progetto del teatro in carcere lanciandolo in contesti più ampi. È l'auspicio di Gianfranco De Gesu, direttore generale del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, intervenuto ad un incontro promosso dal Rotary club Messina sull'iniziativa che vede detenuti e attori professionisti impegnati in laboratori teatrali nel carcere di Gazzi. Il "Teatro per sognare" è un lavoro nell'ottica della rieducazione.
"L'esperienza teatrale della casa circondariale di Messina è un'eccellenza che va valorizzata e l'amministrazione centrale si impegnerà per questo", ha detto De Gesu a margine dell'incontro aggiungendo che gli sforzi necessari affinché tutto funzioni bene non devono rappresentare un impedimento.
Aprendo l'incontro De Gesu, rotariano, ha ricordato che in Italia il teatro entra nelle carceri a partire dagli anni Ottanta e che oggi sono numerose le compagnie teatrali. "In questo quadro si inserisce Messina che rappresenta sotto molti aspetti un unicum positivo anche perché è una casa circondariale e inoltre è riuscita a tessere una tela di collaborazioni con enti teatrali importanti come il Piccolo e la Scala di Milano. L'auspicio - ha concluso - è vedere il teatro carcerario di Messina nella prossima rassegna teatrale penitenziaria, è arrivato il tempo di uscire dalla regione per potersi lanciare in un contesto più ampio". L'evento è stato aperto da Isabella Palmieri, presidente del Rotary club Messina che ha rinnovato il sostegno al progetto: "Lo avevamo supportato negli anni passati e continuiamo a farlo".
Durante la serata è stato anche evidenziato il protocollo di intesa tra il Tribunale di sorveglianza, la casa circondariale e il Club Rotary Messina grazie al quale sono già stati impiegati tre detenuti a cui è stato affidato il compito di eseguire lavori di pubblica utilità all'interno degli uffici del tribunale di sorveglianza. La presidente Palmieri si dice "orgogliosa in nome di tutti i soci di poter sostenere la realizzazione di questo progetto che il club attua attraverso il pagamento della assicurazione per la responsabilità civile dei detenuti coinvolti nel programma di trattamento rieducativo".
Il club aveva già donato un computer. Daniela Ursino, presidente dell'associazione D'Arteventi, direttore artistico del teatro Piccolo Shakespeare e ideatrice del progetto, ha raccontato l'origine dell'esperienza del teatro in carcere. Un'idea del 2017 "all'inizio considerata folle", poi diventata realtà grazie al sostegno della Caritas diretta da padre Nino Basile e cresciuta tanto da avere al suo fianco importanti teatri nazionali.
Adesso c'è anche l'università con il progetto "Liberi di essere Liberi" con il coordinamento delle prof. Lucia Risicato e Annamaria Citrigno. Attraverso foto e video emozionanti ha raccontato spettacoli e momenti più significativi. Un risultato possibile grazie all'impegno di tante professionalità come la direttrice del carcere Angela Sciavicco, la presidente del Tribunale di sorveglianza Francesca Arrigo, la comandante della polizia penitenziaria Antonella Machì, rappresentata dalla comandante f.f. Caterina Pacileo e la capo area degli educatori Letizia Vezzosi. Il prossimo obiettivo è replicare l'esperienza anche nel carcere di Barcellona.
La presidente del Tribunale di sorveglianza Francesca Arrigo ha ricordato la convenzione che ha consentito a tre detenuti di svolgere lavori di pubblica utilità al tribunale, evidenziando l'importanza dell'attività trattamentale, mentre Angela Sciavicco, direttrice della casa circondariale, ha detto come il laboratorio teatrale è stato un modo per abbattere i pregiudizi degli stessi detenuti e di chi sta all'esterno. L'aiuto regia Antonio Previti ha interpretato un intenso brano sulla dimensione del tempo scritto da Angelo, un detenuto. Il brano è tratto da un nuovo spettacolo in allestimento con la Libera Compagnia del Teatro per Sognare maschile, diretta dall'attore e regista Giampiero Cicciò, quella femminile invece, è diretta dall'attore e regista Tindaro Granata, oggi neo direttore artistico del Teatro greco di Tindari. Le conclusioni sono state affidate all'avvocato Alfonso Polto: "Questa esperienza- ha detto - è un primo passo per attuare quella giustizia riparativa di cui si sente tanto parlare, sottolineando che il teatro può essere utile ai detenuti per prendere coscienza dei loro eventuali errori e da qui avviare una riconciliazione con la società".
di Guido Grilli
La Regione, 3 dicembre 2021
Gli esami non finiscono mai. Nemmeno dietro le sbarre. La formazione non conosce limiti e, nell'interminabile scorrere del tempo, rappresenta un'opportunità per le persone in detenzione: imparare l'italiano, apprendere le basi fondamentali per un mestiere. C'è anche chi insegue mete grandiose: è il caso di quattro detenuti che frequentano un vero e proprio apprendistato - la struttura carceraria come datore di lavoro - e ambiscono a conseguire l'agognato attestato federale di capacità. Benvenuti alla scuola InOltre.
Fondata da Mauro Broggini, ideatore della formazione in penitenziario, da tre anni è guidata da Cecilia Beti, direttrice del Centro professionale tecnico di Lugano-Trevano, scuola post-obbligatoria professionale del Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport. La scuola InOltre è coordinata da Lorenzo Cairoli, il quale possiede una duplice esperienza di docente di cultura generale, nelle sedi cosiddette normali, e che per due anni ha insegnato in carcere, perlopiù a donne e minorenni che si portano addosso esperienze fuorilegge e si trovano a espiare condanne, confrontati alla prigionia e alla sofferenza.
Quali sono le differenze tra questi due universi?
"Le differenze sono tante", assicura Lorenzo Cairoli. "Non risiedono nella materia insegnata, ma nel luogo di lavoro: se nella scuola cosiddetta normale sono abituato a fare un miliardo di cose e in totale libertà, in un carcere invece gli spostamenti sono limitati, regolamentati. Già le procedure d'ingresso sono diverse. Entrando in carcere, c'è il metal detector: devo lasciare tutto quanto non è strettamente indispensabile all'insegnamento, sostanzialmente posso portare solo i documenti cartacei, previo controllo da parte del personale. Telefonino cellulare, chiavetta usb e tutto quanto di elettronico non possono entrare nella struttura per ovvi motivi. L'ingresso sul posto di lavoro è diverso anche dal profilo delle sensazioni. E anche gli spostamenti all'interno sono differenti. Le porte non posso aprirle io. All'ingresso mi viene consegnata una tessera magnetica che dà accesso ad alcune porte. Poi ce ne sono altre che devono essere sbloccate dalla centrale operativa. C'è una sorta di citofono da suonare, una telecamera che sorveglia l'ingresso e, una volta date le informazioni richieste, la porta si apre. Quindi si passa alla stanza successiva, quasi alla stregua di un videogioco".
Le lezioni in carcere devono dunque essere forzatamente frontali?
"Non necessariamente. Nelle mie lezioni ho spesso favorito le discussioni e le argomentazioni, dopo una breve esposizione di un tema. Discussioni che hanno sempre assunto una portata ampia. Facile immaginarne i motivi: in carcere ci sono persone con storie, ritmi, età diverse. E quindi la discussione si arricchisce dell'esperienza di tutti e si riescono ad affrontare argomenti davvero importanti". Un tratto peculiare che non si riscontra altrimenti all'interno delle scuole professionali? "Come in tutte gli ordini scolastici, il punto è che c'è un programma da portare a termine. Anche in carcere ci sono i percorsi di apprendistato, alla Stampa e il programma è identico, esami inclusi. Nella mia esperienza d'insegnamento ho lavorato alla Farera con le donne e i minorenni e nella mia lezione di Cultura generale, materia del programma scolastico, ho avuto più libertà. Spesso gli spunti sono venuti persino dalle corsiste. Si è spaziato dalla politica, alla civica. Mi è capitato di dedicare pomeriggi interi ai ricordi d'infanzia. Nell'insegnamento in carcere si cerca di favorire lo spazio per momenti personali. Scritto e parlato rimangono le due principali attività".
La differenza tra il carcere penale e giudiziario?
"La Farera è un carcere giudiziario, quindi ci sono detenuti in attesa di giudizio, in detenzione preventiva. Sono coinvolti in un'inchiesta che non è ancora terminata, e per evitare pericoli di recidiva e collusione devono stare in carcere. Alle donne e ai minorenni che sono in regime ordinario, vale a dire che stanno scontando la loro pena, è dato prioritariamente il diritto alla formazione". A livello di sensazione, all'interno del carcere, quali sono i sentimenti che passano nelle ore d'insegnamento? Non ha mai avvertito paura? "All'inizio, prima di iniziare, la paura c'è stata, ma era dovuta alla non conoscenza del luogo in cui mi apprestavo a lavorare. Associ il carcere a tutti i pericoli di cui si sente parlare. Poi, una volta dentro, sin dalla prima lezione nel penitenziario mi sono sentito subito a mio agio, sono stato accolto benissimo. C'è un ambiente di condivisione di esperienze, di interesse da parte dei corsisti. L'idea negativa del carcere sparisce in breve tempo". Prosegue Lorenzo Cairoli: "In un carcere giudiziario le condizioni di detenzione sono particolarmente rigide, hanno solo un'ora d'aria. E chiaramente la scuola rappresenta un'opportunità di incontro anche fra gli stessi partecipanti, per una intera giornata si confrontano, parlano, discutono. La scuola diventa momento di socialità e accoglienza, ti ricevono con un tè e i biscotti preparati da loro durante la lezione di cucina, in un clima di spontaneità".
In carcere il ruolo del docente si avvicina dunque più a quello del mediatore? "Assolutamente sì. Si diventa anche confessori. Molto spesso mi confidano le loro preoccupazioni, legate in particolare a questioni giuridiche". E i temi culturali riescono ad attecchire e suscitare interesse fra i detenuti?
"Eccome. Mi sono laureato in letteratura e, anche per interesse personale, propongo spesso testi letterari, poesie, racconti. Che hanno costituito spesso il punto di partenza della lezione. Abbiamo letto assieme romanzi brevi, come Novecento di Baricco. Abbiamo visto anche la sua trasposizione cinematografica di Tornatore. Chiaro che in carcere si è chiamati ad affrontare problematiche a livello linguistico, dal momento che molti dei corsisti sono stranieri. Mi è capitato anche di compiere un insegnamento bilingue. Ricordo una corsista di origini turche che viveva nella Svizzera interna che parlava turco e un po' di tedesco. Con l'aiuto della classe alla traduzione c'era un coinvolgimento totale. In una lezione di un'ora e tre quarti c'è uno scambio davvero ricco: dal plurilinguismo, alla multiculturalità".
Detenuti e detenute, d'altro canto, hanno loro malgrado più tempo teoricamente per studiare. Questo li favorisce nell'apprendimento?
"Chi vuole ha il tempo di riflettere e di leggere. Hanno accesso alla biblioteca. Molto spesso le loro letture in cella sono diventate motivo di approfondimento in aula".
Sono sorvegliate le lezioni?
"No. Abbiamo tuttavia degli strumenti che consentono un rapido intervento da parte del personale in caso di bisogno. Succede molto raramente. In un caso, in modo preventivo, quando il tono delle discussioni si è fatto eccessivamente acceso, ho richiesto l'intervento degli agenti di custodia. Sotto il tavolo c'è un pulsante da premere, che tuttavia io non ho mai utilizzato. Quella volta sono uscito dall'aula e tramite i citofoni ho richiesto l'intervento delle guardie carcerarie che hanno ripristinato l'ordine".
Ha un aneddoto relativo all'esperienza d'insegnamento in carcere?
"Mi è capitato di avere a lezione due minorenni, uno tunisino e l'altro algerino, che chiaramente non parlavano italiano, ostentavano solo un po' di francese. Soggiornavano al Centro richiedenti l'asilo di Balerna. La comunicazione con loro era molto difficile e ho chiesto se volessero imparare qualche parola di italiano, dal momento che poteva essere utile per loro. Li avevo a lezione separatamente, dal momento che erano coinvolti nella stessa inchiesta penale e non potevano incontrarsi. Il più timido dei due sapeva solo due parole d'italiano: "avvocato" e "mamma", perché voleva sempre tornare a casa. Un pomeriggio, in un momento di abbattimento, si è messo a piangere. Ho cercato di confortarlo. E mi sembra mi abbia detto qualcosa del tipo, "sei bravo, grazie". È una cosa che mi ha fatto estremamente piacere, soprattutto che me lo abbia detto in italiano. Perché significa che di quel poco che abbiamo svolto insieme, qualcosa è rimasto. Mi ha restituito il senso del lavoro che abbiamo compiuto insieme".
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